Slogan mancato per le bimbe cinesi di Anna Meldolesi, Corriere della
Sera, 10 marzo 2012
Ni Shi. Tu sei. È questo lo slogan più bello inventato
nel 2012 per la Giornata delle donne. Lo aveva ideato, appositamente per i
social network cinesi (Renren, Sina Weibo, Youku), un’agenzia pubblicitaria
internazionale (Akqa). Ma alla fine la campagna, progettata per affermare la
forza, la bellezza, l’unicità di ogni donna, è saltata. Ed è un vero peccato.
Stretta nella morsa del regime comunista da una parte e del sistema patriarcale
tradizionale dall’altra, la Cina è ancora un posto dove l’individuo, tanto più
se femmina, fatica ad emergere. Dove «allevare oche è sempre meglio che
allevare figlie», come dice un vecchio proverbio. Le prime almeno fanno le
uova. Secondo il censimento del 2011 la spettacolare crescita economica
dell’ultimo decennio ha ridotto la sproporzione demografica tra maschi e
femmine: secondo una stima preliminare le donne cinesi che mancano all’appello
sono passate da 40 a 33milioni. Ma troppe bambine vengono ancora uccise,
abbandonate o abortite a causa del loro sesso. Ogni 100 femmine, nascono in
media 118 maschi. Interrompere la gravidanza dopo che l’ecografia ha rivelato
il sesso fetale è proibito, ma quel che serve, oltre ai divieti, è una
trasformazione sociale e culturale da perseguire con inventiva e
determinazione. Le donne di successo in Cina sono una élite in crescita ed è
proprio a loro che la campagna intendeva rivolgersi. L’ideogramma Ni Shi doveva
comparire come un luccichio sulle labbra scarlatte di un volto da copertina,
declinando l’essere donna in nuovi modi. «Tu sei: una pensatrice, un’artista,
una forza, una madre, una figlia». E dunque, implicitamente, non solo un
funzionario del Partito Comunista, un’operaia alla catena di montaggio, una
contadina costretta ad avere un figlio unico (per legge) e maschio (per
tradizione). Il lancio dell’iniziativa era stato annunciato da una rivista
americana che si occupa di cultura innovativa di impresa (FastCompany), al
termine di una gara in cui i creativi più dotati del panorama internazionale si
erano sfidati per rilanciare l’immagine delle figlie femmine in un mondo in cui
la preferenza per i discendentimaschi è ancora diffusa. Tra le proposte
selezionate c’era anche la finta pubblicità della biografia di una geniale
manager dagli occhi a mandorla, che avrebbe potuto fondare un impero hi-tech se
solo le fosse stato consentito di nascere e crescere. Resterà solo una
provocazione su carta. L’idea del rossetto invece è diventata realtà, ma in
tono minore e in versione riveduta e corretta per il pubblico occidentale.
L’obiettivo è diventato convincere il maggior numero possibile di utenti di
Facebook e Twitter a propagare in modo virale, l’8 marzo, lo stampo rosso di un
bacio, con la scritta: Rock the lips, because women rock (mostra le labbra,
perché le donne spaccano). Un simbolo sexy di empowerment per chi è stanco
della mimosa, più adatto alle donne americane che a quelle cinesi. Nel Paese
del drago campeggiano ancora i manifesti a sostegno del modello familiare
ristretto. Negli ultimi anni accanto a mamma e papà è comparsa una femminuccia
al posto del solito maschietto e anche gli slogan si vanno ammorbidendo: invece
di minacciare sanzioni per chi fa un figlio di troppo, affermano: «Meno
fertilità, più qualità. Maschi e femmine sono tutti tesori». È un passo avanti.
L’ideogramma Ni Shi voleva spingersi oltre, affermando che ogni donna è unica e
insostituibile. Come operazione di rebranding, questo sì sarebbe stato un balzo
in avanti. Una rivoluzione.
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