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giovedì 8 maggio 2014

«Ze went to hir bedroom» non è una frase sgrammaticata, ma il nuovo inglese “sessualmente corretto”, Maggio 8, 2014 Leone Grotti, http://www.tempi.it/

Nei documenti ufficiali scompaiono le parole come “fisherman”, che diventa “fisher”. E per chi non si sente né maschio né femmina in Colorado bisognerà utilizzare, al posto di “he” o “she”, il pronome “ze”
usa-pronome-neutrousa-pronome-neutroNon c’è vera rivoluzione senza un cambiamento del linguaggio. Lo sanno bene le lobby Lgbt, che hanno fatto pressioni sui legislatori degli Stati Uniti perché adeguassero documenti ufficiali e parole di uso comune alla nuova realtà del gender.
ADDIO PESCATORE E POLIZIOTTO. Ecco quindi che lo Stato di Washington nei suoi testi ufficiali non scrive più la parola “fisherman” (pescatore) ma “fisher”. Il termine infatti era discriminatorio nei confronti delle donne e doveva essere corretto. Al pari di pescatore, sono state cambiate molte parole che terminano in “man”/”men” (uomo/uomini). Non c’è più il “freshman”, la matricola, ma il “first year student”, che vale per entrambi i sessi.
Niente più “penmanship”, scrittura a mano, ma “handwriting”. Si è detto addio per sempre al “policeman”, diventato “police officer”, e allo “sportsman”, trasformato in “outdoor enthusiast” (appassionato dell’aria aperta).
SI SALVA IL MARINAIO. Le uniche parole ad essere sfuggite alla nuova iconoclastia gender sono “seaman” e “airman”, rispettivamente marinaio e aviatore, salvate per la collottola da un infuriato dipartimento della Difesa. Lo Stato di Washington ha fatto da apripista e secondo la Conferenza nazionale delle assemblee locali un’altra dozzina di Stati sta imboccando la stessa strada.
Quasi dappertutto il “chairman”, presidente, si è fatto da parte per lasciare il posto al “chairperson”, e lo “spokesman”, il portavoce spesso già disambiguato all’occorrenza in “spokeswoman”, ha ceduto il passo al neutro “spokesperson”.
ACCORGIMENTI ANTIDISCRIMINAZIONE. I sostantivi sono facile preda del nuovo trend, ma come la mettiamo con i pronomi? I nuovi manuali americani propongono alcune soluzioni. Prendiamo la frase “A good judge takes his job seriously” (Un buon giudice prende il suo lavoro seriamente): chi l’ha detto che il giudice è un uomo? Non potrebbe essere una donna? Il nuovo linguaggio ha la risposta pronta: basta usare la dicitura “his”/“her” o aggirare l’ostacolo e tagliare la testa al toro con un bel gerundio: “A good judge takes judging very seriously”. Ne risentirà la bella scrittura, la frase parrà involuta ma l’uguaglianza è preservata.
NUOVO PRONOME NEUTRO. Ma i nodi vengono sempre al pettine: come la mettiamo con quelle persone che non si sentono né uomini né donne ma neutri? I militanti Lgbt hanno proposto una soluzione ai campus universitari: utilizzare un pronome neutro completamente inventato. Al posto di “he”/”she” (lui/lei) ecco fare capolino “ze” e al posto del complemento oggetto “him”/”her” un ambivalente “hir”, il cui pronome possessivo è “hirs”. La comune frase “She went to her bedroom” (Lei è andata in camera sua) diventa quindi: “Ze went to hir bedroom” o al plurale: “E went to eir bedroom”.
A questo punto potremmo farci tutti una bella risata ma la Commissione dei diritti civili del Colorado ha stabilito che essere appellati con il pronome neutro è un diritto di tutti e quei professori o datori di lavoro che si rifiutino di farlo per qualunque motivo possono essere incriminati per una forma di molestia sessuale. Avete ancora voglia di ridere?
@LeoneGrotti

giovedì 19 dicembre 2013

La lobby gay imbavaglia i giornalisti di Massimo Introvigne, 15-12-2013, http://www.lanuovabq.it


Manif pour Tous ItaliaCredevate che l'UNAR, l'Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali del Ministero delle Pari Opportunità ce l'avesse solo con gli insegnanti, imponendo loro d'insegnare obbligatoriamente l'ideologia di genere? Sbagliavate. Ora se la prende con i giornalisti, pubblicando il 13 dicembre un documento tecnicamente incredibile, intitolato «Linee guida per un'informazione rispettosa delle persone LGBT» (in fondo all'articolo si può scaricare il documento). Il modesto titolo «Linee guida» non inganni. Si precisa subito infatti che i giornalisti che non si piegheranno ai diktat dell'UNAR violeranno le norme deontologiche, per cui la denuncia all'Ordine dei Giornalisti è dietro l'angolo. Inoltre il testo - tutto bastone e poca carota - spiega anche che è solo questione di tempo: «l'Italia si sta adeguando» ai Paesi più civili, presto il Parlamento introdurrà una «legislazione specifica» contro l'omofobia e il giornalista che sbaglia rischierà non solo il deferimento all'Ordine ma la galera.

E che cosa si deve fare per adeguarsi? Occorre rispettare dieci comandamenti, redatti dagli esperti - quasi tutti di organizzazioni LGBT - che hanno preparato le linee guida. Primo: non confonderai il sesso con il genere. Il sesso è una caratteristica anatomica, ma ognuno sceglie se essere uomo o donna «indipendentemente dal sesso anatomico di nascita». È davvero il primo comandamento dell'ideologia di genere, ma ora diventa obbligatorio.

Secondo: benedirai il «coming out». Vietato parlare di «gay esibizionisti»: il giornalista porrà invece attenzione a sottolineare gli aspetti positivi della «visibilità» degli omosessuali e il coraggio di chi si rende visibile.

Terzo: riabiliterai la parola «lesbica».  «Dare della lesbica» non è un insulto: è un complimento. Ma attenzione a non esagerare, promuovendo il «voyeurismo» dei maschietti. Quarto comandamento: attenzione agli articoli. Se un transessuale si sente donna il giornalista deve scrivere «la trans» e non «il trans». Per Vladimir Luxuria, per esempio - è esplicitamente citato (o citata?) nelle linee guida - vanno sempre usati articoli e aggettivi al femminile. Non importa - al solito - l'anatomia: se qualcuno «sente di essere una donna va trattata come tale». Quinto: non associare transessuali e prostituzione. E comunque mai parlare di prostitute o prostituti. Il giornalista userà invece l'espressione «lavoratrice del sesso trans».

Come è giusto per materie di questo genere, molto si gioca sul sesto comandamento: il giornalista dovrà educare i suoi lettori a considerare cosa buona e giusta il «matrimonio» omosessuale, «o almeno il riconoscimento dei diritti attraverso un istituto ad hoc» . Farà notare che «il matrimonio non esiste in natura, mentre in natura esiste l'omosessualità». Fuggirà come la peste «i tre concetti: tradizione, natura, procreazione», sicuro indizio di omofobia. Ricorderà ai suoi lettori che il «diritto delle persone omosessuali ad avere una famiglia è sancito a livello europeo».

Il sesto comandamento dell'UNAR basta a mettere nei pasticci qualunque giornalista che per avventura fosse d'accordo con il Magistero cattolico. Se qualcuno sfuggisse al sesto, incalza però il settimo comandamento: vietato parlare di «matrimonio tradizionale» e, per converso, di «matrimonio gay», che il giornalista dovrà invece qualificare come «matrimonio fra persone dello stesso sesso» per non rischiare, anche involontariamente, di diffondere la pericolosa idea secondo cui si tratterebbe di «un istituto a parte, diverso da quello tradizionale».

Difficilissimo poi per il giornalista cattolico - o, che so, per il collaboratore di questa testata - evitare di violare l'ottavo comandamento, il quale in tema di adozioni vieta di sostenere che il bambino «ha bisogno di una figura maschile e di una femminile come condizione fondamentale per la completezza dell'equilibrio psicologico». Il giornalista che sostenesse questa tesi si renderebbe responsabile della propagazione di un «luogo comune», smentito dalla «letteratura scientifica». Vietatissimo, poi, parlare di «utero in affitto», espressione «dispregiativa» da sostituire subito con «gestazione di sostegno».

Il nono comandamento sembra scritto apposta per il caso di Giancarlo Cerrelli, il noto vicepresidente dell'Unione Giuristi Cattolici Italiani colpevole di rappresentare troppo efficacemente le ragioni di chi ė contrario alla legge sull'omofobia in televisione e quindi dichiarato persona non gradita nei programmi RAI. «Quando si parla di tematiche LGBT - si legge in un passaggio delle linee guida che sarebbe esilarante se non ci fosse la minaccia di gravi sanzioni per chi sgarra - è frequente che giornali e televisioni istituiscano un contraddittorio: se c'è chi difende i diritti delle persone LGBT si dovrà dare voce anche a chi è contrario». Sembrerebbe il minimo sindacale del pluralismo e della democrazia, specie se parliamo della RAI e di servizio pubblico. 

Ma le linee guida ci dicono che questo «non è affatto ovvio». Il caso Cerrelli insegna. «Cosa deve accadere affinché il contraddittorio fra favorevoli e contrari ai diritti delle persone gay e lesbiche non sia più necessario?». La risposta corretta sarebbe che deve accadere l'instaurazione di una dittatura, per dirla con Papa Francesco, simile a quella del romanzo «Il padrone del mondo» di Benson. La risposta delle linee guida invece è che basta una «scelta puramente politica» - che l'UNAR si arroga l'autorità di fare - per dire basta a questi dibattiti fastidiosi e pericolosi. Il buon conduttore televisivo avrà cura che sia espressa solo un'opinione, quella corretta. «Non esiste una soglia di consenso prefissata, oggettiva, oltre la quale diventa imprescindibile il contraddittorio». Quindi su questi temi se ne deve prescindere. Tornatene a casa, avvocato Cerrelli - in attesa magari di sentire anche per televisione il ritornello scandito da certi simpatici attivisti: «e se saltelli muore anche Cerrelli».

