lunedì 29 dicembre 2014

Embrione con due madri, 28 dicembre 2014, http://www.notizieprovita.it/


3genitori
Abbiamo già esposto ai nostri lettori i problemi etici e biologici che pone la creazione di un embrione col dna di un padre e due madri. 

Il lettori sanno che comunque la sperimentazione sugli embrioni comporta la creazione in laboratorio e la soppressione di vite umane innocenti, a onta della dignità della persona e dei suoi diritti inviolabili, tanto sbandierati – rivisitati e corretti – dai politically correct.


Ora Life Site News ci informa che il Parlamento inglese, sta per approvare una legge che consente alla madre che fornisce il mitocondrio e “solo” lo 0,1% del dna, di rimanere anonima.

Ciò pone delle questioni di ordine legale, in quanto contraddice la legge inglese sulla fecondazione artificiale che consente ai figli concepiti in vitro di conoscere l’identità dei genitori biologici dopo che avranno compiuto 18 anni.

Da un punto di vista etico, dato che la percentuale di dna appartenente alla madre mitocondriale è piccola, ma non irrilevante, molti bioeticisti contestano questa prospettiva legislativa.

Da un punto di vista embriologico, molti scienziati ribadiscono quanto sia rischiosa la procedura, che è stata testata in modo insufficiente sugli animali, e non si sa bene come risulteranno gli embrioni così prodotti.

Tanto se “vengono male” li buttano…

Redazione

L'articolo di Life Site:

British Government Will Keep Third Parent in Three-Parent-Embryo IVF a Secret
by Sarah Zagorski | London, England | LifeNews.com | 12/19/14 11:40 AM


The British government is considering using a new technique to eradicate serious illness stemming from one parent. However, there’s a catch— the child will have two mothers and one father.

As LifeNews previously reported, the technique involves the removal of the egg cell’s nucleus and replaced with the nucleus of a woman with mitochondrial disease.

threeparent3Then the genetically-engineered egg is fertilized with sperm creating an embryo that has genetic material from three persons, the mitochondrial DNA (mtDNA) from the donor, and nuclear DNA contributed by the parents. If accepted, Britain would be the first country in the world to allow the creation of babies that have three parents.

Now the British government is arguing that since the third mother will only contribute to 0.1% of the child’s DNA, their identity should remain secret. Currently, the law allows children born via IVF to find out their donor’s identity when they turn 18; however, this would not be the case with three-parent IVF.

Although some believe this will give families suffering from illness the ability to have healthy children, there are serious problems with this technique. First, the science behind this is very new and animal testing of MD has been limited. In other words, no one really knows how safe it will be. Secondly, is it wrong to create multiple babies to only discard— I mean kill a few, which always happens with pronuclear transfer (the process of swapping DNA between two fertilized human eggs).

And finally, many pro-lifers have serious concerns with the morality of making genetically engineered children. This is not just because it involves the destruction of human life, but because in order to perfect these children there will be experimentation. Ultimately, human life will be used in science experiments and mistakes will be made that we cannot take back.

The Daily Mail shares more about the controversy surrounding three-parent IVF:

Supporters say the legislation would allow those living in the shadow of incurable disease the chance to have a healthy child.

Click here to sign up for daily pro-life news alerts from LifeNews.com

But critics argue that genetically engineering eggs crosses a critical ethical line, and are concerned about the impact of children not knowing who their third parent is.

‘This is already granted to children who are adopted because we understand how important it is for children to know about their genetic heritage for their sense of identity and self-understanding. It should not be denied to these children.’

However Robert Meadowcroft, of the Muscular Dystrophy Campaign, said the technique ‘involves a calculated step into new scientific territory, but it is a very focused step, with the sole aim of preventing a potentially fatal condition from being passed down where possible.’

He added that it would open up the ‘possibility of motherhood’ to women afraid of passing on a painful and debilitating condition.The technique, being perfected at Newcastle University, involves trying to prevent disease caused by faults in mitochondria, which cause serious illness in one in 6,500 babies.

Scientists have found a way of swapping the mother-to-be’s diseased mitochondria with healthy ones donated by another woman.

The technique involves removing the nucleus DNA from a fertilised egg, and inserting it into a donor egg where the nucleus DNA has been removed.

The resulting embryo would end up with the nucleus DNA from its parents – making up the vast majority – but the mitochondrial DNA from the donor, amounting to around 0.1 per cent.

The proposed change in the law was announced by Public Health Minister Jane Ellison. It will have to be debated and voted on in both Houses but could be passed by the end of January. However, it would not become law until October. The Newcastle team say they are delighted that Parliament is to consider the legislation and say they will soon be ready to treat couples.

martedì 23 dicembre 2014

Aborto all'inglese Niente obiezione per le ostetriche, di Lorenzo Schoepflin, 23-12-2014, http://www.lanuovabq.it/


I giudici della Corte Suprema inglese
La Corte Suprema del Regno Unito ha impresso un’ulteriore stretta al diritto all’obiezione di coscienza in tema di aborto. Con una sentenza del 17 dicembre scorso, infatti, l’organo che esprime i giudizi finali su casi di rilevanza nazionale e che per sua natura gioca un ruolo determinante nello sviluppo della legge britannica, si è espresso a sfavore di due ostetriche scozzesi, Mary Doogan e Concepta Wood. 

Le due donne avevano presentato un ricorso contro il loro datore di lavoro poiché, loro malgrado, si erano ritrovate a lavorare in un reparto ospedaliero dove si praticavano interruzioni di gravidanza. Infatti, a causa di una riorganizzazione interna del nosocomio e stante il sempre maggior ricorso all’aborto farmacologico, che presuppone l’intervento dell’ostetrica durante la fase di espulsione del bimbo fatto nascere prematuramente, il reparto di ostetricia era diventato teatro di aborti in avanzata età gestazionale. Inizialmente – nel 2007, epoca dei primi aborti nel loro reparto – alle due colleghe era stato riconosciuto il diritto ad obiettare, poi però negato. Da qui la decisione di adire le vie legali. Ad un primo esito negativo per le ostetriche, datato 2012, era seguita, l’anno successivo, la sentenza a favore della Inner House della Court of Session (la corte scozzese che si occupa dei casi di diritto civile). Successivamente, dunque, il Greater Glasgow Healt Board aveva deciso di rivolgersi alla Corte Suprema del Regno Unito che, dopo le audizioni dello scorso 11 novembre, ha deciso nuovamente – e definitivamente, almeno per quanto concerne i gradi di giudizio nazionali – che per il ruolo ricoperto da Mary Doogan e Concepta Wood non può essere riconosciuto il diritto all’obiezione di coscienza. 

Le due donne avevano presentato un ricorso contro il loro datore di lavoro poiché, loro malgrado, si erano ritrovate a lavorare in un reparto ospedaliero dove si praticavano interruzioni di gravidanza. Infatti, a causa di una riorganizzazione interna del nosocomio e stante il sempre maggior ricorso all’aborto farmacologico, che presuppone l’intervento dell’ostetrica durante la fase di espulsione del bimbo fatto nascere prematuramente, il reparto di ostetricia era diventato teatro di aborti in avanzata età gestazionale. Inizialmente – nel 2007, epoca dei primi aborti nel loro reparto – alle due colleghe era stato riconosciuto il diritto ad obiettare, poi però negato. Da qui la decisione di adire le vie legali. Ad un primo esito negativo per le ostetriche, datato 2012, era seguita, l’anno successivo, la sentenza a favore della Inner House della Court of Session (la corte scozzese che si occupa dei casi di diritto civile). Successivamente, dunque, il Greater Glasgow Healt Board aveva deciso di rivolgersi alla Corte Suprema del Regno Unito che, dopo le audizioni dello scorso 11 novembre, ha deciso nuovamente – e definitivamente, almeno per quanto concerne i gradi di giudizio nazionali – che per il ruolo ricoperto da Mary Doogan e Concepta Wood non può essere riconosciuto il diritto all’obiezione di coscienza. 

È proprio sulla definizione dei ruoli e sull’ampiezza dell’applicazione del diritto di obiettare che si è sviluppata la vicenda riguardante le ostetriche. Lo si capisce leggendo la sentenza, firmata dal vicepresidente della Corte Suprema Brenda Hale. Inizialmente il testo esamina i contenuti dell’Abortion Act, la legge che dal 1967 regolamenta oltremanica l’interruzione di gravidanza, così come integrata e modificata nel 1990 dallo Human Fertilisation and Ebryology Act. Sulla scorta di precedenti casi esaminati, al punto 11 della sentenza si individua l’aspetto essenziale sul quale concentrarsi al fine di decidere quali siano le circostanze in cui è lecito invocare il diritto all’obiezione di coscienza. In particolare, è l’interpretazione del passaggio della legge dove si parla di «partecipare a qualsiasi trattamento autorizzato» che diventa determinante per stabilire diritti e doveri del personale sanitario coinvolto a vario titolo in un aborto. 

Al punto 38, la giudice Hale dice espressamente di propendere per un’interpretazione stretta del termine «partecipare a», che giocoforza preclude il diritto di obiettare a tutti coloro che non prendono parte direttamente ad un aborto. Ne scaturisce una lista di azioni – elencate al punto 39, tutte riguardanti il normale operato delle due ostetriche – che il personale medico non può rifiutarsi di compiere, come ad esempio il coordinamento dei sottoposti e la supervisione degli interventi medici finalizzati all’interruzione di gravidanza. Ma la sentenza si spinge oltre e, esprimendosi su un tema che non era oggetto del contenzioso tra le ostetriche e l’amministrazione della sanità pubblica scozzese, sancisce di fatto l’obbligo per tutto il personale obiettore di indirizzare la donna da un collega disposto a procurarle un aborto.

Il perché di una tale struttura della sentenza si spiega con le premesse del punto 25: l’estensione della garanzia di poter agire in accordo alla propria coscienza, secondo la Corte, rischierebbe di mettere a repentaglio l’erogazione di quello che viene definito come un servizio, l’aborto sicuro. Un ritornello che anche in Italia viene puntualmente riproposto almeno una volta l’anno in occasione della pubblicazione della relazione sull’applicazione della legge 194. L’obiezione di coscienza sarebbe dunque un fastidioso sassolino – da rimuovere – che finisce per inceppare gli ingranaggi del tritacarne abortista. Secondo le due ostetriche, gli effetti della sentenza rischiano di essere devastanti per tutti coloro che desiderano intraprendere la carriera in ambito sanitario, i quali da adesso sanno che saranno obbligati a compiere qualsiasi azione indiretta che contribuisca a portare a compimento un’interruzione di gravidanza. 

