lunedì 30 maggio 2011

NEUROSCIENZE/ L’arte del cervello che riconosce la bellezza di Nadia Correale, lunedì 30 maggio 2011, il sussidiario.net

Le neuroscienze possono costituire un punto di vista che ci permette di comprendere meglio l’arte e la nostra percezione estetica? Il neurologo Stefano Cappa - ospite nella seconda serata del ciclo di incontri sulle neuroscienze organizzata dal Centro Culturale di Milano, dal titolo: “Percezione, memoria e bellezza” - sostiene di sì e lo afferma non solo in qualità di Direttore della Divisione Neurologica della Fondazione San Raffaele, ma anche a partire dalla sua passione per l’arte. L’importante è non ridurre la produzione artistica, e ciò che essa suscita in noi, alle conoscenze ottenute sfruttando i metodi neuroscientifici.
In base a essi, spiega Cappa, due sono gli approcci possibili. Il primo, il cui principale esponente è il neurofisiologo inglese Semir Zeki, consiste nel concepire il complesso processo della visione non disgiungibile dal significato dell’espressione artistica; motivo per cui occorre conoscere bene il primo per comprendere appieno il secondo. In base a questo punto di vista, vengono studiate le modifiche della produzione artistica in correlazione alle patologie di natura cerebrale dell’artista: lesioni o malattie progressive come l’Alzheimer.
In molti casi, da parte di persone affette da demenza fronto-temporale, si evidenzia perfino uno sviluppo di espressività artistiche che prima non si possedevano. L’ipotesi di Cappa è che le distorsioni o alterazioni nelle forme e nelle dimensioni di molte immagini corporee presenti nell’arte possano rappresentare un riverbero di particolari esperienze interiori degli artisti; infatti, chi è affetto da determinati disturbi psicologici, come la bulimia o l’anoressia, è indotto a percepire una falsa immagine del proprio corpo.
Un altro approccio possibile dal punto di vista neuroscientifico è quello che va a indagare la risposta estetica del cervello, la sua reazione fisica al “potere delle immagini” (è il titolo di uno dei libri più noti su questo tema, del neurologo David Freedberg). Esso si basa sulla recente scoperta di particolari neuroni, definiti “a specchio”, che si attivano non solo se il soggetto osserva un’azione motoria, predisponendolo a copiarla, ma anche in presenza di semplici immagini e quindi di opere d’arte.
Ad esempio, si è riscontrato che la visione di una statua classica ingenera l’attivazione delle aree frontali e parietali, dove hanno sede questi neuroni; inoltre, se la statua è ben proporzionata, l’insula - ossia quella parte della corteccia cerebrale più nascosta ove convergono e si integrano informazioni provenienti sia dall’esterno che dall’interno - si attiva di più; tale effetto è stato definito di canonicità.
Si è osservato che se un’immagine è bella si attiva di più l’amigdala (un’area coinvolta nei sistemi di memoria emozionale), se è brutta si attiva di più la corteccia motoria. Secondo studi portati avanti dallo stesso Cappa, confrontando il comportamento del cervello sottoposto alla visione delle statue con quanto avviene di fronte a dei giocatori di rugby, si è riscontrata la presenza di un’attivazione specifica, posizionata anch’essa nell’insula di destra. Quest’area potrebbe perciò rappresentare la sede dell’esperienza estetica. Inoltre, in questo caso il lobo temporale superiore è più sollecitato, mentre non si riscontra l’effetto di canonicità.
Il secondo relatore, Giovanni Maddalena, Docente di Filosofia Teoretica presso l’Università del Molise, ha spiegato l’incidenza del pensiero ipotetico sull’atto creativo, caratteristica essenziale di qualsiasi espressione artistica. Secondo questa prospettiva la creatività si qualifica come un genere di razionalità non sistematico e non deterministico, suscitata da eventi nuovi che costituiscono degli indizi preziosi in quanto predispongono il soggetto a considerare nuove ipotesi, nuove vie possibili diverse da quelle già collaudate.
È quanto emerge sfruttando un metodo logico di tipo abduttivo, introdotto dal logico-matematico Charles S. Peirce. Esso si distingue nettamente sia dal metodo deduttivo - secondo cui il punto di partenza è la legge generale e che di per sé non esplicita da dove possano sorgere le nuove scoperte - sia da quello induttivo, il quale, partendo da singoli casi osservati, è incapace di fornire leggi generali. In sostanza, consente di non sottovalutare tutti quegli aspetti non definibili o formalizzabili, eppure presenti, che permettono a un uomo - che sia un ricercatore, che sia un’artista, che sia una persona comune - di orientarsi in modo ragionevole nelle proprie scelte artistiche o nell’ideazione di ipotesi creative e libere attraverso l’interpretazione dei segni circostanti, che altrimenti non avrebbero alcun significato.
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