Non si salvano, infine, neanche i fotografi. Il decimo comandamento li invita a fare attenzione a che cosa fotografano nei gay pride, evitando immagini di persone «luccicanti e svestite». L'obiezione secondo cui se chi partecipa ai gay pride non si svestisse non correrebbe il rischio di essere fotografato nudo non sembra essere venuta in mente agli esimi redattori del testo.

Che però hanno pensato a una possibile difesa del malcapitato giornalista, il quale potrebbe sostenere che lui la pensa diversamente, ma per dovere di cronaca ha ritenuto di riportare anche le strane idee di chi si oppone al «matrimonio» omosessuale, e che magari ha radunato in una sala centinaia di persone. Difesa debole, sentenzia il documento. Il giornalista che riporta dichiarazioni, anche «di politici e rappresentanti delle istituzioni», contrarie alle linee guida può farlo per «dovere di cronaca» ma deve «attenersi ad alcune regole»: «virgolettare i discorsi», spiegare che sono sbagliati, contrapporre dichiarazioni di rappresentanti delle organizzazioni LGBT, che andranno tempestivamente intervistati,  usare «particolare attenzione nella titolazione». Non sono forniti esempi, ma il bravo giornalista capisce al volo. Se per esempio un vescovo si dichiara contrario al «matrimonio» omosessuale, il titolo dovrà essere «Fedeli scandalizzati dal discorso omofobo del vescovo» e non «Il vescovo ricorda: la Chiesa non accetta il matrimonio omosessuale».

Giornalista avvisato, mezzo salvato. Ma anche italiani e parlamentari avvisati, mezzi salvati. Perché le linee guida per i giornalisti rendono involontariamente un enorme servizio. Spiegano esattamente, nero su bianco, che cosa sarà davvero vietato dalla legge contro l'omofobia. Altro che proteggere le persone omosessuali - com'è giusto che sia, e come già affermano le leggi in vigore - da insulti, minacce e violenze. Qui si tratta della dittatura del relativismo, senza sottigliezze e senza misericordia. Fermiamo questa macchina impazzita prima di ritrovarci tutti in un GULag gestito da militanti LGBT.


Documenti

venerdì 11 ottobre 2013

Neuroetica nella definizione dell'Enciclopedia Treccani, giovedì 10 ottobre 2013, http://acarrara.blogspot.it/2013/10/neuroetica-nella-definizione.html Etichette: definizione, dizionario, neuroetica, significato, treccani di Riccardo Carrara Continuiamo l'approfondimento del concetto di neuroetica. Da un lato stiamo esplorando la storia di questa nuova disciplina nella rubrica apposita che è ormai arrivata al terzo appuntamento (inseriamo di seguito i link inerenti: 1, 2, 3); dall'altro stiamo cercando di analizzare, seppur in breve, le varie definizioni e le citazioni del termina neuroetica nei libri e nei manuali. Come può essere definita la neuroetica? In molti si interrogano su questo quesito e tentano di dare un risposta che possa essere il più esaustiva possibile. Considerando che questa nuova "disciplina", se così possiamo chiamare, ha una storia di qualche decennio, si può comprendere la difficoltà nel trovarne una definizione univoca. Cerchiamo di analizzare quanto possiamo leggere dall'edizione online dell'Enciclopedia Treccani (già abbiamo riportato le tre citazioni del termine neuroetica nell'omonimo Dizionario di medicina in un precedente post). Da quanto possiamo apprendere, leggendo il Vocabolario online della Treccani, ci troviamo subito davanti al termine "neologismo", ossia una parola o locuzione nuova, non appartenente, precedentemente, al lessico di una lingua, che solitamente scaturisce dalla composizione di parole già presenti e utilizzate. La creazione di neologismi risponde ad una necessità: esprimere concetti nuovi, denominare o qualificare nuove cose. Ecco quello che è successo per il termine neuroetica, c'era il bisogno di definire qualcosa di nuovo che potesse racchiudere un concetto nascente e un'attuale necessità. Nel Vocabolario della Treccani rileviamo tre punti: Il primo, definisce la neuroetica come: "Lo studio del comportamento etico sulla base dei progressi compiuti nell’ambito delle neuroscienze" e riporta come esempio l'organizzazione no profit Dana Alliance for Brain, che promuove la settimana mondiale sul cervello e che "ha dedicato il primo capitolo del suo rapporto annuale sui progressi delle neuroscienze ad un nuovo settore: la «neuroetica», vale a dire la riflessione sulle questione etiche sollevate dalle scoperte delle neuroscienze. Che, a differenza della filosofia, sembrano ad esempio capaci di offrire risposte concrete, e sufficientemente comprovate, agli interrogativi sui limiti del libero arbitrio (e quindi della responsabilità individuale) con conseguenze anche in sede legale." Il secondo punto pone l'accento su una delle questioni oggi tema di riflessione della neuroetica, ponendo essenzialmente due domande: "Fin dov’è lecito potenziare la mente umana con la medicina?" e "La conoscenza delle basi neuronali del comportamento, della personalità e della coscienza possono influenzare la nostra stessa idea di natura umana e del vivere in società?". Queste domande non possono essere lasciate senza risposta, perché sono già realtà e stanno proprio dietro l'angolo pronte ad uscire. Viene ricordata, inoltre, la domanda che si poneva il filosofo, politologo e diplomatico britannico Isaiah Berlin nel 1959, all'interno del suo magisterial essay intitolato John Stuart Mill and the End of Life e pubblicato, dieci anni più tardi, all'interno di Four essay on liberty: "Che fare di fronte alla pastiglia che ci possa far sentire sempre felici?". Nel terzo punto, si prende in considerazione una definizione estrema, ossia quella di una disciplina grazie alla quale l'uomo potrà superare in qualche modo il se stesso odierno per arrivare a "prestazioni intellettuali superiori senza violare i dettami della scienza medica". In questo concetto di neuroetica, contenuto nel libro di James Hughes «Citizen Cyborg: Why Democratic Societies Must Respond to theRedesigned Human of the Future» (Il cittadino cibernetico: perché la società democratica deve essere pronta a disegnare l’essere umano del futuro) non viene più preso in considerazione il giudizio morale o il comportamento etico, ma il rispetto delle leggi della scienza medica, al fine di migliorare la qualità della vita. Il Vocabolario ci ricorda, infine, che il termine neuroetica è composto da un confisso (neuro) e un sostantivo femminile (etica). È utile al momento richiamare il significato di confisso, che è un elemento morfologico autonomo, solitamente di origine greca o latina, con un valore semantico pieno. Nel caso in questione il confisso neuro-, dal greco νεῦρον «nervo», viene impiegato come "primo elemento nella formazione di termini scientifici e tecnici, anche nelle forme grafiche neuri- nevro- e nevri-. L’accezione semantica con la quale è usato nel lessico specialistico della medicina fa riferimento a «nervo, nervoso, relativo al sistema nervoso», come in neuroanatomia, neurochirurgia e neurologia." Con l'avvento e lo sviluppo delle neuroscienze questo confisso ha avuto un notevole sviluppo, tanto da portare qualche autore a parlare perfino di neuro-mania o di neuro-millennio. Approfondendo ulteriormente l'analisi del termine neuroetica, è interessante notare la spiegazione a cura di Claudio Buccolini tratta da Lessico del XXI Secolo della Treccani online. In questo caso viene subito definita come una disciplina "nata dall’intento di orientare lo studio dell’etica sulla base delle acquisizioni e delle metodologie di indagine delle scienze neurofisiologiche". Viene descritta una rapidissima digressione storica sull'apparente sviluppo del concetto, rilevando come agli inizi degli anni Novanta ci si proponeva di "individuare le basi neurali del comportamento degli agenti morali al fine di integrarne lo studio con quello delle questioni etiche", ma fu subito evidente il possibile esito naturalistico e riduzionistico con "una profonda, e, secondo alcuni interpreti, irreversibile perdita della responsabilità morale stessa". Ci troviamo di fronte al vecchio dilemma tra libero arbitrio e libertà, posti in una nuova veste. L'analisi di Buccolini prosegue, citando Libet e affermando che con esso ci fu un'ulteriore elaborazione dei concetti riguardanti la libera decisione e conclude facendo riferimento al neurofisiologo Gazzaniga che, insieme ad altri, sposta lo scopo della neuroetica e lo amplia. A questa nuova disciplina viene posta dinnanzi una meta ancora più vasta: "non soltanto di individuare i correlati neurologici delle pratiche morali, ma di trarre appunto da tale base orientamenti che consentano di risolvere dilemmi etici e bioetici".



di Riccardo Carrara

Continuiamo l'approfondimento del concetto di neuroetica. Da un lato stiamo esplorando la storia di questa nuova disciplina nella rubrica apposita che è ormai arrivata al terzo appuntamento (inseriamo di seguito i link inerenti: 1, 2, 3); dall'altro stiamo cercando di analizzare, seppur in breve, le varie definizioni e le citazioni del termina neuroetica nei libri e nei manuali.

Come può essere definita la neuroetica? In molti si interrogano su questo quesito e tentano di dare un risposta che possa essere il più esaustiva possibile. Considerando che questa nuova "disciplina", se così possiamo chiamare, ha una storia di qualche decennio, si può comprendere la difficoltà nel trovarne una definizione univoca.

Cerchiamo di analizzare quanto possiamo leggere dall'edizione online dell'Enciclopedia Treccani (già abbiamo riportato le tre citazioni del termine neuroetica nell'omonimo Dizionario di medicina in un precedente post).