Mary Doogan e Concepta Wood hanno evidenziato inoltre come il diritto all’obiezione di coscienza venga praticamente negato a tutti coloro che ricoprono un ruolo gestionale e di supervisione professionale. All’orizzonte si profila un ricorso alla Corte europea dei diritti umani, anche se i precedenti in materia non sono incoraggianti. Da annotare, infine, un dato significativo. Nella sentenza della Corte viene precisato che le due ostetriche sono cattoliche praticanti. A ciò viene ricondotta la loro richiesta di agire secondo coscienza. È davvero curioso che nel Paese dove il diritto ha aperto ai tribunali islamici, strumenti che dovrebbero garantire che su certe questioni si possa decidere nel perfetto rispetto della religione islamica, a due donne cattoliche non venga consentito il libero esercizio della propria coscienza.

venerdì 19 dicembre 2014

Attenzione a giocare con i primi mattoni della vita di Tommaso Scandroglio, 19-12-2014, http://www.lanuovabq.it/


Un ovocita può essere stimolato artificialmente a replicarsi senza bisogno di essere fecondato da uno spermatozoo. È un processo che prende il nome di partenogenesi. L’insieme delle cellule così prodotte, chiamate partenoti, non è un essere umano, ma appunto solo un grumo di cellule.

OvocitaLa Corte di Giustizia dell’Unione Europea ieri ha stabilito che i partenoti  possono essere oggetto di brevetti industriali proprio perché non sono embrioni umani. La vicenda parte da lontano.

Sempre la Corte di Giustizia nel 2011 si trovò a dirimere il caso Greenpeace vs Brüstle. La materia del contendere riguardava una possibile cura per il morbo di Parkinson ottenuto grazie all’utilizzo delle cellule staminali embrionali. I giudici, applicando la Direttiva 98/44/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio dell’Unione Europea, avevano così stabilito: sì alle sperimentazioni sugli embrioni anche nel caso in cui la sperimentazione portasse alla morte degli embrioni stessi – come nel caso del prelievo di cellule staminali embrionali –; no invece a brevettare queste sperimentazioni. In buona sostanza la sentenza lasciava mani libere ai ricercatori, anche a costo del sacrificio di molte vite umane, però considerava disdicevole lucrarci su.

Inoltre la Corte aggiungeva che i partenoti erano da considerarsi anch’essi come embrioni e quindi non brevettabili. Infine specificava che erano vietati i brevetti su cellule, tessuti e organi dato che non sono un’invenzione umana. Di contro, semaforo verde per tutte quelle tecniche escogitate dalla mente umana che si applicano su cellule, tessuti ed organi.

A luglio di quest’anno approda presso i giudici europei un caso sollevato dall’International Stem Cell Corporation (Isc), la quale aveva chiesto all’Ufficio britannico dei brevetti la brevettabilità di cellule staminali prodotte da ovociti attivati tramite partenogenesi. L’Ufficio brevetti e poi L’Alta Corte di Giustizia di Inghilterra e Galles negarono la possibilità di brevettare questa procedura proprio perché, rifacendosi alla sentenza della Corte di Giustizia del 2011, anche i partenoti non potevano essere brevettati perché considerati esseri umani.

L’Isc però non si è arresa e ha proposto ricorso alla Corte di Giustizia. Questa ha cambiato parere rispetto a quanto stabilito nel 2011. Infatti nel luglio scorso Cruz Villalon, dell’Avvocatura generale della Corte, redasse un parere in cui così si espresse: «La mera circostanza che un ovulo non fecondato possa avviare un processo di divisione e differenziazione cellulare, analogo a quello di un ovulo fecondato, non basta a considerarlo un embrione umano». Ergo i partenoti non sono un essere umano e dunque sono brevettabili. L’avvocato però chiarì che se «tale ovulo viene manipolato geneticamente (ad es. usandolo per una clonazione umana) in modo che possa svilupparsi in un essere umano, esso va considerato un embrione umano e come tale dev’essere escluso dalla brevettabilità». Inoltre aggiunse che gli Stati membri non si devono comunque sentire obbligati a concedere i brevetti sui partenoti. Che ogni Nazione si regoli da sé.

Ieri i giudici hanno confermato il parere dell’Avvocatura, però hanno specificato che spetta ai giudici britannici verificare che nel caso concreto si tratti davvero di partenoti e non di esseri umani ottenuti tramite clonazione di una o più cellule estrapolate dai partenoti.

Dal punto di vista del giudizio morale la sentenza di ieri, in senso stretto, non viola i principi etici del rispetto della persona umana, proprio perché, come accennato, i partenoti non sono esseri umani, ma aggregati di cellule. Però vi sono da appuntare due riserve. 

La prima concerne il fatto che i giudici hanno affermato che i partenoti per virtù propria non possono dar luogo alla formazione di un essere umano (ma semmai solo per un processo artificiale come quello della clonazione). Se avessero questa capacità dovrebbero essere tutelati anche se, in quella loro primissima fase di sviluppo, non sono ancora persone. Implicitamente – ma è solo una nostra ipotesi – i giudici ci stanno dicendo che nemmeno lo zigote, la prima cellula nata dall’incontro tra spermatozoo ed ovocita, è un essere umano, perché è solo lo sviluppo successivo che lo porterà ad essere – non si sa quando – un organismo appartenente alla nostra specie. Lo zigote sarebbe un uomo in potenza non in atto. Insomma pare che per i giudici un grumo di cellule composte da partenoti o a livello di morula (la primissima fase di sviluppo dell’essere umano dopo la fecondazione) non possano essere mai considerate un essere umano perché il loro sviluppo è troppo precoce.

Seconda riserva. Che si faccia attenzione a giocare con i primi mattoni della vita: ovociti, spermatozoi, partenoti etc. Il salto è breve per poi giocare con l’essere umano nei primissimi momenti del suo sviluppo. Già oggi, come abbiamo visto, è possibile sperimentare sugli embrioni, ma non guadagnarci soldi grazie ai brevetti. Domani, chissà: ti potrai trovare un figlio concepito in provetta, geneticamente modificato e brevettato da una multinazionale. Un Figlio ® con il logo della Isc su un gluteo.
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mercoledì 26 novembre 2014

Dirigenti scolastici a scuola di omosessualismo di Riccardo Cascioli, 25-11-2014, http://www.lanuovabq.it

Dirigenti scolastici di tutta Italia convocati a Roma il 26 e 27 novembre. Scopo: una full immersion per imparare la “dottrina gender” e riproporla in tutte le scuole d’Italia. Così la dittatura omosessualista avanza a tappe forzate per conquistare la scuola e le nuove generazioni, in attuazione di quella “Strategia nazionale 2013-2015 per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere”, che fu adottata dal governo Monti nell’aprile 2013 (decreto del ministro Fornero, sotto la cui direzione agiva il Dipartimento per le Pari Opportunità).

Il corso di formazione – ma sarebbe più corretto dire “di rieducazione” – è organizzato dal MIUR (Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca) e dall’UNAR (l’Ufficio Nazionale Anti-discriminazioni Razziali ormai votatosi alla diffusione dell’ideologia di genere) con la collaborazione del Servizio LGBT di Torino e della Rete RE.A.DY (clicca qui), ovvero la Rete nazionale delle Pubbliche Amministrazioni impegnate nella promozione dell’ideologia omosessualista.

È la più clamorosa smentita alla pretesa - espressa in una lettera al nostro giornale - del sottosegretario all’Istruzione Gabriele Toccafondi di scaricare la responsabilità di certi programmi “educativi” lontano dal proprio ministero. Ma è anche la dimostrazione della inattendibilità delle promesse del ministro Stefania Giannini che in un question time alla Camera lo scorso 5 giugno – secondo quanto riportato da Avvenire - aveva affermato: «Mai più gender nelle scuole». Erano i giorni dello scandalo al Liceo Giulio Cesare di Roma e del Liceo Muratori di Modena, il ministro Giannini aveva assicurato che «sarà evitato il ripetersi di tali eventi», di cui aveva attribuito la responsabilità proprio a quella “Strategia nazionale eccetera…”, che oggi viene riproposta come fonte di questi corsi di formazione che hanno come obiettivo tutte le scuole di ogni ordine e grado.

Sui contenuti dei corsi non c’è alcun dubbio: sono divisi in cinque sezioni: la prima è curata dal Servizio LGBT di Torino (Torino è la città che funge da segreteria nazionale del RE.A.DY) e consiste nell’illustrazione della posizione dell’Italia quanto al riconoscimento dei diritti e delle politiche LGBT rispetto all’Europa (possiamo immaginare che dovremo muoverci rapidamente per metterci al passo con gli altri paesi). A seguire la presentazione dell’indagine ISTAT su “La popolazione omosessuale nella società italiana”, finanziata dal Dipartimento per le pari opportunità (ovviamente con i soldi delle nostre tasse). Si passa poi a una lezione su “Lessico e stereotipi”, vale a dire l’imposizione di un linguaggio gay-friendly così che già dalla scuola materna – tanto per fare un esempio - si dovrà insegnare che non c’è una sola famiglia, ma tante famiglie diverse (forse che la diversità non è una ricchezza?). E guai al bambino che dirà “papà” e “mamma” e a chi oserà ripetere quella terribile affermazione sentita in casa “Di mamma ce n’è una sola”. E poi ancora un focus sul ruolo del MIUR e degli Uffici scolastici regionali in questa bella campagna di rieducazione nelle scuole, con «strumenti di governance per l’inclusione delle tematiche LGBT nel mondo della scuola» e presentazione della campagna “Tante diversità uguali diritti”. Né potrebbe ovviamente mancare l’affronto del «fenomeno del bullismo omofobico e transfobico a scuola», tanto più che sono già pronte le linee guida in materia, come abbiamo scritto alcuni giorni fa.

Ma non è finita, perché altre due ore di lavoro saranno dedicate alla presentazione di “buone pratiche” realizzate con alcune associazioni LGBT in ambito educativo e scolastico, cui seguiranno tre workshop.

Per chi va a scuola dunque non pare esserci scampo, il processo di trasformazione delle scuole in “campi di rieducazione” – espressione ripresa da papa Francesco – è ormai ben avviato. Fatta salva la possibilità di interventi politici che blocchino questa deriva, ai genitori che vogliono ancora esercitare il proprio diritto/dovere di educazione dei figli non resta che cercare tutele giuridiche per sottrarre i propri figli a lezioni non volute. Qui vi linkiamo due modelli di lettere – preparate dai Giuristi per la Vita, li trovate in fondo all'articolo - per chiedere per i propri figli l’esonero da eventuali lezioni “speciali” in questa settimana dedicata alla lotta contro la violenza e la discriminazione, ma anche nel corso dell’anno.

