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lunedì 21 ottobre 2013

Laicità francese, intollerante per sua natura di Stefano Fontana 21-10-2013, http://www.lanuovabq.it/

Laicismo alla francese


Gli eventi francesi di cui ha riferito ieri La Nuova BQ stanno mettendo in discussione la versione moderata della laicità proposta, per esempio, dal filosofo Charles Taylor. I sindaci non possono fare obiezione di coscienza davanti ai matrimoni tra persone omosessuali, né con riferimento a motivazioni religiose né con riferimento a scelte filosofiche: la legge non lo permette. Davanti a queste posizioni, che si prevedono sempre più diffuse, bisogna ripensare la libertà di coscienza e di religione ben oltre la versione moderata ed illuminata che Charles Taylor ha riproposto di recente nel libro “La scommessa del laico” (Laterza) scritto insieme a Jocelyn Maclure. 

Secondo Taylor, lo Stato deve essere neutro da quadri di riferimento religiosi o filosofici. Ma non può essere neutro rispetto all’impegno di garantire a tutti i cittadini uguaglianza di trattamento e rispetto per le loro scelte morali e religiose. Se non facesse così, non potrebbe garantire la convivenza. Lo Stato non deve, quindi, farsi paladino della secolarizzazione, combattendo la religione. Bisogna fuggire la tentazione di fare della laicità un equivalente secolare della religione, sostituendola con una filosofia morale laica, una specie di religione civile, come, secondo Taylor, sta avvenendo in Francia. 

Bisogna, invece, battere la via degli accomodamenti ragionevoli. Se il calendario prevede che si faccia festa alla domenica e non al sabato o al venerdì, se a scuola non si mangia kosher come vorrebbe la tradizione religiosa ebraica, se non è ammesso insegnare con il burka oppure fare il poliziotto con il turbante, basta prevedere delle eccezioni, appunto degli accomodamenti ragionevoli, e tutto si sistema. Certo, bisognerà concedere questi accomodamenti non solo per rispetto dei quadri di riferimento religiosi, ma anche di quelli secolari. Una persona vegetariana ha diritto, a scuola o in carcere, ad un menù vegetariano così come una persona di religione ebraica ha diritto a rimanere a casa dal lavoro al sabato per ottemperare ai propri doveri religiosi.

Ora, le nuove disposizioni francesi in termini di obiezione di coscienza dei sindaci mettono in crisi questa versione moderata, per una serie di motivi.

Il primo è che, accettando la proposta di Taylor, ogni quadro di riferimento avrebbe diritto al rispetto e alla tutela dello Stato. Se il criterio, come dice Taylor, è solo quello dell’adesione in coscienza degli aderenti, anche una associazione di pedofili, o di pornografi, o di mafiosi, avrebbe diritto alla protezione statale. Si aprirebbe, cioè, una proliferazione di richieste di tutela dei propri quadri di riferimento pressoché infinita. La distinzione, infatti, tra preferenze individuali – gusti, desideri … – e quadri di riferimento morali ed esistenziali è molto sottile. Se uno è vedano, si tratta solo di un gusto soggettivo o di una visione di vita? Se uno pretende di fare il poliziotto con la barba e il turbante perché è un Sikh, perché un altro non potrebbe chiedere di farlo pettinato con la cresta colorata e il piercing nel naso?  

Inoltre, gli accomodamenti ragionevoli si possono realizzare quando si tratta semplicemente di indossare un simbolo religioso in un ufficio pubblico, ma come sarebbe possibile farlo davanti, per esempio, all’aborto o al matrimonio gay? Anche qui si potrebbe fare appello ai quadri di riferimento che meritano il rispetto della protezione dello Stato. Quando si toccano i problemi della legge naturale, gli accomodamenti ragionevoli saltano, perché ammetterli non sarebbe più ragionevole. E se si ammettono diritti ad accomodamenti irragionevoli allora si deve per coerenza ammetterli tutti. 

Questo è il punto: quand’è che un accomodamento è ragionevole e quando no? Se non si pensasse lo Stato come indifferente ai quadri di riferimento che nascono dalla legge naturale, il criterio sarebbe chiaro. Un poliziotto di religione Sikh che porta il turbante sì, un ebreo che sta a casa al sabato sì, una ragazza musulmana che va a scuola con il velo sì, ma un matrimonio tra due omosessuali no. Invece accade l’assurdo che lo Stato francese vieta di andare a scuola con il velo e permette il matrimonio omosessuale.

La soluzione moderata di Taylor non è in grado di mantenersi, ma scivola inevitabilmente verso la soluzione radicale alla francese. Senza un criterio, come potrebbe essere quello della legge naturale, non si capisce più quale sia l’accomodamento se non in termini di maggioranza e minoranza. Ed allora la maggioranza potrebbe anche arrogarsi il diritto di non concedere accomodamenti, come sta accadendo in Francia a proposito dell’obiezione di coscienza dei sindaci. Anche questo potrebbe essere un quadro di riferimento e una visione di vita e non solo un gusto o un desiderio.

giovedì 5 settembre 2013

Il vero eroismo? Resistere all’egemonia omosex - 4 settembre, 2013 - http://www.uccronline.it/

Veilleurs

«Io ho una coscienza e un cuore, non posso sposare due persone omosessuali. La Legge Taubira è illegittima, usurpa il termine matrimonio e io non posso applicarla, io e i miei sette consiglieri abbiamo preso questa decisione». Queste le parole del sindaco di Arcangues, Jean-Michel Colo.

Come lui migliaia (20 mila si dice) di altri sindaci francesi stanno invocando l’obiezione di coscienza per evitare il più possibile lo snaturamento di un’istituzione antropologica come il matrimonio come “società naturale”, fondamento dei nostri Stati. Questi sindaci, preoccupati del futuro del Paese, vengono perseguitati dal governo giacobino Hollande, il quale ha promesso tre anni di carcere e 45mila euro di multa a tutti i dissidenti.

