martedì 28 gennaio 2014

Sai già come rispondere a chi difende l’aborto? 26 gennaio 2014, http://www.uccronline.it/

In questi due anni nel nostro dossier bioetico sull’aborto abbiamo creato diverse sezioni, continuamente aggiornate, utili a chi vuole crearsi una sua visione chiara e difenderla in modo razionale. Come ha detto Papa Francesco«l’attenzione alla vita umana nella sua totalità è diventata negli ultimi tempi una vera e propria priorità del Magistero della Chiesa, particolarmente a quella maggiormente indifesa, cioè al disabile, all’ammalato, al nascituro, al bambino, all’anziano, che è la vita più indifesa».
Donna incinta domandaOggi pubblichiamo l’ultimo capitolo del dossier, una sorta di riassunto del lavoro fatto fin’ora, realizzato a forma di risposte da dare a coloro che sostengono l’aborto (anche questo rimarrà in costante aggiornamento). Per ora abbiamo individuato 17 grandi questioni nel dibattito pubblico sull’aborto, 17 grandi luoghi comuni a cui abbiamo dato una risposta completa, anche se non esaustiva.
Le prime tre domande riguardano l’embrione: è un essere umano? E’ una persona? E’ una persona potenziale? Le successive due, si concentrano sulla donna: si può imporle di partorire? Ha un diritto di scelta su un altro essere umano? Si passa poi alle tesi catastrofiste: aborti clandestini, la bomba demografica e la salute materna. E ancora: la Legge 194/78 ha diminuito il numero di aborti? L’aborto è un diritto umano? E’ una conquista delle donne? La sua normalizzazione è inarrestabile? Come rispondere, inoltre, a chi obietta che la legge sull’aborto non obbliga ad abortire chi è contrario, che l’opposizione all’aborto è un’opinione religiosa, che la Chiesa preferisce la vita dell’embrione a quella della madre e che chi è contro l’aborto dovrebbe impegnarsi nella contraccezione? Ed infine una risposta alla posizione più diffusa, ovvero: sono contro l’aborto ma favorevole alla sua legalizzazione. Per leggere tutte le risposte cliccare sul link qui sotto:
Tutte le risposte da dare a chi è a favore dell’aborto

Abbiamo mostrato che è attraverso la menzogna che l’aborto è entrato nel sistema legale italiano e americano ed allo stesso modo continua ancora oggi ad essere giustificato.
Esistono infatti almeno 17 grandi bugie continuamente ripetute sui media a cui i sedicenti liberi pensatori hanno scelto di credere, assieme a tanti che, anche se in buona fede, sono perennemente spinti a credervi sotto la pioggia di affermazioni che ogni giorno vengono instancabilmente ripetute come vere e assodate. Ed invece sono menzogne, vediamo le principali con relative risposte.

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 
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1. L’EMBRIONE NON E’ UN ESSERE UMANO.
Tutto il dilemma sull’aborto comincia da qui. Se l’embrione non fosse un essere umano, ma il fantomatico grumo di cellule, non ci sarebbe alcun problema etico ad interrompere la gravidanza, non si sarebbe di fronte a due vite umane: quella della madre e quella del figlio. Eppure è ormai un’evidenza scientifica il momento in cui inizia la vita biologica dell’essere umano, qualunque libro di embriologia ne parla: al momento del concepimento si forma il patrimonio genetico dell’individuo che definisce per sempre il nuovo essere come appartenente alla specie umana.
Su “The Developing Human: Clinically Oriented Embryology” (Saunders 2003, p. 16), di K.L. Moore, il manuale usato nelle università mediche americane, ad esempio troviamo scritto: «Lo sviluppo umano inizia al momento della fecondazione, cioè il processo durante il quale il gamete maschile o spermatozoo si unisce ad un gamete femminile (ovulo) per formare una singola cellula chiamata zigote. Questa cellula totipotente altamente specializzata segna il nostro inizio come individuo unico [...]. Un zigote è l’inizio di un nuovo essere umano (cioè, l’embrione)».
L’altissimo numero di ginecologi obiettori, dopotutto (non soltanto cattolici), dimostra che chi lavora a contatto con embrioni e feti vede chiaramente che si tratta di esseri umani, lo riconoscono anche i ginecologi abortisti. Il dott. Nicola Surico, presidente della Società italiana di ginecologia e ostetricia (Sigo), ha affermato«Far abortire una donna è un lavoro che non piace a nessuno. Molti miei colleghi dopo un po’ non ce la fanno più: si tratta pur sempre diinterrompere una vita, e questo pesa. È un dolore traumatico per le pazienti che lo richiedono ma è un problema anche per i medici: ne ho conosciuti molti inseguiti dal rimorso». La femminista Mariella Gramaglia ha affermato che la «maggioranza di laiche femministe detesta l’aborto con tutto il cuore». Nessuno detesterebbe l’aborto se si trattasse di sopprimere un grumo di cellule e non essere umano.
In ogni caso, per chi avesse ancora dubbi, la considerazione etica più elementare sarebbe quella di applicare una presunzione di umanità o di presunzione di vita: non è lecito correre il rischio di uccidere un uomo sulla base di un dubbio. Nessuno abbatterebbe un palazzo se avesse un dubbio che all’interno possano trovarsi delle persone.

