venerdì 8 febbraio 2013


60 ANNI DEL DNA/2 - Il tuo destino con pochi euro - 7 febbraio 2013 - http://www.avvenire.it

«Ci vorranno anni o al massimo lustri – non decenni –  perché le preziose informazioni contenute nel Dna vengano decodificate e, una volta trasferite nella pratica clinica, possano corazzare il nostro organismo contro l’attacco di virus e tumori. Il traguardo non è raggiungibile oggi; troppo lavoro di rigorosa ricerca resta da fare: si sa ancora poco  del funzionamento dei geni, anche se è promettente  la conoscenza raccolta finora». 

Questo pronostico apre i cuori  alla speranza perché conferma la validità della medicina genetica ma mette in guardia  contro annunci illusori da qualche tempo in circolazione. A formularlo è Bruno Dallapiccola, genetista tra i più autorevoli a livello internazionale, professore alla "Sapienza", direttore scientifico dell’Istituto Mendel e dell’Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma, il quale – quando deve rilasciare una previsione – sceglie sempre la più severa, quella eticamente più responsabile; vuole essere certo che non danneggi chi verrà dopo. E pensa che oggi la corsa a chiedere l’analisi del proprio genoma sia in parte una moda prematura che può rivelarsi deleteria.

Professor Dallapiccola, il genoma a buon mercato, ormai definito "genoma democratico",  provocherà un imponente aumento della domanda di test? 
«Non ci sono dubbi. È possibile decriptare il Dna a costi sempre più bassi; per un’analisi del genoma occorrevano cento milioni di dollari una decina di anni fa; oggi bastano 800 dollari (600 euro); nei prossimi cinque anni si scenderà a poche centinaia di euro. Vengono "tagliati" anche i tempi: servivano interi anni di lavoro nel 2000, servono pochi giorni oggi,  basterà qualche ora domani. Tutto ciò indurrà milioni di persone ad affollare gli studi di analisi genetica».

Ma dietro l’economicità e la "comodità" di queste analisi si nasconde una questione ben più seria. Sono utili? La storia della doppia elica insegna che occorre estrema prudenza nei pronostici.
«A giugno dell’anno 2000, quando fu annunciato il "sequenziamento" del Genoma Umano, che consiste nell’accertare come sono disposte le "lettere" del codice genetico, molti ritennero imminente il definitivo trionfo della scienza e la sconfitta delle malattie. Io obiettai che, per raggiungere un tale traguardo, dovevano passare almeno venti anni, se non addirittura cinquanta. Tutto questo tempo occorreva per riuscire a capire come i geni interagiscono fra loro, come ci modificano nel tempo a partire dal concepimento, e quale azione esercita l’ambiente. Sono esattamente le cose che  vorremmo sapere oggi, prima del massiccio afflusso ai centri di analisi genetica. Non credo di essere stato un chiromante che improvvisava predizioni a casaccio». 

Professore, è possibile che i cinquanta o venti anni necessari  nel 2000 si riducano ora a meno di un lustro? È diventato così breve il tempo che deve passare prima che l’umanità veda i frutti della scienza genetica?
«Quanto ci promette la scienza va visto anche alla luce della intensa  accelerazione della tecnologia. Questa può accorciare anche di molto la distanza tra le scoperte e la loro applicazione. Ma ciò non significa che la carta del genoma possa essere giocata con disinvoltura».

Che cosa manca perchè il Dna possa rivelare correttamente le predisposizioni a contrarre questa o quella malattia (che poi non bastano a segnare il destino di nessuno)?
«Premessa: è fondamentale disporre della sequenza che nasce dalla doppia elica e contiene il messaggio che riceviamo, in parti uguali, dai nostri genitori al momento del concepimento. Ma fino a quando non conosciamo tutto quello che c’è fra questa sequenza  e il fenotipo, cioè il nostro stato di salute o di malattia, non risolveremo nulla. Abbiamo capito questo, perciò siamo certi di trovarci sulla strada giusta. Negli ultimi anni è emerso un concetto potente che ci aiuterà ad accrescere più rapidamente la conoscenza dei geni: la "medicina di sistema". All’Ospedale Bambino Gesù di Roma la stiamo applicando alla pediatria».

Può spiegare il concetto?
«Non dobbiamo analizzare il bambino  soltanto da un determinato  punto di vista specialistico. Dobbiamo guardare al piccolo paziente con un approccio olistico tenendo conto di tutti i fattori, dall’eredità genetica all’incidenza dell’ambiente. Questa è una visione moderna, questa la filosofia da seguire».

