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giovedì 19 giugno 2014

L'Onu condanna la Chiesa ma poi arruola organizzazioni pedofile di Tommaso Scandroglio, 19-06-2014, Il Rapporto Kinsey, http://www.lanuovabq.it/

Il Rapporto KinseyCi sono organismi delle Nazioni Unite che non smettono di accusare la Chiesa cattolica per i casi di pedofilia, ma altri organismi Onu avallano la pedofilia al punto da accettare al proprio interno organizzazioni dal chiaro profilo pedofilo. È il caso del Kinsey Institute - un istituto di ricerca su sesso, genere e riproduzione - che lo scorso 23 aprile è stato accreditato come organo consultivo dal Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite (ECOSOC). 

L’istituto prende il nome da Alfred Charles Kinsey, un entomologo che si è dato allo studio dei comportamenti sessuali e che pubblicò i famigerati Rapporti Kinsey. Come ha ricordato da queste colonne Roberto Marchesini (Kinsey, era un maniaco il guru della cultura gay) «l'aspetto più inquietante di questo personaggio riguarda gli esperimenti sessuali condotti su bambini. Nel paragrafo intitolato ‘L'orgasmo nei soggetti impuberi’ del primo Rapporto Kinsey descrive i comportamenti di centinaia di bambini da quattro mesi a quattordici anni vittime di pedofili. In alcuni casi, Kinsey e i suoi osservarono (filmando, contando il numero di ‘orgasmi’ e cronometrando gli intervalli tra un ‘orgasmo’ e l'altro) gli abusi di bambini ad opera di pedofili: ‘In 5 casi di soggetti impuberi le osservazioni furono proseguite per periodi di mesi o di anni[...]’; ci furono anche bambini sottoposti a queste torture per 24 ore di seguito: ‘Il massimo osservato fu di 26 parossismi in 24 ore, ed il rapporto indica che sarebbe stato possibile ottenere anche di più nello stesso periodo di tempo’».

Marchesini continua spiegando che «nel secondo Rapporto esiste un paragrafo intitolato ‘Contatti nell'età prepubere con maschi adulti’ nel quale vengono descritti rapporti sessuali tra bambine e uomini adulti, ovviamente alla presenza di Kinsey e colleghi. Le osservazioni condotte inducono Kinsey a sostenere che ‘Se la bambina non fosse condizionata dall’educazione, non è certo che approcci sessuali del genere di quelli determinatisi in questi episodi [contatti sessuali con maschi adulti], la turberebbero. È difficile capire per quale ragione una bambina, a meno che non sia condizionata dall’educazione, dovrebbe turbarsi quando le vengono toccati i genitali, oppure turbarsi vedendo i genitali di altre persone, o nell’avere contatti sessuali ancora più specifici. Quando i bambini vengono posti in guardia di continuo dai genitori e dagli insegnanti contro i contatti con gli adulti, e quando non ricevono alcuna spiegazione sulla natura esatta dei contatti proibiti, sono pronti a dare in manifestazioni isteriche non appena una qualsiasi persona adulta li avvicina, o si ferma a parlar loro per strada, o li carezza, o propone di fare qualcosa per loro, anche se quella persona può non avere alcuna intenzione sessuale. Alcuni tra i più esperti studiosi di problemi giovanili, sono addivenuti alla convinzione che le reazioni emotive dei genitori, dei poliziotti e di altri adulti i quali scoprono che il bambino ha avuto contatti, possono turbare il fanciullo più seriamente degli stessi contatti sessuali».

Paul Gebhard, collaboratore di Kinsey e futuro direttore dell’istituto, ha ammesso che «quando abbiamo intervistato i pedofili, eravamo sicuri che avrebbero continuato con i loro atti, ma non abbiamo fatto nulla». Mai sono stati denunciati i pedofili oggetto di studio da parte dell’equipe di Kinsey per il semplice motivo che, come aggiunge Genhard, «non avrebbe potuto esserci nessuna ricerca se li avessero arrestati». E così chiosa: «Si trattava di pratiche illegali e sapevamo che era illegale, ed è per questo che un sacco di gente è furiosa». Anzi John Bancroft, direttore dell’Istituto dal ’95 al 2004, non fece mistero nel dire che Kinsey assicurò «l'anonimato ai suoi informatori» ed evitò sempre «giudizi di valore sul loro comportamento».

Kinsey, favorevole ad ogni parafilia tra cui la bestialità, inoltre affermò che il 95% delle persone compie reati a sfondo sessuale e dunque dovrebbe essere rivisto il concetto di “normalità” e riviste le pene per tali crimini. Lui stesso testimoniò a favore di pedofili e i suoi studi favorirono una linea più morbida nell’irrogare pene per i delitti di natura pedofila negli States.

Il Kinsey Institute, che negli anni ha ricevuto grossi finanziamenti dalla Fondazione Rockefeller, ora sta diffondendo un programma di educazione – rectius: di iniziazione – sessuale chiamato SIECUS (Sexuality Information and Education Council of United States) rivolto a bambini e ragazzi, il quale insegna la masturbazione ai bambini di 5 anni e come avere i primi approcci sessuali. Il SIECUS è stato una delle fonti per la stesura del documento dell’ONU Sezione Europa «Standard per l'educazione sessuale in Europa» (leggi qui).

Ricordiamo inoltre che il Kinsey Institute assegna borse di studio in memoria di John Money, il famigerato psicologo che persuase i genitori di Bruce Reimer ad educarlo come una bambina con il risultato che un giorno Bruce – ormai chiamato da tutti Brenda - si tolse la vita per la disperazione.

Ora in America è partita una raccolta di firme promossa dal sito www.stopthekinseyinstitute.org per revocare o non rinnovare l'accredito al Kinsey Institute da parte dell’Onu, petizione rilanciata qui in Italia dal sito CitizenGO.org (clicca qui per firmare). Qualche precedente che possa far sperare in bene c'è: l’ILGA (International Lesbian, Gay, Bisexual, Trans And Intersex Association), la più potente associazione omosessuale al mondo, nel 1993 perse l’accreditamento presso l’ONU proprio a motivo di sospette contiguità con alcune realtà pedofile.

lunedì 16 giugno 2014

Pensiamo all'obiezione di coscienza verso lo Stato di Stefano Fontana, 16-06-2014, http://www.lanuovabq.it/

Toghe
La sentenza della Corte Costituzionale sulla fecondazione eterologa, e soprattutto le sue motivazioni, ci mettono davanti senza ormai nessuna scappatoia ad una situazione di epocale gravità per i cattolici italiani. Non so quanti ne siano consapevoli, ma la realtà si impone da sé.

Il dato sostanziale è che ormai l’attacco alla natura e alla natura umana è diventato istituzionale. Vale a dire che se ne occupano ormai le istituzioni dello Stato. Quel plesso teorico e pratico che solitamente chiamiamo ideologia del gender e che comprende lo stravolgimento della procreazione e dell’identità umana, della sessualità e della famiglia con il definitivo congedo dalla natura e da qualsiasi rimasuglio di legge morale naturale è fatta propria dalle istituzioni e procederà per dovere istituzionale.

Le scuole, le Asl e i comuni sono già collegati istituzionalmente tra loro in questo senso. La famiglia che iscrive il figlio alla scuola materna sa già che, per doveri istituzionali, a suo figlio sarà raccontata la storia dei due pinguini maschi che covavano un sasso a forma di uovo, da cui però non nasceva niente, e loro erano tristi; allora vanno a prendere un uovo vero togliendolo ad una coppia di pinguini etero, lo covano e il pinguino neonato è accolto tra gli affetti dei due genitori. 

La famiglia che iscriverà il bambino alla scuola elementare sa già in anticipo che educazione all’affettività e superamento degli stereotipi di genere gli saranno impartiti non solo nei corsi appositi, ma anche nelle materie curricolari: ci sono già i libri di testo, le rappresentazioni teatrali, i video e i film, già ampiamente adoperati nelle aule. 

Istituzionalizzazione vuol dire che la cosa è ormai entrata nella macchina della pubblica amministrazione. I dirigenti scolastici, che non hanno soldi, pur di mettere qualcosa di nuovo nel POF, accoglieranno le proposte del Comune in accordo con l’ASL o viceversa. A Trieste è entrato in aula un insegnante maschio con gonna e tacchi a spillo. Nelle classi girerà voce che Tizio ha una storia con Caio o che Clara è innamorata cotta di Orietta. Nei corridoi delle scuole ogni tanto si vede qualche bacio adolescenziale; ce ne saranno anche di omo e nessuno potrà eccepire niente. Poi appariranno i distributori di preservativi. In qualche Stato americano sono gli stessi insegnanti a distribuirli.

Perfino l’Ordine dei Giornalisti organizza eventi formativi per gli iscritti incentrati sul superamento degli stereotipi sessuali in ottemperanza alle Linee guida del Dipartimento per le pari opportunità, considerandole istituzionali. Anche la RAI in Italia è una “istituzione”, seppure in un senso molto particolare. La pubblicità della Findus ci ha fatto capire che anche qui saremo sommersi “istituzionalmente” dalla grande narrazione, l’ultima rimasta, del diritto degenere all’identità di genere. 

