Le 10 frasi da evitare con le persone malate di tumore: la
testimonianza di Deborah Orr, Lunedì 23 Aprile 2012, http://www.corriereweb.net
Quello che nessuno dice rispetto
a malattie come il tumore, è che il malato diviene di colpo il centro di una
serie di attenzioni ‘eccezionali’ da parte della famiglia e gli amici. “Questa
è una cosa carina. Anzi, l’unica cosa carina”. Così Deborah Orr, giornalista
del Guardian da poco uscita dalla fase post-operatoria più critica a seguito di
una diagnosi di cancro al seno ricevuta la scorsa estate, che ha deciso di
stilare un decalogo delle 10 frasi da non dire a un malato grave per “essere
l’amico che serve, che tu vuoi essere”.
1. “MI DISPIACE PER TE”
“È incredibile il numero di
persone che crede che faccia sentire alla grande essere oggetto di
compassione”, esordisce la cronista rispetto a questa frase che spesso si è
sentita dire da familiari e amici. E bisogna stare attenti a non dire “mi
dispiace per te” con i propri occhi, in quanto il risultato non cambia:
proviamo a immaginare come ci sentiamo quando siamo oggetto della compassione
degli altri? Davvero si pensa possa avere una funzione protettiva?
La giornalista del Guardian, in
merito, racconta un aneddoto relativo a un suo amico che era davvero bravo a
esprimere con lo sguardo questo stato d’animo, il “doleful-puppy-poor-you
gaze”, la cui traduzione risulta difficile (sguardo
“tu-povera-dolente-cucciola”), ma che esprime la profonda ironia con cui la Orr
affronta il tema, ricordando che proprio in funzione di questa ‘competenza’ del
suo amico, lei usava andare spesso a pranzo fuori con lui, così da poter
continuare a ridere imponendo all’amico di ripetere il famoso sguardo.
L’alternativa che propone
l’autrice è: “speravo così tanto tu non dovessi passare per un momento così
terribile”. Una frase che riconosce al malato il suo essere un partecipante
attivo nel dramma che sta vivendo, e non una vittima indifesa.
2. “SE QUALCUNO PUÒ SCONFIGGERE
QUESTA MALATTIA, SEI TU”
Non ottiene il risultato sperato
sentirsi dire che bisogna combattere con la malattia, “come una sorta di
cavaliere medioevale in una campagna romantica”. Assoggettarsi alla scienza
medica nella speranza di una cura, per quanto possa sembrare diverso, non è
altro che questo: una sottomissione. L’idea che la malattia, continua
l’autrice, sia un test al proprio carattere, con la guarigione solo per i
valorosi, “è superficiale al punto di passare per un insulto”. Meglio dire:
“mia madre ha avuto la stessa malattia 20 anni fa, e ora sta viaggiando in giro
per il mondo con un circo acrobatico”, scrive la giornalista, rimarcando la
necessità di esporsi solo se si tratta della verità.
3. “TI TROVO PROPRIO BENE”
Nessuno vuole sentirsi dire che
le restrizioni che è costretto a sopportare a causa della malattia e/o
dell’ospedalizzazione sono invisibili agli occhi degli altri. Non si è mai
troppo malati per guardare allo specchio e rendersi conto dei segni sul proprio
viso della malattia, quanto della sua cura. Nessuno vuole sentirsi dire
ridicole bugie, sono imbarazzanti sia per chi parla che per chi ascolta.
Qualora voglia parlare del suo aspetto esteriore sarà lo stesso malato a aprire
la discussione, e se ci si trova in questa situazione la cosa migliore è
prendere spunto dalle sue parole.
4. “HAI UN ASPETTO TERRIBILE”
Anche il messaggio opposto al
precedente, come potrebbe risultare del tutto intuitivo, non può certamente
sortire un effetto benefico per il ricevente. La giornalista racconta di una
amica che continuava a confermarle la possibilità di fare una dieta ferrea con
l’avvenuta guarigione, cosa che non la sconvolgeva particolarmente, se non
fosse stato per la busta strabordante di dolci e snack con cui questa amica si
presentava a trovarla. Dieta che la Orr dice di non aver intrapreso neanche
ora, in quanto non le sembra essere più così tremendamente importante l’idea di
aver preso qualche chilo.
Ancora una volta la soluzione sta
nell’aspettare l’incipit del malato che qualora dica: “Non ho un aspetto orribile?”
potrebbe stare chiedendo di essere aiutato a ridere un po’ su se stesso e
confortato della possibilità che anche questo passerà.
5. “FAMMI SAPERE I RISULTATI”
“Stranamente, una persona non ha
nessuna voglia di sentirsi obbligato a divulgare, sullo stile social network,
nel momento in cui torna da lungi, complicati, stressanti e invasivi test, che
in ultima analisi consegnano notizie che semplicemente non si volevano
sentire”.
Il significato legato a un
messaggio del genere è evidente: si tratta di preoccupazione. Tuttavia,
seguendo le parole della Orr, è più facile sopportare un po’ di preoccupazione
rispetto alla notizia che conferma che sta per iniziare un altro giro di
trattamento debilitante, tanto per il corpo quanto per l’anima. Se una persona malata
vuole veramente parlare di una cosa del genere, è giusto abbia il controllo
rispetto al quando, al come e al chi contattare in merito alla propria
condizione.
6. “QUALUNQUE COSA POSSA FARE PER
AIUTARTI, SONO A TUA DISPOSIZIONE”
“Al di la di tutto, è noioso”,
commenta sul Guardian la giornalista. E, inoltre, suona come un’ulteriore
responsabilità – quella di dover individuare un compito per l’emittente del
messaggio – a una persona che deve già confrontarsi con innumerevoli richieste.
È preferibile individuare da sé mansioni da poter svolgere, come: “Posso andare
a prendere i tuoi figli all’uscita di scuola martedì?”, o “Posso venire con una
torta e un gioco da tavolo?”.
7. “OH NO, LE TUE PREOCCUPAZIONI
SONO INFONDATE”
Specialmente quando si tratta di
preoccupazioni fondate. La giornalista riporta la sua “sproporzionata”
preoccupazione di perdere i capelli, quando le fu diagnosticato per la prima
volta un tumore al seno. Una sua amica, ogni qual volta lei esprimesse la
preoccupazione riguardo alla possibilità di restare calva, affermava, senza
alcun fondamento, che questa era una prospettiva improbabile e che non è più
come in passato. In realtà si tratta di un evento molto frequente, che anche
nel caso della giornalista del Guardian si è verificata.
La cosa più importante, tuttavia,
è che quando una persona esprime una paura, non vuole parlare in maniera più o
meno palese di quanto inutile, ridicola, o priva di fondamento questa possa
essere: “negare a una persona il bisogno di discutere delle proprie paure è un
po’ brutale”.
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