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lunedì 1 luglio 2013

La filosofia sfida la medicina una questione di vita e di morte - In un serrato botta e risposta Umberto Veronesi e Giovanni Reale si confrontano sulla bioetica. E da punti di vista diversi difendono la libertà dell'individuo - Marcello Veneziani - Lun, 01/07/2013 - http://www.ilgiornale.it/


Nascita, matrimonio e morte sono stati per millenni i sacri cardini della vita personale, famigliare e comunitaria. Nell'arco di pochi anni i tre eventi decisivi su cui si fondava ogni civiltà sono stati depotenziati, stravolti e negati.


La denatalità e l'aborto, la crisi dei matrimoni e la loro equiparazione ad altri tipi di unione, la rimozione della morte e al tempo stesso un sottile desiderio di estinzione che pervade le società senili, salutiste e disperate dell'ultimo Occidente: c'è un filo nero che percorre la nostra epoca e ne esprime la pulsione di morte. Immaginate che per affrontare questi temi, il dio Febo abbia convocato sotto falso nome Asclepio e Platone, l'uno che si cura del corpo, l'altro che si cura dell'anima.
I nomi assunti dal Medico e dal Filosofo nel nostro tempo sono Umberto Veronesi e Giovanni Reale. Il loro dialogo sulla salute e sulla morte (Responsabilità della vita, Bompiani, pagg. 264, euro 13) non è soltanto il dialogo tra un uomo di scienza e chirurgia e un uomo di pensiero e tradizione, ma anche tra un credente, che poi coincide col filosofo, e un non credente e medico famoso. Reale è soprattutto un platonico, e il cristianesimo, diceva Schopenhauer, è platonismo per il popolo. Anche Veronesi a un certo punto si definisce «platonico» ma per lui «platonico» sta per «mentale», non per «trascendente» o «spirituale». In questo dialogo Veronesi deposita le armi troppo taglienti dei suoi testi in favore dell'eutanasia e sui rapporti sessuali, la dieta e l'aborto e ragiona con più lievità e filosofia. A tratti lascia l'impressione nei maliziosi che sia stato «aiutato» da qualche ghost writer più ferrato in filosofia. Ma il credente e il non credente in sostanza concordano sull'idea che nessuno possa decidere sulla vita di un uomo, e meno che mai lo Stato. Ovvero la vita è un bene disponibile per il suo titolare. Autodeterminazione.
Gli argomenti addotti per fondare questa tesi acquistano particolare rilevanza perché li sposa un filosofo cattolico, legato alla religione cristiana e a una visione spirituale della vita. Di Reale nutro antica ammirazione. Studiai sui suoi testi platonici e aristotelici all'università, mi ritrovo nelle sue opere e nei suoi pensieri. A differenza di altri filosofi autoreferenziali e tendenzialmente autistici, Reale è un pensatore chiaro e non contorto; ha - nomen omen - il senso della realtà e pensa nel solco di una tradizione. Cita senza riluttanza altri colleghi, non si reputa Unico o Assoluto, sa che il filosofo è come Eros, un mediatore. In particolare i suoi autori di riferimento oltre Platone e i classici, sono il padre dell'ermeneutica Gadamer, il grande studioso dell'antichità Pierre Hadot e, curiosamente, uno scintillante scrittore reazionario di cui ci siamo occupati su queste pagine di recente, Gómez Dávila.
Di primo acchito dirò che l'originalità di Reale in temi di bioetica ed eutanasia è che egli usa argomentazioni conservatrici, religiose e anche antimoderne per aderire a una tesi progressista, laica e moderna. Infatti egli critica la difesa della vita ad ogni costo come un abuso della tecnica che si accanisce a mantenere in vita esistenze che la natura e il disegno divino avrebbero destinato a morire. E perviene così, citando non soltanto autori classici ma anche pontefici recenti e non progressisti, come Pio XII, alla conclusione che si debba riconoscere ai malati il diritto di morire con dignità, evitando l'accanimento terapeutico nel nome di una sorta di feticismo della vita. Veronesi abbraccia e radicalizza questa tesi, spingendosi a ritenere del tutto lecita l'eutanasia. Argomentazioni lucide e persuasive, soprattutto quelle di Reale, che rimettono in discussione il primato assoluto della vita in nome della sua sacralità. Ma ho alcune obiezioni.
La prima è sul concetto di sopravvivenza artificiale, contro natura; ma non si sopravvive artificialmente anche con un by-pass, un rene artificiale, un trapianto o una chemio? Fin dove è lecito forzare il corso naturale della vita e accogliere l'intervento della tecnica, quali sono i confini inviolabili fra il naturale e l'artificiale? La seconda obiezione riguarda l'eutanasia sostenuta da Veronesi: ma preferire la morte al vivere male non è anch'esso figlio di un feticismo della vita? Non ci può essere anche carità nella vita che resiste, oltre che dignità nel morire? E qui tocco l'insistenza sull'autodecisione nel nome dei diritti; accanto ai diritti che elenca Veronesi non c'è nessun dovere di vivere? L'unico dovere biologico che abbiamo, per Veronesi, è morire. Ma il dovere di vivere non deriva unicamente dallo spirito cristiano, ma anche dal mondo pagano, da Seneca a Cicerone, secondo cui la vita è milizia e dunque non si può disertare. O lo stesso Marco Aurelio, qui citato, che si forzava di vivere «per compiere il mio mestiere di uomo». Davvero la vita è interamente e solamente mia? Non decisi io di nascere, posso io decidere di togliermi quel che mi fu dato? E poi si citano sempre i casi limite Welby o Englaro; ma quante volte si usano i casi estremi più emotivamente toccanti per estendere poi l'eutanasia ai casi ordinari di chi vuol farla finita o peggio di chi vuol disfarsi di un peso ingombrante?
Sono obiezioni che rivolgo per passione di verità anche a me stesso, perché confesso di sentirmi assai incerto e d'impulso propendo per recidere il filo quando la dignità del vivere si spegne nel suo indecoroso e malato trascinarsi. Però quando vedo le campagne in favore dell'eutanasia intrecciarsi a una rete di battaglie per il disarmo della vita, avverto un diffuso e strisciante cupio dissolvi. Non mi piace quest'odore di morte che si propaga in tutte le campagne che montano, unite da uno spirito ostile alla procreazione, ai legami, alla vita e partigiano per la morte e per il libero disfarsi, in un passaggio dall'edonismo gaudente della dolce vita all'edonismo disperato della dolce morte. Poi mi insospettisco quando vedo l'inquietante analogia tra le nuove prassi mortuarie e lo smaltimento dei rifiuti: via cimiteri e discariche, si va in entrambi i casi verso l'incenerimento, dei corpi come dei residui, e verso il riciclaggio, dei rifiuti come degli organi.
Allora ricerco quel delicato, quasi introvabile punto d'equilibrio fra la dignità della vita e il rispetto del destino, fra amore e libertà, fra diritto e dovere di vivere. Difficile trovarlo, ma riflessioni come quelle di Reale e Veronesi aiutano, per affinità o per contrasto, ad avvicinarsi. Intanto mi affido alla clemenza della sorte. Che ci pensi lei, con mano lieve, a farci togliere il disturbo senza portarla per le lunghe.


domenica 2 settembre 2012


Corea del Sud: una sentenza inedita a favore della vita - Il diritto alla vita è quello più fondamentale, l’aborto rimane vietato - 2 settembre, 2012 - http://www.uccronline.it

Sul tema dell’aborto si usa sostenere che vi siano più diritti in gioco, quello alla vita di un essere umano e quello della libertà di sopprimere la vita di un essere umano indesiderato. Ma quest’ultimo è configurabile come diritto? Se poi si pensa che la gravidanza indesiderata è conseguenza di una libera scelta -ad eccezione dello stupro- dei due partner di copulare ignorando le possibili conseguenze del loro atto, allora si capisce ancora meno perché un innocente essere umano, chiamato alla vita, debba pagare per una decisione irresponsabile, presa esercitando il legittimo diritto di scegliere dei due partner. La donna abortisce, dunque, perché ha già scelto di usare male la sua libertà (ovviamente esclusi i casi di stupro e di aborto forzato) copulando ignorando le conseguenze.

