venerdì 3 agosto 2012


Il cardinale O’Brien sfida il potere, Gianfranco Amato, 1 agosto 2012, http://www.corrispondenzaromana.it/

Keith Patrick O’Brien, cardinale di Santa Romana Chiesa, Arcivescovo di St. Andrews ad Edimburgo, Presidente della Conferenza Episcopale scozzese ha dimostrato ancora una volta di essere. È un cristiano con la lingua glabra ed epaticamente ben fornito, quanto a coraggio. L’ultima sua intemerata l’ha rivolta contro la proposta avanzata dal governo scozzese di legalizzare il matrimonio tra persone dello stesso sesso.

Oggi gli omosessuali in Scozia hanno già la possibilità di godere degli stessi diritti derivanti dal matrimonio, attraverso le civil partnership, unioni civili legalmente riconosciute. L’unica differenza che comporterebbe la totale parificazione giuridica tra matrimonio e civil partnerships sarebbe quella di poter celebrare le rispettive unioni anche in chiesa. Nozze gay davanti all’altare. Questa ipotesi, come era ovvio prevedere, sta infuocando il dibattito e contrappone la maggioranza dell’opinione pubblica all’elite politicamente corretta del governo.

Per questo il cardinale O’Brien ha lanciato il guanto di sfida al potere, con una provocazione insidiosa e difficile da contrastare: indire un referendum e dare la parola al popolo. Per evidenziare quanto sia sentito il tema tra la gente, il porporato ha messo a confronto i dati derivanti da due sondaggi pubblici governativi. Il primo è quello relativo proprio ai matrimoni gay, cui hanno risposto 80.000 persone, ed il secondo è quello riguardante la possibilità di indire un referendum sull’indipendenza della Scozia, cui hanno risposto in 26.000.

Sulla base di questi numeri, il ragionamento del Cardinale O’Brien non fa una grinza: se la consultazione sulla legittimazione del matrimonio omosessuale ha ricevuto il triplo delle risposte rispetto a quella del tema istituzionale – assai sentito – dell’indipendenza, significa, allora, che a maggior ragione occorre indire un referendum anche sulla proposta governativa delle nozze gay. Per questo, secondo lo stesso Cardinale, un referendum sulla vicenda sarebbe «crucially important», perché oggetto di  «intense public interest».

Fin qui apparentemente nulla di strano, se si considera la fisiologia dei processi decisionali democratici. In quest’ottica la proposta di Sua Eminenza non dovrebbe considerarsi poi così scandalosa. E’ singolare ed interessante, invece, il potente fuoco di fila che si è concentrato contro il Cardinale O’Brien, bersaglio, ancora una volta, di feroci critiche al limite dell’isteria. I soliti detrattori questa volta, però, non si sono accorti che offendendo le parole dell’arcivescovo di St. Andrews ed Edinburgo, hanno dimostrato di non possedere, poi, un concetto così alto del significato di democrazia, e un’attitudine a rispettare il volere del popolo.

Eppure, se i sostenitori del matrimonio omosessuale sono così convinti che esso rappresenti la necessità di adeguare la società al cambiamento dei tempi (quel cambiamento che l’oscurantismo clericale della Chiesa Cattolica non riesce a percepire), se ritengono che esso nasca da un’esigenza profonda della comunità, se credono che esso risponda all’idem sentire della maggioranza dell’opinione pubblica, dovrebbero essere i primi a non opporsi al vaglio del referendum. Invece lo temono. Ecco, allora, che, ad esempio, The Equality Network, organizzazione LGBT che sostiene la proposta governativa, parla della possibilità di indire il referendum come di una  «americanata». Tom French, portavoce dell’organizzazione, ha infatti spiegato che l’iniziativa sarebbe «poco scozzese, ingiusta, ed un colossale spreco di denaro pubblico». Del resto, per decidere «esiste già il governo».

 E’ interessante questa idea delle élite per cui quando il popolo condivide, occorre interpellarlo per assumere la sua decisione sacra e sovrana, mentre quando non è d’accordo, sentirlo significa vanificare il ruolo del governo ed il referendum diventa una costosa pagliacciata. A questo punto merita di essere citato un passo del discorso tenuto all’Università di Princeton nel 1964 da Bernard Baruch, il politico statunitense noto, tra l’altro, per aver coniato il termine “guerra fredda” e per un piano sul disarmo nucleare che porta il suo nome: «Il ruolo del governo ed il suo rapporto con l’individuo è così radicalmente mutato che oggi la sua azione penetra in quasi ogni aspetto delle nostre vite. Si sono sviluppate forze politiche, economiche ed etniche che non abbiamo ancora imparato a comprendere o a controllare. Se dobbiamo dominare queste forze, dobbiamo avere la certezza che il governo appartenga al popolo, e non il popolo al governo, e per assicurare un futuro migliore del passato, occorre in qualche modo imparare dagli errori commessi nel passato». Baruch non si sbagliava davvero

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