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venerdì 15 febbraio 2013


Miracle Baby, storia del bambino sopravvissuto a tre tentativi di aborto che ha fatto cambiare idea alla sua mamma - febbraio 15, 2013 Benedetta Frigerio - http://www.tempi.it


Ha lottato per la vita e con pochissime forze ha resistito a tre tentativi di aborto. La notizia aveva fatto così scalpore da far parlare i giornali di “Miracle Baby”. Tanto che ora è finita sul Journal of Obstetrics and Gynecology che ne ha raccontato il caso.
Una donna, una single inglese di 24 anni e già mamma di una bambina di 19 mesi, spaventata dalla responsabilità che avrebbe comportato la crescita di un’altra figlia, aveva deciso di abortire. E anche se era alla 22esima settimana di gravidanza aveva cercato di farlo presso una clinica che le aveva dovuto somministrare per ben tre volte la Ru486. Al terzo tentativo, i medici della clinica, ora sotto processo per aver violato la legge che non permette l’uso della pillola in età gestazionale così avanzata, le avevano assicurato che questa volta l’aborto sarebbe andato a buon fine. Ma, tornata a casa in automobile, la madre aveva sentito il piccolo muoversi dentro di sé. A quel punto ha cambiato idea e, girando il volante, si è diretta verso l’ospedale Hope Hospital di Manchester, chiedendo che si facesse di tutto per portare avanti la gravidanza.
AMMIRAZIONE. Il piccolo è nato quattro giorni dopo, quando ormai aveva 24 settimane (6 mesi). E, pur pesando solo 2,27 chili, respirava e piangeva.
Per sette settimane è rimasto attaccato a un respiratore combattendo ancora per la vita. La donna «si sentiva in colpa», racconta il dottor Paul Clare. Davanti al figlio, però, in quelle settimane di combattimento, in lei è prevalso il coraggio e lo stupore per la sua vita. I medici hanno detti di essere rimasti «ammirati» dal suo comportamento. Il piccolo è tornato a casa dopo sei mesi di trattamenti. Davanti a questo fatto, il dottor Clare ha chiesto l’apertura di un’indagine nelle cliniche dove le donne vanno ad abortire.

LA MASCHERA TOLTA. L’aborto, in Gran Bretagna, è legale fino a 24 settimane, anche se sempre più bambini sopravvivono anche a 23 (come accaduto nei giorni scorsi a due gemelli). «Con queste nascite, in continuo aumento – ha dichiarato Julia Millington, direttore della ProLife Alliance – la gente sta percependo di più la barbarie di quello che lasciamo succedere, mettendo sotto gli occhi di tutti bambini formati che la legge permette siano uccisi».

@frigeriobenedet  

martedì 5 febbraio 2013


Cameron e Mackenzie: i due piccoli «miracoli» che mettono in imbarazzo la legge inglese sull’aborto - febbraio 4, 2013 Benedetta Frigerio


«Oggi Pam dice che i suoi figli miracolati la riempiono di stupore, ma è arrabbiata e si sente umiliata per il fatto che la legge continui a permettere l’aborto anche di bambini più grandi dei suoi». Così scrive il Daily Mail, riportando la storia di una donna che mette in imbarazzo i sostenitori della legge sull’aborto in Inghilterra, permesso fino alla 24esima settimana. Quando Pam, a 39 anni, ha dato alla luce i suoi gemelli, infatti, questi avevano solo 23 settimane.
IL PARTO. Tutto è cominciato mentre Pam si trovava in vacanza con il marito Lee in Marocco, dove la donna è stata colta da forti contrazioni. La vita dei due bambini era in pericolo e per cercare di salvarli i due genitori decidono di tornare d’urgenza a casa. Ma in Inghilterra, i medici non sono tenuti in caso di complicazione a rianimare i bambini che nascono così prematuri, ecco perché Pam aveva molta paura al momento di sottoporsi all’intervento d’urgenza. Mackenzie e Cameron però nascono, le loro condizioni sono da subito critiche ma contro ogni pronostico sopravvivono: «È stato incredibile guardarli – ricorda la madre – Volevano vivere con tutte le loro forze, questo era evidente».

«VERI MIRACOLI». A due settimane dal parto, ancora complicazioni: si rende necessaria un’operazione per chiudere una valvola che di solito si rimargina naturalmente. Questa volta anche Pam e Lee pensano che per i loro figli non ci sarà niente da fare. E invece ce la fanno entrambi: «Sono dei veri e propri miracoli», spiega Pam. I due gemelli rimangono in ospedale per altri due mesi e tornano a casa il 7 dicembre. Ora il loro sviluppo è regolare, anche se «avranno bisogno di cure, di occhiali, non ci vedono bene, ma sono vivi!».

IMBARAZZO PER GLI ABORTISTI. La storia di Mackenzie e Cameron ha scosso l’Inghilterra, perché ha mostrato che a 23 settimane dei bambini possono nascere e vivere. Secondo le statistiche, questo avviene nel 19 per cento dei casi. Numeri difficili da digerire per chi appoggia i parametri inglesi sulla legislazione abortiva, che non considera come vita umana un feto fino alla 24esima settimana.
@frigeriobenedet

venerdì 21 dicembre 2012


Aborto e sviluppo fetale - 20 dicembre 2012 - http://www.prolifenews.it 

sviluppo feto_aborto_diritto alla vita
La medicina moderna permette che molti feti prematuri siano curati con successo quando sopravviene un parto precoce, spontaneo o realizzato per motivi medici.
Attualmente, è possibile che feti che nascono con 24, 23 o perfino con 22 settimane di gravidanza, ricevano un’efficace assistenza medica. Le percentuali di successo variano molto secondo l’età gestazionale e secondo la perizia e gli strumenti tecnici usati dai medici, perché molte e complesse sono le difficoltà con le quali questi bambini iniziano la vita extrauterina.
I progressi della medicina in questo campo hanno sempre più ripercussione nei dibattiti sull’aborto. Di fronte alle normative che permettono aborti tardivi, sorge, allora, la domanda: non è “eccessivo” permettere aborti di 22-24 settimane, quando i feti che hanno raggiunto tale tappa di sviluppo potrebbero, in molti casi, sopravvivere fuori del seno materno?
La domanda rinchiude un importante elemento di buona volontà: difendere il diritto alla vita dei feti che hanno raggiunto un sufficiente stato di sviluppo, che sono “vitali” fuori del seno materno grazie alla tecnica moderna.
Ma nasconde, in molti casi, un errore profondo: pensare che l’aborto sia più grave quando il feto eliminato è più sviluppato, e meno grave quando il feto eliminato è meno sviluppato, quando ha meno settimane di vita.
In realtà, qualunque forma di aborto è sempre un atto sommamente ingiusto.L’avere una maggiore grandezza fisica, certamente, fa che la soppressione della vita del figlio sia più “violenta”, più invasiva, più pericolosa perfino per la stessa madre. Ma il numero di settimane non rende più o meno grave il fatto nella sua drammatica realtà: l’eliminazione di una vita umana, di un figlio, semplicemente perché così lè stato deciso da altri.
Nessuno oserebbe dire che è più grave l’assassinio da un bambino di 4 anni che l’assassinio di un bambino di 2 anni perché il primo è più “vitale” e più sviluppato del secondo.
La stessa cosa si può dire sull’aborto: eliminare un embrione di 5 settimane è ugualmente grave come eliminare un feto di 25 settimane, perché tutti e due sono esseri umani con la stessa dignità. Uno sarà molto più piccolo, l’altro più grande, ma le dimensioni fisiche ed il livello di sviluppo non dovrebbero essere mai motivo per discriminare ai più piccoli, per considerarli meno “umani”, per sopprimerli attraverso l’ingiustizia dell’aborto.
Non c’inganniamo: non “migliora” una legge dell’aborto se con essa rimangono protetti soltanto i figli con più di “X” settimane, mentre i figli con meno di “X” settimane possono essere soppressi negli ospedali. L’unico modo di “migliorare” una legge dell’aborto consiste nella sua soppressione.
Dobbiamo riconoscere, per crescere in umanità, che qualunque aborto è sempre l’uccisione del figlio nel seno materno, e che tale uccisione non dovrebbe essere mai permessa in una società che pretenda di raggiungere un minimo di giustizia e, soprattutto, un minimo di amore verso il più indifeso degli esseri umani: il figlio prima di nascere.
di P. Fernando Pascual, L.C.
Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, Roma

