giovedì 30 giugno 2011

ELLAONE: UN UPDATE INTERNAZIONALE - Pubblicato il 30 giugno 2011 da webmaster http://www.blogscienzaevita.org/
Ulipristal acetate: contraceptive or contragestative? Questo il titolo di un interessante commento su EllaOne®, la “pillola dei cinque giorni dopo”, recentemente pubblicato da Jeffrey A. Keenam – professore di Ginecologia e Ostetricia presso l’Università del Tennessee – sulla rivista scientifica The Annals of Pharmacotherapy (Ann Pharmacother 2011 June;45:813-15).  http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/21666088

La significatività delle osservazioni basate su rigorosa argomentazione biomedica, così delle conseguenti implicazioni etiche, merita senza dubbio attenzione in quanto conforta ulteriormente le obiezioni, fatte già da tempo, circa la classificazione di EllaOne® come solo contraccettivo.

Riprendendo i principali studi pubblicati su EllaOne®, Keenam evidenzia diverse criticità.

Partendo dalla similitudine della struttura chimica dell’ulipristal acetato con l’RU486 (mifepristone), si evidenzia l’azione postfertilizzazione della molecola. L’ulipristal acetato è presente in circolo fino a 7 giorni dopo l’assunzione e sull’endometrio si rilevano modificazioni alterative a carico dei markers propri dell’impianto. La ripercussione sull’annidamento dell’embrione è evidente: l’embrione ha un periodo di tempo abbastanza ridotto (circa 4 giorni) perchè l’impianto abbia successo.

Altra criticità evidenziata è in merito agli studi clinici da cui si giustificherebbe la sola azione contraccettiva dell’ulipristal acetato. Ebbene, gli studi clinici in fase 2 e 3 non erano stati progettati per studiare l’azione anti impianto e non furono praticate analisi di laboratorio e ultrasonografiche finalizzate al timing dell’ovulazione. Inoltre, come ricorda sempre Keenan, l’ACOG  (American College of Obstetricians and Gynecologists) – associazione di riferimento per gli studi sull’ulipristal acetate – non fa alcuna distinzione tra azione contraccettiva e azione contragestativa. Ciò è chiaramente dimostrato dall’inclusione, tra i metodi “contraccettivi di emergenza”, della spirale che impedisce l’impianto dell’embrione.

Keenan pone in evidenza altre criticità semantiche, classificative, etiche e procedurali. In particolare, partendo dai meccanismi d’azione dell’ulipristal acetato, rivela l’opportunità di distinguere i termini “contraccettivo” e “contragestativo” così da classificare correttamente i vari metodi (“words mean something”). Sottolinea, pertanto, l’eticità di una corretta informazione rivolta alla donna, e non solo, circa l’azione contragestativa di EllaOne®.

Altra criticità, non secondaria, è il potenziale uso di EllaOne® nell’aborto chimico come per l’RU486, in considerazione del meccanismo d’azione simile delle due molecule. In Italia l’RU486 può essere usata entro la 7a settimana di amenorrea nei centri che praticano IVG.  Per questi motivi si prospetta anche la possibilità di un mercato clandestino di EllaOne®.

Comunque, secondo Keenan, l’uso dell’ulipristal acetato esclusivamente per prevenire la fecondazione in ben precise fasi del ciclo, inibendo o posticipando l’ovulazione, richiederebbe una puntuale e veritiera anamnesi del ciclo mestruale, una valutazione ecografia e un test per dosare l’ormone LH che è fondamentale per l’ovulazione. Queste procedure sono  ritenute dall’autore facilmente praticabili, sebbene  possiamo avere delle riserve in quanto risulterebbero abbastanza complesse per attività sanitarie routinarie e non del tutto certe per quanto riguarda gli esiti previsti dopo somministrazione di ulipristal acetato. 

Lucio Romano, Università di Napoli “Federico II”, Dip. Scienze Ostetrico Ginecologiche, Copresidente nazionale Associazione Scienza & Vita

Senza esami il danno è certo


La vita a ostacoli dei disabili



La consulta moltiplica gli embrioni


Scienziati, attenti: non diventate stregoni di Giorgio Israel, mercoledì 29 giugno 2011, © IL GIORNALE ON LINE S.R.L.

Un polemico saggio a quattro mani di un medico e di un biologo contro la tecnologia che stravolge la natura La conoscenza non va misurata sulla capacità di modificare il mondo ma sulla volontà di capire la sua bellezza
Parlare di scienza in modo libero, anche avanzando critiche a certi aspetti della ricerca contemporanea, è diventato oggi sempre più difficile e persino pericoloso: quasi certamente s’incorrerà nell’accusa di essere nemici della scienza e della ragione e di appartenere alla congrega dei mistici e delle fattucchiere.
Tanto più è importante che una visione critica venga proposta da due scienziati militanti come Alessandro Giuliani (ricercatore all’Istituto Superiore di Sanità) e Carlo Modonesi (specialista in biodiversità ed evoluzione), autori di Scienza della natura e stregoni di passaggio (Jaca Book, 2011, euro12), un libro ispirato da un autentico amore per la scienza e che intende difendere quel che viene definita la «scienza bella» contro la «scienza brutta», di cui si da subito un esempio in apertura con la cosiddetta «creazione della vita artificiale» da parte di Craig Venter. Di fatto, quest’ultima impresa fornisce l’esempio della scienza più «brutta» di tutte, in quanto pur realizzando un avanzamento nelle pratiche biotecnologiche non ha portato nulla «in termini di nuove conoscenze» e «in termini di nuove spiegazioni dei fenomeni naturali». Questa valutazione delle manipolazioni di Venter fa subito capire che gli autori difendono a spada tratta un’idea di scienza come conoscenza, contro la moda della «scienza-manipolazione», e affermano con forza il principio che, senza avanzamento nella comprensione dei processi naturali, e quindi senza ricerca di base, non ha senso parlare di scienza.
Tanto sono saldi in questa convinzione che non hanno timore di prendersela con un mostro sacro come Francesco Bacone, cui rimproverano il motto «scientia est potentia» all’origine di una visione empirista e utilitaristica, cui si contrappone l’affermazione di Henri Poincaré secondo cui «lo scienziato non studia la natura perché è utile, ma perché ne prova piacere e ne prova piacere perché è bella. Se la natura non fosse bella, non varrebbe la pena studiarla e la vita non varrebbe la pena di essere vissuta».
Va precisato che quando gli autori parlano di «bellezza» non intendono affatto qualcosa di fumoso e vago. Non si tratta di una sorta di richiamo sentimentale ed estetizzante. Al contrario, essi si sforzano di enucleare dei criteri precisi dell’idea di «bellezza» e gran parte del libro è dedicato a illustrarli con esempi. In tal modo, essi si collocano in un filone ben definito della scienza che con il riferimento al criterio estetico allude a un preciso equilibrio metodologico. Ad esempio, il celebre scienziato John von Neumann, individuava il criterio «estetico» nella formulazione di un modello matematico nell’esigenza che «in relazione con la quantità di informazione che fornisce debba essere piuttosto semplice». Una rappresentazione molto semplice può essere chiara ma troppo povera, una rappresentazione molto ricca e articolata può essere più aderente alla realtà ma troppo complicata e quindi inutilizzabile. Giuliani e Modonesi qualificano come modi di fare «brutta scienza» l’adesione dogmatica a certi «ismi», come il determinismo, il riduzionismo o la recente moda di proporre teorie della complessità tanto verbose quanto inconcludenti. Un altro modo di fare «brutta» scienza è di farsi dominare dall’ossessione di andare alla ricerca del sempre più piccolo, sempre «oltre», verso la spiegazione «ultima». Viene in mente la celebre annotazione con cui Pascal si proponeva di «scrivere contro coloro che si addentrano troppo nelle scienze». Erwin Chargaff la commentava (nel suo Mistero impenetrabile) osservando ironicamente che «la profondità di per sé non presenta alcun vantaggio, a meno che non abbia sotto di sé un fondo» e che il rischio è di «dimenticare alla fine le domande cui questa spedizione interminabile avrebbe dovuto dare risposta».
Come si è detto, il libro propone un gran numero di esempi di scienza «bella» e «brutta». Non possiamo certo farne un elenco sostituendoci alla lettura, ma vogliamo citare in particolare la «scienza del destino» e cioè l’ossessione di ricondurre ogni evento della nostra vita materiale e mentale a fatti genetici e quindi a un determinismo genetico stretto che, come osservano gli autori, non ha alcun fondamento scientifico serio, essendo «il problema della causalità biologica un affare tutt’altro che semplice e risolto». Sta di fatto che su questo rozzo determinismo - diciamo pure fatalismo - cresce una tecnoscienza ispirata al mito del controllo totale del destino dell’uomo e del mondo. La smania del controllo totale della natura - e, aggiungiamo, sempre più anche del pensiero dell’uomo - è «foriera di disastri», come hanno dimostrato i totalitarismi ispirati rispettivamente alle idee della rigenerazione razziale dell’umanità e della sua rigenerazione sociale.
Oggi, ammoniscono gli autori, il rischio totalitario si presenta in modo «infinitamente più subdolo», «in quanto si maschera del suo esatto contrario - un mondo di infinite libertà e possibilità senza alcun limite - che però, a conti fatti, si trasforma in feroce individualismo e in controllo spietato della debordante tristezza attraverso il consumo di merci, di antidepressivi e di altre false panacee».
Perciò, la «brutta» scienza non rischia soltanto di distruggere la scienza propriamente detta lasciando sulla terra bruciata soltanto pratiche manipolative prive di orientamento e finalità, se non quella di affermare con un vero delirio di potenza che la natura «fatta male» debba essere rifatta daccapo, ma ci consegna la prospettiva di un mondo privo di valori autenticamente umani.



