mercoledì 29 aprile 2015

La gender theory rientra nella scuola con il cavallo di Troia delle direttive anti-bullismo di Tommaso Scandroglio, 29-04-2015, http://www.lanuovabq.it/

La copertina di Whistle Blower: il Cavallo di Troia dei movimenti dei diritti gay
Ve li ricordate i libretti “Educare alla diversità”? Servivano per indottrinare, tra i banchi di scuola, bambini e ragazzi al credo gender. Pensati dall’Ufficio nazionale anti-discriminazioni razziali (Unar) vennero ritirati dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca (Miur) per il polverone mediatico che sollevarono.

Ora, se una prima volta un truffatore ha tentato di gabbarti, ma tu lo hai scoperto perché, ad esempio, vestiva trasandato, stai pure sicuro che se è furbo si ripresenterà a te sotto altre spoglie. Magari in giacca e cravatta, sbarbato e con dei baffi posticci per non farsi riconoscere. Insomma più presentabile di prima.

Questo è quello che sta cercando di fare il Miur a spese degli studenti delle scuole di ogni ordine e grado. Il Ddl Fedeli  dal titolo “Introduzione dell'educazione di genere e della prospettiva di genere nelle attività e nei materiali didattici delle scuole del sistema nazionale di istruzione e nelle università” è già vigente.

Vi sono due operazioni fresche fresche messe in campo dal Ministero per far salire in cattedra la teoria del gender. La prima si chiama “Linee di orientamento per azioni di prevenzione e di contrasto al bullismo e al cyberbullismo” dell’aprile del 2015 che reca il marchio Miur. Si tratta in buona sostanza di alcune iniziative per prevenire e combattere il bullismo a scuola e in rete: numeri verdi per segnalare atti di bullismo, così come chat, sms, skype etc. Oltre a questo ci sono anche corsi di formazione per docenti. Per il Miur il bullo di oggi non se la prende più solo con il secchione, il ragazzino sovrappeso e quello troppo gracilino e pure bruttarello. La nuova vittima è l’adolescente omosessuale e transessuale. In queste linee si dice infatti che gli atti di bullismo prendono di mira anche chi è differente per “genere, identità di genere, per orientamento sessuale. […] Il considerare, per esempio, ‘diverso’ un compagno di classe perché ha un orientamento sessuale o un’identità di genere reale o percepita differente dalla propria poggia le sue basi sulla disinformazione e su pregiudizi molto diffusi”.

Fermiamoci un attimo a riflettere. Bene che si fermi la mano del violento contro il ragazzino omosessuale; bene che si riconosca pari dignità a tutte le persone; male che si consideri l’omosessualità e la transessualità come orientamenti naturali. Siamo al solito giochetto: il rifiuto della violenza non deve portare all’accettazione dell’omosessualità. Insomma si usa il bullismo come cavallo di troia per innaffiare i giovani virgulti con l’acqua che scende dal monte gender. Annotiamo a margine, ma non troppo, che i genitori non sono stati avvisati dell’attivazione di queste linee di orientamento gay friendly.

Simboli di genere

Passiamo alla seconda iniziativa ancor più capillare ed efficace. Per parlare di questa seconda iniziativa dobbiamo tirare in ballo la Soroptimist. Si tratta di un organizzazione internazionale tutta al femminile, legata ai Lions Club, presente anche in Italia con 145 club. E’ rappresentata all’Onu e al Consiglio d’Europa. Scopo di questa organizzazione è promuovere la condizione femminile nel mondo. Nell’aprile del 2014 questi signori, anzi, queste signore firmano un protocollo con il Miur dal titolo “Promuovere l’avanzamento della condizione femminile e prevenire e contrastare la violenza la discriminazione di genere mediante un corretto percorso formativo in ambito scolastico”. Il protocollo entra d’imperio nel Piano di offerta formativa, cioè quel piano che detta legge nella formazione ed educazione dei nostri figli a scuola. Viene anche istituito un Comitato attuativo paritetico – Miur/Soroptimist – perché gli intenti comuni non restino sulla carta.