La Corte Costituzionale della Corea del Sud pare aver dato credito a questo semplice ragionamento, stabilendo, in una sentenza emessa il 23 agosto 2012, che «il diritto alla vita è il più fondamentale dei diritti umani» e che il diritto della donna di disporre del proprio corpo «non può essere invocato come superiore al diritto alla vita di un feto».

A fare ricorso alla Corte Costituzionale era stata un’ostetrica che riteneva sbagliata la pena di due anni di carcere per gli operatori sanitari che praticano aborti illegali, ma la Corte ha affermato la legittimità costituzionale del Codice penale in materia, riportando in particolare che «il diritto alla vita è il più fondamentale dei diritti umani».

La sentenza è stata criticata fortemente dalle organizzazioni femministe (ottimo motivo per compiacersi, dunque, dato che nulla c’entrano con la vera difesa delle donne) e accolta con soddisfazione dai movimenti pro-life, ma anche con cautela perché preoccupa la definizione dell’inizio della vita usata dalla Corte costituzionale, che giustifica la manipolazione di embrioni creati in vitro: essa inizierebbe con l’annidamento dell’ovulo fecondato nell’utero della donna, mentre per il mondo scientifico la vita umana inizia chiaramente al momento della fecondazione dell’ovulo da uno spermatozoo. Recentemente anche la comunità autonoma spagnola della Galizia ha preso coscienza di questo dato oggettivo, affermando che i figli “non nati” devono essere considerati come membri della famiglia, garantendo «il diritto alla maternità»

Secondo un recente sondaggio a livello internazionale, la Corea del Sud è uno dei Paesi con il più alto numero di persone non religiose (31% e 15% di atei decisi). Anche la presenza della Chiesa è davvero modesta e la famigerata “influenza del Vaticano” è decisamente blanda. C’è curiosità dunque verso chi se la prenderanno adesso abortisti e femministe, sempre pronti ad inventarsi complotti teocratici quando in realtà si tratta di argomenti affrontabili tranquillamente attraverso ragionamenti “laici”.

giovedì 26 aprile 2012


Eutanasia infantile, si può parlare di dignità? di Giovanna Arcuri, 26-04-2012, http://www.labussolaquotidiana.it/

E’ di qualche tempo fa l’accesissimo dibattito intorno ad un articolo dei ricercatori Alberto Giubilini e Francesca Minerva, pubblicato sul Journal of Medical Ethics dal titolo Aborto post-natale: perché il neonato dovrebbe vivere?. Nell’articolo si sostiene che l’uccisione del neonato è lecita quando questi versa in uno stato di salute assai compromesso. In buona sostanza si tratta di infanticidio.

Ciò che gli autori di questo saggio ipotizzano è in verità già prassi consolidata in Olanda. Solo che lì la chiamano eutanasia infantile. E’ questione di prospettive: l’uccisione del bebè può essere interpretata come aborto tardivo o eutanasia precoce. Cambia il nome dell’omicidio ma sempre omicidio è.

Dicevamo che in Olanda questo tipo di pratica è ormai ben avviata (strano destino per un paese che unico non aderì al programma di eutanasia forzata imposta dal nazismo). L’infanticidio è infatti praticabile nel rispetto di alcune condizioni previste dal Protocollo Groningen del 2003: “Povera qualità della vita [tra cui la presenza di dolore fisico o psichico] – Mancanza di autosufficienza – Mancanza di capacità di comunicazione – Dipendenza ospedaliera – Aspettativa di vita”. Condizioni abbastanza diffuse se Eduard Verhagen, l’autore del suddetto protocollo, ammette dalle colonne del New England Journal of Medicine del 10 Marzo 2005 che su 1.000 bambini che muoiono nel loro primo anno di vita, 600 smettono di vivere per una pratica eutanasica. Insomma il 60%. Percentuale che potrebbe far stupire solo gli stolti: infatti quale è quel neonato, seppur sanissimo, che è autosufficiente, che non necessità di assistenza medica, che comunica come un adulto? Nessuno.

Il protocollo sin da subito fu oggetto di severe critiche non solo da occhiuti moralisti cattolici ma soprattutto da colleghi del dott. Verhagen. Ad esempio Hilde Lindemann e Marian Verkerk, benché approvassero nella sostanza le tesi del protocollo, nell’articolo scientifico Ending the Life of a Newborn: The Groningen Protocol (in The Hastings Center Report, 2008) appuntarono il fatto che stando ai criteri del protocollo era ben difficile discernere tra bambini con scarse possibilità di sopravvivenza da quelli con buone probabilità di farcela. Anzi affermavano che, a leggere con attenzione il protocollo, nell’insieme di coloro che sono destinati già alla tomba il dott. Verhagen include, nel rispetto dei parametri appena visti, i piccoli affetti da patologie di paralisi progressiva, quelli che per tutta la vita dovranno dipendere da altre persone o da macchinari, coloro che sono afflitti da un’incapacità permanente di comunicazione e quelli che ora stanno bene ma un giorno – chissà – magari soffriranno. Insomma non certo bambini moribondi. Tant’è che i due ricercatori, seppur filo-Verhagen, così chiosano: “Ricomprendendo [il dott. Verhagen] nel suo alveo i bambini che non sono in pericolo di morte e che con le cure adeguate potrebbero diventare adulti, il Protocollo si rivela ancora più radicale di quanto i suoi oppositori non avessero immaginato". Ovviamente va da sé che a rigor di logica nelle condizioni disegnate dal protocollo entrano a pieno diritto anche molti adulti: che siano dunque anche loro sottoposti ad eutanasia affinchè non soffrano più.

Riserve ancor più cocenti vengono poi dal neurochirurgo pediatrico Rod de Jong dell'ospedale Erasmo di Rotterdam il quale ha seguito per 5 anni 28 bambini affetti da spina bifida, soggetti che difficilmente potrebbero sopravvivere al filtro delle dolce morte del dott. Verhagen (ed infatti 22 neonati affetti da questa patologia sono stati uccisi tra il 1997 e il 2004 in Olanda). In uno studio pubblicato  sulla rivista scientifica Pedriatics il dottor de Jong ci informa che innanzitutto non è vero che chi è afflitto da questa patologia soffra in modo indicibile: solo il 3,3% dei casi infatti accusava simili dolori. E anche in questi casi - secondo aspetto importante - attraverso cure appropriate il dolore scompariva del tutto o era sopportabile. Ovviamente de Jong si è premurato di aggiungere che questo tipo di dolore è presente anche in altre patologie pediatriche e analogamente può essere efficacemente combattuto. Conclusione da parte del dott. de Jong: se il dolore insopportabile è uno di quei indici che fanno finire i neonati nella lista nera redatta dal protocollo Groningen, la possibilità di eliminarlo con paracetamolo o morfina dovrebbe escludere questi piccoli dall’essere candidati inconsapevoli di pratiche eutanasiche. La replica del dott. Verhagen non si è fatta attendere: “La sofferenza insopportabile va molto al di là del dolore. Stiamo parlando delle aspettative sul futuro di questi piccoli bimbi”. Per dirla in breve: è sempre il dott. Veraghen l’unico depositario dei criteri per comprendere quando una vita è degna di essere vissuta. Che la comunità scientifica si adegui.

Negli anni il numero di neonati che non sono riusciti a sfuggire alla falce del protocollo superano di certo la decina di migliaia. Un nuovo olocausto. Il termine non è fuori luogo perché gli storici ci ricordano che la soluzione finale nazista non è iniziata con gli ebrei, bensì con gli handicappati e i malati di mente. Un olocausto silenzioso dato che secondo uno studio del Journal of Medical Ethics, il 59% dei casi di eutanasia in Olanda non è segnalato dagli ospedali. Un olocausto che trova compiacenti i medici: Il 31% dei pediatri olandesi avrebbe praticato almeno una volta l’eutanasia e nel 20% dei casi senza nemmeno il consenso dei genitori. Il 60% dei medici si è detto “onorato” di poter “porre fine alla vita di un bambino sofferente”.