Legge 40, le sentenze moltiplicano inutilmente gli embrioni congelati

Avvenire.it, 29 giugno 2011 - La sentenza della Corte Suprema sui videogiochi violenti - Se per «libertà di espressione» si rinuncia alla difesa dei più piccoli di Andrea Lavazza

La sentenza con cui lunedì la Corte suprema degli Stati Uniti ha bocciato una legge californiana che vietava la vendita ai minorenni di videogiochi violenti ha implicitamente riaffermato il no a qualsiasi tipo di paternalismo normativo (ovvero, decidere che cosa è bene per un individuo al di là del suo giudizio), anche nei confronti di soggetti che la legge è tenuta a proteggere. La motivazione affonda nel Primo emendamento, che tutela la libertà di parola. Nel caso costituzionale americano, la Freedom of Speech ha uno statuto del tutto speciale, dato che viene difesa oltre il principio generale di libertà di azione, che vale per quanto non si danneggino altre persone.

La "parola" gode infatti di un’ulteriore protezione da interferenze, anche quando colpisce altri soggetti. Ciò perché essa è ritenuta capace di stimolare processi deliberativi autonomi negli ascoltatori, grazie ai quali essi controllano consapevolmente le proprie risposte. Anche se le parole (o le immagini) feriscono, si ritiene che le persone possano "difendersi" e comunque giovarsi della libertà d’espressione, fondamentale per la vita democratica. Le influenze sociali che bypassano l’autonomia dei soggetti si considerano implicitamente trascurabili. Ma quello che le neuroscienze cominciano a evidenziare, invece, è che i meccanismi che minano l’autonomia in alcuni casi non sono per nulla secondari.

Ciò discende principalmente dal fatto che gli esseri umani hanno una tendenza innata a imitare e ad assimilare il comportamento osservato, tendenza che opera a vari livelli e spesso è automatica e inconscia. E le prove scientifiche oggi disponibili segnalano una forte influenza dei programmi violenti sul tasso di aggressività dei giovani spettatori. E ancor più ciò vale per taluni videogiochi, i quali permettono un ruolo attivo da parte del fruitore, nonché l’identificazione nel personaggio violento, così da moltiplicare l’effetto imitativo che può dare origine ai comportamenti aggressivi. Ora, posto che l’esposizione alla violenza dei media, oltre ai potenziali (e di fatto riscontrati) effetti dannosi per terzi (che esulano dal discorso sul paternalismo), ha diffuse conseguenze significative sul benessere psichico e sulla vita di relazione sia di minorenni sia di giovani maggiorenni (che paiono avere interesse a non diventare violenti al di là di quanto decidono), ci si può chiedere se l’intrattenimento violento debba essere comunque protetto in base al rispetto della libertà di espressione.

La premessa, come detto, è data dal fatto che la tendenza imitativa sembra funzionare in modo automatico e inconscio, bypassando quindi i processi deliberativi razionali o comunque caratterizzati da un assenso implicito volontario. La violenza "d’invenzione" parrebbe dunque non ricadere sotto i due criteri che militano di solito a favore della libertà di espressione, ovvero quello di verità (che vale per l’informazione, giustificata a mostrare tutto ciò che accade allo scopo di dare una rappresentazione adeguata della realtà) e quello di democrazia (che fa riferimento alla necessità di un pieno dispiegamento dei fatti e delle opinioni rilevanti per il dibattito pubblico). Potrebbero valere allora gli argomenti tradizionali dell’autonomia, ma si è visto che l’esposizione alla violenza mina alla radice proprio l’autonomia del soggetto in virtù dei meccanismi inconsci all’opera, i quali risultano difficilmente riportabili alla consapevolezza e controllabili in modo esplicito. Se il pubblico maggiorenne può liberamente esprimere una preferenza per tali spettacoli, la volontà non pare rispettare o servire gli interessi che rientrano nella sfera dell’autonomia, soprattutto quando le preferenze sono alimentate e manipolate da potenti interessi economici tesi a creare un mercato dei media violenti. E ciò vale ancora di più per i minorenni.

La questione empirica è se alcune influenze possano essere così pervasive da compromette effettivamente l’autonomia dei soggetti. La questione filosofico-giuridica è se, a quel punto, sia giustificabile una limitazione nell’ambito così delicato e decisivo della libertà di espressione. I giudici americani hanno ritenuto che le prove scientifiche non siano persuasive (o, meglio, le hanno trascurate, affermando in maniera po’ ingenua che anche nelle favole vi sono scene di violenza), e hanno potuto così preservare la purezza del principio. Che però non pare affatto immune dalle considerazioni che le risultanze sperimentali, almeno per i bambini, ci stanno mettendo di fronte.
L'onda dell'East coast di Angiolo Bandinelli pubblicato su Il Foglio, il 30/06/11

La notizia già la sapete: lo stato di New York ha legalizzato i matrimoni gay. Attivisti, aderenti e simpatizzanti dei movimenti omosessuali hanno festeggiato tutta la notte. Moltissimi si saranno ammucchiati nel Christopher Park, il giardinetto che ospita forse il primo se non unico Gay Liberation Monument, le statue iperrealiste in grandezza naturale dello scultore George Segal: due gruppi di un bianco gessoso. Io ci capitai per caso, pensai fosse una trovata folcloristica del Greenwich Village. Invece Christopher Street è, dagli anni Settanta dell'altro secolo, uno dei simboli del Gay pride. In Christopher Street si trova la Stonewall Inn, un gay bar nel quale ebbero inizio, il 28 giugno 1969, i "moti di Stonewall" che segnano la data di inizio del movimento di liberazione omosessuale. L'evento odierno ha insomma, a New York, radici profonde: si capisce che coppie gay di mezzo mondo si preparino ad andare a New York per sposarsi in gran festa. Ma la Conferenza episcopale americana ha ribadito l'assoluta avversione per il matrimonio tra persone dello stesso sesso: il matrimonio, hanno ammonito quei vescovi, è "unione d'amore aperta ai bambini".

I giornali italiani hanno registrato con ampiezza l'evento, non necessariamente condividendo la tesi del prof. Umberto Veronesi, per il quale l'amore omosessuale è più puro perché "disinteressato", né però associandosi alla polemica di Marcello Veneziani, il quale ironizza sulla purezza ancora maggiore dell'autarchico onanismo. Un sondaggio, sia pure informale, dice che il 60 per cento degli italiani è d'accordo con la decisione di New York. Lo stato di New York è il più importante tra quanti già hanno approvato un analogo provvedimento (per ora soprassedendo sul caso California, che prima ha approvato una legge a favore del matrimonio gay poi l'ha abrogata con un referendum). È interessante notare che di questi stati, il Massachusetts, il Connecticut, il New Hampshire e il Vermont sono nel nordest che gravita sulla liberale Boston, mentre lo Iowa è già uno stato del Midwest. Sembra quasi che l'America tra New York e la città di Benjamin Franklin abbia ripreso a trainare gli ideali che le sono propri e che sembravano destinati a una irreparabile sconfitta a opera degli stati del sud e del Midwest, tradizionalmente più conservatori, sui quali si era basata la fortuna politica dei repubblicani fino ai due Bush.