A fine novembre dell’anno scorso il protocollo partorisce un progetto pilota rivolto ai docenti, ma non ai genitori, dal nome "Prevenzione della violenza contro le donne: percorsi di formazione-educazione al rispetto delle differenze". Si tratta di dieci moduli formativi da svolgersi in venti province ed altrettanti incontri. La finalità è la seguente: “favorire la consapevolezza del ruolo docente nella formazione dell’identità di genere delle giovani generazioni allo scopo di rendere più agevole il loro percorso verso la costruzione di identità libere e consapevoli”. I titoli dei moduli sono assolutamente in linea con tali scopi. Ne citiamo qui solo alcuni: “Costruire l'identità di genere a scuola”; “Pedagogia e orientamento di genere”; “Lingua, linguaggi e genere”; “Percorsi di genere nei territori”. 

E’ proprio il caso di domandarsi: che genere di incontri saranno questi? Facendo un’operazione di carotaggio andiamo a vedere cosa hanno detto le emissarie del Miur/Soroptimist in uno di questi incontri, precisamente in quello che si è svolto lo scorso 23 aprile presso l’ICT Schiapparelli. Presenti tra le altre anche una nostra recente conoscenza: la dott.ssa Irene Biemmi, ricercatrice presso l’Università di Firenze. Secondo la dottoressa gli stereotipi di genere continuano a permeare i libri di testo. Cosa vuol dire? Vuol dire ad esempio che in questi libri scolastici e per l’infanzia le donne fanno solo certi lavori e gli uomini solo certi altri. Vuol dire che alcuni aggettivi li troviamo più spesso riferiti solo ai maschi -  sicuro, coraggioso, serio, onesto, ambizioso, minaccioso, pensieroso, bruto, fiero, egoista, saggio, deciso, audace, libero, impudente – ed altri aggettivi attribuiti solo alle femmine - antipatica, pettegola, smorfiosa, vanitosa, civetta, altezzosa, affettuosa, angosciata, premurosa, paziente, buona, vergognosa, docile, deliziosa, disperata, ipersensibile, dolce, innocente. Inoltre vuol dire che le femminucce vengono descritte più pacate e contemplative, mentre i maschietti più attivi e votati all’azione. Forse perché, chiediamo noi, le cose stanno proprio così? 

Per niente, protesta la Biemmi e afferma che credere che vi siano tratti psicologici, caratteriali, di temperamento e capacità peculiari dell’uomo e della donna è un errore. In realtà sono tutti condizionamenti ambientali e culturali. La Biemmi aggiunge che occorre offrire a bambini e bambine un catalogo aperto di identità di genere, ignorando il sesso di riferimento, come fa il genero con la suocera petulante. Per questo bisogna tirare fuori dal cassetto il progetto Polite. Trattasi di un codice di autoregolamentazione, siglato tra gli altri anche dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri- Dipartimento Pari opportunità e dall’Associazione italiana editori, per la promozione e adozione tra gli editori di libri di testo per l’educazione alle pari opportunità.

L’operazione messa in campo dal Miur e dalla Soroptimist è la seguente: con la scusa di difendere la donna da ingiuste discriminazioni – fine sacrosanto – anche in questo caso si vuole diffondere il dogma del gender. Queste sono le tappe ben individuabili nei documenti e negli incontri citati. Tu donna non devi fare solo la donna, ma anche il maschio o chi vuoi tu. L’identità di genere è un vestito in 100% elastane. Assume le forme che desideri, si adatta alla perfezione all’idea sessuale che hai in testa per te. Ergo il dato di natura non esiste, è uno stereotipo, una costruzione artificiosa ideata per mettere all’angolo la donna. Un vecchio retaggio di un machismo che fu.  La differenza sessuale è una gabbia perché significa incasellare la donna, ma anche l’uomo, in parti già assegnate da un perfido regista, forse chiamato Dio. Invece i ruoli sono e debbono essere fluidi e ce li possiamo inventare di sana pianta. Ne consegue che non c’è più maschio, né femmina, non ci sono più pareti divisorie, ma è tutto è un grande open space della pan-identità di genere. Ecco, questa è proprio la teoria del gender.

