giovedì 3 marzo 2011

Il Catechismo? Difende il malato - Citato spesso in modo parziale, il testo che raccoglie il magistero della Chiesa rigetta ogni forma di accanimento terapeutico ma anche le procedure che «vogliono procurare la morte» - argomenti - di Michele Aramini, Avvenire, 3 marzo 2011

Nel progetto di legge sulle direttive anticipate di trattamento, anche il presidente della Camera, Gianfranco Fini, si è espresso con un riferimento al Catechismo della Chiesa cattolica. Il presidente di Montecitorio ha detto di ritrovarsi al cento per cento nelle poche righe seguenti: «L’interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima. In tal caso si ha la rinuncia all’accanimento terapeutico. Non si vuole procurare la morte: si accetta di non poterla impedire. Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza o la capacità, o, altrimenti, da coloro che ne hanno legalmente il diritto rispettando sempre la ragionevole volontà e gli interessi legittimi del paziente». Si tratta della citazione completa del numero 2278 del Catechismo. Bisogna ringraziare Fini dell’attenzione posta alla dottrina cattolica, la quale come ognuno può vedere è lontanissima dal sostenere posizioni insensate di accanimento terapeutico. Al contrario, proprio perché è una dottrina piena di umanità ed è attenta alla realtà complessiva della persona umana che sta per morire, sa che viene il momento in cui il decorso della malattia diventa inarrestabile e diventa sbagliato affliggere il paziente con cure inefficaci. Possiamo perciò dire che esiste un accordo generalizzato sul rifiuto dell’accanimento terapeutico.


Occorre però precisare che la sospensione delle terapie mediche quando esse si rivelino inutili o dannose non significa dismissione della cura per il paziente in condizione terminale o in stato vegetativo persistente. L’esperienza secolare e i grandi medici di oggi ormai ci hanno insegnato che non sempre si può guarire, ma sempre si può curare. La dimenticanza di questa distinzione è fonte di grande confusione. L’ambito più tipico in cui si rivela la confusione è quello relativo al ruolo dell’idratazione e dell’alimentazione in quei pazienti che non sono in grado di assumerle autonomamente. Secondo alcuni, il rifiuto delle terapie ormai inutili dovrebbe comprendere anche la rinuncia a ogni tipo di cura e a ogni sostegno vitale di acqua e cibo. Ma come è facile comprendere, in tal modo si realizzerebbe non tanto una cessazione delle terapie inutili ma una messa a morte della persona malata.

Si tratta di un esito disumano che in nessun modo può avere a che fare con la dottrina cattolica e con la corretta interpretazione del Catechismo.


Le ricorrenti citazioni che del Catechismo vengono fatte appaiono, nel migliore dei casi, parziali. Più spesso sono strumentali e sono intese a far apparire oscurantista la legge sulle «Dat», anche dal punto di vista della dottrina cattolica. Si tratta di un’operazione che può catturare solo gli sprovveduti, perché è lampante che la Chiesa non ha solo il chiaro rifiuto dell’accanimento terapeutico, ma con la stessa forza afferma l’interesse e il diritto della persona a vivere fino al termine naturale della propria esistenza. Questo implica il rifiuto della eutanasia che pone alla vita un termine artificiale e fa morire una persona prima che la vita sia giunta al suo termine naturale. Per questa ragione si devono apprezzare, nella legge, quelle norme che vietano i comportamenti che hanno carattere eutanasico. Tali norme, sempre perfettibili, non realizzano un’indebita interferenza nella libertà personale, ma rafforzano il giusto principio giuridico dell’indisponibilità della vita, cardine del nostro ordinamento. 

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