 

giovedì 10 maggio 2012


Grazie al progresso scientifico si riduce la liceità all’aborto di Aldo Vitale, ricercatore in filosofia e storia del diritto, 9 maggio, 2012, http://www.uccronline.it

Per affrontare il problema con onestà intellettuale e senza apriorismi ideologici sarebbe necessario riconoscere che oramai il confine tra abortion late term ( aborto tardivo ) e preterm birth ( nascita prematura ) è sempre più sottile, fino a divenire quasi indistinguibile, grazie proprio ai progressi degli ultimi decenni compiuti dalla neonatologia e dalla terapia intesiva neonatale ( si pensi, per esempio, alla migliorata capacità di determinare l’età gestazionale grazie alle tecniche ad ultrasuoni, come si precisa in un editoriale di “Lancet ” del 2006 ) che hanno garantito una sempre crescente possibilità (e non probabilità) di assicurare un esito fausto, vitale e decisamente più salubre alle giovani e fragili vite che si affacciano al mondo tra la ventesima e la ventiquattresima settimana di gravidanza.

Il tema è decisamente complicato poiché ci si aggira tra la vita e la morte; tra l’autodeterminazione della donna e la volontà dei genitori da un lato e il diritto alla vita del feto espulso dopo IVG o a seguito di parto pretermine da un altro lato; tra l’eutanasia o la distanasia infantile (cioè tra la necessità di garantire il sostentamento vitale di persone molto fragili e la necessità di evitare l’accanimento terapeutico nei confronti dei neonati ); tra la duttilità del progresso tecnico-scientifico da un lato e l’inossidabilità dei principi morali dall’altro; tuttavia si possono riportare alcune osservazioni sullo stato dell’arte.

Come è risaputo, infatti, si pensi al noto e copioso rapporto dello USIOM ( Institute of Medicine ) del 2007 dal titolo «Preterm births: causes, consequences and prevention»  in cui si precisa che dal 1981 al 2004 le nascite pretermine sono aumentate del 30% ( sebbene siano differenti le con-cause ), si è oramai giunti al punto per cui anche in età molto precoce è possibile la sopravvivenza. Ciò che dunque viene in rilievo è, in sostanza, il problema che nell’ambito bioetico viene definito dei «grandi prematuri», cioè di quei soggetti che o a seguito di una pratica di interruzione volontaria di gravidanza tardiva o a seguito di un vero e proprio parto pretermine, riescono a nascere vivi ed a sopravvivere nonostante la precocità.

Il problema è senza dubbio complesso ed esteso implicando riflessi di carattere medico, scientifico, etico e soprattutto giuridico (per esempio, diventa fondamentale, sebbene sempre più difficilmente definibile, la distinzione tra interruzione volontaria della gravidanza e nascita prematura in genere, e in particolare la differenza della rilevanza penale tra aborto procurato ed omicidio, posto che secondo la dottrina giuridica si verificherebbe la seconda fattispecie ogni qual volta soggetto passivo dell’aggressione sia un individuo fisiologicamente capace di una vita autonoma), ma si possono tracciare delle linee per comprendere almeno in generale la questione. Sul piano medico-scientifico occorre ricordare ciò che lo specialista di medicina interna Renzo Puccetti ha dichiarato in una intervista rilasciata nel 2008 aZenith.org , e cioè che «secondo i dati provenienti da 600 cliniche nel mondo raccolti nel Vermont Oxford Network, la sopravvivenza a 22 settimane è del 5%, sale al 30% nei nati a 23 settimane e arriva al 60% nei bambini nati a 24 settimane di gestazione. In una casistica condotta analizzando 19.507 neonati ammessi in 17 reparti di cure intensive neonatali in Canada sono sopravvissuti e sono stati dimessi dal reparto il 14% dei neonati a 22 settimane, il 40% a 23 settimane e quasi il 60% a 24 settimane». Celebre, tra i tanti, e relativamente recente il caso di Amillia Taylor nata nel 2007 a 21 settimane e di appena 280 grammidi peso.

A ciò si aggiunga che le cause di nascite pretermine sono diverse e di natura a volte genetica, a volte biologica o perfino comportamentale. Secondo uno studio pubblicato dalla autorevole rivista Human Reproduction nel 2004 vi è addirittura una relazione direttamente proporzionale tra precedenti episodi di IVG e la nascita pretermine, o meglio: le donne che si sono sottoposte ad una pratica, spesso reiterata, di interruzione della gravidanza hanno mostrato poi di essere maggiormente predisposte ad esiti gestazionali pretermine. In sostanza, la donna che più volte si è sottoposta a pratiche interruttive della gravidanza ha più possibilità di sviluppare delle complicazioni in una successiva gestazione che può concludersi molto in anticipo rispetto al decorso temporale ordinario. Secondo un precedente studio pubblicato dalla medesima rivista nel 2002, un’altra causa di aumento del rischio di nascite pretermine è da ricollegarsi anche al ricorso alle tecniche di procreazione assistita per il trattamento dell’infertilità femminile.

Sul piano etico-giuridico si è posto il problema dei diritti dei giovani pazienti, cioè dei cosiddetti «grandi prematuri», e del piano deontologico dei medici che devono soccorrere queste giovanissime vite. Sul punto occorre procedere con ordine, cominciando dall’ordinamento italiano. In primo luogo emerge il dato normativo deducibile dal secondo comma dell’art. 7 della legge 194/1978 per cui «quando sussiste la possibilità di vita autonoma del feto […] il medico che esegue l’intervento deve adottare ogni misura idonea a salvaguardare la vita del feto».  Secondo la stessa legge disciplinante l’interruzione volontaria di gravidanza in Italia, dunque, sul medico che procede ad IVG incombe l’obbligo di fare il possibile per salvare la vita del feto qualora dopo l’intervento di IVG quest’ultimo presenti segni vitali. Il medico, insomma, deve in caso di IVG tardiva prestare i soccorsi necessari nel caso di vitalità del feto. Da ciò si deduce per analogia che in caso di nascita pretermine, che negli anni ottanta si verificava tra la ventottesima e la trentesima settimana ponendosi oggi, invece, tra la diciottesima ( cfr. Tedeschi-Eckart, Trattato di medicina forense, I, Padova, Piccin-Nuova Libraia, 1984, pag. 532 ) e la ventiquattresima settimana di gravidanza, è ancor più ovvio che il medico debba attivarsi per salvaguardare il feto in caso di sua vitalità.

Del resto, il Comitato Nazionale di Bioetica è stato anche fin troppo chiaro, stabilendo nel suo parere del 2008 sui grandi prematuri, che « il principio bioetico fondamentale che deve guidare la riflessione sul tema dei neonati estremamente prematuri è il seguente: i criteri che in generale si devono adottare per la rianimazione dei neonati non possono differire da quelli che vengono adottati per rianimare un bambino uscito dalla fase neonatale o un adulto. Questo principio corrisponde, peraltro, alle linee guida espresse da tempo con assoluta chiarezza ( e fino ad oggi non modificate ) dall’American Academy of Pediatrics ». In questo senso la giurisprudenza statunitense si è espressa più recentemente in almeno due note occasioni: la prima è quella del caso Miller vs HCA deciso dalla Corte Suprema del Texas per cui il medico può e deve soccorrere il nato prematuro anche contro il consenso dei suoi genitori; la seconda è costituita dal caso Montalvo vs Borkovec  giudicato dalla Corte d’Appello del Wisconsin con cui il giudice adito ha sancito in sostanza la illegittimità della sospensione del trattamento di sostegno vitale dei neonati prematuri poiché essi non sono soggetti in stato vegetativo persistente, venendo dunque sottratti alla volontà dei genitori e venendo dunque riconosciuti come soggetti di diritto a tutti gli effetti. Del resto nel 2002 il 107° Congresso degli Stati Uniti ha approvato il “Born-Alive Infants Protection Act” con cui si riconosce la personalità, cioè la soggettività giuridica, dei nati vivi, di tutti i neonati vivi a prescindere dal loro stadio di sviluppo: «The words “person”, “human being” “child”, and “individual”, shall include every infant member of the species homo sapiens who is born alive at any stage of development».

