lunedì 13 maggio 2013


L’eutanasia non è mai una risposta

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12 Maggio 2013 
SYDNEY, 11. «Non si serve la dignità dicendo agli anziani e ai malati terminali, attraverso le leggi, che starebbero meglio morti». Questo, in sintesi, il forte messaggio che i vescovi cattolici del New South Wales, a firma del cardinale George Pell, arcivescovo di Sydney, hanno inviato a tutti i parlamentari dello Stato a seguito dell’introduzione della legge sui diritti dei malati terminali (“Rights of the Terminally Ill”) che legalizzerebbe l’eutanasia. 
Mentre i sostenitori della legge sostengono la "morte pietosa", nel messaggio i vescovi affermano che «la compassione non significa uccidere una persona che soffre. La vera compassione dovrebbe spingerci a fare tutto il possibile per far fronte al dolore della gente, alla solitudine o alla paura». La legge sul suicidio assistito presentata dalla senatrice dei verdi, Cate Faehrmann, viene presentata come provvedimento a tutela dei diritti dei malati terminali. La lettera dei presuli segue l’appello della settimana scorsa rivolto dall’o n o re v o l e Greg Donnelly con cui invita gli australiani a scrivere ai membri del Consiglio legislativo esortandoli a rifiutare la “cultura della morte” sostenuta dai verdi. Secondo la senatrice Faehrmann, il suicidio assistito dei malati terminali è una questione di diritti umani. I verdi affermano che tale disegno di legge include tutele per quanti sono affetti da demenza o incapacità dovuta alla loro malattia. Ma, secondo Bernadette Tobin, direttrice del Plunkett Centre for Ethics presso l’ospedale St. Vincent e docente di filosofia presso l’Australian Catholic University (Acu) «l’eutanasia volontaria richiede non solo la volontà e il giudizio del paziente, ma la volontà e il giudizio del medico che deve decidere se è d’accordo con il paziente e se questi morendo porrebbe fine alle sue sofferenze. Se un medico — spiega Tobin — può esprimere un simile giudizio riguardo a un paziente in grado di intendere e di volere, allora lo può fare anche con uno che non è in grado di intendere e di volere. Entrambi i giudizi sono sbagliati» e ha avvertito che «possono avere gravi implicazioni per i malati e i disabili. L’uguaglianza di ogni essere umano consiste proprio nell’a v e re una vita umana che è la nostra comune umanità, la nostra personalità, la nostra dignità e il nostro valore intrinseco. Nel rifiutare di violare quella vita, si rispetta la persona umana nel modo più fondamentale e indispensabile», ha sottolineato Tobin insistendo sul fatto che «ciò vale altrettanto per quanto riguarda la vita di una persona intrappolata in un coma irreversibile o in uno stato vegetativo irreversibile». Respingendo la tesi dei verdi secondo la quale l’eutanasia è un diritto, Gerard Gleeson, professore associato presso il Sydney Catholic Institute, sottolinea come «il corretto obiettivo della medicina sia stato sempre quello di promuovere la salute e il benessere del paziente». Nonostante le salvaguardie previste dal disegno di legge presentato alla Camera alta dello Stato del New South Wales, Gleeson fa notare che «nessuna di queste tutele sarebbe necessaria se il disegno di legge fosse davvero nel migliore interesse dei malati terminali». «L’eutanasia — spiega Scott Prasser, direttore dell’Australian Catholic University — è una questione complessa, con conseguenze di vasta portata per la società ed è troppo importante per essere decisa da un disegno di legge che richiede un accurato dibattito seguito da un voto di coscienza». I progressi nelle cure palliative e il personale specializzato in questo campo sono in grado di portare conforto ai malati negli ultimi mesi o giorni di vita, e non solo contribuiscono ad alleviare il dolore, ma anche depressione e ansia spesso correlate alla malattia. I vescovi australiani sono convinti che esistono altri modi più positivi di trattare i malati terminali anziché proporre iniezioni letali.

© Osservatore Romano - 12 maggio 2013

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