sabato 31 agosto 2013

La legge pro-aborto americana sotto attacco, 31 agosto, 2013, http://www.uccronline.it/

Pro life in America

Il prof. Karen O’Connor, docente di Scienze politiche alla “American University”, ha sostenuto che la legge americana Roe vs Wade che legalizza l’aborto «sta per essere ribaltata», probabilmente entro il 2015. Una legge approvata grazie ad una marea di menzogne, così come è stato per quella italiana.

Planned Parenthood, la più potente ONG dedicata alla diffusione dell’aborto nata da militanti eugenisti del’900, è finalmente finita sotto inchiesta da parte del “General Accounting Office” e probabilmente le verranno tolti i fondi statali (nel 2013 ha già dovuto chiudere 23 cliniche), la maggioranza degli americani è sempre più contraria all’aborto (sopratutto le donne, come informa il “Washington Post” ) e sono ormai tantissimi gli stati che ogni mese stanno favorendo la vita approvando sempre più restrizioni all’interruzione di gravidanza. Ecco una piccola carrellata di novità:

North Dakota
Il North Dakota è diventato nella primavera 2013 lo Stato con leggi più restrittive, vietando ogni aborto non appena si sente il battito cardiaco del neoconcepito (6 settimane).

South Dakota
Nel febbraio 2013 è stato approvato l’House Bill 1237 che ha imposto alle donne in cerca di aborto di avere informazioni su quel che stanno per fare e di aspettare 72 ore prima di abortire. La proposta messa sul tavolo una legge contestata 2011. Chi si oppone a tale legge invoca l’ignoranza delle donne a conoscere la personalità dell’embrione e le cause sulla salute delle donne che provoca l’aborto per questo moltissimi cliniche abortiste, rifiutandosi di rendere informate le donne, stanno rischiando la chiusura.

Kansas
Il governo del Kansas è uno dei più attivi a favore della vita e delle donne, avendo approvato una dozzina di leggi in due anni tra cui il periodo di attesa obbligatorio, la legge sul “diritto di sapere” per le donne (come in South Dakota) e la proibizione dell’aborto dopo la 20° settimana, quando il bambino sperimenta certamente il dolore.

Arkansas
Come in North Dakota, a febbraio si è deciso di impedire l’aborto dalla 20° settimana alla 12° settimane, momento in cui è ascoltabile il battito cardiaco.

Virginia
La nuova legge di fine 2012 ha imposto che le cliniche abortistiche seguano gli standard igenici e sanitari di ogni centro chirurgico e questo sta portando tali cliniche alla chiusura, una dopo l’altra.

Mississippi
La legge TRAP ha richiesto un minimo di educazione sanitaria da parte del personale delle cliniche abortiste, con un certificato rilasciato da un istituto di istruzione dello Stato stesso. Non avendo soddisfatto questo requisito, l’ultima clinica abortista del Paese è stata chiusa nel gennaio scorso.

North Carolina
Anche qui è stato recentemente firmato in legge un disegno restrittivo all’aborto, vietando le interruzioni di gravidanza in base al sesso e fondi statali alle cliniche abortiste. Inoltre, si è estesa l’obiezione di coscienza a tutti i professionisti medici per motivazioni religiose o morali, mentre in precedenza era concesse solo ai medici e agli infermieri.

Texas
Oltre alla legge che vieta l’aborto fino alla 20° settimana, una nuova legge dà la possibilità alle donne in cerca di aborto un di frequentare un corso per conoscere l’adozione e altri servizi analoghi.

Una sola vita umana salvata è già una vittoria, ma queste leggi stanno e salveranno milioni di bambini!

La redazione
Ancora (purtroppo) sulla omofobia, agosto 31, 2013, Livio Podrecca, http://www.tempi.it/


omofobia

Pubblichiamo un articolo di Livio Podrecca, Presidente UGCI Piacenza, apparso il 19 agosto sul quotidiano La libertà di Piacenza


Su un piano prettamente laico, la legge sulla omofobia è solo un tassello, il primo, di un preciso percorso normativo che, come in altri paesi, dovrà portare prima al riconoscimento legislativo delle unioni civili; quindi al matrimonio gay; infine alla disciplina delle adozioni da parte delle coppie omosessuali ed alla regolazione della cosiddetta maternità surrogata.

Si tratta dei cosiddetti uteri in affitto, cioè del sistema, già praticato, per confezionare bambini alle coppie omosessuali, utilizzando l’ovulo di una donatrice, fecondato artificialmente ed impiantato nell’utero di una donna – naturalmente povera ed oggetto, per necessità, di questa nuova forma di schiavitù – che lo abbia concesso in affitto.

Sembra una esagerazione? A giudicare dalle cronache non si direbbe. Certamente è un panorama surreale, da incubo. E se si guarda all’escalation che, su questi temi, si è prodotta in altri paesi europei (Francia ed Inghilterra, per esempio), ma anche ai modi in cui, qui da noi, la proposta di legge sulla omofobia viene portata avanti in Parlamento, i motivi di preoccupazione aumentano.

Certamente, in questo percorso quello della omofobia è un passaggio fondamentale, strategico, che prepara il terreno, le premesse culturali e giuridiche per tutti gli altri.

Per questo è importante opporsi alla approvazione di questa legge insidiosa, liberticida ed ideologica che, facendo leva, con tecnica ormai ampiamente collaudata, sul sentimentalismo pietista verso i poveri gay oggetto di discriminazione e violenza, introduce invece nell’ordinamento, surrettiziamente ed all’insaputa anche degli ingenui parlamentari che sono disposti per tali motivi a votarla, una vera rivoluzione antropologica, uno stravolgimento copernicano nella concezione dell’uomo e della sua natura finora recepita dal nostro ordinamento giuridico.

Già da parte di molti ci si è finalmente accorti della criminalizzazione delle opinioni che questa legge introdurrebbe, mentre l’omosessualità è un fenomeno dai contorni quanto meno controversi, sul quale è legittimo avere vedute e pareri diversi.

In base a tali convinzioni, però, deve essere anche possibile tenere condotte coerenti, e distinguere tra chi voglia liberamente adottare uno stile di vita omosessuale in relazione a situazioni ed istituti rispetto ai quali quest’ultimo sia ritenuto incompatibile o moralmente inaccettabile.

Ciò non solo, per esempio, negando alle coppie gay l’accesso al matrimonio, istituto che ha senso solo per le coppie eterosessuali e rilievo sociale proprio in relazione alla funzione procreatrice (assente per natura nelle coppie gay, a meno di ritenere naturali le pratiche di maternità surrogata) che in esso si realizza. Ma anche escludendo tali coppie dalle adozioni, in considerazione del diritto dei minori ad avere un padre ed una madre; od opponendosi, p. es., acché i propri figli siano soggetti ad attività formative, nella scuola ed in ogni altro ambito pubblico e privato, che intendano presentare l’omosessualità e l’identità di genere come normali atteggiamenti della sessualità, semplicemente alternative alla eterosessualità. Deve, in sostanza, essere possibile continuare a ritenere, pur senza giudizio sulle persone, l’omosessualità un problema, una anomalia verificatasi nello sviluppo psichico della persona, e le relative pratiche un oggettivo disordine morale, diseducativo e produttivo di effetti negativi per la società.

Con il progetto di legge Scalfarotto, così com’è attualmente congegnato, ciò non sarebbe più ammesso, né possibile, se non a rischio di denunce e sanzioni penali, e occorrerebbe per legge adeguarsi alla asserita normalità dell’omosessualismo, senza più possibilità di critica né delle conseguenti azioni oppositive.

Non è quindi vero che con questa legge si vogliono solo reprimere le discriminazioni ingiuste e gli atteggiamenti violenti e di incitamento all’odio nei confronti dei gay (condotte, peraltro, già punite dalla legge penale).

Se passa la legge (così come è ora formulata) sarà, infatti, vietata e punita, ogni e qualsiasi forma di discriminazione, cioè ogni distinzione, ogni ritenuta diversità di trattamento delle persone che pratichino l’omosessualità che sia operata per ragioni, cosiddette, di omofobia o di transfobia, neologismi di incerto contenuto e portata che ben potrebbero sintetizzarsi nella semplice contrarietà morale e di principio verso tali pratiche o verso il mondo gay e LGBT.

Ciò ancorché tali convincimenti si concretino in condotte pacifiche e rispettose, nell’esercizio delle libertà di opinione, di insegnamento, di religione, e nel diritto – dovere di educare i figli, senza poter distinguere tra una discriminazione (meglio: distinzione) giusta ed una ingiusta, né poter entrare nel merito delle ragioni da cui la diversità di trattamento (ammesso che possa ritenersi tale) in ragione della pratica omosessuale sia derivata o addirittura imposta.

Così, infatti, avviene con la legge Reale Mancino in tema di discriminazione razziale; basta un manifesto contro i campi nomadi, o la richiesta all’immigrato, da parte di un Comune, di un certificato in più, rispetto agli altri cittadini, per accedere a determinati servizi, per aversi discriminazione vietata.

E’ davvero sconcertante vedere come l’ideologia di gender, per la quale il sesso non è un dato biologico, ma il prodotto di una cultura e l’effetto di una scelta personale, stia dilagando nei programmi e nella azione politica degli stati occidentali e della Unione Europea.