Resta un’ultima breve considerazione: si avvicina rapidamente il momento in cui saranno le scuole paritarie a entrare nel mirino. Si vincolerà l’eventuale contributo statale o comunale all’adozione o alla produzione di programmi che veicolano l’ideologia di genere. E molte scuole cattoliche si troveranno allora davanti all’alternativa: chiudere o adottare programmi “inclusivi” che contraddicono apertamente il Magistero della Chiesa. Forse bisognerebbe cominciare a pensarci.

domenica 23 novembre 2014

Aborto libero in Europa con la pillola dei 5 giorni dopo di Renzo Puccetti, 23-11-2014, http://www.lanuovabq.it/


EllaoneÈ così, dai e poi ridai, qual è stata la pensata dei farmaburocrati dell'Agenzia europea delle medicine (EMA) per risollevare l'agonica dinamica demografica di un continente sempre più avviato alla gerontoendemia? Rendere Ulipristal, la pillola dei cinque giorni dopo, un semplice farmaco da banco. È questa la notizia che dal 21 novembre possiamo leggere sul sito ufficiale dell'agenzia che regola e vigila sui farmaci commerciati in Europa. 

Pensate che sia interessato sapere che questa molecola, come la RU-486, blocca l'azione del progesterone, l'ormone che rende possibile la gravidanza? Pensate che abbia indotto qualche turbamento il fatto che Ulipristal modifichi l'endometrio in modo da prevenire l'annidamento dell'embrione? Se lo pensate siete dei poveri illusi. Da Bruxelles hanno fatto questo discorso: se la pillola dei cinque giorni dopo non mostra di essere più rischiosa della pillola del giorno dopo già venduta come prodotto da banco in molti paesi europei, perché anch'essa non dovrebbe essere sottoposta allo stesso regime di vendita? 

Il ragionamento non fa una piega se non fosse per almeno tre problemini comprensibili a prescindere da qualsiasi prospettiva etica. Primo: mica tutte le donne pensano che l'embrione sia un materiale biologico equivalente a quello rinvenibile in altre cavità del corpo umano. Lo attesta tutta la letteratura scientifica, da quella prodotta da Joseph Stanford, della Scuola di Medicina dell'Università dello Utah, a quella di Cristina Lopez del Burgo e Jokin de Irala, del Dipartimento di Salute Pubblica dell'Università di Navarra, ai contributi di John Campbell, dell'Università del Sud Carolina, per giungere allo studio Y-VarViac sugli adolescenti italiani e allo studio BBVA-II condotto su 22.500 soggetti di 15 nazioni. 

I risultati dimostrano senza alcuna eccezione che un cospicuo numero di donne ritengono moralmente rilevante il meccanismo d'azione dei farmaci venduti come contraccettivi e molte di queste non vorrebbero assumere una sostanza anche solo potenzialmente in grado d'interferire con la vita del concepito. Si vorrà rispettarle? Ho serissimi dubbi che si prestino allo scopo le due righe della scheda tecnica dell'Ulipristal dove per descriverne il meccanismo d'azione si dice: «L'ormone sessuale progesterone gioca un ruolo nel tempismo dell'ovulazione e nel preparare l'interno dell'utero a ricevere l'ovocita fecondato [...] Attraverso le sue azioni sui recettori del progesterone ellaOne impedisce la gravidanza principalmente impedendo o ritardando l'ovulazione».

"Ovocita fecondato"? Ma che al momento dell'eventuale annidamento in sesta-decima giornata di sviluppo la cellula uovo non ci sia più da un bel pezzo è nozione non pervenuta agli esperti EMA? Se anche avessero avuto ribrezzo d'impiegare il termine troppo umanizzante di "embrione", almeno avrebbero potuto mostrare un minimo di accuratezza scientifica adottando il termine "blastocisti".  Viene poi da chiedersi che valenza abbia quel "principalmente" usato per magnificare l'effetto antiovulatorio. Chi dirà alle donne che quando l'LH ha raggiunto il picco il supposto meccanismo d'azione "principale" si verifica in solo l'8% dei casi ed in misura indistinguibile dal placebo? Se c'è quindi da dubitare che una distribuzione senza filtro medico non possa andare a detrimento del diritto di scelta elevata a dogma dai corifei dei diritti riproduttivi, si rimane basiti dal fatto che nella decisione dell'EMA si affermi che "ellaOne funziona meglio se assunta entro 24 ore" dal rapporto sessuale. E quale sarebbe lo studio che lo attesta? 

Chi conosce la materia era rimasto alla metanalisi di Anna Glasier secondo cui l'assunzione nelle prime 24 ore aveva condotto a 5 gravidanze su 312 (1,60%), mentre l'assunzione tra la 25ª e la 120ª ora aveva condotto a 10 gravidanze su 629 (1,59%). Come accada che l'1,60% di probabilità sia inferiore all'1,59% è davvero un mistero: sarà il buco nell'ozono? Sarà l'effetto serra? È colpa del Niño? Sono gli influssi astrali? Attendiamo lumi dagli esperti senza volto che hanno stilato il parere, magari allegandovi una completa disclosure (rivelazione) sugli eventuali conflitti d'interesse. 

Un paio di cose sembrano assodate. Il rischio che la disponibilità di prodotti post-coitali disponibili come caramelle espettoranti o pillole lassative conduca soprattutto gli adolescenti a comportamenti sessuali a maggiore rischio di malattie sessualmente trasmesse e di gravidanze indesiderate è una possibilità evidenziata in due recenti studi che contraddicono precedenti risultanze. È quanto mettono nero su bianco in una loro monografia proprio i Professionisti della Salute Riproduttiva americani, di certo non arruolabili tra i paladini delle istanze pro-life. 

Il secondo aspetto è quello che mostra come tutti i tentativi di allargare l'accesso alla pillola del giorno dopo abbiano dimostrato un impatto pari a zero sulla popolazione generale per quanto riguarda le gravidanze indesiderate e gli aborti, nonostante l'incremento dell'uso di tale pillola. Poiché ad oggi non è disponibile nessuno studio analogo per ulipristal, non appare irragionevole interrogarsi circa i reali obiettivi della decisione assunta. 

Se approvata dalla Commissione Europea la decisione varrà per ogni stato aderente all'Unione. Restano ancora da definire i margini di manovra per i singoli paesi. Certo che se questo è l'accanimento contro il concepito, diventa ancora più pressante l'esigenza che le forze del bene, soprattutto quelle deputate alla ricerca nelle Università, si diano da fare con investimenti per trovare il modo di rendere scientificamente evidente la presenza di un essere umano anche prima che questi si sia annidato nell'endometrio.

domenica 16 novembre 2014

"La vita umana è sempre sacra, valida ed inviolabile" Discorso del Papa ai membri dell'Associazione Medici Cattolici Italiani (AMCI) Citta' del Vaticano, 15 Novembre 2014 (Zenit.org)

Alle ore 12.30 di oggi, papa Francesco ha ricevuto in udienza i membri dell’Associazione Medici Cattolici Italiani (AMCI) in occasione del 70° anniversario di fondazione. Riprendiamo di seguito il discorso pronunciato dal Papa.


***

Buongiorno!

Vi ringrazio della presenza e anche per l’augurio: il Signore mi conceda vita e salute! Ma questo dipende anche dai medici, che aiutino il Signore! In particolare, voglio salutare l’Assistente ecclesiastico, Mons. Edoardo Menichelli, il Cardinale Tettamanzi, che è stato il vostro primo assistente, e anche un pensiero al Cardinale Fiorenzo Angelini, che per decenni ha seguito la vita dell’Associazione e che è tanto ammalato ed è stato ricoverato in questi giorni, no? come pure ringrazio il Presidente, anche per quel bell’augurio, grazie.

Non c’è dubbio che, ai nostri giorni, a motivo dei progressi scientifici e tecnici, sono notevolmente aumentate le possibilità di guarigione fisica; e tuttavia, per alcuni aspetti sembra diminuire la capacità di "prendersi cura" della persona, soprattutto quando è sofferente, fragile e indifesa. In effetti, le conquiste della scienza e della medicina possono contribuire al miglioramento della vita umana nella misura in cui non si allontanano dalla radice etica di tali discipline. Per questa ragione, voi medici cattolici vi impegnate a vivere la vostra professione come una missione umana e spirituale, come un vero e proprio apostolato laicale.

L’attenzione alla vita umana, particolarmente a quella maggiormente in difficoltà, cioè all’ammalato, all’anziano, al bambino, coinvolge profondamente la missione della Chiesa. Essa si sente chiamata anche a partecipare al dibattito che ha per oggetto la vita umana, presentando la propria proposta fondata sul Vangelo. Da molte parti, la qualità della vita è legata prevalentemente alle possibilità economiche, al "benessere", alla bellezza e al godimento della vita fisica, dimenticando altre dimensioni più profonde – relazionali, spirituali e religiose – dell’esistenza. In realtà, alla luce della fede e della retta ragione, la vita umana è sempre sacra e sempre "di qualità". Non esiste una vita umana più sacra di un’altra: ogni vita umana è sacra! Come non c’è una vita umana qualitativamente più significativa di un’altra, solo in virtù di mezzi, diritti, opportunità economiche e sociali maggiori.

Questo è ciò che voi, medici cattolici, cercate di affermare, prima di tutto con il vostro stile professionale. La vostra opera vuole testimoniare con la parola e con l’esempio che la vita umana è sempre sacra, valida ed inviolabile, e come tale va amata, difesa e curata. Questa vostra professionalità, arricchita con lo spirito di fede, è un motivo in più per collaborare con quanti – anche a partire da differenti prospettive religiose o di pensiero – riconoscono la dignità della persona umana quale criterio della loro attività. Infatti, se il giuramento di Ippocrate vi impegna ad essere sempre servitori della vita, il Vangelo vi spinge oltre: ad amarla sempre e comunque, soprattutto quando necessita di particolari attenzioni e cure. Così hanno fatto i componenti della vostra Associazione nel corso di settant’anni di benemerita attività. Vi esorto a proseguire con umiltà e fiducia su questa strada, sforzandovi di perseguire le vostre finalità statutarie che recepiscono l’insegnamento del Magistero della Chiesa nel campo medico-morale.