In conclusione può affermarsi che esiste e sempre più si afferma un rapporto inversamente proporzionale tra il progresso della medicina in genere e di quella neonatale in particolare e i limiti alla legittimazione dell’interruzione volontaria della gravidanza, o meglio, a fronte di un costante progresso medico nella cura dei nati prematuri o dei feti sopravvissuti ad IVG, il diritto non può che adeguarsi restringendo il periodo di legittimità del ricorso ad IVG. In questo senso può dirsi che, pur ancora basso, essendo il limite di sopravvivenza, rebus sic stantibus, pari al periodo di 18-20 settimane di età gestazionale, il ricordo ad IVG non può oramai che essere sempre più compresso all’interno di questo limite. Così soltanto, cioè in aderenza alle più recenti risultanze scientifiche, si può spiegare il provvedimento del Governatore dell’Arizona che lo scorso 13 aprile ha proibito l’aborto dopo le 20 settimane di gravidanza.

sabato 31 dicembre 2011


I dati che mettono in discussione le prassi sbrigative sui nati prematuri di Carlo Bellieni (Il Foglio, 29 dicembre 2011)

Roma. Secondo uno studio pubblicato sul numero di dicembre del Journal of the American Medical Association, c’è più del 10 per cento di possibilità di sopravvivenza per i nati alla 22esima settimana (un valore che aumenta, poi, a ogni settimana in più passata

nel pancione). La ricerca, condotta su oltre 10 mila casi di bambini nati tra le 22 e le 25 settimane dopo il concepimento – cioè così prematuri che qualche anno fa si sarebbero dati per morti – dà una risposta definitiva a tante polemiche: da appena dopo la metà della gestazione, se si nasce in un centro di alta specializzazione, le speranze di farcela non sono più assenti. Certo, i rischi per la vita e la salute di questi piccoli ancora sono tanti e gravi, ma i progressi sono davvero notevoli. La notizia è paradossale, visto che in mezzo mondo – in Italia per ora ne siamo esenti – ci sono invece protocolli ufficiali che prevedono di non soccorrere attivamente questi bambini e dare loro solo cure palliative, lasciandoli praticamente morire.

Dominic Wilkinson ha spiegato (sull’American Journal of Bioethics) che per decider se alcuni neonati possano vivere, ci sono due strade: quella tradizionale è valutare se la futura vita avrà più pesi che gioie e quindi decidere se sospendere le cure. Per questo computo si usano un criterio probabilistico (la durata della gestazione) o parametri che danno il livello di rischio (“rischio”, perché nei primi giorni non si hanno strumenti prognostici esatti) di grave handicap futuro. Poi c’è la strada proposta da Wilkinson: in certi casi, dare ai genitori la possibilità di interrompere le cure salvavita anche per i neonati che avranno comunque “una vita degna di essere vissuta”, cioè quelli in cui le gioie future saranno solo un po’ più dei pesi.

Nulla di strano, se consideriamo che non è raro leggere sulle riviste internazionali di bioetica che i neonati non siano da considerare delle persone. E i neonati nei fatti sono davvero considerati meno degli adulti, come dimostrano gli studi della canadese Annie Janvier. Sulla rivista Pediatrics del 2009 compariva il protocollo usato da un ospedale americano: “Alla nascita, in base alla richiesta delle famiglie e d’accordo con lo staff medico, sono state date cure palliative al 38 per cento dei prematuri nati alla 24esima settimana e al 17 per cento di quelli nati alla 25esima”. E’ bene sapere che a 24 settimane si ha il 58 per cento di possibilità di farcela e a 25 settimane il 64 (Journal of Perinatal Medicine, 2009). Viste queste percentuali di sopravvivenza, perché limitarsi solo a cure palliative? Ad adulti a rischio improvviso di morte dopo un ictus si cercherebbe sempre di dar una chance. Per i bambini, invece, è diverso. Ma tanta paura della disabilità è giustificata? Pare proprio di no, stando alle ricerche che mostrano che il livello di qualità di vita delle persone disabili è molto maggiore se viene valutato dallo stesso disabile, piuttosto che dagli altri. Ma se la disabilità è un motivo per sospendere le cure a un bambino nell’interesse dei genitori o perché si pensa che al disabile convenga morire, come si guarderà il disabile adulto?

Ci aspettiamo che i dati del progresso medico, così chiari, facciano riconsiderare il modo in cui si guardano i piccolissimi, che nessuno vuole caricare di cure inutili, ma che meritano quanto gli altri pazienti, quando è scientificamente possibile, una chance

domenica 11 dicembre 2011


BAMBINI PREMATURI E CURE SALVA-VITA di Carlo Valerio Bellieni MD, Membro Corrisp. Pontificia Academia Pro Vita

