giovedì 26 giugno 2014

[Notizie PRO-LIFE] Dopo la sentenza della Corte Costituzionale sulla fecondazione eterologa: che fare? - http://veritaevita.blogspot.it/



1. Approvare una legge che regoli la materia?
Qualche giorno prima che fossero pubblicate le motivazioni della sentenza della Consulta che ha sancito l’incostituzionalità del divieto inerente alla fecondazione eterologa, si è svolto presso la sala della Regina alla Camera un convegno proprio su questa sentenza. A parere dei giuristi e politici intervenuti – molti dei quali di estrazione “cattolica” – ora sarebbe necessario una legge per arginare i danni provocati dalla Consulta.
Detto in parole semplici: la sentenza della Corte Costituzionale permette l’eterologa sempre e comunque. Adesso dobbiamo fare di tutto in Parlamento per limitare questa pratica il più possibile. Simile posizione è stata sposata sui media da moltissimi altri giuristi.

Tralasciamo il fatto che nelle motivazioni della sentenza i giudici hanno espressamente affermato che non ci sono lacune normative da colmare e che quindi non serve una legge. Al di là di questo, poniamoci una domanda: è lecito sotto il profilo morale invocare una legge per limitare i danni provocati da questa sentenza?

La risposta è netta: no, perché anche una legge limitativa sarebbe una legge intrinsecamente malvagia, magari con contenuto meno iniquo rispetto al contenuto della sentenza della Consulta, ma pur sempre malvagia.
Infatti la pratica della fecondazione artificiale – omologa o eterologa poco importa – è pratica intrinsecamente malvagia e la legge che la permette è anch’essa ugualmente malvagia. Una legge che disciplinasse la pratica dell’eterologa, seppur riducendone i casi legittimi, rimarrebbe una legge cattiva e dunque non sarebbe lecito sotto il profilo morale dare il proprio assenso al varo di una norma di tale natura.

C’è chi obietta: “Ma il varo di questa legge è fatta per un fine buono: limitare i danni provocati dalla sentenza della Corte Costituzionale”.
Risposta: c’è un principio morale che afferma che vi sono azioni intrinsecamente malvagie che mai possono essere compiute anche per un fine buono. Ad esempio non è lecito sotto il profilo morale uccidere volontariamente e direttamente una persona innocente per il fine buono di salvarne cento.
Dunque è lecito e a volte doveroso adoperarsi per limitare i danni, ma a patto che l’azione di impedimento sia lecita sotto il profilo morale. Se per impedire la morte di una persona l’unico modo è quello di ammazzarne un’altra innocente, non posso che astenermi da questa azione iniqua.

Non è dunque lecito impedire “l’eterologa sempre” dando il proprio “Sì” all’ “eterologa qualche volta”.
L'errore di chi dice "meglio una legge restrittiva che la situazione di legittimità assoluta dell'eterologa creata dalla sentenza della Consulta" è il medesimo di chi diceva prima del varo della legge 40 "meglio una legge restrittiva che la situazione attuale di legittimità assoluta della fecondazione artificiale in ogni sua forma creatasi dal fatto che non c'è una legge". Ed infatti la Consulta eliminando il divieto di eterologa riporta la situazione a quella ante legem 40.
Inoltre, ma non è aspetto centrale seppur importante: una legge restringerebbe sì il campo dell'iniquo (però rimarrebbe una legge iniqua), ma - rispetto alla sentenza della Consulta - lo eleverebbe di categoria giuridica: da pronunciamento giurisprudenziale ad atto normativo. La qual cosa è ancor più grave.

Nel prossimo post tenteremo di superare un’altra obiezione: se sto a braccia conserte avrò lasciato campo al nemico per fare quello che vuole e quindi avrò collaborato alla diffusione dell’eterologa.

Tommaso Scandroglio


 2. L'obbligo morale di astenersi dal compiere il male.

Nel precedente post abbiamo visto che non è lecito battersi per avere una legge sull’eterologa al fine di limitare i danni della sentenza della Consulta che ha spalancato le porte a questa pratica. Anche per un fine buono mai si può fare il male.

In merito a tale argomentazione c’è però chi obietta: rimanendo con le mani in mano e non adoperandosi per promulgare una legge più restrittiva si fa il gioco del nemico. Sarebbe una collaborazione al male tramite omissione.
Nessuno vorrebbe varare una legge sull’eterologa, ma stretti da necessità meglio una legge che provoca pochi danni rispetto alla sentenza della Consulta che provocherà molti più danni.

Risposta che parte da un esempio: se non uccido Tizio, un pazzo ha deciso che ucciderà altre tre persone. Sono dunque in un vicolo cieco: o la morte di mia mano di una persona (eterologa per legge in alcuni casi), oppure la morte di altre tre persone (eterologa sempre come vuole la Consulta). Anche in questo caso, se non ci sono alternative valide, non posso che astenermi dal compiere il male, perché – altro principio morale – le circostanze (in questo caso lo stato di necessità) non possono legittimare un atto intrinsecamente malvagio (l’uccisione di una persona innocente).
E non vi è poi collaborazione al male da parte di chi si astiene: infatti non sono io che ho collaborato alla morte della altre tre persone per mano del pazzo, bensì è il folle stesso che le ha uccise ed ha congegnato tutto questo piano perverso a cui ho deciso di non collaborare. Non ho deciso io il verificarsi di questa condizione capestro, ma la mente del folle. Sarà Tizio ad essersi macchiato del sangue di tre innocenti, non io.