Per questo si fanno chiamare “sindaci-refusnik“, usando il termine in voga negli anni Ottanta per descrivere i dissidenti dell’impero sovietico e dicono di «preferire la forca» piuttosto che essere complici di questa nuova ideologica violenza omologatrice. Una egemonia che però non è mossa da alcun ideale di cambiamento dato che il tanto agognato matrimonio omosessuale è risultato essere un flop in Francia, come aveva anticipato “Il Foglio” e come si è puntualmente verificato: pochissimi ne hanno approfittato, dimostrando che non esisteva e non esiste alcuna esigenza, men che mai discriminazione.

I militanti gay (militanti, non gli omosessuali tout court) si sono trasformati da perseguitati a persecutori, architettando campagne d’odio contro i dissidenti attraverso l’alleanza a quasi la totalità della stampa. Basta vedere la caccia alle streghe che l’Arcigay ha intentato contro il giovane italiano che è uscito dall’omosessualità grazie alla conversione cristiana, minacciando iniziative legali per impedire altri coming out politicamente scorretti come questo. Ritornano dunque i tempi in cui l’Arcigay voleva bloccare Sanremo per impedire a Povia di cantare la sua canzone “Luca era gay”. Intanto a Venezia per poco non sono state vietate le parole “padre” e “madre” per rispetto agli omosessuali, ma certamente ci riproveranno presto.

Il “Pew Research Center” ha infatti certificato tramite uno studio la militanza dei quotidiani per influenzare e orientare l’opinione pubblica, concludendo che tutti i mezzi di comunicazione principali sono a favore del matrimonio fra persone dello stesso sesso.

Oggi i veri eroi sono coloro che, nonostante tutto, non desistono dal ribadire con coraggio la loro opinione, anche se questo vorrà dire venire multati o condannati al carcere grazie alle efficientissime leggi anti-omofobia. I veri eroi sono i Veilleurs, semplici ragazzi che stanno in piedi e in silenzio giorno e notte -ogni tanto cantano, leggono, pregano, studiano- nelle principali piazze della Francia, per protestare contro la legge sulle nozze gay e la discriminazione di chi la pensa in modo diverso. I quotidiani hanno ovviamente ignorato queste centinaia di ragazzi, ma nei social network le loro immagini stanno spopolando. Sono le “sentinelle della libertà” e il loro motto è la frase di Camus: «Piuttosto morire in piedi che vivere in ginocchio».

Qui sotto un video delle manifestazioni dei Veilleurs francesi

giovedì 6 dicembre 2012


La differente valutazione del capo dello Stato
Eluana e l’Ilva
Due decreti, due misure ​
Di fronte a una situazione potenzialmente esplosiva, il Governo Monti è intervenuto sull’Ilva di Taranto mettendo di fatto in mora la magistratura. La vicenda è complessa e mobilita temi di grande interesse generale, quali tutela della salute, del lavoro e del territorio. Si tratta di problemi che per la loro portata travalicano la situazione locale dei lavoratori Ilva e della città di Taranto, investendo l’economia nazionale, la politica industriale, la salvaguardia dell’ambiente, i rapporti tra le istituzioni. E la ricerca di un equilibrio tra le diverse esigenze che si contrappongono è quanto mai difficile. 

Il Governo, consapevole della difficoltà a trovare una sintesi, ha scelto di intervenire con lo strumento del decreto e anch’io ritengo che abbia ben operato.Non vi erano infatti altri strumenti per intervenire d’urgenza, prima che le tensioni sociali diventassero incontrollabili, senza tuttavia rinunciare al dovere di difendere la salute e l’ambiente. A questo scopo, mentre viene assicurata la continuità della produzione, il decreto impone alla proprietà dell’azienda una precisa roadmap per il risanamento del sito industriale. Allo strumento del decreto legge si è fatto crescente ricorso da parte dei Governi che si sono succeduti negli ultimi anni, fino a farne un vero e proprio abuso, come più volte lamentato dalle opposizioni parlamentari e dallo stesso capo dello Stato. Il decreto legge tuttavia resta uno strumento insostituibile per i casi in cui l’intervento legislativo riveste carattere d’urgenza. Ferma restando l’opinabilità delle scelte adottate, è certo tuttavia che nel caso dell’acciaieria Ilva sussistessero tutti gli elementi atti a qualificare l’urgenza dell’intervento. 

Come è prassi consolidata, giusto o non giusto che sia, gli atti di decretazione d’urgenza vengono sottoposti dal governo alla preventiva valutazione del presidente della Repubblica, per allontanare il rischio che egli possa rifiutarsi di emanarlo. È quindi ipotizzabile che la disponibilità del presidente Napolitano ad apporre la sua firma sia stata anticipatamente ricercata anche in questo caso e che essa sia stata da lui assicurata, riconoscendo l’urgenza del provvedimento. E ciò malgrado che l’intervento governativo corresse il rischio di sollevare un conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato e prestasse il fianco perfino a rilievi di possibile incostituzionalità. 

Non è privo di significato ricordare, oggi, che un’analoga disponibilità di Napolitano non fu riscontrabile in occasione del decreto con cui il Governo Berlusconi, seppur tardivamente, tentò di fermare la macchina giudiziaria che avrebbe portato a morte Eluana Englaro. Certamente, anche in quella circostanza si correva il rischio di un conflitto di attribuzione tra poteri dello stato. A differenza che nella vicenda attuale, tuttavia, il conflitto era stato originato da sentenze 'creative' di alcuni magistrati, in dissonanza con il nostro ordinamento giuridico. Più di oggi, senza dubbio, il decreto avrebbe posseduto tutte le necessarie caratteristiche di urgenza, come dimostrato ex­post dalla morte della ragazza, inevitabilmente avvenuta a distanza di pochi giorni. 