Da quanto possiamo apprendere, leggendo il Vocabolario online della Treccani, ci troviamo subito davanti al termine "neologismo", ossia una parola o locuzione nuova, non appartenente, precedentemente, al lessico di una lingua, che solitamente scaturisce dalla composizione di parole già presenti e utilizzate.  La creazione di neologismi risponde ad una necessità: esprimere concetti nuovi, denominare o qualificare nuove cose. Ecco quello che è successo per il termine neuroetica, c'era il bisogno di definire qualcosa di nuovo che potesse racchiudere un concetto nascente e un'attuale necessità.

Nel Vocabolario della Treccani rileviamo tre punti: 

Il primo, definisce la neuroetica come: "Lo studio del comportamento etico sulla base dei progressi compiuti nell’ambito delle neuroscienze" e riporta come esempio l'organizzazione no profit Dana Alliance for Brain, che promuove la settimana mondiale sul cervello e che "ha dedicato il primo capitolo del suo rapporto annuale sui progressi delle neuroscienze ad un nuovo settore: la «neuroetica», vale a dire la riflessione sulle questione etiche sollevate dalle scoperte delle neuroscienze. Che, a differenza della filosofia, sembrano ad esempio capaci di offrire risposte concrete, e sufficientemente comprovate, agli interrogativi sui limiti del libero arbitrio (e quindi della responsabilità individuale) con conseguenze anche in sede legale."

Il secondo punto pone l'accento su una delle questioni oggi tema di riflessione della neuroetica, ponendo essenzialmente due domande: "Fin dov’è lecito potenziare la mente umana con la medicina?" e  "La conoscenza delle basi neuronali del comportamento, della personalità e della coscienza possono influenzare la nostra stessa idea di natura umana e del vivere in società?". Queste domande non possono essere lasciate senza risposta, perché sono già realtà e stanno proprio dietro l'angolo pronte ad uscire. 
Viene ricordata, inoltre, la domanda che si poneva il filosofo, politologo e diplomatico britannico Isaiah Berlin nel 1959, all'interno del suo magisterial essay intitolato John Stuart Mill and the End of Life e pubblicato, dieci anni più tardi, all'interno di Four essay on liberty: "Che fare di fronte alla pastiglia che ci possa far sentire sempre felici?". 

Nel terzo punto, si prende in considerazione una definizione estrema, ossia quella di una disciplina grazie alla quale l'uomo potrà superare in qualche modo il se stesso odierno per arrivare a "prestazioni intellettuali superiori senza violare i dettami della scienza medica". 
In questo concetto di neuroetica, contenuto nel libro di James Hughes «Citizen Cyborg: Why Democratic Societies Must Respond to theRedesigned Human of the Future» (Il cittadino cibernetico: perché la società democratica deve essere pronta a disegnare l’essere umano del futuro) non viene più preso in considerazione il giudizio morale o il comportamento etico, ma il rispetto delle leggi della scienza medica, al fine di migliorare la qualità della vita. 

Il Vocabolario ci ricorda, infine, che il termine neuroetica è composto da un confisso (neuro) e un sostantivo femminile (etica). 
È utile al momento richiamare il significato di confisso, che è un elemento morfologico autonomo, solitamente di origine greca o latina, con un valore semantico pieno. Nel caso in questione il confisso neuro-, dal greco νεῦρον «nervo», viene impiegato come "primo elemento nella formazione di termini scientifici e tecnici, anche nelle forme grafiche neuri- nevro- e nevri-. L’accezione semantica con la quale è usato nel lessico specialistico della medicina fa riferimento a «nervo, nervoso, relativo al sistema nervoso», come in neuroanatomia, neurochirurgia e neurologia." Con l'avvento e lo sviluppo delle neuroscienze questo confisso ha avuto un notevole sviluppo, tanto da portare qualche autore a parlare perfino di neuro-mania o di neuro-millennio.


Approfondendo ulteriormente l'analisi del termine neuroetica, è interessante notare la spiegazione a cura di Claudio Buccolini tratta da Lessico del XXI Secolo della Treccani online.
In questo caso viene subito definita come una disciplina "nata dall’intento di orientare lo studio dell’etica sulla base delle acquisizioni e delle metodologie di indagine delle scienze neurofisiologiche".
Viene descritta una rapidissima digressione storica sull'apparente sviluppo del concetto, rilevando come agli inizi degli anni Novanta ci si proponeva di "individuare le basi neurali del comportamento degli agenti morali al fine di integrarne lo studio con quello delle questioni etiche", ma fu subito evidente il possibile esito naturalistico e riduzionistico con "una profonda, e, secondo alcuni interpreti, irreversibile perdita della responsabilità morale stessa". Ci troviamo di fronte al vecchio dilemma tra libero arbitrio e libertà, posti in una nuova veste. 

L'analisi di Buccolini prosegue, citando Libet e affermando che con esso ci fu un'ulteriore elaborazione dei concetti riguardanti la libera decisione e conclude facendo riferimento al neurofisiologo Gazzaniga che, insieme ad altri, sposta lo scopo della neuroetica e lo amplia. A questa nuova disciplina viene posta dinnanzi una meta ancora più vasta: "non soltanto di individuare i correlati neurologici delle pratiche morali, ma di trarre appunto da tale base orientamenti che consentano di risolvere dilemmi etici e bioetici".

venerdì 23 agosto 2013

E d'ora in avanti non ci saranno più "pazienti" di Renzo Puccetti - 23-08-2013 - http://www.lanuovabq.it/

Paziente

06/8262. Cari colleghi medici, appuntatevi questo numero, è il telefono per segnalare le persone scomparse alla trasmissione “Chi l’ha visto?”. Ci servirà quando vedremo le nostre sale d’attesa piene come al solito, ma tra i tanti volti non ci sarà più nemmeno un paziente; uomini, donne, anziani, giovani, poveri e facoltosi, tutti accomunati dal medesimo provvedimento: cancellati per ordini superiori. Avrà provveduto a farlo il prossimo codice di deontologia medica dove si annuncia che la parola “paziente” sarà abolita e sostituita dall’espressione “persona assistita”. Il presidente della Federazione degli Ordini dei Medici, nonché senatore in quota Pd, dice che il provvedimento servirà a rendere evidente il «diritto a ricevere cure e assistenza senza passività» e «ad essere al centro del sistema». C’è il rammarico di avere atteso così a lungo prima che una tale trovata degna del miglior monsieur de la Palice vedesse la luce. Bastava così poco e chilometriche liste di attesa per visite ed esami si sarebbero disciolte come neve al sole se allo sportello, al posto del paziente, si fosse presentata «la persona assistita», finalmente divenuta attivo centro del sistema.


Al di là di certa amara ironia l’abolizione del termine «paziente» ha delle implicazioni non indifferenti. Per comprenderlo ci si deve domandare: chi è il paziente? Non è colui che deve attendere senza lamentarsi l’arrivo del medico o il giungere della sperata guarigione, egli è il sofferente (pàtior in latino, paskho in greco). Eliminare il termine è un obiettivo di lunga data di quel vasto e trasversale fronte consumeristico volto a ridurre la relazione medico-paziente ad una transazione contrattuale uguale a tutte le altre. Ci hanno provato in passato ideando l’espressione “cittadino utente”, un Minotauro lessicale adottato da taluni zelanti funzionari sanitari frutto della crasi tra il furore sanculotto e la rassegnazione da municipalizzata. Il distacco con la nobiltà e la storia del termine “paziente” era troppo evidente.


Ora ci riprovano con “persona assistita”, termine che fa scomparire una dimensione essenziale: la realtà della sofferenza. In tanti ambiti le persone hanno bisogno di assistenza, ci rivolgiamo al legale per l’assistenza giuridica, all’interprete per l’assistenza linguistica, in molti ambiti siamo e rimaniamo persone quando cerchiamo forme diverse di assistenza. Ma è la sofferenza e la malattia che spingono la persona a cercare aiuto in un’altra persona in cui si pone una tale fiducia da essere disposti ad abbattere le naturali barriere di pudore e riservatezza. È questa una cosa che non si è disposti a fare con nessun altro. Sì, abbondano le trasmissioni televisive dedicate alla medicina, gli articoli sulle riviste, c’è Internet, ma quasi sempre il paziente non riesce ad interpretare le informazioni e così accade che si rivolga al medico perché quello che aveva letto su Wikipedia lo aveva fatto morire dallo spavento.


Potrò sbagliare, ma ho la convinzione che la rimozione del paziente sia anche frutto di quella mentalità funzionalistica che vede nella persona malata un essere di minore valore, una mentalità che non crede nel valore ontologico di ciascun essere umano indipendentemente dalla sua condizione. Da qui si procede ad escogitare un florilegio di litoti: non vedente, non udente, diversamente abile e via col liscio. Non che ci preoccupi l’uso del termine persona in sé, ma in un’epoca in cui si vuole affermare che non tutti gli esseri umani sono persone, che la dignità di persone è legato al possesso di certi attributi, che se si è nella condizione di embrione, di feto, di neonato, se si soffre di Alzheimer, sindrome di Down, stato vegetativo non si è persone, allora drizzare le antenne diventa doveroso.


Davanti al paziente, di fronte al sofferente, è difficile sostenere che la risposta debba consistere nella soddisfazione dei desideri, perché se c’è un paziente, allora c’è anche un medico, una persona che avendo la necessaria conoscenza cura, come indica il doppio significato della radice avestica della parola (madh). È perché è anch’egli un essere umano che il medico è pari al paziente in dignità e però svolge un ruolo ben specifico: difendere l’integrità del paziente in scienza e coscienza, disposto a rompere l’alleanza terapeutica, pur di difendere la propria integrità di uomo e di medico. Per simmetria alla scomparsa del paziente dovrà giocoforza corrispondere la scomparsa della specificità delle singole figure professionali, risucchiate nell’indistinto calderone delle “persone assistenti”. Si legge sui giornali che i medici ne hanno discusso per mesi e che la decisione è stata unanime. Sarà così, ma quel che so è che di un dibattito di tale importanza per tutti i medici non vi è traccia nella front page del sito della Federazione degli Ordini dei Medici. Se il confronto è stato così ampio come dice il Corriere rimane per me un mistero che né io, né gli altri quattro medici della mia famiglia, né una serie di colleghi che ho contattato ne sapessero alcunché.