Il pensiero dominante propone a volte una "falsa compassione": quella che ritiene sia un aiuto alla donna favorire l’aborto, un atto di dignità procurare l’eutanasia, una conquista scientifica "produrre" un figlio considerato come un diritto invece di accoglierlo come dono; o usare vite umane come cavie di laboratorio per salvarne presumibilmente altre. La compassione evangelica invece è quella che accompagna nel momento del bisogno, cioè quella del Buon Samaritano, che "vede", "ha compassione", si avvicina e offre aiuto concreto (cfr Lc 10,33). La vostra missione di medici vi mette a quotidiano contatto con tante forme di sofferenza: vi incoraggio a farvene carico come "buoni samaritani", avendo cura in modo particolare degli anziani, degli infermi e dei disabili. La fedeltà al Vangelo della vita e al rispetto di essa come dono di Dio, a volte richiede scelte coraggiose e controcorrente che, in particolari circostanze, possono giungere all’obiezione di coscienza. E a tante conseguenze sociali che tale fedeltà comporta. Noi stiamo vivendo un tempo di sperimentazioni con la vita. Ma uno sperimentare male. Fare figli invece di accoglierli come dono, come ho detto. Giocare con la vita. Siate attenti, perché questo è un peccato contro il Creatore: contro Dio Creatore, che ha creato le cose così. Quando tante volte nella mia vita di sacerdote ho sentito obiezioni. "Ma, dimmi, perché la Chiesa si oppone all’aborto, per esempio? E’ un problema religioso?" – "No, no. Non è un problema religioso" – "E’ un problema filosofico?" – "No, non è un problema filosofico". E’ un problema scientifico, perché lì c’è una vita umana e non è lecito fare fuori una vita umana per risolvere un problema. "Ma no, il pensiero moderno…" – "Ma, senti, nel pensiero antico e nel pensiero moderno, la parola uccidere significa lo stesso!". Lo stesso vale per l’eutanasia: tutti sappiamo che con tanti anziani, in questa cultura dello scarto, si fa questa eutanasia nascosta. Ma, anche c’è l’altra. E questo è dire a Dio: "No, la fine della vita la faccio io, come io voglio". Peccato contro Dio Creatore. Pensate bene a questo.

Vi auguro che i settant’anni di vita della vostra Associazione stimolino un ulteriore cammino di crescita e di maturazione. Possiate collaborare in modo costruttivo con tutte le persone e le istituzioni che con voi condividono l’amore alla vita e si adoperano per servirla nella sua dignità, sacralità e inviolabilità. San Camillo de Lellis, nel suggerire il metodo più efficace nella cura dell’ammalato, diceva semplicemente: «Mettete più cuore in quelle mani». Mettete più cuore in quelle mani. È questo anche il mio auspicio. La Vergine Santa, la Salus infirmorum, sostenga i propositi con i quali intendete proseguire la vostra azione. Vi chiedo per favore di pregare per me e di cuore vi benedico. Grazie.

© Copyright - Libreria Editrice Vaticana

(15 Novembre 2014) © Innovative Media Inc.

«Aborto ed eutanasia, peccati contro il Creatore», di Massimo Introvigne, 16-11-2014, http://www.lanuovabq.it/

Medici
Il 15 novembre 2014 Papa Francesco ha ricevuto i medici cattolici e ha pronunciato uno dei discorsi più forti del suo pontificato denunciando la procreazione assistita, l'aborto e l'eutanasia come espressione di una cultura che gioca e sperimenta con la vita, specie la più debole e indifesa.

La difesa della vita umana, ha detto il Pontefice, «coinvolge profondamente la missione della Chiesa». Essa non può rinunciare «a partecipare al dibattito che ha per oggetto la vita umana, presentando la propria proposta fondata sul Vangelo». Questa proposta oggi è avversata, perché per molti «la qualità della vita è legata prevalentemente alle possibilità economiche, al ‘benessere’, alla bellezza e al godimento della vita fisica, dimenticando altre dimensioni più profonde – relazionali, spirituali e religiose – dell’esistenza». Si tratta di un grave errore, perché «alla luce della fede e della retta ragione, la vita umana è sempre sacra e sempre “di qualità”. Non esiste una vita umana più sacra di un’altra, come non c’è una vita umana qualitativamente più significativa di un’altra». Soprattutto i medici devono ricordare che «la vita umana è sempre sacra, valida ed inviolabile, e come tale va amata, difesa e curata». E i medici cattolici devono rispettare «l’insegnamento del Magistero della Chiesa nel campo medico-morale».

In concreto, oggi, i medici cattolici si trovano di fronte a sfide e problemi di coscienza in tema soprattutto di procreazione assistita, di aborto e di eutanasia «Il pensiero dominante propone a volte una ‘falsa compassione’: quella che ritiene sia un aiuto alla donna favorire l’aborto, un atto di dignità procurare l’eutanasia, una conquista scientifica ‘produrre’ un figlio considerato come un diritto invece di accoglierlo come dono; o usare vite umane come cavie di laboratorio per salvarne presumibilmente altre». Di fronte a queste sfide, «la fedeltà al Vangelo della vita e al rispetto di essa come dono di Dio, a volte richiede scelte coraggiose e controcorrente che, in particolari circostanze, possono giungere all’obiezione di coscienza».

La grande tentazione, ha detto il Papa, oggi è «sperimentare con la vita». «Ma sperimentare è male. Di 'fare' figli invece di accoglierli come dono... . Di giocare con la vita, lì. State attenti, eh?, che questo è un peccato contro il Creatore: contro Dio Creatore, che ha creato le cose così».

Papa Francesco ha ricordato l'obiezione secondo cui questi sono temi religiosi, e la Chiesa non dovrebbe interferire con le leggi degli Stati né potrebbe imporre la sua dottrina ai non cattolici. «No – ha detto il Papa – non è un problema religioso» e nemmeno «un problema filosofico. È un problema scientifico, perché lì è una vita umana e non è lecito fare fuori una vita umana per risolvere un problema. ‘Ma, no, il pensiero moderno …’ – ‘Ma, senti, nel pensiero antico, nel pensiero moderno, la parola uccidere significa lo stesso!’. Lo stesso vale per l’eutanasia: tutti sappiamo che con tanti anziani, in questa cultura dello scarto, si fa questa eutanasia nascosta. Ma, anche c’è l’altra, no? E questo è dire a Dio: ‘No, la fine della vita la faccio io, come io voglio’. Peccato contro Dio Creatore. Pensate bene a questo». Un invito rivolto ai medici, ai politici e anche a qualche cattolico con le idee poco chiare.

Sul senso della vita si gioca la missione dei medici, di Luigi Negri*, 16-11-2014, www.lanuovabq.it

MediciIl discorso di Papa Francesco ai partecipanti al convegno dell’associazione dei medici cattolici italiani acquista un valore straordinario in un momento come questo nella vita della Chiesa e della società.

Innanzitutto mi pare determinante la questione dell’attenzione alla vita, all’uomo, alla vita umana che – dice il Papa – «coinvolge profondamente la missione della Chiesa». Questo coinvolgimento si caratterizza come una concezione della vita fondata sul vangelo, quindi direttamente sull’avvenimento di Cristo e sulla sua presenza nel mondo attraverso la Chiesa. La vita è dunque questo mistero di gratuità che dipende da Dio, che è dono di Dio e che costituisce la ragione profonda del valore e della dignità della vita.

Oggi la tentazione - tra l’altro efficamente evidenziata da papa Francesco – della riduzione della vita ad alcune sue connotazioni e dimensioni (psicologica, affettiva, culturale) sembra prendere inesorabilmente il sopravvento e diventare la concezione unica dominante per quanto riguarda la vita. Ebbene, in tale situazione questa di una concezione radicalmente autentica della vita umana e della sua dignità come parte fondamentale della missione della Chiesa è un’affermazione di grande capacità di presenza nella società e di interlocuzione attiva e positiva della missione della Chiesa.

La vita quindi va amata, difesa e curata, proprio perché si è convinti e si è consapevoli che si ha di fronte non un oggetto conoscibile scientificamente e manipolabile tecnologicamente, ma un evento assolutamente fondato nel suo obiettivo riferimento al mistero di Dio che crea e di Cristo che redime. La conseguenza è che i medici sono chiamati ad aprire la propria professione secondo un orizzonte di accompagnamento di cura, di carità verso la totalità della persona e della vita e non riducendo la loro professione a terapie di carattere particolare. In fondo il medico esprime in concreto una carità globale per la vita della persona. Ed è dentro questa globalità di carità o di attenzione che poi si situa tutto il cammino terapeutico teso alla guarigione dalla malattia o all’accompagnamento della persona all’incontro definitivo con Dio attraverso il passaggio da questa alla vita eterna.

Rimane in primo piano dunque quella ospitalità alla persona che ha costituito nei secoli la caratteristica fondamentale degli ospedali. Nella tradizione cattolica gli ospedali sono nati da questa volontà e capacità di far compagnia ed accompagnare la persona in tutta la sua totalità facendosi specificamente carico dei suoi bisogni, delle sue fatiche, delle sue patologie. Non a caso per secoli si è parlato di ospedali, cioè di luogo di accoglienza, luogo di convivenza, luogo di compagnia vissuta, luogo di dedizione di una persona ad un’altra persona anche attraverso l’esercizio delle specifiche competenze mediche e attraverso l’uso di precisi strumenti di carattere terapeutico. 

Io ricordo che nella mia diocesi d’origine, Milano, il grande ospedale nato nei primi secoli del II millennio era chiamato la Ca’ Granda, la casa grande: la casa che accoglieva gli uomini, tutte le persone connotate da particolari bisogni e da particolari patologie di carattere fisico. E ricordo ancora una consuetudine che non credo sia mai stata abbandonata - sicuramente esisteva quando ero ragazzo -, ovvero che il parroco della Ca' Granda, dell’Ospedale maggiore era l’arcivescovo di Milano; come a dire che l’ospedale è una particolare espressione di questa accoglienza della Chiesa alla persona, alla sua vita quali che siano le condizioni in cui questa vita si vive.

Su questa prima osservazione che mi pare contenga una grande radicalità, una grande originalità di fondazione da cui deriva l’impegno alla condivisione e alla carità, si situa anche un'altra fondamentale conseguenza di carattere antropologico e culturale che il Papa con molto coraggio e molta chiarezza ha indicato. Oggi c’è un pensiero dominante anche in campo sanitario che altera alcune dimensioni fondamentali dell’impegno medico. 

Il Papa è molto chiaro nell’indicare queste deviazioni, che ha definito «falsa compassione»: «quella che ritiene sia un aiuto alla donna favorire l’aborto, un atto di dignità procurare l’eutanasia, una conquista scientifica ‘produrre’ un figlio considerato come un diritto invece di accoglierlo come dono; o usare vite umane come cavie di laboratorio per salvarne presumibilmente altre». 

Ecco allora che la professione medica assume anche il carattere di una coraggiosa testimonianza che va contro questo pensiero unico dominante. È una testimonianza che fa dei medici sì dei buoni samaritani, ma la cui prima caratteristica è quella di denunciare e di superare questo pensiero unico dominante in campo medico che fa della medicina semplicemente uno strumento scientifico e tecnologico che rischia di dimenticare la persona e la sua irriducibile verità, e di renderla una semplice parte di un processo tecnologico che finisce per utilizzare o manipolare la persona.

