venerdì 20 maggio 2011

19/05/2011 – BANGLADESH - Medicina in Bangladesh: sono gratis solo sterilizzazione e vasectomia di Nozrul Islam

Il governo non fornisce alcun tipo di assistenza sanitaria e tutte le cure mediche sono a carico del malato. Ma l’arrivo della medicina occidentale ha alzato i costi e la stragrande maggioranza della popolazione fatica a comprare anche un’aspirina.

Dhaka (AsiaNews) – In Bangladesh l’unica forma di assistenza sanitaria del tutto (o quasi) gratuita è quella fornita nei centri di salute riproduttiva, finanziati dai Paesi del nord Europa e dagli Stati Uniti. Legamento delle tube e vasectomia rientrano in una politica di governo per il controllo delle nascite: addirittura, fino a qualche anno fa lo Stato pagava chi riusciva ad accompagnare una donna a farsi operare. E spesso, quando una ragazza deve subire un’operazione all’intestino, i medici approfittano dell’occasione per sterilizzarla a sua insaputa.
Tale pratica ha provocato una reazione sociale, ma strutture simili esistono ancora e la natalità è in calo (1,6% nel 2010). Il Bangladesh è uno dei Paesi più popolosi al mondo (162,2 milioni di persone), ma sta pagando a caro prezzo l’impressionante progresso economico e la modernizzazione che sono esplosi nell’ultimo decennio.

L’introduzione improvvisa e massiccia della medicina occidentale (allopatica), costosa per gli standard bengalesi, ha mandato in tilt un sistema sanitario che non prevede alcuna assistenza statale ed è basato solo sulla medicina tradizionale. A fronte dell’evidente efficacia dei medicinali “moderni” erbe, unguenti e kobiraj (pratiche magiche) sono passati in secondo piano, provocando un aumento della richiesta e, di conseguenza, anche dei costi.

Le persone che godono di assistenza sanitaria integrale sono poche, per lo più impiegati governativi, e vanno in cliniche private o all’estero (in genere India, Thailandia e Singapore). Per tutti gli altri esistono ospedali statali che in teoria dovrebbero fornire cure gratuite: invece, oltre a essere insufficienti di numero, a parte una visita generica il malato deve pagarsi da solo ticket, cibo, medicine ed esami clinici.

La sensibilità delle persone è cambiata – “oggi questa medicina è migliore e mi cura” – ma non è cambiata la capacità di guadagno della popolazione, in media poverissima. I ricchi hanno accesso a cure e medicine, mentre i più poveri adesso vedono che si può guarire, ma non possono fare nulla, perché non c’è assistenza sanitaria.

Vi sono casi penosi e sempre più frequenti: gente che soffre molto per malattie o piccoli incidenti che di per sé non sarebbero nulla; forme bronchiali o intestinali che diventano croniche; ferite minime che degenerano in infezioni. Soprattutto nei villaggi, i più poveri tentano prima di curarsi con metodi tradizionali; quando questi si rivelano inefficaci, solo all’ultimo si rivolgono al medico o all’ospedale. Ma spesso, è troppo tardi.

Le missioni, la Chiesa e i “sick shelter” forniscono una forma minima di assistenza, caricandosi delle spese mediche. Tuttavia, gli ospedali hanno scoperto il metodo del “pacchetto”: per un certo tipo di operazione propongono una cifra, che però in seguito aumenta sempre più per una serie di spese collaterali (cibo, sangue per le trasfusioni, ulteriori giorni di degenza). Queste finiscono col raddoppiare il prezzo, costringendo i missionari a compiere scelte penose perché impossibilitati a pagare le cure per tutti.

Lo Stato sostiene in qualche modo lebbrosari, vaccinazioni occasionali contro la rabbia e il tetano, campagne di sensibilizzazione per l’alimentazione, centri di salute riproduttiva.



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