 ZI11121101 - 11/12/2011
Permalink: http://www.zenit.org/article-28941?l=italian

ROMA, domenica, 11 dicembre 2011 (ZENIT.org)- Le linee-guida di molti Paesi prevedono di dare solo cure palliative a certi bambini estremamente fragili, quelli nati molto prematuri. E la letteratura scientifica riporta che anche in caso di prognosi di futura grave disabilità, si tende in vari centri a sospendere le cure salva-vita in neonati anche più sviluppati dei precedenti, vedi ad esempio lo studio comparso du Bioethics del 2000 fatto da Michael Gross, che confronta i comportamenti dei medici in 4 Paesi occidentali.
Ma è corretto dare loro solo cure palliative dato che hanno solo un rischio, ma non la certezza di morire?
Ed è giusto sospendere le cure in base alla futura disabilità ai bambini appena nati che presentano segni di rischio di danno cerebrale?
Alla nascita
Ecco alcune linee-guida di vari Paesi, che danno indicazioni se rianimare i bambini nati prematuri (vai all’indirizzo web: http://carlobellieni.com/?p=1019 ).
In basso, le possibilità che gli stessi bambini hanno di sopravvivere, e nell’altra tabella, la prognosi.
E’ giusto dare solo cure palliative – vedi la tabella- a chi ha il 15% o il 60% di possibilità di sopravvivere?
D’altronde, c’è chi ha parlato di “fetalizzazione” del neonato (1), per dire che a questi bambini si offrono gli stessi diritti che si offrono ad un feto (che notoriamente non ha diritti a meno che questi non gli vengano “generosamente” prestati dai genitori, che fanno da garanti e arbitri della sua umanità).
Qualcuno dice che pare corretto sospendere le cure vitali perché, anche se vivono, avranno un terribile danno cerebrale. Invito ad andare all’indirizzo web: http://carlobellieni.com/?p=1019per vedere i dati della letteratura scientifica.
Oltretutto, dei bambini nati sotto le 25 settimane di gestazione, il 22% ha disabilità grave, il 24% disabilità media e il 34% disabilità lieve (2). Dunque molti avranno problemi di salute, ma solo in certi casi avranno una “disabilità grave” (es. cecità oppure paralisi, o sordità, o ritardo mentale grave). Sospendiamo le cure perché un bambino sarà forse sordo o non vedente?
Anche la tanto temuta (giustamente) paralisi cerebrale, che può colpire anche il bambino più sviluppato (cioè nato oltre le 25 settimane di gestazione) non è sempre sinonimo di gravissimo danno, dato che ha diversi livelli di gravità.
Infine: seguire i “desideri dei genitori” significa sempre seguire il migliore interesse del bambino? I genitori possono avere un conflitto di interessi con la sua sopravvivenza.
Dopo la nascita
Le linee-guida dell’American Academy of Pediatrics dicono: “Ci possono essere casi in cui la prognosi è incerta ma facilmente molto grave, e la sopravvivenza associate a scarsa qualità di vita; in questi casi i desideri dei genitori devono determinare il tipo di trattamento” (3).
Questo significa, che in molti casi, a distanza dalla nascita, fatta diagnosi di futura disabilità grave, si può decidere sulla base di un criterio molto soggettivo: la qualità della vita, cioè avviare “la sospensione attiva del supporto vitale a prematuri con emorragia intracranica grave basata sulla qualità della vita”, come scrive Taylor Sawyer dell’Università delle Hawaii (4), criticando il suddetto documento.
Anche in questo caso, la decisione si fa sulla base non dell’ineluttabilità della morte, ma della qualità della vita che per quanto segnata dalla disabilità non è a rischio di morte.
Non ci sembra un criterio condivisibile: essere disabili non è un motivo sufficiente per togliere le cure.
Domande cruciali
Si può sospendere le cure sulla base di una statistica, e di un rischio, senza una prognosi certa, come avviene in sala parto, quando non esistono strumenti per fare una prognosi su quel bambino?
Si può sospendere le cure nell’interesse dei genitori?
E’ lecito per un cristiano sospendere le cure per un rischio di malattia, in cui oltretutto la malattia nemmeno è certa?
Perché non si usano gli stessi criteri che si usano per gli adulti, cui non verrebbe mai sospesa la terapia senza una prognosi certa, o nell’interesse di terzi?
Perché a parità di prognosi (per esempio in caso di ictus o di infarto) nell’adulto si soccorre sempre il paziente, mentre il neonato di 23 o di 24 settimane si può lasciar morire?
Non è questo procedere una estensione dei criteri dell’aborto volontario, prolungato non solo al feto ma anche al bimbo neonato?
Proponiamo a tutti le decisioni del Comitato Nazionale Italiano di bioetica su questo tema (12) che hanno decretato come obbligo per il medico il soccorso attivo E NON PALLIATIVO ai bambini nati vivi, e con possibilità (NON CERTEZZA) di sopravvivere.
Conclusioni
Il rispetto della vita umana non può far differenze tra adulto, bambino, feto od embrione. e soprattutto non può discriminare sulla base della futura disabilità.
Compito del cristiano è riconoscere questa evidenza, e farsi carico di un rispetto incondizionato della vita umana, che non significa accanirsi quando non ci sono possibilità di salvare la vita, ma nemmeno abbandonare le cure nell’interesse dei genitori, o supponendo che per il disabile la morte sia la migliore chance.
Dunque la sospensione delle cure in base alla prognosi di disabilità non è accettabile; ha la stessa valenza morale dell’aborto procurato.
Si deve ben distinguere la futilità delle cure: non sono cure futili se curano un morbo o tengono in vita, pur non risolvendo la malattia di fondo (per esempio la sindrome Down).
Non dimentichiamo che il caso più famoso di sospensione di cure ad un neonato fu quando i genitori rifiutarono di far operare un neonato Down per atresia all’esofago, provocandone così la morte, come leggibile al seguente indirizzo web: http://en.wikipedia.org/wiki/Baby_Doe_Law.
Il medico cattolico non può collaborare a decisioni che contrastino col diritto alla vita del bambino, prima o dopo la nascita.
Il medico cattolico deve attivarsi per creare un clima di accoglienza che implichi in primo luogo un superamento dei pregiudizi contro la disabilità; quindi un impegno sociale a favore delle famiglie con parenti disabili.
Compito del politico cattolico è facilitare questo percorso, mettendo nell’agenda politica le persone disabili e povere al primo posto.

domenica 13 novembre 2011


NEONATO CON MORTE CEREBRALE. IL PADRE: "LASCIATE CHE DONI GLI ORGANI" - http://www.tg1.rai.it

Il piccolo Giacomo, nato a 37 settimane, è cerebralmente morto; ma il suo decesso non può essere accertato dalla legge italiana. L'appello del papà, il parere dei medici.
L'ospedale Borgo Roma di Verona
VERONA - La storia drammatica di Giacomo, figlio di una donna morta il 4 ottobre scorso per un'emorragia. Il piccolo è venuto alla luce con parto cesareo dopo 37 settimane e 4 giorni di gestazione, ma il suo cervello ha sofferto irrimediabilmente per la prolungata mancanza di ossigeno. Da allora è tenuto in vita dalle macchine all'ospedale Borgo Roma. La legge italiana prescrive che l'accertamento della morte cerebrale avvenga solo dopo 38 settimane di gestazione. E il padre Riccardo, che lo visita ogni giorno, lancia un appello disperato.

L'APPELLO DEL PADRE. "So che l'unico domani che mio figlio può avere è che permettano l'espianto dei suoi piccoli organi, facendo così in modo che altri neonati vivano grazie a lui. Sarebbe l'unico modo di far continuare la vita che lui non avrà". Riccardo e il suo legale sottolineano le volontà espresse dalla mamma del neonato: "Silvia diceva sempre che per legge quando moriamo dovremmo donare gli organi. Tutto quello che avrebbe voluto è poter donare quelli del bimbo".

I MEDICI: "UN CASO ECCEZIONALE". Un eventuale espianto d'organi non è escludibile a priori, sottolineano i medici, anche se si tratterebbe di un'eventualità complessa, che va valutata attentamente. "Casi come questo - afferma il direttore del Centro nazionale trapianti (Cnt) Alessandro Nanni Costa - sono molto rari. Trattandosi di neonati, la situazione va valutata volta per volta e le procedure non sono facili. Nel caso in cui si potesse procedere all'espianto di organi, questi sarebbero da utilizzarsi solo su altri neonati. Al momento non mi risulta vi siano neonati in lista di attesa per un trapianto. La sofferenza cerebrale subita dal neonato non sarebbe di per sè un impedimento per l'espianto d'organi, ma il punto chiave resta l'accertamento della morte cerebrale". Quanto agli organi, "a 38 settimane molti non sono ancora sviluppati, ma potrebbe essere prelevato il cuore, l'organo più formato".

"APPELLO COMPRENSIBILE, MA CASO AL LIMITE". "La legge italiana - sottolinea il direttore della Terapia intensiva neurochirurgica, Francesco Procaccio - prevede che l'accertamento di morte non possa essere fatto se la nascita non è avvenuta dopo le 38 settimane e se non sono comunque trascorsi 7 giorni dalla nascita stessa". Ma, al di là dei limiti di legge, "ritengo che la donazione degli organi in una situazione clinica di questo tipo rappresenti un caso "al limite", anche perché molti organi non sono ancora abbastanza sviluppati". L'appello da parte del padre di Verona, conclude lo specialista, "è comprensibile, ma credo che sia un'ipotesi clinica difficile da realizzare".

lunedì 24 ottobre 2011

 La donna che ha inventato gli hospice per neonati, di Massimo Pandolfi, 24 ottobre 2011, Il Resto del Carlino

LA SECONDA edizione del premio ‘Enzo Piccinini’ quest’anno va ad un’italiana, la dottoressa Elvira Parravicini, una neonoatologa lombarda, da anni negli Stati Uniti, che ha creato a New York il primo hospice per neonati. La consegna del riconoscimento mercoledì, alle ore 17,45, a Modena, presso il Centro Servizi Didattici della Facoltà di Medicina e Chirugia del Policlinico di Modena, nel corso del convegno ‘Maestri del nostro tempo nel campo della cura, dell’assistenza e dell’educazione’. Proprio nel campo medico ed educativo si era sempre distinto Piccinini, un medico morto nel 1999, a seguito di un incidente stradale sull’A1. In sua memoria, è nata una Fondazione, a Modena (dove Piccinini risiedeva) che dallo scorso anno ha deciso di assegnare questo ambito riconoscimento. Nel 2010 il premio fu consegnato al dottor Mario Melazzini, medico malato di Sla, testimone di speranza nonostante la malattia.