La deriva etica che ne scaturisce pone le basi per una radicale distruzione della società.

Anche sul piano religioso e della fede, infatti, l’ideologia di gender vuole simbolicamente distruggere il corpo, creato da Dio maschio e femmina, cioè sessuato, e l’ordine della famiglia che su di esso è imperniato. Con il corpo sessuato, si vuole anche cancellare e distruggere l’immagine di Dio che il Creatore ha posto in esso. La differenza sessuale è, infatti, il motore del dinamismo d’amore che scaturisce dalla diversità tra l’uomo e la donna, e, simbolicamente, tra lo Sposo, Cristo, e la Sposa, la Chiesa, secondo il paradigma sponsale che Dio stesso ha posto come immagine del suo amore per l’uomo. Un amore oblativo e fecondo. L’omosessualità, al contrario (come è stato autorevolmente detto), si basa sulla negazione della differenza sessuale; le relative pratiche scaturiscono da una sterile spinta narcisistica, che la società non ha nessun interesse a sostenere ed incentivare.

Di fronte a queste inquietanti prospettive, c’è da chiedersi come si possa pensare di mettersi in pace la coscienza con logiche falsamente tolleranti e buoniste. Se non ci si batte, anche quel fantasma scioccamente deformato di libertà relativista che alcuni hanno in mente, per cui non si devono imporre le proprie idee agli altri (confondendo, così, la libertà di opinione con la difesa dei fondamenti della nostra società), potrebbe infatti avere vita breve. Saranno gli altri ad imporci le loro; anzi, lo stanno già facendo.
Usa, obbligo di fotografare un matrimonio lesbico di Massimo Introvigne, 31-08-2013, http://www.lanuovabq.it/

torta lesbica


Dall’estero continuano a piovere esempi di come funzionino davvero – e non nel mondo della propaganda spicciola dei loro promotori – le leggi sull’omofobia. L’ultimo caso, gravissimo, arriva dagli Stati Uniti, un Paese di cui molti pensano che l’intransigente e tradizionale difesa della libertà di esprimere qualunque opinione lo protegga dalle follie anti-omofobia che si sono manifestate altrove. Ma non è così. Gli Stati Uniti, è vero, sono affezionatissimi alla libertà di opinione, e i loro tribunali hanno affermato che in America si può esprimere pubblicamente più o meno qualunque idea: ci si può dichiarare nazisti, fondare logge del Ku Klux Klan, insultare Gesù Cristo o auspicare che la Corea del Nord occupi gli USA e li trasformi in una colonia stalinista. Tutto in nome del famoso Primo Emendamento della Costituzione, che assicura la più ampia libertà di espressione.

Ma ora sembra esserci una sola opinione che non può essere espressa liberamente, quella «omofoba» o contraria al matrimonio omosessuale. Sono state pubblicate le motivazioni della sentenza resa il 22 agosto scorso dalla Corte Suprema del New Mexico nel caso Elane Photography contro Vanessa Willock: una decisione che assesta un colpo decisivo alla libertà di espressione e mostra il furore ideologico con cui sono applicate le leggi contro l’omofobia. Il New Mexico ha una vecchia legge contro il razzismo che vieta agli esercizi pubblici di rifiutare di servire clienti in ragione del colore della loro pelle. Più recentemente – esattamente come si vuole fare in Italia estendendo la legge Mancino – le norme sono state estese ai casi di omofobia, transfobia e avversione alle persone bisessuali. Si tratta solo di colpire baristi che rifiutano un drink agli omosessuali? No, come dimostra il caso Elane Photography.

La Elane Photography è un’agenzia fotografica di qualità, che realizza fotografie artistiche che sono poi rielaborate, stampate e presentate anche su siti Internet accessibili solo ai suoi clienti. Queste fotografie sono scattate, tra l’altro, in occasione di matrimoni. La sua titolare è una nota fotografa, Elaine Huguenin. Avvicinata da due lesbiche per un servizio fotografico sul loro matrimonio, la Huguenin rispose che – in ragione delle sue convinzioni religiose e politiche – preferisce non fotografare matrimoni omosessuali, festeggiamenti ed effusioni tra persone dello stesso sesso. Una delle lesbiche, la signora Vanessa Willock, ha denunciato l’agenzia in base alla legge sull’omofobia, e i tribunali in tre gradi – primo grado, appello e ora Corte Suprema – hanno dato ragione alla Willock. L’agenzia d’ora in poi dovrà fotografare matrimoni omosessuali o chiudere i battenti.

Storie di ordinaria ideologia, ma le lunghe motivazioni della Corte Suprema vanno oltre quanto è stato deciso in altri casi. Precisano che le disposizioni sull’omofobia prevalgono non solo sulla libertà religiosa – come hanno denunciato i vescovi cattolici americani, su questo punto purtroppo c’è ormai tutta una serie di sentenze, comprese un paio della Corte Suprema federale – ma anche su quello che sembrerebbe un pilastro del diritto degli Stati Uniti, la libertà di espressione. E perfino sulla libertà artistica. «La signora Huguenin ha capito male la legge», scrivono letteralmente i giudici: di fronte alle leggi sull’omofobia, non c’è nessuna esenzione o protezione per l’espressione artistica. Un grande artista non potrebbe rifiutarsi – se offre normalmente servizi di ritratti a pagamento – di ritrarre due omosessuali che si baciano con la motivazione che è contrario all’omosessualità in ragione delle sue convinzioni religiose o filosofiche.

La povera fotografa aveva obiettato che, ragionando così, un artista afro-americano avrebbe potuto essere obbligato a ritrarre una cerimonia dei razzisti del Ku Klux Klan. Esempio sbagliato, rispondono i giudici. Non esiste una legge che protegga i razzisti. Però, spiega la Corte Suprema, «l’esempio sarebbe appropriato se i ruoli fossero rovesciati»: dal momento che la legge – che non protegge i razzisti – protegge invece le minoranze etniche, i giudici affermano che «un fotografo membro del Ku Klux Klan sarebbe costretto» a ritrarre una manifestazione di attivisti afro-americani e perfino a rappresentare tale manifestazione «in una luce positiva». Se ne ricava anche che una fotografa lesbica può rifiutarsi di ritrarre un matrimonio fra un uomo e una donna, affermando che le fa schifo – perché i non omosessuali non sono una categoria protetta – mentre una fotografa cristiana non può rifiutarsi di mettere la sua professionalità al servizio di un matrimonio lesbico, perché gli omosessuali rientrano tra le categorie protette dalla legge anti-discriminazione.

I vescovi cattolici degli Stati Uniti avevano ragione. Le leggi imposte dalla lobby gay stanno trasformando l’affermazione americana secondo cui gli Stati Uniti sono il Paese del mondo che protegge più scrupolosamente la libertà religiosa in una farsa. E lo stesso vale per la libertà di espressione, anche artistica. Con tanti saluti al Primo Emendamento della Costituzione. Ma con un chiaro messaggio al mondo sul potenziale totalitario ed eversivo delle leggi contro l’omofobia.

venerdì 30 agosto 2013

«L’eutanasia è spinta da un’autodeterminazione illusoria», 29 agosto, 2013, http://www.uccronline.it/

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Il dibattito pubblico sul fine vita fa certamente affiorare in superficie le domande sul senso della vita e della morte, sul valore della sofferenza. Per questo il centro culturale Crossroads ha organizzato un incontro a New York il 20 giugno scorso, con Daniel Sulmasy che è Kilbride Clinto Professor di Medicina ed Etica all’Università di Chicago e direttore associato del McClean Center for Clinical Medical Ethics.

Riportiamo alcune sue parole, davvero molto interessanti, dell’intervista a “Tracce” : «Il diritto di morire è uno dei diritti più bizzarri da rivendicare, perché è un po’ come reclamare il diritto del sole a sorgere: non abbiamo scelta, moriremo tutti in ogni caso. In realtà il dibattito è sorto dal desiderio di impedire che un paziente venisse tenuto in vita artificialmente per un tempo troppo lungo. Successivamente però si è trasformato nella richiesta del diritto di essere uccisi o di uccidersi. Fondamentalmente credo che questa sia cattiva medicina, cattiva morale e cattiva politica». Una una pretesa di libertà, contraddittoria perché «affermare che la giustificazione dell’eutanasia sia un diritto illimitato all’esercizio della libertà è incongruente, perché nell’atto di ucciderci distruggiamo le basi dell’argomentazione, ovvero il nostro stesso essere, e perciò la nostra libertà e capacità di agire nel mondo».

Mentre le associazioni mediche lo capiscono, «uno dei problemi principali è che l’opinione pubblica non si rende conto che questa pratica mina le basi stesse della medicina». Se il valore intrinseco è il valore che una persona ha in virtù del fatto che è un essere umano, e questa è la base di ogni morale e certamente della medicina, il valore attribuito è il valore che conferiamo a noi stessi o che gli altri attribuiscono a noi. Quest’ultimo «è all’origine dell’idea che un adulto con il pannolone sia, nel senso del valore attribuito, privo di dignità. La domanda però è: l’attacco che la malattia porta al valore attribuito di una persona riesce mai a distruggere completamente la sua dignità? Credo che la risposta debba essere no. Se un paziente è in coma e noi diciamo che ha perso la razionalità, e quindi il fondamento della propria dignità, e quindi il proprio valore, diciamo una cosa sbagliata. Quando diciamo che i medici possono uccidere un paziente, ancorché con il suo consenso, stiamo dicendo che esistono persone a proposito delle quali possiamo a buon diritto affermare che non hanno valore. E se è così, il fondamento etico della medicina viene minato irreparabilmente, insieme a quello di tutta la morale».