In questo senso è molto importante anche l’ultima conseguenza che papa Francesco tira. Contro una degenerazione dell’arte medica a processo di carattere scientifico e tecnologico, sta la necessità in coscienza per i medici cattolici di prendere la strada anche dell’obiezione di coscienza quando queste manipolazioni diventano lesive dei diritti di Dio oltre che dei diritti della persona.

In un momento come questo in cui - soprattutto nel campo della medicina - si coagulano tutte le questioni gravi per la vita della persona nella nostra società, per il riconoscimento dei suoi diritti, per il rispetto della sua dignità e libertà, questo discorso ha un valore fondamentale. Esso apre infatti una prospettiva di missione fortemente connotata in senso culturale, e decisa a mettere in questione quella che ormai sembra una ideologia che non può e non deve essere messa in discussione.



Mi auguro che questo discorso possa trovare una circolazione adeguata e non sia ridotto a qualche frase estrapolata qua e là a vantaggio dell’ideologia che domina la nostra società; mi auguro che questo discorso possa essere vissuto come un invito a vivere la nostra identità cristiana, la nostra missione nel mondo senza se e senza ma, con quella capacità di tornare continuamente alla nostra identità e di svolgerne tutta la straordinaria e ricca potenzialità di presenza in campo culturale e sociale.

* Arcivescovo di Ferrara-Comacchio

giovedì 13 novembre 2014

MATERNITÀ SURROGATA - Utero in affitto, la Cassazione chiude al riconoscimento in Italia, Francesco Machina Grifeo | 11/11/2014, http://www.diritto24.ilsole24ore.com/



Corte di cassazione - Sezione I civile - Sentenza 11 novembre 2014 n. 24001

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Non vi è alcuna possibilità di veder riconosciuta nell'ordinamento italiano la maternità surrogata - la cd. pratica dell'utero in affitto - condotta all'estero. A vietarla è, infatti, la ormai famosa, per molti famigerata, legge 40 del 2004 (non toccata dalla Consulta sotto questo aspetto). Non solo, da tale divieto discende necessariamente la dichiarazione dello stato di adottabilità del minore, ed il suo collocamento presso un altro nucleo. A gelare definitivamente le speranze di una coppia che si era recata in Ucraina in cerca di una legislazione più permissiva è la Prima Sezione civile della Corte di cassazione con una sentenza 24001/2014 redatta dal Consigliere Carlo De Chiara che chiude ogni spiraglio. Per la legge, infatti, chi lo ha condotto in Italia, anche se munito di un certificato di nascita estero, è soltanto un «genitore apparente», per cui il minore va considerato «in stato di abbandono».

La fase di merito - La vicenda parte dalle indagini di un Pm insospettitosi di fronte alla dichiarazione di nascita fatta dalla coppia che aveva presentato un certificato ucraino che li riconosceva entrambi come genitori biologici. Dagli accertamenti era emerso che la donna aveva precedentemente subito una isterectomia mentre il padre era affetto da oligospermia. A questo punto la coppia - indagata per alterazione di stato civile - aveva ammesso di aver fatto ricorso alla surrogazione di maternità, pratica legale in Ucraina. A seguito di Ctu però era stato accertato che nessuno dei due dichiaranti era effettivamente genitore del minore. Per cui anche secondo la legge Ucraina che prevede che almeno il 50% del patrimonio genetico provenga dalla coppia committente, il contratto di surrogazione era da ritenersi nullo. Infine, il certificato anche se debitamente postillato non poteva essere riconosciuto in quanto contrario all'«ordine pubblico», visto il divieto posto dalla legge 40. Da qui l'allontanamento del minore dalla coppia ricorrente, «giustificato» anche dal comportamento illegale dei dichiaranti che avevano scientemente eluso la norma italiana.

La motivazione - La Suprema corte ha confermato l'intero impianto della sentenza della Corte di appello di Brescia respingendo uno per uno tutti i motivi sollevati dalla coppia. In primis i giudici di legittimità chiariscono che l'apostille attesta soltanto la «veridicità» del certificato ma non certo la sua efficacia nel nostro ordinamento. Dove, invece, il «limite generale dell'ordine pubblico» vale anche con riferimento alla «disciplina estera sulla filiazione». Inoltre, chiarisce la sentenza, nel concetto di ordine pubblico non rientrano soltanto i «valori condivisi della comunità internazionale» ma esso comprende anche «principi e valori esclusivamente propri» purché «fondamentali e perciò irrinunciabili». E tale non può non ritenersi il divieto della surrogazione della maternità, tanto più che esso è rafforzato anche da una sanzione penale, posta proprio a presidio del principio per cui «madre è colei che partorisce» (269 cc). E tale divieto, ribadisce, la Corte non è stato travolto dalla sentenza 162/2014 della Consulta che ha dichiarato incostituzionale la proibizione della eterologa.

I valori tutelati - Dunque, scrivono gli ermellini, «il divieto di pratiche di surrogazione di maternità è certamente di ordine pubblico» venendo in rilievo «la dignità umana - costituzionalmente tutelata - della gestante e l'istituto dell'adozione», con il quale la surrogazione di maternità «si pone oggettivamente in conflitto» perché soltanto a tale istituto «l'ordinamento affida la realizzazione di progetti di genitorialità priva di legami biologici con il nato». 

Ed anche a guardare le «aperture» registrate in dottrina, esse non riguardano la «surrogazione eterologa», quella cioè realizzata mediante ovociti non appartenenti alla donna committente, «che è priva perciò anche di legame genetico con il nato». Né tantomeno riguardano le ipotesi in cui neppure il gamete maschile appartiene alla coppia committente, come nella specie.
Mentre l'«interesse del minore» si realizza o affidando il nato a chi l'ha partorito oppure ricorrendo all'adozione, non dunque attraverso un «semplice accordo tra le parti», secondo una valutazione operata dalla legge che non attribuisce «alcuna discrezionalità» al giudice.

La giurisprudenza Ue - Bocciato anche il richiamo a due recenti sentenze della Cedu (65192/11 e 65941/11) su due casi francesi che, contrariamente a quanto sostenuto dai ricorrenti, non hanno affermato in generale il diritto del nato con surrogazione ad essere riconosciuto dalla coppia committente - lasciando al contrario su questo ampia autonomia agli Stati - ma prevedendolo soltanto nei casi in cui il padre sia anche padre-biologico, in omaggio al diritto all'«identità personale» del nato.

Potestà genitoriale mai assunta- In definitiva per la Cassazione sia il certificato di nascita ucraino che la locale legge sulla maternità surrogata sono contrarie all'ordine pubblico. Il primo, dunque, non può avere «efficacia» nel nostro paese e la seconda «non può trovare applicazione». Per cui non si pone neppure una questione di perdita della «potestà genitoriale» in quanto essa non è mai stata assunta dalla coppia. Da qui, in assenza di altri parenti, l'accertamento dello stato di abbandono e la dichiarazione di adottabilità da parte del tribunale dei minori.

Alla Corte costituzionale la decisione sul divieto di riconoscimento dell'adozione estera della coppia gay, di Patrizia Maciocchi, http://www.quotidianodiritto.ilsole24ore.com/

Dubbi di costituzionalità sulla legge italiana che vieta il riconoscimento dell'adozione di un bimbo a una coppia omosessuale che l'ha già ottenuta all'estero e in cui uno dei componenti è il genitore. Il Tribunale dei minorenni di Bologna, con l'ordinanza 4701, chiama la Consulta a esprimersi su un'eventuale contrasto con la Carta degli articoli 35 e 36 della legge sulle adozioni (184/1983) per la parte in cui non è consentito al giudice di valutare se sia all'interesse del minore eseguire anche in Italia la sentenza straniera che ha riconosciuto la sua adozione in favore del coniuge del genitore, anche quando il matrimonio non ha prodotto effetti in Italia perché avvenuto tra persone dello stesso sesso.
Alla base dell'ordinanza firmata dal presidente Giuseppe Spataro, il ricorso di due donne, sposate in America e residenti in Italia, che hanno chiesto al Tribunale interno di riconoscere la sentenza americana con la quale era stata disposta l'adozione di una minore, figlia biologica di una della due. In base alla legge attuale la donna non può adottare la figlia di sua moglie, neppure facendo leva sull'articolo 44 lettera B) della legge sulle adozioni che regola i casi particolari. A sbarrare la strada c'è l'ordine pubblico che pone come condizione per l'adozione la diversità tra i sessi. Il Tribunale ricorda che l'articolo 35 della legge sulle adozioni vieta la trascrizione nei registri dello Stato civile delle adozioni di un minore pronunciate all'estero, se contrarie ai principi fondamentali che regolano nello Stato il diritto di famiglia e dei minori: tra questi c'è quello secondo cui l'adozione è consentita solo alle coppie sposate. Un orientamento che, secondo i giudici, suscita perplessità se applicato al caso specifico, nel quale ci sono genitori con una convivenza ventennale confluita in un matrimonio regolarmente celebrato all'estero e in una sentenza di adozione. La legge è censurabile perché in base alla sola omosessualità impedisce il riconoscimento in Italia della famiglia formata all'estero. I giudici sono cansapevoli che la Consulta si è già pronunciata sulle unioni omosessuali lasciando al Parlamento il compito di individuare le garanzie. Tuttavia la richiesta è di intervenire a tutela di situazioni particolari, per verificare l'adeguatezza e la proporzionalità della disciplina. Nei piatti della bilancia vanno messi l'interesse dello Stato a non modificare il modello eterosessuale di matrimonio e, dall'altro, quello della coppia omogenitoriale a non veder cancellata la situazione giuridica preesistente. Non si tratta di veder affermato il riconoscimento della trascrizione del matrimonio omosessuale in Italia, ma di dare al giudice la possibilità di valutare quale sia l'intersse preminente del minore.


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mercoledì 12 novembre 2014

Asili nido a Roma conquistati dalla lobby gay di Costanza Signorelli, 12-11-2014, http://www.lanuovabq.it/

Libriccino per asilo nido«Mery e Franci si amavano e volevano una famiglia. (…) Ma mancava il semino! In Olanda c’è una clinica dove dei signori gentili donano i loro semini per chi non ne ha. Franci si è fatta dare un semino nella clinica olandese e… l’ha messo nella pancia di Mery. Margherita ha cominciato a crescere! Margherita ha due mamme: solo una l’ha portata nella pancia ma entrambe, insieme, l’hanno messa al mondo. Sono i suoi genitori».  Le scritte grandi e ben scandite campeggiano su pagine dai colori pastello dove le figure di due donnine, che si scambiano bacini e cuoricini, completano l’«idillio fiabesco». Ebbene sì, perché quanto riportato qui sopra, è lo stralcio proprio di un racconto per bambini, Piccola storia di una famiglia, casa editrice Stampatello. 