Il dott. Verhagen da par suo ammanta il tutto poi di un pietismo e un umanitarismo da brivido: “E’ dopo che sono morti che li vedi rilassarsi per la prima volta”. Gli fa eco il professor John Griffiths, docente di sociologia proprio a Groningen: “Vengono salvati troppi bambini. Gli olandesi sono molto sensibili all’idea di una morte dignitosa. C’è un elemento estetico in tutto questo”. Il famigerato bioeticista Peter Singer dalle colonne del Los Angels Times di qualche anno fa propose poi “un periodo di ventotto giorni dopo la nascita prima che un infante possa essere accettato con gli stessi diritti degli altri”.Viene da chiedersi il perché questi signori non diano mai loro per primi un esempio della bontà e della bellezza di queste loro tesi.

sabato 3 marzo 2012


L'OSPITE - Le tesi sull'aborto post-nascita - La vita umana è sacra per tutti (o per nessuno) di Rocco Buttiglione - Vicepresidente della Camera dei deputati e presidente dell’Udc

Bravi Alberto Giubilini e Francesca Minerva! Hanno mostrato coraggio e consequenzialità logica e hanno spiegato apertamente nell’articolo pubblicato sul Journal of Medical Ethics le conseguenze inevitabili del principio abortista. Se è lecito l’aborto per un qualunque motivo, non si vede logicamente per quale motivo non debba essere lecita, alle stesse condizioni, l’uccisione di un bambino già nato. La differenza, infatti, fra un feto all’ultimo stato (un bambino non nato) e un bambino appena nato è troppo trascurabile perché su di essa si possa basare una diversa valutazione morale e giuridica della loro soppressione. Se è lecita l’uccisione dell’uno, deve essere lecita anche alle stesse condizioni l’uccisione dell’altro. Per la verità, questa conseguenza logica del principio abortivo da tempo era stata tratta dagli antiabortisti. Essa costituisce uno degli argomenti classici con cui gli avversari dell’aborto motivavano il loro rifiuto della distruzione del feto. Il processo di trasformazione e crescita dell’essere umano non conosce uno stacco qualitativo dal concepimento fino alla morte naturale. Non esiste nessuna trasformazione improvvisa che consenta di dire: dopo la nascita il feto diventa qualcosa di sostanzialmente diverso, che deve avere diritti che prima non aveva. In realtà, non esistono nemmeno stacchi che consentano di dire: fra il feto di x settimane e quello di y settimane esiste una differenza qualitativa; oppure, fra il bambino di una settimana e quello di un mese esiste una simile differenza. In effetti, Giubilini e Minerva confermano questa conclusione rifiutando di precisare se l’infanticidio debba essere consentito fino alla fine della prima, della seconda o della quarta settimana.

Tendenzialmente il diritto di spegnere una vita che ci genera incomodo dovrebbe essere esteso a tutte le età della vita. Il diritto alla libertà di aborto si salderebbe così con il diritto alla eutanasia. L’articolo di Giubilini e Minerva è interessante (e onesto) anche da un altro punto di vista. Basta con il tentativo ipocrita di giustificare la morte di un altro con le argomentazioni ipocrite che quella vita non meriterebbe di essere vissuta. Chi decide se la vita meriti di essere vissuta o no è chi decide di dare la morte. È ben possibile che la persona che deve morire desideri vivere, specialmente se è un bambino appena nato che non ha idea di quello che noi consideriamo una vita degna di essere vissuta.

Se noi tuttavia riteniamo che la sua vita non meriti di essere vissuta, abbiamo egualmente il diritto di farlo morire. Ogni qual volta la vita di un altro ci imponga obbligazioni alle quali non vogliamo far fronte o non riteniamo di poter far fronte, la soppressione di quella vita diventa legittima. E così si apre lo spazio di un’interessante comparazione economica dei costi e dei benefici. Alla fine, se il malato costa troppo alla famiglia o alla società, perché farlo vivere ancora?

Finora questi ragionamenti li facevano solo gli antiabortisti più accaniti, e i sostenitori della «libertà di scelta della donna» che non volevano essere chiamati abortisti si ribellavano e cercavano di negare che quelle fossero le loro posizioni o che quelle fossero conseguenze logiche necessarie delle loro posizioni.

Adesso sono due giovani brillanti studiosi pro-choice (cioè pro-aborto) a sostenere con intransigente candore queste tesi. C’è da chiedersi: ci sarà una levata di scudi nel campo della bioetica pro-aborto che rigetti laicamente quelle conseguenze? E ancora: come potrà quella bioetica 'laica' rigettare quelle conseguenze senza sottoporre a revisione critica anche le proprie premesse logiche ed epistemologiche? E se alfine qualcuno trovasse il coraggio di dire, con candore e rigore logico simili a quelli di Giubilini e Minerva, ma con opposta valutazione morale: «Ci siamo sbagliati? O la vita umana è sacra per tutti o non è sacra per nessuno».

© riproduzione riservata

domenica 11 dicembre 2011

La vita? - In usufrutto anche per chi vuole l'eutanasia



Una provincia per la vita (©L'Osservatore Romano 11 dicembre 2011)

CORRIENTES, 10. La provincia argentina di Corrientes dice no all'aborto e sì alla vita dal concepimento fino alla morte naturale. È quanto emerso nel corso di un incontro multisettoriale ed ecumenico a favore della vita, svoltosi nei giorni scorsi. Vi hanno preso parte tra gli altri l'arcivescovo di Corrientes, monsignor Andrés Stanovnik, il vescovo di Goya, monsignor Ricardo Oscar Faifer, il vescovo di Santo Tomé, monsignor Hugo Norberto Santiago, il pastore evangelico Telechea Ignacio, il governatore di Corrientes, Ricardo Colombi, e il vicegovernatore Pedro Braillard Poccard. Durante il convegno, diversi esponenti della società e leader religiosi hanno espresso il loro fermo rifiuto all'aborto, mentre il Governo provinciale ha aderito a questa presa di posizione mediante un decreto in cui il presidente ha ribadito personalmente la sua posizione affermando che "la società intera deve coordinare azioni per proteggere la vita e non combatterla". L'evento ha fatto anche da cornice a una manifestazione contro l'aborto che ha visto coinvolti numerose istituzioni argentine e centinaia di cittadini raggruppati in associazioni ed enti pro vita. A margine dei lavori è stato presentato il decreto del potere esecutivo provinciale n. 2870 del 2 dicembre 2011, in cui si dichiara che: "Corrientes, come provincia pro vita, ha stabilito come politica di Stato la difesa della vita dal momento del concepimento fino alla morte naturale". Nel provvedimento si afferma che "il diritto alla vita è inerente a ogni essere umano, ed è di carattere universale, assoluto, inalienabile, essenziale e disponibile, senza che sia sminuito da circostanze, come l'anzianità, la riduzione di certe facoltà o la mancanza di autonomia". Il decreto, inoltre, evidenzia che "l'effettiva tutela del diritto alla vita dal concepimento è un dovere primario dello Stato, dunque, il nascituro gode completamente di questo diritto e della sua conseguente protezione". E che "al fine di garantire la protezione del diritto alla vita e della famiglia, è necessario dichiarare come politica di Stato, la difesa della vita fin dal concepimento, fornendo le condizioni necessarie per il pieno e dignitoso sviluppo di ciascuno degli abitanti di questa provincia".
La commissione arcidiocesana per l'Anno della vita, insieme con le comunità evangeliche e le organizzazioni religiose di Corrientes ha chiesto al Governo provinciale che Corrientes sia dichiarata formalmente "Provincia pro vita". Il governatore Ricardo Colombi ha sottolineato che "tutti gli uomini e le donne sono chiamati a partecipare a questa lotta", e ha spiegato che "sia il potere esecutivo che legislativo dichiarano Corrientes a favore della vita, per nostra educazione, per i nostri genitori, per la scuola, per la storia e i valori". Soddisfazione è stata espressa dall'arcivescovo Stanovnik. "Questo incontro - ha spiegato - ci identifica con la scelta della vita. È bello che a Corrientes diversi gruppi religiosi possano stare insieme nello stesso luogo con lo stesso spirito avendo un solo obiettivo che è il Dio della Vita". Il presule ha ribadito che "la vita è una benedizione, un dono che riceviamo, radicato nella nostra gente, nell'animo, nella cultura del nostro popolo".

giovedì 20 ottobre 2011

Ecco i nove Articoli di San José


Testo integrale dei San José articles

Articolo 1
Come dimostrato dalla scienza, ogni vita umana inizia al concepimento.