Nel nostro mondo però il potere di rappresentanza sindacale è più forte di quello di una grave disabile senza voce e della battaglia 'politicamente scorretta' di chi ricordava che terze persone stavano decidendo di far morire una persona viva e non una «già morta», e il capo di un grande Paese non può non essere uomo di mondo... Tra realpolitik e radicate visioni personali. 

venerdì 15 giugno 2012


Bagnasco: “L’uomo rischia di essere manipolato dai poteri forti” - Angelo Bagnasco - Il presidente della Cei all’Università Cattolica in occasione della festa del Sacro Cuore. “Non tutto è soggettivo”, 14/06/2012, http://vaticaninsider.lastampa.it

L’uomo può essere manipolato dai «poteri forti» che tentano di condizionarne «il modo di pensare e di vivere», e questo rischio di «manipolazione» nasce dalla «pretesa di ridefinire tutto in base a criteri di pura soggettività». Lo ha detto il presidente della Cei Angelo Bagnasco, nella omelia della messa celebrata nella Chiesa centrale dell’Università cattolica, in occasione della festa del Sacro Cuore.

Dopo aver ricordato l’ispirazione originaria della Università cattolica, il card. Bagnasco ha commentato che «i tempi sollecitano a continuare con coraggio ed entusiasmo la strada dei padri in un rinnovato sforzo di riflessione culturale alta a tutto campo. La necessaria cultura della specializzazione - ha esortato - non deve diventare frammentazione, e nessuna ricerca specifica deve mai perdere il riferimento all’insieme antropologico che sembra essere oscurato o trascurato dal dibattito contemporaneo. Come sarebbe possibile, infatti, - si è chiesto il porporato - affrontare in modo adeguato le questioni odierne - penso alla bioetica, alla biopolitica, alla famiglia, al bene della libertà di educazione e di religione, ma anche al diritto e alla medicina - senza una visione antropologica completa e aperta? E come contribuire in modo efficace e argomentato alla volontà di ridefinire le cose - compreso l’uomo, l’autonomia, l’amore, la vita, la famiglia - come se tutto fosse a nostra assoluta disposizione? Oggetto di qualunque opinione individuale e culturale?».

«La pretesa di tutto ridefinire in base a criteri di pura soggettività, - ha sottolineato il presidente dei vescovi italiani - si rivolta contro l’uomo stesso che inevitabilmente diventa anch’esso oggetto di manipolazione di poteri forti in grado di condizionare il modo di pensare e di vivere».

La preoccupazione per la crisi di cui il cardinale aveva parlato durante la cerimonia di consegna dei riconoscimenti della Cattolica allo stesso Bagnasco e al direttore di Avvenire Marco Tarquinio, era stata condivisa da Tarquinio, che ha anche accennato all’atteggiamento del suo giornale nel raccontare la crisi e le crisi.   «Non esasperiamo le difficoltà – ha sottolineato il direttore del quotidiano della Cei – raccontiamo ciò che siamo».

lunedì 7 maggio 2012


IL POTERE DI VITA E DI MORTE NELLE SOCIETÀ TECNOCRATICHE - Con l'eutanasia si vuole ridurre il numero degli anziani di Antonio Scacco

 ZI12050501 - 05/05/2012
Permalink: http://www.zenit.org/article-30496?l=italian

ROMA, sabato, 5 maggio 2012 (ZENIT.org) - Qualche anno fa, Mario Giordano, riflettendo sulla dolorosa vicenda di Eluana Englaro, così scriveva: «Ma se penso a quello che accadrà a noi, se possibile, rabbrividisco ancora di più. Perché il "caso" singolo, circondato da umana comprensione e ovvia pietà, rischia di diventare il grimaldello del liberatutti, il lasciapassare per ogni esagerazione.
È sempre stato così. Quando si parlava dell'aborto, per esempio, spesso si citavano casi limite: ragazze stuprate, minorenni, magari in condizioni di disagio. Non volete ammettere l'interruzione di gravidanza in queste situazioni? Poi, una volta ammessa, se n'è fatta una pratica consueta, un'abitudine, il surrogato del preservativo. Succederà così anche con l'eutanasia?»1.
Il grave pericolo paventato da Giordano non sembra lontano dal diventare una concreta realtà, specialmente in Europa. Qui, diversi segnali inquietanti rivelano il diffondersi e il prosperare di quella "cultura della morte", stigmatizzata più volte da Giovanni Paolo II; qui, il numero delle nascite non controbilancia più il numero dei morti; qui, la popolazione invecchia e il numero delle persone attive diminuisce.
Solo nel 2005, la Russia ha perso circa 800.000 abitanti e la Germania 140.000. L'Italia, la Polonia e la Spagna mostrano la stessa tendenza. Il "suicidio demografico" dell'Europa galoppa a spron battuto: nel 1914, annoverava il 25% della popolazione mondiale; nel 2050, il suo indice demografico si attesterà sul 7%.
Le prime vittime di questa "cultura" sono gli embrioni umani. Si calcola che, in Italia, in trent'anni di legge 194, sono stati soppressi "legalmente" ben 4 milioni e 800.000 nascituri. Per giustificare una simile strage degli innocenti, si ricorre a motivi futili e infondati: la salute della donna, il concepito non è ancora un essere umano, l'autodeterminazione della donna, l'esistenza dell'aborto clandestino, ecc.
 Dopo gli embrioni umani, le prossime vittime della "cultura della morte" o del "terrorismo dal volto umano", per usare il titolo di un recente libro di monsignor Michel Schooyans (Le terrorisme à visage humain, Paris, Éditions François-Xavier de Guibert, 2006)2 potrebbero essere, in un futuro prossimo venturo, gli anziani, come si immagina nel racconto di Richard Matheson, L'esame.
Il protagonista, Tom Parker, ha ottant'anni e, come tutti gli anziani dell'ipotetica società del futuro, deve sostenere, per legge, un esame che dimostri la sua piena efficienza fisica e mentale. Se non lo supererà, sarà condannato a morte: «Nessuno parlava della morte. Il governo mandava le lettere di convocazione, gli interessati si presentavano a sostenere l'esame, e chi non lo superava veniva pregato di passare al Centro governativo per l'iniezione. La legge funzionava perfettamente, il tasso di mortalità si manteneva costante, il problema della sovrappopolazione era contenuto - tutto ufficialmente, impersonalmente, senza un grido o un fremito»3
Tom sa che, questa volta, non supererà l'esame: non ci vede bene, non riesce a ricordare le sequenze numeriche, non ce la fa a tenere sospesa la punta della matita sopra un cerchio di pochi centimetri tracciato su un foglio bianco… Tuttavia, non vuole morire. Ma avverte che il figlio e la nuora, nella cui casa vive, lo considerano un peso.
Eppure, ad entrambi - commenta Matheson - sono stati inculcati i principi cristiani! Nessuna meraviglia, replichiamo noi: il fenomeno del tradimento dei valori non negoziabili è già presente nel nostro tempo. Si pensi all'ONG "Catholic for a Free Choice", una truffa intellettuale che inganna numerosi cristiani, facendo ad essi credere di essere un'organizzazione al servizio della vita, mentre il suo obiettivo è di spingere degli innocenti a scegliere la morte. Ed è questo che fa il povero Tom. Vistosi solo, disperato, decide, sì, di morire, ma scegliendo, come gesto di protesta e di sfida al sistema, il suicidio.
Nel mondo d'oggi, non siamo ancora arrivati a tanto, ma poco ci manca. Si pensi al testamento biologico esistente in alcuni Stati europei. Ma può l'uomo essere assimilato, come vorrebbe il darwinismo, ad una bestia che, una volta esaurito il suo compito di procreare e allevare la prole, deve staccarsi dal branco e andare a morire per lasciare spazio ad altre bestie? Teoria scientista, che respingiamo con tutte le nostre forze!
L'uomo è certamente un corpo, ma è anche, e soprattutto, un'anima. La sua meta ultima non è questo mondo, ma l'aldilà. Ma per certe lobbies tecnocratiche, la religione è come fumo negli occhi e cercano di eliminarla con ogni mezzo dalla convivenza umana.
Da qui, nasce la "cultura della morte". Non sanno che si va incontro alla rovina! La società, infatti, ha bisogno - come scrive Marcello Pera -  della religione: «Ne ha bisogno la nostra vita politica, per evitare che si de­gradi in solo esercizio del potere. Ne ha bisogno la nostra sapienza scientifica, per evitare che si separi dalla saggezza morale. Ne ha bisogno la nostra tecnica, per escludere che sia solo strumento eticamente indifferente.
Ne ha bisogno la nostra vita di relazione, per evitare che l'incontro con l'al­tro (una donna, un bambino, un povero, un uomo di colore, un ammalato o moribondo, un disperato o un disadattato) diventi violenza o manipolazione dell'altro. Ne ha bisogno il nostro stesso benessere materiale, per impedire che esso diventi sfruttamento cieco di sé, degli altri, dell'ambiente. Ne ha bisogno la nostra civiltà, perché non si distacchi dai principi che l'hanno fondata e nutrita»4.
*
1 MARIO GIORDANO, Eluana morirà. Da oggi in Italia c'è l'eutanasia, un orrore che ci divorerà, "Il Giornale", 14-11-2008. La donna è poi morta il 9 febbraio, dopo che, per legge, non è stata più alimentata.
2 fr. ZENIT (www.zenit.org) - 24 aprile 2007, Il terrorismo dal volto umano. Intervista a monsignor Michel Schooyans.
4 RICHARD MATHESON, L'esame (The Test, 1954), in S.SOLMI-C.FRUTTERO (a cura di), Le meraviglie del possibile. Antologia della fantascienza, Einaudi, Torino 1973, pp.241-242.
5 MARCELLO PERA, Perché dobbiamo dirci cristiani. Il liberalismo, l'Europa, l'etica, Mondadori, Milano 2008, p.58.