Ora, se questa analisi è vera, se cioè siamo di fronte ad una istituzionalizzazione dell’anti-natura, alle istituzioni bisognerà fare obiezione di coscienza: non a questa o a quella loro disposizione ma alle istituzioni in quanto tali. Ai cattolici questo è già capitato, all’indomani della presa di Porta Pia. Allora fecero obiezione di coscienza nei confronti dello Stato che voleva estromettere Dio dalla pubblica piazza. Dovranno ora rifare obiezione di coscienza allo Stato, accusandolo di estromettere l’uomo dalla pubblica piazza? Questa estromissione è figlia di quella e la sentenza della Corte costituzionale sull’eterologa è una nuova breccia di Porta Pia.

Da quando Giuseppe Dossetti ha invitato a non aver paura dello Stato, tutta una parte di cattolici lo ha preso alla lettera e ha impostato il rapporto col mondo intenzionata a mettere sullo stesso piano la Costituzione e il Vangelo. Ora che i contenuti umani della Costituzione vengono superati dalle stesse istituzioni democratiche e costituzionali e perfino istituzionalizzati, costoro a cosa si appelleranno? Non è la fine di un percorso? 

L’obiezione alle istituzioni sarebbe la fine di un lungo percorso, complesso e fortemente articolato, circa il rapporto dei cattolici con la modernità durante il quale i cattolici si sono impegnati sia ad una presenza nelle istituzioni pubbliche che ad avere proprie istituzioni. Il caso più evidente è quello della scuola. Ciò ha permesso di attutire lo scontro, di gestire i contrasti con prudenza, di assimilarsi senza essere assimilati. La cosa è stata resa possibile dal serbatoio di virtù umane e cristiane che ancora era rimasto a lungo nella nostra gente. Ma se le istituzioni dovessero far propria istituzionalmente la negazione della natura umana che spazio di praticabilità rimarrebbe per una simile doppia prospettiva? Si tornerebbe alla divaricazione tra Paese legale e Paese reale, con la sola differenza delle cifre invertite: a fare obiezione di coscienza allo Stato stavolta non sarebbero le masse, ma una minoranza, consapevole, non ancora assimilata, non meno determinata.

martedì 22 aprile 2014

Fecondazione Eterologa: una scelta dalle drammatiche conseguenze, 17 Aprile 2014, di Roberto Crudelini, http://www.elzeviro.eu/


Fecondazione Eterologa: una scelta dalle drammatiche conseguenze



L'originaria possibilità sancita dalla legge 40 che riconosceva alle coppie di essere aiutate nel processo di fecondazione nei casi di difficoltà della stessa, la cosiddetta Fecondazione Omologa, aveva una sua ragione d'essere: infatti tale legge consentiva alle coppie, comunque fertili, di avere maggiori possibilità di averefigli geneticamente propri. Un diritto questo che, vedi  quello che sarebbe avvenuto all'Ospedale Pertini e sul quale è stata aperta un'inchiesta da parte della magistratura, può purtroppo dare problematiche non indifferenti nel caso, sempre possibile, dell'errore umano. Con genitori che si ritrovano con embrioni di figli non loro e che a quel punto vogliono lo stesso riconoscere come propri e genitori naturali che, a loro volta e altrettanto giustamente, reclamano come naturalmente propri.
La recente decisione della Consulta di dichiarare incostituzionale proprio la norma della legge 40 in quanto vietava la Fecondazione Eterologa ovvero l'impianto di un embrione derivante da donatori esterni è arrivata come un fulmine a ciel sereno in quella che era già una situazione normativa precaria e non esaustiva.
Tale decisione è, a giudizio di molti rappresentanti della Chiesa ma anche di diversi ricercatori laici, totalmente errata e foriera di drammatiche conseguenze. Il fatto è che, in una società come la nostra, deviata e deviante, si è evidentemente persa non solo la concezione dei valori che fondano la vita umana ma, quel che è peggio, anche la percezione della realtà e dei fatti che la rappresentano. Innanzitutto va constatato come in questa stessa società convivano concezioni etiche e della vita in generale fra loro assolutamente inconciliabili e questo sicuramente è un problema grave, anzi gravissimo, che può portare a guerre ideologiche in grado di destabilizzare lo stesso tessuto sociale.
Da una parte infatti il mondo cristiano e non solo, che vede e concepisce la vita come un dono di Dio e quindi, in quanto tale, le riconosce una precisa dimensione di sacralità e di inviolabilità. Dall'altra parte della barricata un mondo laico ma soprattutto laicista che, essendo agli antipodi di questa concezione, pensa che la vita non sia un dono, neppure della natura, ma semplicemente un diritto da esercitare sempre e comunque con piena discrezionalità, fino al punto di negare la stessa vita nel caso questa possa ledere in qualche modo i propri diritti, vedi aborto e quanto ne consegue. Secondo questa concezione, che appare a prima vista aberrante, la vita diventa inevitabilmente oggetto di una mercificazione che finisce col trasformare quella stessa vita in un semplice bene di consumo che noi possiamo decidere di acquistare o meno in base a precise caratteristiche preconfezionate.
E' ovvio come queste due concezioni non possano permettere una civile convivenza sociale perché finiscono con lo spaccare il paese in due fronti contrapposti, ognuno dei quali non ha nessuna intenzione di farsi governare da leggi che non riconosce come sue. Il problema è che tra i due schieramenti il più attinente alla realtà della natura e dei fatti che questa ci mostra con evidenza è quello contrassegnato dalla fede in un Dio creatore e nei principi assoluti che da Lui discendono e che vediamo applicati puntualmente nella natura che ci circonda. Parliamo appunto di natura perché questa benignamente fornisce ai nostri occhi miopi le prove di quali siano appunto le leggi su cui si regge l'universo e la vita che di questo ne è la ineluttabile e logica conseguenza. La natura ha fornito l'uomo e la donna, ma il discorso è ovviamente allargabile all'intero universo animale, di particolari apparati riproduttivi in grado di combinarsi tra loro per garantire, in modi spesso incredibili, il concepimento della vita, vita intesa fin dalla primissima decuplicazione cellulare.
La nostra civiltà, ovvero le forze sociali che da tempo si ostinano a negare quanto avviene sotto i loro occhi, pensano invece che sopra tutto ci sia il diritto "sovrumano" dell'uomo di fare e disfare a proprio piacimento quello che fa parte dell'ordine naturale delle cose. Diritto tanto assoluto da divenire più importante della stessa vita, degradata in questo modo, dalla condizione di dono a semplice diritto esercitabile nei termini e nei tempi che l'uomo pensa di decidere dall'alto della sua "piccolezza". Dopo che, con le unioni gay e soprattutto con il diritto loro già riconosciuto in alcuni paesi di avere figli in adozione, si è leso il diritto sacrosanto dei bambini di avere un padre e una madre, ora, con il riconoscimento della fecondazione eterologa, si è infranta anche l'ultima barriera: quella del diritto altrettanto sacrosanto dei bambini di avere un padre e una madre naturali.
Riportiamo a questo riguardo alcuni passi a nostro giudizio illuminanti dell'omelia che il Cardinal Betori,Arcivescovo di Firenze, ha tenuto qualche giorno fa sull'argomento, omelia che conferma in modo netto e con assai maggiore autorevolezza quanto noi andiamo sostenendo. "Dopo aver eclissato il ruolo educativo e dopo aver oscurato, fino alla scomparsa, la figura del padre quindi, correlativamente quella della madre, siamo testimoni di come se ne vogliano attentare fin le basi biologiche con una scissione tra dimensione corporale e psicologica delle persone che mina alla base l'identità stessa dell'umano. Cosa ne sarà dei figli a cui sarà negato conoscere i loro genitori ovvero se ne offriranno due contraddittorie e contrastanti figure? C'è qualcuno che vorrà spiegarci come dalla riduzione materialistica della comprensione del mondo ora si sia passati al suo opposto, alla negazione senza limiti, che vorrebbe far coincidere la propria volontà di potenza con la realtà fattuale...è il trionfo dell'individuo e l'eclissi della famiglia..." . A questa illuminante riflessione che a nostro giudizio non travasa meramente dal dettato dottrinale cristiano ma affonda in una corretta, e per questo, universale, interpretazione e lettura delrapporto uomo-natura, aggiungiamo quanto lo stesso Papa Francesco ha detto alcuni giorni orsono riguardo alla famiglia: "...occorre ribadire il diritto dei bambini a crescere in una famiglia con un papà e una mamma". Sarà questo il terreno su cui la nostra coscienza sarà chiamata a dare battaglia nel prossimo futuro.

martedì 15 aprile 2014

Il Cardinale Caffarra: "È in gioco l'uomo" di Lorenzo Bertocchi, 15-04-2014, www.lanuovabq.it

A volte basta poco per cambiare le cose. All'ospedale S. Orsola di Bologna sono state fondamentali 19 ore, 4 minuti e 19 secondi. Quelli che ha vissuto su questa terra Giacomo, attimi di vita che hanno cambiato le cose.