Articolo 2
Ogni vita umana è un continuum che inizia al concepimento e che avanza per stadi fino alla morte. La scienza dà nomi diversi a questi stadi, tra cui zigote, blastocisti, embrione, feto, neonato, bambino, adolescente e adulto. Ciò non muta il consenso scientifico sul fatto che in tutte le fasi dello sviluppo ogni individuo sia un membro vivo della specie umana.

Articolo 3
Sin dal concepimento ogni bambino non nato è per natura un essere umano.

Articolo 4
Tutti gli esseri umani, in quanto membri della famiglia umana, hanno diritto al riconoscimento della dignità che da ciò deriva e alla protezione dei loro inalienabili diritti umani. Ciò è stabilito nella Dichiarazione universale dei diritti umani, nel Patto internazionale sui diritti civili e politici, e in altri documenti internazionali.

Articolo 5
Non esiste alcun diritto all’aborto sancito dal diritto internazionale, né per effetto di trattati vincolanti né per effetto della legge internazionale ordinaria. Nessun trattato delle Nazioni Unite stabilisce o riconosce una diritto letterale all’aborto.

Articolo 6
La Convenzione per l'eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne (CEDAW) e altri organismi di controllo dei trattati hanno spinto certi governi a modificare le proprie legislazioni sull’aborto. Questi organismi hanno esplicitamente o implicitamente interpretato i trattati a cui sono soggetti come includenti il diritto all’aborto.

Gli organismi di controllo dei trattati non hanno alcuna autorità, né in base ai trattati che li hanno istituiti né in base alle norme generali del diritto internazionale, d’interpretare detti trattati in modi che generino nuovi obblighi per gli Stati o che alterino la sostanza dei trattati stessi.

Di conseguenza, qualsiasi organismo di quel genere che interpreti un trattato così da comprendere il diritto all’aborto agisce oltre la propria autorità e contro il proprio mandato. Questi atti ultra vires non creano alcun obbligo giuridico per gli Stati sottoscrittori dei trattati, né gli Stati debbono accettarli come elementi che contribuiscono alla formazione di nuova legislazione internazionale ordinaria.

Articolo 7
Le affermazioni fatte da agenzie internazionali o da soggetti non-governativi secondo cui l’aborto è un diritto umano sono false e debbono essere respinte.

Non esiste alcun obbligo giuridico internazionale di fornire accesso all’aborto in alcun caso, compresi, ma non esclusivamente, quelli relativi alla salute, alla riservatezza o all’autonomia sessuale, oppure ancora alla non-discriminazione.

Articolo 8
Stando ai princìpi basilari con cui il diritto internazionale interpreta i trattati, coerenti con ciò a cui obbligano la buona fede e il principio pacta sunt servanda, nonché esercitando le responsabilità di difendere la vita dei propri popoli a cui sono tenuti, gli Stati possono e debbono invocare le provvisioni di detti trattati che garantiscono il diritto alla vita come comprensive anche della responsabilità di uno Stato a proteggere i bambini non ancora nati dall’aborto.

Articolo 9
I governi e i membri delle società debbono fare sì che le legislazioni e le politiche nazionali proteggano il diritto umano alla vita sin dal concepimento. Debbono altresì respingere e condannare le pressioni esercitate al fine di far loro adottare leggi che legalizzino o che depenalizzino l’aborto.

Gli organismi di controllo dei trattati, le agenzie e i funzionari delle nazioni Unite, i tribunali regionali e nazionali, e ogni altro soggetto, debbono rinunciare ad asserire implicitamente o esplicitamente l’esistenza di un diritto di aborto basata sulla legislazione internazionale.

Quando tali affermazioni false vengono proferite, o quando vengono esercitate pressioni su di loro, gli Stati membri debbono chiederne conto al sistema delle Nazioni Unite.

I soggetti che erogano aiuti per lo sviluppo non debbono promuovere o finanziare gli aborti. Né vincolarne l’erogazione all’accettazione dell’aborto da parte dei destinatari.

Il finanziamento dei programmi internazionali di assistenza medica destinati a madri e a bambini deve assicurare l’esito positivo della gravidanza sia per le madri sia per i figli, e deve aiutare le madri ad accogliere la nuova vita in qualsiasi circostanza.

Noi – avvocati e patrocinatori dei diritti umani, studiosi, parlamentari, diplomatici ed esperti di amministrazione medica e internazionale – proclamiamo qui questi Articoli.

San José, Costa Rica
25 marzo 2011

* Le istituzioni di seguito nominate lo sono a puro titolo identificativo



Firmato,

Lord David Alton
Camera dei Lord, Gran Bretagna

Carl Anderson
Cavaliere Supremo, Cavalieri di Colombo

On. Javier Borrego
Già giudice della Corte europea dei diritti umani

Christine Boutin
Già Ministro del governo francese
presidente del Parti chrétien-démocrate

Benjamin Bull
Primo Consigliere dell'Alliance Defense Fund

On. Martha De Casco
Deputata, Honduras

Jakob Cornides
Avvocato per la difesa dei diritti umani

John Finnis
Oxford University, University of Notre Dame

Robert P. George
McCormick Professor di Giuriprudenza, Princeton University
Già membro del Consiglio di Bioetica del presidente degli Stati Uniti d’America

Patrick Kelly
Vicepresidente per l’amministrazione pubblica dei Cavalieri di Colombo

Elard Koch
Facoltà di Medicina, Università del Cile

Santiago Lagarre
Docente di Diritto, Pontificia Universidad Católica de Argentina

Leonard Feo
Già delegato alla Commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite

Yuri Mantilla
Direttore della sezione International Government Affairs di Focus on the Family

Cristobal Orrego
Docente di Giurisprudenza, Università delle Ande, Cile

Gregor Puppinck
Direttore esecutivo dello European Center for Law and Justice

Giuseppe Benagiano
Facoltà di Scienze Ginecologiche, Perinatologia e Puericultura dell’Università “la Sapienza” di Roma
Già Segretario Generale dell’International Federation of Gynecology and Obstetrics

Grover Joseph Rees III
Già ambasciatore degli Stati Uniti d’America a Timor Est
Rappresentante speciale degli Stati Uniti alle Nazioni Unite per gli affari sociali

Austin Ruse
Presidente di C-Fam

William Saunders
Avvocato per la difesa dei diritti umani
Vicepresidente anziano di Americans United for Life
Gia delegato all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite

Alan Sears
Presidente, Amministratore delegato e Consigliere Generale di Alliance Defense Fund

Marie Smith
Presidente del Parliamentary Network for Critical Issues

O. Carter Snead
Membro del Comitato internazionale di bioetica dell’UNESCO
Già Osservatore permanente per gli Stati Uniti al Comitato direttivo di bioetica del Consiglio d’Europa
Docente alla Notre Dame University School of Law

Douglas Sylva
Delegato all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite

On. Francisco Tatad
Già leader della maggioranza nel Senato delle Filippine

On. Luca Volontè
Presidente del gruppo del Partito Popolare Europeo al Consiglio d' Europa

Lord Nicholas Windosr
Membro della famiglia reale britannica

Susan Yoshihara
Direttore dell’International Organizations Research Group

Anna Zaborska
Europarlamentare
Già presidente della Commissione per i diritti delle donne del Parlamento Europeo



(traduzione di Marco Respinti)


martedì 4 ottobre 2011


REGNO UNITO: UN GIUDICE DIFENDE LA VITA DI UNA DONNA CON DANNI CEREBRALI - Un teologo mette in guardia contro una “linea arbitraria” di Kathleen Naab