lunedì 26 marzo 2012


No al Prelievo di Organi dai Condannati il Volto benevolo (e ambiguo) della Cina di Del Corona Marco, 25 marzo 2012 - http://archiviostorico.corriere.it

In principio fu un segreto ben tenuto. Poi un' ammissione, salutata con il favore che si deve agli atti di coraggio. Adesso - per bocca del viceministro cinese della Sanità, Huang Jiefu - è la promessa che non accadrà più. Il prelievo di organi destinati ai trapianti dai corpi dei condannati a morte è destinato a finire. Il viceministro Huang ha annunciato che nel giro di pochi anni, forse già 3, i cadaveri dei cinesi giustiziati non verranno più trattati alla stregua di un atroce magazzino di pezzi di ricambio umani. La Cina esegue sulle 4 mila condanne capitali ogni anno, un numero in calo dopo la centralizzazione delle autorizzazioni, affidate alla sola Suprema Corte del Popolo. L' anno scorso, poi, è stato ridotto il numero dei reati punibili con la morte da 68 a 55. Il prelievo degli organi era al centro dell' attenzione di molti gruppi per i diritti umani e il movimento religioso del Falun Gong, fuorilegge in Cina, aveva fatto della denuncia del fenomeno uno dei pilastri della sua attività di sensibilizzazione. L' abbandono della pratica mostrerebbe al mondo un volto maturo e benigno della Cina. Dopo la soddisfazione, i dubbi. Human Rights Watch ha notato come il viceministro Huang sia ormai prossimo ai limiti di età e nel nuovo assetto di potere che verrà disegnato dal congresso del Partito in autunno non dovrebbe trovare posto. Dunque: chi gli succede manterrà una promessa fatta da un altro? E ancora: se ogni anno sono 300 mila le persone in attesa di ricevere un organo e se sugli stessi media cinesi si leggono spesso storie di reni venduti e comprati, basteranno le donazioni volontarie e autorizzate a soddisfare la domanda? Infine, le motivazioni addotte da Huang si limitano alla qualità (scarsa) degli organi dei condannati, affetti da malattie: niente nobili preoccupazioni morali, dunque. Occorre attendere. La Cina si sottopone deliberatamente al controllo e al giudizio dei suoi stessi cittadini e della comunità internazionale, che potranno verificare cosa accadrà della promessa del ministero. E questa è una buona notizia. 
Marco Del Corona Leviedellasia.corriere.itTwitter @marcodelcorona

martedì 10 gennaio 2012


Avvenire.it, 10/01/2012 - Biotecnologie, il terrificante Eldorado di Frankenstein?
  