L’uomo è chiamato sempre a fare il bene, non sempre a ricercare l’utile.
E se in una situazione concreta il maggior bene possibile è l’astensione dal compiere il male, occorre assumere questa condotta anche se dal punto di vista dell’utilità è la scelta peggiore.
Ma dal punto di vista morale – l’unico punto di vista valido per l’uomo - i danni provocati non potranno essere addebitati a chi si è astenuto dal volere compiere il male, ma a chi – i giudici della Consulta – ha deciso di legittimare una pratica iniqua.

In sintesi: mai è lecito compiere un'azione intrinsecamente malvagia (voto di una legge iniqua) anche se il fine è buono (limitare i danni: restringere i casi in cui l'eterologa sarà praticata) ed anche se le circostanze non ci offrono alternative buone (o situazione molto malvagia - eterologa in ogni sua forma - o situazione meno malvagia - eterologa solo in alcuni casi: stato di necessità).

Nel prossimo post invece tenteremo di rispondere alla seguente domanda: di fronte a tale situazione creatasi dalla sentenza della Consulta, quali sono le strade lecite sotto il profilo morale per opporsi alla pratica ormai legale della eterologa?


Tommaso Scandroglio


3. Una strategia di attacco contro la fecondazione artificiale.

Nei due precedenti post abbiamo visto che non è lecito dare il proprio appoggio ad una legge intrinsecamente malvagia che legittimasse la pratica della fecondazione artificiale seppur animati dalla buona intenzione di limitare i danni provocati dalla sentenza della Corte Costituzionale che ha aperto all’eterologa sempre e comunque.
Neppure in stato di necessità, cioè neppure se non ci fossero altre soluzioni percorribili.

Ora facciamoci questa domanda: di fronte a tale situazione creatasi dalla sentenza della Consulta, quali sono le strade lecite sotto il profilo morale per opporsi alla pratica ormai legale della eterologa?
Appuntiamo che, per espressa decisione dei giudici, il Parlamento non deve intervenire sulla materia essendo già sufficienti le norme vigenti (semmai occorrerà aggiustare qualcosa nelle linee guida). Per quello che qui a noi interessa ciò significa che l’eterologa è già sin d’ora pratica legittima in ogni sua forma.

Dunque abbiamo escluso che il male si possa combattere legalizzandolo (v. anche legge 194). Non vale il brocardo: se il male è inevitabile almeno che lo si faccia bene. Il male mai si può compiere anche se minore.

Le soluzioni per arginare il male, tra le molte, potrebbero essere le seguenti.
La prima: per gli operatori sanitari ricorrere all’obiezione di coscienza prevista dalla legge 40 (per gli interessati: non serve alcuna pratica aggiuntiva dato che l’obiezione di coscienza è valida per qualsiasi tecnica di fecondazione artificiale compresa quella eterologa).
In secondo luogo, sul piano giurisprudenziale, prendere esempio dai Radicali. All’indomani dalla batosta referendaria sulla legge 40 nel 2005 iniziarono ad intasare i tribunali di ricorsi per cambiare la legge e ci sono riusciti. Non si sono pianti addosso dicendo: “Con questa disfatta referendaria ormai tutto è perso e la partita sulla Fivet è chiusa”.
In terzo luogo occorre combattere la sentenza dei giudici sotto il profilo culturale – anche le azioni di carattere politico e giurisprudenziale possono assumere una veste culturale - ponendo la scure alla radice del problema, non cercando solo di sfrondare i rami più alti. Ciò significa che è doveroso ripetere in tutti i modi e in tutte le sale che è la stessa fecondazione artificiale ad essere una pratica iniqua.

Se la Corte costituzionale avesse aperto la porta alla sperimentazione sull’uomo, quale strategia sarebbe stata lecita sotto il profilo morale? Quella che contestava in radice tale provvedimento e si adoperava perché nella prassi non fosse applicata o quella che invocava una legge che confermasse il pronunciamento dei giudici?
E a parte invertite: cosa avrebbero fatto i Radicali se la Consulta avesse ad esempio soppresso il divieto di imporre le cure, anche quelle salvavita? Avrebbero chiesto una legge per porre dei limiti oppure avrebbero criticato la decisione in radice?

Infine sul piano legislativo è necessario proporre disegni di leggi che mirino (solo) a limitare la portata lesiva della legge 40, attaccandola articolo per articolo.
Si obietterà: “Proprio ora dopo la sentenza della Consulta? E’ da folli, da gente che non vive nella realtà! E’ fatica sprecata, non servirà a nulla e il disegno di legge finirà nel cestino della prima commissione che lo esaminerà!”.
Tutto vero, ma per intanto si cambia la direzione dello scontro (e si fa opinione): non più stretti a catenaccio nella difesa della legge 40 per paura che cambi in peggio, ma tesi ad attaccare il nemico. In tal modo saranno i pro-choice ad essere costretti a difendere questa legge e non i cattolici.
Infatti tali derive della Consulta sono anche l’esito della posizione rinunciataria di ampi settori della cultura cattolica volti sempre, come accennato prima, alla difesa del male esistente – pensato ormai come realtà inestirpabile e irreversibile – e mai protesi all’attacco.
Se chiedi cento magari dieci ottieni, ma se difendi il tuo dieci che ti tieni gelosamente stretto al petto vedrai che anche quel dieci ti verrà tolto.
La storia sui principi non negoziabili ce lo insegna.



Tommaso Scandroglio

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