Lancio una proposta al presidente Bianco, senatore di un partito che anche nel nome si dice democratico e che ha introdotto la consultazione della base più ampia per scegliere il candidato premier. Perché non dare una prova di democrazia domandando ai medici se vogliono conservare il termine che hanno pronunciato sempre?

giovedì 11 aprile 2013


Enciclopedia francese cambia la definizione di matrimonio per includere le unioni gay - aprile 11, 2013 Leone Grotti - http://www.tempi.it

matrimonio-enciclopedia-francia

Il matrimonio gay in Francia è stato approvato. Non dalla legge, visto che il Senato sta ancora discutendo la proposta del governo socialista, ma delle enciclopedie francesi. Fino ad oggi i dizionari d’Oltralpe hanno definito il matrimonio come «atto solenne con il quale un uomo e una donna stabiliscono tra di loro un’unione» regolamentata dalla legge. Prima ancora di sapere che fine farà la legge Taubira in Parlamento, nella prossima edizione del più prestigioso dizionario francese, Petit Larousse, alla voce “matrimonio” si leggerà: «Atto solenne con il quale due persone di sesso differente o dello stesso sesso stabiliscono tra di loro un’unione» regolamentata dalla legge.

DEFINIZIONE MODIFICATA. «Dobbiamo essere reattivi» ha dichiarato Carine Girac-Marinier, direttrice dell’enciclopedia Larousse. «Abbiamo modificato la definizione tenendo conto del progetto di legge che il Parlamento sta esaminando», anche se ancora non è stato approvato. L’obiettivo è anche allinearsi all’enciclopedia rivale, Le Petit Robert, che già da una dozzina d’anni, rivela il Le Figaro, definisce il matrimonio come «unione legittima di due persone secondo le condizioni previste dalla legge».

SIGNIFICATO ANTICO. Infatti, spiega l’editore Laurence Laporte, «è da tempo che il matrimonio tra due persone dello stesso sesso esiste negli altri paesi. La nostra definizione è già universale e non abbiamo bisogno di cambiarla nell’edizione del 2014».  Ma quando la legge passerà in Francia, aggiunge, bisognerà «senza dubbio» fare una nota che spieghi qual era il «significato antico» del matrimonio, «perché se per esempio si legge “La fisiologia del matrimonio” di Balzac, sarà necessario spiegare che si riferisce solo a quello tra uomo e donna».

CAMBIA L’ANTROPOLOGIA. L’opposizione in Parlamento ha protestato contro la decisione presa dalle enciclopedie francesi perché «non si cambia l’antropologia e un dizionario per legge». L’opposizione teme anche che gli insegnanti francesi d’ora in poi non potranno più insegnare nelle scuole che il matrimonio è ad esempio quello della definizione della Treccani: «Unione fisica, morale e legale dell’uomo (marito) e della donna (moglie) in completa comunità di vita, al fine di fondare la famiglia e perpetuare la specie».
@LeoneGrotti

mercoledì 13 febbraio 2013


I sostenitori delle nozze gay mischiano le carte. E scambiano una “coppia” per un “matrimonio ”
febbraio 12, 2013 Fabrice Hadjadj - http://www.tempi.it


Pubblichiamo un articolo di Fabrice Hadjadj, tratto dall’edizione odierna dell’Osservatore Romano 
C’è un gioco di carte, la brisque, dove i giocatori hanno come fine quello di fare dei “matrimoni”, vale a dire di riunire nelle proprie mani un re e una regina di cuori, per esempio. Quando si hanno solo due re, o due regine, non li si chiama “matrimonio” ma “coppia” e, in tal caso, perché non arrivare fino al tris o al poker…

Certo, noi non giochiamo più molto alla brisque, ma riconosceremmo facilmente il gioco di prestigio che consiste nel fare passare una “coppia” come un “matrimonio”. Un giocatore ha tutto il diritto di giocare a un altro gioco, come il poker, dove la coppia vince: ma se intende continuare a giocare alla brisque, sta barando, e ci si chiede il perché.

È ciò che sta accadendo con gli attuali governi. Non smettono di brandire il termine “uguaglianza” mentre si tratta solo di cambiare il significato della parola “matrimonio”. Indubbiamente l’uguaglianza dei diritti, in fatto di matrimonio, è sempre esistita: ogni uomo aveva il diritto di sposare una donna, ogni donna aveva il diritto di sposare un uomo (con restrizioni legate all’età, alla consanguineità, alla salute mentale). Perché dunque non si ha l’onestà di ammettere che qui non si tratta di promuovere l’uguaglianza (cosa che si sarebbe potuta fare estendendo le prerogative dei Pacs o creando un’“unione libera”), ma di decidere di agire sul linguaggio?

Se ci si riflette un po’, è invece il preteso “matrimonio per tutti” a produrre una situazione d’ineguaglianza. Da una parte, quanti hanno scelto il matrimonio come unione legittima di un uomo e di una donna si rendono improvvisamente conto di aver contratto un’altra cosa e sono costretti ad ammettere che la differenza sessuale implicata fino a poco tempo prima dalla loro scelta, era irrilevante. Dall’altra, per i diritti che derivano dal matrimonio, alcuni bambini avranno un padre e una madre, mentre altri avranno straordinariamente due padri o due madri (o un coniuge numero 1 e un coniuge numero 2), il che genera un’evidente disuguaglianza nei loro confronti: salta agli occhi che tra una situazione e l’altra c’è una complicazione dell’origine e un necessario ricorso a un dispositivo di correzione giuridica e persino di manipolazione demiurgica.

Diciamo, a discolpa del Governo Hollande, che quest’ultimo è meno attore in quanto, in questa storia, agisce trascinato da un’onda anomala. Il governo precedente ha forse aggiunto il termine damoiseau? No, ha fatto sopprimere quello di mademoiselle giudicato discriminatorio, come se la lingua non avesse come fine proprio quello di discriminare, nel senso di discernere, e di permetterci così di percepire meglio le differenze. La tolleranza, di fatto, non consiste nell’attenuarle, ma nel riconoscerle.

Ebbene, si sta facendo proprio il contrario: la normalizzazione che si opera sugli omosessuali è il segno che non li si tollera per il loro modo di turbare un certo ordine borghese; occorre quindi che s’imborghesiscano, che diventino “come gli altri”. È il principio ormai vecchio della political correctness (né politico né corretto, nel senso nobile di questi due termini): si cancellano le differenze nel campo lessicale, perché non si riesce a farle comunicare nel campo sociale.

Un asilo di Stoccolma ha spinto questo sistema all’estremo: perché i bambini non fossero vittime del sessismo, il suo personale, non accontentandosi di evitare di raccontare loro vecchie fiabe di principi e principesse, ha deciso di non chiamarli più con il pronome “lui” (han) o “lei” (hon), ma con il pronome neutro (hen), creato per l’occasione, senza rendersi conto che il neutro, come l’it inglese, tende a indicare le cose, piuttosto che le persone. Questa indifferenziazione permette in seguito di accettare meglio le differenze? Forse occorre anche che il bambino sia libero di scegliere in seguito il suo “orientamento sessuale” e pertanto non bisogna imporgli “linguisticamente” il suo sesso “biologico”. Ma se questo è il prezzo, tanto vale dire che non si deve imporre a un bambino una lingua, e non gli si deve parlare affatto, affinché possa sceglierla da solo più tardi.

Dov’è il nuovo Molière, il nuovo Orwell capace di descrivere queste manipolazioni? Siamo però lontani da Le preziose ridicole e persino da Il grande fratello, in quanto il movimento che subiamo non è mondano né totalitario. Negli Scritti corsari, Pasolini osservava che la società consumistica aveva fatto di più per distruggere la lingua italiana del fascismo. In effetti, sembra di stare in un’era post-ideologica. Non si tratta più tanto di torcere le parole per fare la propaganda di una dottrina. È una propaganda a vuoto — e avida — a essere diventata essa stessa la dottrina.

Non siamo più sotto la logica di un’idea, ma sotto la logistica di una tecnica. Se le parole non vengono più riconosciute nella loro differenziazione che apre alla varietà del reale, ma come strumenti di potere, non è perché un’ideologia particolare se ne impossessa, ma perché il potere prevale sul sapere, e il dato della natura, della carne, della lingua, non appare più in primo luogo come una realtà da contemplare o da ascoltare, ma come un materiale da sfruttare.

Ciò che questo regno dell’efficienza tende sempre più a negare, sono tutte le figure del dato: il dato naturale della nascita, che implica un padre e una madre, o il dato tradizionale della lingua, che implica un significato delle parole che ci precede. Di fatto, il sesso e la lingua hanno proprio questo in comune: non li si è scelti, e vi si diviene fecondi solo nella misura in cui si accetta prima di tutto di riceverli. In più, essi si articolano l’uno all’altro: tutte le parole della nostra lingua sono femminili o maschili, come se l’esperienza della differenza sessuale fosse all’origine della nostra prima percezione linguistica delle differenze tra le cose. Del resto, la vera differenza coincide con il dato, con ciò che sfugge alle nostre costruzioni. Ebbene, è proprio questo dato a essere rifiutato, in vista di non so quale “trans-umano”.