Ora al S. Orsola si parla di “Percorso Giacomo”, un protocollo che vuole essere messo in pratica dal reparto di neonatologia per prendersi cura di quei bambini speciali che, come Giacomo, nascono e sono condannati a vivere pochi minuti. Il piccolo Giacomo, su cui pendeva una spietata diagnosi di anancefalia, è nato ed è stato accolto tra le braccia di mamma e papà, e dai suoi due fratelli. È stato con loro un tempo che può apparire insignificante e che, invece, è tempo pieno e denso. Questa esperienza ha messo d'accordo tutti al reparto sul fatto che bisognava fare qualcosa per affrontare queste situazioni.

Il ginecologo aveva detto a mamma Natascia, che aveva già affrontato la stessa situazione undici anni fa: “Non faccia la pazzia dell'altra volta.” In prima battuta Natascia aveva anche pensato di mollare, poi con l'appoggio del marito ha deciso di fare come undici anni fa con Michela. In mezzo un dialogo con il Cardinale Caffarra.

In un'intervista rilasciata a Massimo Pandolfi del Resto del Carlino, Natascia ha detto che è andata dal Cardinale per fargli tre domande: 1) il bimbo non ha il cervello. E' vita?; 2) è la seconda volta che capita. Non sarà un disegno del diavolo?; 3) dov'è adesso Michela? E dove andrà Giacomo?

Il Cardinale non si è tirato indietro e non ha preso scorciatoie. E ha dato rispote. La prima: è un bambino vero, e soprattutto è tuo figlio. Seconda: è un dono di Dio, perché il Diavolo non può dare e togliere la vita. Può solo allontanarti dalla verità ed è quello che sta cercando di fare. Terza: Michela è tra le braccia di Dio, ci andrà anche Giacomo.

Ma – dice Natascia – il Cardinale è andato oltre «mi ha preso le mani, me le ha strette forte e mi ha detto: io sarò sempre con te. Vai ogni giorno a San Luca, chiedi alla Madonna di aiutarti a correre come ti viene chiesto, ora non ce la fai perchè sei troppo lacerata. Ma chiedi aiuto! Chiedi, chiedi».

E così si è arrivati fino a quelle 19 ore, 4 minuti e 19 secondi, tutta la vita di Giacomo che su mamma Natascia “hanno inciso di più di 40 anni della mia vita”.

Di fronte alla recente sentenza della Consulta, che di fatto ha cancellato la Legge 40 aprendo il far west dei bambini in provetta, Caffarra non poteva che intervenire. Lo ha fatto con un comunicato dal titolo inequivocabile, “Perchè non posso tacere”.

Per chi conosce l'Arcivescovo di Bologna sa che la sua sofferenza, e anche la sua insofferenza, sono autentiche e ben fondate. Per quanto i detrattori si ostinino, le sue non sono considerazioni di carattere confessionale. Lo aveva già detto l'estate scorso rivolgendosi al sindaco di Bologna: si stanno mettendo in discussione delle evidenze che “a doverle spiegare vien da piangere”.

Nel comunicato pubblicato nell'inserto di Avvenire Bologna 7 Caffarra si riferisce non solo alla sentenza sulla fecondazione eterologa, ma anche a quella del tribunale di Grosseto che ha imposto l'iscrizione all'anagrafe di un matrimonio fra due uomini, e la decisione di un giudice di assolvere una coppia che era ricorsa alla pratica del cosiddetto “utero in affitto” in India per avere un figlio.

"Non è di condotte ciò di cui stiamo discutendo. - ha scritto l'Arcivescovo di Bologna - È la persona umana come tale che è in pericolo, poiché si stanno ridefinendo artificialmente i vissuti umani fondamentali: il rapporto uomo- donna; la maternità e la paternità; la dignità e i diritti del bambino. Sono in questione le relazioni fondamentali che strutturano la persona umana".

Sono temi da lui ben conosciuti, non a caso il Beato Giovanni Paolo II lo volle come primo preside dell'Istituto di studi su matrimonio e famiglia. E il caso di Giacomo dimostra concretamente come il Cardinale si metta in gioco fino in fondo, nel concreto.

"Non mi interessa l'aspetto etico della cosa, e non è di temi etici che parlo - avverte Caffarra. Purtroppo la questione è molto più profonda. E' una questione antropologica".

Il suo è anche il grido di un apostolo: Perchè Dio si è fatto uomo? Perché è morto crocefisso?» si chiede l’arcivescovo. «Non c’è che una risposta: perché ha amato perdutamente l’uomo». Dunque «ogni volta che ferisci l’uomo, che lo depredi della sua umanità, tu ferisci il Dio-uomo. Ecco perché non ho potuto tacere. Perché non sia resa vana la Croce di Cristo».

martedì 11 marzo 2014

L'antropologia cristiana e le scienze - La bioetica di Lucas Lucas, Roma, 08 Marzo 2014 (Zenit.org) Maurizio Moscone, http://www.zenit.org/


L’antropologia cristiana, come è stato evidenziato[1], è una filosofia dell’uomo condotta sul piano puramente razionale e, in quanto tale, prescinde dalla Rivelazione ed è quindi condivisibile da credenti e non credenti.

Le scienze possono contribuire ad integrare dimensioni dell’uomo che la filosofia non può prendere in considerazione poiché non fanno parte del suo oggetto formale, come ad esempio la struttura biologica dell’uomo, il suo sistema nervoso, ecc.

L’insieme delle scienze empiriche che studiano l’uomo possono  darci, da diversi punti di vista, una “idea puramente scientifica di uomo, la quale - scrive Maritain – può procurarci  delle informazioni inestimabili”[2].

Le scienze, così come la filosofia, devono svolgere le loro indagini all’interno del proprio oggetto formale, quindi non possono invadere il campo che è proprio della filosofia. Infatti, Maritain afferma in proposito:

“L’idea puramente scientifica dell’uomo tende soltanto ad unire insieme i dati misurabili e osservabili presi come tali, ed è decisa dall’inizio a non considerare cose come l’essere o l’essenza, a non rispondere a domande quali: «C’è l’anima o non c’è? Esiste lo spirito o c’è soltanto la materia? Dobbiamo credere alla libertà o al determinismo? […]»”[3].

La filosofia e la scienza sono due “gradi del sapere”[4] che facilitano la comprensione dell’essere umano, come è dimostrato anche dagli studi di bioetica condotti da Lucas Lucas, il quale ha integrato l’antropologia ispirata a San Tommaso con i risultati recenti ottenuti dalla scienza biologica.

La bioetica è una scienza interdisciplinare, che si avvale del contributo, oltre che della filosofia, della biologia, della medicina, del diritto, ecc.

Uno dei temi studiato dalla bioetica riguarda l’embrione, il quale, afferma il bioeticista, “è il nuovo individuo che si forma nel concepimento: nell’istante in cui lo spermatozoo maschile  feconda l’ovulo femminile”.

Lucas Lucas, sulla base della sua riflessione di carattere sia scientifico sia filosofico, afferma che l’embrione deve essere riconosciuto come un individuo biologico appartenente alla specie umana, a livello empirico, mentre a livello ontologico deve essere riconosciuto come una persona in atto.

Riporto qui di seguito alcune parti del suo libro, intitolato Bioetica per tutti[5], per illustrare la sua impostazione metodologica.

L’embrione secondo la scienza

“L’embrione è un essere umano

Affermare che il concepimento dà origine a un embrione, cioè un organismo diverso dai genitori, significa sostenere che esso è un individuo della specie umana, cioè un essere umano. Nell’uomo non è  possibile scindere il biologico dall’umano.

Il biologo constata che nella formazione e nello sviluppo di questo corpo umano non ci sono salti di qualità: è sempre lo stesso corpo biologico.

I dati che la biologia e la genetica ci offrono mostrano che l’essere che inizia lo sviluppo nel grembo materno è un nuovo organismo della specie umana, dotato di un genoma differente da quello del padre e della madre. L’embrione nella fase dello zigote è già un essere umano e la sua crescita e sviluppo avviene in modo coordinato, continuo e graduale”[6].

In sintesi

l’embrione è un organismo nuovo

“La scienza dice che quando lo spermatozoo paterno si fonde con l’ovulo materno, inizia un nuovo organismo che si chiama embrione.

Tutte le cellule del corpo umano hanno 46 cromosomi, ad eccezione dei gameti – spermatozoo e ovulo – che ne hanno 23, cioè la metà. Lo zigote che nasce dalla loro unione avrà una normale dotazione di 46 cromosomi propri della specie umana: 23 forniti dal padre e 23 dalla madre, ma il genoma è diverso. La scienza quindi dice che lo zigote è un nuovo organismo umano”[7].

l’embrione è un organismo umano

“La scienza dice che questo nuovo organismo è un organismo umano, cioè appartiene alla specie biologica umana.

Nella generazione dei viventi le leggi biologiche sono fisse: da un cane nasce un cane, da un gatto nasce un gatto, da un uomo e da una donna non può che nascere un essere umano”[8].

l’embrione è un organismo programmato

“La scienza dice che l’embrione è un organismo programmato: il suo singolarissimo DNA costituisce il patrimonio genetico del nuovo individuo umano.

Questo nuovo essere non la somma dei codici genetici dei genitori. E’ un essere con un programma nuovo che non è mai esistito prima e non si ripeterà mai. Questo programma genetico, assolutamente originale, individua il nuovo essere dal momento del concepimento alla morte.  In esso sono determinate le caratteristiche biologiche del nuovo individuo, dall’altezza al colore degli occhi, fino al tipo di malattie genetiche a cui andrà soggetto”[9].