 
I più colti, non potendo negare l’evidenza scientifica, tentano allora una distinzione filosofica tra essere umano e persona, basandosi sul funzionalismo: la definizione di una persona deriva dal suo funzionamento o dal suo comportamento, se non può dimostrare di essere persona allora non lo è. Solo chi è sufficientemente capace di esprimere la propria personalità può entrare nella categoria di persone e avere diritto alla vita.
Ma chi può dire che cosa è “sufficiente”? La linea può essere tracciata a volontà, la volontà del più forte. Secondo Hitler gli ebrei non avevano sufficienti capacità per essere persone degne di rispetto, mentre prima era toccato agli zingari o ai neri. La storia mostra che per uccidere altre persone -feti, nemici dello stato, ebrei, armeni, cambogiani ecc.- basta semplicemente definire le vittime come non-persone, sottolineando che non soddisfano determinati criteri. Ma chi stabilisce i criteri? Ogni volta che la personalità è definita funzionale, la linea di demarcazione tra persone e non-persone si baserà su una decisione della maggioranza che è al potere e tale decisione, data la caducità della natura umana, sarà inevitabilmente basata sull’interesse personale. La capacità funzionale di un soggetto non può qualificarlo in alcun modo: un gatto che non può fare le fusa, non può cacciare i topi e non può arrampicarsi sugli alberi, non si può dire che, per questo, non sia un felino. Si dice al massimo che è un gatto con limitate capacità. Se per essere “persone”, inoltre, si deve prescindere dalla corporeità ed è necessario solo avere competenze psichiche superiori (autocoscienza, razionalità, linguaggio) allora si deve concludere che trasferendo i contenuti della corteccia cerebrale in un individuo di un altro corpo significa trasferire interamente quell’individuo e quella persona. Una tesi che ovviamente nessuno accetta, la continuità dev’essere corporea e non tanto degli stati mentali.
Infine, senza contare le grandi capacità del feto umano (capacità di sognare, di relazionarsi in caso di gemelli, sensibilità al dolore, capacità di emozionarsi, imparare suoni e voci ecc., per approfondire L. Nilsson & L. Hamberger, “A Child is Born“, 4th edition, Bantum Dell 2003, pp. 98-141), chi prova a sostenere con il funzionalismo la categoria degli “esseri umani non persone” si trova a dover necessariamente ampliare gli inclusi, non solo zigoti-embrioni-feti umani ma anche neonatidisabili e malati gravi. Le loro capacità infatti, non sono così diverse da quelle del feto. Non a caso i ricercatori della Consulta di Bioetica (laica), hanno infatti affermato: le«non-persone non hanno diritto alla vita, non vi sono ragioni per vietare l’aborto dopo il parto», da praticare finché il soggetto non è «in grado di effettuare degli scopi e apprezzare propria vita». Così, «i feti ed i neonati non sono persone, sono ‘possibili persone’ perché possono sviluppare, grazie ai loro meccanismi biologici, le proprietà che li rendono ‘Persone’», ed è lecito ucciderli perché, «affinché si verifichi un danno, è necessario che qualcuno sia nella condizione di sperimentare tale danno». Il filosofo Peter Singer, docente di Princeton, si è a sua volta chiesto: «Perché limitare l’uccisione dentro il corpo della donna? E’ ipocrita far abortire all’ottavo mese e non consentire l’eutanasia neonatale. Né un neonato né un pesce sono persone, uccidere questi esseri non è moralmente così negativo come uccidere una persona, non penso che l’uccisione di un feto o di un bambino sia moralmente equivalente con l’uccisione di un essere razionale e autocosciente». Chi rifiuta tale argomentazione per i neonati -perfettamente coerente in un approccio funzionalistico- deve necessariamente rifiutarla anche rispetto a zigote-embrione-feto.
Per rispondere alla eventuale contro-obiezione sull’accusa di biologismo, si può approfondire qui, per la contro-obiezione dei “gemelli monozigoti” invece approfondimento1 e approfondimento2.

 
Esiste anche la variante di coloro che riescono ad accettare l’evidenza scientifica e quella filosofica sulla personalità, ma replicano sostenendo che non si devono confondere le potenziali persone con le persone reali. Il feto sarebbe solo “potenzialmente” una persona e deve crescere per essere una persona reale. Eppure, se il feto è soltanto una persona potenziale, dovrà pur essere un qualcosa di reale al fine di essere una persona potenziale, no? Allora che cosa è? Una cellula? Una scimmia? Un oggetto? No, non esistono “persone potenziali” più di quanto non ci sono “scimmie potenziali”. Un embrione umano diventerà certamente un bambino, così come l’adolescente diventerà certamente un adulto, a meno che la loro vita non venga interrotta prima. Non esistono “persone potenziali” come gli adolescenti non sono “adulti potenziali”.
Tutte le persone sono reali, come tutte le scimmie sono reali. Al massimo possiamo dire che scimmie reali sono potenziali nuotatrici e che persone reali sono potenziali filosofi (un embrione è un potenziale filosofo, questo si!). L’essere è reale, il funzionamento è potenziale, l’obiezione confonde “una persona potenziale” con “una persona potenzialmente funzionante”. Nessuno ha mai pensato alla categoria delle “persone potenziali” prima che sia nata la controversia sull’aborto, ed è molto sospetto che tale categoria sia stata inventata per giustificare l’uccisione di altri esseri umani.