Domani, Proust sarà illeggibile, ma Platone avrà sempre più ragione: «non parlare come conviene non costituisce solo una mancanza verso ciò che si deve dire, ma è anche mettere in pericolo l’essenza stessa dell’uomo».

lunedì 14 gennaio 2013


Il pericolo della logofobia 2013-01-12 - L’Osservatore Romano - http://www.news.va/it



Nel dibattito — che spesso assume i toni dello scontro — tra chi nega e chi afferma che le coppie omosessuali abbiano i medesimi diritti riconosciuti alla famiglia, il vero pericolo è la logofobia, cioè la paura di argomentare serenamente intorno a uno snodo teorico e pratico molto rilevante, sia sul piano culturale sia su quello sociale. L’interpretazione della recente sentenza della Corte di Cassazione italiana, che conferma l’affido di un minore alla madre, anche se convivente con un’altra donna, ne è un esempio. Tra chi esulta, parlando di riconoscimento del-l’equiparazione tra coppie omosessuali e famiglia, e chi si scandalizza, pochi notano che si è semplicemente confermata la linea che, nei casi di separazione, tende ad affidare alla madre il compito di educare il figlio.

Persino la questione che un bambino possa svilupparsi in modo equilibrato anche all’interno di una coppia omosessuale è male impostata e non è il cuore del problema etico e giuridico. Di fatto un bambino può maturare in situazioni difficili e problematiche, cioè non di per sé auspicabili e programmabili: ci sono bambini allevati soltanto dalla madre o dal padre, per la morte di un genitore, o che hanno affrontato l’esperienza dell’orfanotrofio, o sono cresciuti in contesti poligamici. Ma nessuno ritiene che si debbano creare queste situazioni soltanto perché in alcuni casi non si provocano danni.

L’esito di un processo educativo è frutto di molti elementi. Il nodo teorico e pratico rappresentato dall’omosessualità è dato dal fatto che essa tende a negare, in nome di un orientamento, il valore e l’importanza della differenza tra il maschile e il femminile e la sua, per così dire, originaria dimensione antropologica. L’identità umana non è, del resto, determinata dall’orientamento in sé, perché la condizione umana è sempre polare, maschile e femminile. Una differenza che ha una fisionomia concreta, non soltanto psichica, o “mentale” o di ruoli sociali.

L’umano è il maschile e il femminile. La famiglia, con o senza figli, sperimenta nell’unione e nella relazione tra le differenze, la complessa articolazione del nostro essere persone umane. Per questo, e non soltanto per motivi biologici, la famiglia monogamica costituisce l’ideale luogo dove si deve imparare il significato delle relazioni umane, e rappresenta l’ambiente, non solo sociale, ma prima di tutto antropologico, in cui è possibile la migliore forma di crescita; e la sua crisi non è forse estranea al fatto che le persone con orientamento omosessuale vogliano costruire un legame di coppia sempre più simile a quello familiare, rivendicando un diritto ai figli e all’adozione che in realtà non esiste per nessuno, neanche per le coppie eterosessuali. I figli non sono cose o strumenti di realizzazione, sono persone.

Le stesse coppie omosessuali non possono negare questa differenza di genere, perché sono o maschili o femminili, cioè non eliminano la polarità come tale, ma la escludono dalla relazione con una scelta che, di fatto, è autoreferenziale. Se l’orientamento omosessuale come tale non è una scelta — come non lo è peraltro quello eterosessuale — e perciò non ha senso dare valutazioni sulle persone in base ai loro orientamenti, ed è ingiusta e immorale ogni forma discriminante, la scelta di una relazione è, viceversa, sempre un atto di libertà, che come tale assume una rilevanza sociale che va considerata.

Intorno a questo tema, le valutazioni morali, psicologiche, religiose, sociologiche, se non si trasformano in offese, sono legittimamente differenti, e devono avere diritto di cittadinanza e di piena espressione. Il dibattito che si sta sviluppando attualmente in Francia, dove alle coppie omosessuali sono garantiti diritti e doveri di natura patrimoniale e assistenziale, mette però in luce l’importanza di differenziare queste unioni dall’istituto familiare.

La peculiarità della genitorialità come espressione del matrimonio eterosessuale deve essere ribadita: non basta il desiderio o la volontà di avere figli a costituire un diritto, anzi, bisogna salvaguardare, come patto con le future generazioni, la custodia sociale e culturale di quell’unità nella differenza tra maschile e femminile che è dimensione costitutiva della condizione umana. Nati da uomo e da donna.

Se si esce dalla logica della polemica, e si rinuncia a creare nell’altro la figura del nemico da sconfiggere, questa evidenza antropologica potrà essere custodita in una società in cui il diritto di cittadinanza non discrimina, senza confondere e annullare le differenze.

Adriano Pessina, Direttore del Centro di Ateneo di Bioetica Università Cattolica del Sacro Cuore

lunedì 19 novembre 2012


Alla radice del linguaggio di Alessandra Viola, 18 novembre 2012 - http://www.ilsole24ore.com/

E se un computer con la muffa funzionasse meglio? Se un bosco fosse più intelligente di un cervello umano? Se un albero rilevasse più informazioni di una centralina ambientale? Entro pochi anni tutte queste domande avranno una risposta grazie alle ricerche condotte dal Laboratorio internazionale di Neurobiologia vegetale dell'Università di Firenze (Linv), in collaborazione con decine di università e centri di ricerca pubblici e privati in tutto il mondo. Dai fitocomputer ai plantoidi, dalle reti di radici alle centraline elettroniche vegetali fino alla decifrazione del "linguaggio vegetale", i progetti di Stefano Mancuso, direttore del Linv, si basano tutti sulla stessa convinzione che le piante siano in grado di comunicare tra loro, prendere decisioni complesse, interagire con l'ambiente, effettuare calcoli e analizzare decine di diversi parametri (campi elettromagnetici, gravità, presenza di minerali o agenti inquinanti eccetera).
L'idea non è nuova, anzi è dichiaratamente ripresa dagli studi di Darwin, ma nuovissime sono le sue applicazioni. A partire da Radinet, progetto che coinvolge anche l'Università di Roma La Sapienza, l'Iit e il Politecnico di Losanna e che mira a studiare il funzionamento delle reti di radici. «L'apparato radicale di una pianta è paragonabile per complessità al cervello umano, composto da miliardi di neuroni connessi tra loro – afferma Mancuso –. L'apparato radicale di un albero è infatti composto da diversi miliardi di apici radicali, tutti interconnessi e in grado di scambiarsi informazioni collaborando alla sopravvivenza della pianta. Ogni pianta poi, attraverso le radici, è in contatto con tutte le piante vicine: si tratta quindi di una rete formata da miliardi di apici radicali che è connessa con tutte le vicine reti radicali. Un bosco ha una complessità molto superiore a quella di un cervello umano».

Le radici sono al centro anche di un altro progetto coordinato da Mancuso, che nel 2012 il Miur ha inserito tra i Prin (i progetti di interesse nazionale) finanziandolo con un milione di euro. Si chiama Pro Root e in collaborazione con l'Università di Torino, il Cnr e l'Università di Palermo muoverà i primi passi nella complessa decifrazione della comunicazione vegetale, studiando il modo in cui una pianta comunica informazioni all'interno del proprio corpo e alle piante vicine. Si basa sul "linguaggio vegetale" anche il progetto Greenternet, finanziato con un milione e mezzo di euro dai fondi europei Fet (Future emerging technologies): studierà la possibilità di usare gli alberi come biosensori vegetali, da collegare a internet per trasmettere alla rete i valori delle decine di diversi parametri ambientali che vengono rilevati dalle piante.

«L'internet delle piante sarà una rete vivente – spiega Mancuso – che ci consentirà di monitorare in tempo reale la qualità dell'aria e dell'ambiente, prevenire disastri ambientali, tenere sotto controllo l'inquinamento. Gli alberi saranno centraline elettroniche più economiche, più affidabili e naturalmente più ecologiche di quelle diffuse oggi nelle nostre città».
Nato nel 2005 grazie a un finanziamento della Fondazione Ente Cassa di Risparmio di Firenze, il Linv nel 2011 ha aperto una sua sezione a Kitakyushu, in Giappone, e coltiva grandi piani di internazionalizzazione. «Aprire delle sezioni all'estero ci permette di creare una rete internazionale con la quale fare ricerca. Si studia e si cercano fondi non solo in Italia e in Europa, ma anche in altri luoghi del mondo.

Dati gli interessanti esiti di questa prima esperienza giapponese stiamo già lavorando per replicarla in Cina, a Parigi e alle Mauritius, dove uno dei compiti del Linv sarà riportare in auge l'orto botanico Pamplemousses, la cui fondazione risale ai primi decenni del Settecento». Oltre all'attività di ricerca, Mancuso si dedica da anni a un'intensa attività di divulgazione che lo ha reso noto in molti Paesi. Appena un mese fa il designer e organizzatore di eventi Alessandro Rancati gli ha dedicato a Barcellona l'evento Oh!Bcn, una settimana di incontri, convegni e design creativo dedicata alle ricerche del Linv e all'intelligenza vegetale. E sempre in Spagna la stilista Maria Lafuente ha deciso di dedicare a Mancuso la sua ultima collezione. «Sono rimasta affascinata dall'idea che le piante comunicano e sono organismi intelligenti – spiega Lafuente –. Credo che con la moda si debba sempre tentare di apportare o trasmettere valori, per condividere ciò che ci aiuta a evolverci come esseri viventi. Arrivare al rispetto totale per queste forma di vita mi sembra oggi fondamentale».

lunedì 15 ottobre 2012


Perché non cambiamo idea neanche sulle peggiori «bufale» - Il dubbio si insinua a fatica nella nostra mente Sospetti Si può essere «critici» se una storia ha già in sé evidenti incoerenze Condizionamenti Conta anche il consenso sociale che si viene a creare attorno a una notizia - 15 ottobre 2012 - http://archiviostorico.corriere.it/