Qualcosa ci dice che l'America dove avvengono questi fatti è un paese in profonda trasformazione. Le antiche middle class di colletti blu e bianchi più o meno wasp sono in declino. Gli ultimi rilevamenti segnalano che, tra i bambini di meno di due anni, gli ispanici, gli asiatici e i neri stanno sopravanzando i bianchi. In dodici stati, i bambini "etnici" sono già oltre i cinquantun per cento. È ovvio che questo terremoto demografico spaventi i conservatori del paese. Sommate a questo trend demografico l'avanzare del movimento gay, e potrete capire perché il leader conservatore Tony Perkins, presidente del Washington Family Research Council, abbia dichiarato che "il declino della famiglia tradizionale dovrà fermarsi, se l'America vuole continuare a esistere come società civile". Chissà che la profezia di Samuel Huntington sul "conflitto di civiltà" non debba invece realizzarsi all'interno stesso degli Stati Uniti, come conflitto etnico. Non credo si debbano avere certe paure. E mi spiace che la chiesa cattolica si trovi a essere alla testa, o nelle prime file, di un fronte dal quale la separano tante idee e tanti valori, come il giudizio sul che fare dei migranti dal sud al nord del mondo. Né si può pensare che l'America sia buona quando i suoi politici invocano Dio sulle loro azioni e divenga cattiva quando gli stessi politici approvano leggi ritenute immorali. Può darsi che questo succeda per esigenze politiche, in un anno pre elettorale anche Obama si sta aprendo ai gay. Ma ecco il punto: per un laico questo piegarsi al richiamo elettorale fa parte della complessa fenomenologia di una società aperta, nella quale i voti si contano e non si pesano: non per opportunismo, ma perché questa è l'essenza del liberalismo, del suo relativismo etico (etico, in quanto è un relativismo sostanzialmente morale, e in esso è la sua moralità). Io non ho mai spregiativamente definito reazionario l'atteggiamento dei creazionisti o di quanti combattono l'aborto o il matrimonio gay, Ma ricordo che, durante la campagna divorzista, noi Radicali dicevamo che il passaggio della legge Fortuna-Baslini sarebbe stata una vittoria per tutti, non avrebbe obbligato nessuno a fare quel che non volesse, Era il laico principio del "minor danno".


Dentini congelati in banca - Tra ricerca e futuro... di Maria Sorbi - giovedì 30 giugno 2011 - © IL GIORNALE ON LINE S.R.L.

Il Policlinico di Milano conserverà incisivi da latte per 20 anni per poterli usare come protesi naturali. Ricerca permettendo
Milano Quando la scienza rivede e corregge le tradizioni più antiche. D’ora in avanti i bimbi che perdono i dentini da latte non li dovranno più nascondere sotto il cuscino. Né dovranno metterli fuori dalla finestra in attesa del «topolino» o della fatina che portino la busta con la mancia. Il baby business dei dentini prende un’altra forma. Se cadono un canino o un incisivo, è bene che mamma e papà si rivolgano alla Banca del sorriso per conservare quello che si potrebbe rivelare un patrimonio unico, ben più redditizio della mancetta che si riceve alle elementari.

Il Policlinico di Milano ha realizzato una banca pubblica no profit per conservare le cellule staminali dentali. In sostanza, il dentino perso dai bimbi a 8 anni viene congelato e conservato a basso costo per oltre vent’anni. In attesa che la ricerca sulle cellule staminali dica come e quando poterlo riutilizzare per creare nuovi tessuti e nuovi denti.

La novità è destinata a rivoluzionare la medicina e l’assistenza odontoiatrica: si useranno sempre meno materiali sintetici per ricostruire la bocca dei pazienti e presto ci si potrà affidare al vecchio dentino perso da piccoli per creare «protesi» naturali. La banca del Policlinico è il primo esempio in Italia di bancaggio di denti interi. In altri ospedali, come ad esempio a Torino, le cellule staminali della polpa dentale vengono conservate solo dopo essere state estratte. I ricercatori dell’ospedale milanese invece hanno messo a punto una nuova metodica per crio-conservare (cioè surgelare) i denti interi. La polpa del dente verrà recuperata in una fase successiva, solo nel momento in cui ce ne sarà bisogno.

«La metodica - spiega Silvia Gioventù, dottoranda di Ricerca in Scienze fisiopatologiche del ciclo della vita e ideatrice della ricerca - comporta l’utilizzo di un laser che permette di effettuare sul dente alcuni fori affinché sia possibile rimuovere, in modo preciso e selettivo, porzioni di smalto dentale senza il rischio di asportare, lacerare o surriscaldare la polpa dentale. Le cellule staminali estratte da un dente presentano una capacità replicativa nelle colture cellulari simile a quella delle cellule fresche, non crioconservate».
Se un dentino dondola quindi si può chiedere cosa fare alla clinica odontoiatrica della fondazione, dove i dentisti procederanno all’estrazione e all’immediato trattamento per l’archiviazione nella banca del sorriso.

Il progetto ha sollevato l’interesse della Regione Lombardia, tanto che l’assessore lombardo alla Sanità Luciano Bresciani ha voluto essere presente all’inaugurazione del nuovo archivio di staminali, che per ora si trova presso la biobanca italiana della fondazione. «Lo studio delle cellule staminali - spiega Bresciani - e delle loro applicazioni cliniche rappresenta senza ombra di dubbio l’ultima frontiera della medicina: la possibilità di stoccare in modo sicuro e tecnologicamente avanzato le staminali derivate dalla polpa dentale costituisce un passo cruciale nell’introduzione di pratiche legate alla medicina rigenerativa. È il futuro nella cura per molte patologie che ad oggi non sono risolvibili».

I medici stanno già pensando al passo successivo. «In futuro - spiega Franco Santoro, direttore della clinica odontoiatrica della fondazione - pensiamo al coinvolgimento di altre strutture per la raccolta del materiale e per lo sviluppo degli studi preclinici su questo tipo di cellule».

Aurelia, una ragazza-madre divisa fra libri, lavoro e bebè

Due bambini su cento sono figli della "provetta" - Costanza Picozzi, Terra del 30/06/2011

Nel 2009 sono venuti al mondo 10.819 bambini con le tecniche di procreazione medicalmente assistita, pari all'1,9 per cento dei bambini nati in Italia. E anche se il 55,1 per cento dei centri è privato, la maggior parte delle prestazioni è eseguita nelle strutture pubbliche o private convenzionate. Sono alcuni dei dati che emergono dalla relazione annuale sulla legge 40 presentata dal ministero della Salute al Parlamento. "Nel 2009 le coppie trattate sono state 63.840 - spiega Giulia Scaravelli, che gestisce il registro italiano sulla Procreazione medicalmente assistita (Pma) presso l'Istituto superiore di sanità - e i cicli procreativi iniziati 85.385. Sono state ottenute 14.033 gravidanze, ma se ne sono riuscite a monitorare 11.691: da queste, sono nati vivi 10.819 bimbi, di cui 8.043 con le tecniche della Fivet e dell'Icsi". Rispetto al 2008, sono aumentati i cicli iniziati (+8,8 per cento ), le gravidanze ottenute (+12,3), e i bambini nati vivi (+7,3). Sono invece calate le complicanze da iperstimolazione ovarica, da 0,45 ogni cento a 0,28. La quota dei parti gemellari è rimasta costante nel 2009, mentre si è ridotta quella dei trigemellari, arrivata al 2,4 per cento.
"Questi dati non cancellano il fatto che il Paese ha bisogno di una normativa nuova in materia di Pma" ha commentato Antonio Palagiano, responsabile nazionale sanità dell'Italia dei Valori nel ricordare la sentenza della Consulta dell'aprile 2009. "Il pronunciamento della Corte costituzionale - ricorda il deputato Idv - ha scardinato completamente l'impianto della legge 40 ed è ovvio che da allora si sia registrato un trend più positivo per la fecondazione assistita in Italia, assistendo ad un maggior numero di successi e soprattutto ad un minor rischio per le donne e per i nascituri". Ma questa non è solo l'unica differenza interregionale. Sui 350 centri presenti in Italia, 130 sono pubblici, 27 privati convenzionati e 193 privati. Vi sono alcune realtà più virtuose con moltissime strutture pubbliche (circa il 60 per cento del totale al Nord) e altre meno. Le regioni con il minor numero di centri pubblici o convenzionati sono Lazio, Sicilia e Calabria. Quest'ultima ha una sola struttura. "C'è anche da sottolineare - ribadisce Scaravelli - che molti centri, sia pubblici che privati,
fanno pochi cicli in un anno. Alcuni poco di più di 20. Inoltre 150 centri offrono solo tecniche di Pma di I livello, cioè l'inseminazione intrauterina e il congelamento dello sperma".
"Eliminando dalla norma l'obbligo del contemporaneo impianto di tre embrioni e grazie anche alla possibilità di eseguire trattamenti differenziati per fasce di età - nota in conclusione Palagiano - è stato possibile migliorare le tecniche di Pma ed evitare parti tri o quadrigemellari. Restano ancora da sciogliere i nodi del divieto di diagnosi pre-impianto" per le coppie fertili affette da malattie genetiche "e della fecondazione eterologa. Temi più volte affrontati nelle recenti sentenze ordinarie in materia "e che rappresentano ancora un ostacolo per la felicità di molte coppie italiane, costrette ad un esilio riproduttivo".