Ma il peggio deve ancora venire. Perché, il manualetto per infanti non occupa solamente gli scaffali delle librerie più attive in tema di propaganda gender, ma fa parte della progetto educativo, all'insaputa dei genitori, di un asilo nido comunale di Roma, il Castello Incantato, zona Buffalotta.

Al testo in questione si aggiungono una lunga serie di altri simili: Perché hai due papà? – «un libro che in modo semplice e lineare spiega come nascono i bambini dall’amore di due uomini» – oppure, Qual è il segreto di papà?, dove si racconta ai piccoli che loro padre potrebbe avere un fidanzato. E ancora Il bell’anatroccolo, la storia di Elmar (maschio) che scopre di essere «femminuccia ed è orgoglioso di esserlo». E via dicendo. La lista è  lunga ed è stata affissa sulla bacheca del nido in questione con il titolo: «Vogliamo leggerli ai nostri “bambini” (scritto in rosa, ndr) e “bambine” (scritto in azzuro, ndr), chi ce li regala?».

Una bacheca sì, una semplice bacheca di quelle che si usano per comunicare feste di compleanno, variazioni del menù scolastico o colonie di virus in agguato. E però, è proprio questo il metodo che si ripete: con il cavallo di Troia della lotta alla discriminazione, con il pretesto dell'educazione sessuale o più semplicemente, appunto, con escamotage che sfruttano la distrazione dei genitori, si spalancano le porte degli istituti scolastici ad una valanga di "progetti educativi" di stampo gender. Il nido di Roma non è certo un caso isolato. Lo denuncia un comitato di genitori - comitatoarticolo26.it - nato proprio con lo spirito di rispondere all’emergenza educativa che, sotterranea ma violenta, si sta imponendo nelle strutture scolastiche della capitale ed anche di tutto il territorio nazionale. 

Così, spesso all'insaputa dei genitori, si va affermando una linea ben precisa. Si impone, in modo più o meno limpido, una cultura insidiosa, che mira alla decostituzione dei modelli di genere, alla sovversione delle evidenze di natura e allo stravolgimento del senso di famiglia e di genitorialità. Detto in altre parole, si insegna ai bambini, sin dalla più tenerà età, che non si nasce maschi o femmine ma che «sei quello che senti di essere», senza differenza. Che non esistono una mamma e un papà, ma un genitore 1 e 2. E che perciò la famiglia può essere tutto e il suo contrario. E via discorrendo. Un “progetto educativo” ben architettato che nasce in seno alle associazioni Lgbt e si serve del patrocinio del governo e degli enti locali, come più volte abbiamo dimostrato spiegando ad esempio il progetto del governo che va sotto il nome di "Strategia Nazionale per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni basate sull'orientamento sessuale e sulle discriminazioni", che ha nella scuola il principale obiettivo (clicca qui).

Per capire meglio lo scenario su cui si muovono casi come quello del Nido Castello Incantato, è sufficiente guardare quanto successo a Roma lo scorso 20 e 21 settembre, giorni in cui si è tenuto un convegno nazionale dal titolo “Educare alle differenze”. Organizzato da duecento realtà co-promotrici – per lo più associazioni Lgbt sparse su tutto il territorio nazionale –, l'incontro ha visto la partecipazione di centinaia di attivisti, tra cui psicologi e docenti di scuola pubblica di ogni ordine e grado. Sono questi ultimi, infatti, i destinatari prediletti, perché lo scopo dell’ideologia cosiddetta gender, è quello di formare ed educare le future generazioni a «cambiare idee, concetti e visioni del mondo mettendo in crisi il pensiero unico della nostra cultura, fatta spesso di stereotipi e modelli culturali di genere normativi limitanti». Questo quanto si legge nella “mission” di Progetto Alice, uno dei principali gruppi promotori dell’evento. E se i più grandi sono difficili da convincere, meglio partire dai piccini: «Abbiamo individuato nella decostruzione degli stereotipi dei modelli familiari nella primissima infanzia un intervento strategico per il lavoro educativo», ha dichiarato un’esponente dell’associazione Scosse nell’ambito della presentazione del progetto “Leggere senza stereotipi”, un’idea che a Venezia è già diventata realtà grazie ai finanziamenti del Comune e che prevede la fornitura agli asili e alle scuole dell’infanzia di libretti sul calibro di quelli citati in partenza.

Ma vi è di più. Il convegno nazionale “Educare alle differenze” è stato patrocinato dell’Assessorato alla Scuola di Roma Capitale. E infatti Scosse, l’ideatrice dell’evento, è la medesima associazione che l’anno scorso ha ricevuto da Roma Capitale il mandato di formare le educatrici degli asili nido e delle scuole dell’infanzia di Roma, attraverso specifici seminari sulle tematiche gender (clicca qui). Simili corsi di formazione rientrano oggi a tutti gli effetti nei “Percorsi didattici per le scuole di Roma Capitale” che l’assessore alla Scuola, Infanzia, Giovani e Pari Opportunità, Alessandra Cattoi, ha presentato ai dirigenti scolastici per l’anno scolastico 2014/2015 (clicca qui).

La verità è che spesso questi tipi di inziative si nascondono sotto le vesti della lotta alla discriminazione, della battaglia avverso la violenza omofoba, della campagna di sensibilizzazione alle “diversità” ma nulla hanno a che fare con la difesa di questi diritti. E perciò, chi prova a contrastare siffatte iniziative viene subito tacciato come omofobo. Ma è tutto il contrario. Anzitutto perché, proprio trattandosi di temi estremamente delicati, quali l’affettività e la sessualità, meriterebbero per questo di essere affrontati con altrettanta delicatezza e rispetto. Non già, come invece accade, strumentalizzati per portare avanti battaglie puramente ideologiche sulla pelle di chi soffre.

Ma il punto è un altro e non ha nulla a che vedere con l’omofobia. Ha invece a che fare con la tutela degli innocenti, con la protezione dei più deboli e indifesi: i nostri bambini. Perché dire a un piccolo che può nascere da due mamme, che papà e mamma non esistono, che nasce maschio ma potrebbe scoprire di essere femmina, che non conta «ciò che è e ciò che vede», ma «ciò che sente e pensa di essere»; dirgli tutto questo significa ingannarlo sfruttando la sua innocenza; significa raccontargli menzogne abusando della sua fiducia; significa educarlo ad un modo stravolto ed estremamente pericoloso di rapportarsi con la realtà. E i danni sono devastanti. Per tutti. 

«Quando si abolisce il principio di evidenza naturale, la mente compensa con squilibri psicotici gravissimi. Per questo pensare di introdurre l’uguaglianza dei sessi come normale significa attentare alla psiche di tutti. Penso poi ai più deboli: i bambini. Se gli si insegna sin da piccoli che quel che vedono non è come appare, li si rovina. Non sono solito fare affermazioni dure, dato che gli omosessuali sono persone spesso duramente discriminate, ma non posso non dire che introdurre l’idea che la differenza sessuale non esiste, e che quindi non ha rilevanza, è da criminali. Non conosciamo ancora gli scenari di un mondo disposto a stravolgere la normalità ma li prevedo terribili: l’uomo che obbedisce alla sua volontà e non alla norma si distrugge». Così disse Italo Carta, rinomato psichiatra già ordinario di psichiatria e direttore della Scuola di specializzazione in Psichiatria all’Università degli studi di Milano. Ora dite voi: chi sono i violenti?

lunedì 10 novembre 2014

Se le ragioni per giustificare l’eutanasia si basano su due enormi balle, novembre 10, 2014, Giuliano Guzzo, http://www.tempi.it/

eutanasia-italiaTratto dal blog di Giuliano Guzzo - «Due delle ragioni che giustificherebbero da sole la legalizzazione della eutanasia in Italia sono il fenomeno della eutanasia clandestina (circa 20mila casi l’anno) e quello dei suicidi di malati (1.000 l’anno, e più di 1.000 tentativi di suicidio)», si legge sul sito de L’Espresso in un intervento a firma di Carlo Troilo, intervento forte e persuasivo sin dal titolo: “Se mille suicidi vi sembran pochi”. Ora, chi si limitasse alla lettura integrale dell’articolo, potrebbe anche sposarne le ragioni. Legittimamente. Del resto non s’intende, qui, esprimere parere alcuno sulla “dolce morte” né sull’autodeterminazione ma solo segnalare come i due argomenti principali prodotti – 1.000 suicidi e 20.000 casi di eutanasia clandestina l’anno – siano non solo poco corretti, ma totalmente destituiti di fondamento.
Partiamo dai «suicidi di malati (1.000 l’anno, e più di 1.000 tentativi di suicidio)». E’ vero che ci sono stati 1.316 suicidi aventi la malattia come movente, ma non va dimenticato – come del resto precisa la stessa tabella Istat a cui rimanda il sito de L’Espresso (Dati 2008) – come la stragrande maggioranza di questi riguardino malattie psichiche (1.010) e non malattie fisiche (306); stesso discorso per i tentativi 1.382 tentativi di suicidio: quasi tutti causati da malattie psichiche (1.259) anziché da malattie fisiche (123). Posto che pure il dato sui suicidi per malattie fisiche andrebbe preso con le pinze (quante di queste morti si sono verificate nonostante cure adeguate e quante, purtroppo, in carenza di esse?), meraviglia che si taccia sulla prevalenza statistica delle malattie psichiche, che certo non hanno un legame diretto col dolore fisico che tanto, giustamente, spaventa.

Abbiamo cioè soggetti che magnificano l’autodeterminazione, ma poi ci nascondono il fatto che i dati che loro chiamano in causa riguardano per lo più persone che, in conseguenza di un disagio mentale, non sono state affatto così libere di scegliere. Bella presa per i fondelli. Ma non è la sola, dato c’è un altro dato da smascherare: quello sul «fenomeno della eutanasia clandestina (circa 20mila casi l’anno)». Qui L’Espresso neppure rinvia alla fonte, ma solo ad un pezzo di Repubblica che presenta un’indagine dell’Istituto Mario Negri. Si tratterebbe, secondo Troilo, della «ricerca più autorevole sulla eutanasia clandestina». Peccato che sul sito degli autori della ricerca, curata dal GiViTI – acronimo che sta per Gruppo Italiano per la Valutazione degli interventi in Terapia Intensiva – un comunicato stampa del dottor Bertolini, responsabile di GiViTI, prenda le distanze proprio dalle manipolazioni radicali.

