lunedì 30 giugno 2014

Le unioni gay di Renzi sono un vero e proprio matrimonio e sono più tutelate di quelle etero. «Sovversione del nostro ordinamento», giugno 30, 2014, Benedetta Frigerio, http://www.tempi.it/


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Si intitolano “Disposizioni in materia di eguaglianza nell’accesso al matrimonio da parte delle coppie formate da persone dello stesso sesso”. Sono le nozze gay in salsa renziana mascherate da unioni civili e presentate al Senato tramite un disegno di legge da Monica Cirinnà (Pd), inserito fra i provvedimenti urgenti da portare in aula a settembre. Presentate dalla stampa come una tutela dei diritti alla previdenza e all’assistenza in ospedale per le coppie dello stesso sesso, «in realtà prevedono molto di più: queste persone vengono equiparate ai “coniugi”, al “marito” e alla “moglie”, laddove l’ordinamento italiano cita questi termini. Di fatto non c’è più differenza fra tali unioni e il matrimonio, come si evince dal titolo del disegno di legge». A spiegare così i contenuti del ddl è Giancarlo Cerrelli, vicepresidente nazionale dell’Unione giuristi cattolici italiani e segretario nazionale del comitato “Sì alla famiglia”.


Cerrelli, il ddl Cirinnà rivoluziona l’istituto della famiglia in Italia?
La politica del governo Renzi sulla famiglia mi piace paragonarla al ruolo di un cameriere che si presenta ai clienti del ristorante con “le plateau de fromages”, il piatto dei formaggi, invitandoli a scegliere quello che più gradiscono; tale mi sembra l’intento del governo Renzi con questo disegno di legge: lascia a ciascuno dei consociati la libertà di scegliere il tipo di unione che più aggrada. Il messaggio che arriva è questo: “Ognuno scelga ciò che piace di più, secondo i propri desideri e i propri interessi”. In questo modo però non si fa altro che depotenziare l’istituto familiare ridefinendolo. La politica che sta attuando il governo Renzi mira a rivoluzionare l’istituto familiare. A tal proposito mi piace sottolineare che proprio il 26 giugno è stato presentato l’“Instrumentum laboris” del Sinodo dei vescovi sulla famiglia che afferma al n. 113 che «tutte le Conferenze Episcopali si sono espresse contro una “ridefinizione” del matrimonio tra uomo e donna attraverso l’introduzione di una legislazione che permette l’unione tra due persone dello stesso sesso». «Tutte» vuol dire «tutte». E poi si parla di «unione», anche di unione civile quindi e non solo di matrimonio. Inoltre è indicativo segnalare che al punto successivo lo stesso documento afferma che «la promozione della ideologia del gender in alcune regioni tende ad influenzare anche l’ambito educativo primario, diffondendo una mentalità che, dietro l’idea di rimozione dell’omofobia, in realtà propone un sovvertimento della identità sessuale».

Perché riconoscere queste unioni sovvertirebbe l’istituto matrimoniale?
Basta guardare al testo Cirinnà, che mette sullo stesso piano i diritti delle coppie omosessuali e quelli degli sposi introducendo un «negozio giuridico fra persone dello stesso sesso». Chi si iscriverà al nuovo registro nazionale per i conviventi omosessuali di fronte a un ufficiale di stato civile avrà tutti i diritti delle persone sposate: all’articolo 3 del ddl si afferma che all’unione civile si applicano tutte le disposizioni del matrimonio. Siamo di fronte a un istituto che di fatto è identico al matrimonio.
Però manca l’adozione.
L’adozione vera e propria non è riconosciuta formalmente, ma viene già introdotta indirettamente: all’articolo 4 si legge che il registro, oltre a contenere i dati anagrafici dei conviventi, deve contenere anche quelli dei figli, parlando «di eventuali figli minori dell’unione». Sappiamo bene che figli di un’unione omosessuale possono essere solo quelli nati tramite la fecondazione eterologa e tramite l’utero in affitto. È inquietante la forzatura del legislatore nel riconoscere implicitamente questa pratica e a riconoscere i figli concepiti in questo modo all’estero; del resto anche il Tribunale di Milano, nei mesi scorsi, ha riconosciuto la legittimità dell’operato di due coppie che hanno ottenuto il figlio affittando l’utero di donne indigenti. C’è poi un’altra possibilità data dal ddl: si tratta del diritto di inserire nel documento anagrafico i figli di ciascuna delle parti. Significa che se, ad esempio, una donna si separa e i figli vengono affidati a lei, nel caso in cui vada a vivere con altra donna questi rientrerebbero nel nuovo stato di famiglia. Mi pare ovvio che questo sia strumentale all’adozione.