Svarioni sulla legge 40 disinformazione continua

Avvenire.it, 30 giugno 2011 - Dopo la Consulta, decuplicati gli embrioni in freezer - Se si torna a congelare la persona umana di Michele Aramini

Il ricorso al congelamento degli embrioni, pur essendo vietato dalla legge 40, sta diventando nuovamente pratica comune tra gli operatori della fecondazione artificiale. Questi tecnici si fanno scudo della sentenza della Corte Costituzionale che il 1° aprile 2009 ha dichiarato decaduta la disposizione tassativa sul numero massimo di embrioni per ogni tentativo di impianto. La Corte aveva infatti cancellato il numero massimo di tre embrioni producibili per ogni ciclo (da impiantare tutti insieme) perché riteneva che, in casi eccezionali e particolarmente complessi, il vincolo fosse limitativo delle possibilità di successo delle tecniche di fecondazione artificiale.

Il pronunciamento della Corte – che introduceva un varco nei divieti della legge, ma solo per situazioni assolutamente circoscritte – è stato però interpretato dai detrattori della legge 40, sonoramente sconfitti dal referendum abrogativo di sei anni fa, come un via libera al congelamento degli embrioni, che – va ricordato – a norma di legge continua a rimanere vietato. I dati sono impressionanti: il numero degli embrioni congelati si e decuplicato in pochi mesi. La conseguenza è chiara: i frigoriferi delle cliniche si stanno riempiendo di vite umane come prima della legge 40, senza che il fatto susciti un minimo di indignazione.

La ripresa della prassi del congelamento non porta alla crescita del numero di nascite che pure c’è stata, ma che ha le sue ragioni nella crescita del numero delle coppie che accedono alla fecondazione artificiale e nel miglioramento delle tecniche di laboratorio, per cui la percentuale di successo per ciclo si è innalzata di qualche punto.

È peraltro paradossale che in Parlamento muova i primi passi proprio in questi giorni una proposta di legge per trovare una soluzione al problema degli embrioni congelati giacenti nei laboratori. Il non senso sta nel fatto che l’unico modo umano di risolvere il problema è non congelare embrioni. Ma se questa tecnica per il "parcheggio" della vita umana non serve ad aumentare in modo significativo la percentuale di successo, perché tanta insistenza? La ragione sta nel ricorso alla selezione preimpianto: il numero di embrioni prodotti permette di avere un’ampia gamma di soggetti da selezionare e raggiungere così più facilmente i propri obiettivi. Quelli avanzati – i meno promettenti, o quelli forse difettosi – vengono messi da parte, nei bidoni refrigerati.

La prima domanda da porre è perché non si interviene di fronte a una violazione tanto palese della legge 40, che è legge dello Stato come tutte le altre. Non si sentono voci importanti che denuncino questa deriva illegittima. Ancora più urgente è però la domanda se abbiamo ancora a cuore la sorte degli embrioni umani. Sembra che ci venga chiesta una resa per dare strada a comportamenti utilitaristici ed eugenetici, oltre che ai corposi interessi economici in gioco.

Senza nessuna riflessione filosofica ed etica sulla persona umana si rischia di scivolare nell’accettazione di un concetto di persona umana come semplice oggetto biologico, concetto costruito a uso di una libertà allergica ai limiti e che proprio per questo rivela la sua carica di violenza. Quando mai è possibile congelare un essere umano? Quando mai possiamo distruggere un essere umano nel caso che rivelasse un difetto? Sono pratiche che vengono autorizzate se si costruisce ad arte un concetto infondato di persona umana, se si abbandona la strada di una libertà che cerca la verità sulla natura dell’uomo e si assume al suo posto quella di una libertà che vuole imporre se stessa. Accettare questo principio di autodeterminazione assoluta – qui come sull’opposta frontiera della vita umana – equivale a consegnare l’uomo nelle mani della mera tecnica, resa padrona del nostro destino. È davvero questo che vogliamo?

Il controllo qualità dell'embrione non è un diritto


Al bivio fra freezer e adozione

Lo dice la scienza: cinque giorni dopo è un aborto

«Cancellare l'aborto». La Polonia ci prova di Marco Respinti, 30-06-2011, http://www.labussolaquotidiana.it

La Polonia sta vivendo la vigilia di una decisione storica. La "Camera bassa" del suo parlamento prende visione oggi di una proposta di legge di iniziativa popolare che chiede a gran voce l’abolizione totale di ogni e qualsiasi possibilità di praticare l’aborto. La Polonia porta insomma in giudizio l’élite che la rappresenta al parlamento nazionale e che ne guida i destini politici.
Secondo quanto richiesto dalla legge polacca, per portare sul desco dei parlamentari una proposta così serve l’appoggio di 100mila firme popolari. Ne sono state raccolte sei volte tanto.

Si è trattato di una mobilitazione popolare gigantesca, una grandiosa azione civica nazionale coordinata dalla Fundacji Pro - Fondazione PRO -, diretta da Jacek Sapa. Per settimane ha raccolto firme e sostegni in gran segreto. Nessuno fuori dai confini polacchi doveva infatti sapere, soprattutto - dice Sapa al portale antiabortista statunitense LifeSiteNews, che di questa colossale iniziativa ha dato notizia in esclusiva mondiale - quel mondo anglofono dove agiscono media, fondazioni, lobby, personale politico e organismi internazionali potentissimi e ricchissimi, in grado di intervenire in ogni angolo della Terra per bloccare "il nemico". E questa è una notizia dentro la notizia: perché tutti una cosa così la pensano (puntando il dito contro una pletora di sigle che inizia con la Planned Parenthood e che finisce con un nutrito elenco di agenzie dell’Onu) ma avvicinandosi alle porte di un parlamento nessuno ha il coraggio di dirla; perché organizzare un piano segreto di tal fatta e farlo riuscire è da veri "berretti verdi" del Bene; e perché il fatto mette il dito diritto nella piaga senza chiedere permesso né scusa.

Che infatti esista una strategia internazionale mirante ad anestetizzare la reazione dei popoli e a paralizzare la sovranità politica dei loro Paesi quando sfuggono ai dettami della cultura di morte è palese; ma, ponendo per tutti un precedente culturalmente vincolante, oggi la Polonia dimostra che il suo fuoco di sbarramento non è affatto impenetrabile.

L’attacco alla morale è del resto la zampata post mortem con cui le ideologie cercano ancora di annientare la Polonia. L’aborto vi fu introdotto per la prima volta dall’occupazione nazista di 70 anni fa e quando i comunisti si avvicendarono al potere cambiarono tutto per non cambiare nulla. La petizione popolare di oggi è quindi, dice Sapa, «la possibilità di ricusare completamente l’eredità del nazismo e del comunismo». Anche in Polonia, come altrove nel mondo, l’aborto viene dunque percepito dai "veri patrioti" come un corpo estraneo, un elemento straniero, una scheggia impazzita venuta da fuori. Per questo ne fanno una battaglia anche politica di civiltà. Non è forse la Polonia la terra del beato Giovanni Paolo II, che bene intendeva questo giro mentale e che ottimamente ne ha dispiegato i significati più puri?

Lo sforzo profuso dalla Fondazione PRO sarebbe stato del resto vano - e magari pure a rischio d’ideologizzazione - se non fosse stato sorretto dal robusto braccio della Chiesa polacca, che dell’odierna mobilitazione politica è stata sponsor senza tentennamenti né tatticismi. Come ha detto l’arcivescovo di Cracovia, cardinal Stanlisaw Dziwisz, già segretario particolare di Papa Wojtyla, al settimanale cattolico Gosc Niedzielny - il maggiore di tutto il Paese e altro sostenitore eccellente dell’iniziativa - «la Chiesa insegna chiaramente che i cattolici sono obbligati a non coprire il "compromesso" attuale, ma a puntare alla protezione totale della vita», motivo per cui la petizione all’esame del parlamento è «una soluzione, una di quelle che la Chiesa invoca. Io appoggio ogni sforzo mirante a incrementare la protezione della vita umana».

Il "compromesso" additato dal card. Dziwisz mantiene intanto a mezz’asta l’aborto polacco, introdotto nel 1993 come esito del confronto altalenante mantenuto con i "princìpi non negoziabili" dai governi democratici seguiti al crollo del regime comunista nel 1989.