Vere o no che siano, le informazioni che ci raggiungono restano attaccate alle nostre menti, influenzando comportamenti e scelte. E anche quando ci rendiamo conto che il loro contenuto è falso, può risultare molto difficile riuscire a modificarle. A questo strano fenomeno - cioè le informazioni sbagliate che continuano a influenzarci anche quando razionalmente sappiamo che dovremmo dimenticarle - è dedicato un articolo di revisione scritto da un gruppo di ricercatori di università americane e australiane, guidato da Stephan Lewandowsky dell'University of Western Australia, e pubblicato da poco sulla rivista Psychological Science in the Public Interest.Per poter riuscire a comprendere un'informazione, sia che la leggiamo sia che la ascoltiamo, in prima battuta dobbiamo considerarla vera, quindi, in qualche modo l'accettazione della veridicità è un prerequisito della comprensione. «Andare oltre questa accettazione automatica richiede una motivazione addizionale e risorse cognitive» spiegano gli autori dell'articolo. Perciò, normalmente il meccanismo del dubbio non si attiva. Quando, invece, la nostra mente rileva la presenza di alcune caratteristiche sospette nell'informazione ricevuta, l'attivazione cognitiva avviene. Accade, ad esempio, quando quella specifica informazione manca di coerenza interna. Molte informazioni, ad esempio, si presentano più o meno esplicitamente sotto forma di storia, e le buone storie vengono ricordate molto facilmente. «Una volta che una storia coerente si è formata nella mente ? dicono ancora i ricercatori ? diventa fortemente resistente al cambiamento». E questo, a prescindere del suo grado di veridicità. Se, però, la storia è zoppicante o ha evidenti incoerenze interne, allora la mente di chi la riceve diventa critica e pronta a rigettarla. Lo stesso capita quando l'informazione che arriva non è coerente con altre informazioni che una persona ha già: siccome diventa difficile mettere insieme i pezzi, la mente si trova a dover lavorare per capire se si possa conservare una congruenza, o se non sia il caso di rigettare la nuova informazione. Questo sistema sembrerebbe funzionare, però fa sì che informazioni sbagliate, ma coerenti con ciò di cui si è già convinti, passino tranquillamente e vadano a rafforzare le preesistenti convinzioni erronee. Poi c'è la questione della credibilità della fonte da cui l'informazione proviene: è chiaro che più la fonte è ritenuta affidabile, meno si attivano i meccanismi di valutazione e di critica. Tuttavia, anche fonti inaffidabili possono influenzare le persone, soprattutto perché nel tempo può affermarsi il cosiddetto sleeper effect. Ovvero: si ricorda l'informazione, ma si dimentica la fonte dalla quale proveniva. Infine, sebbene possa non piacere, conta anche il consenso sociale che si crea attorno a una notizia. Così, se la maggioranza dubita, allora i meccanismi cognitivi di critica e valutazione scattano.Questo fenomeno però è particolarmente complesso, perché in alcuni casi può diventare difficile capire quale sia realmente la maggioranza. Gli autori dell'articolo parlano di ignoranza pluralistica, cioè una divergenza tra la prevalenza reale di una certa credenza all'interno di una società e quello che le persone di quella stessa società pensano che gli altri credano in maggioranza. E per spiegarsi meglio ricorrono ad un caso emblematico. «Per esempio, ? precisano, infatti, i ricercatori ? prima dell'invasione dell'Iraq del 2003, alle voci che invocavano l'azione militare unilaterale veniva dato risalto nei media americani. Cosicché la maggioranza dei cittadini che, al contrario, voleva il coinvolgimento realizzato assieme ad altre nazioni, sentiva di essere in minoranza».A questo punto, si comprende come correggere una informazione sbagliata che abbia già raggiunto il suo obiettivo risulti difficilissimo. La ritrattazione il più delle volte non solo non annulla quanto si è già diffuso, ma può addirittura rinforzarlo, perché comunque deve richiamare la prima informazione data, che così viene riportata a galla e rievocata nella mente. «Le persone, in genere, non amano che qualcuno dica loro che cosa pensare e come comportarsi, quindi sono portate a rigettare ritrattazioni particolarmente autoritarie» aggiungono Lewandowsky e i suoi collaboratori. La situazione è ben conosciuta nelle aule di tribunale: quando una prova già presentata viene indicata dal giudice come inammissibile, spesso il giudice si spende in spiegazioni legali dettagliate sul perché l'abbia respinta, ma tutto questo, paradossalmente, non fa che indurre la giuria a darle maggiore importanza. «Finora sono stati identificati solo tre fattori in grado di aumentare l'efficacia di una ritrattazione: ? dicono, infine, Lewandowsky e i suoi collaboratori ? un avvertimento al momento della prima esposizione all'informazione sbagliata; la ripetizione della ritrattazione; correzioni che raccontano una storia alternativa che riempia il vuoto di coerenza altrimenti lasciato dalla ritrattazione».RIPRODUZIONE RISERVATA
Danilo Di Diodoro
Pagina 51
(14 ottobre 2012) - Corriere della Sera

lunedì 17 settembre 2012


Uomo, perché parli? di Noam Chomsky - 16 settembre 2012 - http://www.ilsole24ore.com

Nel corso della storia della scienza, gli studiosi che hanno lasciato le maggiori tracce, da Galileo, fondatore della scienza moderna, a Hume, passando per Newton, Leibniz, Darwin e Locke, hanno anche permesso di porsi domande interessanti sulle facoltà cognitive più alte.

Molti studiosi hanno tentato di spiegare il linguaggio che è la caratteristica precipua dell'uomo e che lo distingue dalle macchine e dagli animali: una facoltà che gli deriva dal suo organo più sviluppato, il cervello, e che permette all'uomo di pensare, di generare idee e di esprimerle. Molti di loro, trovandosi davanti al mistero della natura del linguaggio, non hanno cercato di penetrarlo, riconoscendo in qualche modo il limite della comprensione umana; altri si sono invece avventurati in teorie che, sull'onda della conoscenza scientifica del momento, giungevano a conclusioni che sono state poi duramente discusse, come, per esempio, quella che vuole che il cervello, come lo stomaco, non sia altro che un organo. E così come lo stomaco digerisce un alimento introdotto tramite la bocca, che poi si trasforma in altra materia, il cervello serve per digerire stimoli esterni che vengono poi trasformati in parole e in pensiero.

Dall'analisi della storia della scienza moderna si evince che nonostante i numerosi tentativi degli scienziati, il mistero della capacità creativa è quello che registra ancora il massimo grado di fallimenti nel tentativo di darvi una spiegazione. Tanto per fare qualche altro esempio, nel corso della storia della scienza moderna ci sono stati tentativi di dare risposte a domande che oggi ci sembrano superate, come la capacità degli animali di pensare, o inconcepibili, come la possibilità che esista una materia pensante. A tal proposito, per Locke il razionalismo cartesiano non ci permette di capire come possano generarsi le idee nel nostro cervello, contrariamente al pensiero di Bacon, il cui empirismo ci porta a pensare che tutta l'esperienza possa ruotare attorno alla sensazione e alla riflessione, che non sono altro che due tipi diversi di percezione che generano le idee.

Un ulteriore, e forse estremo, tentativo di comprendere il pensiero e la capacità del linguaggio ci deriva dal Test di Turing e dal tentativo tutto recente di meccanicizzare il linguaggio cercando così di simulare il pensiero nei computer, grazie a programmi in grado di riprodurre la creatività del linguaggio umano. Per quanto questo tentativo sia risultato non particolarmente significativo dal punto di vista esplicativo, porta almeno l'uomo a sviluppare computer sempre più complessi. Pensatori come Humboldt e Rousseau, Galilei e Newton, pur raggiungendo grandi traguardi in numerosi settori della scienza, hanno anch'essi fallito nel cercare di dare una spiegazione alla facoltà dell'uomo di pensare e al principio creativo della sua mente che è alla base della capacità di realizzare sistemi sociali, educativi, politici ed economici. Un po' come per Newton era inconcepibile che la gravità fosse generata dalla materia, così è incredibile spiegare come il pensiero e il linguaggio possano essere generati dal cervello. Molti di loro hanno finito per accettare che la spiegazione scientifica sia qualcosa di limitato che deve fare i conti con fenomeni particolarmente imperscrutabili.

Molti studiosi del Ventesimo secolo, quelli del cosiddetto "decennio del cervello", cioè gli anni Novanta, hanno portato all'elaborazione di almeno quattro filoni teorici che sostengono che il cervello sarebbe un organo calcolatore; oppure che la mente sia da ridurre alla fisiologia del cervello; o che il mentale sarebbe superiore al cerebrale; o, ancora, che il cervello sia il frutto dell'evoluzione della specie. La conclusione apparente di questa disamina è che la mente sia un campo inesplorabile caratterizzato da zone d'ombra di cui non è possibile la comprensione profonda. Si rischia però di giungere a un "misterianesimo", una sorta di filosofia del mistero che rischierebbe di guidare la scienza verso l'abbandono del tentativo di rispondere alle domande riguardanti i meccanismi ancora inspiegabili della natura, anche se questa è probabilmente una forma di razionalismo.

Come risolvere dunque questa situazione di stallo? Auspico che si giunga a una unificazione delle varie branche della scienza in modo che possano arrivare a un tentativo di comprensione di qualche piega ancora imperscrutabile della mente umana, anche se il tentativo sembra davvero impossibile perché ogni ambito di conoscenza comporta dei limiti. Ambiti e limiti sono infatti intrinsecamente correlati tra loro: ogni ambito richiede una struttura che impone limiti. Quindi sembra chiaro che l'uomo non riuscirà a sfuggire a queste proprietà logiche che accomunano tutti gli esseri naturali. E visto che la scienza deve andare oltre il semplice abbandono della ricerca di spiegazioni, forse è giusto pensare che molte domande rimarranno presumibilmente inspiegabili per sempre. Forse il motivo sta nel fatto che la nostra limitatezza cognitiva ci impedisce di porci le domande giuste. Per questo non riusciamo a dare loro una spiegazione.