A volte le persone malate sono vittime anche di un’altra problematica: non essendoci «modo per diventare biologicamente immortali, messe di fronte a questa profonda realtà metafisica, alcune persone hanno una reazione istintiva, debole: poiché non posso sconfiggere la mia mortalità, la rivendico uccidendomi. Ma è solo un’illusione di controllo e di libertà, perché mette capo alla morte dell’individuo». L’eutanasia ha preso piede sopratutto in Europa settentrionale, «penso che il successo di questa mentalità dipenda dall’indebolimento dei valori religiosi e da un senso di autorità tipico di certe persone benestanti e istruite, convinte che il senso dell’essere umani sia nell’esercitare il controllo. Gran parte di loro non si rende conto che questa pretesa di controllo è in ultima analisi illusoria». Queste persone, al contrario di quelle meno benestanti, «si illudono di essere padrone del proprio corpo perché sono padrone di tante altre cose nel mondo che le circonda. Ma in ultima analisi si tratta di un’illusione, anche per l’Occidente industrializzato. Non esercitiamo alcuna autorità sui momenti fondamentali della nostra esistenza. Per quanti progressi possa compiere l’ingegneria genetica, non potremo mai scegliere i nostri genitori. Non potremo scegliere di nascere o di non nascere, o di non morire. Non possiamo imporre a qualcuno di amarci. Questa filosofia del controllo, che oggi sembra essere una forza predominante, non può spiegare la nascita, la morte e l’amore, perciò mi sembra un sistema filosofico piuttosto debole».

Non si può infine non osservare il piano inclinato inevitabile una volta che si apre lo spiraglio all’eutanasia: «Per vederne l’impatto reale, dobbiamo osservare i Paesi Bassi dove l’eutanasia era illegale ma non perseguita; poi è diventata legale, ma solo per chi era in grado di esprimersi e scegliere liberamente. Oggi, all’atto pratico, subiscono l’eutanasia anche persone che non sono in grado di intendere e di volere, perché la famiglia decide al posto loro: “La mamma non vorrebbe andare avanti così”. Di fatto, il 32 per cento delle morti per suicidio assistito sono non-volontarie. Quindi si è passati dal volontario al non-volontario, e inoltre ora si passa dagli anziani ai bambini». Tutto si basa «sull’assunto che la persona malata preferirebbe essere morta e che sia più pietoso ucciderla. Inoltre, l’eutanasia non riguarda più solo i malati terminali, come prevede la legge: viene praticata a persone depresse che non sono riuscite a curarsi, e si afferma che la loro depressione è terminale perché si suiciderebbero se il medico non praticasse loro l’iniezione letale». E ancora: «Una volta che l’eutanasia sarà legalizzata, la norma si ribalterà e la domanda da porre alla persona vulnerabile diventerà: perché non ti sei ancora suicidata?».
Dalla bambola trangender all'app gay di Tommaso Scandroglio, 30-08-2013, http://www.lanuovabq.it/

bandiera arcobaleno

Barbie e Ken ormai stanno peggio degli esodati. Emarginati dal nuovo che avanza. E il nuovo si chiama Hermes-Afrodite: la prima bambola – o coppia di bambole - transgender. Grazie a delle inserzioni di velcro il bambino o la bambina potrà attaccare e staccare a piacere seni, vagine, peni e testicoli, combinandoli assieme a suo piacere e gradimento. E così potremo avere una Lei con seno e pene, un Lui con vagina e pene, etc. La bambola, prodotta dall’azienda svedese Uniniku, ha un aspetto orrendo e assomiglia più ad un pupazzetto voodoo, quindi difficilmente troverà mercato. Ma vi sono altre bizzarrie inventate dall’ideologia gay per tentare di trasformare un modo etero in uno omo.

Come già abbiamo raccontato su queste pagine (“E il padre si ritrova partner” del 4 gennaio) ad inizio di quest’anno in un ospedale di Padova si presenta a partorire una donna accompagnata dalla sua partner. L’equipe non si è scomposta ed invece di dare a quest’ultima l’usuale braccialetto con scritto “padre” si sono inventati un altro braccialetto con la dicitura “partner”. Le parole in effetti sono tutto, a maggior ragione quando ricevono qualificazione giuridica-amministrativa dallo Stato. In Australia grazie ad una sentenza della Corte Suprema (si veda l’articolo “Il terzo sesso dell’Australia” del 10 giugno) forse d’ora in poi – se la sentenza farà giurisprudenza - sarà possibile mettere sui propri documenti ufficiali i termini “maschio”, “femmina” o “sesso non specificato”. Cosa analoga è stata decisa in Germania pochi giorni fa. Anche nel Bel Paese qualcosa in questo senso si muove: presso il Politecnico di Torino, l’Università degli Studi di Torino, di Bologna ed ultimamente di Padova esiste il doppio libretto per i transessuali (si legga a questo proposito “Due libretti universitari per gli studenti trans” del 22 marzo).

Rimaniamo sul versante “nomen omen”: due coppie di genitori, una canadese e l’altra svedese, hanno imposto ai loro figli nomi neutri (tipo “Tempesta”) perché sarà il figlio che crescendo sceglierà il proprio orientamento sessuale. La neutralità del nome è l’esito perfetto della teoria del gender. Inoltre in Olanda come in Canada esistono interventi per stoppare gli ormoni maschili e femminili al fine di dare tempo alla persona per decidere quale orientamento scegliere in futuro. La non discriminazione però non interessa solo i documenti ufficiali, ma anche questioni più volgari come i bagni pubblici. C’è stata una proposta da parte di un amministratore di Mendoza (Argentina) per introdurre in tutti i locali della città un terzo bagno per i trans. Analoga proposta venne fatta da noi nel 2006 per i bagni di Camera e Senato. Più radicali invece sono stati al di là della Manica: nelle cittadine inglesi di Brighton e Hove si vogliono eliminare i segnali delle toilettes pubbliche che indicano dove maschietti e femminucce si devono recare per i loro bisogni perché discriminatori. E così non ci sarebbe neppure più bisogno di un terzo bagno per i trans.

Se dobbiamo essere tutti uguali davanti ad un water – ma è proprio lì che ictu oculi siamo plasticamente diversi – figurarsi cosa dice la teoria gender in merito al lavoro. Il famigerato documento del Dipartimento di Pari Opportunità denominato “Verso una Strategia nazionale per combattere le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere” prevede l’“istituzione a livello di alta dirigenza del ruolo di mentore LGBT” – un guru sull’orientamento sessuale a cui tu ti rivolgi sul posto di lavoro se hai dubbi lgbt -  e di una “pubblicazione di un manuale per le aziende sul tema ‘trans e lavoro’ “. Provate a dare in mano questo manuale ad un capo cantiere bergamasco e poi ne riparliamo.

Ma la rivoluzione gay si infiltra anche negli interstizi della vita quotidiana toccando aspetti dell’esistenza meno grevi. Ecco quindi che nasce Same Love: la “prima agenzia italiana di Wedding Planning rivolta alla comunità GLBT. Sia che vogliate condividere una cerimonia simbolica, sposarvi all’estero o celebrare il vostro amore con una splendida vacanza – spiegano i proprietari - vi saremo accanto per aiutarvi a realizzare i vostri desideri nella maniera migliore”. A margine: il Williams Institute dell’Università della California ha stimato per i prossimi tre anni un giro di affari per i “matrimoni” gay di 166 milioni di dollari per i soli stati del Maine, Maryland e Washinghton. Si parla già – e non solo per le “nozze” gay – di gay business o marketing gay. 

Poi nel caso in cui la cicogna della fecondazione artificiale regalasse ai due “sposini” un bebè, si potrà tirarlo su secondo la scuola di pensiero omosessuale sfogliando insieme a lui “Piccolo Uovo”, libro per l’infanzia – che è diventato anche spettacolo teatrale per i più piccoli – il quale spiega che ci sono tante famiglie diverse al mondo, ed una di queste può essere formata da due uomini o da due donne (si veda l’articolo “Uno spettacolo per educare i bambini alla cultura gay” del 13 marzo).

Se ci sono le liste “nozze” gay, non potevano mancare anche le vacanze gay organizzate da tour operator appositi. Ad esempio è sulla piazza da un po’ l’agenzia Travelgay: “Il primo tour operator gay d'Italia specializzato in viaggi e vacanze esclusivamente gay”. Poi esiste Guidagay.it: “La guida gay interattiva per trovare saune, discoteche, cruising (?), spiagge, hotel gay friendly in Italia”. Ma se vai in vacanza devi essere in forma ed ecco quindi la dieta gay inventata dal giornalista Simon Doonan nel suo libro “Gay men don’t get fat”. Vuoi vedere che anche i pannicoli adiposi possono essere sia etero che omo e noi non lo sapevamo? Una volta che ti sei rimesso in forma sei pronto per far conquiste ed ecco l’app gay per smartphone: “Grindr è una applicazione per cellulari (iPhone) per ‘gay, bisex e curiosi’ che si connette al GPS o a internet e trova in modo facile e veloce tutti gli altri ‘gay-bisex-curiosi’ che usano la stessa applicazione”.