In Polonia l’interruzione volontaria della gravidanza è infatti permessa solo se al feto sono diagnosticati mali o "difetti" gravi, oppure quando è in serio pericolo di vita la madre, o ancora quando la gravidanza è l’esito - così dice il codice - di «attività illegale». Chiaro è, sottolineano i pro-lifer, che, nonostante le clausole, ma spesso proprio a causa della vaghezza della loro formulazione, gli abusi sono all’ordine del giorno, sia per quanto riguarda le motivazioni sia per quel che concerne il termine massimo di intervento fissato alla 24a settimana. L’«attività illegale», per esempio, contempla certamente lo stupro o l’incesto, ma pure le gravidanze adolescenziali, giacché nel Paese sono vietati i rapporti sessuali con e fra minori di 15 anni.

Resta comunque, fortunatamente, la legge più restrittiva tra quelle vigenti in Occidente e così i circa 82mila aborti del 1989 comunista (il regime imponeva con forza attiva la cultura abortista) sono scesi ai circa 500 del 2008 democratico (dati del Ministero polacco della Salute).

La proposta di oggi azzererebbe invece persino le eccezioni, ai dottori implicati comminerebbe fino a 3 anni di carcere estensibili sino a otto qualora il feto in quel caso abortito avesse pouto nascere e vivere, e applicherebbe le medesime sanzioni anche a chi istigasse o contribuisse a un aborto. Per le madri coinvolte però giustamente niente, nessuna pena, nessuna sanzione.

I 600mila firmatari della proposta rappresentano peraltro perfettamente l’orientamento dei polacchi. Un sondaggio del 3 giugno ha contato il 65% di favorevoli alla protezione senza "se" e senza "ma" della vita umana sin dal concepimento, e fra questi il 76% sono giovani tra i 15 e i 24 anni (i più favorevoli all’aborto hanno tra i 55 e i 70 anni, ma sono comunque minoranza, visto che il 57% di loro si schiera come i più giovani per il bando totale). E il 23% della popolazione risulta favorevole solo all’aborto attuale, cioè limitato dalle tre suddette clausole.

Risultati clamorosi. Solo nel 2005 il 57% dei polacchi si dichiarava infatti a favore dell’aborto entro la 24a settimana e il 36% si diceva contrario. Nel 2009 i favorevoli all’aborto erano però già scesi al 31% mentre i contrari erano saliti al 64% e queste cifre si sono divaricate ancora di più all’inizio del 2011 quando un sondaggio diverso da quello sopra citato del 3 giugno ha registrato un 85% di polacchi che si definiscono pro-life e un 9% di cittadini dichiaratamente auspicanti il libero accesso all’aborto. Già nel 2007, peraltro, fu avanzata la proposta di inserire nella Costituzione del Paese una provvisione a difesa del diritto alla vita umana dal concepimento alla morte naturale (che comunque, un po’ come accade ora con la nuova Costituzione ungherese, non avrebbe automaticamente eliminato l’aborto): il 60% dei parlamentari l’appoggiò, ma mancò la maggioranza qualificata dei due terzi necessaria a tale modifica.

La proposta che i parlamentari polacchi stanno esaminando in queste ore andrà prestissimo al voto, oggi stesso o al più tardi domani. Se otterrà il 50% più uno dei voti della “Camera bassa”, passerà a un Commissione ad hoc per poi tornare in aula e sottoporsi a un secondo, quindi a un terzo voto. Quindi spetterebbe al Senato votarla e poi al presidente della repubblica decidere se mutarla in legge. Se questi non lo facesse, il parlamento avrebbe ancora un voto d’appello in grado di ribaltare il veto presidenziale, ma stavolta necessiterebbe della maggioranza dei due terzi.

Sapa ricorda che il 90% dei parlamentari polacchi attualmente in carica si professa cattolico. È cominciata una nuova, corale "insurrezione di Varsavia"?
Eutanasia applicata a chi soffre di demenza di Raffaella Frullone, 30-06-2011, http://www.labussolaquotidiana.it

In Olanda la richiesta di eutanasia cresce di anno in anno. I casi di morte procurata sono infatti aumentati ti da 2500 nel 2009 a 2700 nel 2010, ma c’è una novità relativa al tipo di eutanasia praticata.

Infatti lo scorso anno 21 persone affette dai sintomi iniziali di patologie legate alla demenza sono stati eutanasiazzati, nonostante fossero in condizioni di generale buona salute. "Omidici pietosi", li chiamano.

Il rapporto annuale ufficiale sui casi di eutanasia del 2010 non è ancora stato presentato, tuttavia il canale televisivo olandese Nos, come annuncia Lifesitenews.it,  ha raccontato la storia di alcuni "beneficiari" dell’eutanasia lo scorso anno. Fra loro la 63enne Guusje de Koning che 4 giorni prima di morire ha realizzato un video insieme al marito nel quale motiva ai figli la sua decisione. Le immagini mostrano la signora De Konig, una donna in salute e piena di umorismo, che spiega con naturalezza di non essere intenzionata a ad andare avanti a vivere dopo che le è stato diagnosticato l’Alzherimer.

La ragione che l'ha condotta a questa decisione è stata aver assistito alla lenta agonia del padre, morto dopo una terribile malattia. “Io non voglio questo – ha detto ai suoi figli – non voglio soffrire”.

La donna è morta per eutanasia esattamente un anno fa e oggi la sua storia viene utilizzata per dimostrare come uccidere le persone nelle fasi iniziali di una malattia è un buon modo per evitare la sofferenza e insieme gli eccessivi costi relativi alla Sanità per gli anziani nel Paese. In Olanda l’eutanasia è legale quando il paziente è in pieno possesso delle sue facoltà mentali e quindi perfettamente in grado di esprimere il suo desiderio di morte. Ma questo stride ovviamente con le patologie diagnosticate di demenza che provocano la graduale perdita proprio delle facoltà necessarie a prendere questa decisione. La “soluzione” più facile diventa allora quella di correre al riparo al più presto, ovvero prima che la malattia degeneri.

Da qualche tempo nelle province e nelle città olandesi sono in corso incontri e convegni per spiegare agli anziani quali sono i loro diritti quando si tratta di morte, diritti che devono essere garantiti anche se gli stessi sono in generali condizioni di buona salute fisica.

Un'ulteriore conferma di questo la troviano nella significativa testimonianza di di un’infermiera che lavora vicino ad Amsterdam in una residenza sanitaria con 240 pazienti psicogeriatrici, riportata dal sito Focolare.org e di cui vi proponiamo un breve estratto

«In Olanda l’eutanasia è legale, ma non è ancora permesso attuarla sui pazienti dementi e quindi nella residenza dove lavoro non viene praticata l’eutanasia attiva. Tuttavia da parte dei dirigenti e delle autorità è continuo l’invito, anche se non esplicito, ad attuarla.

Anche nel mio istituto la direzione, soprattutto in seguito alle pressioni dei familiari dei pazienti, si sta orientando in questo senso. Negli anni scorsi è avvenuto, a volte, che ad alcuni pazienti più gravi e in stato terminale è stata sospesa la terapia (eutanasia passiva). Non ero d’accordo: significava andare contro ciò che a me sembra la legge interiore dell’uomo. Ho cercato di non uniformarmi con queste scelte e di spiegare le mie opinioni.

Ora che le richieste di eutanasia sono aumentate, cerco di stare vicino ai familiari durante il decorso della malattia dei pazienti, informandoli dei trattamenti di cui hanno bisogno nelle varie fasi e delle possibilità terapeutiche nelle fasi terminali, aiutandoli a star loro accanto anche nei momenti più difficili. Il problema maggiore dei familiari è quello di accettare la sofferenza e il dolore dei loro cari, che pensano di risolvere con la scelta dell’eutanasia. Sottolineare insieme la centralità del benessere della persona, ha permesso di rinnovare il rapporto professionale e umano anche con i colleghi in disaccordo con le mie scelte morali. Per esempio, è stata ricoverato nella nostra casa un uomo anziano con gravi complicazioni cliniche.

Ne ho parlato con il medico a cui è stato affidato: egli ha preparato un protocollo di terapia accurato e comunicandoci le sue decisioni ha coinvolto tutto lo staff nella cura del paziente che è stato seguito, con i familiari fino alla morte, in un clima molto disteso e sereno. La moglie ci ha scritto: "Grazie per l’amore e l’attenzione che gli avete dato in questo ultimo periodo della sua vita; mi sono sentita molto alleviata"».
Ecco l'asilo unisex, l'ultima trovata svedese di Rino Cammilleri, 30-06-2011, http://www.labussolaquotidiana.it

I bambini li chiamano friend, «amico», termine inglese valevole per maschi e femmine. Ma si guardano bene dall’usarlo, l’inglese, per indicare quel che fanno. Infatti, asylum, in inglese, vuol dire manicomio. Perciò ricorrono (come anche i preti, quando torna comodo) al latino: Egalia. Questo il nome dell’«asilo» infantile che pare sia l’ultimo grido della solita Svezia.

