giovedì 10 maggio 2012


Le 10 frasi da evitare con le persone malate di tumore: la testimonianza di Deborah Orr, Lunedì 23 Aprile 2012, http://www.corriereweb.net

Quello che nessuno dice rispetto a malattie come il tumore, è che il malato diviene di colpo il centro di una serie di attenzioni ‘eccezionali’ da parte della famiglia e gli amici. “Questa è una cosa carina. Anzi, l’unica cosa carina”. Così Deborah Orr, giornalista del Guardian da poco uscita dalla fase post-operatoria più critica a seguito di una diagnosi di cancro al seno ricevuta la scorsa estate, che ha deciso di stilare un decalogo delle 10 frasi da non dire a un malato grave per “essere l’amico che serve, che tu vuoi essere”.
 1. “MI DISPIACE PER TE”
“È incredibile il numero di persone che crede che faccia sentire alla grande essere oggetto di compassione”, esordisce la cronista rispetto a questa frase che spesso si è sentita dire da familiari e amici. E bisogna stare attenti a non dire “mi dispiace per te” con i propri occhi, in quanto il risultato non cambia: proviamo a immaginare come ci sentiamo quando siamo oggetto della compassione degli altri? Davvero si pensa possa avere una funzione protettiva?

La giornalista del Guardian, in merito, racconta un aneddoto relativo a un suo amico che era davvero bravo a esprimere con lo sguardo questo stato d’animo, il “doleful-puppy-poor-you gaze”, la cui traduzione risulta difficile (sguardo “tu-povera-dolente-cucciola”), ma che esprime la profonda ironia con cui la Orr affronta il tema, ricordando che proprio in funzione di questa ‘competenza’ del suo amico, lei usava andare spesso a pranzo fuori con lui, così da poter continuare a ridere imponendo all’amico di ripetere il famoso sguardo.

L’alternativa che propone l’autrice è: “speravo così tanto tu non dovessi passare per un momento così terribile”. Una frase che riconosce al malato il suo essere un partecipante attivo nel dramma che sta vivendo, e non una vittima indifesa.

2. “SE QUALCUNO PUÒ SCONFIGGERE QUESTA MALATTIA, SEI TU”
Non ottiene il risultato sperato sentirsi dire che bisogna combattere con la malattia, “come una sorta di cavaliere medioevale in una campagna romantica”. Assoggettarsi alla scienza medica nella speranza di una cura, per quanto possa sembrare diverso, non è altro che questo: una sottomissione. L’idea che la malattia, continua l’autrice, sia un test al proprio carattere, con la guarigione solo per i valorosi, “è superficiale al punto di passare per un insulto”. Meglio dire: “mia madre ha avuto la stessa malattia 20 anni fa, e ora sta viaggiando in giro per il mondo con un circo acrobatico”, scrive la giornalista, rimarcando la necessità di esporsi solo se si tratta della verità.

3. “TI TROVO PROPRIO BENE”
Nessuno vuole sentirsi dire che le restrizioni che è costretto a sopportare a causa della malattia e/o dell’ospedalizzazione sono invisibili agli occhi degli altri. Non si è mai troppo malati per guardare allo specchio e rendersi conto dei segni sul proprio viso della malattia, quanto della sua cura. Nessuno vuole sentirsi dire ridicole bugie, sono imbarazzanti sia per chi parla che per chi ascolta. Qualora voglia parlare del suo aspetto esteriore sarà lo stesso malato a aprire la discussione, e se ci si trova in questa situazione la cosa migliore è prendere spunto dalle sue parole.

4. “HAI UN ASPETTO TERRIBILE”
Anche il messaggio opposto al precedente, come potrebbe risultare del tutto intuitivo, non può certamente sortire un effetto benefico per il ricevente. La giornalista racconta di una amica che continuava a confermarle la possibilità di fare una dieta ferrea con l’avvenuta guarigione, cosa che non la sconvolgeva particolarmente, se non fosse stato per la busta strabordante di dolci e snack con cui questa amica si presentava a trovarla. Dieta che la Orr dice di non aver intrapreso neanche ora, in quanto non le sembra essere più così tremendamente importante l’idea di aver preso qualche chilo.

Ancora una volta la soluzione sta nell’aspettare l’incipit del malato che qualora dica: “Non ho un aspetto orribile?” potrebbe stare chiedendo di essere aiutato a ridere un po’ su se stesso e confortato della possibilità che anche questo passerà.

5. “FAMMI SAPERE I RISULTATI”
“Stranamente, una persona non ha nessuna voglia di sentirsi obbligato a divulgare, sullo stile social network, nel momento in cui torna da lungi, complicati, stressanti e invasivi test, che in ultima analisi consegnano notizie che semplicemente non si volevano sentire”.

Il significato legato a un messaggio del genere è evidente: si tratta di preoccupazione. Tuttavia, seguendo le parole della Orr, è più facile sopportare un po’ di preoccupazione rispetto alla notizia che conferma che sta per iniziare un altro giro di trattamento debilitante, tanto per il corpo quanto per l’anima. Se una persona malata vuole veramente parlare di una cosa del genere, è giusto abbia il controllo rispetto al quando, al come e al chi contattare in merito alla propria condizione.

6. “QUALUNQUE COSA POSSA FARE PER AIUTARTI, SONO A TUA DISPOSIZIONE”
“Al di la di tutto, è noioso”, commenta sul Guardian la giornalista. E, inoltre, suona come un’ulteriore responsabilità – quella di dover individuare un compito per l’emittente del messaggio – a una persona che deve già confrontarsi con innumerevoli richieste. È preferibile individuare da sé mansioni da poter svolgere, come: “Posso andare a prendere i tuoi figli all’uscita di scuola martedì?”, o “Posso venire con una torta e un gioco da tavolo?”.

7. “OH NO, LE TUE PREOCCUPAZIONI SONO INFONDATE”
Specialmente quando si tratta di preoccupazioni fondate. La giornalista riporta la sua “sproporzionata” preoccupazione di perdere i capelli, quando le fu diagnosticato per la prima volta un tumore al seno. Una sua amica, ogni qual volta lei esprimesse la preoccupazione riguardo alla possibilità di restare calva, affermava, senza alcun fondamento, che questa era una prospettiva improbabile e che non è più come in passato. In realtà si tratta di un evento molto frequente, che anche nel caso della giornalista del Guardian si è verificata.

La cosa più importante, tuttavia, è che quando una persona esprime una paura, non vuole parlare in maniera più o meno palese di quanto inutile, ridicola, o priva di fondamento questa possa essere: “negare a una persona il bisogno di discutere delle proprie paure è un po’ brutale”.

Nessun commento:

Posta un commento