Nel suo ultimo saggio (Passaggio d'epoca, Marietti), con la consueta lucidità Pietro Barcellona scrive: «Il problema della vita, o meglio del potere sulla vita e del rapporto tra vita e potere, che per un lungo periodo della storia umana è stato relegato alla dimensione privata, è divenuto la posta in gioco del nostro tempo. Il dominio della vita consiste nel sostituire la natura nei meccanismi del vivente, arrivando alla produzione della vita per mezzo della tecnica, attraverso tecniche di manipolazione e di appropriazione del vivente; oltre ad infrangere ogni sacralità della vita, si afferma così un processo di frantumazione dell'individuo, non più percepito come persona organica, in cui gli aspetti psicologici sono indivisibili dal corpo, ma come entità fisica divisibile in più parti e implementabile con reti neurali e microchip». Mi si perdoni la lunga citazione ma non si sarebbe potuto esprimere meglio quella che nel libro si osa definire, correttamente, «trasformazione antropologica dell'essere umano». L'analisi di Barcellona poi prosegue soffermandosi in particolare sia sul ruolo che il capitalismo si trova a giocare in questa nuova scena (ecco quella che già non è più solo una tetra profezia: il business del futuro, in effetti, non riguarderà tanto il mondo degli oggetti e neppure quello dei valori, quanto piuttosto il mondo della vita stessa: cellule, ovuli, organi, eccetera. Si sta così configurando all'orizzonte un magnifico e terrificante Eldorado costruito attorno a biotecnologie e a manipolazioni genetiche che non a caso vivono come un'ingerenza insopportabile e come una perdita di tempo, addirittura come una vera e propria violenza, l'introduzione di un qualsiasi principio, filosofico, morale, religioso, che tenti di mettere ordine in questo campo); sia su quel «matrimonio fra tecnica e scienza (che) è la nuova metafisica», la stessa che sostituisce a ogni finalismo umano il finalismo dell'evoluzione biologica: «La biotecnologia modifica alla radice il concetto di vita, mettendo nelle mani dell'essere umano [evidentemente, ritorna l'essenziale riferimento al capitalismo, non di ogni essere umano, ma solo di coloro che hanno i mezzi e le possibilità: già questa banale considerazione è sufficiente ad alimentare quel sospetto che solo dei militanti del non pensiero possono qualificare come una chiara manifestazione dell'"oscurantismo antiscientifico"] non solo un potere manipolativo, ma la possibilità stessa di creare ex novo un progetto vivente». Le intelligenze più lucide l'hanno riconosciuto da tempo: c'è qualcosa di molto più pericoloso del già pericoloso inquinamento ambientale, c'è qualcosa di molto più drammatico della già drammatica crisi economica, c'è qualcosa che può rivelarsi molto più distruttivo della già violentissime guerre che stravolgono il mondo, ed è proprio l'ormai possibile «produzione della vita per mezzo della tecnica». Si obietterà: ma tutte queste ricerche, tutte queste tecniche, possono aiutare a migliorare non solo la vita degli uomini, ma la vita in generale. Certo, ed è per questa ragione che l'Eldorado potrà essere magnifico, ma come non accorgersi ch'esso potrà anche rivelarsi come terrificante? Pertanto chi vorrà assumersi la responsabilità di non dare alcun ascolto all'insegnamento che proviene dalla storia umana? In effetti non è la prima volta che l'uomo sogna, per riprendere la felice espressione di Barcellona, di «sostituire la natura nei meccanismi del vivente», anche se forse è la prima volta che un simile sogno può essere tradotto in realtà; e ogni volta tale sostituzione ha generato mostri. Mi permetto a tale riguardo di consigliare un'attenta lettura o rilettura del Frankenstein di Mary Shelley (1818), un'opera che è come un controcanto, ed un terribile monito, al clamore che alcune importanti scoperte scientifiche dell'epoca avevano giustamente suscitato. Inoltre, se proprio si dovesse optare per una metafisica, come non riconoscere che l'ingegno dell'uomo è riuscito ad elaborare, nel corso della sua storia, qualcosa di molto più interessante, metafisiche molto più vitali di quella nata, per ritornare ancora una volta all'esperimento tra la morte e la vita narrato dalla Shelley, dal «matrimonio fra tecnica e scienza»? La scienza non si fermi e non sia fermata (d'altra parte chi potrebbe realisticamente farlo?), ma nel suo avanzare tumultuoso e fecondo essa sia così razionale da non dimenticare di dare ascolto al poeta, al filosofo, all'artista, all'uomo religioso. Da essi, infatti, le potrebbero venire indicazioni antiche e sorprendenti. A meno che non ci si voglia comportare come Frankenstein, che – è banale ricordarlo ma può essere utile farlo – non è il nome della «creatura» o del «mostro», ma del dottore che lo assembla. A questo scienziato senza ragione la «sua creatura» ad un certo punto con ragione chiede: «Come osi giocare così con la vita?». Per l'appunto.

lunedì 28 novembre 2011


Avvenire.it, L'emergenza globale (e italiana) non si può ridurre a una sola dimensione - Capire la radice sociale della crisi economica, 7 novembre 2011
       
I fattori costitutivi della crisi economico finanziaria e politica che stiamo attraversando sono ormai chiari a tutti. Poco o per nulla si riflette invece sui fattori sociali che ne costituiscono un importante corollario, sia come cause scatenanti che come elementi concomitanti. Eppure, proprio nei giorni scorsi, è tornato alla ribalta il tema del rapporto tra i sentimenti sociali, le loro manifestazioni e il potere. Le dimostrazioni di piazza al Quirinale, a Palazzo Chigi e a Palazzo Grazioli dopo le dimissioni del governo Berlusconi sono state prevalentemente pacifiche, ma non si può fare a meno di osservare che abbiamo assistito ancora una volta a espressioni di facile entusiasmo, a fronte di una congiuntura molto difficile e persino drammatica.