 
Finite le obiezioni sull’embrione, si passa generalmente l’attenzione verso la donna. Per molti l’obiezione maggiore è che comunque non si possa imporre alla donna di partorire. Ma chi lo ha detto? Il diritto alla vita di un essere umano vale più della libertà di scelta di un altro essere umano, altrimenti l’omicidio sarebbe legale. Oltretutto, tutte le leggi che regolamentano l’abortoimpongono già alla donna di partorire: ad esempio in Italia, la Legge 194 vieta l’interruzione di gravidanza dopo «i primi novanta giorni» a meno di circostanze precise, mentre prima si può abortire solo in determinate circostanze: «un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica, in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito». Dopo i 90 giorni e prima, in circostanze normali, la Legge 194 obbliga la donna a partorire, così come tutti coloro che difendono questa legge. Anche se poi vengono prodotti certificati medici compiacenti che parlano di rischi fisici e psicologici per spostare di fatto al 6° mese il limite dell’aborto “libero”.
La 194 prende atto, infatti, che dopo i tre mesi non si può più negare al concepito la condizione di essere umano, legittimando l’aborto anche dopo i 90 giorni si dovrebbe di conseguenza modificare anche la legge sull’omicidio. Tuttavia, il paletto dei 90 giorni (che, del resto, cambia da Stato a Stato) è antiscientifico e completamente arbitrario, la scienza come abbiamo visto individua l’esistenza dell’essere umano a partire dal concepimento. Chi sostiene che non si debba imporre alla donna di partorire dovrebbe combattere la legge 194, chiedendone una cheliberalizzi totalmente l’aborto, dal momento del concepimento al momento del parto, accettare delle restrizioni significa negare il principio che non si possa obbligare la donna a partorire.
A concepimento avvenuto, il diritto alla vita, alla tutela di una vita che già esiste, è il diritto più importante. A meno che non vi siano problemi per salute della donna realmente gravi e proporzionati al tipo di soluzione (soppressione di un’altra vita) prospettata, per cui entrano in conflitto due interessi simili: allora, può subentrare il diritto della donna all’autotutela, è possibile ricorrere al principio generale dello “stato di necessità” (art. 54 del codice penale), che rende “non punibile” chi commette un reato 1. La Corte Costituzionale, in due storiche sentenze (n.27 del 1975 e la n.35 del 1997), ha sancito che «ha fondamento costituzionale la tutela del concepito, la cui situazione giuridica si colloca (…) tra i diritti inviolabili dell’uomo riconosciuti e garantiti dall’articolo 2 della Costituzione, denominando tale diritto come diritto alla vita (…); sono diritti fondamentali anche quelli relativi alla vita e alla salute della donna gestante; il bilanciamento tra detti diritti fondamentali, quando siano entrambi esposti a pericolo, si trova nella salvaguardia della vita e della salute della madre, dovendosi peraltro operare in modo che sia salvata, quando ciò sia possibile, la vita del feto; al fine di realizzare in modo legittimo questo bilanciamento, è obbligo del legislatore predisporre le cautele necessarie per impedire che l’aborto venga praticato senza seri accertamenti sulla realtà e gravità del danno o pericolo che potrebbe derivare alla madre dal proseguire nella gestazione».
Come ha affermato il card. Bergoglio, futuro Papa Francesco, «nei confronti di una donna in stato di gravidanza dobbiamo sempre parlare di due vite, le quali debbono entrambe essere preservate e rispettate, poiché la vita è un valore assoluto. Il diritto alla vita è un diritto umano fondamentale. L’aborto non è mai una soluzione».

 
Quasi tutti i sostenitori dell’aborto accettano il responso scientifico, ma poi concludono legittimando l’omicidio, come ha fatto pubblicamente Faye Wattleton, l’ex presidente di Planned Parenthood: «Io penso che ci stiamo illudendo se crediamo che la gente non sappia che l’aborto è un omicidio. Qualsiasi pretesa di dire che l’aborto non uccide è sempre un segno di una nostra ambivalenza. L’aborto uccide il feto, ma il corpo è della donna. E’ lei che decide» (F. Wattleton, “Speaking Frankly” May/June 1997, Volume VII, Number 6, 67).
Sarebbe una libertà della donna. Eppure quando la legge permetteva di decidere sulla vita e sulla morte degli schiavi o della propria moglie o dei propri figli, non esisteva comunque il diritto umano a decidere sulla vita di un’altra persona, anche allora era la negazione del diritto alla vita degli schiavi, delle donne e dei figli. La legge si oppone al principio della presunta “libertà” della persona di fare quel che vuole con la vita (non può guidare senza cinture di sicurezza, né togliersi il casco in motorino ad esempio). Nell’aborto, la questione è poi ampliata, poiché non solo la donna che si sottopone all’intervento aumenta i rischi di peggiorare la sua salute ma priva la vita ad un altro essere umano.
Nessuno ha il diritto di decidere sulla vita di un altro essere umano, anche se oggi l’omicidio è legalizzato tramite la legge sull’aborto: «Ma voi»ha chiesto Papa Francesco«pensate che oggi non si facciano, i sacrifici umani? Se ne fanno tanti, tanti! E ci sono delle leggi che li proteggono»Non è la legge a determinare cosa è giusto e cosa è sbagliato, decidere di uccidere un altro essere umano è sempre sbagliato e non sarà mai un diritto.