«Purtroppo i dati di quella importante ricerca – scrive il dottor Bertolini - sono stati riportati in maniera distorta e scorretta, travisando completamente la loro portata e il loro significato. Cerchiamo quindi di fare un po’ di chiarezza […] La ricerca del GiViTI ha mostrato che nel 62% dei decessi avvenuti in Terapia Intensiva, la morte è stata preceduta da una qualche forma di limitazione terapeutica, dopo che è stata verificata l’inefficacia delle cure. In questo senso, è frutto di ignoranza, di superficialità o peggio di malafede porre sullo stesso piano l’eutanasia e la desistenza da cure inappropriate per eccesso, come purtroppo si è visto fare in queste ore. Questa campagna di grave disinformazione non solo è lesiva di un comportamento virtuoso da parte di tanti medici intensivisti, ma impedisce lo sviluppo di una corretta discussione su temi tanto delicati e sensibili all’interno della società civile» (03.05.2013).

Se sono queste le «ragioni che giustificherebbero da sole la legalizzazione della eutanasia in Italia» il fronte a favore della “dolce morte” è messo davvero male. Non solo: se c’è bisogno di arrivare a mentire, a manipolare numeri e a farsi persino sconfessare dagli autori delle ricerche citate a supporto delle proprie tesi, le possibilità sono due: o queste tesi sono fallaci e truffaldine come gli argomenti che le dovrebbero supportare, oppure c’è parecchio da fare. Che i lettori si facciano, giustamente – e in vera libertà, almeno loro -, l’idea che credono; ma stiano bene attenti perché questi signori che oggi la sparano grossa sull’eutanasia clandestina sono culturalmente figli e nipoti, se non fratelli, di coloro che ieri la sparavano grossa sull’aborto clandestino che in Italia, ogni anno, si sarebbe ripetuto milioni di volte. Poi è l’aborto clandestino e divenuto aborto di Stato e a diventare clandestina, da allora in avanti, è stata la stessa che oggi si tenta di nascondere ancora: la verità.

martedì 4 novembre 2014

«Gay malati? Non l'ho mai detto né pensato» Parla la prof di religione finita nella bufera, di Gianfranco Amato, 04-11-2014, http://www.lanuovabq.it/

Itis Moncalieri«Ho solo risposto a una domanda. Non sono omofoba e non ho fatto nessuna lezione sulla cura degli omosessuali». Adele Caramico, la professoressa di religione di Moncalieri finita nella bufera per le frasi sulle terapie per guarire dall'omosessualità (clicca qui), non ci sta a passare per quello che non è. La lezione di venerdì scorso doveva trattare altri temi e non la sfera della sessualità.

Che è successo professoressa?
Avevo appena chiesto agli alunni di fare alcune riflessioni scritte su come le problematiche bioetiche possano influenzare la nostra società quando un ragazzo mi ha posto una domanda sull’omosessualità. Non era inerente alla lezione la domanda, ma ho ritenuto opportuno rispondere vista l’insistenza con cui mi veniva chiesto un giudizio in materia.

Cos'ha risposto quindi?
Ho ripetuto più volte che ho amici gay e che con loro ho un tranquillo e profondo rapporto di amicizia che dura da anni. Ho sottolineato che la persona umana, indipendentemente da come essa sia, va rispettata sempre e si è innescata con quell’alunno una discussione sull’argomento. 

Ha detto che i gay si possono curare?
Quando mi hanno fatto una domanda specifica ho spiegato che le persone omosessuali che vivono con sofferenza la loro condizione e desiderano cambiare – solo queste, e non altre categorie di persone omosessuali soddisfatte del loro orientamento – talora si rivolgono a terapisti che, con un accompagnamento insieme psicologico e spirituale, possono venire incontro al loro desiderio. Ma solo queste, e non altre categorie di persone omosessuali soddisfatte del loro orientamento.

Sono teorie molto controverse. Era opportuno parlarne in classe?
Conosco la letteratura in materia e so bene che si tratta di teorie controverse e non da tutti accettate né nella comunità scientifica né nel mondo cattolico. Mi sono anche premurata di sottolineare, più volte, che in ogni caso l’omosessualità non è una malattia o una patologia.

Perché parlare di teorie riparative?
Mi sono limitata a segnalare la loro esistenza. E per completezza ho raccontato loro che in merito al problema molto dibattuto dell’origine dell’omosessualità ci sono due teorie, una che la vede come un dato naturale, l’altra che la riconduce a problemi e traumi subiti di solito durante l’infanzia. C'è chi dice che le due teorie spieghino l’esistenza di due diverse categorie di omosessuali, di cui la prima vive l’omosessualità così com’è è in modo naturale, mentre la seconda la vive con disagio.

Cosa ha detto a quest’ultimo riguardo?
Ho ritenuto corretto raccontare la vicenda realmente accaduta di un giovane medico che aveva superato, attraverso un adeguato percorso psicologico, il disagio che provava per le persone del sesso opposto.

Quanti la ascoltavano?
Sinceramente non mi è sembrato che gli studenti seguissero con molta attenzione. Non era un dibattito con tutta la classe, ma più un dialogo fra me e un solo allievo.

Quale?
Quello che aveva innescato la discussione con la domanda e quello stesso alunno mi ha rivelato di essere omosessuale e mi ha chiesto cosa vedessi di sbagliato in lui.

È sicura non fosse un altro?
Si, e gli ho risposto che per me lui è come tutti quanti gli altri. Non sapevo nulla della sua omosessualità. Ho anche fatto una battuta, quando lui è sembrato sorpreso del fatto che io non lo sapessi, dicendogli scherzosamente: “Mica chi è omosessuale lo porta scritto con un timbro sulla fronte!”.

Si è sentita provocata?
Quando mi ha chiesto se rispetterei pure Hitler si, ma gli ho chiesto se si fosse mai sentito trattato in in maniera diversa da me e lui ha risposto di no.

Quali sono le sue posizioni su questi temi?
Io aderisco pienamente al Magistero della Chiesa Cattolica, che ci invita ad accogliere le persone omosessuali con «rispetto, compassione e delicatezza».

Quindi è d'accordo con le posizioni del Papa e con quanto espresso nell'ultimo Sinodo?Certo, Papa Francesco ci chiede di non giudicare le persone in quanto tali, ma la dottrina distingue in modo molto accurato fra le persone, che non vanno giudicate, e i comportamenti, che per evitare forme di relativismo etico possono e devono essere oggetto di un giudizio morale.

Qualcosa l'ha irritata di questa discussione?
Un altro studente ha detto “il Papa ha benedetto le nozze gay” e gli ho risposto di non mettere in bocca al Papa cose che lui non ha mai detto.

Lei odia gli omosessuali?
No. L'ho detto a loro e lo dico ora: gli omosessuali non vanno giudicati, ma vanno accolti così come sono. Ho anche detto che anche nella Chiesa ci sono persone omosessuali e che vengono trattate come tutte le altre, senza alcuna discriminazione.

Rifarebbe questa discussione con gli studenti?
Non vedo perché non dovrei. Anche se sono sempre più convinta, e i fatti me ne danno ragione, che affrontare questa delicata tematica è come attraversare un campo minato. Non c’è un clima sereno. E’ sempre in agguato il rischio di essere fraintesi e la mala fede di chi strumentalizza e manipola le parole per fini ideologici. Quando si parla di clima da “caccia alle streghe” non si dice una cosa molto lontana dalla realtà.

lunedì 3 novembre 2014

I veri discriminati siamo noi, ex gay di Luca Di Tolve*, 03-11-2014, http://www.lanuovabq.it/


Quanto accaduto a Moncalieri è l’ennesima dimostrazione del carattere menzognero e illiberale dei gruppi organizzati Lgbt. L’insegnante di religione finita nella gogna mediatica non ha solo espresso un’opinione ma ha anche fatto riferimento a fatti concreti, scientifici, relativi all’omosessualità.

Ex gayIntanto va affermato con chiarezza che l’insegnante ha tutto il diritto di esprimere la propria opinione anche riguardo all’omosessualità: è un diritto sancito dalla Costituzione e non ci sono giustificazioni per chi vuole far tacere delle opinioni. Questo purtroppo è ormai un tratto caratteristico delle organizzazioni Lgbt, ci provano in continuazione e per fare questo mentono riguardo alla legge e riguardo alla scienza, usando anche un linguaggio volutamente tendenzioso per demonizzare chi la pensa diversamente.

L’insegnante di Moncalieri, ad esempio, ha parlato di problema psicologico, ma è stata accusata di parlare di “cure”, facendo intendere che considera l’omosessualità una malattia. È la solita mistificazione: quando si parla di disturbo, o disagio psicologico non parliamo di una malattia da curare ma di un disagio che richiede un lavoro interiore.

E pensare che sono loro stessi che sostengono la terapia affermativa, ovvero il supporto psicologico che porta all’accettazione dell’omosessualità. È segno che allora il disagio esiste, che un problema psicologico c’è. 

Del resto è la stessa Organizzazione Mondiale della Sanità ad affermarlo: nel Manuale diagnostico ICD10, l’omosessualità egodistonica è definita come un disturbo psicologico (catalogato come F66) per cui «l’individuo desidererebbe che (la preferenza sessuale) fosse diversa a causa di disordini psicologici e del comportamento associati, e può cercare un trattamento per cambiarla».

Dunque, è l’Organizzazione Mondiale della Sanità a dirlo, non la Chiesa cattolica: coloro che pur avendo una tendenza omosessuale vogliono esplorare altre modalità, perché – come è accaduto a me – si trovano a disagio nella loro condizione, devono avere questa possibilità. E invece si vuole negare alle persone che lo desiderano la possibilità di intraprendere un percorso psicologico diverso, che le porti a riscoprire l’eterosessualità. 

Così se qualcuno a un certo punto della sua vita “scopre” la propria omosessualità diventa una celebrità, un eroe popolare (il caso di Alessandro Cecchi Paone è solo un esempio); se invece, come è accaduto al sottoscritto, si vuole fare il percorso inverso allora vieni bollato come un pericoloso omofobo.

Per imporre questa teoria mentono sulla realtà e sulla scienza. La realtà è che ormai sono tantissimi i casi di ex omosessuali che hanno recuperato la loro identità eterosessuale, si sono sposati, vivono relazioni stabili e hanno figli. Negli Stati Uniti c’è una casistica che va indietro almeno trent’anni. E sempre negli Stati Uniti c’è una comunità, “People can change” (Le persone possono cambiare), con un sito internet che raccoglie tantissime testimonianze di ex omosessuali. E anche in Italia nella nostra associazione, che ha appena sei anni, ci sono almeno una quindicina di persone che già si sono sposate ed hanno figli. Quest’anno abbiamo anche fatto una festa della famiglia, per testimoniare la bellezza di questo cammino che viviamo. Non sono forse dati scientifici questi? Non sono dati inoppugnabili? Non siamo forse persone che vivono un reale cambiamento? Eppure ci negano il diritto di esistere.