Anche il calcio, sport che credevamo appannaggio degli etero, è stato fagocitato dal mondo gay. Nel 1980 infatti nacque l’International Gay and Lesbian Football Association (IGLFA), federazione internazionale di calcio dedicata a gay e lesbiche. Ogni anno organizza anche un mondiale. Beninteso non potevano mancare anche i Gay Games, cioè le olimpiadi per i gay che, come quelle etero, cadono ogni quattro anni.

Forse potremmo leggere tutte queste “gaie” trovate dal punto di vista dei gay.  Gli omosessuali, ahiloro, hanno di fronte a sè un futuro davvero difficile. Infatti dovranno cambiare punto su punto, virgola dopo virgola tutta la naturalità di un mondo che è sempre stato etero. L'impresa non è di poco conto: non si può con un colpo di spugna cambiare il mondo da etero ad omo. Occorre invece intervenire in modo analitico e chirurgico: dai bagni pubblici al braccialetto del neonato, dai libretti universitari alle carte di identità, dalla fraseologia di uso corrente al codice civile (via la parola marito e moglie), dai libri ai locali pubblici etc.

L'impresa è titanica. Gli etero sono fortunati: quando sono nati hanno aperto gli occhi su un mondo già etero, già bello e pronto per il loro "orientamento" (su un sito gay un utente si lamentava del fatto che per i gay l’approccio è più difficile rispetto agli etero: vai a capire se quel ragazzo è omosessuale come te). Facile la vita per loro, sono nati con la camicia. Per chi è nato con le paillettes invece la strada è tutta in salita. Infatti questi poveracci dovranno con pazienza certosina creare un mondo nuovo arcobaleno: cambiare i testi scolastici, inventarsi nomi propri neutri, chiedere ai ristoranti menù per famiglie omo (così come esistono menù per chi è affetto da celiachia), etc. Con il rischio poi di produrre quell'effetto che loro stessi non volevano proprio, cioè ghettizzarsi. A furia di avere una festa propria (il 27 giugno), un matrimonio proprio, una carta di identità propria, un libretto universitario proprio, film, pubblicazioni, locali propri etc. perderanno l'occasione di essere normali, ma si sentiranno come gli indiani in una riserva. Loro che volevano essere come tutti, saranno così speciali da sentirsi molto, ma molto diversi.
Medici, attacco alla libertà di coscienza di Renzo Puccetti e Stefano Alice, 30-08-2013, http://www.lanuovabq.it/

Medico

C’è un detto che dice: “Se al peggio non c'è mai fine, al meglio non c'è neanche inizio”. Ed è questa l’impressione che si ha leggendo il codice di deontologia medica in via di preparazione, ora che finalmente lo si può leggere per intero sul sito del sindacato FIMMG di Roma a cui siamo grati per l’opera di trasparenza. 

Stupisce che di un tale testo, accreditato dell’approvazione unanime da parte dei medici, al momento che scriviamo continua a non esservi traccia sul portale della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici che si è incaricato di stilare i 79 nuovi articoli che lo compongono. In effetti se ci era parso di sentire odore di bruciato leggendo dell’abolizione del termine “paziente”, ora che abbiamo aperto il forno di questa “Hell Kitchen” deontologica, ci siamo trovati davanti ad un codice davvero indigeribile. 

Sono così gravi e numerosi i cambiamenti apportati che dopo la prima lettura siamo rimasti di stucco. Possibile? Una cosa di questo genere dovrebbe essere vincolante? Ma chi l’ha scritto? Quando? Come hanno proceduto? Ancora è avvolto tutto nel mistero, anche se alcune notizie cominciano a filtrare. 

L’operazione più violenta messa in atto nell’attuale bozza è senza dubbio quella contro la libertà di coscienza del medico. Di fatto, se passa l’attuale codice, al medico a cui venga richiesta una prestazione che confligge con i propri convincimenti etici non restano che due alternative: o soccombere e fare quello che per lui è immorale, oppure essere deferito all’ordine rischiando la radiazione dall’albo professionale e non potere più esercitare la medicina. 

Lo ripetiamo in termini chiari e drammatici: questo è il più subdolo colpo sparato contro la libertà del medico. Tre sono i siluri che gli estensori della bozza hanno lanciato contro la clausola di coscienza. Nel codice ora in vigore il medico a cui venga richiesta una prestazione può rifiutarsi di compierla se essa viola il suo convincimento morale o scientifico. Nel nuovo codice invece si afferma che il rifiuto possa essere sollevato solo nel caso tale richiesta violi i convincimenti morali e scientifici. La sostituzione della congiunzione disgiuntiva con quella congiuntiva fa sì che laddove il trattamento richiesto abbia validità scientifica, il medico non possa più rifiutarsi sulla base del solo convincimento di coscienza. Si ha così un cambiamento rivoluzionario dell’atto medico: non più in scienza e coscienza, ma in scienza solamente, la coscienza è un optional.

La seconda bordata è ancora più subdola della prima. Mentre nel codice attuale il rifiuto di atti in conflitto con la coscienza del medico è sempre legittimo tranne nei soli casi in cui ciò sia “di grave e immediato nocumento per la salute della persona assistita”, nella bozza elaborata nel pensatoio oscuro viene eliminata qualsiasi connotazione di gravità ed urgenza; il medico non può rifiutarsi se ciò è “di nocumento per la salute della persona assistita”. Per capire la portata di questo cambiamento, si deve spiegare che nel 1948 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha definito la salute come “uno stato di completo benessere fisico, psichico e sociale e non meramente l’assenza di malattia o infermità”. Ne deriva che affinché il medico sia deferito all’ordine dei medici e sanzionato basterà che il paziente dica: “Tu mi turbi!”. È facile immaginare in quali stanze si leverebbero calici di champagne al vedere i medici del pronto soccorso del Policlino Gemelli e della Casa Sollievo della Sofferenza costretti a prescrivere l’ultimo ritrovato microabortivo o a togliersi per sempre il loro camice bianco.



Terzo colpo: obbligo di indirizzo. Il medico non ha più solo l’obbligo di fornire ogni utile informazione e chiarimento, ma anche quello di assicurarsi che il paziente possa fruire di quella stessa pratica che egli ritiene immorale. In disprezzo delle più evidenti norme che regolano la teoria morale dell’azione, qui l’unica accoglienza è assicurata ad un amorale fisicismo farisaico che più o meno impone questo genere di obiezione: “No, signora, mi dispiace, io sono obiettore di coscienza, non faccio gli aborti, ma l’accompagno dal collega che la farà abortire”. Una comprensione ed un rispetto davvero “esemplari” di che cosa significhi libertà di coscienza. 

Se un Creonte deontologico falsamente pluralista intende davvero imporre un giogo di questo genere, allora non rimane che la via della pluralità deontologica e, se necessario, della pluralità ordinistica. Si tratta di una battaglia di uomini eretti in camici retti, una battaglia di libertà per continuare a guardare negli occhi il paziente e i colleghi dalla loro medesima altezza.

mercoledì 28 agosto 2013

Omofobia, a condannare ci penserà la Cassazione di Giacomo Rocchi, Magistrato presso la Corte di Cassazione - 28-08-2013 - http://www.lanuovabq.it/

Corte di Cassazione

Come è noto, il disegno di legge che sarà votato nelle prossime settimane alla Camera dei Deputati è stato radicalmente emendato e, nel testo presentato per la discussione all'Assemblea, si limita ad integrare due norme penali: la legge 654 del 1975 e il decreto legge 122 del 1993. Questa semplificazione, in qualche modo, è significativa per indicare lo spirito che anima il progetto di legge: reprimere penalmente coloro che sono "affetti" dalle – niente affatto specificate – "omofobia" e "transfobia".

Sembra interessante, allora, verificare in che modo queste due leggi sono state applicate dai giudici penali: e le ultime due sentenze emesse dalla Cassazione permettono di comprendere a cosa andiamo incontro. 

Leggiamo questa massima: "Integra il reato di propaganda di idee discriminatrici, previsto dall'art. 3 comma primo lett. a) della l. n. 654 del 1975, l'intervento di un consigliere comunale contenente affermazioni fondate sull'odio e la discriminazione razziale ai danni delle Comunità Rom e Sinti nel corso di una seduta consiliare" (Sez. 1, n. 47894 del 22/11/2012 - dep. 11/12/2012, P.G. in proc. Giuliana Emilio, Rv. 254074). 