FOSSE per lei, l’espressione «Non c’è più nulla da fare» verrebbe bandita non solo dal campo medico, ma dal dizionario stesso. «C’è sempre qualcosa da fare» spiega e si anima Elvira Parravicini, 55 anni, medico neonatologo italiano, di Seregno (Monza), ‘cervello’ da 15 anni ceduto agli Stati Uniti. «Se anche a un bambino dovessero restare solo pochi giorni, poche ore o pochi minuti di vita — dice — noi abbiamo il dovere di chiederci: come possiamo confortarlo? E allora i punti chiave della cura diventano: mantenere il bimbo caldo, idratarlo o prendersi cura del dolore, se necessario, e soprattutto aiutare i genitori o altri membri della famiglia ad accogliere questo bimbo, anche per un periodo di tempo brevissimo».La dottoressa Parravicini ha un record: alla Colombia University di New York ha inventato un reparto, una ‘squadra speciale’ che è unico al mondo: una specie di hospice per bambini neonati, venuti al mondo troppo prima del tempo oppure affetti da sindromi letali o anomalie congenite talmente gravi da impedire nel 99% dei casi la sopravvivenza, anche a breve termine.GLI HOSPICE sono perlopiù i luoghi dove si va a morire, dove si danno gli ultimi conforti e si prova a togliere il dolore alle persone condannate. «Dare vita ai giorni e non giorni alla vita» è il motto lanciato dalla fondatrice di queste strutture, Cecily Saunders, che la Parravicini da alcuni anni applica quotidianamente con i suoi bambini che spesso non arrivano a pesare neanche un chilo, magari non hanno i reni, che sono destinati alla morte ma che intanto ci sono. Esistono. In America la chiamano ‘comfort care’. Il respiro di un bambino, seppure di un solo minuto, ha un valore infinito. «Lavorando con piccoli pazienti fra la vita e la morte, faccio sempre un’esperienza di bellezza, sia che la rianimazione riesca a salvare la vita, sia che mi debba confrontare con l’estremo limite umano che si chiama morte, perchè c’è un significato pure lì». Sembrano parole dell’altro mondo quelle della dottoressa Parravicini, ma sono più che mai di questo mondo. Non esistono ricette per tutte le stagioni: «Ci sono medici che suggeriscono di non iniziare la rianimazione di questi neonati e altri che insistono sulla rianimazione a tutti i costi. Io scelgo un’altra via». CHE SAREBBE: non c’è una regola. «Ho viste centinaia di bambini, ma ogni volta è diverso, perché ogni bambino è diverso. Ogni volta c’è un nuovo dramma da affrontare; sì, un dramma, che non va eluso o censurato. La società moderna, amche molti miei colleghi, provano invece a fare così: vorrebbero delle regolette da applicare, tenendosi la coscienza a posto. No, dobbiamo giocarci di più: serve prendere una decisione, rispettando e non manipolando il ‘destino del paziente’, che non può essere determinato nè dai genitori, né tantomeno dal medico. Ma anche quando la nostra conoscenza scientifica ci suggerisce che un bimbo è troppo prematuro per farcela, la nostra responsabilità medica non finisce lì. Non lo possiamo guarire questo bimbo, ma possiamo curarlo, cioè prenderci cura di lui. E dei suoi familiari».NELL’hospice del Morgan Stansley Children’s Hospital, Elvira Parravicini lavora con un’infermiera, un’assistente spirituale che cambia a seconda della religione della famiglia di appartenenza del bimbo, un fotografo professionista che, da volontario, fa un clic su questi fanciulli, affinchè alle famiglie resti un ricordo; infine c’è un ‘child life’, che non è uno psicologo e neppure un fattorino, ma una persona che conforta una mamma e un papà in giorni certamente intensi e non facili, aiutandoli anche a sbrigare le necessità quotidiane.«NEGLI ultimi tre anni — spiega la Parravicini — ho seguito la nascita e il percorso di 44 bambini diagnosticati prima della nascita con condizioni probabilmente letali». I bimbi sono quasi sempre morti, ma ci sono state anche le sorprese, almeno tre. Jaden ad esempio. Jaden è una bimba che oggi ha tre anni ma che non doveva neppure nascere. Prima perché sua madre aveve appena sedici anni ed era un po’ sbandata, quando è rimasta incinta; poi perchè al primo esame clinico si era capito che questa bimba non sarebbe mai potuta sopravvivere. L’universo mondo aveva consigliato alla ragazzina prima di abortire poi di lasciar perdere. Non aveva senso, per nessuno, portare a termine la gravidanza: almeno, dicevano così.INVECE questa mamma non ha abortito, non ha lasciato perdere. E ora a New York vive una donna felice di 19 anni, una giovane donna che ha messo la testa a posto e che spesso e volentieri va in ospedale a trovare la dottoressa Parravicini,. Insieme a Jaden, sana come un pesce.

mercoledì 19 ottobre 2011


Una "casa" dentro la Mangiagalli per i genitori dei bimbi prematuri di Redazione, La clinica ha aperto una stanza speciale per le famiglie dei bambini che dopo una degenza anche di 8 mesi sono pronti ad essere dimessi articolo di mercoledì 19 ottobre 2011

Nel reparto di terapia intensiva neonatale della clinica Mangiagalli di Milano, vivono piccoli lottatori. Alcuni pesano un chilo, altri solo 700 grammi. Non riposano in culle di vimini, ma in incubatrici sofisticate. Sono bimbi nati prematuri che in quel reparto, in quelle incubatrici, dovranno lottare a lungo, anche sette o otto mesi. Accanto a loro, i genitori chiamati al difficile compito di assisterli con lo sguardo, con le carezze, con l’amore. Fondamentale il lavoro dell’ospedale nei mesi e negli anni: 30 anni fa l’80% dei bimbi nati sotto il chilo e mezzo non aveva speranze di sopravvivere, «oggi più del 90% vive, e vive bene» (parola del direttore, il professor Fabio Mosca). Il reparto ha appena creato anche una stanza-casa speciale per quei genitori i cui neonati sono in procinto di tornare a casa dopo una lunga degenza in terapia intensiva. Due letti, un divano, una piccola culla, un bagno indipendente: questo mini-appartamento è comunicante con il reparto. Qui la famiglia può rimanere un paio di giorni prima di tornare a casa, per imparare a prendersi cura da sola del proprio piccolo (spesso dimesso con molte cure da seguire) ma con la tranquillità psicologica di sapere che appena oltre porta c’è un medico o un infermiere cui chiedere consiglio.
Qui, come in tutto il centro nascite della Mangiagalli (il più importante d’Italia: 7mila parti all'anno, di cui mille che richiedono il ricovero in patologia neonatale), la carta è stata praticamente abolita: tutte le informazioni cliniche viaggiano su byte e la tecnologia è molto avanzata. È l’unica neonatologia italiana a farlo. E sempre qui è stata realizzato una sorta di piccola casa dove i genitori prima di riportare nelle loro vere abitazioni i loro bambini finalmente in grado di poter iniziare una vita normale, possono impratichirsi senza rischi.
Se la Mangiagalli è in grado si salvare il 90% dei neonati nati sotto il chilo e mezzo (su mille parti prematuri nascono in media 130 bambini sotto i 1.500 grammi, di cui 70 sotto il chilo) è anche perché il direttore Fabio Mosca ha voluto accogliere la tecnologia in reparto. L’ultimo passo avanti è di questi giorni: a disposizione dei 50 letti del reparto di terapia intensiva, ma anche dei neonati di tutto il centro nascita, ci sono dieci nuovi carrelli sanitari per la gestione della cartella clinica elettronica dei ricoverati. Sono carrelli particolari, dotati di una batteria di 16 ore. Permettono un gran risparmio di tempo ed energie agli infermieri, perché sono in grado di gestire in modo innovativo la cartella clinica del neonato: aiutano a recuperare tempo e sicurezza («controllano» l’operato del personale infermieristico per mezzo di una continua interazione con il pc, che registra tutto), a favore di una cura personalizzata. I carrelli sono stati donati da Philips grazie all’intervento di Aistmar, l’Associazione italiana per lo studio e la tutela della maternità ad alto rischio (attiva dal 1983 grazie all’opera di volontari, www.aistmar.it).
© IL GIORNALE ON LINE S.R.L.

martedì 13 settembre 2011


NEONATOLOGIA - Bimbi nati prematuri, arriva la carta dei diritti DI MAURO TONETTI – MARTEDÌ 13 SETTEMBRE 2011, POSTATO IN: BOX-SANITÀ, SANITÀ - La Campania è la prima regione in Italia ad adottare le linee guida per la tutela dei neonati pretermine, http://denaro.it