Da sempre nella storia i momenti di passaggio di potere sono stati accompagnati da forme simili, più o meno significative ed estese, e 'acclamare, distruggere, seppellire' sono sin dall’antichità fenomeni sociali ricorrenti. Dalle democrazie moderne, cosiddette avanzate, ci si aspetterebbe però una crescita di consapevolezza e un gradiente di maturità in più, ad esempio rispetto alle degenerazioni di quei fenomeni, quali gli attacchi personali, anche solo verbali, lo sberleffo o la gioia ostentata per la caduta dell’avversario. In realtà dobbiamo constatare che il mondo moderno produce una continua riedizione degli antichi momenti di sfogo che, per l’impatto dei potenti strumenti e canali di comunicazione contemporanei, si accompagna a forme di spettacolarizzazione e di propagazione universale, che ingigantiscono sulla scena sociale gli eccessi, riducendo le possibilità di una riflessione più pacata e lungimirante. Con evidenti rischi di impoverimento culturale e, qualche volta, di vero imbarbarimento.

Parliamo di fenomeni che si dipanano a ogni latitudine, in Italia però si aggiunge un elemento in più, su cui è bene riflettere, che ha a che fare con una predisposizione particolare nel Paese alla sfiducia, sempre e comunque, nelle pubbliche istituzioni, e con una non piccola dose di mancanza di responsabilità civile. Un elemento che conferisce al clima sociale una connotazione particolarmente critica.
Emerge una sorta di personalismo cinico, che finisce per agevolare un approccio alla crisi tutto centrato sulla dimensione finanziaria. È chiaro a tutti che la situazione attuale richiede l’utilizzo di strumenti eccezionali rispetto alla normale azione di governo di un Paese come l’Italia.

Questa constatazione non sembra però accompagnata a livello sociale da una sufficiente consapevolezza dei risvolti problematici di una gestione di governo tutta spostata sull’asse delle decisioni economico-finanziarie e su quello delle compatibilità di tipo internazionale. Usciremo, di questo passo, almeno ce lo auguriamo, dall’emergenza titoli di Stato e Borsa. Ma viene spontaneo chiedersi quando cominceremo a mettere mano all’insieme delle questioni politiche, sociali ed economiche che frenano lo sviluppo del Paese. Emergenza finanziaria, e conseguente riduzionismo economico, non fanno bene allo sviluppo nel senso pieno del termine.

Dice Alain Ehrenberg nella Società del disagio che soffrono di più in simili congiunture i Paesi, e i popoli, la cui identità è centrata sulla dimensione individuale, più che su quella collettiva e istituzionale. Le società e le culture mediterranee avrebbero questa caratteristica, meno adatta alla modernità globalizzata e alle sue sfide. In Italia si aggiunge a ciò la questione delle grandi differenze sociali e culturali, tra una parte meridionale decisamente più mediterranea, e una settentrionale con forti influssi di tipo nord-europeo. Ma non va dimenticato quanto già Leopardi affermava, e cioè che le vere élite italiane (intellettuali, economiche, morali) si tengono, per lo più, distanti dall’impegno politico, privando il Paese di forze vitali essenziali. È il nodo che addita anche Christopher Lasch quando parla di «sciopero delle élite», e non solo per le culture mediterranee ovviamente.

La crisi va dunque affrontata tenendo conto di tutti questi fattori. E se la congiuntura economico-finanziaria ammette un intervento straordinario all’insegna del riduzionismo economico dei problemi, bisogna da subito pensare allo sviluppo di una cultura civica – comunitaria e individuale – più matura e più volta a consolidare il bene comune. È necessario un maggiore impegno delle élite morali e sociali del Paese. E la riflessione che su questo punto si è aperta nel mondo cattolico rappresenta un segnale incoraggiante.

mercoledì 19 ottobre 2011


Politica - DOPO TODI/ 1. Barcellona: io, non credente, sposo la sfida di Bagnasco di Pietro Barcellona, http://www.ilsussidiario.net, mercoledì 19 ottobre 2011

Sempre più si ripete nei commenti che la crisi che stiamo vivendo va ben oltre i confini dell’economia e della politica e si caratterizza per essere, come scrivono in tanti, una vera e propria crisi di sistema. Così pure nelle varie tribune dove si discute del futuro del nostro Paese viene più o meno sinceramente richiamata la questione cattolica come uno dei temi che attraversano l’intera scena della politica italiana.

In tutti i casi, per lo più, la discussione è viziata da un “congiunturalismo” che tende a piegare ogni seria riflessione all’immediatezza di un risultato pratico che, per lo più, coincide con la caduta o la permanenza del governo Berlusconi. Questo atteggiamento diffuso pregiudica seriamente la capacità di capire cosa stia veramente accadendo in Italia e in Occidente e quali siano le vere sfide con le quali confrontarsi.

Insieme a tre antichi compagni di avventure intellettuali (Paolo Sorbi, Mario Tronti e Giuseppe Vacca), si è pensato di reagire a questo andazzo deprimente che preclude ogni approfondimento e ogni autentico allargamento della prospettiva verso il futuro della società italiana e dell’intero pianeta. Ne è nato un documento che è stato pubblicato interamente dall’Avvenire, che è stato ripreso da diversi giornali nazionali e sul quale intendo richiamare l’attenzione con un breve contributo personale per sottolineare il senso di questa iniziativa. La convinzione che ci ha sostenuto nella non facile decisione di fare una proposta pubblica sottoscritta dal nostro piccolo gruppo di amici, è quella che il mondo intero sta attraversando una fase di drammatica rottura degli equilibri e degli orientamenti culturali tradizionali che può determinare una vera e propria catastrofe della forma di civiltà in cui siamo vissuti.

Emergenza antropologica significa infatti che si sta toccando il nucleo profondo di quella che è stata per millenni l’identità di ogni essere umano: la costituzione di una soggettività libera e responsabile che insieme agli altri uomini si è sempre posta il problema di costruire una città futura, migliore della presente. Ciò che tutti abbiamo sotto gli occhi è un movimento caotico di atomi chiusi nel perseguimento ossessivo del proprio personale godimento e affermazione, lo sfrenarsi di forme di sopraffazione e violenza inedite e la scomparsa di ogni modello e valore di riferimento fino ad una sorta di annichilimento masochistico di ogni senso della vita che non si riduca al desiderio immediato di soddisfazione.