Un posto esclusivo (max 33 iscritti) del distretto Sodermalm, dalle parti di Stoccolma. Non a caso, come ogni esperimento sociale che si rispetti, sorge su un’isoletta (la repubblica di Utopia stava su un’isola ma, essendo stata concepita al tempo del mandrillo Enrico VIII, i sessi vi erano, ahimè, distinti). Le maestre (tutte femmine o lsgtb?) sono supervisionate da un esperto di differenze di gender (maschio? e perché?). Lo scopo è quello di impedire che le povere creature siano condizionate dall’anatomia che una sorte crudele ha loro affibbiato all’atto della nascita e che i genitori per decine di millenni hanno, nella loro ignoranza, favorito. Infatti, ricordo bene quando, da piccolo, chiedevo un orsacchiotto con cui dormire e mio padre mi rimbrottava: «Ma tu sei un maschietto!». Così, crebbi con una frustrazione che non vi dico e mi chiedo: chissà come sarebbe stata la mia vita se mio padre mi avesse accontentato.

Perciò, condannato fin dall’infanzia a essere maschio ed etero, sono finito, per forza di cose, papista. Che è quanto di peggio uno svedese possa immaginare. Infatti, pare che la lista d’attesa per far ammettere i pargoli a Egalia sia molta lunga. A occhio, direi che i richiedenti sono tutti autoctoni, perché non ce li vedo, gli immigrati musulmani, a far la fila al traghetto per Sodermalm coi loro infanti. Tornando ad Egalia, la bambole con cui i piccoli vi giocano sono «di colore». Suppongo siano vietati Barbie e Ken, famigerati eterosessuali (mi chiedo come risolveranno il problema dell’unisex i creativi della Mattel, che pur hanno escogitato la bambola col burka). Leggo, ancora, che gli alunni vengono apostrofati col pronome neutro «hen», che non è svedese ma pare sia in uso nei circoli femministi.

E qui ci sarebbe da aprire una dotta e problematica parentesi sul «femminismo» il cui nome stesso confligge con l’esperimento portato avanti in Egalia. Ma non la apriamo, perché ci fumerebbe il cervello (come sempre accade quando cerchi di “ragionare” con gli ospiti dell’asylum; ospiti, per di più, paganti: i più difficili). Certo, però, che il destino è cinico, baro e beffardo: la prima volta che la Chiesa dovette confrontarsi con gli svedesi si trovò di fronte alti e robusti guerrieri con le corna in testa, belve assetate di sangue e di saccheggio che andavano alla guerra ebbri di sidro e di idromele, seguaci di Wotan e Thor, tavolta vestiti da orsi o da lupi, talaltra seminudi, gli occhi iniettati di sangue e la bava alla bocca. Talmente machos e spietati che tutti li volevano come guardie del corpo, dall’imperatore bizantino fino ai califfi islamici.

La Chiesa riuscì ad addomesticarli e far loro accettare la religione dell’amore al prossimo. Si badi che i truci massacratori del Nord conoscevano bene l’islam, religione guerriera come la loro. Ma la Chiesa riuscì a farli entrare nel suo, di ovile. E là rimasero. Ora la Chiesa vede la loro terra trasformata nella punta avanzata della rivoluzione nel costume. Nel secolo scorso era il bengodi degli sciupafemmine italici, che ci andavano in viaggio-premio. Adesso l’attrazione turistica nazionale è un po’ più “avanzata”. Riuscirà la Chiesa a convertire questi bisognosi di rievangelizzazione? Certo. Il diavolo (titolo di un film con Alberto Sordi e avente come oggetto proprio la Svezia) sa fare solo coperchi.
OGM/ Il mais transgenico potrà iniziare la sua "resistenza" (agli insetti)? - INT. Piero Morandini, giovedì 30 giugno 2011, il sussidiario.net

Con la sentenza n. 5532, nei giorni scorsi il Tar del Lazio ha annullato il cosiddetto decreto Zaia (firmato anche da altri due ministri), con il quale nel marzo 2010 l’allora ministro delle Politiche Agricole aveva negato all’agricoltore friulano Silvano Dalla Libera la possibilità di coltivare mais transgenico resistente agli insetti regolarmente autorizzato nell’Unione europea e importato come mangime animale. Molti ora chiedono al ministro Saverio Romano di avanzare in sede Ue la cosiddetta clausola di salvaguardia, per salvare la peculiarità agro-alimentare italiana.
D’altra parte cresce nella comunità scientifica internazionale la convinzione non solo che gli Ogm non facciano male e che non siano più pericolosi delle varietà convenzionali, ma che abbiano diversi benefici: per la salute, per l’ambiente e per i coltivatori. Basterà ricordare le principali conclusioni della Settimana di Studio della Pontificia Accademia delle Scienze del maggio 2009 “Le piante transgeniche per la sicurezza alimentare nel contesto dello sviluppo”.
Venivano richiamati alcuni gravi problemi planetari, a partire dalla denutrizione (che tocca oltre un miliardo di persone); ma anche le conseguenze previste dei cambiamenti climatici e la relativa riduzione della disponibilità d’acqua per l’agricoltura avranno ripercussioni sulla possibilità di alimentare l’accresciuta popolazione mondiale. Le pratiche agricole attuali - dichiara il documento - non sono sostenibili, come è dimostrato dall’enorme perdita di terreno agricolo superficiale e dall’applicazione di quantità inaccettabili di pesticidi in quasi tutto il mondo. Quindi, «l’applicazione appropriata dell’ingegneria genetica e di altre moderne tecniche molecolari in agricoltura contribuisce ad affrontare alcune di queste sfide». Peraltro, «non vi è nulla di intrinseco, nell’impiego dell’ingegneria genetica per il miglioramento delle colture, che renderebbe pericolose le piante stesse o i prodotti alimentari da esse derivati».
Commentando la nuova sentenza, Piero Morandini, del Dipartimento di Biologia dell’Università degli Studi di Milano, osserva che «il decreto era un obbrobrio giuridico, perché non riconosceva la legislazione europea in materia, ma ancora di più era un insulto al buon senso e alla ragione». Morandini ricorda una serie di obbrobri normativi, iniziata nel 2000 con il cosiddetto “decreto Amato”, voluto da Pecoraro Scanio, che vietava l’importazione di mais transgenico in Italia. Quel decreto è stato annullato dopo quattro anni dal Tar del Lazio.
Nel 2001 arriva il Decreto Legislativo 212/2001 che stabilisce, tra le varie cose, che occorre l’approvazione del Ministero (per l’Agricoltura) per poter coltivare piante transgeniche. Peccato che tale decreto non sia mai stato notificato a Bruxelles e che vada contro le norme europee.
Nel 2005 il ministro Alemanno emana la legge 5/2005, che avrebbe dovuto normare la coesistenza tra le diverse colture (convenzionale, transgenica e biologica) senza escluderne nessuna. «Di fatto, e in barba alla Raccomandazione Europea sulla Coesistenza (la quale indicava scientificità, trasparenza e proporzionalità delle misure alla base della coesistenza), ha bloccato ogni possibilità per gli agricoltori italiani con perdite stimate ogni anno, tra perdite del raccolto a mancati aumenti di centinaia di milioni di euro ogni anno. La legge 5/2005 imponeva che fino a quando non fossero stati emessi i piani di coesistenza (che attendiamo ancora oggi nel 2011!), la coltivazione di materiale transgenico era punibile “con l’arresto da uno a due anni o con l’ammenda da 5.000 a 50.000 euro”».
Buona parte della legge 5/2005 è stata poi abolita dalla Corte Costituzionale nel marzo 2006, ma poi il ministero aveva negato la possibilità di coltivare invocando la mancanza di piani di coesistenza nelle regioni. C’è poi stata una sentenza del Consiglio di Stato che ha affermato il diritto degli agricoltori a coltivare gli Ogm regolarmente autorizzati in Europa, e poi ancora il Tar, nel 2010, che dava torto al Ministero dell’Agricoltura e intimava il suddetto a inserire quattro varietà di mais Bt nel registro delle varietà coltivabili in Italia.
Tutto questo - conclude Morandini - è avvenuto mentre ogni anno importavamo (e continuiamo a farlo a tutt’oggi) 4 milioni di tonnellate di soia e derivati, in gran parte transgenici perché importati da Brasile e Argentina dove la soia transgenica è coltivata al 77% e al 99%, rispettivamente. Sono tutti dati accessibili sulla banca dati della Fao e riportati nel libretto stampato ogni anno dal Ministero dell’Agricoltura. «Senza la soia transgenica l’Italia non potrebbe fare neanche le produzioni Doc (Parmigiano reggiano, Grana padano e Prosciutto di Parma, tanto per intenderci). Nonostante questo, tutti i ministri dal 2000 a oggi (tranne Galan) hanno continuato a pretendere che l’Italia sia una nazione Ogm free che non ha alcun bisogno dei transgenici e che anzi questi rappresentano un pericolo per l’agricoltura italiana. Ci sarebbe da ridere, ma ormai non ci resta che piangere».
O meglio, non resta che prendere sul serio l’esortazione finale del documento sopra citato: «In conformità con le recenti scoperte scientifiche, vi è un imperativo morale ad estendere ai poveri e alle popolazioni vulnerabili che li desiderano i benefici di questa tecnologia su più vasta scala e secondo condizioni che permetteranno loro di aumentare il tenore di vita, migliorare la salute e proteggere l’ambiente».
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mercoledì 29 giugno 2011