 
Diverse obiezioni giocano sugli esiti catastrofisti che avverrebbero se l’aborto non fosse liberalizzato, ad esempio si parla sempre dello spauracchio degli aborti clandestini (condito da minacce dei “cucchiai d’oro” e “mammane”). Eppure non esiste alcuna correlazione dimostrata tra aborto illegale e aumento di aborti clandestini. In realtà se una pratica è legalizzata essa aumenta e si diffonde, se è vietata essa diminuisce (si veda la legge sull’obbligo del casco in motorino, ad esempio). In caso contrario, il diritto penale non avrebbe alcun motivo di esistere e si dovrebbero legalizzare riviste e programmi pedopornografici per combattere la pedofilia e la vendita di superalcolici ai minori per evitare l’alcoolismo minorile. Le donne assumono l’aborto come una soluzione ai loro problemi quando esso è legale. Infatti, dall’entrata in vigore della legge 194 la mortalità delle donne in età feconda, non ha avuto alcuna significativa diminuzione statistica improvvisa e, sopratutto, gli aborti clandestini permangono anche oggi, a parecchi anni di distanza dall’introduzione della legge sull’aborto.
Inoltre, nei Paesi in cui è proibito l’aborto o fortemente ristretta la possibilità, come Cile, Irlanda e Polonia, non esiste un alto tasso di aborti clandestini. Dati divulgati nell’aprile 2011mostrano anche che in Irlanda esiste una decrescita del numero di donne irlandesi che si recano in Gran Bretagna per abortire.
Per quanto riguarda l’Italiaè stato dimostrato che prima dell’entrata in vigore della Legge 194non esisteva alcuna emergenza di aborti clandestini e tale legge è stata approvata sulla base di dati menzogneri. Recentemente è stato anche dimostrato che il Guttmacher Institute, il braccio di ricerca di Planned Parenthood, ha mentito e appositamente gonfiato proprio i numeri degli aborti clandestini nei Paesi in via di sviluppo al fine di creare una pressione lobbystica verso l’introduzione di leggi a favore dell’interruzione di gravidanza. Il “Washington Post” ha commentato spiegando che il più importante network di cliniche abortiste «a generato per anni numeri gonfiati sugli aborti clandestini nei paesi in via di sviluppo», con lo scopo di «far sembrare che vi fosse una chiara necessità di rendere l’aborto legale per proteggere le donne sottoposte a tutti quegli aborti». Gli aborti clandestini sono uno spauracchio usato negli ultimi 40 anni per legittimare l’aborto legale.

 
Questa tesi è legata a quella prima: la Legge 194 non sarebbe servita solo contro gli aborti clandestini (e abbiamo visto che non è così), ma avrebbe anche diminuito il numero di aborti. I cattolici, dunque, dovrebbero essere contenti. Eppure, non solo non esistono fonti che dimostrino tale correlazione, ma è invece dimostrato che la diminuzione del numero di aborto èdovuta ad una serie molteplice di fattori: a) l’ampio accesso alle pillole abortive e del giorno dopo (che in caso di concepimento sono abortive); b) è diminuita la fertilità generale; c) è aumentata la consapevolezza della drammaticità dell’aborto, permessa dal progresso della medicina ed è cresciuta l’attività dei consultori familiari come certificato recentemente dal Ministero della Salute («il ruolo positivo che tali servizi hanno avuto nella riduzione del rischio di aborto tra le italiane. Forse la riduzione del tasso di abortività tra le cittadine straniere osservato recentemente, come riportato nel capitolo sulla cittadinanza, può essere in parte imputabile al lavoro svolto da questi servizi»pag. 31); d) e anche dall’aumento costante del numero di medici obiettori di coscienza (anche questo dato confermato dallo stesso rapporto: «si osserva come l‟esercizio del diritto all’obiezione di coscienza abbia riguardato elevate percentuali di ginecologi fin dall‟inizio dell‟applicazione della Legge 194, con un aumento percentuale del 17.3% in trenta anni, a fronte di un dimezzamento delle IVG nello stesso periodo»pag. 8).
I dati degli Annuari Statici mostrano infine che le interruzioni di gravidanza sono cresciutenotevolmente già subito dopo il 1978: 68.000 aborti nel 1978; 187.752 nel 1979; 220.263 nel 1980, 224.377 nel 1981; 234.377 nel 1982. Poi c’è stata una diminuzione del numero ma non è pensabile che sia merito della Legge 194 dato che, proprio tale legge, è stata la causa di un progressivo aumento subito dopo la sua emanazione. Una conferma la abbiamo guardando alla Spagna, dove a seguito di una legge sempre più permissiva, in dieci anni gli aborti sono aumentati del cento per cento.