A quali altre anticipatrici linee di ricerca si sta lavorando per indurre la genetica a fornire prove, concrete e folgoranti, di ciò che è in grado di fare?
«Dalle ricerche più recenti scaturisce un’altra robusta intuizione. Il nostro Dna si presenta uguale in tutte le cellule ma queste possono avere porzioni di Dna attive o non attive. I genetisti hanno scoperto che, nei diversi tessuti, e nei diversi momenti della vita (dallo sviluppo embrionario al bambino, dall’adulto all’anziano) ci sono geni che si accendono e geni che si spengono. Spesso il neonato nasconde geni "silenziati" che si attiveranno nella persona adulta o anziana. Ecco perché certe malattie si manifestano esclusivamente nelle persone in là con gli anni. Funziona un sofisticato sistema di regolazione del genoma. È stato appena pubblicato il basilare studio "Encode" che ha analizzato una serie enorme di sequenze del Dna finora da alcuni considerate "inutili"». 

I cosiddetti "geni spazzatura"?
«In realtà nessuno era autorizzato a pensare che il Dna ospitasse geni "da buttare": se l’evoluzione, attraverso milioni di anni, ha selezionato queste sequenze, è arbitrario considerarle superflue. Avevamo un sospetto ma si è definitivamente dissolto grazie a "Encode"».

Di che cosa si tratta, allora?
«Di raffinatissimi sistemi – una piccola parte del genoma – che hanno bisogno di una grande struttura centrale per regolare e mettere in funzione i geni». 

Quanto conta l’influenza dell’ambiente? Certo non sono soltanto i geni a decidere il nostro futuro. 
«Abbiamo sempre guardato agli aspetti più appariscenti del fattore-ambiente, l’abbiamo confinato nello stile di vita, nell’alimentazione, nell’uso dei farmaci e via dicendo. In realtà è un mondo molto più complesso, assolutamente nuovo. Stiamo parlando di oltre tre miliardi di batteri, appartenenti a centocinquanta "famiglie", che hanno una funzione essenziale nel regolare il nostro genoma. Nell’intestino del neonato, poche ore dopo la nascita, crescono microrganismi che hanno un ruolo decisivo nella maturazione del sistema immunitario. Per esplorare e illuminare questo universo nascosto, ci vorrà probabilmente più tempo di quanto qualcuno lascia credere. Con buona pace dei deterministi, ogni persona è il risultato non solo del proprio Dna ma anche dell’interazione tra il Dna e l’ambiente. Dobbiamo arrivare a una precisa mappatura di una serie di intermedi dinamici (dai geni trascritti agli interruttori dei nostri geni), altrimenti la sola conoscenza del genoma avrà un impatto limitato sul nostro reale stato di salute».

Il "genoma a buon mercato" rappresenterà una tremenda sfida per la sanità pubblica. Ma il test può permettere un’efficace prevenzione? E come evitare la disperazione di chi scopre di avere i geni contro?
«In pratica, per raggiungere l’obiettivo pieno della medicina personalizzata sarà necessario adottare un approccio di medicina "di sistema", che oggi è agli inizi – come abbiamo visto – e non è ancora praticabile. Si tratta tuttavia di un obiettivo potenzialmente raggiungibile nei prossimi lustri. Viene avanti un futuro carico di mutamenti, al quale dobbiamo prepararci. Gli aspetti critici (etici, economici e sociali) sono molti e tutti fortemente impegnativi. Fra l’altro, sarà necessario formare una nuova classe di medici. A loro, più che agli attuali genetisti, spetterà il compito di gestire la mole di informazioni prodotte dalla tecnoscienza. Ce n’è di lavoro da fare. Ho un aneddoto da raccontare, in proposito. Negli anni Sessanta, da studente di medicina all’Università di Ferrara, avevo avuto la fortuna di potermi accostare all’analisi cromosomica; già nel secondo anno l’allora direttore della clinica medica, Angelo Baserga, mi introdusse allo studio dei cromosomi. Frequentavo con passione i laboratori e pubblicavo lavori su riviste internazionali. Ma, al momento della tesi, il professore mi si avvicina e con un viso molto rattristato mi fa: "Peccato, ragazzo mio, che tu ti laurei proprio ora che la genetica ha già detto tutto ciò che aveva da dire". Poco dopo, la doppia elica avrebbe registrato il suo "boom"».

Luigi Dell’Aglio

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