La cosa scioccante è che questi personaggi continuano a mentire, e media e autorità istituzionali chiamano il presidente dell’Arcigay come se spettasse a lui decidere cosa deve entrare nella scuola e cosa deve rimanere fuori. È un’assurdità.

E poi continuano a ripetere un’altra menzogna: che la terapia riparativa in Italia non si può fare. Non è vero, si può fare benissimo. Lo dicono solo per spaventare la gente e intimidire quanti lo desiderassero. C’è un codice deontologico che fissa le modalità. Non è lo psicologo che decide, è la persona che va dallo psicologo e dice che prova un disagio. Prima si guarda il disagio poi la persona decide quale percorso vuole fare. Se io non sono felice come omosessuale, come dice l’Organizzazione Mondiale della sanità, ho il diritto di avere tutti gli strumenti per fare il percorso psicologico che desidero.

*Fondatore Associazione Gruppo Lot Regina della Pace

È già dittatura gay, dall'Italia all'Inghilterra di Massimo Introvigne e Gianfranco Amato, 03-11-2014, www.lanuovabq.it

A Moncalieri (To) un'insegnante di religione viene aggredita mediaticamente dalle organizzazioni Lgbt e dalla stampa solo per aver parlato in classe della possibilità per gli omosessuali di recuperare l'eterosessualità. E in Inghilterra scatta l'obbligo per le scuole religiose di insegnare la teoria del gender, pena l'obbligo di chiudere. È la dimostrazione di dove porta la strada che inizia con i progetti di legge contro l'omofobia.

Guardare quanto succede all'estero è sempre utile per capire quanto sta per succedere da noi. Qualche giorno fa ci siamo occupati degli Stati Uniti, dove sono cominciate le azioni legali per costringere i pastori e i sacerdoti a sposare le coppie dello stesso sesso nelle loro chiese (clicca qui). Gli Stati Uniti sembrano lontani? Oggi andiamo in Inghilterra, Unione Europea.

Qui, sabato 1 novembre, la ministra dell'Educazione, la signora Nicky Morgan, ha annunciato che le scuole religiose dovranno insegnare la teoria del gender, compreso quanto riguarda «i diritti dei gay e il rispetto dovuto ai matrimoni fra persone dello stesso sesso». Ha pure annunciato che manderà nelle scuole religiose ispezioni a sorpresa, e che quelle colte in fallo a insegnare dottrine religiose contrarie al «matrimonio» omosessuale o critiche rispetto agli atti omosessuali saranno chiuse senza cerimonie. Nel tentativo di mostrare che non ce l'ha con i cristiani, il ministero ha già mandato due ispezioni a scuole ebraiche, mostrando loro il cartellino giallo che le degrada a «scuole sotto sorveglianza», un passo prima del cartellino rosso della chiusura.

La vicenda merita quattro commenti, istruttivi anche per noi. Primo: l'Inghilterra e la Francia sono i Paesi-guida in materia di «nuovi diritti» e quanto è sperimentato da loro prima o poi arriva anche da noi. Ci sono già avvisaglie. Domenica diversi giornali riportavano il caso di un'insegnante di religione di Moncalieri, in provincia di Torino, denunciata al preside, all'ufficio scolastico provinciale e perfino alla Curia per avere - incredibilmente - insegnato nell'ora di religione cattolica quanto afferma il magistero cattolico a proposito degli omosessuali, «rispetto, compassione e delicatezza» compresi, ma con il giudizio proposto dal Catechismo sul carattere «disordinato» - per delicatezza, la docente non ha neppure usato questa parola - della tendenza e degli atti omosessuali e sulla inammissibilità di leggi che introducano nell'ordinamento il «matrimonio» e le adozioni da parte di coppie dello stesso sesso. Apriti cielo: la povera docente è stata trasformata in poche ore nel nostro di Moncalieri. Con il metodo inglese, non potrebbe insegnare il magistero cattolico neppure in una scuola cattolica.

Secondo commento: la ministra Morgan non solo è del Partito Conservatore, ma nel 2013 ha votato contro la legge che cambiava nome alle «unioni civili» inglesi - che erano in tutto uguali al matrimonio tranne che per il nome - in «matrimoni». Ora si è pentita. Non si sa se sia passata da Arcore, e lì abbia incontrato Luxuria, ma come ha detto Berlusconi in Europa i partiti conservatori su queste materie sono all'avanguardia. Purtroppo, spesso è vero.

Terzo commento: tutta la vicenda è cominciata con una campagna di stampa e ispezioni delle autorità scolastiche a Birmingham in scuole islamiche fondamentaliste, legalmente riconosciute in nome dell'allegro multiculturalismo inglese di qualche anno fa, dove sono stati trovati e fotografati alunni in tenuta da combattimento che scandivano slogan a favore del Califfato. Scandalo nazionale, e promessa del governo che avrebbe fatto qualcosa per sorvegliare le scuole religiose estremiste. Come ha detto un rabbino, siccome a Birmingham in alcune scuole islamiche si scandiva «Morte agli ebrei» la ministra ha deciso che troppo era troppo e ha mandato gli ispettori... nelle scuole ebraiche, per verificare se lì s'insegnavano l'ideologia del gender e la bellezza del «matrimonio» omosessuale. Questo punto è importante. Certamente esistono scuole islamiche trasformate in centri d'indottrinamento jihadista. Ma prima di chiedere leggi speciali bisogna stare attenti alla furbizia della dittatura del relativismo: qualche volta prende spunto dalle scuole islamiche per proporre provvedimenti contro le scuole religiose in genere, che poi non vanno a colpire chi predica il jihad ma chi critica il «matrimonio» omosessuale.

Quarto commento: contro la ministra hanno reagito, e va a loro merito, alcuni colleghi di partito, il mondo ebraico, gelosissimo dell'autonomia delle sue scuole, e alcuni gruppi protestanti conservatori. Per ora, rumoroso silenzio da parte delle confessioni religiose maggioritarie, anglicana e cattolica. C'è da sperare che durante le celebrazioni dei Santi e dei defunti i vescovi cattolici e anglicani avessero altro da fare, e che intervengano a breve. Se invece pensassero che, tenendo un basso profilo, le loro scuole non saranno colpite, non avrebbero imparato nulla da tante vicende simili che si sono già verificate in Inghilterra e in Europa.

- «INSEGNATE IL PENSIERO GENDER O VI CHIUDIAMO»
di Massimo Introvigne
La ministra dell'Educazione del governo inglese, Nicky Morgan, ha annunciato che le scuole religiose dovranno insegnare la teoria del gender, compreso quanto riguarda «i diritti dei gay e i matrimoni omosessuali». Il governo manderà ispezioni a sorpresa, e quelle colte in fallo a insegnare dottrine religiose contrarie al «matrimonio» omosessuale o critiche rispetto agli atti omosessuali saranno chiuse senza cerimonie.

- PROF DI RELIGIONE VITTIMA DELLA CACCIA ALL'OMOFOBO
di Gianfranco Amato
Insegnante di religione a Moncalieri fatta oggetto di una vergognosa campagna mediatica diffamatoria soltanto per avere spiegato che ci sono alcuni omosessuali che hanno svolto un percorso per cambiare orientamento. E, tristemente, anche l'arcivescovo di Torino la bacchetta.

La professoressa Adele Caramico, insegnante di religione cattolica dell’I.T.I.S. “Pininfarina” di Moncalieri, al centro di una bufera mediatica per alcune affermazioni considerate omofobe, ha dato incarico ai legali dell’associazione Giuristi per la Vita di tutelare il proprio onore, la propria reputazione ed il proprio decoro personale e professionale.

La professoressa Caramico è stata, infatti, oggetto di una vergognosa campagna mediatica diffamatoria per aver dichiarato, su insistente domanda di un allievo, quanto segue: «Le persone omosessuali che vivono con sofferenza la loro condizione e desiderano cambiare - solo queste, e non altre categorie di persone omosessuali soddisfatte del loro orientamento - talora si rivolgono a terapisti che, con un accompagnamento insieme psicologico e spirituale, possono venire incontro al loro desiderio», citando un caso concreto di avvenuto recupero a sua diretta conoscenza.

Del resto, la nota vicenda di Luca Di Tolve, l’ex attivista dell’Arcigay che, dopo i trent’anni, ha intrapreso un percorso psicologico, unito ad un cammino di fede, che lo ha portato a scoprire la gioia dell’amore per una donna e, poco dopo, il matrimonio, sta a dimostrare la fondatezza dell’assunto sostenuto dalla professoressa Caramico.

Stupisce il fatto che il vescovo di Torino, mons. Nosiglia, abbia preso le distanze dall’insegnante di religione dell’I.T.I.S. “Pininfarina”, sostenendo che quelle espresse sono solo “opinioni personali”, e affermando quanto segue: «Non credo che a scuola, per di più in una scuola pubblica, si debba affrontare la discussione in questo modo. Si è in un ambiente educativo, dove si forma la persona, bisogna ispirarsi a principi quali il rispetto e l’accoglienza. Soprattutto ora, dopo la discussione che c’è stata all'interno della Chiesa».

Si potrebbe chiedere a Sua Eccellenza cosa debba insegnare un docente di religione cattolica se non quello che insegna in materia il Magistero e l’art. 2357 del Catechismo della Chiesa cattolica, ovvero che l’omosessualità è un insieme di atti «intrinsecamente disordinati», e «contrari alla legge naturale», e che da questo «disordine morale»  – come da ogni disordine morale – chi vuole può uscirne, anche per evitare il destino della dannazione eterna, visto che l’art.1867 dello stesso Catechismo insegna che «il peccato dei sodomiti è uno dei quattro peccati mortali che gridano al cielo». O è forse cambiata la dottrina cattolica senza che i fedeli siano stati avvertiti?

Ancora una volta, in realtà, siamo di fronte al pericoloso tentativo mistificatorio di sbattere il mostro in prima pagina, manipolando fatti e parole secondo la consolidata tecnica della disinformatija sovietica, in un pesante clima da “caccia all’omofobo”, che ricorda sempre più l’aria angosciante e sinistra che si respirava nell’America degli anni cupi del maccartismo. Aveva ragione Melanie Phillips, l’intelligente e prestigiosa giornalista britannica quando in un suo celebre articolo pubblicato sul quotidiano Daily Mail il 24 gennaio 2011, ha denunciato l’intolleranza dell’ideologia gay e il fatto che gli stessi omosessuali «rischiano di diventare i nuovi maccartisti.