ZI11100311 - 03/10/2011
Permalink: http://www.zenit.org/article-28195?l=italian

LONDRA, lunedì, 3 ottobre 2011 (ZENIT.org).- I familiari di una donna inglese di 52 anni hanno perso una battaglia legale nella quale stavano cercando di ottenere il permesso di porre fine alla vita della parente smettendo di darle cibo e acqua.
La donna, alla quale durante il processo ci si è riferiti come M, ha una coscienza molto ridotta, uno stato ritenuto un passo al di sopra del cosiddetto stato vegetativo persistente. Ha subito dei danni cerebrali a causa di un'encefalite virale otto anni fa.
Il giudice dell'Alta Corte Scott Baker ha dichiarato mercoledì scorso nella sua sentenza che il fattore che ha avuto un “peso sostanziale” nella sua decisione “è la conservazione della vita”.
“Miglior interesse”
Ad ogni modo, la sentenza di 76 pagine del giudice manifesta la base poco solida sulla quale ha preso la sua decisione.
“Nonostante non sia una regola assoluta, la legge considera la conservazione della vita un principio fondamentale”, ha osservato.
“M sperimenta dolore e sconforto, e la sua disabilità limita gravemente ciò che può fare”.
Il giudice dice di aver “considerato tutte le prove” e di aver verificato “che ha alcune esperienze positive e, cosa importante, che c'è una prospettiva ragionevole che queste esperienze possano essere estese con un programma pianificato di maggiore stimolazione”.
“Avendo soppesato tutti i fattori rilevanti, concludo che non è nel miglior interesse di M che l'alimentazione e l'idratazione vengano eliminate”, ha osservato il giudice.
Premessa erronea
E. Christian Brugger, titolare della cattedra di Teologia morale al St. John Vianney Theological Seminary, ha commentato che “delle due direzioni che il giudice avrebbe potuto prendere, ha scelto chiaramente quella migliore”.
“La sua analisi, però, include la premessa erronea che la morte è a volte il 'miglior interesse' di un paziente” e che la vita per qualcuno può non essere un beneficio. “Sappiamo che questo è sbagliato”, ha dichiarato Brugger.
Il teologo ha indicato che i tribunali negli Stati Uniti e nel Regno Unito hanno “normalizzato la conclusione legale per cui le persone possono essere a ragione private di cibo e acqua quando hanno subito un'irreversibile perdita di consapevolezza, che M non ha”.
Brugger ha anche avvertito che “se – e questa è la questione fondamentale – la vita di qualcuno può davvero raggiungere il punto di essere 'non più degna di essere vissuta', allora la linea arbitraria tracciata finora per la consapevolezza può essere ridisegnata per la 'minima consapevolezza'”.
“Non è allarmista temere che tra poco le vite come quella di M verranno giudicate di una 'scarsa qualità' tale che i tribunali imporranno il blocco totale di nutrizione e idratazione”.

[Traduzione dall'inglese di Roberta Sciamplicotti]

mercoledì 21 settembre 2011


LEGGE 40/ L’esperto: così la nostra Costituzione ci salva dall’Europa - INT. Alberto Gambino, il sussidiario.it, mercoledì 21 settembre 2011

«Il ricorso alla Corte europea dei diritti umani contro la legge 40 è un tentativo di stravolgere la Costituzione italiana, che pone la persona come il bene fondamentale dell’ordinamento giuridico. Ritenere di potersi appellare al diritto alla “vita privata e familiare” per sopprimere degli embrioni, significa voler introdurre un principio che esiste nei Paesi anglosassoni, ma che è del tutto estraneo al diritto italiano». Lo afferma Alberto Gambino, professore di diritto all’Università Europea di Roma, a proposito del caso di una coppia italiana, Rosetta Costa e Walter Pavan, portatrice sana di fibrosi cistica. I due hanno deciso di opporsi al punto della legge 40 in cui si vieta la diagnosi preimpianto, ovvero la pratica collegata alla fecondazione assistita che consiste nell’analizzare l’embrione per capire se è sano o malato prima di impiantarlo nell’utero.

Professor Gambino, ritiene fondato il ricorso contro la legge 40?

La legge 40 è stata introdotta nel nostro ordinamento per offrire una soluzione ai problemi di sterilità o di infertilità attraverso alcune tecniche di fecondazione assistita che non siano così invasive da menomare l’embrione. La stessa legge pone quindi come principio fondamentale la salvaguardia della salute dell’embrione. Proprio perché l’embrione, essendo creato in vitro al di fuori dell’utero materno, è fragile e facilmente vulnerabile. C’è poi stato un regolamento attuativo, le cosiddette linee guida della legge 40, che con riferimento ai casi di malattie geneticamente trasmissibili come Aids ed epatite B hanno operato una prima interpretazione. Secondo queste linee guida non si sarebbe sterili o infertili solo per motivi biologici, ma anche quando l’eventuale concepimento porti ad avere delle situazioni di malattia dell’embrione. Le linee guida hanno quindi offerto anche a queste coppie la possibilità di ricorrere alla fecondazione artificiale. Ora il passaggio ulteriore, chiesto con il ricorso, è di estendere le linee guida anche alla fibrosi cistica.

Ma le coppie affette da Aids possono accedere alla diagnosi preimpianto o ad altre tecniche?

Le linee guida hanno consentito ai portatori di virus Hiv di accedere al cosiddetto “lavaggio dei gameti”. Quindi gli stessi gameti, per via artificiale, possono essere avvicinati l’uno all’altro portando alla procreazione. Una volta però che l’embrione si è formato, è seguita alla lettera la legge 40 preservandone l’integrità. La coppia che ha fatto ricorso invece chiede qualcosa di diverso. Siccome la fibrosi cistica si scopre soltanto dopo la fecondazione, e non prima, si vorrebbe verificare attraverso la diagnosi preimpianto quali sono gli embrioni sani e quali invece sono affetti dalle patologie, come la fibrosi cistica, operando quindi una selezione per impiantare i primi e scartare i secondi.

E perché questo è vietato dalla legge 40?
Perché tra i suoi obiettivi c’è quello di opporsi alla selezione eugenetica e impedire che possa essere lesa l’integrità dell’embrione. Cosa che invece avviene inevitabilmente con la diagnosi preimpianto, perché sono formati più embrioni, si selezionano quelli sani, si scartano quelli affetti da patologie e si impiantano soltanto gli altri. E quindi gli embrioni affetti da patologie sono distrutti. E’ una situazione diversa rispetto a quella della sindrome da Hiv, nella quale sono puliti i gameti quando ancora non esiste una vita umana, ma soltanto delle cellule sessuali, maschili o femminili. Proprio per questo, ritengo che la Corte di Strasburgo non potrà esprimersi in modo positivo sul ricorso.

La coppia italiana però si è appellata al suo diritto al rispetto della vita privata e familiare. Che cosa significa?

Il concetto di diritto alla vita privata e familiare è tipicamente nordamericano e anglosassone. Ed è legato a quelle normative che vedono nell’individuo il punto di riferimento dell’ordinamento giuridico. Al contrario dell’ordinamento italiano, dove la pietra angolare è la tutela della persona umana intesa come bene giuridico in sé. Mentre nei Paesi nordamericani è l’individuo, cioè le sue scelte finalizzate alla propria realizzazione, che deve essere rispettato, e la realizzazione dell’individuo è il punto di riferimento dell’ordinamento. Questo significa che se per realizzare la vita individuale e familiare è necessario eliminare un altro soggetto, questa possibilità non è esclusa dalla giurisprudenza. Proprio come nella diagnosi preimpianto, nella quale inevitabilmente si eliminano altri embrioni, che hanno comunque una loro soggettività giuridica e sono vite umane.

In virtù di quali valori si può accettare di sacrificare una vita umana?
In nome di questo valore superiore della privatezza e del rispetto della vita individuale e familiare, che secondo una certa mentalità non si realizzerebbe se non si avesse un figlio. In Italia invece il principio è esattamente il contrario: è il figlio che deve avere tutti i diritti primari, e che quindi deve inserirsi dove possibile in contesti armonici, basti pensare al caso dell’adozione. E comunque la vita nascente non può certo diventare strumento al fine di assecondare un bisogno o un desiderio, perché in questo caso si ribalterebbe il nostro ordinamento costituzionale, che non prevede che le vite umane siano strumentali ai bisogni di altri soggetti.

Ma quindi perché fare ricorso alla Corte europea?

Per rovesciare un principio democratico della nostra Costituzione, arrivando a dire: “Pur di realizzarsi, la coppia può sopprimere altre vite umane come quelle degli embrioni, che saranno selezionate attraverso la diagnosi preimpianto e scartati qualora risultino malati”.

Quale punto della Costituzione afferma invece il contrario?