In breve, la lotta al bullismo e alla discriminazione contro le donne è solo un espediente per diseducare le verdissime generazione alla gender theory. E così un giorno accadrà che il piccolo Marco sarà punito dalla sua maestra perché avrà osato mettersi il grembiulino azzurro per andare a scuola. E la punizione consisterà nello scrivere alla lavagna cento volte: “Io non sono un maschio”.

lunedì 27 aprile 2015

Obiezione di coscienza: perché la attaccano, perché va difesa, 20 aprile 2015 | Giuliano Guzzo, www.libertaepersona.org


Hippocrates
E’ possibile riflettere sull’obiezione di coscienza – apprezzandone, se possibile, di più valore e significato – alla luce degli attacchi che oggi subisce? Direi che ragionare insieme, questo pomeriggio, a partire dalle pesanti critiche cui sono sottoposti oggi gli obiettori di coscienza – accusati con la loro condotta di ostacolare non solo in funzionamento del sistema sanitario, ma anche il libero esercizio di diritti altrui – più che possibile o opportuno, sia decisamente utile perché ci consente di affrontare e di riscoprire un argomento sotto un’angolatura nuova anche se non alternativa bensì, potremmo osservare, complementare a quelle – pur rilevanti – del diritto, della filosofia o della medicina stessa; è l’angolatura della cronaca, dell’attualità [1].

Partiamo allora dal contesto attuale con una domanda: perché tanto, sistematico accanimento contro gli obiettori di coscienza? Perché alcuni sono letteralmente terrorizzati dall’idea che all’ospedale X o all’ospedale Y il nuovo primario di ostetricia possa essere obiettore? Come mai il Presidente Obama ha sistematicamente, e non da oggi, nel proprio mirino le associazioni cattoliche per il solo fatto che non permettono l’aborto e condannano la contraccezione [2] mentre, da noi, delle Regioni son giunte ad approvare, spingendosi oltre il confine della legittimità, specifici decreti anti-obiettori e si segnalano, non da oggi, «ospedali che indicono concorsi riservandoli a medici non obiettori» [3]? La politica non ha forse, tanto più oggi, ben altre priorità? E, soprattutto, cosa compiono mai di così incivile e scandaloso i medici e i farmacisti che fanno appello ad un diritto, peraltro espressamente previsto dalle leggi, per sollevare tanta polemica? Sappiamo dalle relazioni ufficiali che – contrariamente a quanto spesso si sente – non c’è, almeno in Italia, eccessivo carico di lavoro per i ginecologi non obiettori [4]: la media nazionale è 1,4 IVG a settimana [5].

Misurarsi con questo primo interrogativo così attuale è dunque utile perché consente di comprendere come non sia tanto l’obiettore in quanto medico e professionista – né la diffusione di medici obiettori – a generare chissà quali inquietudini: è invece l’obiezione di coscienza, come gesto fortemente fondato su dei valori, ad infastidire.

