mercoledì 23 maggio 2012


​In otto stati degli Usa, e nel District of Columbia (Washington), viene portata in questi giorni davanti ai tribunali una controversia giudiziaria che vede alcune diocesi cattoliche, università ed enti religiosi, impugnare il mandato federale di Obama che obbliga i datori di lavoro a pagare ai dipendenti un’assicurazione medica che comprende la copertura per contraccettivi. Forzando così, contro coscienza, a sostenere le pratiche di birth control anche coloro che le ritengono contrarie all’etica coerente con la loro fede.

Non è un problema di diritto assicurativo, in qualche variante di dettaglio. È un problema di libertà, di «libertà religiosa», che lo stesso Obama aveva avvertito, alle prime avvisaglie del dissenso emerse nello scorso novembre, essere «un diritto inalienabile». Un punto di diritto costituzionale, dunque, e più profondamente un punto dove il concetto stesso di libertà, così tipico della civiltà americana, rintraccia una delle sue radici storiche fondamentali. 

Proprio il rispetto delle fedi, delle varie tradizioni di fede religiosa dentro una struttura politica di democrazia, consacrando la libertà di credere e di vivere coerentemente alla fede, ha fondato una cultura in cui il riferimento a Dio percorre la storia dalla dichiarazione d’indipendenza («il Creatore ha dotato gli uomini di diritti inalienabili, e tra essi vi sono la vita, la libertà e il desiderio di felicità») al discorso di Kennedy nel 1961: «I diritti umani non derivano dalla generosità dello Stato, ma dalle mani di Dio».

Oltre il rilievo così manifesto di una rivendicazione di libertà, credo che sia necessario riflettere sull’aspetto positivo e costruttivo dell’attenzione posta sul tema della procreazione umana, in tempi in cui molti vorrebbero ridurlo a questione di «salute sessuale riproduttiva». Si eviterebbe così di considerare questo problema etico come un altro inciampo posto di traverso alla riforma sanitaria e assicurativa di Obama, che per molti aspetti merita consenso di base. 

Che sciocco sbaglio, quel dispositivo sulla contraccezione come salute pubblica. Opporsi, ragionatamente, non è frutto di una mentalità "natalista", ma della convinzione che trasmettere la vita allaccia l’amore umano a quello di Dio, perché il figlio chiamato alla vita è persona, amata da Dio, per se stessa destinata alla Vita; e che la procreazione "responsabile" conosce criteri oggettivi di moralità. Questi criteri hanno fondamento nella natura stessa e rispettano il senso integrale del dono d’amore, compatibile col ricorso ai periodi infecondi, non invece con la contraccezione che introduce un artificio di rifiuto alla vita, un elemento falso nel gesto d’amore.

Così mi sembra di intendere l’intreccio fra religiosità e libertà che anima il ricorso ai tribunali americani di fronte all’iniziativa del pubblico potere. Lo Stato è responsabile del benessere dei cittadini e garante della loro libertà, non è il padrone della loro coscienza. Anzi, proprio in questo campo che riguarda la vita, non può in alcun modo interferire nelle iniziative che appartengono unicamente agli sposi, e men che meno intervenire con mezzi contrari alla legge morale. Non può forzare nessuno a una complicità rifiutata.

Giuseppe Anzani
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