L’articolo 2 della Costituzione, quando si dice che “la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo”. Questo significa che prima della legge, prima dello Stato, vengono i diritti inviolabili dell’essere umano, che quindi sono diritti intangibili. Laddove invece si ritenesse che alcuni soggetti, poiché sostanzialmente quasi invisibili come gli embrioni, non hanno questa inviolabilità, significa che la legge viene prima della persone. Cioè l’esatto contrario della nostra Costituzione.

Ma è legittimo rivolgersi alla Corte europea, come ha fatto la coppia, senza prima passare dai tribunali italiani?

Il ricorso presenta anche questo problema. Secondo la normativa europea infatti prima occorre fare ricorso di fronte al giudice naturale e solo nel caso in cui siano negate le ragioni dei ricorrenti, in seconda istanza ci si può rivolgere alla Corte europea dei diritti dell’uomo.

(Pietro Vernizzi)

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martedì 13 settembre 2011


Avvenire.it, 13 settembre 2011 - Fine vita, giuste e possibili alleanze - Veri diritti, non slogan, di Francesco D'Agostino

Riprende oggi in Commissione al Senato il dibattito sulla legge sul fine vita e, per molti laicisti, ritorna l’ora di affilare le armi. Bisogna convincere l’opinione pubblica che la legge che sta per entrare a far parte del nostro ordinamento si radica sul principio della indisponibilità della vita e che questo è un principio clericale, repressivo, pre-moderno, ma soprattutto non coerente con l’unico sistema valoriale adeguato al nostro tempo, quello dei diritti umani. «Rendiamo grazie ai Lumi!» che hanno elaborato questo paradigma, esclama Massimo Firpo (sul Sole-24 Ore di domenica 4 settembre). Un paradigma, di cui da una parte la Chiesa cercherebbe disonestamente di appropriarsi e che dall’altra, per bocca di Papa Benedetto, essa continuerebbe ad attaccare, elaborandone deformanti immagini ideologiche.
È così che stanno le cose? No. Il principio della disponibilità della vita non appartiene alla migliore tradizione illuministica. Non è mai stato condiviso da Kant. Quindi, o Kant va considerato uno pseudo-illuminista o un illuminista mancato (!), oppure assumere il principio che la vita umana sia disponibile, come quello che meglio rappresenta la visione illuministica dei diritti umani, è un colossale errore (indotto, si spera, dall’ignoranza e non da un’intenzione consapevolmente falsificante). Ciò che comunque è senza dubbio falsificante è definire deformanti le letture dell’illuminismo (come appunto quella fatta dal Papa) che coglie in alcune sue dimensioni (ma non certo in tutte) aspetti nichilistici se non «perversi» (e, del resto, come negarli? Forse non è stato un illuminista anche il marchese de Sade?).

Se vogliamo «rendere grazie ai Lumi» e salvarne gli indubbi meriti storici, lasciamo cadere i mille trucchi e le mille provocazioni che un certo instancabile laicismo torna con monotonia a proporre ogni qual volta vengono al pettine alcuni specifici nodi bioetici e antropologici. È sbagliato contrapporre radicalmente illuminismo e cristianità, sostenendo che il primo elaborerebbe una cultura e una politica fondate sui diritti dell’uomo, mentre la seconda opererebbe per imporre una cultura e una politica fondate sui diritti di Dio. Quelli che il laicista qualifica come «diritti di Dio» (quindi, in buona sostanza, come diritti "inesistenti", dato che illuministicamente sarebbe interdetto ragionare «come se Dio ci fosse» ) sono i diritti umani più veri e più autentici, perché, nella visione cristiana della vita, Dio altro non vuole se non la piena realizzazione dell’uomo, del suo bene e quindi dei suoi autentici diritti.

Abbandoniamo una volta per tutte le frasi fatte dell’individualismo radicale e discutiamo nel merito se la miglior difesa della vita umana sia quella che l’affida a insindacabili testamenti biologici, magari redatti da persone ipocondriache e poco informate, o non piuttosto ad una saggia alleanza terapeutica medico-paziente, che non esclude mai il rilievo di una dichiarazione anticipata (di trattamento) del paziente, ma nemmeno ne assolutizza indebitamente le disposizioni.

L’antitesi Chiesa-illuminismo è antiquata, come è evidente dal convergere di un cattolico come Jacques Maritain e di un illuminista come Norberto Bobbio nella convinzione che, anche se si parte da diversi presupposti, si può poi concordare nell’individuazione e nella difesa dei diritti umani, purché con onestà intellettuale si rifletta assieme non sugli slogan, ma sulle cose stesse.

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giovedì 14 luglio 2011

Quattro ragioni per cui la legge Calabrò mortifica la professione medica e istituzionalizza la prassi Englaro, di Giorgio Carbone, docente di bioetica presso la facoltà Teologica dell’Emilia Romagna14 Luglio 2011

Lettera al Direttore de 'Il Foglio': di Giorgio Carbone, docente di bioetica presso la facoltà Teologica dell’Emilia Romagna

Al direttore - Non vorrei rompere le uova nel paniere di nessuno, ma non voglio neanche fare l’irenista a tutti i costi. E vista la posta in gioco non posso starmene zitto. Al di là delle nobili intenzioni dei proponenti e dei relatori parlamentari, il disegno di legge Calabrò, secondo il testo licenziato dalle commissioni della Camera dei Deputati nel marzo scorso e che dopo essere stato approvato martedì alla Camerà dovrà essere votato dal Senato, sembra essere una “grande trappola”. Non sta né a me né a te giudicare le intenzioni umane, ma ogni cittadino che ama il bene comune della nazione è chiamato a giudicare il contenuto di una proposta di legge, per ciò che essa dice e per ciò che essa non dice.

Gli argomenti usati per favorire tale disegno di legge sono molti, ne ricordo solo alcuni: esso eviterebbe altri casi Englaro; riconosce la vita umana come diritto inviolabile e indisponibile (art. 1, c. 1, a); afferma che “alimentazione e idratazione, nelle diverse forme in cui la scienza e la tecnica possono fornirle al paziente, devono essere mantenute fino al termine della vita” (art. 3, c. 5).
Dobbiamo leggere il ddl Calabrò, non solo per le affermazioni di principio validissime e nobili, come quelle di cui all’art. 1, ma anche alla luce di ciò che è detto negli articoli successivi. Infatti, l’applicazione pratica della legge 194/1978 insegna che l’articolato di una legge speciale spesso limita o addirittura nega i principi solennemente affermati all’inizio. Inoltre, dobbiamo considerare anche ciò che il disegno normativo non dice. E, infine, ci dobbiamo immaginare degli esempi concreti di applicazione.

1. Estensione del caso Englaro
L’art. 2, c. 6 recita: “In caso di soggetto interdetto il consenso informato è prestato dal tutore che sottoscrive il documento”. L’art. 3, c. 3 recita: “Nella Dat può essere esplicitata la rinuncia da parte del soggetto ad ogni o ad alcune forme particolari di trattamenti sanitari in quanto di carattere sproporzionato o sperimentale”. Mentre all’art. 3, c. 5 si dice che: alimentazione e idratazione “devono essere mantenute fino al termine della vita” (si noti che nel testo licenziato dal Senato si diceva che “sono forme di sostegno vitale e fisiologicamente finalizzate ad alleviare le sofferenze fino alla fine della vita”; si noti anche che il testo ora in discussione dice “mantenute”, il che è diverso dal dire “devono essere iniziate”) e “non possono formare oggetto di Dat”.
Facciamo ora il caso di un padre-tutore di un paziente-interdetto di una patologia cronica, ma non in fase terminale, paziente che domani avrà bisogno della Peg per l’applicazione della quale si richiede intervento chirurgico poco invasivo con anestesia locale. Se il padre-tutore ha redatto le Dat in cui rinuncia a qualsiasi intervento che richiede anestesia anche locale, o a qualsiasi operazione chirurgica; per quanto la Peg sia finalizzata a idratare e alimentare, se il padre-tutore ha rinunciato e non dà il consenso all’intervento chirurgico, il medico coscienzioso non potrà fare nulla perché ai sensi dell’art. 2, c. 1 “Salvo i casi previsti dalla legge, ogni trattamento sanitario è attivato previo consenso informato esplicito e attuale del paziente prestato in modo libero e consapevole”. Si ripeterà così il caso Englaro.
Inoltre, ci sarebbe un’aggravante di gran lunga peggiorativa. Mentre Beppino Englaro per raggiungere il suo obiettivo ha dovuto ricorrere molte volte alla magistratura ordinaria, il disegno di legge conferisce al tutore un diritto soggettivo di dare il consenso o di esprimere una rinuncia e a questo diritto soggettivo corrisponde il dovere da parte di terzi di rispettarne l’efficacia. In ogni caso il titolare del diritto soggettivo potrà agire in giudizio per ottenere l’applicazione di quanto gli spetta.
Diciamo così: la prassi-Englaro, anziché essere eliminata o arginata, ottiene un riconoscimento giuridico generalizzato.