Più precisamente, il rifiuto dell’obiettore è ritenuto inaccettabile perché che fa appello alla verità morale, perché dimostra cioè che, anche se non si direbbe, il relativismo etico [6] non ha vinto, che c’è ancora – nell’epoca narcotizzante del parzialmente accettabile o del parzialmente sconveniente, a seconda dei punti di vista – qualcosa di totalmente giusto per il quale c’è chi è pronto non soltanto a spendersi, ma pure a sottrarsi a doveri altrimenti inderogabili e fissati per legge; il Comitato Nazionale di Bioetica, nel luglio 2012, ha in proposito sottolineato che l’obiezione di coscienza è preziosa dal momento che, fra le altre cose, «preserva il carattere problematico delle questioni inerenti alla tutela dei diritti fondamentali» [7]. Orbene, siffatta sopravvivenza «del carattere problematico delle questioni inerenti alla tutela dei diritti fondamentali», che potremmo spingerci a definire “sopravvivenza della verità” – se così possiamo chiamarla – in quanto scritta nel cuore dell’uomo, per la cultura dominante, è già una prima ragione di forte ostilità. Una cultura che non crede alla verità e che fa di tutto per negarne l’esistenza si vede infatti concretamente contraddetta dell’obiezione di coscienza e da coloro che vi fanno ricorso rammentando l’esistenza di valori che l’ordinamento giuridico può appoggiare meno, proteggere o avversare, ma certamente né istituire né abrogare dal momento che «si radicano nella legge morale naturale» [8]. In questo senso ricordiamo che l’obiezione di coscienza presenta, in quanto tale, un carattere immodificabile che dà doppiamente fastidio, tanto più se è illegale divenendo più «genuina» e «dotata di maggior forza testimoniale» [9].
Ci nasconderemmo tuttavia dietro ad un dito se omettessimo di evidenziare come non tutte le possibili forme di obiezione di coscienza [10] risultino contrastate, e come ve ne siano anzi diverse – si pensi a quella al servizio militare o a quella legata alla sperimentazione sugli animali – che nessuno, tanto meno oggi, si permetterebbe di criticare; né si segnalo, in effetti, particolari iniziative politiche in questo senso. Questo è molto importante perché “ci dice” che non solo non è l’obiettore in sé a scandalizzare, ma non è neppure, a ben vedere, l’obiezione di coscienza intesa in senso lato a farlo, ma solo quella che osa il proibito: ricordare che sin dal concepimento si è a tutti gli effetti in presenza di un essere umano, unico e irripetibile, e che ucciderlo significherebbe fare il male. La nostra è una società che tollera ogni opinione ed ogni insulto, specie se presentato come satira, ma che non vuol più sentirsi dire quello che già Socrate, millenni fa, con grande chiarezza sosteneva: «Essi potrebbero bene uccidermi, mandarmi in esilio, privarmi dei diritti politici, reputando tali cose, i più grandi mali; ma io non li reputo tali. Per me male è fare quello che fa costui: tentare di uccidere ingiustamente un uomo» [11]. Per questo l’obiezione di coscienza prevista dalla Legge 194 sull’aborto (art.9), e pure – anche se molti, persino nel mondo cattolico, puntualmente lo dimenticano – dalla Legge 40 sulla fecondazione extracorporea (art. 16), è scomoda: perché ricorda a tutti quale davvero sia il più grande dei mali;
Siamo a questo punto nella condizione di comprendere, procedendo ulteriormente, la vera ragione per cui quanti non eseguono aborti né accettano di prestarvi alcuna cooperazione formale o cooperazione materiale [12] danno enormemente fastidio e per cui la cultura che controlla i media fa di tutto, con ostinazione potremmo dire quotidiana, per presentare gli obiettori di coscienza come dei professionisti poco seri, degli inadempienti, quasi dei vigliacchi: perché costoro, gli obiettori di coscienza, testimoniano ciascuno non solo un’idea di giustizia, ma un’idea decisamente forte di giustizia un’idea forte di giustizia – non negoziabile e che, come abbiamo in estrema sintesi ricordato, anticipa la leggi ed arriva ad ergersi perfino oltre l’ordinamento giuridico, qualora l’obiezione di coscienza non fosse consentita – e denunciano l’abisso del suo esatto contrario. Perché finché rimarrà anche un solo obiettore, uno soltanto, la coscienza collettiva non potrà assopirsi né convincersi, decretando così la vittoria del Pensiero Unico, del fatto che la soppressione di un figlio, a certe condizioni, sia il male minore o addirittura il suo bene, come l’abortismo più spudorato tutt’ora afferma. L’obiezione di coscienza è dunque molto più, per così dire, di un’opzione cattolica o di un semplice diritto esercitabile da alcuni cittadini: è garanzia affinché quello dei bimbi non nati o vittime dell’aborto – i «più poveri dei poveri» [13] li chiama Madre Teresa (1910-1997), che di poveri se ne intendeva – non sia dimenticato.
Ma l’obiezione di coscienza – per la sua forza ed il suo peso – è anche, ricollegandoci a quanto detto poc’anzi, un’occasione per riscoprire il valore e l’identità della coscienza.