 
La seconda tesi catastrofista è legata alla prima: l’aborto servirebbe a proteggere la salute materna. Tale affermazione è confutata dal fatto che i Paesi in cui è proibito l’aborto o fortemente ristretta la possibilità (ad esempio Cile e Irlanda) la mortalità femminile per ragioni attinenti alla gravidanza e al parto è decisamente più bassa rispetto ai Paesi in cui l’aborto è legale. Ad esempio nel 2013 sul “Journal of American Physicians and Surgeons”, si sono confrontati i dati sanitari nazionali per un periodo di 40 anni tra l’Irlanda e la Gran Bretagna, rilevando migliori risultati sulla salute materna e sui neonati in Irlanda, dove l’aborto è fortemente ristretto, rispetto alla Gran Bretagna, dove l’aborto è legale dal 1968.
Anche uno studio condotto studiando le cartelle cliniche di quasi mezzo milione di donne inDanimarca ha mostrato che a fronte di un aborto indotto si registrano tassi di mortalità materna più elevati, mentre i dati relativi al 2005 per l’Irlanda mostrano bassi tassi di mortalità materna. Non è un caso che il 70% dei cittadini approvi il divieto di aborto, consapevole che non c’è alcuna conseguenza sulla salute materna. Infine, un altro studio irlandese, realizzato dalPensions and Population Research Institute (PAPRI) ha rilevato che «è perché sono bassi i tassi di aborto tra le donne irlandesi che l’Irlanda presenta una bassa incidenza di malattie materno-infantile note per essere legate all’aborto: bambini nati morti, sottopeso nelle nascite singole o multiple, nascite pretermine o premature, paralisi cerebrale e di mortalità materna…». E ancora:«L’Irlanda beneficia anche di bassa incidenza di cancro al seno e relativamente buona salute mentale tra le donne, una bassa incidenza di alcune malattie del sistema immunitario a cui hanno contribuito i bassi tassi di aborto. La liberalizzazione delle leggi sull’aborto in Irlanda può provocare elevati tassi abortivi ed un deterioramento nei confronti di queste condizioni che incidono sulla salute delle donne».
Occorre anche rilevare che il principale motivo per cui si abortisce non è certo per problemi di salute, ma per questioni economiche, facilmente risolvibili con una politica sociale orientata alle famiglie. Nel 2002, infatti, gli aborti ripetuti sono stati il 24,2% del totale, di cui il 17% circa delle donne sono alla seconda esperienza, il 4,7% alla terza, l’1,5% alla quarta, lo 0,8 alla quinta o più. E’ molto difficile credere che in tutti questi casi di aborto ripetuto si possa parlare di “serio pericolo per la salute fisica o psichica” della donna.
E’ proprio l’aborto, invece, una delle cause del peggioramento della salute della donna. E’ stato dimostrato infatti che aumenta il rischio di: mortalità maternacancro al senosindrome depressivanascite prematureinfezioni all’uteroplacenta previa. Il cardinale Carlo Maria Martini ha ricordato: «A partire dal concepimento nasce un essere nuovo. È questo l’essere di cui si tratta, fin dall’inizio, c’è una continuità nell’identità. Ciò che è aperto a un così grande destino, di essere chiamato per nome da Dio stesso, è degno fin dall’inizio di un grande rispetto. Ogni violazione di questa esigenza di affetto e di cura non può essere vissuta che in un conflitto, in una profonda sofferenza, in una dolorosa lacerazione» (“In cosa crede chi non crede”, Liberl 1996, p. 12).

 
La terza obiezione catastrofista richiama direttamente le teorie di Malthus del 1800. Eppure, come è stato ampiamente dimostrato da studi demografici e da economisti e sociologi, non esiste alcuna bomba demografica, ma, al contrario, esiste un serio problema di inverno demografico a causa dell’invecchiamento della popolazione, che mette a repentaglio la sopravvivenza delle nostre società (in Europa in particolare) ed è la causa della crisi economicache stiamo vivendo. Anche paesi come la Cina hanno smesso di usare l’aborto come mezzo di controllo della popolazione, proprio per questioni legate all’economia.
Un recente studio in Irlanda, realizzato dal Pensions and Population Research Institute (PAPRI) ha concluso: «le leggi restrittive sull’aborto hanno permesso un tasso di natalità, nella Repubblica e nell’Irlanda del Nord, molto più alto rispetto alla media europea, beneficiando diun profilo demografico più giovane e con meno dipendenza in materia di immigrazione rispetto ad altri paesi europei». In ogni caso, anche se fosse vero il problema della crescita della popolazione, la soluzione non potrebbe mai essere, comunque, l’eliminazione della vita umana. Il fine non giustifica i mezzi.

 
Nonostante venga ripetuto continuamente è falso. Nessuno strumento di diritto internazionale sui diritti umani riconosce il diritto all’aborto, come spiegato dal ministro della Giustizia spagnolo, Alberto Ruiz Gallardón («nessuna legge internazionale include l’aborto come un diritto»). In Italia la legge n.194/78, si intitola “tutela sociale della maternità” (e non “tutela dello sforzo di evitare la maternità”…). L’articolo 1 spiega che lo Stato “tutela la vita umana fin dal suo inizio”, e che l’aborto “non è mezzo per il controllo delle nascite”. L’art. 2 prevede: superamento delle cause che potrebbero indurre all’interruzione di gravidanza, come il volontariato a servizio della maternità. L’art. 5 richiede a medici e consultori l’aiuto a rimuovere le cause di aborto e la promozione di interventi atti a sostenere la donna in direzione della prosecuzione della gravidanza. L’art. 7 prevede l’adozione di misure idonee a salvaguardare la vita del feto.
La legge non tutela un inesistente diritto di abortire, è chi sostiene l’aborto che fa di tutto per stravolgerla, per disapplicarne le parti relative alla prevenzione. Importante il riconoscimento diVladimiro Zagrebelsky, magistrato ed ex giudice della Corte europea dei diritti dell’uomo: «la Corte europea ha affermato che, in materia così delicata, legata come è a valutazioni di natura etica, gli Stati hanno un margine di apprezzamento nazionale che giustifica l’adozione di soluzioni diverse. Essa non ha mai affermato che esista un “diritto all’aborto”, anzi ha negato che possa pretendersi una pura e semplice libertà di scelta da parte della donna. Nemmeno la legge italiana prevede un “diritto all’aborto”, essa regola la difficile, drammatica contrapposizione tra la prosecuzione della gravidanza e la tutela della madre». Il giudice della Corte suprema americana, Antonin Scaliaha dichiarato che l’aborto non è un diritto riconosciuto dalla Costituzione degli Stati Uniti: «Volete il diritto all’aborto? Non c’è nulla a tal proposito nella Costituzione Usa. Se si attribuisce a certe parti della Costituzione un significato mutevole in modo che esse assumano quello che la società attuale pensa che debbano avere, non ci sono affatto limitazioni per la stessa società»
Anche Cesare Mirabelli, già Presidente della Corte costituzionale, ha spiegato che «la Corte costituzionale ha sempre affermato che non esiste alcun diritto all’aborto e che vanno tutelati anche i diritti dell’embrione e non solo quelli della madre». D’altra parte, anche tutti i pronunciamenti del Tribunale europeo vanno in questa direzione. Proprio il Parlamento europeo ha respinto in via definitiva nel 2013 il rapporto Estrela su “Salute e diritti sessuali e riproduttivi”, che avrebbe sponsorizzato l’aborto come diritto umano.
Papa Francesco ha spiegato«mentre si attribuiscono alla persona nuovi diritti, a volte anche presunti diritti, non sempre si tutela la vita come valore primario e diritto primordiale di ogni uomo. Il fine ultimo dell’agire medico rimane sempre la difesa e la promozione della vita».Benedetto XVI ha detto«L’aborto non è un diritto umano. Il diritto alla vita è il diritto umano fondamentale, il presupposto per tutti gli altri diritti e l’aborto è una ferita sociale»