2. Silenzio circa ventilazione artificiale
Altro fatto significativo è il silenzio circa la ventilazione artificiale. Eppure si tratta sempre di atto di sostegno vitale finalizzato a lenire il dolore, conseguente alla sensazione di soffocamento.

3. La disponibilità della vita
Come ricordato, il ddl Calabrò riconosce la vita umana come diritto inviolabile e indisponibile (art. 1, c. 1, a): grande affermazione di un principio cardine degli ordinamenti giuridici occidentali. Tuttavia, se è vero che dare rilevanza giuridica alle Dat e alla “rinuncia ad ogni o ad alcune forme particolari di trattamenti sanitari” (così l’art. 3, c. 3) equivale ad ammettere che un cittadino possa disporre della propria esistenza fisico-corporea, allora il ddl Calabrò, conferendo rilevanza giuridico-sociale alla rinuncia a ogni trattamento sanitario giudicato sproporzionato, di fatto e di diritto cancella il principio dell’indisponibilità della vita fisico-corporea, affermato solennemente all’art. 1, c. 1, a.

4. L’identità del medico
Inoltre, l’art. 2, c. 1 recita: “Salvo i casi previsti dalla legge, ogni trattamento sanitario è attivato previo consenso informato esplicito e attuale del paziente prestato in modo libero e consapevole”. Oggi non vige questa norma, ma già per molti interventi diagnostici e terapeutici i medici ci chiedono il consenso, come è giusto che sia. Cosa cambia con l’introduzione di questa norma? Viene giuridicizzato il rapporto. Oggi è disciplinato dal Codice di deontologia medica. Domani sarà un rapporto giuridico di tipo contrattuale, opponibile a terzi, e soprattutto con quella norma viene meno l’obbligo terapeutico, assistenziale del medico, la cui contro-faccia è il reato di omissione di soccorso. E’ vero che l’art. 2, c. 9 recita: “Il consenso informato al trattamento sanitario non è richiesto quando la vita della persona incapace di intendere e di volere sia in pericolo per il verificarsi di una grave complicanza o di un evento acuto” (è il caso degli incidenti stradali); ma in tutti gli altri casi, dove il consenso è stato dato solo per qualche intervento, oppure è stato espresso un rifiuto, il medico non ha più l’obbligo giuridico di agire, pena il reato di omissione di soccorso.
Introducendo l’art. 2, c. 1, la causa legittimante l’atto medico diventerà esclusivamente il consenso del paziente. Mentre adesso, come è stato affermato dalla Cassazione con la sentenza n. 2437 del 18 dicembre 2008, la causa che legittima il medico a intervenire sul paziente è innanzitutto la sua missione e la sua competenza professionale e poi il consenso informato.
La legge stravolge quindi ancora una volta l’identità della professione medica: da professionista che agisce in scienza e coscienza sulla base delle proprie competenze tecnico-scientifiche sarà ridotto a esecutore – o come dicono già in molti – operatore delle volontà altrui, anestetizzando così la propria coscienza professionale.

E’ vero che c’è bisogno di una legge, ma è sufficiente di un solo articolo: “Anche nel rispetto della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, fatta a New York il 13 dicembre 2006, l’alimentazione, l’idratazione e la ventilazione, nelle diverse forme in cui la scienza e la tecnica posso fornirle alla persona umana, sono doverose forme di sostegno vitale e finalizzate ad alleviare le sofferenze fino alla fine della vita”.

giovedì 31 marzo 2011

«L’eutanasia sfascia le radici laiche della società» di Andrea Galli - Manfred Lütz, psichiatra tedesco, autorevole voce della Pontificia Accademia per la Vita, espone i motivi razionali che impediscono di considerare «disponibile» l’integrità della persona «Se per legge si indica ad anziani e disabili la via d’uscita a disgregarsi è il nostro senso di umanità» - Avvenire, 31 marzo 2011

Pensate che nella secolarizza­ta e multiconfessionale Ger­mania non c’è più spazio per la saggistica cattolica di suc­cesso? Manfred Lütz è la pro­va che così non è. I suoi ulti­mi due libri, scritti con humour e la capacità di parlare al grande pubbli­co – Dio, una piccola storia del più gran­de e Matti: curiamo quelli sbagliati, il nostro problema sono i normali – sono stati autentici casi editoriali. Psichia­tra, membro della Pontificia accade­mia per la vita e del Pontificio con­siglio per i laici, Lütz è anche tra i cu­ratori di YouCath , catechismo per i giovani che sarà pubblicato a breve in 13 lin­gue, con una premessa del Papa, in previsione della Gmg 2011. Con lui parliamo del vero te­ma che aleggia sul dibattito attorno al fine vita: l’eutanasia.

La Chiesa nella sua opposizione all’eutanasia viene accusata da alcuni di «biologismo», di abbracciare una difesa della vita nella sua pura materialità. Cosa ne pensa?

«Chi non si occupa da vicino del problema può pensare che sia così. Non è lo spirito, l’intelli­genza, non è la facoltà intellettiva dell’uomo a renderlo veramente tale? Quando sembrano ri­manere solo funzioni 'vegetative', non vuol di­re che è già avvenuta la morte dello spirito? Que­sta domanda apparentemente semplice ha a che fare non solo con le radici cristiane e occiden­tali della nostra idea di uomo, ma anche con le fondamenta delle nostre società laiche. Se noi definiamo l’uomo in base alle sue facoltà men­tali in atto, allora probabilmente il malato di Alzheimer in stato avanzato o colui che è affet­to da un grave handicap mentale non sarebbe­ro considerati più uomini, o comunque non sa­rebbero degni di protezione più di un abile scim­panzé, come sostiene non un tizio qualunque ma il famoso filosofo australiano Peter Singer. All’opposto, un altro filosofo, Robert Spaemann, sostiene che ogni uomo vivente è in quanto ta­le una persona, che pensi oppure no, che sia lu­cido o privo di coscienza, che sia in grado di aiu­tare gli altri o sia lui ad avere bisogno di aiuto. Per questo non ci sono nell’uomo funzioni 've­getative', nel senso delle piante. Tutto ciò che nell’uomo può ricordare la pianta o l’animale resta pur sempre umano. Il materialista è colui che considera l’uomo a partire dalla sua pro­duttività, mentre il cristianesimo ha insegnato che proprio la compassione nei confronti del più debole – ciò che non conoscevano i pagani – è l’atteggiamento che ha Dio nei confronti del­l’uomo. Il progresso scientifico tende sempre ad avanzare, ma questo non vale per il progres­so dell’umano. Per quest’ultimo dobbiamo sem­pre impegnarci. E se non lo facciamo rischiamo sempre di ricadere nella barbarie, mostrando ai deboli e ai malati una via di uscita che dovreb­bero loro stessi cortesemente scegliere affinché non dobbiamo farcene carico noi. Sarebbe il tramonto del senso di umanità, peggio del tra­monto dell’umanità stessa».


La società occidentale ha lottato per allungare l’aspettativa di vita della popolazione, siamo tutti ossessionati dalla salute, dalla possibilità di curarci per vivere più a lungo. E ora cresce la domanda di poter scegliere di morire, accorciando questa stessa vita. È contraddittorio?