Oggi si registra infatti, fra le altre cose, una certa difficoltà per quanto riguarda la definizione del concetto di coscienza. Una difficoltà dovuta certamente al generale caos che sembra dominare, fra agli altri, il terreno della cultura e quindi anche della bioetica, ma anche dal fatto – osservato fra gli altri, da Ratzinger [14] – che vi sono differenti concezioni su che cosa sia la coscienza; di queste tre, su tutte, risultano prevalenti:

Alcuni dicono che la sia coscienza l’espressione della soggettività; sarebbe l’individuo, cioè, a “fondare” l’obiezione di coscienza. Ma è una concezione limitata: cosa fonda il diritto individuale alla soggettività? Chi lo stabilisce? Il desiderio e il diritto individuale sembrano non bastare, per così dire, a fondare se stesso.
Altri dicono che la coscienza sia “la voce di Dio” nell’uomo: a parte il problema della fede, non da tutti condivisa, è una concezione problematica perché le azioni opposte – alcune buone, altre decisamente malvage – compiute dagli uomini dovrebbero portarci a credere che non tutti gli uomini hanno una coscienza o che Dio a volte parla altre tace: ma se tace, se in qualche modo si rende assente e lontano, ininfluente potremmo dire, che Dio sarebbe?
Altri ancora pensano che la coscienza sia in definitiva l’interiorizzazione dei valori altrui, una sorta cioè di «introiezione del super io sociale» [15]: ma se le cose stessero realmente in questi termini, allora la coscienza sarebbe qualcosa di cui liberarsi, una sorta di macroscopica ed intima ingerenza e forma di controllo. E questo non è possibile.
Più corretto, allora, appare considerare e pensare, alla stregua di vari pensatori – da Ratzinger [16] a Robert Spaemann [17] -, la coscienza come un organo. Un organo che tutti possiedono ma che può sbagliare, che deve essere quindi educato e fatto crescere, orientato verso la verità morale. In particolare Spaemann fa l’esempio della parola: perché parliamo? Perché abbiamo imparato dai nostri genitori i quali – è vero – ci hanno trasmesso una particolare lingua, la loro, ma non il linguaggio come capacità che, in quanto esseri umani, abbiamo scritta dentro di noi. La coscienza può allora essere paragonata al linguaggio: ad una capacità che abbiamo ma per esercitare la quale dobbiamo imparare. E credo che in questo gli obbiettori di coscienza, che orientano la loro coscienza verso il bene evitando di fare il male, siano degli ottimi insegnanti dell’orizzonte verso il quale la coscienza deve formarsi per parlare la lingua migliore. Per questo dobbiamo essere doppiamente grati agli obbiettori di coscienza perché, essendo testimoni della giustizia, risultano a pieno titolo insegnanti della verità e, soprattutto, educatori della coscienza; e di ciò la nostra società – e noi tutti – siamo profondamente riconoscenti.

«Un uomo – ha scritto Tolkien (1892-1973) – è allo stesso tempo un seme e, per certi versi, un giardiniere, nel bene e nel male» [18]. Grazie agli obiettori di coscienza per gli ottimi giardinieri che sono e continuano ad essere.

giulianoguzzo.com

(Intervento tenuto a Firenze venerdì 17 aprile 2015, ore 17:00, presso il Dipartimento di Giurisprudenza, Polo di Scienze Sociali) in occasione del seminario “Obiezione di coscienza. Nulla da obiettare?”).