Lo sviluppo dell’embrione avviene in modo unitario, coordinato, continuo, graduale

“Unità biologica del nuovo essere

Tutti gli elementi si sviluppano in perfetta coordinazione, come parti di un tutto.

Lo sviluppo è coordinato

La coordinazione esige una rigorosa unità dell’essere in sviluppo. Coordinazione e conseguente unità, le quali indicano che l’embrione umano, fin dall’inizio, non è un semplice aggregato di cellule ma è un individuo”[10].

“Continuità nello sviluppo

Lo sviluppo dell’embrione è un continuum, senza salti qualitativi o mutamenti sostanziali, per cui l’embrione umano si sviluppa in un uomo adulto e non in un’altra specie”[11].

“Gradualità dello sviluppo

Lo sviluppo è un processo che implica necessariamente un succedersi di forme, le quali sono stadi di momenti diversi di un identico processo di sviluppo di uno stesso essere. E’ per questo che un embrione, che sta compiendo il proprio ciclo vitale, mantiene permanentemente la sua […] «individualità» […]”[12].

L’embrione secondo la filosofia

“L’essere umano è persona in virtù della sua natura razionale (spirituale), non diventa persona perché possiede attualmente determinate proprietà e esercita determinate funzioni, né si può fare una distinzione tra individuo umano e persona umana.

Ciò che è essenziale per il riconoscimento dell’essere persona è l’appartenenza, per natura, alla specie umana razionale, indipendentemente dalla manifestazione esteriore in atto di certi caratteri, operazioni o comportamenti. Non si è più o meno persona, non si è “pre-persone” o “post-persone” o “sub-persone”; o si è persona (in atto) o non si è persona. I caratteri essenziali della persona non sono soggetti a cambiamento.

La persona non cambia, non è alterabile, non è in divenire: o c’è o non c’è”[13].

*

NOTE

[1] Vedi il mio articolo pubblicato su Zenit intitolato: L’essere umano è uno spirito incarnato.

[2] J. Maritain, L’educazione al bivio,  Prefazione di A. Agazzi, La Scuola, Brescia 1969, XIII ed., p.17.

[3] Ibidem.

[4] Riguardo alla scienza e alla filosofia come gradi del sapere Maritain scrive: “ Anche se avviene che l' oggetto materiale della filosofia e della scienza sia il medesimo —per esempio, il mondo dei corpi— tuttavia l' oggetto formale, quello che determina la natura specifica delle discipline intellettuali, differisce essenzialmente nei due casi. Nel mondo dei corpi, lo scienziato studierà le leggi dei fenomeni, collegando un evento osservabile ad un altro evento osservabile, e se indaga la struttura della mate­ria, agirà rappresentandosi —molecole, ioni, atomi, ecc.— in quale maniera e secondo quali leggi si comportano nel quadro dello spazio e del tempo le particelle ultime (o le entità matematicamente concepite che ne tengono il posto) con le quali è costruito l'edificio. Il filosofo cercherà , invece, che cosa è , in definitiva, la materia di cui si rappresenta così il comportamento, quale è, in funzione dell'essere intelligibile, la natura della sostanza corporea (che essa sia decomponibile per una ricostruzione spaziale o spazio-temporale, in molecole, ioni, atomi, ecc., in protoni od elettroni, associati o no ad un flusso d'onde, il problema resta integro)” ( Idem, Distinguere per unire. I gradi del sapere , a cura di A. Pavan, Morcelliana, Brescia 1974, pp. 73).

[5] Cfr. R. Lucas Lucas, Bioetica per tutti, Edizioni San Paolo, Cinisello Balzamo (Mi) 2002.

[6] Ibidem, pp.117-118. Al testo è stato aggiunto: “e la sua crescita e sviluppo avviene in modo coordinato, continuo e graduale”.

[7] Ibidem, p.118.

[8] Ibidem.

[9] Ibidem.

[10] Ibidem, pp.120-121.

[11] Ibidem, p. 121.

[12] Ibidem, p. 122.

[13] Ibidem, p. 126. L’ultima frase è tratta da Idem, Antropologia e problemi bioetici, San Paolo, Cinisello Balsamo (Mi) 2001, pp. 117-118.

(08 Marzo 2014) © Innovative Media Inc.

venerdì 27 settembre 2013

NEUROETICA E NEUROSCIENZE: Rubrica del mercoledì: Neuro-Antropologia e Neuro-Filosofia (1)


Rubrica del mercoledì: Neuro-Antropologia e Neuro-Filosofia (1) - http://acarrara.blogspot.it


La Rubrica N&N (Neuroetica &Neuroscienze) del mercoledì prevede la sezione: Tematiche relative alla Neuro-Antropologia e Neuro-Filosofia, comeannunciato dopo la pausa estiva in data 15 agosto 2013.

Quest’oggi,presentiamo una tematica antropologica e neuroscientifica di rilevanza capitaleche potremmo titolare: Dio e leNeuroscienze.
Si tratta della famigerata Neuro-teologiao Neuro-mistica, due ambiti della Neuroetica che indagano e riflettonosulle evidenze sperimentali relative all’esperienza umana del Trascendente (di Dio, del Tutt’Altro,etc.) secondo le neuroscienze contemporanee. Si cerca dicapirne i fondamenti, si cerca di sviscerare le argomentazioni, si cerca dichiarire un ambito antropologico che trapassa ogni concretizzazione di una taledimensione umana in strutture quali le “religioni”, i “credi”, etc.


La domanda cardine è: siamo progettati per credere?


Il 16 e il 17 settembre sul portale UCCR, è stato pubblicato l’articolointitolato: L’esperienza delTrascendente alla luce della psicoterapia (1° e 2° parte), firmato dalnostro direttore esecutivo, il prof. AlbertoCarrara, L.C., lo psichiatra italiano e direttore della SISPI, dottor Alberto Passerini e l’anestesistadottoressa Alessandra Pandolfi.
Neripresentiamo oggi la prima parte, domani la seconda. 

«L’esperienza del Trascendente alla lucedella psicoterapia (1° e 2° parte)
di Alberto Carrara*, Alberto Passerini** e Alessandra Pandolfi***

* biotecnologo e neurobioeticista, Ateneo ReginaApostolorum (Roma), Gruppo di Neurobioetica (GdN)
** Psichiatra, Psicoterapueta, S.I.S.P.I. – ScuolaInternazionale di Specializzazione con la Procedura Immaginativa, Milano-Roma (www.sispi.eu)
*** Anestesista, Psicoterapeuta, S.I.S.P.I.– Scuola Internazionale di Specializzazione con la Procedura Immaginativa,Milano-Roma (www.sispi.eu)

Nota: una versione più estesa e articolata di questo lavoro verrà prossimamente pubblicata sulla Rivista scientifica Studia Bioethica.

Introduzione
L'interesse per la tendenza naturaleche l'essere umano manifesta, ed ha da sempre espresso anche a livelloculturale, nei confronti del “Trascendente” non è nuova, risale a tempiimmemorabili, costituendo un “filo rosso” della riflessione che da sempre ci accompagna.

Non stupisce allora che un'insertodella sezione di Psicologia: Percezione della rivista Mente& Cervello dello scorso anno 2012 titoli così: Progettati percredere. Paranormale. Un cervello costruito per credere (Wiseman,2012).  L'articolo è firmato da RichardWiseman, professore di psicologia all'Università dello Hertfordshire, inInghilterra. Wiseman nel sottotitolo afferma: «La tendenza a credere nelparanormale deriva dagli stessi meccanismi cerebrali da cui nasce buona partedel pensiero umano».

Seppur interessante, l'articolo diWiseman cela diverse fallacie logico-filosofiche che, spesso, possono venirdate per scontate. Ad esempio, la tesi di fondo identifica la categoria“normale” con “razionale” e quest'ultima, viene fatta coincidere con lacategoria “evidenza scientifica”, cioè empirica. L'equazione è la seguente:
normale =razionale = empiricamente dimostrabile.

Questo modo di ragionare andava forse bene nell'epoca dell'Illuminismo o dello stretto empirismo Novecentesco. Nell'era contemporanea delle neuroscienze e della filosofia della mente,un'impostazione del genere risulta obsoleta ed “ingenua”.

Come spiegare con l'empirismo stretto enomeni quantici? Oppure la complessità delle reti neuronali e della plasticità cerebrale? E ancora, come si potrebbe parlare di potenziamento neuronale, di rimodellamento cerebrale come prassi terapeutica nei gravi disturbi da traumi (come il PTSD, Post Traumatic Stress Disorder), con uno schema mentale empirista-razionalista tout-court?