La durata media di una gravidanza è compresa fra le 37 e le 42 settimane e si definisce quindi parto pretermine o prematuro un parto il cui travaglio ha luogo tra la ventesima e la trentasettesima settimana completa di gestazione. Ogni anno in tutto il mondo sono circa 13 milioni i bambini che nascono prematuri, 500.000 nella sola Europa (1 su 10) mentre ben quattro milioni sono i decessi correlati alla prematurità. Sono 3.800 i bambini nati prematuri ogni anno in Campania, circa il 6,4 per cento di tutte le nascite della Regione, il 10 per cento di quelle totali registrate nella Penisola. Sono invece 40 mila i bambini nati prematuri ogni 12 mesi solo in Italia – il 6,9 per cento di tutte le nascite registrate nel nostro Paese – e ben 13 milioni di casi in tutto il mondo.
E se le moderne tecniche e pratiche cliniche riescono a garantire margini di sopravvivenza per neonati di peso sempre più basso, la prematurità rappresenta oggi la principale causa di mortalità infantile a livello nazionale e globale. Numeri da cui nasce la proposta delle istituzioni di adottare la crata dei diritti dei bambini natu prematuri alla quale la Campania è la prima regione in Italia ad aderirte.
“I dati sui nati pretermine e sulla complessità assistenziale che l’accompagna – avverte Paolo Giliberti, presidente della società italiana di Neonatologia e primario al Monaldi che, sul tema, ha organizzato ieri una giornata di studio con esperti e addetti ai lavori – richiedono estrema attenzione e collaborazione da parte di tutti coloro che, quotidianamente sono impegnati nell’individuazione di soluzioni per rispondere a questa crescente emergenza”. E proprio nella tavola rotonda id ieri, al Monaldi, è stata presentata la ”Carta dei diritti del bambino nato prematuro”, documento che fornisce proposte concrete per fronteggiare la prematurità neonatale con azioni mirate possibili anche grazie al sostegno delle Istituzioni e tramite la definizione di strumenti legislativi ad hoc. Alla tavola rotonda di ieri, al Monaldi, hanno partecipato anche Martina Bruscagnin, presidente dell’associazione Vivere onlus, Renato Pizzuti, dirigente della Regione Campania, Pasquale Martinelli, ordinario di Ginecologia e ostetricia alla Federico II di Napoli, Francesco Raimondi, presidente della sezione campana della Società italiana di neonatologia, Luigi Orfeo, dirigente medico di neonatologia e terapia intensiva neonatale del Rummo di Benevento e Francesco Mascagno, neonatologo collaboratore ed esperto di area materno-infantile.
L’obiettivo di contribuire a migliorare la salute delle madri e dei bambini e definire un percorso di conoscenza legato alla prematurità

COMMISSIONE AD HOC
La Regione Campania sta provvedendo all’istituzione di una Commissione di esperti costituita da neonatologi e da ostetrici, incaricata di programmare e realizzare un piano di assistenza a 360 gradi garantendo continuità nelle cure e nell’assistenza al bambino e alla famiglia.
“Oggi si sancisce ufficialmente in Campania – prima Regione in Italia nella quale viene presentata la Carta dei diritti del bambino nato prematuro – che un neonato nato prima del termine è, a tutti gli effetti, una persona che ha diritto alla piena e totale assistenza sanitaria, un cittadino con i suoi diritti che le istituzioni hanno il dovere di tutelare, dice il senatore Raffaele Calabrò, membro della XII commissione Igiene e Sanità del Senato e consigliere per la Sanità del presidente della della Regione Campania, Stefano Caldoro.

LE CAUSE
Le nascite pretermine sono legate all’interazione di molteplici fattori, come familiarità per parti gemellari, condizioni di rischio sociale (povertà, denutrizione o condizioni igieniche precarie), gravidanza in età adolescenziale o dopo i 40 anni, eventuali malattie della madre, oppure patologie della gravidanza (come gestosi, distacco di placenta, rottura prematura delle membrane amniotiche), causando in alcuni casi delle gravi conseguenze per i bambini, fino a dei gravi episodi di disabilità.
“Per affrontare in maniera adeguata questo problema sociale e sanitario è essenziale progettare e realizzare centri specializzati nei quali poter elaborare e predisporre un corretto percorso clinico per i neonati – aggiunge dichiara Paolo Giliberti.
“Un’iniziativa come quella di oggi – dice Antonio Giordano, direttore generale dell’Azienda ospedaliera dei Colli di Napoli.dimostra che è possibile creare anche in Campania efficaci forme di sinergia tra mondo scientifico e Società civile per creare la necessaria attenzione sui problemi più scottanti della sanità, tra i quali rientra senza alcun dubbio la condizione della prematurità”,
“E’ necessario tenere conto delle multifattorialità del fenomeno della nascita pretermine per offrire alle gestanti un valido supporto in termini di assistenza continuativa, controlli adeguati e follow-up post parto – aggiunge Pasquale Martinelli, ordinario di Ginecologia e ostetricia della Facoltà di Medicina, Università Federico II di Napoli.

martedì 17 maggio 2011

Gemelli, prima nascita "a distanza" - Milano, miracolo alla Mangiagalli: mamma partorisce i piccoli, entrambi prematuri, in due tempi - da http://www.tgcom.mediaset.it

09:14 - Sono nati entrambi prematuri, ma a distanza di un mese l'uno dall'altro. E' la straordinaria storia di Gregorio e Leonardo, due gemelli venuti alla luce alla clinica Mangiagalli di Milano in condizioni eccezionali. Il primogenito, Gregorio, è nato il 18 marzo, alla ventiquattresima settimana di gravidanza, il secondo, Leonardo, esattamente un mese dopo, il 18 aprile.
La mamma è una negoziante 41enne di Ponte Lambro, il papà un imprenditore edile. Le doglie, come racconta il "Corriere della Sera", colgono la donna la mattina del 18 marzo, solo al quinto mese e mezzo. E i medici non possono evitare la nascita di Gregorio, per parto spontaneo. Si riesce però a evitare che nasca anche l'altro bimbo: grazie a farmaci anticontrazione e cure antibiotiche contro le infezioni, Leonardo può rimanere nel grembo della madre. Il piccolo resta nel ventre materno per quattro settimane in più. I due bimbi erano in sacche amniotiche distinte: viene tagliato soltanto il cordone ombelicale del primo dei gemelli e l'altro può aspettare ancora del tempo prima di venire al mondo.

A un mese di distanza, la nascita del secondo bambino. Entrambi i gemelli sono molto al di sotto del peso normale. Gregorio pesa 650 grammi, Leonardo 1.080, tutti e due largamente sotto la media, se si pensa che a livello nazionale soltanto un bambino su cento nasce con un peso inferiore al chilo e mezzo.

L'evento ha davvero dello straordinario, anche considerando che i rischi di non sopravvivenza del feto alla ventiquattresima settimana, il momento della nascita del primo gemello, superano l'80%. D'altra parte, con l'aumento dell'età delle maternità e delle fecondazioni artificiali, cresce anche il numero dei parti gemellari e, di conseguenza, delle nascite premature. Quelle sotto la trentasettesima settimana sono ormai al 10%.

Adesso i due gemelli sono ricoverati in terapia intensiva, dove resteranno ancora per settimane. "Ma sono fuori pericolo, anche se le loro condizioni mediche sono in continua evoluzione", assicura il primario Fabio Mosca.

giovedì 28 aprile 2011

Avvenire.it, 28 aprile 2011 - Il «compleanno» di Angelo, abortito - Un anno un soffio di Lucia Bellaspiga

Oggi sarebbe un bambino di un anno. Lo avrebbe compiuto proprio il giorno di Pasqua, se la sua vita non fosse stata considerata un "errore", una svista, un increscioso incidente. Perché Angelo, venuto al mondo il 24 aprile di un anno fa, non era un neonato, era un aborto. Eppure, nato per "caso", piangeva e sgambettava come gli altri, almeno finché ha avuto fiato.

