lunedì 9 maggio 2011

Nepal, la fede in ostaggio degli estremisti indù di Danilo Quinto, 07-05-2011, da http://www.labussolaquotidiana.it

Il parroco della cattedrale di Kathmandu all’inizio del mese di aprile, ha chiesto a tutti i cattolici di non introdurre borse e contenitori all’interno delle Chiese, dopo una serie di esplosioni contro auto pubbliche registrate nella regione del Terai (Nepal meridionale), costate un morto e oltre 50 feriti. Negli ultimi anni, in questa regione si è registrata una grande attività degli estremisti indù legati al Nepal Defence Army (Nda). Il gruppo è responsabile dell’attentato alla cattedrale dell’Assunzione di Kathmandu -  il 23 maggio 2009, persero la vita tre cristiani e tredici rimasero feriti - degli attacchi alla sede del Congress Central Party  dell’11 agosto 2010 ed alla moschea di Birantnagar del 26 aprile 2010 ed è anche sospettato della morte di padre John Prakash, di origine indiana, rettore della scuola salesiana di Sirsya (Morang) - “primo martire della Chiesa nepalese” - ucciso nel luglio 2007 a Bandel, villaggio a 45 chilometri dalla città di Kolkata.

Il Rapporto di “Amnesty International” denuncia che nella Repubblica federale democratica del Nepal, si verificano centinaia di uccisioni e rapimenti da parte delle forze statali e dei gruppi armati e la polizia è ricorsa a un uso non necessario ed eccessivo della forza per disperdere manifestazioni politiche e di rivendicazione dei diritti, picchiando tra l'altro i manifestanti con lathis (lunghi bastoni di legno) e con i calci delle pistole. Sono stati riferiti casi di tortura e altri maltrattamenti di detenuti e uccisioni di persone sospettate di essere affiliate con gruppi armati, in "scontri" simulati. A parere di “Amnesty” sono rimasti disattesi gli impegni assunti dal Nepal con l'Accordo completo di pace del 2006 per l'affermazione dei diritti civili, politici, economici, sociali e culturali. Entrambe le parti impegnate nel conflitto terminato nel 2006, si resero responsabili della sparizione forzata di persone, sembra piu’ di 1.300. È proseguito il clima di impunità per i perpetratori di violazioni dei diritti umani durante il conflitto e nessun caso è stato portato davanti a un tribunale ordinario. Le autorità non hanno provveduto a dare attuazione ai mandati d'arresto disposti dai tribunali nei confronti di personale militare accusato di violazioni dei diritti umani, né hanno provveduto a risolvere il problema di oltre 2.500 ex bambini-soldato, rimasti dopo il conflitto nei cosiddetti “accantonamenti”.

Oltre un centinaio di gruppi sono rimasti operativi dopo il conflitto armato nella regione nepalese del Terai, rendendosi responsabili di violazioni dei diritti umani, come rapimenti di membri della comunità pahadi (collina) e attentati dinamitardi in luoghi pubblici. Come quelli che hanno subito le comunità cattoliche. La Nepal Defence Army, in particolare, combatte contro la secolarizzazione dello Stato e contro le aperture alle religioni di minoranza – i musulmani, concentrati nella regione del Terai e i cristiani, alle quali si aggiunge una piccola comunità ebraica, composta da 1.500 persone – rispetto alle fedi tradizionali: l’induismo e il buddismo.
Le violenze contro i cattolici aumentano tra il 2008 e il 2009, soprattutto ad opera dell’estremismo di matrice indù, divenuto più violento dopo la caduta della monarchia nel 2007 e dopo la riduzione allo stato civile di re Gyanendra.

Nei mesi seguenti l’omicidio di padre John Prakash, gli estremisti inviano minacce di morte a sacerdoti e membri della comunità cattolica, ordinando la chiusura di tutti gli istituti cattolici. Le intimidazioni colpiscono anche mons. Anthony Sharma, vicario apostolico del Nepal e alla fine di luglio il prelato scrive una lettera al Ministero degli Interni, dove chiede maggiore sicurezza per i cristiani da parte del governo, avvertendo sulla possibile chiusura delle scuole cattoliche del Paese. Il governo risponde inviando la polizia a guardia e protezione di chiese e istituti religiosi, ma l’iniziativa non ferma la violenza.