 La selezione innaturale delle bambine asiatiche di Nicoletta Tiliacos, 29-06-2011, http://www.labussolaquotidiana.it
L’occidente che si interroga sulle “donne mancanti” in Asia (centosessantatré milioni negli ultimi trent’anni: bambine abortite prima di nascere, uccise subito dopo il parto, lasciate morire senza cure in tenera età, ma altre stime parlano di più di quattrocento milioni) è stato ed è complice di quella sparizione. Non solo con le omissioni e l’ostinata volontà di distogliere lo sguardo, ma attraverso politiche malthusiane messe in atto da autorevoli istituzioni internazionali, organizzazioni “filantropiche” per il controllo delle nascite, governi: tutti hanno fatto la loro parte, nella promozione degli aborti selettivi delle bambine, diventati la causa più imponente della loro sparizione dalle statistiche demografiche.
E’ la tesi centrale di un libro che sta facendo molto parlare di sé. Lo ha scritto la giornalista americana Mara Hvistendahl, corrispondente da Pechino della rivista Science, oltre che firma del Financial Times e di Foreign Policy. In Unnatural selection. Choosing Boys Over Girls, and the Consequences of a World Full of Men (PublicAffairs, 336 pagine, 26,99 dollari), la Hvistendahl racconta come gli aborti selettivi sulla base del sesso, diffusi in tutta l’Asia dall’inizio degli anni Ottanta, abbiano creato squilibri demografici oggi riconosciuti come devastanti, e come l’Onu, attraverso la propria agenzia per la popolazione (l’Unfpa, United Nations for Population Fund), vi abbia contribuito. E appare tardiva e insufficiente, oltre che in sospetta coincidenza con l’uscita del libro della Hvistendahl, la diffusione a metà giugno di un rapporto congiunto di Unfpa, Alto commisario Onu per i diritti umani, Unicef e Organizzazione mondiale della sanità, nel quale, per la prima volta, si parla in modo esplicito della tragedia degli aborti selettivi delle femmine.
Il rapporto tra i sessi alla nascita (definito come il numero di maschi nati ogni cento femmine) è normalmente di 104-106 a 100. In condizioni normali rimane stabile nel tempo, a prescindere dalle zone geografiche, dalle condizioni economiche e  dalle etnie. Questo significa che nelle situazioni in cui ci si discosta da quel rapporto è certamente intervenuta una causa artificiale. Negli ultimi decenni è accaduto in India, dove la media è di 112 nati maschi contro 100 femmine (in alcuni distretti, per esempio nel  Punjab, è di 132 contro 100); è accaduto in Vietnam, dove il rapporto tra i sessi alla nascita nel 2006 era di 110 maschi ogni 100 femmine, e sta raggiungendo la proporzione di 115 a 100. E’ soprattutto accaduto in Cina, dove ormai la media nazionale è di 121 maschi ogni 100 femmine (ma in alcune zone del paese, come nella città di Lianyungang, nella provincia del Jiangsu, ci sono 163 nati maschi ogni 100 femmine, secondo dati del 2007).

Fa parzialmente eccezione la Corea del Sud, che nel 1994 registrò quello che allora era il più squilibrato tasso tra i sessi alla nascita al mondo, con 115 maschi ogni 100 femmine. Furono adottate varie leggi che limitavano l’aborto e proibivano ai medici di rivelare il sesso dei nascituri, pena l’interdizione dalla professione. La situazione da allora è parzialmente riequilibrata, anche se rimane alta la cifra degli aborti clandestini, ai quali si usa ricorrere quando il primogenito è femmina (il divieto di comunicare il sesso del nascituro riesce a essere eluso). La permanente carenza di donne in Corea del Sud ha comportato, tra l’altro, l’avvio di un fiorente mercato “importazione” di donne povere vietnamite, con aspetti da vera e propria tratta, messi in luce da Mara Hvistendahl come una delle ricadute fatali delle società a forte e innaturale prevalenza maschile. Il suo libro mostra inoltre come gli aborti selettivi abbiano raggiunto anche l’Azerbaigian, con un rapporto alla nascita tra maschi e femmine di 115 a 100; la Georgia, con 118 a 100; l’Armenia, con 120 a 100. E’ arrivata fino alle nostre porte, con 115 maschi contro 100 femmine in Albania, e soprattutto si riproduce nelle comunità cinesi, indiane e coreane in occidente, in generale, e in America, in particolare.
Quello che nel 2010 l’Economist ha definito “gendercide” sta producendo in ampie zone del mondo l’emergere di una “generazione XY” (la coppia di cromosomi del sesso maschile).


Non c’è molto da stare allegri: “Storicamente, le società in cui gli uomini superano in modo sostanziale le donne non sono bei posti per vivere”, scrive la Hvistendahl, perché si dimostrano più instabili e inclini alla criminalità di quelle dove i sessi sono in equilibrio.
Il caso della Cina è esemplare. Dal 1979, a sommarsi alla tradizionale e ancestrale preferenza per i maschi nelle società asiatiche, è intervenuta la politica del figlio unico obbligatorio, praticata con metodi coercitivi e ricattatori. Se a una coppia è permesso un solo figlio, mettere al mondo una bambina significa sprecare l’unica occasione per avere un maschio, depositario del nome familiare e della speranza di aiuto per i genitori nella vecchiaia. Dunque assai più prezioso di una femmina, alla quale bisognerà dare una dote a vuoto, perché entrerà a far parte della famiglia del marito.