Lei parlava di un’ampia scelta di “matrimoni”. Come mai?
Il disegno di legge parla al momento di unioni civili tra persone dello stesso sesso, ma ben presto, com’è successo in altri Paesi, tali unioni saranno lessicalmente rubricate come matrimonio. All’articolo 1, comma 2, si parla di conviventi come di persone «unite da reciproco vincolo affettivo». Per la prima volta un ordinamento giuridico dà rilevanza normativa all’affetto. In questo modo si apre la porta a tutto. Non era mai accaduto non per oscurantismo, ma perché se le emozioni diventano fonte di diritto, anziché il riconoscimento oggettivo di un bene comune, il desiderio del singolo prevale sul bene di tutta la società. La strategia pare chiara: è come quel cameriere che invita i propri clienti ad assaggiare i formaggi che sono ancora in stagionatura. Questo disegno di legge è parte del processo di ridefinizione della famiglia, che per gradi porterà il legislatore a riconoscere le unioni poligamiche, il poliamore o le unioni incestuose.
Questa legge avrà ripercussioni sulla società?
In forma privata si possono già regolare i diritti dei conviventi, che valgono per ogni cittadino. La famiglia, invece, è tutelata in quanto luogo dove imparare ad accettare la diversità educando i figli a costruire la società: lo Stato dà diritti in cambio di doveri. Purtroppo, con questo ddl, passa il concetto opposto, che dobbiamo cioè avere tutto ciò che vogliamo a prescindere dal fatto se sia giusto o meno. È un’idea di società dove l’egoismo e il sentimento di chi urla più forte diventano legge. Ha idea delle conseguenze di una norma simile?

Il ddl legalizza anche le unioni civili tra uomo e donna.
La seconda parte del ddl disciplina la convivenze tra uomo e donna. È un’unione light. L’articolo 8 parla dei diritti individuali dei soggetti maggiorenni conviventi stabilmente da tre anni almeno o da uno se con figli. E ancora, di persone unite da «legami affettivi» ai fini di reciproca assistenza. Oltre al fatto che questi diritti esistono già, si fa riferimento alla stipula di un contratto di convivenza che deve essere redatto da un notaio in forma pubblica da inviare al Comune per iscrivere all’anagrafe la residenza della coppia. In questo senso la predisposizione negli ultimi tempi di due dispositivi, mi riferisco ai contratti di convivenza stipulati dai notai in vigore dall’inizio di quest’anno, è stata propedeutica alla strategia di depotenziamento della famiglia naturale. In tal modo non si fa altro che acuire nel corpo sociale l’irresponsabilità nei rapporti.


Le unioni civili eterosessuali saranno meno tutelate di quelle omosessuali?
Ovviamente non si può concedere tutto a tutti. Ad esempio se la reversibilità della pensione fosse riconosciuta a centinaia di migliaia di conviventi la legge non potrebbe essere approvata perché in contrasto con il vincolo di bilancio. Renzi ha pensato, così, di concedere gli stessi diritti che hanno le persone coniugate soltanto alle coppie omosessuali, che sono poche migliaia, per adeguarsi alle richieste di forti lobby internazionali. Si illude così di salvare i conti dello Stato ma le conseguenze antropologiche saranno pesanti, indeboliranno la società e quindi l’economia. Destrutturare l’alveo dove l’uomo cresce sano renderà le persone più sole, fragili e quindi più controllabili da chi vuole costruire un nuovo ordine mondiale. Ritengo che come Marx si servì del proletariato per fare la rivoluzione, oggi forti lobby politiche e finanziarie si stanno servendo delle persone con pulsioni omosessuali.
Le associazioni Lgbt non la pensano certo come lei.
Si illudono. Se anche il diritto diventa strumento di un’ideologia non riuscirà comunque a cambiare la realtà, se mai la violenterà: non ho nulla contro queste persone, ma purtroppo stanno chiedendo di essere prese in giro, perché la loro unione non sarà mai come quella fra un uomo e una donna.


Non pensa di esagerare quando parla di un disegno sovversivo?
No, basta guardare la frenetica attività parlamentare e le pronunce delle corti di giustizia contro la famiglia. Penso poi alla seduta dello scorso 24 giugno in commissione Giustizia, in cui il presidente Palma ha chiarito che il ddl sull’omofobia – per cui sarà pericoloso persino dire che un bambino ha diritto ad avere un padre e una madre – non è fermo ma solo rallentato. Continua poi l’esame nella stessa commissione del ddl sul divorzio breve, che procede senza resistenze diluendo i termini di separazione, così da rendere il matrimonio un istituto banale senza troppi vincoli. Come non vedere un attacco alla famiglia per indebolire l’uomo e lasciarlo inerme di fronte ai poteri forti?
Davanti a questa offensiva, c’è ancora spazio per richiamare al valore della famiglia?
Bisogna continuare a chiarire l’illegittimità di tutti questi provvedimenti, contrari al nostro ordinamento e alla realtà. Non si può stare a guardare pensando che ormai la partita sia persa. Dobbiamo continuare a chiamare le cose con il loro nome, sapendo che siamo in mezzo ad una battaglia culturale che vuole sovvertire la struttura della nostra società. Dobbiamo farlo per educare i nostri figli. La storia la fanno gli uomini e le donne e ognuno di noi può cambiarla in meglio o in peggio.

@frigeriobenedet

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