Oggigiorno, la capacità tecnologica di visualizzare, anche in vivo, zone dell’encefalo che si attivano in modo differenziale a seconda delle circostanze, ha prodotto un vero e proprio fiume di studi sperimentali. Lo sviluppo delle tecniche di neuro-immagine (neuroimaging), tra cui spiccala ormai famosa risonanza magnetica funzionale (fRMN), non ha potuto venir confinato alla mera, anche se utilissima, area clinica, utile alla diagnosi di patologie cerebrali. Gli studi si sono moltiplicati a seconda della fantasia e della genialità creatrice di ciascun scienziato. Dal voler comprendere i fondamenti neurofisiologici di attività umane come la memoria, il linguaggio,la visione, la personalità, etc., si è passati a ricercare «ciò che è piùspiccatamente umano dell’uomo»: la sua esperienza religiosa e mistica (J. M. Gimenéz-Amaya, 2010). Eccodelinearsi, specie in ambito anglosassone, due nuove neuro-“discipline”all’interno della cosiddetta neuromania  (P.Legrenzi, C. Umiltà, 2009): la neuroteologiae la neuromistica.

Prendendo in considerazione i risultati della psicologia contemporanea, della psicoterapia, della prassi clinica e dei dati empirici che le moderne neuroscienze ci offrono circa l’esperienza umana del “Trascendente”, chiariremo, in questo contributo, se tali evidenze sperimentali pongano seriamente in discussione l’esistenza di tale caratteristica antropologica e, soprattutto, considereremo se sia giustificata razionalmente la riducibilità di tale peculiarità umana al mero ambito neurofisiologico, come sostengono alcuni autori contemporanei (F. J. Rubia, 2003), come di recente hanno esposto due intellettuali italiani (G.Vallortigara, V. Girotto, 2013).
Per iniziare, chiariremo alcuni presupposti, cioè la cornice del nostro dibattito:la Neuroetica.

Cos'è la Neuroetica?
Come è stato recentemente spiegato,seppur brevemente, nell'editoriale della rivista Studia Bioethica (vol.5, n. 3, 2012): «L’applicazione sempre più rapida ed immediata all’uomo delle scoperte neuroscientifiche, frutto dell’abbondante ricerca che mira a decifrare i misteri del cervello e della mente umana, ha fatto sorgere nell’opinione pubblica sentimenti spesso antitetici. In quasi tutti i contesti socio-culturali, il suffisso “neuro” sta trovando largo impiego e successo perle finalità più svariate: dal vendere al convincere. Si parla già di neuro-mania, neuro-fobia e di neuro-filia. Le immagini di risonanza magnetica fanno già parte della cultura d’ogni giorno: termini come PET (tomografia ad emissione di positroni) o risonanza magnetica funzionale (fRMN) sono parte integrante della nostra memoria, li abbiamo uditi ed ascoltati ripetutamente per radio, in televisione, li abbiamo letti su Internet nelle circostanze più disparate. In questo contesto è sorta la pseudo-disciplina denominata neuroetica o neurobioetica che ha “festeggiato” in quest’anno 2012, il suo decimo anniversario dalla “nascita”... Nonostante il concetto neuroetica fosse già ventilato in diversi ambiti del sapere, la “paternità” del neologismo viene attribuita storicamente alla prima definizione “canonica” risalente al maggio 2002. In questa data, a San Francisco (USA), si tenne il primo congresso mondiale di esperti intitolato:“Neuroethics: mapping the field”. In tale contesto, William Safire, politologo del New York Times recentemente scomparso, suggerì la seguente definizione contemporanea di neuroetica definendola: quella parte della bioetica che si interessa di stabilire ciò che è lecito, cioè, ciò che si può fare, rispetto alla terapia e al miglioramento delle funzioni cerebrali, così come si interessa di valutare le diverse forme di interventi e manipolazioni, spesso preoccupanti, compiuti sul cervello umano» (A.Carrara, 2013).

La Neuroetica dell'esperienza religiosa e mistica: i dati della ricerca neuroscientifica sull'esperienza religiosa e mistica


Sulla scia dell'interessante e ben documentato libro del neuroscienziato spagnolo Rubia del 2003 intitolato: La conexión divina. La experienciamística y la neurobiología (La connessione divina. L'esperienza mistica e la neurobiologia; F. J. Rubia,2003), non dovrebbe destare clamore il recente articolo uscito sul quotidiano italiano Repubblica del 26 giugno scorso, firmato da due autorevoli professionisti: Giorgio Vallortigara e Vittorio Girotto, nel quale si afferma: «L’ipotesi che si è fatta strada in questi anni tra scienziati cognitivi e neuroscienziati è che l’architettura naturale della mente umana farebbe sì che nell’usuale ambiente in cui cresce un bambino, la credenza in un Dio creatore sia destinata a emergere in modo del tutto spontaneo, anche se le forme attraverso cui si manifesta possono variare con le circostanze socio-culturali.Gli esperimenti condotti dagli scienziati cognitivi suggeriscono che i bambini trovano del tutto naturale, indipendentemente dall’opinione degli adulti che stanno loro intorno, l’idea di un creatore non-umano del mondo, un creatore che possiederebbe super-poteri, super-conoscenza, super-percezione (Barrett, 2004).Le credenze religiose e nel sovrannaturale poggerebbero perciò su caratteristiche naturali della mente umana (Bering, 2011)» (G. Vallortigara, V. Girotto, 2013).Tutta l'argomentazione dell'articolo si basa su studi di psicologia cognitiva di una ben specifica tendenza. Si parla di “architettura cognitiva” senza specificare le aree o circuiti cerebrali sottostanti; si utilizzano termini abbastanza ambigui come “rappresentazione neurologicamente distinta”, etc.,vengono omesse le più recenti acquisizioni di pscicologia e psicoterapia relative al “Trascendente”.

Ricordiamo che il neuroscienziato Vallortigara, lo psicologo cognitivo Girotto e il filosofo della scienza Pievani hanno pubblicato un libro intitolato: Nati per credere la cui tesi principale poggia su un'esaltazione della teoria darwiniana dell'evoluzione biologica che, sulle mosse delle speculazioni di Richard Dawkins, sostiene che il nostro cervello e la mente umana si sono evoluti per farci credere in una entità Superiore priva di alcun fondamento ontologico che non sia le stesse connessioni sinaptiche.

Gli studi sulla neurobiologia dell'esperienza religiosa e mistica partono da un presupposto antropologico e neuroscientifico abbastanza evidente per chi sostenga una posizione unitaria e unitiva (dal punto di vista ontologico-sostanziale) dell'essere umano e cioè: l'esperienza religiosa è supportata dal cervello, come tutte le esperienze umane («Religious experience is brain-based, like all human experience») (L. Saver, J.Rabin, 1997). “Supportata da” o più letteralmente “basata su” o “fondata su”,espressioni tutte che traducono l'inglese “brain-based”, non significano assolutamente un riduzionismo “stretto” come vorrebbero alcuni. Le evidenze del gruppo di ricerca del UCLA-Reed Neurologic Research Center (USA), ad esempio, riportarono, già sin dal 1997, un dato importante: dagli studi addotti, pare che le regioni temporo-limbiche costituiscano probabili sostrati neurali (neural substrates) dell'esperienza religiosa-numinosa (per intendersi, quella che Rudolf Ottodefinisce: l'esperienza del numinoso, del “tremendum et fascinans”); infatti, il sistema temporo-limbico è coinvolto nell'integrazione di stimoli tanto esterni, come interni, oltre che essere coinvolto nei cambiamenti dell'umore e, in sostanza, nell'attività emozionale (emotiva) umana (L. Saver, J.Rabin, 1997).

Nulla di strano, allora, se durante un'intensa preghierao meditazione, che ovviamente coinvolge tutta la persona umana e, perciò, anchee, soprattutto, la sua emotività, le zone cerebrali limbiche si attivano evengono coinvolte in modo preponderante. Ciò non significa, nel modo piùcategorico, che queste aree cerebrali siano la causa o siano le responsabilidell'insorgere dell'esperienza stessa.

A gettare acqua sul fuoco sugli stessi studi neuroscientifici sull'esperienza mistica poc'anzi menzionati, fu Kozart che, in una lettera pubblicata su un volume successivo dello stesso Journal of Neuropsychiatry and Clinical Neuroscience titolava: «L'esperienza religiosa non è stata correttamente definita» (M. Kozart, 1998).

Cosa ci dicono le evidenze neuro-empiriche sull'esperienza religiosa e mistica

Già nel 2003 si rifletteva sulla direzione che stavano assumendo certi risultati delle neuroscienze relative all'esperienza religiosa e la “Neuroteologia” veniva introdotta a livello accademico (W. Whitfield, 2003).

Nell'articolo di Repubblica  firmato da Vallortigarae Girotto emerge una deduzione per nulla dimostrata. Viene infatti sottolineata in maniera chiara un'identità stretta tra “mente umana” e “architettura cerebrale”, tesi filosofica appartenente alla cosiddetta corrente internalista del mentale che oggigiorno risulta abbastanza “ingenua” e,  obsoleta. Basti considerare il recente lavoro professionale e altamente scientifico della filosofa italiana Maria Cristina Amoretti sugli esternalismi del mentale (M.C. Amoretti, 2011).

Interessante a questo riguardo l'approfondimento che Fingelkurts opera a partire dalla domanda caratteristica (the main empirical question) in quest'ambito della riflessione neuroetica: Is our brain hardwired to produce God, or is our brain hardwired to perceive God? (Il nostro cervello è cablato per produrre Dio, oppure il nostro cervello è cablato per percepire Dio?) (A. A. Fingelkurts, 2009).

