Pochi organi E l’eutanasia diventa d’ufficio, di Massimo Gandolfini Avvenire, 7 luglio 2011
ll «pendio scivoloso» (lo «slippery slope» dei bioeticisti) è una realtà ampiamente documentata in Olanda dove in pochi anni si è passati dalla depenalizzazione dell’eutanasia all’eutanasia dei minorenni e all’eutanasia praticata senza la volontà espressa del paziente.
Una conferma giunge dal Belgio.
Sulla rivista scientifica «Applied Cardiopulmonary Pathophysiology», il Dipartimento di chirurgia toracica dell’Università di Lovanio pubblica il resoconto su la «prima esperienza di trapianto di polmoni prelevati da donatori dopo eutanasia», nel quale si mettono a confronto i risultati ottenuti fra donatori deceduti a causa di eventi traumatici (soprattutto traumi cranici) e donatori da eutanasia. Si precisa che questi ultimi «avevano espresso il desiderio di donare i propri organi» allorché la loro scelta eutanasica fosse stata realizzata e che tutti soffrivano di «insostenibili disordini non maligni».
Di non secondaria importanza è la descrizione del protocollo operativo quantomeno sconcertante. Il protocollo prevede il ricovero dei donatori in ospedale qualche ora prima della programmata eutanasia.
Vengono, quindi, uccisi in un locale adiacente alla sala operatoria, somministrando loro un «cocktail» farmacologico. Si procede, poi, all’accertamento di morte ad opera di tre medici indipendenti. Infine, il donatore viene rapidamente trasportato in sala operatoria, posizionato sul letto chirurgico, e intubato (sic !), per procedere all’espianto degli organi.
Questo rapporto, al di là della sua fredda descrizione tecnica, contiene pericolosi messaggi culturali. Un primo aspetto è la presentazione dell’eutanasia come una normalissima pratica medica, con una propria dignità scientifica ed etica, e con personale medico «dedicato», tanto da introdurla nel virtuoso circuito clinico dei trapianti.
A livello di opinione pubblica, si vuole creare una mentalità che considera quasi un obbligo morale «togliersi di mezzo» quando si è diventati un peso per la società, soprattutto considerando che si potrebbe tornare ad essere davvero «utili» donando generosamente i propri organi.
Vi si aggiunge l’aspetto della «cosificazione» della persona umana, percepita come «deposito» di organi: si pensi all’assurda prassi di somministrare dapprima un presidio mortale e, subito dopo, intubare il «morto» (a cuore fermo) per ricavarne gli organi. Con questa deriva antropologica è facile ipotizzare che fra breve si deciderà di procedere all’eutanasia «d’ufficio», indipendentemente dalla volontà espressa dal paziente, valutando due parametri: l’assoluto bisogno di organi da trapiantare (scontato, viste le lunghe liste d’attesa) e la «qualità» indegna di vita del potenziale donatore.
A conferma, la dichiarazione del dottor Peter Saunders di «Care Not Killing», rete associativa inglese che tutela i diritti umani dei disabili: «In Belgio la metà dei casi di eutanasia avviene senza volontà espressa del malato; è solo una questione di tempo e gli organi verranno prelevati senza alcun consenso. Oggi in quel Paese i medici fanno cose che la maggior parte dei loro colleghi nel mondo giudicherebbero orrende».
In realtà nutro seri dubbi, anche per il nostro Paese: una volta accettata l’idea che fra i compiti del medico ci sia anche uccidere il paziente, l’eutanasia per espianto d’organi è solo un piccolo passo in avanti, un pendio scivoloso, appunto.
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