L'intervento – infelice e polemico – di un consigliere comunale di Trento lamentava che i bambini nomadi non frequentassero le scuole e che l'asilo strutturato nel campo nomadi non fosse frequentato dai bambini, laddove invece la mensa risultava frequentata da tutti gli occupanti del campo, criticandosi l'esborso economico gravante sulla collettività e l'opportunismo di detta comunità. Erano state pronunciate anche frasi assai infelici, avendo affermato il consigliere che gli zingari erano dei delinquenti, molti assassini e comunque animati da pigrizia, furore e vanità; ma sia il Tribunale che la Corte d'appello di Trento avevano ritenuto queste frasi espressive di avversione, ma non di superiorità ed odio razziale. Inoltre entrambi i giudici avevano escluso che si fosse trattato di "propaganda", condotta inserita successivamente e interpretata come espressione della volontà del legislatore di restringere le maglie della condotta punibile, per evitare una compressione eccessiva della libertà di manifestazione del pensiero. 

La Cassazione ha ritenuto il contrario: dapprima ha richiamato la valutazione della Corte d'appello, secondo cui "era dato rinvenire traccia nel discorso pronunciato dal consigliere comunale di un sentimento di avversione nient'affatto superficiale nei confronti dei soggetti di etnia sinti, determinata proprio dal loro essere zingari e non già da specifiche e concrete condotte..." e che alcune affermazioni "tradivano l'evidente pregiudizio razziale del Giuliana nei confronti di un'intera etnia, generalmente considerata, giudicata di un'inferiorità culturale tale da poter essere affrontato e definitivamente risolto il problema della loro presenza sul territorio solo con un taglio alle radici e dunque con l'allontanamento dei bambini dalle loro famiglie"; poi ha escluso che la condotta di "propaganda" sia qualcosa di meno della semplice diffusione: "il reato previsto dalla L. n. 654 del 1975, art. 3, lett. a) non esclude affatto dall'alveo precettivo anche un'isolata manifestazione a connotazione razzista; l'elemento che caratterizza la fattispecie è la propaganda discriminatoria, intesa come diffusione di un'idea di avversione tutt'altro che superficiale, non già indirizzata verso un gruppo di zingari (magari quelli dediti ai furti), ma verso tutti gli zingari indicati come assassini, ladri, pigri, canaglie, aguzzini e via dicendo, quindi verso il loro modo di essere, verso la loro etnia evocata espressamente, avversione apertamente argomentata sulla ritenuta diversità ed inferiorità".

Fermiamoci qui: abbiamo un consigliere comunale che interviene polemicamente su una questione effettivamente esistente e – nessuno lo discute – si fa trasportare dalla foga (e, perché no? dai suoi pregiudizi su rom e sinti) e generalizza il suo discorso. Condotta certamente censurabile: ma il giudice penale va ad analizzare il discorso frase per frase e discetta (ovviamente con risultati diversi da giudice a giudice: tot capita, tot sententiae) se alcune di esse esprimano o meno idee di discriminazione. Quanto alla propaganda, poi, nessun ostacolo alla punizione: in sostanza basta pronunciare le frasi in pubblico, in un luogo (in questo caso il Consiglio comunale) dove molti ascoltano e riprendono.

La seconda vicenda ha richiesto addirittura due sentenze della Cassazione. Leggiamo l'esito finale: "E' configurabile il reato di propaganda di idee discriminatorie, previsto dall'art. 3, comma primo lett. a), della L. n. 654 del 1975, nell'affissione di manifesti sui muri della città del seguente tenore: "No ai campi nomadi. Firma anche tu per mandare via gli zingari".  (Sez. 4, n. 41819 del 10/07/2009 - dep. 30/10/2009, Bragantini e altri, Rv. 245168). 

Il fatto – avvenuto a Verona – è assai noto. Molto significativo è il "mandato" che la prima sentenza della Cassazione aveva affidato ai giudici di merito: la Corte di appello era stata chiamata a stabilire se il pregiudizio razziale, fondato sul convincimento che tutti gli zingari sono ladri, costituisse - tenuto conto delle circostanze temporali ed ambientali nelle quali era stato espresso - un'idea discriminatoria fondata sulla diversità e non sul comportamento.

Vedete? Anche in questo caso i giudici sono invitati a discettare sulle singole frasi del manifesto e a scoprire quale "idea" muovesse i promotori della raccolta di firme: essi esprimevano un'idea fondata sulla "diversità" degli zingari o sul loro comportamento discutibile?

Proviamo a trasportare i principi che si ricavano da queste due vicende al progetto di legge che il Parlamento sta per discutere. 

Ad essere state ritenute punibili sono due condotte che rientrano nell'alveo della democrazia (in un caso, l'intervento di un consigliere comunale nell'assemblea cittadina; nell'altro, una raccolta di firme per una petizione, espressione di una democrazia partecipata, accompagnata da riunioni pubbliche) e che si sono concretizzate nella semplice manifestazione del proprio pensiero; le frasi pronunciate o scritte erano certamente discutibili e censurabili, ma non erano del tutto sganciate dalla realtà concreta; il solo fatto che le idee fossero state manifestate pubblicamente è stato ritenuto sufficiente per integrare una "propaganda"; i giudici hanno analizzato le singole frasi per estrarre l'idea di fondo che muoveva chi le pronunciava.

Ma sostenere che il matrimonio omosessuale non deve essere permesso e che i bambini hanno bisogno di un padre o di una madre esprime forse "un'idea fondata sulla diversità degli omosessuali o sul loro comportamento"? 

Ecco: con la nuova legge ci sarà un giudice penale a valutare il vostro discorso e a dirvi (mandandovi in carcere): "Le tue parole manifestano un'idea discriminatoria fondata sulla diversità; sei un omofobo e, quindi, devi essere punito perché hai parlato pubblicamente". 


martedì 27 agosto 2013

Omofobia, psicologi costretti al silenzio - 27-08-2013 - http://www.lanuovabq.it/


Ordine nazionale degli psicologi

In seguito all'intervento dell'avvocato Giancarlo Cerrelli, vice-presidente dell'Unione Giuristi Cattolici, alla trasmissione Unomattina dello scorso 20 agosto dedicata al tema dell'omofobia, si è avuta una violenta reazione da parte di chi sostiene l'ideologia omosessualista, cosa di cui abbiamo dato conto in un articolo. Tra questi spicca la dichiarazione scomposta del presidente dell'Ordine nazionale degli Psicologi, Giuseppe Luigi Palma, a cui risponde - con questa lettera di solidarietà all'avvocato Cerrelli - uno psicologo cattolico costretto all'anonimato per evitare conseguenze gravi. E anche questo la dice lunga sul clima che stiamo vivendo. 

Stimato dottor Cerrelli,

sono uno psicologo cattolico e desidero esprimerle tutta la mia solidarietà per gli attacchi ricevuti dal presidente del mio ordine professionale nazionale Giuseppe Luigi Palma (candidato alle elezioni regionali 2010 nella lista di Vendola). Sono costretto a mantenere l'anonimato per non essere espulso dal mio ordine professionale e quindi perdere la possibilità di lavorare e mantenere la mia famiglia. Questo per confermare che, nella nostra società, non sono certo gli attivisti gay, o chi ne condivide le istanze, a subire lo stigma sociale e professionale.

Desidero aggiungere qualche nota professionale alla mia vicinanza personale. So bene che lei non ha affermato (come pare aver capito Palma) che l'omosessualità è una malattia, e probabilmente non lo crede nemmeno. Tuttavia è necessario puntualizzare le affermazioni che Palma ha usato contro di lei.

1) Innanzitutto va chiarito che l'Ordine degli Psicologi non è una associazione scientifica, alla quale si accede volontariamente o per cooptazione, per meriti clinici o scientifici. L'Ordine degli Psicologi è un organismo amministrativo che ha lo scopo di gestire l'albo professionale, al quale è obbligatorio iscriversi per esercitare la professione. Il tono dell'amministratore Palma, che qualcuno definirebbe “da ditino alzato”, è dunque fuori luogo perché non spetta all'ordine pronunciarsi sulla scientificità o meno di certe affermazioni.

2) Secondariamente, che l'omosessualità possa essere modificata lo dimostrano studi scientifici come quello di Spitzer (2001), lo psichiatra che nel 1973 si è assunto la responsabilità di depennare l'omosessualità (egodistonica) dal DSM, il manuale diagnostico dell'American Psychiatic Association; lo conferma l'analisi di Karten (2003); lo certificano, con uno studio che sfiora il gold standard della ricerca psicologica, Jones e Yarhouse (2007); lo dichiarano persino gli italiani Dettore e Lambiase (2011), che non possono certo essere accusati di “omofobia”.

3) Profondamente errato dal punto di vista scientifico è affermare che un atteggiamento negativo nei confronti dell'omosessualità porti alla violenza nei confronti degli omosessuali, come dimostra lo studio di Mak e Sang (2008).

4) Palma fa riferimento al documento dell'Ordine Nazionale degli Psicologi intitolato “Lo psicologo non deroga mai” per affermare che “Gli psicologi, secondo il Codice Deontologico, non possono prestarsi ad alcuna terapia riparativa dell'orientamento sessuale di una persona”. 

È bene ricordare due cose. Primo: il citato documento è stato redatto in seguito alle pressioni esercitate dalle associazioni omosessualiste (come lo stesso documento dell'Ordine ricorda). Lascia per lo meno basiti pensare che un ordine professionale agisca a comando di fazioni ideologiche dimenticandosi della propria autonomia. 