 
Tanti, avendo pochi argomenti a loro sostegno, puntano sullo scoraggiare i propri interlocutoriaccusandoli di essere retrogradi e facendogli notare che i loro sforzi sono vani poiché la normalizzazione dell’aborto è inarrestabile e non si potrà mai più tornare indietro. Anche questo è falso, l’aborto è giudicato un’eccezione (mai un diritto) in tutte le legislazioni europee ed ovunque è oggetto di un dibattito pubblico molto acceso. Ogni anno aumentano le leggi restrittive in tutto il mondo tanto che nel 2013 il prof. Karen O’Connor, docente di Scienze politiche alla “American University” ha sostenuto che la legge americana Roe vs Wade che legalizza l’aborto «sta per essere ribaltata», probabilmente entro il 2015. Alcuni quotidiani si lamentano perché in due anni (2011 e 2012) sono state approvate 135 leggi anti-aborto, perché è ormai sempre più difficile abortire e ci sono ormai troppi blocchi. Altri hanno fatto notare che 205 restrizioni sull’aborto sono state approvate nel corso degli ultimi tre anni (2011, 2012 e 2013), più delle 189 emanate nel corso del decennio precedente.
Sempre nel 2013, Planned Parenthood, la più potente ONG dedicata alla diffusione dell’aborto,ha dovuto chiudere 23 cliniche, mentre 54 fornitori di aborto in 27 stati hanno chiuso o interrotto i loro servizi negli ultimi tre anni. Tutto questo nonostante un presidente fortemente favorevole all’aborto come Barack Obama. Anche quasi tutti i paesi dell’ex blocco comunista continuano ad approvare leggi sempre più restrittive, dal 2013 ad esempio in Russia è vietato perfino pubblicizzare l’interruzione di gravidanza. Lo stesso nell’America Latina e in tutti i Paesi che in futuro probabilmente colonizzeranno l’Europa. Anche la resistenza dei cittadini è in crescita, lo dicono i sondaggi, in particolare sono le nuove generazioni a non considerarla più una scelta morale. Nel maggio 2012, ad esempio, la società d’indagine Gallup ha rilevato che coloro che si definiscono “pro-choice” sono calati al 41%, mentre i pro-life americani sono saliti al 50%.

 
E’ falso ed è proprio l’opposto: l’aborto è la garanzia ultima dell’irresponsabilità sessuale del maschio: con l’aborto l’uomo è portato ad ignorare le conseguenze dell’attività sessuale, confidando nella possibilità di abortire (e scaricando sulla donna il peso morale, psicologico e sociale di questa decisione). Da quando l’aborto è stato legalizzato quasi ogni mese sui quotidiani compaiono storie di donne costrette ad ogni tipo di pressione per farle abortire. Guardiamo gli ultimi mesi: giugno 2013settembre 2013novembre 2013.
Dobbiamo, invece, rinunciare all’aborto perché dobbiamo rinunciare alla “cultura dello scarto”, lo ha spiegato Papa Francescoopponendosi ad una «una diffusa mentalità dell’utile, la “cultura dello scarto”, che oggi schiavizza i cuori e le intelligenze di tanti, ha un altissimo costo: richiede di eliminare esseri umani, soprattutto se fisicamente o socialmente più deboli. La nostra risposta a questa mentalità è un “sì” deciso e senza tentennamenti alla vita».