«No. Per quella che è oggi la pervasiva e domi­nante religione della salute la morte è certa­mente il nemico numero uno, che si cerca di sconfiggere sudando in palestra e con un’asce­tica rinuncia all’alimentazione scorretta. Ma questo ha serie conseguenze sulla visione del­l’uomo in generale. Perché se l’uomo autentico è quello sano, allora il malato, soprattutto quel­lo per cui non c’è speranza di guarigione, sarà un uomo di seconda classe. Chieda a qualcuno a caso se è giusto che la società investa la stessa quantità di denaro per una persona che non può più guarire e per una che invece può tor­nare in salute. Riceverà risposte che contraddi­cono quel che è scritto nella Costituzione ita­liana. Chi vuole essere una persona di serie B ed essere un peso per i propri cari...? La 'società della salute' non ha misericordia».

Se l’eutanasia trovasse piena legalizzazione in Europa, cosa cambierebbe nel volto della società? C’è chi sostiene che in fondo il fenomeno riguarderebbe una parte minima della popolazione.

«Il governo olandese ha realizzato un’inchiesta sull’applicazione della legge sull’eutanasia da cui è emerso un dato agghiacciante: ogni anno 250 persone vengono uccise con un’iniezione – dopo la decisione dell’apposita commissione – nonostante siano in piena coscienza e non abbiano dato il proprio assenso. Ciò è contra­rio alla legge ed è venuto alla luce solamente per­ché le risposte ai quesiti erano protette dall’anonimato. La prova di come, una volta rotta la diga, non ci sia più nulla che tenga. Le case di riposo tedesche vicine al confine con l’Olanda registrano un crescente afflusso di anziani o­landesi. Le cure palliative in Olanda scontano un pesante ritardo a livello scientifico, perché c’è già una 'soluzione'... Se si introduce l’eutanasia nella legislazione cambia l’atmosfera in cui tutti vivono, quand’anche la suddetta legge non venisse mai applicata, perché ogni anziano o malato si sentirà in dovere di giustificare il per­ché sia ancora al mondo a pesare sugli altri. E ci si dovrebbe abituare a telefonate come quel­la che mi è stata riferita recentemente da una donna olandese: una sua cara amica l’ha chia­mata dicendole 'ah, tra l’altro, mio marito muore mercoledì prossimo e viene seppellito sabao, volevo solo informarti'. Bisogna farci l’abitudine? Non è fantascienza. Telefonate come questa avvengono, mentre lei fa questa intervi­sta, a poche centinaia di chilometri da dove si trova... 

giovedì 24 febbraio 2011

Se la vita diventa «disponibile» crolla il diritto - contromano - di Claudio Sartea, Avvenire, 24 febbraio 2011

Il manifesto promosso da un quartetto di insigni docenti è una curiosa mescola fra desideri e impossibili giuridici Gestire in modo soggettivo la dignità nel vivere e nel morire non è dato agli uomini e tanto meno alle leggi
Autodeterminazione: così s’intitola l’appello proposto da poco alla sottoscrizione online dei cittadini da parte di un quartetto di giuristi del rango di Gilda Ferrando, Alessandro Pace, Pietro Rescigno e, naturalmente, Stefano Rodotà. Il sottotitolo è meno serioso, più sloganistico: «No alla cancellazione del diritto fondamentale alla autodeterminazione». Vediamo di che cosa si tratta. I diritti fondamentali sono quelli su cui è costruito un ordinamento, come sulle propria fondamenta. L’autodeterminazione – termine giuridico appartenente al diritto internazionale e relativo appunto al diritto all’autodeterminazione dei popoli, che ha storicamente legittimato le richieste di indipendenza delle ex colonie del Sud del mondo, e poi è stato applicato alla disgregazione dell’ex impero sovietico e in vari altri casi, fino alle rivolte nordafricane dei giorni nostri –, viene oggi sforzata perché possa costituire un riferimento tecnico al servizio delle libertà individuali. Fin qui, niente di male davvero: la libertà costituisce uno dei valori chiave per la riflessione antropologica, è una parola ricchissima che custodisce buona parte del mistero dell’uomo e del diritto. La proposta del quartetto di giuristi è pero più ambiziosa: intende utilizzare questo termine d’importazione, come grimaldello per scassinare uno dei – pochi, tutto sommato – principi cardine di ogni ordinamento giuridico: quello dell’indisponibilità della vita umana. La vita biologica di ognuno di noi è indisponibile: è cioè sottratta anzitutto alle pretese altrui (la punizione dell’omicidio così come di ogni offesa all’integrità fisica è antica quanto il diritto), ma è anche sottratta, nel suo livello radicale che riguarda le decisioni di riceverla e toglierla, anche al singolo vivente. igettare questa constatazione, che oscilla, come tutto il diritto, tra la sfera dell’essere e quella del dover essere, ma non per questo perde credibilità, implica l’abiura ad uno dei valori davvero «fondamentali»: lo scopo stesso dell’ordinamento giuridico, a cui almeno questo dovremmo poter chiedere, proteggere e promuovere primariamente la vita (per poi magari, messa al sicuro la cosa essenziale, attrezzarsi al fine di proteggere e promuovere le libertà che ne derivano e la caratterizzano ordinariamente – ma non essenzialmente: si pensi alla fase della vita nascente, a cui tutti abbiamo appartenuto, alla patologie gravi e invalidanti, a cui molti prima o poi andiamo incontro, agli handicap ed alle deficienze psichiche). Bell’affare faremmo a sottoscrivere un contratto sociale che ci assicura in modo efficientissimo i trasporti pubblici, ma non si cura della nostra sopravvivenza; o che differenzia scrupolosamente la raccolta dei rifiuti, per riciclare e rispettare la biosfera, ma non impone regole e misure di salvaguardia della vita degli umani che popolano questa biosfera, dall’obbligo delle cinture di sicurezza e del casco, fino alla normativa sulla sicurezza nei luoghi di lavoro (che non è negoziabile dietro accordo tra datore e prestatore di lavoro, e non riguarda dunque beni «disponibili»). Quella proposta dal quartetto di insigni giuristi è una curiosa mescola di bei desideri e di impossibili giuridici. A tutti piacerebbe «governare la propria vita» e gestire soggettivamente «la dignità nel vivere e nel morire»: ma non è dato agli uomini, e tanto meno al diritto umano, di poterlo fare davvero.

Il testo di legge in discussione alla Camera susciterà molte discussioni, e diverse di esse avranno probabilmente una caratura elevata, come capitò in Senato. È un testo umano, certamente perfettibile. Verrà modificato, magari dalle sentenze costituzionali. Genera varie perplessità, non c’è dubbio. È però ingeneroso affermare che esso sia «ingannevole», «ideologico», «autoritario». Non inganna, perché l’alleanza terapeutica viene per la prima volta menzionata in un testo legale e, almeno fino ad un certo punto, viene correttamente presentata. È meno ingannevole additare come chiave per la svolta giurisdizionale sul diritto di autodeterminazione una breve sentenza costituzionale sul consenso informato, che il 15 dicembre 2008 ha dichiarato una legge regionale piemontese incompatibile con l’articolo 32 perché sottraeva alla legislazione nazionale la regolazione del ricorso a sostanze psicotrope nella cura di patologie psichiatriche infantili?

Quanto all’ideologia, occorrerebbe dimostrare dove sta la verità: ma per farlo non basta riferirsi ad «ormai consolidati diritti», che per di più (come quello al rifiuto o sospensione delle cure) non mettono per forza in discussione il principio d’indisponibilità bensì riguardano specificamente la relazione clinica e il divieto, questo sì costituzionale e comprensibile, di trattamenti sanitari obbligatori. Quanto infine alla natura autoritaria del testo, potremmo osservare che l’autorità senza verità, che ci ricorda tanto Hobbes, primo grande teorico dello statalismo, è se mai quella proposta da chi sostiene che ha la prevalenza «la volontà individuale» rispetto ai «legittimi punti di vista»: che, in altri termini, in un discorso di ragione deve paradossalmente prevalere la volontà sulle buone ragioni.

Ammesso, ma non concesso, che un simile argomento possa funzionare, nel nome della tolleranza e del quieto vivere, quando parliamo di relazioni intersoggettive, ci vuole troppa «ambizione» per proporlo in sede pubblica, al momento di discutere in modo democraticamente maturo sulla fine della vita umana e su una legge da cui tutti dovrebbero potersi sentire tutelati.