Secondo: il documento “Lo psicologo non deroga mai” contraddice, in realtà, il Codice Deontologico degli psicologi italiani. L'articolo 4 del Codice Deontologico, infatti, recita: “Nell’esercizio della professione, lo psicologo rispetta la dignità, il diritto alla riservatezza, all’autodeterminazione ed all’autonomia di coloro che si avvalgono delle sue prestazioni; ne rispetta opinioni e credenze, astenendosi dall’imporre il suo sistema di valori; non opera discriminazioni in base a religione, etnia, nazionalità, estrazione sociale, stato socio-economico, sesso di appartenenza, orientamento sessuale, disabilità”. 

Il documento dell'Ordine considera le terapie cosiddette “riparative” non rispettose delle opinioni e credenze di pazienti che hanno una omosessualità egosintonica; ma, a quanto pare, non considera meritevoli di rispetto le opinioni e le credenze dei pazienti che hanno una omosessualità egodistonica, che chiedono un cambiamento del loro orientamento sessuale. “Lo psicologo non deroga mai” non solo contraddice l'articolo 4 del Codice Deontologico non rispettando le opinioni e le credenze dei pazienti (spesso credenti) che appartengono a questo secondo gruppo; ma anche operando una distinzione tra pazienti con omosessualità egosintonica e pazienti con omosessualità egodistonica. Lo stesso articolo del Codice Deontologico, infatti, proibisce allo psicologo discriminazioni in base alla religione e all'orientamento sessuale, eppure “Lo psicologo non deroga mai” semplicemente ignora le sofferenze di pazienti credenti che provano pulsioni omosessuali indesiderate.

5) Per concludere, visto che Palma si sente incaricato del ruolo di portavoce della comunità internazionale dei professionisti della salute mentale (a titolo personale, visto che questo ruolo non compete al presidente dell'Ordine Nazionale degli Psicologi), potrebbe anche prendere posizione contro l'uso dilagante del termine “omofobia”. È infatti dimostrato (Olatunji e altri, 2004) che un atteggiamento negativo nei confronti dell'omosessualità non è in alcun modo indice di una fobia (che è una categoria clinica ben definita). Come ha scritto Nicholas Cummings, presidente emerito dell'American Psychiatric Association, “[...] certi valori morali ed estetici, e domande e opinioni politiche non dovrebbero, in una società libera, essere ostacolati e soppressi dai professionisti della salute mentale e dai ricercatori delle scienze del comportamento. […] non è competenza propria dei professionisti della salute mentale e degli scienziati del comportamento giudicare anormale o irrazionale una credenza in Dio e credenze specifiche su ciò che Dio ha rivelato”. Lo stesso Lohr, coautore con Olatunji della citata ricerca sulla connessione tra paura ed atteggiamento omofobico, ha commentato i risultati del suo lavoro con queste parole: “Se il disprezzo e il disgusto guidano l’omofobia, essa sembra più un problema morale o sociale che un problema psicopatologico. Se cominciamo a considerare patologici gli atteggiamenti negativi – con l’implicazione che c’è qualcosa di sbagliato dal punto di vista medico nelle persone con pregiudizi, che essi sono in qualche modo malati nei loro atteggiamenti –, ciò  mi sembra aberrante”.

Questi atteggiamenti da parte dei vertici dell'Ordine Nazionale degli Psicologi non solo confermano che il dibattito sull'omosessualità è di natura ideologica e non scientifica, ma gettano ulteriore discredito su una professione che ancora fatica a conquistare una credibilità pubblica. Vale la pena ricordare, ad esempio, che il National Institute of Menthal Health, ha recentemente dichiarato che non utilizzerà più il DSM come manuale diagnostico. La credibilità del manuale dell'American Psychiatric Association, già pesantemente minata dalle influenze dell'industria farmaceutica sulla stesura del DSM, è infatti precipitata dopo la decisione di derubricare, dopo l'omosessualità, anche la pedofilia dalla lista dei disturbi mentali.

Riferimenti

ROGERS H. WRIGHT, NICHOLAS A. CUMMINGS, Destructive Trends in Mental Health. The well-intentioned path to harm, Routledge, New York (NY) 2005.

DAVIDE DETTORE, EMILIANO LAMBIASE, La fluidità sessuale. La varianza dell'orientamento e del  comportamento sessuale, Alpes, Roma 2011.

ELAN YESHAYAHU KARTEN, JAY C. WADE, Sexual orientation change efforts in men: a client perspective, in “Journal of men's studies”, n. 18, 2010, pp. 84-102.

HEATHER K. MAK, JO-ANN TSANG, Separating the “Sinner” from the “Sin”: Religious Orientation and Prejudiced Behavior Toward Sexual Orientation and Promiscuous Sex, in “Journal for the Scientific Study of Religion”, vol. 47,n. 3, settembre 2008 , pp. 379-392.

BUNMI O. OLATUNJI, CRAIG N.  SAWCHUK, JEFFREY M. LOHR, PETER J. DE JONG, Disgust domains in the prediction of contamination fear, in “Behaviour Research and Therapy”, vol. 42, n. 1, 2004, pp. 93 - 104.

ROBERT L. SPITZER, Can Some Gay Men and Lesbians Change Their Sexual Orientation? 200 Participants Reporting a Change from Homosexual to Heterosexual Orientation, in “Archives of Sexual Behavior”, vol. 32, n. 5, ottobre 2003, pp. 403 – 417.

STANTON L. JONES, MARK A. YARHOUSE, Ex-gays? A longitudinal study of religiuosly mediated change in sexual orientation, Intervarsity Press, Downers Grove (IL) 2007.

lunedì 26 agosto 2013

Torte nuziali gay: negli Stati Uniti se non le prepari sei denunciato di Gianfranco Amato - 26-08-2013 - http://www.lanuovabq.it/

torta nuziale gay

Per capire meglio quali possono essere le surreali conseguenze di una legislazione antiomofobia, basta dare un’occhiata a quello che sta accadendo proprio in questi giorni negli Stati Uniti. Due casi simbolo possono rendere l’idea.

Il primo è accaduto nell’Oregon, dove i coniugi Aaron e Melissa Klein, una coppia cristiana che gestisce una pasticceria specializzata in torte nuziali – il locale si chiama “Sweet Cakes” –  è finita davanti alla Sezione Diritti Civili dell’Oregon’s Bureau of Labor and Industries , e si trova oggi sotto inchiesta per la violazione dell’Oregon Equality Act 2007, la legge contro le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale. I due si trovano nei guai a seguito di un anti-discrimination complaint, un formale ricorso proposto da Rachel and Laurel Bowman-Cryer, lesbiche che hanno deciso di contrarre regolare matrimonio. I motivi della denuncia risiedono nel fatto che di fronte alla richiesta delle due omosessuali di preparare la torta nuziale, i coniugi Klein hanno opposto il proprio rifiuto, invocando l’obiezione di coscienza per motivi religiosi.

Aaron Klein ha avuto l’impudenza di rilasciare la seguente dichiarazione: «Io credo che il matrimonio sia un’istituzione religiosa creata da Dio, come si legge in quel passo della Genesi in cui si dice che un uomo lascerà i propri genitori per unirsi a sua moglie; questo per me è il fondamento e la base del matrimonio». Questa frase non gli è costata solo la denuncia, ma anche una gragnola di insulti, improperi e persino minacce di morte, oltre al boicottaggio e picchettaggio del locale, con conseguente perdita economica di quasi il cinquanta per cento dei ricavi. Oltre una furiosa reazione da parte dei gruppi gay. Con buona pace dello spirito di tolleranza degli asseriti “discriminati” per motivi sessuali. Klein ha comunque dimostrato di essere un cristiano tutto d’un pezzo: «Siamo in difficoltà, ma in fondo la mia fede è per me più importante dei soldi; io continuerò a difendere ciò in cui credo, e non penso che qualcuno possa costringermi a compiere atti contro la mia religione». Quello della torta nuziale per matrimoni gay è diventato un problema che comincia a diffondersi negli USA, visto che anche nel Colorado un collega dei Klein, titolare di una pasticceria, è finito per i medesimi motivi dinanzi la Colorado’s Civil Rights Commission (l’udienza è fissata per il prossimo mese), e secondo la legislazione di quello Stato, il malcapitato pasticciere rischia persino la galera.