 
Chi non vuole abortire non è obbligato a farlo, viene sostenuto, spiegando che non ci sarebbero conseguenze per chi è in disaccordo. Se fosse vero non si capirebbe l’opposizione alla poligamia o alla pena di morte. In ogni caso, da Platone in poi, chiunque dovrebbe sapere che ogni legge ha una funzione pedagogica, ogni scelta giuridica ha un impatto sociale e modifica la società in cui i cittadini vivono.
Inoltre le conseguenze sociali sono tante: a) la legge sull’aborto permette l’esistenza di una pressione psicologica sulle donne, molte delle quali non abortirebbero se l’aborto non fosse legale e concepito come la soluzione di tutti i loro problemi (due ricercatori dell’Università di Trento, Erminio Guis e Donatella Cavanna hanno scoperto che il 32 per cento delle donne che hanno abortito non l’avrebbe fatto se non ci fosse stata la legge 194 a permetterlo, cfr“Maternità negata”, Milano 1988). b) La legalizzazione dell’aborto ha introdotto nel nostro ordinamento giuridico la violenza su un essere umano come soluzione legittima per risolvere i problemi. c) L’aborto legale significa che lo Stato non protegge la vita di un gruppo di esseri umani, i nascituri. Ha degradato l’impegno umanistico dello Stato, della società nel suo complesso e la legge. Tutto questo ha conseguenze negative per tutti i cittadini, favorevoli e contrari all’aborto.
Il card. Bergoglio, futuro Papa Francesco, ha spiegato: la «decisione amministrativa che amplia le ipotesi di depenalizzazione dell’aborto, comporta conseguenze di natura giuridica, culturale ed etica, poiché le leggi improntano la cultura di un popolo, e una legislazione che non protegge la vita favorisce una cultura di morte. Di fronte a questa deprecabile decisione lanciamo un appello a tutte le parti coinvolte, ai fedeli e ai cittadini, affinché, in un clima di massimo rispetto, vengano adottati mezzi positivi di promozione e protezione della madre e del suo bambino in tutti i casi, a favore sempre del diritto alla vita umana».

 
Per molti torna utile identificare gli oppositori all’aborto con i cattolici e i credenti, i quali si baserebbero su principi religiosi, come la sacralità della vita, ai quali una società laica non è tenuta ad aderire. Eppure è il laicissimo Giuramento d’Ippocrate a proclamare«Non somministrerò ad alcuno, neppure se richiesto, un farmaco mortale, né suggerirò un tale consiglio; similmente a nessuna donna io darò un medicinale abortivo» e nella sua versione moderna: «non compiere mai atti idonei a provocare deliberatamente la morte di una persona». Ippocrate non era cattolico, tanto meno lo sono le migliaia di agnostici e non credenti contrari all’aborto (citiamo Pasolini, Montanelli, Ferrara, Pera ecc.) e le associazioni anti-abortiste formate da non credenti come la “Secular Pro Life”. Il “papa laico” Norberto Bobbio, ad esempio, ha detto nel 1981: «Dice Stuart Mill: “Su se stesso, sulla sua mente e sul suo corpo, l’individuo è sovrano”. Adesso le femministe dicono: “Il corpo è mio e lo gestisco io”. Sembrerebbe una perfetta applicazione di questo principio. Io, invece, dico che è aberrante farvi rientrare l’aborto. L’individuo è uno, singolo. Nel caso dell’aborto c’è un “altro” nel corpo della donna. Il suicidio dispone della sua singola vita. Con l’aborto dispone di una vita altrui. Quale sorpresa ci può essere nel fatto che un laico consideri come valido, in senso assoluto, come un imperativo categorico, il “non uccidere”? E mi stupisco a mia volta che i laici lascino ai credenti il privilegio e l’onore di affermare che non si deve uccidere».
Inoltre, se legalizzassimo tutto quello che vieta la Chiesa perché altrimenti sarebbe ingerenza e violazione della laicità, allora dovremmo legalizzare l’omicidio, lo stupro, la rapina ecc. Non sembra, dunque, un argomento molto serio. L’opposizione all’aborto è un tema laicolo ha spiegato Papa Francesco«non per un discorso di fede – no, no – ma di ragione, per un discorso di scienza! Non esiste una vita umana più sacra di un’altra, come non esiste una vita umana qualitativamente più significativa di un’altra. La credibilità di un sistema sanitario non si misura solo per l’efficienza, ma soprattutto per l’attenzione e l’amore verso le persone, la cui vita sempre è sacra e inviolabile». Per questo, «la Chiesa fa appello alle coscienze, alle coscienze di tutti i professionisti e i volontari della sanità, in maniera particolare di voi ginecologi, chiamati a collaborare alla nascita di nuove vite umane».

 
Uno dei tentativi finali è quello di mettere sulla difensiva i cattolici e la Chiesa, accusandoli di concentrarsi solo sull’embrione e non sulla madre. E’ ovviamente falso, padre Maurizio Faggioni, docente di Teologia morale alla Facoltà Teologica dell’Italia Centrale ha spiegato:«Esistono situazioni gravi che ancor oggi danno problemi assistenziali come, per esempio, la gravidanza extrauterina, la preeclampsia gravidica e la corioamnionite. In questi casi il medico deve svolgere la sua missione di prendersi cura di ogni vita, di quella della madre e di quella del figlio, senza discriminazioni di valore: non si può sopprimere direttamente una vita innocente per salvarne un’altra». Nei casi in cui non è possibile salvare la vita del figlio «ci si preoccuperà doverosamente di salvare almeno la vita della madre». Questo però «dipende dalla concretezza della situazione clinica e non certo da una scelta che privilegia una vita rispetto ad un’altra».
Nel 2012 un Comunicato dei vescovi d’Irlanda ha ricordato che la Chiesa cattolica «non ha mai insegnato che la vita di un bambino nel grembo materno debba essere preferita a quella della madre. In virtù della comune umanità una madre e il suo bambino non ancora nato sono entrambi sacri e con eguale diritto a vivere». Nel testo si puntualizza, altresì, che «quando una donna in stato di gravidanza gravemente malata ha bisogno di cure mediche che possano mettere a rischio la vita del proprio bambino» tali trattamenti «sono eticamente ammissibili se ogni tentativo è stato fatto per salvare la vita di entrambi».
Il card. Bergoglio, futuro Papa Francesco, ha spiegato che «occorre ascolto, vicinanza e comprensione da parte nostra per salvare tutte e due le vite» e perché «vengano adottati mezzi positivi di promozione e protezione della madre e del suo bambino in tutti i casi, a favore sempre del diritto alla vita umana».
Occorre ricordare che nessuno definisce queste donne delle assassine (come vorrebbe qualche volgare semplificazione). Nel determinare la gravità di un comportamento contano anche molti fattori soggettivi: le pressioni psicologiche subite, l’ansia, la paura, il grado di consapevolezza (che può essere fortemente ridotta in un contesto culturale che si sforza di sminuire la gravità del gesto). Benché non si possa escludere, purtroppo, che esistano casi di colpevole superficialità di alcune donne, soprattutto quando ricorrono all’aborto più volte. Molto maggiori, in ogni caso, sono le responsabilità di coloro che abbandonano la madre in quei frangenti, o addirittura la incoraggiano a cercare quel tipo di ‘scorciatoia’.

