martedì 22 gennaio 2013


J'ACCUSE/ Il giurista: caro Battista, l'amore in famiglia è diverso da quello gay 
lunedì 21 gennaio 2013 - http://www.ilsussidiario.net

J'ACCUSE/ Il giurista: caro Battista, l'amore in famiglia è diverso da quello gay


Caro direttore, nel criticare “la logica dei «valori non negoziabili»” su il Corriere di venerdì, Pierluigi Battista propone di “scorporare” da essi alcuni temi etici, su cui invece raggiungere un compromesso, tra i quali vi sarebbe il “riconoscimento delle unioni di fatto, eterosessuali e soprattutto omosessuali”.

L’insegnamento della Chiesa cattolica è chiaro nell’escludere non soltanto l’equiparazione del regime delle convivenze a quello della famiglia, ma anche l’attribuzione alle prime di un riconoscimento legale. Si possono ricordare due documenti della Congregazione della Dottrina della fede presieduta dall’allora cardinale Ratzinger, la Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica e le Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali. Quest’ultime chiariscono che “in presenza del riconoscimento legale delle unioni omosessuali, oppure dell’equiparazione legale delle medesime al matrimonio con accesso ai diritti che sono propri di quest’ultimo, è doveroso opporsi in forma chiara e incisiva”.

Diversamente da quanto adombra Battista richiamandosi a presunte “guerre di religione”, la ragione di tale posizione, come ricordato nell’ultimo messaggio per la giornata mondiale della Pace, non è legata a verità di fede, bensì alla peculiare funzione che la famiglia svolge nella società: il matrimonio è fondamento della vita sociale e civile, secondo una concezione radicata nel tempo, che già Cicerone esprimeva con la locuzione principium urbis et quasi seminarium rei publicae. La famiglia costituisce il luogo privilegiato di sviluppo e benessere della persona nella sua irripetibile identità e, dunque, di crescita della stessa comunità, intesa come insieme di uomini.  Se la famiglia funziona crescono, come regola, cittadini consapevoli dei loro diritti e doveri, i quali non solo lavoreranno per pagare le pensioni degli anziani – con indubbi benefici per superare uno dei maggiori fattori della crisi dello Stato sociale italiano, il c.d. inverno demografico – ma svolgeranno tutte quelle funzioni necessarie perché la società prosegua la sua storia e una comunità continui a vivere.

Ciò giustifica la garanzia dei diritti della famiglia, che finisce per gravare in maniera significativa sulla collettività, con importanti deroghe al regime giuridico comune e, dunque, al principio di eguaglianza (si pensi alle esenzioni fiscali o alla pensione di reversibilità).  


La ragione di tali privilegi non va ricercata nell’affectio esistente nella coppia – che dovrebbe portare ad estendere gli stessi benefici anche ad altre formazioni caratterizzate da un intenso rapporto affettivo, come due sorelle che abbiano sempre convissuto – ma in quella che un autorevole studioso definiva funzione “sociale (anche se non pubblica) della famiglia”.  

Quando, nel dibattito pubblico, si affronta il tema del riconoscimento delle convivenze occorre rendersi conto, al di là di strumentali polemiche, che il problema non è quello della tutela dei diritti fondamentali dei conviventi o della protezione dei figli a prescindere dallo status coniugale dei genitori, quanto invece quello se sia giusto riconoscere i diritti di cui gode la famiglia (che, come detto, gravano sensibilmente sulla collettività) a convivenze che hanno invece una posizione diversa: quelle more uxorio per scelta dei conviventi che non assumono, in un quadro di stabilità, gli “oneri” e i doveri ai quali è connesso il riconoscimento dei diritti della famiglia; quelle omosessuali per evidenti ed obiettive ragioni, difficili a riconoscersi solo da parte di una società resa asfittica dal relativismo imperante. 

© Riproduzione Riservata. 

Nessun commento:

Posta un commento