Il secondo caso che merita di essere citato, come esempio, è quello di un’altra coppia di coniugi cristiani dell’Iowa. Si tratta di Dick e Betty Odgaard proprietari della Gorts Haus Gallery, un locale destinato allo svolgimento di celebrazioni nuziali. Anche in questo caso , il rifiuto di consentire al signor Lee Stafford ed al suo partner di utilizzare il proprio locale per il matrimonio, ha fatto finire gli Odgaard davanti alla Iowa Human Rights Commission. Anche ai due non è stata risparmiata l’onta del  pubblico ludibrio e del linciaggio, attraverso uno stillicidio di messaggi che hanno raggiunto il livello di una sessantina di email e una trentina di telefonate al giorno. I più educati di quei messaggi erano di questo tenore: «Come vi sentite sapendo che l’America e il mondo intero sarebbe un posto migliore senza di voi?». Inevitabile, poi, il boicottaggio economico con le conseguenti perdite d’incassi. Anche in questo caso a nulla è servita l’invocazione del diritto alla libertà di credo religioso. La signora Odgaard aveva, infatti, tentato di spiegare che il rifiuto di concedere il locale era esclusivamente fondato «su motivi di carattere religioso» e non altro: «Noi vogliamo che la gente sappia che abbiamo agito così per la nostra fede, per le nostre convinzioni». Per il futuro sposo Lee Stafford le motivazioni di carattere religioso degli Odgaard non hanno alcun rilievo: «Il fatto è che noi siamo stati discriminati per il nostro orientamento sessuale; il codice dello Iowa sancisce che chi gestisce locali aperti al pubblico non può porre in essere simili discriminazioni». 

In effetti questo prescrive la legge, e molto probabilmente Dick e Betty Odgaard verranno condannati. A meno che non si trovi nello Stato di Iowa un giudice disposto a riconoscere ai cristiani il diritto all’obiezione di coscienza. La qual cosa potrebbe non essere impossibile se si considera un fatto. Il matrimonio omosessuale nell’Iowa è stato reso legale il 27 aprile 2009 a seguito di una sentenza della Corte Suprema di quello Stato nel celebre caso Varnum v. Brien. Il 2 novembre 2010, in occasione delle elezioni per il rinnovo, i tre giudici della Corte che all’unanimità si erano pronunciati a favore delle nozze gay, David Baker, Michael Streit e Marsha Ternus, sono stati puniti dal voto elettorale e non più riconfermati nell’alta carica, grazie anche alla dura campagna promossa dal National Organization for Marriage, un’organizzazione che si batte in difesa del matrimonio naturale tra persone di sesso opposto.  In America contro i giudici creativi esiste almeno questo rimedio.

sabato 24 agosto 2013

In Germania puoi essere maschio, femmina o X di Tommaso Scandroglio, 24-08-2013 - http://www.lanuovabq.it/

terzo sesso


Una legge del Parlamento tedesco ha stabilito che da novembre sarà facoltativo indicare nell’atto di nascita il sesso del neonato. Quindi si potrà scrivere Maschio, Femmina oppure lasciare vuota la rispettiva casella. Non solo. Nel caso in cui il piccolo fosse affetto da ermafroditismo – una rarissima patologia a causa della quale un individuo presenta contemporaneamente gonadi maschili e femminili – si potrà segnare nell’apposita casella una X ad indicare, così hanno spiegato i relatori del testo di legge, la condizione di intersessualità. Costui, una volta diventato maggiorenne, potrà scegliere a quale sesso appartenere oppure rimanere sessualmente indeterminato, sospeso in un limbo sessuale a vita.

Si tratta, come appare evidente, di un altro passo della cultura di genere verso l’abisso antropologico. Un passo che assume più significati. In primo luogo il fronte omosessualista ha compreso che il dato biologico – essere geneticamente maschi o femmine – è ineludibile. Dal momento che l’appartenenza ad un sesso rispetto all’altro rappresenta un dato di fatto incancellabile dalle nostre carni come superare l’ostacolo? Semplice: dimentichiamoci che esiste. Ecco perché indicare il sesso del neonato diventerà facoltativo. Il dato genetico può essere omesso, tralasciato: non è al fin fine aspetto così importante da obbligarci a scriverlo su un documento pubblico come l’atto di nascita. Ciò che importa è la percezione di sé come maschio o femmina e questo potrà deciderlo solo il bambino una volta che sarà diventato adulto. L’importante è il genere non il sesso.

Seconda riflessione. C’è un altro modo per aggirare il problema dello status genetico dell’uomo. Stabilire per legge che l’appartenenza al sesso genetico è facoltativa vuole dire relegare la realtà biologica, che è sempre sessuata, ad opzione soggettiva. Non più un elemento empirico da riconoscere, ma un dato da disconoscere se si vuole. Insomma è come dire: non è madre natura a stabilire che io sia biologicamente maschio o femmina, ma la mia volontà. Fino a ieri la cultura di genere sosteneva che siamo biologicamente maschi e femmine, ma nonostante ciò il maschio genetico può percepirsi femmina e viceversa. Qui si compie un passo in più. È la stessa realtà cromosomica che soggiace all’arbitrio dell’uomo. Se ti va puoi far rimanere tuo figlio in uno status indefinito dal punto di vista sessuale non indicando il sesso genetico.

Questa riflessione ci traghetta ad un’altra considerazione che attiene alla possibilità, nel caso in cui venga alla luce un bambino affetto da ermafroditismo, di siglare il suo atto di nascita con una bella X.

L’ermafroditismo è una condizione rarissima, ma al movimento gay poco importa che la fessura nella diga sia sottilissima: l’importante è che esista perché da lì si può far crollare agevolmente tutta la diga. Infatti dietro questa proposta si può intravedere la nuova frontiera della cultura di genere. Come abbiamo recentemente illustrato (“Cambiare sesso. Basta il pensiero”), l’ideologia gender predica che i sessi sono infiniti come i desideri delle persone. Al di là del dato genetico ti puoi sentire maschio, femmina, un po’ maschio e un po’ femmina con quote differenti di mascolinità e femminilità, oppure puoi crearti il tuo sesso particolare che nulla a che vedere con la mascolinità e la femminilità.

Quella X nell’atto di nascita confermerà con tanto di timbro dello Stato che non è vero che esiste solo il sesso maschile e femminile, ma un terzo sesso che è l’insieme dei due precedenti. Questo significa almeno due cose. In primo luogo, come abbiamo accennato, che il dato biologico maschile/femminile può essere superato. E può essere superato non grazie ad elucubrazioni filosofiche: è la stessa natura che ci dice – così potrebbero sostenere i fautori di questa legge – che non esiste solo il sesso femminile e maschile ma anche un “terzo genere”. Quella natura che i cattolici continuamente tirano in ballo per opporsi all’omosessualità, conferma nei fatti i presupposti della cultura di genere.

In secondo luogo oggi la X possiamo metterla solo nel caso appunto di ermafroditismo o di altri casi altrettanto rari di mosaicismo umano e domani invece diventerà obbligatoria, cioè diventerà obbligatorio non scrivere nulla. Infatti mettere una X o nulla è operazione equivalente in fin dei conti dato che la X è un’incognita, cioè un qualcosa su cui nulla si sa. Un nichilismo sessuale. Questo principio è già evidente nel testo di legge presente. Maschio e femmina sono già diventati un optional: un domani il piccolo Gustav potrà decidere di sentirsi Hanna, quindi perché costringerlo sin da piccolo in una condizione che non sarà la sua? La X quindi oggi è eccezione e domani sarà la norma. Tutti alla nascita siamo X e solo dopo decidiamo il nostro orientamento sessuale. Un orientamento sessuale che non riguarda più solo l’aspetto psicologico – la percezione di sé – ma addirittura e in modo utopico ha la pretesa di cambiare la realtà genetica.

Questo è il succo della legge made in Germany. Infatti i sostenitori di questa nuova disciplina hanno tenuto a precisare che la X sta ad indicare la condizione di “intersessualità”. Non si riferiscono quindi ai transessuali – e come potrebbe essere transessuale un neonato? – ma a tutti quei sessi che semplicemente non sono “maschio” e “femmina”, ad iniziare dagli ermafroditi per aprirsi un domani a chissà a quali e a quanti varianti inventate dall’uomo. L’ermafroditismo è quindi quel grimaldello per affermare che il “genere” e non il “sesso” è una realtà biologica e non semplicemente più ideologica: il “genere” non esiste solo nella testa di alcuni fanatici gay, bensì è una realtà genetica. Si tratta quindi di una svolta di ampia portata, non limitata ai casi rarissimi di ermafroditismo. Infatti il ministro della Giustizia, Sabine Leutheusser-Schnarrenberger ha affermato che è necessaria una ''ampia riforma'' che investirà molti ambiti da quello anagrafico al diritto di famiglia.

Come rispondere a tutte queste argomentazioni? In realtà aggrapparsi all’ermafroditismo per far passare la cultura di genere si risolve in autogol. Infatti i rarissimi casi di ermafroditismo non mandano a gambe all’aria il dato di realtà che esiste solo il sesso maschile e quello femminile, bensì lo comprova, ne è un’attestazione indiretta. L’ermafroditismo infatti non è un terzo sesso perché anche nel caso di ermafroditismo completo, il soggetto porta in sé cromosomi sia maschili (XY) che femminili (XX). Non porta in sé una inedita coppia di cromosomi, ad esempio ZZ o WZ: questo sì che rappresenterebbe un terzo sesso. La persona ermafrodita è la prova in carne ed ossa che il sesso genetico o è maschile o femminile. Tertium (genus) non datur.