Il 23 maggio 2009, Sita Thapa Shrestha, ragazza di 27 anni e membro del Nepal Defence Army, fa esplodere una bomba all’interno della cattedrale dell’Assunzione di Kathmandu. L’arresto dell’attentatrice avviene il 4 giugno 2009. Riferisce il rapporto di “Aiuto alla Chiesa che soffre” che durante l’interrogatorio della polizia, la donna giustificò l’attentato con “il profondo odio verso i cristiani e le religioni diverse da quella indù”. Il 6 settembre 2009 la polizia arresta nel distretto di Jhapa (est del Paese) Ram Prasad Mainali, mandante dell’attentato e leader dell’Nda. A tutt’oggi Mainali resta in carcere e alla fine del 2009 ha chiesto perdono a cattolici e musulmani per gli atti commessi.

Le violenze non hanno comunque fermato la crescita dei cattolici. Secondo mons. Anthony Sharma, gesuita e Vescovo del Nepal, ogni anno circa 300 persone si convertono al cattolicesimo. La comunità cristiana del Nepal conterebbe, in base ad alcune stime, due milioni di fedeli, ma l'unica cifra sicura è il numero di cattolici: circa 8.000, secondo i registri parrocchiali. La clausola 11 della Bozza preliminare della Commissione sui Diritti fondamentali e i Principi direttivi (CFRDP) dell'Assemblea costituente, nella quale non siede alcun rappresentante della comunità cristiana, recita così: "ogni persona avrà la libertà di professare, praticare e preservare la propria religione in conformità con la propria fede, o di astenersi da qualsiasi religione. A patto che nessuna persona sia autorizzata ad agire contrariamente alla salute pubblica, al contegno decente e alla moralità, abbandonandosi ad attività che mettano in pericolo la pace pubblica o convertendo una persona da una religione a un'altra, e nessuna persona agisca o si comporti in modo da violare la religione altrui”.

Numerosi cristiani di professione protestante si sono di recente impegnati in uno sciopero della fame per affermare il diritto di seppellire i loro morti nei pressi del tempio indù di Pashupatinath, nella periferia est di Kathmandu, uno dei più importanti dell'induismo, che sorge sulle rive del fiume sacro Bagmati.. Mentre in Nepal, secondo la tradizione induista, viene praticata la cremazione, alcune religioni minoritarie preferiscono l'inumazione, ma a causa di un "boom" edilizio, i terreni per la sepoltura si fanno sempre più rari nella capitale, un fenomeno che ha spinto alcuni gruppi, fra cui i cristiani e i Baha'i, a seppellire i loro morti nella foresta di Sleshmantak, nei pressi del tempio di Pashupatinath. Secondo i dati diffusi dalla Federazione cristiana, ci sono già 200 pietre tombali nell’area di Sleshmantak e i cristiani hanno pagato dai 6 ai 10 euro per ogni tomba (l’ha riferito “AsiaNews”).

Dopo le proteste della comunità indù, che considera sacra l'intera foresta, le autorità hanno proibito il 29 dicembre scorso le inumazioni a Sleshmantak e l'ente che gestisce il tempio - il Pashupati Area Development Trust (PADT) - ha cominciato a distuggere le prime tombe. In seguito alla protesta da parte delle minoranze religiose, fra cui il "Christian Advisory Committee for the New Constitution" (CACNC), il ministero della Cultura e degli Affari federali sembrava disposto ad autorizzare nuovamente le sepolture, ma poi è stato costretto a cambiare idea sulla scia delle reazioni dei gruppi indù radicali.

La crisi si è aggravata quando la polizia ha bloccato il funerale di un giovane membro della minoranza etnica Kiranti-Rai, che da lunghissimo tempo seppellisce i propri defunti nella foresta di Sleshmantak. In seguito alle manifestazioni di protesta dei Kiranti, il governo ha autorizzato nuovamente il 2 febbraio la sepoltura di Kiranti nella foresta ed ha annunciato la creazione di una commissione che dovrà risolvere la delicata questione delle sepolture dei defunti non indù. A sua volta, la United Christian Alliance of Nepal (UCAN) - un organismo ecumenico che raggruppa dieci denominazioni cristiane, fra le quali la Chiesa cattolica - ha pubblicato il 5 febbraio una dichiarazione chiedendo al nuovo governo di dedicare "tutta la sua attenzione alle comunità cristiane e alle persone che reclamano il diritto di poter seppellire i loro morti", sempre secondo l'EDA. In attesa di una soluzione, i cattolici di Kathmandu hanno cominciato già circa un anno fa a praticare a loro volta la cremazione. "Per risolvere questa situazione noi cattolici abbiamo iniziato a cremare i morti, mettendo una lapide commemorativa sulle pareti delle chiese", aveva annunciato il parroco della cattedrale dell’Assunzione di Kathmandu, padre George Karapurackal (“AsiaNews”, 22 febbraio 2010). Questa soluzione provvisoria comporta però nuove forme di discriminazione, come ha ricordato mons. Sharma, perché sulle piattaforme sulle quali avvengono le cremazioni si fa una distinzione fra le caste e i cristiani sono trattati come persone di bassa casta.  Nel 2009 i cristiani protestanti hanno segnalato un incremento dell’attività dell’estremismo indù, lamentando continui casi di estorsione, minacce e violenze, coincise con gli attentati compiuti a danno della comunità cattolica. Oltre alle violenze, denunciano soprattutto una loro estromissione dalla vita sociale del Paese e restrizioni alle loro attività religiose.