Testo tratto dalla Prolusione di Noam Chomsky tenutasi ieri in occasione dell'inaugurazione dell'Anno accademico della Scuola superiore universitaria Iuss di Pavia. Nel pomeriggio Chomsky ha incontrato duecento studenti provenienti da tutta Italia. Domani alla Sissa di Trieste Chomsky riceverà una laurea «Honoris causa»

venerdì 31 agosto 2012


A proposito di embrioni - Parole nostre, figli nostri, Davide Rondoni, http://www.avvenire.it/

Ci passiamo sopra come fili d’erba. Le pieghiamo. Come fosse niente. Ma ci sono parole che non si possono calpestare. Quando lo si fa, se pure con buone intenzioni, si sta calpestando l’aiuola del vivente. È un paradosso: siamo ligi con le aiuole nelle nostre piazze, ma calpestiamo parole-aiuole senza pensare alle conseguenze. Ci stiamo calpestando il corpo e l’anima. Ci tocca vivere un’epoca in cui parole elementari (padre, figlio, vita…) sono sottoposte al diverbio, allo scontro. Epoca dura ben più di altre. Occorre avere un cuore grande verso tutti – anche chi si pone distante su questioni così radicali – un cuore pieno di pazienza verso se stessi e verso tutti. E però essere guerrieri contro gli errori sulle parole-aiuola, contro i calpestamenti, i lievi feroci fraintendimenti.
Si accampa come scusa che tale "confusione" nasca dai progressi della scienza, dalle possibilità della tecnica. Ma sono scuse. La scienza autentica non confonde le parole, il loro senso. Semmai ci invita a inventarne di nuove. Ma embrione e figlio sono le parole valide per quel che è in gioco. Le confusioni nascono prima o dopo, nella cultura, ovvero nel senso critico che le persone maturano circa la vita e il suo significato.

Una ragazza che decide di abortire non lo fa perché convinta dalla scienza, ma dalla solitudine, dalla disperazione con cui ha imparato a guardare la vita. E chi non sente un brivido nel pensare che per assecondare un pur legittimo desiderio di avere figli (e possibilmente sani) si passa sopra al diritto di nascere di creature infinitamente piccole e perciò indifese come siamo stati noi e i nostri figli, non ne è immune a causa della scienza e della tecnica, ma perché ha smesso di tremare per gli esordi, per le cose fragili della vita. E ragiona ormai in termini di difesa dei diritti più facili ed evidenti, che sono sempre i diritti del più forte.
È alla ribalta la parola embrione. E allora ci tocca riguardarla, questa parola un po’ fredda che si usa per indicare qualcosa da "buttare" se occorre. Come una materia, entro cui scartare la difettosa e tenere la migliore. Come si fa con la stoffa, le zucchine, o le foglie di tabacco. E sì: con la parola embrione facciamo i furbi. La usiamo perché sembra fredda, scientifica, distante. Ma essa indica quella stessa realtà che nella pancia della nostra donna lei e noi chiamiamo "figlio". La medesima. Identica. Nessuno ha mai detto: sai, aspetto un embrione. Ma un figlio. Perché la realtà è la medesima. Però se non parliamo della nostra pancia, usiamo (usano) la parola "embrione". La stessa cosa, ma così la distanziamo. E può esser congelata, buttata, scartata.

In questo cambio di parola ci sta un precipizio di pensiero, una astuzia, a volte un egoismo. Proviamo a pronunciare: si congelino pure migliaia di "figli". O: "scartate tre figli e tenetene uno". La parola "embrione" che da radice greca indica una cosa che "nasce" dentro un’altra cosa è una parola dolcissima, tenuissima. Indica il primario muoversi e germinare di un essere. È già l’uomo che sarà, dice solo che nasce dentro un altro. Che sia un essere in sviluppo e non già pienamente attuato non significa una differenza di qualità. Non sarà mai nient’altro che un uomo. Non gatto, né delfino, né airone. È un nascente uomo da dentro sua madre – o forse il fatto che sia in un "bidone" lo rende eliminabile?

La legge in discussione, la legge 40, è utile e per tanti aspetti saggia, ma come tutte si può perfezionare. Ora la discussione riavvampa. Se servirà a far aumentare il tremore in tutti dinanzi a certe parole, allora lo scontro culturale, il diverbio, la fatica del ragionamento saranno serviti a qualcosa. Un particolare contributo diano le donne, che sanno cosa è avere un embrione, un figlio dentro il proprio corpo. E sanno cosa è tremare infinitamente.


giovedì 30 agosto 2012


Perché la grammatica può mettere d’accordo filosofia e neuroscienze - Le affinità tra Ruggero Bacone e Noam Chomsky. - Teorie del linguaggio simili al cielo stellato - Andrea Moro, 30 agosto 2012, http://www.corriere.it/

Ammettiamolo: tutti noi abbiamo una nostra teoria del linguaggio. Non è come in fisica o in chimica dove un certo timore reverenziale per la natura dei fenomeni osservati ci trattiene dal formulare spiegazioni avventate. Con il linguaggio, le cose vanno diversamente. Forse per il semplice fatto che tutti parliamo, forse per la grande facilità nell’ottenere dei dati, fatto sta che ci sentiamo autorizzati ad avere una «spiegazione» naturale di questo fenomeno. Questo stato di cose, inoltre, non caratterizza solo noi come individui ma anche la cultura dominante di un periodo storico, praticamente lungo tutto il percorso culturale della nostra civiltà. Il risultato è una sovrabbondanza unica nella storia del pensiero: praticamente ogni epoca, ogni cultura hanno espresso una teoria dominante sulla natura del linguaggio umano, a tal punto che seguendo lo sviluppo di queste riflessioni specifiche possiamo avere un campione dello «spirito del tempo», cioè della visione generale della realtà, come se la riflessione sul linguaggio costituisse una specie di «questione omerica» della storia dell’uomo. Il linguaggio è stato di volta in volta spiegato come fatto prevalentemente culturale, sociale, divino o biologico. Siamo certamente di fronte a una situazione speciale e non è facile capire cosa sappiamo oggi di più sul linguaggio umano rispetto al passato. Sempre che se ne sappia di più.

La situazione è simile a quella alla quale ci troviamo di fronte quando guardiamo un cielo stellato dove le stelle sono le opinioni che nel corso degli anni si sono formate sul linguaggio. Istintivamente, non possiamo fare a meno di congiungere tra loro le stelle che più risaltano: se non siamo particolarmente esperti, o comunque condizionati, ognuno di noi si costruisce le proprie costellazioni, alcune ovvie altre più ardite, altre implausibili. Ma il cielo notturno ha anche un’altra particolarità. Sappiamo infatti che non tutte le stelle che vediamo sono necessariamente ancora attive: la luce che ci arriva è una luce antica, che potrebbe essere ancora in viaggio quando la stella è già morta. Il cielo è dunque contemporaneamente simile a un museo di storia naturale e a uno zoo: accanto ad animali vivi vediamo l’impronta di quelli che non ci sono più. Dunque le nostre costellazioni non solo sono fondamentalmente arbitrarie, ma sono anche in qualche modo dei miraggi che possono anche essere fatti di fantasmi di stelle. Lo stesso accade per le teorie sul linguaggio. Ci sono tantissime opinioni: alcune attuali, altre decadute, altre ricorrenti; ma spesso non ce ne accorgiamo e anche per il linguaggio, come per il cielo stellato, ognuno si costruisce la costellazione preferita.



Xu Bing (1955), particolare dell’installazione «A book from the sky» (1987-1991), Pechino, China Art Gallery
Un esempio lampante di come le idee sul linguaggio possano essere difficili da interpretare e talvolta sorprendentemente ingannevoli è dato da questa citazione: «La grammatica è la stessa in tutte le lingue come conseguenza di ciò che la costituisce, anche se possono esserci variazioni accidentali». A che epoca corrisponde? Senza una data precisa, questo pensiero potrebbe benissimo essere attribuito a un linguista contemporaneo, di quelli che appartengono al filone inaugurato nella seconda metà del Novecento negli Stati Uniti da Noam Chomsky: da allora, infatti, sappiamo che, se facciamo astrazione dell’arbitrarietà con la quale si abbinano suoni e significati, la struttura delle lingue non può variare a piacimento, ma è vincolata dall’architettura neurobiologica del nostro cervello, del quale è espressione. Eppure il pensiero che sta alla base di questa citazione non si basa affatto su dati sperimentali ma è il frutto di una deduzione fondata su riflessioni filosofiche e, soprattutto, teologiche. Si tratta infatti di una frase tratta da un’opera di Ruggero Bacone, francescano, filosofo tanto famoso ed eccellente da meritarsi il titolo di «Doctor Mirabilis», attivo a Parigi verso la metà del Duecento. Secondo Bacone esiste una sola lingua perché la lingua rifletterebbe la struttura della realtà e, ovviamente, esiste una sola realtà. Secondo Chomsky, invece, esiste una sola lingua perché le lingue sarebbero espressioni di un progetto biologicamente determinato. Le regole di due lingue apparentemente diversissime sarebbero solo l’effetto macroscopico di alcuni (pochi) gradi di libertà microscopici delle quali sono dotate le lingue. Un fatto che stupisce senza dubbio, ma non di più di quanto stupisca il fatto che la differenza tra un maiale e una libellula sta nel numero e nella disposizione di quattro basi azotate lungo la catena del polimero di Dna. Due vie diversissime, dunque, quella neurobiologica e quella teologica, praticamente incommensurabili, eppure convergenti. Ma a seconda del percorso che si è fatto per arrivare alla stessa conclusione si aprono scenari diversissimi. Ad esempio, l’ipotesi biologica di Chomsky costituisce oggi di fatto la base teorica per la ricerca di tipo neurobiologico sul linguaggio, che sta dando risultati sorprendenti e, per certi versi, destabilizzanti.
Questo stato di cose, niente affatto isolato nel pensiero linguistico, ci costringe ad una riflessione inaspettata: nella scienza come altrove il percorso che porta ad una conclusione è decisivo quanto la conclusione stessa, perché è in base al percorso che decidiamo i passi successivi. E siccome la scienza è un percorso continuo, saranno i percorsi aperti da una teoria — le nuove domande, cioè — a qualificarne il valore non i punti d’arrivo. Come dire: non tutte le costellazioni che disegniamo sono utili per tracciare una rotta. La bontà della scelta si può alla fine misurare solo con la risposta della realtà; anche per il linguaggio umano.

lunedì 30 luglio 2012


SABATO 28 LUGLIO 2012 - PAROLE: EUTANASIA /1- di Giacomo Rocchi - http://veritaevita.blogspot.it


“L’eutanasia non c’entra un fico secco. Ed è un reato. Ma volete che i magistrati della Cassazione ci abbiano autorizzato ad uccidere? Questo continuo ribaltare le cose non giova a nessuno e dovrebbe fare ribrezzo a chi lo pratica”.