Note: [1] Parte delle considerazioni presenti in questa relazione sono già state pubblicate in. Guzzo G. Chi ha paura dell’obiettore?, «La Croce», 26/2/2015, p.3; [2] Frigerio B. Obama violenta l’obiezione di coscienza dei cattolici su aborto, condom e matrimonio gay, «Tempi.it»: 18/2/2012; [3] Polito P. (intervistato in) Venditti R. Le ragioni dell’obiezione di coscienza, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1986, p.51; [4] «Il numero di non obiettori è congruo rispetto alle IVG effettuate, e il numero degli obiettori di coscienza non impedisce ai non obiettori di svolgere anche altre attività oltre le IVG»: “Relazione del Ministro della Salute sull’attuazione della Legge contenente norme per la tutela sociale della maternità e per l’interruzione volontaria di gravidanza (Legge 194/’78): 15 ottobre 2014; 1-50: p.7; [5] Ibidem, p.46; [6] Per relativismo etico s’intende, in estrema sintesi, quella una corrente di pensiero contemporaneo che sostiene l’equivalenza di concezioni etiche differenti fra loro così asserendo, di fatto, l’assenza della verità; ma lo stesso sostenere l’assenza di verità, a ben vedere, presuppone una concezione di che cosa sia vero e cosa non lo sia, autocontraddicendo così il proposito, tipico di una impostazione relativista, di evitare qualsivoglia formulazione definitiva: cfr. Vigna C. Relativismo ontologico e relativismo etico in Di Ceglie R. (a cura di), Pluralismo contro relativismo, Ares, Milano 2004, p. 135; [7] AAVV. Obiezione di coscienza e bioetica, «Comitato nazionale di bioetica»: 30.7.2012;1-39: p.4; [8] Mele V. – Morgani A.R. L’obiezione di coscienza sanitaria in generale in Sgreccia E. – Spagnolo A.G. – Di Pietro M. L. Bioetica. Manuale per i Diplomi Universitari della Sanità, Vita&Pensiero, Milano 2002, p. 241; [9] Lombardi Vallauri L. Bioetica, potere, diritto in AA.VV. Obiezione di coscienza sanitaria. Un dovere verso l’uomo [Atti del I Convegno nazionale, Torino, 26-27 Novembre 1983 – Fondamenti dell’obiezione ed esperienza] Fratelli Palombi Editori, Roma 1984, p. 39; [10] Possiamo in sintesi ricordare come, solo considerando l’ordinamento italiano, esistano: l’obiezione di coscienza al servizio militare; l’obiezione agli interventi di interruzione della gravidanza; l’obiezione legata alla sperimentazione su animali; l’obiezione del lavoratore «rifiutare per motivi di coscienza l’adempimento della prestazione alla quale è obbligato per contratto» (Invero, in senso contrario, nel senso, cioè, dell’inesistenza di un simile diritto, tra i rari pronunciati, v. Trib. Milano 12.1.1983. Il caso è tratto da Onida F. L’obiezione di coscienza nelle prestazioni lavorative in AA.VV. Rapporti di lavoro e fattore religioso, Jovene, Napoli 1988, p.227 e ss.); l’obiezione dei Testimoni di Geova che rifiutano emotrasfusioni; l’obiezione dell’Avvocato divorzista o del Giudice «della famiglia», che crede nell’indissolubilità del sacro vincolo matrimoniale; l’obiezione del farmacista contrario alle pillole abortive; l’obiezione di coscienza, prevista dalla legge 40, dinnanzi alla fecondazione artificiale; l’obiezione di coscienza con riferimento alle vaccinazioni obbligatorie; l’obiezione di carattere fiscale; la cd. “obiezione fiscale”; [11] Socrate in Platone, Apologia di Socrate, XVIII; [12] La “cooperazione formale” si verifica quando l’intenzione del soggetto cooperante è la medesima dell’agente principale; condividere lo stesso obiettivo non significa necessariamente desiderarlo. Un’infermiera che assiste un medico impegnato a compiere un atto eutanasico su di un paziente sta cooperando formalmente all’eutanasia stessa. La “cooperazione materiale” si verifica invece quando si coopera a un’azione malvagia senza condividere l’obiettivo dell’agente principale. Tuttavia, noi siamo moralmente responsabili non solo per ciò che intendiamo fare direttamente, ma anche per le conseguenze prevedibili delle nostre scelte; [13] Madre Teresa cit. in Liverani P.G. Dateli a me. Madre Teresa e l’impegno per la vita, Città Nuova, Roma 2003 p. 138; [14] Cfr. Ratzinger J. L’Elogio della coscienza. La verità interroga il cuore, Cantagalli 2009, pp. 154-160; [15] Piana G. (2002) La coscienza nell’attuale contesto culturale, «Credere Oggi»; Vol.128(2):5-14: p.8; [16] Cfr. Ratzinger J. L’Elogio della coscienza. La verità interroga il cuore. [17] Cfr. Spaemann R. Moralische Grundbegriffe, Beck, München 1982, p.81; [18] Tolkien J.R.R. La realtà in trasparenza. Lettere 1914-1973, Bompiani, Milano 2001, p.289.