In secondo luogo i firmatari della legge tedesca hanno, forse volutamente, dimenticato che non tutto ciò che è innato è secondo natura. Anche i bambini down nascono con un’alterazione genetica, ma nessuno ha così poco senno da sostenere che, dato che vengono alla luce con questa anomalia, la sindrome di down è un qualcosa di fisiologico, di normale, di naturale. Bensì è una patologia. Così come è una patologia l’ermafroditismo. La X sull’atto di nascita vorrebbe quindi trasformare una malattia in una condizione di normalità, elevare un’anomalia genetica ad una condizione giuridica.
Denunciati pasticcieri che si rifiutano di preparare una torta per nozze gay. Saranno “rieducati” - Agosto 24, 2013 di Benedetta Frigerio - http://www.tempi.it/

mellissa klein

A gennaio i coniugi Klein erano stati denunciati da una coppia di lesbiche. Il ministero del Lavoro: «Offriamo più formazione e le denunce aumenteranno»

A gennaio i coniugi Klein, proprietari di una pasticceria dell’Oregon, la Sweet Cakes by Melissa, erano stati denunciati da una coppia di lesbiche per essersi rifiutati di preparare la loro torta di nozze. L’accusa è di discriminazione e la convinzione dei Klein che quel matrimonio è intrinsecamente sbagliato, e per cui si erano appellati alla protezione della loro coscienza, non sembra sufficiente a proteggerli. Non basterebbe nemmeno la norma costituzionale che tutela la libertà religiosa.

PROTEZIONI INUTILI. Infatti, la legge sull’uguaglianza del 2007, che in Oregon punisce la discriminazione degli omosessuali, è molto vaga e soggetta a interpretazioni. E anche se è prevista una clausola contraddittoria di salvaguardia per le organizzazioni e le scuole parrocchiali, non c’è protezione per i cittadini comuni, come a dire che le prime possono discriminare mentre gli altri no.
Così, anche se la pasticciera aveva dichiarato all’Oregonian di «non avercela con nessuna persona lesbica o omosessuale», ma solo di essere convinta che il matrimonio gay è «contro il nostro credo morale e religioso», il ministro del Lavoro, Brad Avakian, ha detto che i Klein dovranno attraversare «un percorso riabilitativo». Sì perché «lo scopo non è di chiudere un negozio. Lo scopo è di rieducare: per coloro che violano la legge vogliamo che imparino da quell’esperienza».

I PENSIERI PUNITI. Per lo Stato dell’Oregon dunque non preparare una torta perché si ritiene che il matrimonio è solo fra uomo e donna è una discriminazione: «Tutti hanno la libertà di credere, ma non di discriminare», ha continuato il ministro. Non è finita qui, perché il ministero del lavoro offre formazione alle imprese per aiutarle ad evitare potenziali violazioni della nuova legge. Così, ha ammesso Avakian, «credo che i numeri delle denunce aumenteranno con più formazione e la consapevolezza».
@frigeriobenedet

venerdì 23 agosto 2013

Usa, la Corte Suprema apre alle nozze gay di Gianfranco Amato 27-06-2013 - http://www.lanuovabq.it/

Usa, i gay festeggiano la sentenza

Con una doppia sentenza la Corte Suprema degli Stati Uniti ha aperto ieri sera la strada al riconoscimento dei matrimoni tra persone dello stesso sesso. Sebbene con un leggerissimo scarto (5 voti contro 4 in entrambi i casi), la Corte Suprema ha bocciato la legge che riconosce solo il matrimonio tra persone di sesso diverso (Defense of Marriage Act, conosciuto con il suo acronimo Doma), considerandola discriminatoria nei confronti di coppie gay; e hanno deciso di non discutere della legge californiana nota come Proposition 8, un divieto alle nozze gay arrivato con un referendum nel 2008: la Corte ha dichiarato di non avere l'autorità per decidere, ma così rimanda alla sentenza di un tribunale dello Stato che aveva già deciso per la cancellazione del Doma.

Inesorabile quanto scontato è giunto il verdetto della Corte Suprema degli Stati Uniti che apre la strada ai matrimoni omosessuali. Un verdetto che poco ha a che fare con il diritto e molto con la politica. Il battage mediatico mondiale parla di una sentenza storica. E’, infatti, lo è, nel senso che per la prima volta la Supreme Court of the United States ha voluto rinnegare il patrimonio giuridico bimillenario ereditato dallo jus civile. Così l’Occidentale, dopo aver ripudiato le radici culturali cristiano-giudaiche, adesso disconosce persino il rapporto che lo lega alla civiltà greco-romana. 

Quella civiltà, infatti, pur dimostrando un’assoluta tolleranza nei confronti dell’omosessualità (ritenuta un orientamento sessuale tutto sommato accettabile), ha sempre riconosciuto il matrimonio solo ed esclusivamente come il conubium tra un masculus pubes ed una foemina potens. Secondo il celebre giurista romano Eneo Domizio Ulpiano il matrimonio poteva definirsi «iustum» solo «si inter eos qui nuptias contrahunt conubium sit, et tam masculus pubes quam femina potens sit» (Digesta V 1-2). 

Nella società greco-romana si era ancora in grado di distinguere tra i vizi privati e le pubbliche virtù. Lo stato riconosceva giuridicamente il matrimonio tra un uomo ed una donna, in quanto capace di garantire l’«ordo generationum» grazie alla capacità procreativa dei coniugi, come appare evidente, del resto, nella stessa radice etimologica del termine costituito dalla parola «mater» (madre, genitrice) e «munus» (compito, dovere). Per questo un matrimonio senza una «mater» resta una contraddizione in termini.

La sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti rappresenta un’ulteriore conferma del grave errore in cui si incorre nell’affrontare questo delicato tema, quando si sostituisce la ferrea logica razionale del diritto a valutazioni di carattere politico, o, peggio, quando si cede alle irresistibili pressioni delle potenti lobby omosessualiste. 

L’errore è costituito dal disconoscimento della differenza esistente tra il comportamento omosessuale come fenomeno privato, e lo stesso comportamento quale relazione sociale legalmente prevista e approvata, fino a diventare una delle istituzioni dell’ordinamento giuridico. Lo stato viene meno al proprio dovere istituzionale di tutelare il bene comune nel momento in cui riconosce pubblicamente il matrimonio tra persone dello stesso sesso, nel quale sono del tutto  assenti quegli elementi biologici e antropologici che potrebbero fondare ragionevolmente tale riconoscimento. Nei cosiddetti matrimoni omosessuali, in realtà, è del tutto inesistente la dimensione coniugale costituita dalla forma umana ed ordinata delle relazioni sessuali, capace di assicurare adeguatamente la procreazione e la sopravvivenza della specie umana. Inoltre, l’assenza della bipolarità sessuale crea ostacoli allo sviluppo normale dei bambini eventualmente inseriti all’interno di tali matrimoni, in cui manca l’essenziale esperienza della maternità o della paternità. Lo stato non può disconoscere, nel momento in cui attribuisce determinati diritti pubblici, che la società deve la propria sopravvivenza alla famiglia fondata sul matrimonio. 

Un altro errore fondamentale che sta dietro la citata sentenza della Corte Suprema americana, è quello di ritenere modificabile per legge la definizione di matrimonio, fino al punto da poter far perdere a tale istituto l’essenziale riferimento ai fattori collegati alla eterosessualità, come ad esempio il compito procreativo ed educativo. In realtà, il matrimonio e la famiglia rappresentano una realtà prepolitica, di cui lo stato può semplicemente limitarsi a prendere atto, tutelare e valorizzare. 

Lo spiega bene la nostra Costituzione quando all’art. 29, per esempio, sancisce che la Repubblica «riconosce», e non “definisce”, i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Opinare il contrario significherebbe consentire ad un’assemblea legislativa la possibilità di stabilire attraverso disposizioni normative la natura stessa dell’istituto matrimoniale. Nulla vieterebbe, a quel punto, di ritenere legittimo non solo il matrimonio tra persone dello stesso sesso, ma anche quello tra una donna e due uomini, tra due uomini e due donne, tra due uomini e quattro donne, e così via. Se poi in futuro, uno dei criteri da adottare per la definizione fosse quello dell’orientamento sessuale e dell’affetto, non si vede perché escludere il matrimonio tra una donna e il proprio cane, visto che la zoofilia rappresenta, in effetti, un riconosciuto orientamento sessuale. 

Si potrebbero aprire scenari inquietanti, qualora dovesse cadere anche il tabù della pedofilia (il 2 aprile 2013 in Olanda la Corte d’appello di Arnhem-Loivarnten ha stabilito che non può essere sciolto il gruppo Stitching Martijn che propone la liberalizzazione dei contatti sessuali tra adulti e minori) e dell’incesto (al Senato della Repubblica italiana il 14 ottobre 2008 è stato depositato il disegno di legge S. 1155 avente per oggetto l’abrogazione del reato di incesto e dei reati contro la morale familiare, a firma dei senatori radicali Donatella Poretti e Massimo Perduca). A proposito di orientamenti sessuali, occorre segnalare anche l’oggettofilia: è noto il caso di Eija-Riitta Berliner-Mauer la donna svedese di Liden, fisicamente e sessualmente attratta dagli oggetti, che si innamorò del Muro di Berlino, pretendendo di sposarlo. All’epoca non fu presa molto sul serio, ma se passasse il principio – oggi recepito anche dalla Corte Suprema americana – che il matrimonio può essere definito per legge, il futuro potrebbe davvero riservare delle sorprese inimmaginabili.