giovedì 16 dicembre 2010

La lettera - A «scuola» da Marco: immobile nel letto è riuscito a cambiarci di Luciano Bratti – Avvenire, 16 dicembre 2010

Convivo da venti anni con un figlio in stato vegetativo, in seguito ad un incidente stradale, e con una moglie che qualche anno dopo è stata colpita da una malattia grave, la sclerosi laterale primaria (non è la Sla, ma porta ad altrettanto gravi menomazioni in tempi più lunghi). In una delle storie raccontate da Avvenire una mamma si esprimeva nei confronti del familiare che accudiva definendolo un «angelo». Anch’io dico lo stesso di mio figlio, aggiungendo, come cristiano, che ce l’ha mandato Dio: con gli anni mi pare di capire che non è un angelo passivo, solo perché sopporta il peso dell’infermità non chiedendo nulla, ma un angelo attivo, compartecipe della vita di famiglia e della società.

Cerco di spiegarmi: da vent’anni ci sono persone – assistenti sanitarie, scout, giovani e adulti – che in vari modi lo aiutano e ci aiutano per la toilette, la ginnastica, la stimolazione, il passeggio. Ebbene queste persone ricevono da Marco un’educazione a diventare più mature, un aiuto nelle difficoltà della vita, anche il dono di una serenità d’animo.


I giovani che sono cresciuti con lui ora hanno famiglie solide e impegnate nel sociale. Questo mi conferma che la sua non è una vita inutile, anzi! Vivere con lui mi ha aperto il cuore: porto ancora i miei difetti di indole e di natura, ma riesco a vedere anche un po’ più in là i bisogni degli altri. Ovviamente soffro: anche se il tempo è un buon medico, il mio vivere non è facile. L’«insulto», come viene chiamato in medicina, che ha subito Marco lo abbiamo subito anche noi familiari. E il dolore nel guardarlo e nel pensarlo non si spegne mai. Però vivo serenamente, fiducioso nella provvidenza di Dio, che custodisce le sue creature. Non ci siamo mai posti una scelta per la cura di Marco, dopo quasi un anno di ospedali, ce l’hanno restituito e non abbiamo mai cercato di mandarlo altrove. Penso che chi è costretto a fare una scelta diversa da noi debba soffrire ancor di più e pertanto va rispettato allo stesso modo che andiamo rispettati noi che teniamo in casa un disabile.
La nostra scelta è stata spontanea, probabilmente per la fede che abbiamo ricevuto e perché non siamo mai stati lasciati soli: tanti ci hanno dimostrato solidarietà, nei modi più svariati; immagino che quando famiglie che subiscono grossi traumi hanno il conforto della solidarietà, non crollano. Questo dovrebbe essere un messaggio da far avere a chi si occupa di informazione, oltre a rimarcare che le persone handicappate sono una ricchezza per la società per il loro valore educativo. Senza il dolore il mondo sarebbe ancora più cattivo. Abbiamo visto cosa ha prodotto il culto della razza, dell’eccellere sopra gli altri, del valorizzare solo chi è più forte.

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