Qualche anno fa, chiarendo cosa si intendesse per Neuro-teologia e Neuro-mistica,  veniva sollevato il seguente quesito: cosa ci fa una monaca carmelitana di clausura inginocchiata, con gli occhi chiusi in atteggiamento meditativo, collegata tramite decine di elettrodi ad uno strumento di elettroencefalografia? (A.Carrara, 2011). Domanda alquanto legittima che cela una risposta non semplice. In effetti, numerose monache di clausura e monaci buddisti furono reclutati come volontari a partire dagli anni ’90, all’interno di studi sperimentali neuroscientifici sull’esperienza religiosa e mistica (M. Beauregard, V. Paquette, 2006, 2008; A.Fenton, 2009).
Considereremo brevemente alcuni degli esperimenti realizzati in quest’ambito per poter poi giudicare le conclusioni e le interpretazioni che portano avanti, spesso anche a livello mediatico, alcuni scienziati contemporanei.

Nel 2006, il dottor Mario Beauregard,pioniere negli studi neuroscientifici riguardanti l'esperienza religiosa e mistica (S. Lewis, 2009), del Dipartimento di Psicologia dell’Università di Montreal in Canada, pubblicò, sul numero 405 di Neuroscience Letters,un articolo sui correlati neuronali dell’esperienza religiosa ottenuti studiando, attraverso l'elettroencefalografia, monache di clausura durante la loro meditazione quotidiana. Due anni dopo, nel 2008, lo stesso scienziato canadese pubblicò sulla stessa rivista, un lavoro che riassumeva nuovi dati di elettroencefalografia ottenuti durante l’esperienza mistica (M. Beauregard, V. Paquette, 2008).

Le conclusioni di questi studi sperimentali (come di altri lavori che non è qui possibile menzionare nel dettaglio) portarono a concludere che durante l’esperienza religiosa numerose regioni cerebrali vengono attivate e coinvolte, particolarmente a livello della corteccia cerebrale. Ciò implica una rete neuronale complessa, cognitivamente strutturata, che coinvolge l’attivazione rilevante (in confronto con uno standard, cioè con i dati estrapolati da monache che non stavano ricordando le loro esperienze d'unione mistica) della famosa AAA (Attention Association Area), locus cerebrale associato alla concentrazione. Gli scienziati evidenziarono inoltre la riduzione dell’attività della OAA (OrientationAssociation Area) o zona dell’associazione e dell’orientamento spaziale.Già nel 2004 Olaf Blanke del Dipartimento di Neurologia di Ginevra (Svizzera),aveva pubblicato sulla rivista Brain,un interessante lavoro sull’implicazione di tale locus cerebrale e l’esperienza extracorporea detta anche out-of-body experience (O. Blanke et al., 2004).

Come dati scientifici, questi ed altri lavori, ci rivelano che durante un’esperienza spirituale diverse e numerose aree del nostro cervello vengono modulate (si attivano o vengono inibite inrapporto ad un parametro standard). Così concludono i ricercatori nel lavoro citato in precedenza: Theseresults indicate that mystical experiences aremediated by marked changes in EEG power and coherence. These changes implicate several cortical areas of the brain in both hemispheres (M. Beauregard, V. Paquette, 2008).

Come vengono interpretati questi dati sperimentali
Dal dato scientifico alcuni ricercatori passano alla sua interpretazione fino ad arrivare a vere e proprie manipolazioni. Così il dottor Andrew Newberg dell’Università della Pensilvania a Filadelfia (Stati Uniti), compiendo gli stessi esperimenti con monaci buddisti e francescani, giungendo agli stessi dati empirici, scrisse un libro intitolato Dio nel cervello (God in the brain, Why God Won’t Go Away),nel quale riduce l’esperienza religiosa a puro prodotto materiale del nostro cervello. Newberg e altri neuro-riduzionisti interpretano i dati sull’esperienza del Trascendente come se il cervello stesso ne fosse la causa diretta e ultima. Si potrebbe allora concludere come fa il “padre” della neuroscienza contemporanea, Michael S. Gazzaniga: se il nostro cervello produce l’esperienza religiosa, Dio sta nel cervello e, in fin dei conti, il cervello diventa Dio. Questa visione fu divulgata con successo dallo spagnolo E. Punset nel suo libro L’anima è nel cervello.

La verità è, sfortunatamente per questo tipo di scienziati (che rappresentano un’esigua minoranza che però fa clamore), che i dati neuroscientifici non ricercano direttamente l’esperienza umana di Dio, ma cercano di identificare le basi neurofisiologiche associate alla fenomenologia di qualsiasi esperienza religiosa. Ciò che viene misurato non è affatto l’esperienza mistica in sé, ma l’intensa attività intellettivo–volitiva che l’accompagna. La ricchezza dell’esperienza religiosa,naturale in tutti gli esseri umani, si manifesta nella nostra dimensione corporea a livello delle complesse reti neuronali in gioco.»

(continuala seconda parte...)

venerdì 13 settembre 2013

La lezione di Caffarra su matrimonio e (omo)sessualità. «Ci hanno scippato la parola amore» 13 settembre 2013 di Carlo Caffarra

Testo integrale della lectio magistralis su “Verità e bontà della coniugalità” pronunciata ieri, 12 settembre, al Teatro Manzoni di Bologna dal cardinale Carlo Caffarra, arcivescovo della diocesi emiliana, in occasione dell’apertura dell’”Itinerario di educazione cattolica per insegnanti”.

Vorrei intrattenermi con voi su una questione che spero il corso della riflessione dimostrerà essere una questione importante.

Sullo sfondo del nostro discorso dimora una domanda alla quale non risponderò direttamente, ma che ci accompagnerà. La domanda è la seguente: il matrimonio è una realtà a totale disposizione degli uomini oppure ha in sé uno “zoccolo duro” indisponibile? Poiché sappiamo, senza essere studiosi di logica, che la definizione e.g. di A è la risposta alla domanda “che cosa è A?”, potremmo riformulare la domanda di fondo nel modo seguente: la definizione del matrimonio – ciò che il matrimonio è – è esclusivamente dipendente dal consenso sociale? E’ il consenso sociale che decide che cosa è il matrimonio?

Se io ora comincio a parlarvi della verità della coniugalità, lo posso fare in quanto penso che la definizione del matrimonio, la sua intima natura, non è esclusivamente frutto del consenso sociale. Non avrebbe altrimenti senso tutta la riflessione che stiamo facendo. Alla domanda “che cosa è la coniugalità?” tutto si risolverebbe, alla fine, nel rispondere: ciò che il consenso sociale decide che sia.

1. La verità della coniugalità

Partiamo pure dal fatto attuale: è stata introdotta in molti ordinamenti statuali il riconoscimento di una “coniugalità omosessuale”. Cioè: la differenziazione sessuale è irrilevante in ordine alla definizione della coniugalità. I coniugi che stabiliscono il patto coniugale possono essere anche dello stesso sesso.

Nello stesso tempo, tuttavia, l’amicizia coniugale, è pur sempre un’affezione che ha una dimensione sessuale. E’ questo che distingue l’amicizia coniugale da ogni altra forma di amicizia.

Oggettivamente – cioè: lo si pensi o non lo si pensi; lo si voglia o non lo si voglia – la definizione di coniugalità, implicata nel riconoscimento della coppia omosessuale, sconnette totalmente la medesima coniugalità dall’origine della persona umana. La coniugalità omosessuale è incapace di porre le condizioni del sorgere di una nuova vita umana. Pertanto delle due l’una: o non possiamo pensare la coniugalità nelle forma omosessuale o l’origine di nuove persone umane non ha nulla a che fare colla coniugalità.

Proviamo a riflettere su questa sconnessione. Essa sembra contraddetta dal fatto che gli stessi ordinamenti giuridici che hanno riconosciuto la coniugalità omosessuale, hanno riconosciuto alla medesima il diritto all’adozione o dal ricorso alla procreazione artificiale. Pertanto delle due l’una. O questo diritto riconosciuto fa si che ciò che è stato cacciato dalla porta, entri dalla finestra. Cioè: esiste una percezione indistruttibile, un’evidenza del legame procreazione-coniugalità. Oppure è ritenuto eticamente neutrale il modo con cui la nuova persona umana viene introdotta nella vita. E’ cioè indifferente che essa sia generata o prodotta.

Fermiamoci un momento, per riflettere sul cammino fatto. La nostra riflessione ha fatto il seguente percorso. Mentre fino a pochi anni orsono, il termine “coniugalità” era univoco, aveva solo un significato, e veicolava la rappresentazione di una sola realtà, l’affezione sessuale fra uomo e donna, oggi il termine è diventato ambiguo, perché può significare anche una coniugalità omosessuale. Da questa ambiguità deriva una totale ed oggettiva sconnessione dell’inizio di una nuova vita umana dalla coniugalità. Questo è il percorso fatto dunque finora: (a) il termine coniugalità è stato reso ambiguo; (b) l’Origine di una nuova persona umana è stata sconnessa dalla coniugalità. Riflettiamo ora un momento su questa sconnessione.

Essa è un vero e proprio sisma nelle categorie della genealogia della persona. E’ una cosa molto seria. Sono costretto dal tempo ad essere breve.