 
Questa obiezione appare efficace e in linea di principio può anche essere vera. La Chiesa cattolica, infatti, non ha mai chiesto l’astinenza completa e non ha mai guardato al sesso soltanto a fini procreativi. «Il pensiero cattolico è sovente equivocato, come se la Chiesa sostenesse un’ideologia della fecondità ad oltranza, spingendo i coniugi a procreare senza alcun discernimento e alcuna progettualità. Ma basta un’attenta lettura dei pronunciamenti del Magistero per constatare che non è così»ha spiegato Giovanni Paolo II. La Chiesa, infatti,insegna ed approva i Metodi naturali per la regolazione della fertilità. Le donne, ad esempio attraverso strumenti scientificamente validi come il “Billings Ovulation Method”; possono scegliere il loro comportamento sessuale. I cattolici, dunque, si impegnano già nel sostenere una maggior responsabilità nei confronti della sessualità.
Tuttavia occorre stare bene attenti a non confondere i metodi naturali con la contraccezione. I primi non sono metodi contraccettivi perché, come spiegato, permettono un’apertura all’accoglienza di un eventuale nascituro e, usando dei periodi infecondi, si fruisce di un’indicazione data dalla natura (da Dio stesso), senza frapporre una barriera. Lo stessoGiovanni Paolo II ha spiegato che tra contraccezione e metodi naturali c’è «una differenza assai più vasta e profonda di quanto abitualmente non si pensi e che coinvolge in ultima analisi due concezioni della persona e della sessualità umana tra loro irriducibili». Ed è solo con il ricorso ai metodi naturali che «la sessualità viene rispettata e promossa nella sua dimensione veramente e pienamente umana, non mai invece “usata” come un “oggetto” che, dissolvendo l’unità personale di anima e corpo, colpisce la stessa creazione di Dio nell’intreccio più intimo tra natura e persona» (“Familiaris consortio” n. 32 EV VII, 1624).
Infine, occorre rispondere all’obiezione anche ricordando che l’uso di contraccettivi non diminuisce affatto il numero di aborti, anzi in parecchi casi lo aumenta. Lo hanno mostrato, ad esempio, i dati diffusi nel 2013 dal Ministero della Salute della Spagna: il 43% (contro il 32%) delle 119mila donne che hanno abortito nel 2011, avevano usato un metodo contraccettivo.Secondo alcuni studiosi, la causa è molto probabilmente quella riscontrata in tanti altri studi, ovvero che un’ampia offerta di contraccettivi porta facilmente ad assumere il modello comportamentale conosciuto come “rational choice model”, ovvero la convenienza verso una vita sessuale liberata dalla paura della gravidanza. E’ quello che Edward C. Green, direttore dell’AIDS Prevention Research Project al centro Harvard per gli Studi su Popolazione Sviluppo definisce “compensazione di rischio” parlando dell’HIV: «C’è un’associazione costante, dimostrata dai nostri migliori studi, inclusi i “Demographic Health Surveys” finanziati dagli Stati Uniti, fra una maggior disponibilità e uso dei condoms e tassi di infezioni HIV più alti, non più bassi. Questo può essere dovuto in parte a un fenomeno conosciuto come “compensazione di rischio”, che significa che quando si usa una “tecnologia” a riduzione di rischio come i condoms, spesso si perde il beneficio (riduzione di rischio) “compensando” o prendendo chances maggiori di quelle che uno prenderebbe senza la tecnologia di riduzione del rischio».

 
Una delle prime cose che sorprende dei promotori dell’interruzione di gravidanza è che essi sono in realtà contrari ad essa. Non la praticherebbero mai, definendosi tuttavia favorevoli alla cosiddetta “libertà di scelta”. L’aborto è una cosa “brutta”, “sbagliata”, ma ognuno deve essere libero di fare i propri sbagli, dicono.  Eppure l’aborto non è un fatto di coscienza e non è una questione di libertà, come abbiamo già risposto al punto 5), chi assume questa posizione sicontraddice: perché si è contrari all’aborto? Non certo perché si considera l’embrione un grumo di cellule, altrimenti cosa ci sarebbe di moralmente riprovevole?
L’aborto non riguarda solo la singola coscienza della donna, poiché esso minaccia un diritto altrui, il diritto alla vita di un altro essere umano. L’unico motivo per essere contrari all’aborto è perché si accetta che l’embrione e il feto sono esseri umani. Ma se si è favorevoli alla sua legalizzazione allora si è favorevoli all’omicidio e chi è favorevole all’omicidio dev’essere definito omicida (da homo-uomo e cidium-uccisione), oppure sostenitore di omicidi. Ognuno faccia i conti con la propria coscienza, un giorno sarà chiamato a rendere conto.

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