L’emergenza antropologica dalla quale siamo distolti da mille falsi anestetici, come le campagne massmediatiche di prodotti farmacologici che risolvono tutti i problemi, rischia di ridurre l’essere umano alla mera pedina fisica di una manipolazione onnipresente che riduce ogni speranza al mordi e fuggi in un ipermercato globale. Mentre un arrogante scientismo, declamato su quasi tutte le pagine dei giornali e delle televisioni, si candida a gestire meccanicamente l’esistenza umana dalla nascita alla morte, col progetto ormai evidente di neutralizzare ciò che per gli esseri umani ha sempre costituito una sorta di innata spiritualità del pensiero e dell’immaginazione, la vita quotidiana trascorre nella disperazione, nella solitudine e nella mancanza di futuro delle nuove generazioni. Si può dire che oggi per la prima volta nella storia i giovani, sopraffatti dalle enormi difficoltà della vita, provano il terrore dell’isolamento totale. Anche di fronte agli ultimi fatti di Roma non si tratta certo di giustificare in alcun modo la violenza ma bisogna tuttavia cercare di comprendere come i seminatori della violenza distruttiva siano a loro volta intossicati dal terrore di essere schiacciati da un mondo che li ignora totalmente.

La disintegrazione del tessuto sociale, la formazione di piccole cerchie di potere sottratte ad ogni controllo, la massificazione omologante che distrugge identità e tradizioni hanno creato tra noi e le nuove generazioni una  vera e propria terra di nessuno dove spesso l’unico modo per sentirsi vivi è quello di dar vita ad un branco feroce che scarica la rabbia su tutto ciò che incontra.

La crisi antropologica tocca anche il cuore della cultura laica contemporanea che continua a proporre “fantasie onnipotenti” sulla creazione artificiale della vita mentre lascia senza risposta tutte le domande sul senso ultimo delle cose. Anzi la cultura scientista irride sarcasticamente ogno discorso sull’Anima. Così, in un articolo intitolato “Se l’anima e il suo corteo di idee si specchiano nell’i-pad”, Edoardo Boncinelli (uno dei più illustri mentori della nuova visione scientifica del mondo in cui tutta la  vita mentale si risolve nei meccanismi neuronali) scrive che non esiste migliore esempio di razionalità asservita alle emozioni di quella che si dedica alle “domande supreme” e alle “domande di senso”. E continua proclamandosi un appassionato dell’i-pad che è la conferma “scientifica” del “dubbio” sull’esistenza dell’anima stessa.

Boncinelli è un collaboratore del Corriere della Sera (che non a caso è tra i pochi giornali che non hanno dato notizia del nostro appello) che con un articolo di fondo di De Bortoli suggerisce alla Chiesa di adoperarsi nel “sociale” con le sue tradizionali istituzioni di assistenza e cura dei poveracci e degli emarginati, e di rinunciare a porre sul terreno della politica generale i temi dei “valori non negoziabili” che vanno lasciati alla libertà di coscienza individuale. A parte il fatto che anche i laici affermano di difendere “valori non negoziabili” come la democrazia, non riesco francamente a capire come il nascere e il morire o il ruolo della famiglia nella riproduzione degli esseri umani possano essere sottratti all’insegnamento della Chiesa, per essere poi utilizzati di fatto come strumenti surrettizi per definire gli schieramenti politici. Personalmente non auspico affatto la rinascita di una democrazia cristiana aggiornata sui temi del presente, ma sono altrettanto convinto che la Chiesa e il mondo cattolico debbono essere un punto di riferimento essenziale nella discussione pubblica sulla vita individuale e collettiva. Non solo per evitare le derive radicali che oramai la cultura scientista sta “propagandando” con grande dispiegamento di forze (Veronesi scrive continuamente che ogni differenza sessuale è destinata a scomparire con le nuove tecnologie di riproduzione artificiale della vita), ma anche per dare in positivo la testimonianza pratica che è possibile un altro modo di vivere non fondato sulla competizione estrema e sulla guerra di tutti contro tutti.

Credo che la Chiesa abbia molto da dire su tutti i temi che riguardano le sfide del futuro, giacché solo essa può mettere in campo una forma di rapporto con la “Trascendenza” che non sia fondato sull’osservanza pedissequa di precettistiche e catechismi ma sulla testimonianza di una Persona storicamente esistita come Gesù Cristo che ha introdotto una forte discontinuità dei tradizionali rapporti fra religione e società. Personalmente sono stato sempre colpito dalla assoluta originalità del messaggio evangelico giacché, come dice Kolakowski, Gesù non si può ridurre né ad un insieme di eventi né ad un insieme di concetti astratti, ma ad un “fatto essenziale” istitutivo di valori universali strettamente legati ad una concreta origine storica e fattuale. Kolakowski sottolinea cinque punti che sono di un’attualità impressionante: 1) abolizione del formalismo della Legge a favore dell’Amore; 2) eliminazione della violenza dai rapporti umani, 3) abolizione dell’idea di popoli o personaggi “eletti”, 4) affermazione che non di solo pane vive l’uomo; 5) che il Figlio dell’uomo è Padrone anche del “Sabato”. Kolakowski non è né credente né cattolico, ma è uno dei pensatori più interessanti che ha per altro una grande esperienza del marxismo e della filosofia contemporanea.

Il cristiano, sotto questo profilo, non è soltanto l’esponente di una religione istituita, ma l’incarnazione continua di un modello di vita destinato a far lievitare fra gli uomini una nuova pratica del loro stare insieme. La ricerca oltre la stessa tradizione biblica di un Padre amorevole e la proposta della sofferenza e del dolore che possono dare senso anche alla morte, come scrive Julia Kristeva, sono questioni immense che dovrebbero permeare l’intero Spirito di un popolo.

La riconciliazione fra le generazioni e la elaborazione consapevole del significato delle sofferenze sono messaggi che riguardano particolarmente la condizione contemporanea. I giovani hanno terrore degli adulti e spesso li aggrediscono violentemente per ottenere un segno di risposta alla loro presenza. L’educazione alla sofferenza come momento ineliminabile della condizione umana apre la porta a trasformazioni che possono diventare leva di cambiamento del modo di misurare la ricchezza della vita nel rapporto tra le persone. Mentre lo scientismo, ottusamente bloccato sulle conquiste anche importanti che le nuove tecnologie del dolore possono realizzare, diffonde una cultura da anestetico globale, il contatto con l’esperienza del cristiano può stimolare aperture mentali di tipo nuovo sul senso ultimo della vita.