Scompare la categoria della paternità-maternità, sostituita dalla generica categoria della genitorialità. Scompare la dimensione biologica come elemento [non unico!] costitutivo della genealogia mentre la genealogia della persona è inscritta nella biologia della persona. Il concepimento – l’evento che ti costituisce in relazione ontologica con padre e madre – può essere un fatto puramente artificiale. La categoria della generazione diventa opzionale nel “racconto della genealogia”.

Che ne è allora della persona umana che entra nel mondo? E’ una persona intimamente sola, perché privata delle relazioni che la fanno essere.

L’avere percorso il cammino che molte società occidentali stanno percorrendo, ci conduce ad una conclusione. La seguente: ritenere che la coniugalità sia un termine vuoto di senso, al quale il consenso sociale può dare il significato che decide, è la devastazione del tessuto fondamentale del sociale umano: la genealogia della persona.

E’ in questo contesto culturale che dobbiamo interrogarci sulla vera natura della coniugalità; scoprire la verità della coniugalità.

La mascolinità e la femminilità sono diversificazioni espressive della persona umana. Non è che esista una persona umana che ha un sesso maschile o femminile, ma esiste una persona umana che è uomo o donna.

Non possiamo dimenticare neppure per un momento che il corpo non è semplicemente qualcosa di posseduto, un possesso della persona. La persona umana è il suo corpo: è una persona-corpo. Ed il corpo è la persona: è un corpo-persona.

La femminilità/mascolinità non sono meri dati biologici. Esse configurano il volto della persona; ne sono la “forma”. La persona è “formata”, edificata femminilmente o mascolinamente.

Perché esistono due “forme” di umanità, la forma maschile e la forma femminile? La S. Scrittura, che trova per altro conferma nella nostra esperienza più profonda, risponde nel modo seguente: perché ciascuno dei due possa uscire dalla sua “solitudine originaria”, e realizzarsi nella comunione con l’altro [cfr. Gen 2].

Essendo radicati nella stessa umanità, uomo e donna sono capaci al contempo di costituire una comunione di persone e di trovare in questa comunione la pienezza di sé stessi in quanto persone umane.

Questa capacità, caratteristica dell’uomo in quanto persona, la capacità del dono di sé, ha una dimensione spirituale e corporea assieme. E’ anche attraverso il corpo che l’uomo e la donna sono predisposti a formare quella comunione di persone, nella quale consiste la coniugalità. E’ il corpo maschile/femminile il linguaggio non solo espressivo, ma anche performativo della coniugalità.

Nella coniugalità così intesa è radicata, inscritta la paternità e la maternità. E’ solo nel contesto della coniugalità che la nuova persona umana può essere introdotta nell’universo dell’essere in modo adeguato alla sua dignità. Non è prodotta, ma generata. E’ attesa come dono, non esigita come un diritto.

Prima di terminare la nostra riflessione sulla verità della coniugalità, vorrei sottoporre alla vostra attenzione tre conclusioni. Esse meriterebbero di essere lungamente riflettute. Le enuncio solamente.

La prima. Solo una tale visione della coniugalità rispetta tutta la realtà della nostra umanità; essa cioè ci introduce in una vera antropologia adeguata. Non riduce il corpo ad una realtà priva senso, che non sia quello liberamente attribuitogli dal singolo. Ma vede la persona umana come persona-corpo ed il corpo come corpo-persona, e quindi come persona-uomo e come persona-donna.

La seconda. Una tale visione della coniugalità afferma al contempo la più alta autonomia dell’Io nel dono di sé, e l’intrinseca relazione al “diverso”, nel senso più profondo del termine. La “coniugalità” [si fa per dire] omosessuale in fondo trasmette oggettivamente questo messaggio: “di metà dell’umanità non so che farne, in ordine alla più intima realizzazione di me stesso è superflua”.

La terza. Una tale visione della coniugalità radica la socialità umana nella natura stessa della persona umana: prima societas in coniugo. Prima, non in senso cronologico, ma ontologico ed assiologico. Ed impedisce la riduzione del sociale umano al contratto.

2. Il bene della coniugalità

Visto che cosa è la coniugalità, ora ci chiediamo quale è il suo valore, la sua propria e specifica preziosità. In una parola: la sua bontà

Prima di addentrarci nella seconda parte della nostra riflessione, devo fare una premessa assai importante. Esiste una verità sul bene della persona, che è condivisibile da ogni persona ragionevole. Che sa cosa significa “verità sul bene”? Non significa in primo luogo ciò che devi/non devi fare. E’ la percezione del valore proprio di una realtà [nel nostro caso la coniugalità].

Faccio un esempio. Vedendo la Pietà di Michelangelo, noi “vediamo” una bellezza sublime, la quale fa sì che quel pezzo di marmo sia unico: ha in sé un suo proprio valore. In questo caso: un valore estetico.

Alla domanda che cosa è il bene/che cosa è il male, la risposta non è semplicisticamente: ciò che ciascuno pensa sia bene/sia male, senza possibilità di una condivisione ragionevole di una stessa risposta da parte di più persone. Esiste invece una verità sul bene, che può essere scoperta e condivisa da ogni persona ragionevole. Noi ci chiediamo quale è il valore proprio della coniugalità, la sua preziosità specifica, la sua bellezza inconfondibile. Il bene che è la coniugalità ha due aspetti fondamentali.

Il primo. La coniugalità è una communio personarum. La bontà propria della coniugalità è una bontà comunionale. Vorrei ora farvi notare alcune dimensioni.

(a) Una tale relazione può darsi solo tra persone, e la base è la percezione della bontà, della preziosità propria della persona. I coniugi sono l’uno per l’altro persone.

(b) La communio personarum che costituisce il bene della coniugalità non è basata su emozioni, su mera attrazione psico-fisica: di legami basati su questi fatti sono capaci anche gli animali. Solo le persone sono capaci della seguente promessa: «prometto di esserti fedele sempre, … tutti i giorni della mia vita». Solo le persone sono capaci di vivere in comunione, perché sono capaci di scegliersi in modo libero e consapevole.

(c) Solo la persona è capace di fare dono di se stessa e solo la persona è capace di accogliere il dono. La persona – e solo la persona – è capace di autodonazione, perché è capace di auto-possesso, in forza della sua libertà. E’ evidente che non puoi donare ciò che non possiedi, e la persona può possedere se stessa in forza della sua libertà. Ma la persona può anche rinunciare alla sua libertà, e mantenersi al livello di chi ultimamente si lascia condurre o dal mainstream sociale o dalle proprie pulsioni. La coniugalità è particolarmente esposta a questa insidia.

(d) La communio personarum coniugale – autodonazione ed accoglienza reciproca – scende fino all’intimità della persona: al proprio Io. E’ la persona come tale che viene donata/accolta. Si ha qui forse il mistero più profondo della coniugalità. Voi sapete bene che la S. Scrittura indica il rapporto sessuale uomo-donna col verbo “conoscere”. Si vive una rivelazione di uno all’altro nella loro intima identità.

E’ in questo evento che può introdursi una sorta di indolenza, di pigrizia spirituale che impedisce ai coniugi di compiere quell’atto che può nascere solo dal loro centro spirituale e libero. A questo punto la comunione della persona si intorpidisce.

Il secondo aspetto della preziosità etica che è propria della coniugalità, è la capacità intrinseca ad essa di dare origine ad una nuova persona umana.

La possibilità di dare inizio alla vita di una nuova persona è inscritta nella natura stessa della coniugalità. E’ questa, nell’universo creato, la più alta capacità e responsabilità che l’uomo e la donna hanno. E’ uno dei “punti” dove l’azione creatrice di Dio entra nel nostro universo creato. Il tempo a disposizione non mi consente di prolungare la riflessione su questo tema sublime.

Conclusione

Due semplici riflessioni conclusive. La prima. Avete notato che mi sono ben guardato dall’usare la parola amore. Come mai? Perché è avvenuto come… uno scippo. Una delle parole chiavi della proposta cristiana, appunto amore, è stata presa dalla cultura moderna ed è diventata un termine vuoto, una specie di recipiente dove ciascuno vi mette ciò che sente. La verità dell’amore è oggi difficilmente condivisibile. «Senza verità, la carità scivola nel sentimentalismo. L’amore diventa un guscio vuoto, da riempire arbitrariamente. E’ il fatale rischio dell’amore in una cultura senza verità» [Benedetto XVI, Lett. Enc. Caritas in veritate 3].

La seconda. I testimoni della verità della coniugalità avranno vita difficile, come non raramente accade ai testimoni della verità. Ma questo è il più urgente compito dell’educatore.

venerdì 16 agosto 2013

Omofobia, l'equivoco del male minore di Tommaso Scandroglio - 16-08-2013 - http://www.lanuovabq.it/

Il Parlamento


Caro Direttore,

Non voglio avviare un dibattito online, ma mi sento in dovere di rispondere al suo preciso quesito.

Le confermo pertanto quanto già detto ieri: continuerò fino all'ultimo a cercare di migliorare il testo della Legge "senza per questo calare le braghe e mantenendo la libertà di votare contro (come resto impegnato a fare), se i progressi, come temo, si rivelassero malgrado tutto insufficienti".