Accadeva all’ospedale di Rossano Calabro, dove Maria (nome d’invenzione) si era recata a interrompere una gravidanza già molto avanzata, troppo perfino per la legge 194, secondo la quale dopo tre mesi l’aborto è vietato a meno che per la madre non sussista un pericolo di morte o nel suo bambino non vi siano anomalie tali da costituire «un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna». Se poi il feto è già così formato da poter avere vita autonoma, come ormai era Angelo, la legge restringe ancora più il campo: niente aborto se la madre non è in gravissimo pericolo di vita. E comunque dopo l’intervento quel bambino-a-tutti-gli-effetti va salvato.

Quale terribile anomalia, allora, aveva Angelo, se un medico del dipartimento di salute mentale di Cosenza ha valutato un «grave pericolo per la psiche» di sua madre? Anzi, poiché il piccolo, giunto alla sua ventiduesima settimana, poteva ormai avere vita autonoma anche fuori dal ventre materno, di cosa stava morendo la sua mamma, al punto da costringere i medici a sacrificare quel figlio ormai formato? Angelo aveva una palatoschisi, più nota come labbro leporino, imperfezione risolvibile con un piccolo intervento. Per quel labbro difettoso un medico con un colpo di penna lo ha declassato da figlio ad aborto, ed entro la sera del 24 aprile a «rifiuto speciale»: è tra gli altri rifiuti dell’ospedale che è stato dimenticato, in una ciotola di metallo gelato, e non più guardato nemmeno da chi – sempre per legge – avrebbe dovuto accertarne la morte, anzi, salvarne subito la vita. Lo hanno gettato senza un’occhiata, e lui in quella ciotola ha trascorso al freddo e al buio la sua prima notte sulla terra, senza sentire mai il calore di una mano o ricevere una goccia di latte. Per ventiquattr’ore ha pianto e sgambettato invano, come gli altri neonati fanno sotto gli occhi innamorati di chi li ha messi al mondo, finché a sentire il vagito non sono stati il cappellano dell’ospedale e una dottoressa. Inutile la corsa all’ospedale di Cosenza.

«Supponevamo una morte certa», si sono difesi i sanitari di fronte agli inquirenti, mentre i risultati dell’autopsia affondavano anche l’ultima speranza: se avesse ricevuto le cure attribuite a tutti i neonati prematuri, sarebbe vissuto. Ma Angelo non era un neonato, era soltanto un aborto.
Storia di un anno fa, d’accordo. Ma in questo tempo di Pasqua di Resurrezione, che è anche il suo compleanno, chiediamoci: in un anno che cosa è cambiato in Italia, il Paese in cui vige la legge 194, perché questo orrore non avvenga più? Si può almeno pretendere che la norma, comunque amara e triste, sia davvero applicata tutta? La comunità scientifica stabilisce che alla ventiduesima settimana le probabilità di vita nei bambini abortiti sono già buone e la Regione Lombardia nel 2008 decise di applicare la legge concretamente, indicando in 22 settimane e tre giorni il limite oltre il quale l’aborto è vietato se la vita della madre non è in estremo pericolo.

Ma alcuni medici hanno fatto ricorso contro l’atto della Lombardia, e in gennaio il Tar ha dato loro ragione (erano rappresentati da Vittorio Angiolini, il legale di Englaro per la morte di Eluana). «Il feto non soffre fino alla ventiquattresima settimana – ha sentenziato l’associazione Consulta di Bioetica, dando per scontato ciò che Angelo, con la sua morte lenta, sconfessa ancora oggi minuto dopo minuto –. L’autonomia del feto è una favola astratta costruita ad arte da chi opprime i deboli e gli svantaggiati...». Debole e svantaggiato, Angelo gridava inascoltato la sua caparbietà di vivere, e questa non è una favola.

Molti nostri medici ogni anno si recano in Africa a operare i bambini nati con palatoschisi, poi come prima cosa insegnano loro a fare le bolle di sapone, perché il soffio con il labbro leporino è un gioco impossibile. Angelo oggi avrebbe soffiato sulla prima candelina.

martedì 26 aprile 2011

Nebraska: divieto di aborto dopo la 20esima settimana per dolore fetale - 29 ottobre, 2010, da http://www.uccronline.it/

Una legge storica che vieta l’aborto dopo 20 settimane di gestazione sulla base del dolore fetale, è entrata in vigore nel Nebraska la scorsa settimana. I sostenitori della vita -riporta l’OpposingViews- hanno espresso il desiderio che anche altri Stati seguano l’esempio. «Questo è un momento storico per coloro che lavorano per proteggere le madri e i bambini non nati», ha detto Tony Perkins, presidente del Family Research Council. «Questa nuova legge rappresenta l’ondata di impulso che il movimento pro-life sta avendo, ed è un passo importante verso il futuro». The Abortion Pain Prevention Act (LB 1103), scritto dal senatore Mike Flood, è stato trasformato in legge dal governatore repubblicano Dave Heineman in aprile. Tra le motivazioni che hanno convinto gli esperti, c’è la testimonianza di Kanwaljeet “Sunny” Anand, un pioniere nello studio del dolore fetale, oggi professore presso l’Università di Arkansas per le scienze mediche, che nel 2004 ha richiesto il divieto di aborto dopo le 20 settimane di gestazione, poiché il feto subirebbe un “grave e lancinante dolore”. E’ stato inoltre dimostrato che il dolore fetale può anche essere più grave di quanto lo sia per gli esseri umani anziani, in quanto il sistema nervoso è immaturo e non ha ancora sviluppato meccanismi di adattamento che aiutano l’organismo a meglio sopportare il dolore. Si è inoltre verificato che i bambini non ancora nati, durante le osservazioni, «tentano di eludere certi stimoli dolorifici e rispondono ad essi con uno stress ormonale». Schmit-Albin ha inoltre rivelato che il suo gruppo è stato contattato da un certo numero di gruppi pro-life, interessati ad ottenere simili legislature statali nei loro rispettivi stati. E’ molto probabile che, dopo le imminenti elezioni in America, siano numerosissimi i parlamentari pro-life che verranno eletti. Qui si trova il comunicato ufficilale del Family Research Council.

domenica 24 aprile 2011

Sopravvive la neonata più piccola del mondo Germania, Avvenire, 24 aprile 2011 - La storia di Frieda: è venuta al mondo a sole 21 settimane, pesava 460 grammi ed era lunga 28 centimetri. Ma ce l’ha fatta lo stesso È la prima volta che una bambina così prematura riesce a salvarsi di Carlo Bellieni

La gravidanza di solito dura 40 settimane. La piccola Frieda è nata dopo appena 21; e 6 mesi do­po sta bene, secondo quan­to affermano i medici. È ac­caduto a Fulda, in Germania. Quando è nata, Frieda misu­rava appena 28 centimetri e pesava solo 460 grammi. U­no scricciolo minuscolo ma dalla forza straordinaria: la piccola ha lottato con corag­gio per vivere. E ce l’ha fatta. Ora Frieda sembra quasi una neonata “comune”: pesa 3,5 chili ed è lunga 50 centime­tri. Tanto da poter finalmen­te lasciare l’ospedale e l’am­biente sterile in cui è stata te­nuta per tornare a casa. Non solo, secondo fonti dell’o­spedale, la piccola dovrebbe avere uno sviluppo norma­le.

Non si erano ma verificati ca­si di sopravvivenza di bam­bini così piccoli. Anche per­ché tanti protocolli impon­gono di lasciarli morire sen­za una chance. E sicuramen­te non mancherà qualche commentatore “illuminato” che parlerà di accanimento terapeutico, ma che volete farci, i protocolli sono carta, la medicina fa passi da gi­gante e i critici hanno dovu­to tacere. Detto questo, tre osservazio­ni. La prima è che non ci si deve illudere: nascere picco­lissimi comporta un rischio di morte e di disabilità alti. I genitori devono saperlo per non sperare in una medicina miracolistica. Certo che que­sti rischi non dovrebbero far tralasciare l’obbligo ippocra­tico di dare a tutti una chan­ce, che evidentemente i me­dici tedeschi in questo sin­golo caso avevano ritenuto possibile. Sempre che ci sia una possibilità razionale le­gata allo sviluppo e alle con­dizioni del bimbo.