lunedì 20 aprile 2015

Il Consiglio di Stato sospende l’eterologa a pagamento della Lombardia (che promette battaglia), Aprile 11, 2015 Redazione, http://www.tempi.it/

fecondazione-shutterstock_129449231«La Regione difenderà al Tar le sue scelte, fondate su motivazioni di ordine legislativo e non certo ideologico». Altrimenti chi pagherà? E con quali soldi?
Il Consiglio di Stato ha sospeso in via cautelare la delibera della Regione Lombardia che prevedeva un pagamento per l’eterologa. Accogliendo un ricorso presentato dall’associazione Sos infertilità, il Consiglio di Stato ha spiegato che la fecondazione eterologa in strutture pubbliche non può essere a totale carico delle coppie, a differenza di quella omologa, perché questo crea una disparità di trattamento tra le due tecniche. Quindi, par di capire, l’eterologa la devono pagare le Regioni (e con quali soldi?) o lo Stato (e con quali soldi?). Leggete questo articolo per farvi un’idea di quanto costi l’eterologa.
LA LOMBARDIA SI DIFENDE. Da parte sua, la Regione Lombardia ha reso noto un comunicato nel quale dice di prendere «atto dell’ordinanza del Consiglio di Stato che esamineremo nei prossimi giorni con attenzione» e dove spiega che «il provvedimento – che in termini pratici comporta la fissazione anticipata dell’udienza al Tar per la trattazione nel merito del ricorso – non smentisce quanto sostenuto da Regione Lombardia: la fecondazione eterologa non è compresa nei Lea e dunque non è erogabile a carico del Fondo Sanitario Nazionale». «La Regione – prosegue la nota – difenderà dunque al Tar le sue scelte, fondate su motivazioni di ordine legislativo e non certo ideologico, in attesa delle necessarie determinazioni dello Stato. Se invece nelle prossime settimane verrà approvato il decreto di integrazione nei Lea anche della fecondazione eterologa, Regione Lombardia farà la sua parte».
GRAVI SPESE. Massimo Introvigne, sociologo e presidente dei “Comitati Sì alla famiglia”, è intervenuto sulla vicenda mettendo in evidenza che il pronunciamento del Consiglio di Stato rischia di «tutelare i “nuovi diritti” a scapito della salute generale». «Nell’attuale sistema sanitario, per l’azione congiunta di sprechi, disservizi e spending review – ha detto Introvigne – le risorse sono sensibilmente ridotte: ciò fa sì che talune Regioni provino a introdurre ticket significativi perfino per cure essenziali come quelle riguardanti le patologie tumorali, e che vi siano ovunque problemi nel reperimento di posti letto, vista la soppressione di reparti e presidi ospedalieri. In tale contesto la giurisdizione amministrativa di fatto finisce per imporre ulteriori gravi spese, in nome dell’eguale trattamento rispetto alla fecondazione di tipo omologo – come se fosse le stessa cosa – e per conseguenza sottrae ulteriori disponibilità ai trattamenti sanitari indispensabili».
Per Introvigne, dopo la decisione della Consulta che ha aperto all’eterologa, è ora il momento di «varare una disciplina uniforme e ragionevole». «Attendere ancora significa lasciare a ciascuna Regione di scegliere per conto proprio e alla magistratura amministrativa di scegliere per tutti, senza porsi tanti problemi degli effetti dei propri provvedimenti».