Così Beppino Englaro liquida (Il Venerdì di Repubblica, 27/7/2012) la domanda che l’intervistatore, nel fare riferimento alla morte della figlia Eluana, gli pone, riferendo che “alcuni polemisti parlano di eutanasia”.
Il cattivo maestro, che consapevolmente ha deciso di trasferire la decisione sulla vita di sua figlia “nella società”, merita di essere letto, per capire cosa davvero è avvenuto e cosa potrebbe avvenire.
Englaro richiama, senza spiegarlo, un concetto di “eutanasia”, che giudica una pratica cattiva (“è un reato”; detto da colui che si è rivolto ai giudici è sicuramente un giudizio negativo); non lo chiarisce, ma sostiene che ciò che ha fatto è una cosa tutta diversa.
Che si tratti di mistificazione, si comprende dalla pretesa di falsificare la realtà, accompagnata – ovviamente – dall’accusa agli altri di “ribaltare le cose”: infatti, secondo Beppino Englaro, i giudici della Cassazione “non l’hanno autorizzato ad uccidere” la figlia.

Diamo per scontato che il riferimento sia al complesso delle decisioni della Cassazione e della Corte d’appello di Milano (furono i giudici di Milano ad autorizzare l’Englaro a procedere, in attuazione della precedente sentenza della Cassazione), e domandiamoci: cosa hanno autorizzato i giudici? La risposta – è banale, ma le cose vere devono essere ricordate e ribadite – passa attraverso alcuni gradini.

Eluana Englaro era viva? Si.
Stava per morire per una malattia progressiva e incurabile e giunta alla fase terminale? No.
Era in grado di nutrirsi, dissetarsi e curarsi da sola? No.
C’era chi la nutriva, la dissetava, la curava? Si.
Beppino Englaro è stato autorizzato a sospendere nutrizione, idratazione e cure? Si.
I giudici avevano permesso ad altri di nutrirla, dissetarla e curarla? No.
Un uomo o una donna, in qualunque condizione si trovi, può sopravvivere senza nutrizione e idratazione? No.

E allora: come vogliamo chiamare l’autorizzazione data dalla Corte di Milano a Beppino Englaro? Vogliamo dire che i giudici hanno autorizzato il tutore a sospendere nutrizione e idratazione ad una disabile che non era in grado di nutrirsi e idratarsi da sola, permettendogli, altresì, di impedire ad altri di farlo, e ciò fino a quando fosse sopraggiunta la morte della figlia?
Diciamo pure così: ma se una persona ha in custodia un neonato o un disabile grave, lo chiude in una stanza che chiude a chiave e il neonato o il disabile muore, cosa ha fatto la persona che lo aveva in custodia? Lo ha ucciso.

I Giudici hanno autorizzato Beppino Englaro ad uccidere sua figlia e Beppino Englaro l’ha uccisa.
Partiamo dalla realtà dei fatti.

Ma l’uomo che è stato autorizzato, su sua richiesta, ad uccidere sua figlia, e che ha utilizzato questa autorizzazione, non è soddisfatto; come tutti sapevano avrebbe fatto, la butta in politica (anche spicciola: non è puntuale l’attacco al governatore della Lombardia?) per fare “una sorta di rivoluzione”: contrappone “inviolabilità della persona” alla “indisponibilità della vita”, spingendosi ad affermare che sulla persona della figlia “si sono accaniti oltre ogni decenza”, ma rifiutando di rispondere all’affermazione che la morte di Eluana Englaro sia avvenuta “di fame e di sete” (“Ma quale fame, e quale sete … Non sanno di cosa stanno parlando”: di che è morta, sig. Englaro, sua figlia?).

Si arriva, quindi, all’eutanasia. Comprendiamo che la legalizzazione di ciò che ha fatto Beppino Englaro e che vorrebbero fare i suoi epigoni passerà attraverso la criminalizzazione di una pratica, sostenendo che l’uccisione delle persone è cosa diversa.
Vedremo, allora, se davvero quella dell’Englaro è stata eutanasia e se è possibile distinguere tra le varie uccisioni delle persone.


mercoledì 30 maggio 2012


IL CASO/ La Scozia vuol uccidere i papà: l'ultima follia del nichilismo di Paolo Gulisano, mercoledì 30 maggio 2012, http://www.ilsussidiario.net

Anche nella vecchia Scozia la dittatura del Politically Correct comincia a farsi sentire, e questo proprio mentre la nazione che da secoli rivendica con passione il proprio diritto all’autodeterminazione nei confronti del potente vicino inglese è sempre più vicina alla libertà. Ma quale libertà? Da mesi è attiva una durissima campagna di stampa contro il Primate scozzese, il cardinale O’Brien, Arcivescovo di St.Andrews ed Edimburgo, “colpevole”, agli occhi di alcuni potenti mezzi di stampa, di non accettare l’equiparazione della famiglia naturale formata da un uomo e una donna, alle coppie omosessuali. Per aver semplicemente ricordato che la seconda forma di convivenza non è una famiglia, il cardinale è stato pesantemente attaccato, e addirittura c’è chi ne ha chiesto l’arresto e il processo. Un esempio di intolleranza in nome della tolleranza. Ma non è un paradosso isolato. Negli ultimi giorni è uscita l’ultima versione aggiornata di un manuale, prodotto dal Sistema Sanitario Nazionale,  e dove per “nazionale” si intende proprio della Scozia, e non della Gran Bretagna o del Regno Unito, che si intitola Ready Steady Baby, un simpatico gioco di parole che in italiano suonerebbe grossomodo come “pronti…partenza…bambino!” da anni diffuso tra le coppie in dolce attesa. Tutto quello che c’è da sapere sulla gravidanza, il parto, l’allattamento, i primi mesi di vita del bimbo. Qualcosa di simile a quanto viene diffuso anche da noi da consultori o reparti di maternità o ASL. Il fatto è che in questa ultima versione è scomparsa la parola “padre”. L’unico termine ammesso è “Parent”, ovvero “genitore”: debitamente neutrale e “trasversale” ai sessi, o ai “generi”, come va di moda dire. La bella lingua inglese è ormai da anni oggetto di una severa opera di riscrittura all’insegna del conformismo ideologico: termini che offrono una definizione sessuale precisa come“Man” e “Woman” stanno estinguendosi dal vocabolario, rimpiazzati dal neutro “person”. A volte con esiti anche ridicoli. La parola “papà”, così bella nella sua forma austera father come in quella più dolce e affettuosa Dad o Daddy è stata censurata per il timore di offendere le coppie gay, a seguito della protesta di chi sosteneva che il termine padre  «non era una parola che rispetta chi ha relazioni con persone dello stesso sesso coppie dove evidentemente questa paternità non può realizzarsi, e non certo per colpa di nessuno, tanto meno della lingua inglese o dei vescovi che richiamano alle verità elementari, ma perché così è scritto nelle leggi della natura, ovvero della biologia.
E’ davvero un peccato, dicevamo, che tutto ciò abbia avuto luogo in un paese che lotta per la propria libertà dai tempi di William Wallace, il “Cuore impavido” della Scozia. Certo non è stato molto impavido Michael Matheson, il Ministro della Salute scozzese. Ministro di un Parlamento “regionale” che di fatto ha prerogative, in diversi campi (tra cui la sanità) di tipo nazionale. Un Parlamento che legifera per la Scozia attendendo la possibilità, entro pochi anni, di dichiarare la propria indipendenza ed ammainare definitivamente l’Union Jack da Glasgow fino alle Highlands.  Il partito indipendentista, che ha la maggioranza relativa, governa per ora in coalizione. Matheson è membro proprio di questo partito, l’SNP. Un partito che non può non suscitare simpatie: si tratta di una formazione politica caratterizzata da un autonomismo di tipo libertario, non intollerante, mai xenofobo. Matheson peraltro ha anche frequentato le scuole dei Salesiani di Glasgow, una città dove i cattolici sono stati per lunghissimo tempo vittime dell’odio settario. Qualche cosa in merito al coraggio di difendere  i propri valori,  e di testimoniare la verità della fede, il buon Michael l’avrà pure imparata alla scuola di Don Bosco, se non dei martiri scozzesi, come John Ogilvie e tanti altri che diedero la vita perché la Fede non scomparisse da  questa terra benedetta da Dio e vessata da uomini feroci e spietati.  C’è da augurarsi che il ministro della salute, recependo le proteste di diverse associazioni, tra cui la Family Education Trust,  il cui responsabile Norman Wells ha accusato il Servizio Sanitario Nazionale di aver «sprecato soldi del contribuente per far avanzare i diritti di una minoranza»,ci ripensi, ritrovi un po’ del cuore impavido dei suoi antenati che si batterono a Bannockburn e a Culloden, e restituisca alla guida Ready Steady Baby la parola papà:non servirà a nulla guadagnare l’indipendenza al prezzo di perdere la propria identità. Una Scozia senza padri sarà peggio di quella Scozia senza kilt e senza cornamuse che volevano gli inglesi.


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