L’arretratezza e i pregiudizi patriarcali, anche là dove sono aggravati dall’obbligo del figlio unico, non riescono da soli, tuttavia, a dar ragione dell’attuale squilibrio tra i sessi in Cina e in tutta l’Asia, scrive la Hvistendahl. E’ stata l’introduzione di tecniche come l’amniocentesi e l’ecografia, promosse con ogni possibile incentivo nei paesi in via di sviluppo dai governi occidentali, dalle imprese interessate a vendere i loro macchinari e soprattutto dalle organizzazioni internazionali per la pianificazione familiare, a rendere possibili gli aborti selettivi e quindi l’eliminazione di massa delle femmine: “Ci sono voluti milioni di dollari di finanziamenti da parte di organizzazioni statunitensi perché l’aborto sulla base del sesso prendesse piede nei paesi in via di sviluppo”, si legge in “Unnatural Selection”. Anche dove in teoria oggi sarebbe proibito, come in India, ecografisti ambulanti percorrono le zone rurali, villaggio per villaggio, offrendo per poche rupie l’opportunità di individuare con un semplice esame agli ultrasuoni le indesiderate.
“Meglio spendere 500 rupie prima che più di 5.000 dopo”: si poteva leggere ancora poco tempo fa su cartelli esposti da cliniche indiane, che mettevano a confronto il costo di un’ecografia e quello di una dote. Ma non possiamo neanche consolarci con l’idea, scrive la Hvistendahl, che l’aborto selettivo delle bambine alligni solo negli strati più poveri e meno acculturati delle società asiatiche.  In India, per esempio, non è affatto andata così: la selezione del sesso è partita dalle città e dagli strati più acculturati (quelli che per primi hanno avuto accesso alle moderne tecniche predittive, com’è intuitivo: vedi anche la scheda in basso, in questa pagina), per diffondersi poi nel tempo presso i più poveri. E spesso, scrive ancora la Hvistendahl, la decisione di abortire le femmine è presa direttamente dalle donne, specialmente dalla madre del marito.
Le “impronte digitali dei governi occidentali e delle loro istituzioni filantropiche”, ha scritto lunedì scorso l’editorialista cattolico Ross Douthat sul New York Times a proposito di “Unnatural Selection”, emergono “ovunque nella storia delle donne sparite”. A partire dal fatto che “dagli anni Cinquanta, i paesi asiatici che hanno legalizzato e promosso l’aborto lo hanno fatto con il forte sostegno economico americano. Scavando negli archivi di organizzazioni come la Fondazione Rockefeller e la International Planned Parenthood Federation, Hvistendahl ritrae l’improbabile alleanza fra repubblicani combattenti nella guerra fredda, preoccupati che la crescita della popolazione avrebbe alimentato la diffusione del comunismo, e scienziati di sinistra e attivisti, convinti che l’aborto fosse necessario sia per ‘i bisogni delle donne’ sia per ‘il futuro e la prosperità –  forse per la stessa sopravvivenza – del genere umano’, come ebbe a dichiarare il responsabile medico della Planned Parenthood Federation nel 1976”, Malcolm Potts. Lo stesso signore, nella stessa occasione, scrisse che nei paesi in via di sviluppo l’aborto è senza dubbio il miglior sistema di controllo delle nascite: “L’aborto precoce è sicuro, efficace, economico e potenzialmente il metodo più facile da amministrare”.
A questo proposito, sempre Douthat osserva che, sebbene il libro di Mara Hvistendahl sia pieno di scene impressionanti – dall’abbandono di bambine negli ospedali indiani alla propaganda che nei villaggi cinesi invitava all’aborto, nelle fasi culminanti della politica del figlio unico – nulla è inquietante come quei “passaggi che illustrano come occidentali progressisti si siano consapevolmente convinti che un minor numero di femmine può essere proprio ciò di cui le società del terzo mondo hanno bisogno”. Il riferimento è al colloquio, riportato nel libro, tra l’autrice e il biologo Paul Ehrlich, uno dei maggiori artefici dell’ossessione antinatalista ed eugenetica occidentale, l’autore del famigerato “The Population Bomb” (1968). Tuttora convinto che sbarazzarsi delle femmine nei paesi in via di sviluppo con l’aborto sia un’idea lodevole, soprattutto perché evita che si facciano molte femmine nel tentativo di avere un maschio.
Torniamo un attimo all’esemplare caso della Cina, super laboratorio del fenomeno raccontato in “Unnatural Selection”. Nel 1978, un anno prima della promulgazione della legge sull’obbligo del figlio unico, Pechino aveva firmato un’intesa con l’agenzia per la popolazione delle Nazioni Unite. La quale, in cambio di finanziamenti cospicui  – il più importante pacchetto di aiuti esteri accettato dal paese in vent’anni, ricorda la Hvistendahl – lo impegnava a politiche rigorose di contenimento demografico, sotto la supervisione dell’Unfpa. Che, da allora, ha sempre finanziato la politica antinatalista cinese. Nel 1998, quando già erano stati denunciati da più fonti i sistemi autoritari di controllo demografico in Cina, l’Unfpa donò al governo della Repubblica popolare venti milioni di dollari. Soprattutto, l’agenzia dell’Onu ha coperto agli occhi del mondo, classificandole sotto la rassicurante definizione di “pianificazione familiare”, crimini come le sterilizzazioni e gli aborti forzati. Silenzio assoluto anche sulle violenze contro i disobbedienti, che potevano andare dall’isolamento sociale e dalle pene pecuniarie fino alla distruzione della casa, alla confisca dei beni, alla prigione.  Silenzio anche sulle visite ginecologico-poliziesche imposte ogni sei mesi a tutte le donne in età feconda, per controllare eventuali gravidanze “illegali”. E se una donna è “illegalmente” incinta in Cina non ha scelta: a qualsiasi stadio sia la gravidanza, dovrà abortire. Tutto questo accade ancora, come ha raccontato sul Foglio del 9 maggio scorso l’americana Reggie Littlejohn, fondatrice di Women’s Rights Without Frontiers, impegnata da anni a spiegare in ogni sede possibile che gli orrori della politica del figlio unico in Cina non sono mai finiti, a dispetto delle dichiarazioni tranquillizzanti delle autorità di Pechino, alle quali si finge di credere per convenienza. Sopravvive anche, soprattutto nelle campagne della Cina occidentale, l’usanza della soppressione delle neonate alla nascita. Annegate in un secchio di acqua bollente che, se si fosse trattato di un maschietto, sarebbe stata solo calda e sarebbe servita a lavarlo, o lasciate morire all’addiaccio (lo chiamano “sistemare una bambina”, come racconta la giornalista e scrittrice anglocinese Xinran, firma del Guardian, che ha appena pubblicato in Italia, con Longanesi, “Le figlie perdute della Cina”).
Fino a che punto si sia spinto l’appoggio dell’Unpfa alla politica cinese del figlio unico, nonostante sia impossibile immaginare che i suoi funzionari fossero all’oscuro di che cosa comportasse, lo testimonia la dichiarazione resa nel 1986 dall’allora direttore esecutivo dell’agenzia Onu, Rafael Salas. Il quale, di fronte all’emergere di sgradevoli particolari, affermò che certi sistemi, “forse non del tutto accettabili per alcuni standard occidentali”, erano comunque rispettosi delle “norme culturali” locali (lo ricorda Eugenia Roccella in “Contro il cristianesimo”, edito da Piemme nel 2005 e scritto con Lucetta Scaraffia). Tre anni prima, nel 1983, il ministro cinese per la pianificazione familiare, Qian Xinzhong, aveva solennemente ricevuto dalle mani del segretario generale dell’Onu, Javier Pérez de Cuéllar, il premio per la popolazione.
“Selezione innaturale”, scrive ancora Ross Douthat sul Nyt,  si legge “come un  grande giallo storico, ed è scritto con il senso di urgenza morale che di solito accompagna la rivelazione di un crimine enorme”. Quale sia il tipo di crimine “è la domanda che assilla il libro della Hvistendahl così come il più ampio dibattito sui 160 milioni di femmine scomparse”. Quel numero gigantesco evoca infatti “gli orrori dei genocidi del Ventesimo secolo. Eppure, nonostante i saccheggi del Politburo cinese, la maggior parte degli aborti sono stati (e continuano a essere) non forzati”.

L’establishment americano ha “contribuito a creare il problema, ma ora è in metastasi da solo: il movimento per il controllo demografico è l’ombra di se stesso, ma la selezione del sesso si è inesorabilmente diffusa con l’accesso all’aborto, e il rapporto tra i sessi si è squilibrato dall’Asia centrale ai Balcani, passando per le comunità asiatiche degli Stati Uniti”.
Tutto questo, aggiunge Douthat, “mette molti liberal occidentali, inclusa la Hvistendahl, in una posizione piuttosto scomoda”.

L’autrice di “Unnatural Selection”, sente in continuazione il bisogno di giustificare lo spirito del proprio lavoro e non vuole assolutamente passare per una pro life: non mette in discussione il diritto pressoché illimitato all’aborto, si dichiara agnostica sul tema dell’inizio della vita,  distingue tra un uso legittimo delle tecniche predittive nell’occidente evoluto, per conoscere eventuali anomalie fetali, e un uso cattivo che nei paesi in via di sviluppo ha portato allo squilibrio tra i sessi. Ma così, nota Douthat, l’autrice lascia insoluto il problema di definire, proprio a partire dalla sua “rivelazione di un crimine enorme”, quale sia la vittima. E non gli basta la risposta di Mara Hvistendahl, che parla della  violenza delle società a forte prevalenza maschile, e della crescita della prostituzione e della tratta delle donne: “La tragedia dei 160 milioni di bambine mancanti non è che sono ‘mancanti’. La tragedia è che sono morte”, conclude Douthat.
Sulla stessa lunghezza d’onda è il commento di Jonathan V. Last sul neoconservatore Weekly Standard. Il quale elogia l’ottimo lavoro condensato in “Unnatural Selection”, ma ne critica le conclusioni, soprattutto quando la Hvistendahl passa ai suggerimenti su come l’abuso “potrebbe essere frenato senza violare il diritto delle donne ad abortire”. E’ inutile, scrive  Last, vietare di rivelare il sesso di un bambino ai genitori durante le ecografie o pretendere che i medici investighino con più accuratezza sulle motivazioni all’aborto di donne incinte di femmine, “perché l’aborto selettivo è ufficialmente contro la legge in India e in Cina,  senza alcun risultato”. Il nodo è altrove, “perché se è la ‘scelta’ l’imperativo morale guida dell’aborto, allora non c’è alcun modo di prendere posizione contro la discriminazione sessuale”.
Pubblicato con il titolo Selezione innaturale su Il Foglio quotidiano del 29 giugno 2011