Riferisce “Aiuto alla Chiesa che soffre” che Narayan Sharma, leader della chiesa protestante, afferma che fino a tre anni fa in Nepal c’era l’unica monarchia indù del mondo, dove i cristiani vivevano una discriminazione da parte dello Stato, erano ostracizzati dalla società e imprigionati se trovati in preghiera. “Ufficialmente – dice Sharma – il Paese è cambiato nel 2007, con il passaggio ad un regime democratico secolare: ma tre anni dopo, tutto era rimasto come prima. Tempo fa la nostra comunità ha comprato un pezzo di terra in una foresta, nel distretto di Gorkha (Nepal Occidentale) per avere un cimitero, ma quando la comunità locale ne è venuta a conoscenza, ci ha chiesto di restituire la terra, dicendoci che non volevano cadaveri tra loro perché attiravano gli spiriti maligni”.

Sharma afferma che per i cristiani l’unico modo di seppellire i morti è farlo vicino alle loro abitazioni e che per i cristiani è anche difficile costruire e mantenere i propri luoghi di culto: “Le chiese non possono essere registrate: di conseguenza non godono dell’assistenza dello Stato come i templi indù o le moschee islamiche. I templi hanno a disposizione tutta le terra che vogliono, hanno elettricità e acqua, anche le madrasse islamiche ricevono fondi dallo Stato e il governo fornisce sussidi per il pellegrinaggio annuale a la Mecca”.

I cristiani lamentano anche l’inadeguata rappresentanza all’interno delle Istituzioni politiche. Tra i 601 membri dell’Assemblea costituente non vi sono cristiani, anche se il governo ha il potere di nominare almeno un delegato per le minoranze prive di rappresentanza politica. “Nonostante i cristiani siano in Nepal da oltre 350 anni – afferma Sharma – sono come orfani. Non c’è nessuno che possa parlare per noi, e siamo discriminati oltre ogni immaginazione”.
Con la proclamazione dello Stato secolare si assiste ad un aumento delle violenze estremistiche indù anche contro la comunità islamica. Violenze, attentati e minacce si sono intensificate con le elezioni del 10 aprile 2008, proseguite anche nei mesi successivi.

Il 26 aprile 2008, a Birantnagar, il Nepal Defence Army (Nda) fa scoppiare una bomba nei pressi della locale moschea durante la preghiera del sabato sera. L’ordigno uccide due persone e ne ferisce altre due. Il 4 ottobre 2008 uno sconosciuto fa esplodere un potente ordigno davanti alla moschea di Morang, ferendo quattro persone.

Nel 2009 i musulmani hanno chiesto al governo maggiore sicurezza e la possibilità di avere spazio nella scrittura della nuova Costituzione. Essi sostengono la necessità di riconoscere una identità “separata” alla comunità islamica del Paese, in maggioranza nella regione meridionale del Terai, compresa l’applicazione della sharia.

Nel 2008 l’avvento al potere dei maoisti fa segnare in Nepal una diminuzione della storica influenza del governo indiano – da sempre punto d’appoggio per i tibetani - in favore di un avvicinamento del Paese al partito comunista cinese. Le restrizioni hanno inizio già nel marzo 2008, quando il governo maoista assicura a Pechino la volontà di impedire qualsiasi manifestazione anticinese per l’anniversario dell’invasione del Tibet (10 marzo 1959). In quei giorni, migliaia di tibetani scendono per le strade. La polizia arresta oltre 130 persone, picchiando e imprigionando anche chi manifesta in modo pacifico, suscitando la decisa protesta dei funzionari delle Nazioni Unite, di stanza nella capitale. La stessa scena si ripete nel 2009, con arresti e pestaggi arbitrari, mentre sul confine vengono arrestati oltre 140 tibetani che tentavano di passare nascostamente oltre confine.

A tutt’oggi, gli oltre 20mila profughi tibetani, da decenni in esilio in Nepal, lamentano l’incremento di discriminazioni e restrizioni anche nella vita quotidiana, inclusa l’interferenza della polizia nelle celebrazioni religiose, con conseguenti violenze e minacce. Le restrizioni coinvolgono anche le autorità locali che consentono lo svolgersi delle celebrazioni solo in luoghi privati e non in pubblico.

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