Aborto: le enormi sviste intorno alla legge 194, 9 maggio 2012, http://www.corrispondenzaromana.it
(di Davide Greco) Sposata,
istruita, con un’occupazione, senza figli, fra i 25 e i 29 anni. Se leggiamo i
documenti del Ministero della Salute e dell’Istat, è questa la descrizione
tipica della donna che maggiormente ricorre all’aborto. Cerchiamo di capire
cosa vuol dire. Dunque: le donne disoccupate sono quelle che abortiscono di
meno, le occupate quelle che abortiscono di più. Superficialmente, si potrebbe
concludere che proprio laddove ci sono più possibilità economiche, si tende
all’interruzione.
È proprio così? Forse no. A
parere di chi scrive, invece, questo dato conferma un’enorme svista nella
macchina statale: quello delle politiche famigliari. Non bisogna fare grandi
sforzi di ragionamento per immaginare che, nel mondo del lavoro, una donna che
resta incinta rischia di perdere l’occupazione con molta più facilità. Il
nostro sembra essere uno Stato che non solo autorizza l’aborto, ma non protegge
nemmeno la famiglia con delle politiche adeguate. Non c’è un bilanciamento.
C’è però un’altra svista. Così
importante da inquinare il nostro modo di osservare il fenomeno abortivo. Una
svista che genera molti fraintendimenti: l’assenza delle motivazioni nelle
statistiche. Non è un dettaglio da poco, perché proprio sulle motivazioni fanno
leva i gruppi pro choice, quando fanno impersonare il problema alle cosiddette
«situazioni limite». Diventiamo tutti un po’ incerti o almeno cauti, quando si
parla di gravidanza a seguito di una violenza sessuale, di un’interruzione per
gravissimi problemi al feto, o di insuperabili problemi finanziari e sociali. E
i gruppi pro choice lo sanno bene. Tuttavia, se da un lato questo è il cuneo su
cui i pro aborto spingono, dall’altro sapere con precisione quante siano le
interruzioni dopo una violenza sessuale (ad esempio) non è così facile.
Perché? Uno: perché le
motivazioni rientrano all’interno della normativa intorno alla privacy e due:
perché questa fase preliminare di raccolta è svolta dai consultori e non
direttamente dagli ospedali.
C’è quindi un blocco, un muro,
vuoi per la legge, vuoi per la frammentazione degli attori sociali. Ma non
sarebbe logico disporre di questi dati pubblicamente, pur conservando il
diritto alla privacy? Non è importante saperlo, visto che le motivazioni
“limite” sono sempre usate per dimostrare che la legge 194 è opportuna?
Oltretutto, finché non diventano ufficiali, pochissime strutture ospedaliere
rilasciano informazioni, anche solo in via generica. Fra quelli contattati,
solamente un reparto di Torino ha acconsentito all’intervista, ma ha richiesto
l’anonimato e la specifica solo in percentuali dei dati raccolti. Cosa è emerso
in più rispetto ai dati nazionali? Ecco, ci sono due aspetti su cui poco si
riflette: l’aumento della somministrazione della RU 486 e la diminuzione
dell’età di chi richiede l’aborto per la prima volta.
L’età: questa voce è
genericamente conglobata in “minorenni”. Il dato nazionale del 2009 riporta il
3.2% sul totale e commenta: «In generale il contributo delle minorenni all’IVG
in Italia rimane basso con una leggera diminuzione anche nel tasso». Il dato
ospedaliero del 2010 e del 2011 segnala invece un 10% in entrambi gli anni. Ma
la cosa che sconcerta di più, e che nessun rilievo di questo tipo può
documentare (proprio perché l’indicazione minorenni è troppo generale), è
l’abbassamento dell’età. Sempre più spesso si tratta di ragazzine addirittura
in età da media inferiore. Questo vuol dire che c’è qualcosa che non va nel
sistema educativo e dei valori in generale.
RU 486: il dato nazionale riporta
una percentuale molto bassa, al 3.3% nel 2010. Il dato ospedaliero indica cifre
diverse: il 10% nel 2010 e ben il 20% nel 2011. Mi rendo conto che un singolo
ospedale non può fare testo, ma se la tendenza fosse anche solo parzialmente
confermata a livello nazionale, i futuri parametri abortivi cambierebbero di
molto. Non lo nascondo, sarebbe sempre più difficile dimostrare l’ingiustizia
dell’aborto, perché poggerebbe su dati sempre meno oggettivabili, e sempre più
neutri. Perché una pillola non è come un ferro chirurgico, e parlare di ovulo appena
fecondato non è come parlare di feto di tre mesi, per quanto nella sostanza
siano la stessa cosa.
Non bisogna dimenticare che,
nella progettazione di stermini di massa, il meccanismo è proprio questo:
togliere “umanità” all’individuo (tagliandogli i capelli, unificando il genere,
mettendogli addosso lo stesso vestito per tutti), fare un mucchio, non vedere
mentre muore. Basta leggere la poesia introduttiva di Primo Levi a “Se questo è
un uomo”.
Per questo eventi come la Marcia
per la Vita si collocano all’interno di un contesto più ampio, allargato, che
coinvolge anche i gruppi pro life non credenti. L’intento non è quello di dare
una fucilata alla legge 194, ma di aprire un dibattito culturale in cui si
parli di vita e di famiglia. Forse molti non se ne sono accorti in questi anni
di presunto infinito benessere, ma mentre si difendeva il diritto a questa o a
quella libertà individuale, nel frattempo si toglieva energia e forza alla
famiglia, alla coppia, all’infanzia.
Al di là del problema individuale,
quello della famiglia è invece un problema generale. Che riguarda tutti, la
maggioranza, e che in democrazia andrebbe affrontato per primo. E adesso è
sempre più difficile recuperare quello che si è perso. È sempre più difficile
dimostrare che, perdendo un lavoro, a rimetterci non è solo un uomo o una
donna, ma tutta la famiglia. Come riuscire a comunicare che, nello Stato in cui
viviamo, spesso una donna deve scegliere fra “tenere il bambino” e impoverirsi
perdendo il lavoro, oppure abortire, distruggere una vita, e mantenere il
proprio stipendio? Non è questo uno dei casi, nemmeno tanto limite, da
presentare al Governo? Perché si parla di diritto all’aborto, ma non del
diritto di farsi una famiglia senza dissanguarsi?
Per questo la Marcia per la Vita
è un appuntamento importante. Per la cultura, non per l’ideologia. Per la vita
che tutti possediamo e per quella delle generazioni future. Tutte questo vite
dipendono dalle decisioni che prenderemo qui, ora. (Davide Greco)
Nessun commento:
Posta un commento