sabato 9 febbraio 2013


La famiglia artificiale. Intervista di Avvenire al sociologo Pierpaolo Donati secondo cui esiste un «genoma» familiare oggi messo a rischio nelle unioni diverse che si cerca di legittimare a livello culturale - Avvenire, 9 febbraio 2013

« La società contemporanea ritiene che il moltiplicarsi delle forme di famiglia sia un aumento di libertà per gli individui e quindi un progresso, invece è un regresso culturale. Un’illusione che non ha alcun riscontro scientifico. Un’illusione collettiva alimentata dall’ideologia e dai media che inseguono un mito di società felice che è in realtà un grande inganno ». Come è sua abitudine Pierpaolo Donati pesa con attenzione le parole. Già presidente dell’Associazione italiana di sociologia, docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università di Bologna, sui temi relativi alle dinamiche sociali legate alla famiglia ha condotto numerosi studi. Il suo ultimo libro La famiglia. Il genoma che fa vivere la società (Rubbettino, pp. 248, euro 12), dal 13 febbraio in libreria, è una rigorosa analisi su quanto la ricerca nel campo delle scienze sociali ha prodotto a livello mondiale sul tema della famiglia, delle nuove famiglie e delle coppie omosessuali. Ciò che ne emerge è qualcosa di più di una verità in controtendenza. 
Lei parte dal presupposto che non c’è stata alcuna società che abbia abolito la famiglia e sia sopravvissuta. 
«È un fatto che ci abbiano provato in tanti senza riuscirci, poiché la famiglia intesa in senso naturale è il contesto più logico per far nascere e crescere i valori essenziali alla base di ogni società che si proponga di durare nel tempo. Il libro mostra le ragioni scientifiche per cui questa concezione di famiglia, la famiglia naturale, resta la migliore». 
Oggi il nome di famiglia viene assegnato a realtà molto diverse fra loro. 
«Si vuole rendere indifferente il concetto di famiglia e il codice simbolico che la caratterizza.
Convivenze, unioni di fatto, coppie gay, aggregazioni opportunistiche… si suppone che siano tutte forme equivalenti, come quando si dice che una coppia omosessuale possa essere anche più capace di cure nei confronti dei bambini rispetto a una coppia etero. Insomma, non c’è più la famiglia, ma le famiglie. Ma dal punto di vista scientifico queste affermazioni sono errate, perché una simile pluralità di forme familiari, per esempio, genera una società più discriminante». 
Cosa vuol dire più discriminante? 
«Significa che nel futuro la forma di famiglia sarà sempre più determinante agli effetti del benessere e della felicità delle persone in quanto è scientificamente dimostrato che le forme familiari non sono equivalenti, ma incidono in modo diverso sulla salute, l’istruzione, il lavoro e in generale sulle possibilità di vita delle persone». 
E questo perché? 
«Perché le varie forme familiari hanno un potenziale di umanizzazione in proporzione alla capacità di essere autentiche relazioni di reciprocità fra i sessi e fra le generazioni. I media non ne parlano, ma esistono decine di studi (fra i più recenti: Mark Regnerus, Università del Texas, su 
Social science research) che dimostrano che c’è enorme diversità fra i bimbi cresciuti da coppie omosessuali e quelli cresciuti in coppie etero, come ce ne sono fra bimbi nati in una famiglia eterosessuale stabile e quelli nati da matrimoni instabili, da coppie di fatto, da separati e via dicendo». 
Riguardo ai figli delle coppie gay ci sono dati precisi? 
«Da indagini effettuate su alcune migliaia di adulti cresciuti in coppie omosessuali in Paesi dove queste sono realtà assodate, risultano dati molto negativi: hanno una percentuale tre volte superiore di propensione al suicidio; una propensione tre volte superiore di tradimento del partner; una percentuale cinque volte superiore di disoccupati; ricorrono tre volte di più a terapie psicologiche ». 
Tutto documentato? 
«Non solo è documentato, ma è il frutto di indagini condotte su campioni vasti e da ricercatori che sono partiti dall’intento di dimostrare l’omogeneità fra le varie forme di famiglia, ma che si sono trovati con risultati di segno opposto. Insomma, non è un giudizio morale ma una presa d’atto».
C’è un nesso fra la crisi della famiglia e la crisi della società? 
«Diciamo che l’annullamento di quello che definisco il genoma della famiglia coincide con l’ingresso nella famiglia delle logiche di mercato.
Per cui ci si aggrega in funzione della maggiore convenienza o del maggior piacere sessuale. Questo conduce a ciò che Tocqueville definiva una società individualista, in cui viene meno la coscienza sociale, la responsabilità verso il bene comune e dove il sistema politico o quello economico possono agevolmente dominare sulla massa degli individui privatizzati». 
C’è un nesso anche fra la crisi della famiglia e quella della politica? 
«Da una ricerca pubblicata a maggio, Famiglia risorsa della società (il Mulino) è emerso che le forme più deboli di famiglia (non sposati, un solo genitore, divorziati, senza figli…) sono quelle che si interessano meno al bene comune e che la famiglia normocostituita ha più interesse ai problemi sociali, li affronta in modo più equilibrato, ha più funzioni sociali ed è più utile alla società. Le famiglie più deboli sono inoltre quelle che hanno più bisogno di assistenza sociale e psicologica. Ne emerge che una società fatta di simili famiglie è più strumentalizzabile e manca del cemento capace di tenere in piedi la struttura». 
Stiamo tagliando le gambe al nostro futuro? 
«Nei fatti se si esce da un modello di famiglia naturale (fisiologica) costruita su dono, reciprocità, sessualità e generatività equamente presenti, interconnessi e in relazione l’uno con l’altro si genera una società costituita da forme diverse di famiglia (problematiche), che crea più difficoltà di quanto pensa di risolverne. Bisogna comprendere che sono la durata e la qualità della relazione nella coppia uomo-donna a generare futuro e ciò che conta non sono gli interessi o i piaceri ottenibili dall’aggregazione di due individui, ma la capacità di generare un bene relazionale secondo i quattro componenti sopra citati. Lo ha ricordato con efficacia il Papa nella Caritas in Veritate : l’amore non è solo un sentimento, ma una relazione». 

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