martedì 8 marzo 2011

Down, l'«imperfezione» è un valore umano di Danilo Quinto, 08-03-2011, da http://www.labussolaquotidiana.it

«E’ una vergogna. Uno scandalo. Una cosa impensabile nella nostra società». Si dice questo quando accadono – sempre più spesso – episodi d’intolleranza nei confronti del bambini down o quando, com’è avvenuto di recente, un gruppo, sembra di oltre ottocento membri, ha organizzato un sito internet dal titolo "Deridiamo i bambini Down". Nel testo della presentazione, frasi del tipo “Come liberarci di queste creature in maniera civile? Ebbene sì signori... io ho trovato la soluzione: essa consiste nell'usare questi esseri come bersagli, mobili o fissi, nei poligoni di tiro al bersaglio. Una soluzione facile e divertente per liberarci di queste immonde creature".

Davvero possiamo meravigliarci che queste cose accadano? Siamo proprio sicuri che cose di questo genere, invece di essere propagandate ed etichettate come inammissibili, indegne, incivili, incredibili – e chi più ne ha più ne metta – non rappresentino che dei segni del mutamento antropologico in cui viviamo? Di che cosa ci indigniamo, allora? Di episodi da codice penale o di come tutti noi - il genere umano, nel suo complesso – è mutato, dominato com’è da quel relativismo etico, che impedisce di distinguere il bene dal male? Siamo davvero così schizofrenici, che non riusciamo a guardare, con gli occhi della ragione, la realtà che abbiamo dinnanzi?

Due anni fa, in Gran Bretagna, due genitori, entrambi medici, decisero di dare alla loro bambina, affetta da sindrome down, un nuovo volto, sottoponendola ad una serie di interventi di blefaroplastica. Spiegò la madre: “E’ mia figlia a doversi adattare alla società, non il contrario”. Il bisogno – meglio, il desiderio - espresso era chiaro: rendere “normale” la loro bambina e renderle possibile una vita sociale.

Questo è il livello al quale ci siamo ridotti, questa è la logica – brutale, barbara – della nostra cosiddetta civiltà. Questa è la vera indignazione che dovrebbe scuoterci tutti. Pensiamo a quali sono le conseguenze di questo modo di pensare: sei al mondo perché devi avere una funzione sociale, quella decretata dai modelli che esistono e che impongono la tua utilità per la società, alla quale devi anche piacere per essere accettato, per essere rispettato, per avere una tua dignità. Altrimenti sei considerato un peso. Puoi essere accantonato e disprezzato, magari selezionato preventivamente e gettato via. La scienza – o una sua parte – in questo aiuta e tende a rimediare quel che ha creato Dio o a sostituirsi a Dio, in alcuni casi. Pensiamo a quel che avviene con l’abuso dello strumento della diagnosi prenatale, ad esempio.

Nell’ottobre del 2009, il British Medical Journal pubblicò un articolo nel quale si documentava come nell’arco di vent’anni in Inghilterra e Galles fossero leggermente diminuite (meno 1%) le nascite di bambini con sindrome down, mentre l’aumento dell’età materna ne faceva prevedere un incremento significativo (più 48%). “Il numero di diagnosi di sindrome di Down è cresciuto del 71% (da 1075 nel 1989/90 a 1843 nel 2007/2008) – sosteneva la ricerca - mentre i nati vivi sono diminuiti dell’1 per cento (da 755 a 743), a causa degli screening prenatali e delle conseguenti interruzioni di gravidanza. In assenza di screening prenatali e conseguenti aborti, il numero di nascite di persone con sindrome di Down sarebbe cresciuto del 48 per cento a causa della scelta dei genitori di far famiglia più tardi”. Analoghe indagini, condotte in molti Paesi, compresa l’Italia, dimostrano che la diagnosi prenatale è divenuta strumento conforme ad una “mentalità — a torto ritenuta coerente con le esigenze della «terapeuticità» — che accoglie la vita solo a certe condizioni e che rifiuta il limite, l’handicap, l’infermità”, come sostiene Giovanni Paolo II nell’”Evangelium Vitae”.

In Europa, i bambini affetti da sindrome down sono stimati in 300mila. Attualmente, in Italia un bambino su 1.200 nasce con questa condizione: circa 38.000 persone, di cui il 61% ha più di 25 anni. Una piccola minoranza imperfetta, ormai. Che forse ci dà fastidio o ci fa paura, abituati come siamo ad ammirare ed osannare solo quel che ai nostri occhi appare bello e perfetto e a non comprendere più – fino a volerla sopprimere “ab initio” - quanto sia importante l’imperfezione, che fa parte della natura umana. Questa è l’eugenetica del terzo millennio, non molto diversa, per finalità ed obiettivi, da quella che nacque negli Stati Uniti prima della seconda guerra mondiale, da quella nazista o da quella della Svezia socialdemocratica.

Quando ci organizziamo per garantire che i bambini, per nascere, debbano essere sottoposti al vaglio dell’accettazione preventiva, debbano essere in qualche modo certificati, come la merce che si vende, timbrati, come la carne, operiamo o no all’interno di un orizzonte che accetta solo quel che sia “perfetto”? Il rifiuto dell’anomalia, della diversità, non è, forse, da un lato rifiuto della vita – così come questa ci è stata donata – e dall’altro ricerca pervicace della perfezione e quindi eugenismo?
Il crinale che questa nostra modernità sembra abbia scelto può essere superato solo restituendo dignità al mistero della vita.

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