Cosa potrebbe essere sufficiente? Anche questo l'ho detto e l'ho scritto negli emendamenti presentati: nessun reato di opinione e clausola di salvaguardia per la libertà di insegnamento e per la libertà di organizzazione e di azione delle istituzioni, oltre che esplicita esclusione delle leggi vigenti (diritto di famiglia, adozione, procreazione).
Resto convinto che se questo risultato, altamente improbabile, fosse conseguibile, esso meriterebbe uno sforzo di avvicinamento da parte nostra.
L'ottimo talora è nemico del bene e il confronto con la Chiesa Anglicana non regge: per fortuna in Italia la Chiesa cattolica non è un organo dello stato.

Infine, per dovere di cronaca, la decisione di far slittare al voto in Aula la discussione sugli emendamenti fu assunta nottetempo dai Capi Gruppo in Commissione Giustizia, su richiesta della Presidente Ferrante, malgrado il voto contrario della Lega. Non vedo cosa avrei potuto fare io, ospite della Commissione, oltre ad esprimere la mia opinione contraria.

Un saluto cordiale

on. Gian Luigi Gigli



Caro on. Gigli,

la ringrazio di questa ulteriore precisazione perché ci dà modo di chiarire il punto nodale che, aldilà dei calcoli di opportunità politica, spiega la differenza delle posizioni. Lei dice che, a certe condizioni, una legge sull’omofobia si possa votare; noi invece abbiamo spiegato che qualsiasi legge sull’omofobia implica l’accettazione della cultura di genere, ovvero la negazione del dato naturale (e Creazionale) per cui  esistono solo maschio e femmina. E per questo motivo tale legge non potrà mai essere votata, come peraltro afferma anche il Magistero. L’ottimo è nemico del bene, dice lei, lasciando intendere che in questo caso si possa invocare la “legge” del male minore. Ma non è così. E per spiegare questo punto, che è centrale, proponiamo a tutti i lettori un articolo sul tema, di Tommaso Scandroglio. (Riccardo Cascioli)



Come è noto è in corso nelle aule parlamentari il dibattito sulla proposta di legge anti-omofobia. Qual è l’atteggiamento che il politico cattolico dovrebbe tenere nei confronti di questo testo? Quali i suoi spazi di manovra leciti sul piano morale?

Ci viene in soccorso il numero 73 dell’Evangelium Vitae: “Quando non fosse possibile scongiurare o abrogare completamente una legge abortista, un parlamentare, la cui personale assoluta opposizione all'aborto fosse chiara e a tutti nota, potrebbe lecitamente offrire il proprio sostegno a proposte mirate a limitare i danni di una tale legge e a diminuirne gli effetti negativi sul piano della cultura e della moralità pubblica” (in modo analogo si esprime la Congregazione per la Dottrina della Fede nella Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l'impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica al numero 4). Ovviamente il caso dell’aborto può essere esteso per analogia al caso di una legge come quella voluta dall’on. Scalfarotto.

Questo passo dell’Evangelium Vitae fa venire in mente immediatamente quegli emendamenti al testo presentato alla Camera che prevedono clausole di garanzia per la libertà di espressione e la libertà religiosa. Un modo – si potrebbe dire – per attenuare la portata lesiva della proposta di legge. In linea teorica dunque il politico cattolico che presentasse questi emendamenti migliorativi rientrerebbe nel caso prospettato al numero 73.

Però occorre fare due rilievi: uno di ordine valutativo e un secondo attinente alle strategie poste in campo. In merito al primo punto, viene da chiedersi se quella condizione prevista da Giovanni Paolo II che riguarda l’inevitabilità del varo di una legge ingiusta si sia effettivamente verificata nel caso di specie. Siamo davvero così sicuri che il meteorite della legge sull’omofobia colpirà il nostro italico stivale? Siamo certi che un’opposizione radicale e a tutto campo a questa legge, opposizione che coinvolga culturalmente anche il consesso sociale, non potrebbe sortire l’effetto di scongiurare il varo della proposta di legge? Viene il sospetto – ma è solo tale – che qualche politico cattolico quando qualche mese or sono vide spuntare all’orizzonte questa proposta di legge già si dichiarò sconfitto in anticipo.

Seconda nota di carattere strategico. Ammettiamo invece che questa legge sicuramente passerà, cattolici volenti o nolenti. Il Papa ci dice che non solo possiamo ma dobbiamo fare tutto il possibile per limitare i danni. Una strada che si potrebbe intraprendere è senza dubbio quella degli emendamenti. Però, ci viene da obiettare, forse non è più efficace, anche in questo particolare frangente, un’opposizione a tutto il testo, senza se e senza ma? 

E’ stata da sempre la tattica riuscitissima usata dai radicali per le campagne su divorzio, aborto, fecondazione artificiale e da ultimo eutanasia. Chiedi cento e mal che vada ti daranno dieci. Se chiedi dieci rischi di non avere nemmeno quello. La stessa strategia è utilizzata dai movimenti pro-life negli States dove si alzano cartelli con scritto “Stop abortion” senza specificare un limite temporale minimo per l’accesso all’aborto, oppure dai gruppi contrari alla pena di morte che non chiedono che il condannato venga ucciso senza farlo soffrire, ma chiedono che non venga ucciso. Punto. E i risultati si vedono.

E poi vale l’insegnamento della storia: le leggi su divorzio, aborto e Fivet non sono un po’ figlie di questa posizione minimalista? A calcio il catenaccio serve sì per non prendere gol, però non si segnerà mai e mai dunque si vincerà un campionato.

Un no a tutto il testo di legge porterebbe con sé anche altri due effetti positivi. In primis manderebbe un segnale culturale forte. L’uomo della strada non fa tanti distinguo tra legge sull’omofobia emendata e non emendata. Opporsi in toto alla proposta avrebbe il merito di denunciare con chiarezza quale è il vero DNA di questa legge: una norma liberticida e che vuole imporre la cultura di genere.

Un secondo effetto positivo sarebbe di carattere personale per il politico cattolico. Ne uscirebbe pulito dal punto di vista massmediatico, senza l’ombra di collusioni o inciuci, perché avrebbe assunto una posizione chiara e netta. I troppi distinguo portano con sé una lunga teoria di chiarimenti su intenzioni e modalità attuative delle intenzioni stesse che in genere interessano solo gli addetti ai lavori ma annoiano tutti gli altri.

Un nota bene doveroso: le considerazioni appena espresse in merito alla valutazione che questa legge può essere ancora uccisa sul nascere e in merito all’inefficacia della strategia che si incardina solo sulla presentazione di emendamenti: sono considerazioni ovviamente opinabili, proprio perché attengono al campo dei giudizi operativi. 

Non è opinabile invece la seguente considerazione: anche a fronte di un testo emendato in meglio il politico cattolico non può che votare contro questa legge.

La Congregazione per la Dottrina della Fede nel documento Dichiarazione sull’aborto procurato al numero 22 scrive: “Dev’essere, in ogni caso, ben chiaro che, qualunque cosa a questo riguardo venga stabilita dalla legge civile, l’uomo non può mai ubbidire ad una legge intrinsecamente immorale[…]. Egli non può né partecipare ad una campagna di opinione in favore di una legge siffatta, né dare ad essa il suffragio del suo voto”. Dunque una legge intrinsecamente ingiusta non può essere votata. 

Da qui la domanda: la legge sull’omofobia è una legge intrinsecamente immorale? Sì, perché si fonda sul concetto di “genere”, concetto che è in netto contrasto con la verità antropologica che vede l’uomo attratto dalla donna e viceversa. L’omosessualità è contro natura ed invece questa legge vuole imporre con il carcere l’idea che l’omosessualità sia cosa naturale. Poco importa che il concetto sia imbellettato da norme anti-discriminazioni et similia. E’ solo un cavallo di Troia per far passare una legge intrinsecamente ingiusta che rimarrebbe tale anche se emendata. Quello che si vuole vendere non è più tutela per le persone omosessuali, bensì l’omosessualità come orientamento normale.

Ora votare a favore di una legge come questa perché – così si sostiene – perlomeno in tal modo si faranno passare gli emendamenti migliorativi non è lecito sul piano morale. Perché quel voto direbbe sì agli emendamenti e nello stesso tempo direbbe sì anche alle altre parti della legge che accettano la cultura omosessualista. 

L’Evangelium Vitae è chiara: il voto è lecito solo alle proposte “mirate a limitare i danni” (corsivo nel testo), non alle proposte mirate sia a limitare i danni che a provocarli seppur con minor carica virulenta. Il voto a tutta la legge Scalfarotto sarebbe da una parte un placet alla limitazione dei danni realizzata grazie agli emendamenti ma dall’altra anche un placet ai “danni” stessi, cioè a tutto il rimanente corpus. E’ un problema squisitamente morale: l’oggetto dell’azione sarebbe non solo la limitazione del danno ma anche la produzione del danno, cioè la generazione di un male morale. E mai si può compiere il male, anche a prezzo di essere costretti a vedere il varo della versione peggiore di una legge. In caso contrario cadremmo nell’utilitarismo: faccio il male ma in vista di un bene futuro.

Qualcuno dirà: meglio collaborare a fare il male minore, piuttosto che lasciare mano libera agli altri di compiere il male maggiore. Purtroppo, come accennato, il male anche se piccolo mai si può compiere. Si può compiere solo il bene, a volte il maggior bene possibile anche se non è quello perfetto.