martedì 20 novembre 2012


Il suicidio assistito aumenta il tasso di suicidi nella popolazione

La dottoressa Jacqueline Harvey del Lozier Institute e docente presso l’University of North Texas, ha analizzato la letteratura scientifica relativa al suicidio assistito negli ultimi 20 anni, laddove consentito dalla legge e particolarmente in Olanda e nord-ovest degli Stati Uniti: Oregon e Washington.
«Il suicidio può diffondersi per contagio, come una malattia infettiva» dice. «In realtà è stato dimostrato statisticamente che, dopo che il suicidio assistito è stato legalizzato in Oregon, il tasso di suicidio è aumentato, soprattutto per gli adolescenti. Lo stesso vale nello stato di Washington e, anche se i dati sono disponibili solo a partire dal 2009,  hanno evidenziato che la legalizzazione crea quella che alcuni chiamano una “cultura della morte”». La Harvey  ha anche rilevato che le persone votate a farsi assistere medicalmente nel suicidio sentivano generalmente che fosse loro “dovere” morire: erano motivati dal desiderio di non essere di peso agli altri e non da un  senso di libertà o di dignità.
La studiosa ha anche fatto notare che in Oregon ci sono stati casi in cui il programma di assistenza sanitaria statale ha offerto di pagare per il suicidio assistito, ma non le cure palliative di controllo del dolore, spingendo di fatto le persone verso il suicidio. Inoltre, molti suicidi potrebbero essere evitatiin quanto attribuibili ad uno stato di depressione, che è curabile.
Parallelamente, il 31 ottobre 2012 l’American Nurses Association (ANA), un’associazione che  rappresenta tre milioni e centomila infermieri americani e partecipa alla definizione degli standard di pratiche di cura, ha pubblicato un documento di  presa di posizione “forte” contro la partecipazione degli infermieri alla eutanasia attiva e al suicidio assistito. All’associazione degli infermieri si è unita quella dei medici nel dire che la «partecipazione clinica al suicidio assistito è incompatibile con integrità del ruolo professionale» e che il suicidio assistito e l’eutanasia «violano il contratto che i professionisti sanitari hanno con la società». Entrambe le organizzazioni hanno  promesso di onorare la santità della vita e il loro dovere “primum non nocere”.
Il documento riconosce il “disagio” che gli infermieri soffrono quando vien chiesto loro di partecipare all’eutanasia attiva o al suicidio assistito, e afferma che esistono limiti al loro impegno nei confronti del diritto del paziente all’autodeterminazione. All’infermiere non è consentito «somministrare il farmaco che porterà alla fine della vita del paziente», dice la bozza del documento. Anche nei paesi in cui il suicidio assistito è legale – Oregon, Washington e Montana – l’ANA comanda agli infermieri di astenersene, in quanto sarebbe in contrasto con il loro Codice Etico.
Allo stesso tempo, Alex Schadenburg, uno dei principali attivisti anti-eutanasia ha espresso preoccupazione per il linguaggio ambiguo del documento per la sospensione di nutrizione e idratazione, che non distingue tra coloro che morirebbero comunque e coloro che muoiono proprio a causa della sospensione di cibo ed acqua.

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