venerdì 11 maggio 2012


Violenza sulle ragazzine bianche E si apre la «questione asiatica», di Fabio Cavalera, 11 Maggio 2012, Corriere della Sera

Come è possibile? Già, come è possibile che una ragazzina di quindici anni un bel giorno si presenti davanti a un poliziotto e a un assistente sociale e racconti una storia di orrore ma nessuno muova un dito per acciuffare gli squallidi suo approfittatori? «Mi hanno stuprata, venduta, costretto a fare sesso con uomini di tutte le età». Non è nemmeno l’unica a svelare, tanto tempo fa, che c’è una gang di pachistani con passaporto britannico che aggancia le ragazzine minorenni, le circuisce, poi le costringe a prostituirsi, le droga e le consegna ai pedofili di Manchester, di Liverpool, del Lancashire e del West Yorkshire. C’è, ad esempio, Emma Jackson, adesso maggiorenne, che spiega che cosa combinano quei nove orchi, taxisti e commercianti asiatici, capi dell’odioso network. «Mi hanno agganciata due ragazzi eleganti in un centro commerciale. Mi hanno riempita di attenzioni per un po’, poi mi sono saltati addosso e da allora mi hanno costretto a stare con chiunque». E c’è pure la testimonianza di una quattordicenne che è dovuta soccombere con 25 bestie. Lo sapeva la polizia. Lo sapevano i servizi sociali che 631 bambine e ragazzine fra i 12 e i 16 anni, «bianche e figlie della working class», dal 2008 a oggi sono state carne da macello per quella banda di pachistani. Eppure non hanno mosso un dito. «Vergogna nazionale» hanno titolato i giornali. L’omertà ha vinto. Che sia stato per complicità? O per che cosa d’altro? Si scopre nel corso del processo a Liverpool che è persino peggio di quello che si può immaginare. Hanno taciuto le istituzioni in ossequio al principio del «politicamente corretto», ossia in base alla presunzione che andare a ficcare il naso fra gli asiatici, specie i pachistani, trapiantati in Gran Bretagna, cittadini britannici, fosse pericoloso, che alterasse gli equilibri etnici, che venisse bollato con l’etichetta di «razzismo». E hanno lasciato che il mercato dei pedofili proliferasse, che 631 bambine e ragazzine finissero sfruttate e violate, due morte. E ora, davvero, la destra estrema soffia sul fuoco perché sull’onda dell’indignazione vuole trasformare il caso in vendetta. Così, il processo di Liverpool e la storia dei nove aguzzini riportano sotto riflettori la «questione asiatica». Persino il quotidiano progressista Independent non ha altro modo di definirla: è il conflitto di valori fra le comunità straniere, un conflitto latente e irrisolto. Ci si interroga: è razzismo chiamare le cose con loro nome? E’ razzismo scrivere che in certi angoli dell’immigrazione resta consolidata una diversa cultura della vita? E’ razzismo arrestare gli orchi? Nell’ultima udienza il pubblico accusatore, Nazir Afzal un musulmano anche lui di origini pakistane, l’ha ammesso: «Il bagaglio culturale importato dagli imputati ha giocato un ruolo centrale, per loro la donna è un essere inferiore». Prima, uno dei condannati, Mohamed Amin, si era lasciato scappare: «Da noi in Pakistan, ci si sposa a 13 o 14 anni, che male c’è avere rapporti con le ragazzine minorenni?». Il silenzio ha normalizzato le crudeltà. Gli archivi della polizia sono pieni di denunce. I centri di assistenza sociale anche. Però, dei sedicimila assalti sessuali consumati nel 2011 nei confronti di minorenni, rivela il Guardian, solo 4 mila hanno avuto una ricaduta processuale. Perché? Carnefici e vittime appartengono a gruppi diversi: bianchi, neri, asiatici. Non c’è un timbro speciale che definisce l’autore della violenza. Il fatto è che si afferma la «cultura della cautela», si nascondono i reati compiuti da chi appartiene a una certa etnia per la paura di ricadere nello stereotipo politico sbagliato. Si confondono la giustizia e la verità col razzismo. La questione asiatica è, sì, una «vergogna nazionale». Ma non a causa di quei nove orchi pachistani. Lo è a causa della polizia e dei servizi sociali inglesi che hanno taciuto. Il crimine del silenzio.

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