Seconda cosa da rilevare è che, come riporta l’ultimo numero di “Pediatrics”, esi­ste una chiara tendenza, al­meno in Usa e Canada, a de­cidere se rianimare o meno i prematuri anche più grandi di Frieda, non sulla base del loro interesse reale, ma spes­so soppesando altri fattori, come l’età della madre e lo stato sociale dei genitori. E questo non possiamo accet­tarlo perché le cure vanno fatte solo ed esclusivamente nell’interesse del paziente. Terzo punto è che, dato che la legge 194 sull’interruzione di gravidanza impone (salvo in caso di rischio per la vita materna) di non praticare a­borti se il feto ha possibilità di sopravvivere, è chiaro che questa nascita ha fatto spo­stare questo limite sotto le 22 settimane, dato che la legge non parla di “certezza”, ma di “possibilità” di vita autono­ma del feto.

mercoledì 20 aprile 2011

Mario Palmaro - Presidente del Comitato Verità e Vita - RIANIMARE I NEONATI PREMATURI? di Giacomo Rocchi, da http://www.comitatoveritaevita.it

Il caso:
Da molti anni una parte del mondo scientifico propone di non rianimare e lasciar morire quei neonati che, in conseguenza di un parto prematuro, possono sì, essere assistiti con una buona probabilità di successo, con l’aiuto delle nuove tecniche di rianimazione neonatale, ma rischiano di riportare handicap permanenti. Il tristemente noto “protocollo di Groningen” divide i bambini in categorie, a seconda della settimana in cui sono nati, e dispone che i più sfortunati non vengano rianimati.
Qualche tentativo di introdurre questo sistema è stato fatto anche in Italia, ma è stato sonoramente bocciato da due documenti del Comitato Nazionale di Bioetica e del Consiglio Superiore di Sanità che hanno ribadito che ogni bambino (sempre che abbia qualche chance di sopravvivenza) deve essere adeguatamente assistito.
Cosa succederà con la nuova legge?
I genitori dei bambini potranno rifiutare il consenso alle terapie (talvolta lunghe, sicuramente intense) che i neonatologi potranno approntare. In mancanza del loro consenso scritto i medici non potranno procedere (salvo ricorrere al giudice).
Chi deciderà davvero? I genitori stravolti dalla nascita prematura e terrorizzati dalla vista del loro figlio tanto piccolo sottoposto a terapie intense o i medici che rappresenteranno loro le probabilità di sopravvivenza e quelle di avere un figlio disabile per tutta la vita?

Motivazione giuridica
La norma di riferimento è l’articolo 2 comma 7. Il fatto che il parto prematuro avvenga all’improvviso potrà essere considerato un “evento acuto” che permetterà ai medici di intraprendere le prima terapie rianimatorie (articolo 2 comma 9): ma una volta stabilizzata la situazione, i genitori potranno chiedere di interrompere i trattamenti.
Il caso dei neonati prematuri è simbolico per dimostrare quanto conti davvero l’autodeterminazione: quei bambini non potranno certo dire la loro!
Anche la posizione dei medici è esemplare: essi non correranno nessun rischio nel caso i genitori dispongano la cessazione delle terapie ma saranno in grado di influenzare in modo decisivo la decisione. Non dimentichiamo che, tra coloro che auspicano l'eutanasia neonatale vi sono anche dei medici!
I neonatologi volenterosi (il cui impegno di questi decenni ha prodotto un avanzamento tecnico e medico eccezionale, permettendo di salvare bambini che, fino a pochi decenni orsono erano destinati a morte certa) avranno le mani legate.

Comitato Verità e Vita

mercoledì 19 gennaio 2011

Guardare la realtà tutta intera

Il T.A.R. della Lombardia, con una sentenza del 29 dicembre scorso, ha annullato le linee guida di attuazione in materia di aborto, adottate nel gennaio 2008.
Una delle questioni oggetto del giudizio riguarda l'interruzione della gravidanza quando la fase gestazionale sia in fase avanzata: l'art. 6 della legge 194/1978, infatti, dispone:

L'interruzione volontaria della gravidanza, dopo i primi novanta giorni, puo’ essere praticata: a) quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna; b) quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna.

L'art. 7 della stessa legge, nell'ultimo comma, prescrive che:

Quando sussiste la possibilità di vita autonoma del feto, l'interruzione della gravidanza può essere praticata solo nel caso di cui alla lettera a) dell'articolo 6 e il medico che esegue l'intervento deve adottare ogni misura idonea a salvaguardare la vita del feto.

In sostanza, quando “sussiste la possibilità di vita autonoma del feto” l'aborto non può più essere praticato, salvo che la madre non sia in pericolo di vita.
Va rimarcato che la legge si esprime in termini di “possibilità” e non di certezza. In questo modo, quindi, la 194, che è pur sempre una legge omicida, prevedendo la facoltà di sopprimere una persona, manifesta la chiara volontà di tutelare con maggior forza la vita del feto, quando la fase gestazionale sia particolarmente avanzata e questo abbia la possibilità di sopravvivere autonomamente.
Per accertare tale fatto, la legge evidentemente non poteva fissare alcun termine preciso ma, necessariamente, ha dovuto rimettersi alle valutazioni degli operatori e alle tecniche sempre più progredite di assistenza neonatale.
E' proprio alla luce dei dati scientifici oggi disposizione che le linee guida della regione Lombardia avevano ritenuto che «l'interruzione di gravidanza di cui all'art. 6, lettera b, non debba essere effettuata oltre la 22ª settimana +3 giorni, ad eccezione dei casi in cui non sussiste la possibilità di vita autonoma del feto…». Si osservi che la prescrizione è del tutto ragionevole dato che quegli stessi limiti erano applicati, senza contestazioni, in un codice di autoregolamentazione della Clinica Mangiagalli di Milano del 2004. Negli Stati Uniti, nel Nebraska, l'aborto è stato vietato dopo le 20 settimane di gravidanza.
In due parole, la possibilità di sopravvivenza del feto oltre le 22 settimane deve ormai ritenersi un'evidenza scientifica acquisita, salvo casi di eccezione da accertare caso per caso.
Il Tar Lombardia, tuttavia, ha ritenuto tale direttiva non conforme alla legge 194/1978:

Risulta pertanto chiaro il contrasto fra la disposizione statale e quella contenuta nelle linee guida regionali le quali, individuando un termine oltre il quale si deve presumere, salvo prova contraria, che il feto possa avere vita autonoma, contravvengono alla chiara decisione del legislatore nazionale di non interferire in un giudizio volutamente riservato agli operatori, i quali, come detto, debbono poter effettuare le proprie valutazioni esclusivamente sulla base delle risultanze degli accertamenti svolti caso per caso e sulle base del livello delle acquisizioni scientifiche e sperimentali raggiunto nel momento in cui vengono formulate le valutazioni stesse.

Si possono osservare fondamentalmente due cose: innanzitutto, il limite delle 22 settimane +3 giorni non è dovuto ad una presunzione ma all'evidenza scientifica: sono proprio quelle acquisizioni specifiche e sperimentali invocate dal TAR che, oggi, impongono di ammettere come fatto la possibilità di sopravvivenza del feto oltre le 22 settimane di gestazione. In secondo luogo, le linee guida non escludono per nulla l'accertamento delle concrete prospettive di sopravvivenza autonoma: è lo stesso atto di indirizzo, infatti, a prevedere il caso di eccezione in cui, nonostante il superamento del limite delle 22 settimane +3 giorni, lo sviluppo di quel particolare feto non consenta possibilità di vita autonoma.

In conclusione, ciò che è soprattutto mancata ai giudici, è la capacità di guardare la realtà tutta intera, con semplicità e senza pregiudizi.
E' un problema di moralità, di desiderio di conoscere le cose come sono realmente. Senza di questo per il bambino non ancora nato e per noi tutti, non c'è scampo.

Avv. Giorgio Razeto