Certo, il convegno di Todi ha visto radunati insieme per la prima volta componenti del mondo cattolico molto eterogenei tra loro e il dibattito che si è svolto va sicuramente studiato con attenzione anche per le diverse posizioni che sembrano emergere sulle questioni più vicine alla politica italiana. I risultati che avrà si vedranno nel tempo, ma è auspicabile che già subito alcuni settori, che sono stati finora troppo disponibili a seguire l’avventura berlusconiana anche nelle pagine più indecorose, si ricordino che essere cristiani impegna ciascuno ad essere a tutto tondo nel primo dovere di essere coerenti in tutti gli ambiti della vita con i principi che si professano.

Il documento che abbiamo proposto all’attenzione di cristiani  e laici è però molto più ambizioso di questi mediocri risultati di schieramento. Esso si propone di far nascere un confronto permanente tra il mondo cattolico e il mondo di quanti continuano a ritenere che sia possibile trasformare radicalmente il nostro modo di vivere e di consumare. Non riteniamo affatto di dare indicazioni alla Chiesa sulle questioni del nostro così triste presente ma, al contrario, sollecitarla ad alzare il livello della discussione pubblica, e  dare una mano a chi pensa che una nuova frontiera epocale si sta aprendo tra chi difende la vocazione “spirituale” degli esseri umani (nel senso della libera ricerca dell’Oltre di ogni orizzonte storicamente limitato al presente) e chi, in uno strano cupio dissolvi, tende a ridurre gli esseri umani ad un puro stadio dell’evoluzione biologica.

Difendere il mistero della vita è per queste ragioni un atto profondamente politico.


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martedì 27 settembre 2011


PAPA/ Finnis (Notre Dame): la ragione di Benedetto ci fa uscire dal bunker - INT. John Finnis - martedì 27 settembre 2011

Il Papa, in Germania, di fronte al Parlamento tedesco, si è rivolto ai suoi concittadini ma, in realtà, stava parlando al mondo; ha messo, infatti, in guardia i politici che lo stavano ascoltando dalle seduzioni del potere, a tutti i livelli, ricordando loro come la forza slegata dal diritto si trasformi ben presto in violenza. Nell’esaminare le fonti del diritto della civiltà occidentale, ha specificato come il cristianesimo sia l’unica tra le grandi religioni a non aver imposto un contenuto giuridico facendolo discendere dalla rivelazione, ma abbia sempre contemplato come cardini fondamentali la natura e la ragione. Una ragione che gli eccessi del positivismo hanno impoverito, eliminando la trascendenza dal novero delle possibili spiegazioni del reale. Abbiamo chiesto a John Finnis un commento sull’intervento di Ratzinger.

Il Papa ha citato Agostino, che ha scritto: “Togli il diritto, e allora, cosa distingue lo Stato da una grossa banda di briganti?” Ritiene sia un rischio ancora attuale, anche per i politici dei nostri giorni?

Il Papa ha posto questa frase in più contesti. All’inizio ha parlato della presa del potere da parte dei nazisti e dell’uso del potere per distruggere la legge e il diritto dentro e fuori la Germania, per poi minacciare il mondo intero. Ma la citazione illustra un rischio più ampio e duraturo, meno spettacolare ma reale e deleterio: la seduzione del successo, il successo politico, a scapito del diritto, il successo mediante la falsificazione di ciò che è giusto e lo scempio (su qualunque scala) della giustizia. Questa tentazione riguarda tutti i politici di ogni tempo. Inoltre, se poniamo il commento di Agostino nel contesto del libro quarto del De Civitate Dei, vediamo che il santo punta il dito sulla vera fonte della capacità pervasiva di corruzione della politica: la cupiditas. L’oggetto può essere (prendendo la elencazione di Agostino)  denaro, territorio, sadismo, sesso o semplicemente il potere per se stesso. Per trovare evidenze di questo ai nostri giorni, c’è solo da guardarsi intorno.

Dice ancora il Papa: “Nelle questioni fondamentali del diritto, nelle quali è in gioco la dignità del’uomo e dell’umanità, il principio maggioritario non basta: nel processo di formazione del diritto, ogni persona che ha responsabilità deve cercare lei stessa i criteri del proprio orientamento”. Questo è possibile in uno Stato democratico, in cui il potere è attribuito alla maggioranza?
Non è né evidente né certo che nelle moderne democrazie sia la maggioranza ad avere il potere. Si potrebbe sostenere che nelle nostre democrazie la maggioranza sia sostanzialmente senza potere. Ciò non significa affermare che il diritto di voto e di poter parlare liberamente di questioni politiche sia irrilevante, tutt’altro! Ma, comunque sia, rimane evidente che chi è in una posizione di responsabilità deve trovare personalmente i criteri autentici per decidere cosa è giusto e cosa è sbagliato. Così come gli elettori sono responsabili non solo quando votano, ma anche quando parlano con i giornalisti, i sondaggisti o l’un l’altro, e anch’essi devono cercare personalmente questi criteri autentici. Altrimenti, che la maggioranza abbia o meno “il potere”, la legge e il governo dello Stato sicuramente finiranno per corrompersi.

“Per lo sviluppo del diritto e per lo sviluppo dell’umanità è stato decisivo che i teologi cristiani abbiano preso posizione contro il diritto religioso, richiesto dalla fede nelle divinità politeiste, e si siano messi dalla parte della filosofia, riconoscendo come fonte giuridica valida per tutti la ragione e la natura nella loro correlazione”. Cosa pensa di questa affermazione del Papa?

Che è vera e importante. Ma è un’osservazione di carattere storico, e non è così importante come l’affermazione fatta precedentemente che, “diversamente da altre grandi religioni, il cristianesimo non ha mai imposto allo Stato e alla società un diritto rivelato… Ha invece rimandato alla natura e alla ragione quali vere fonti del diritto”. Questa più ampia e profonda affermazione non riguarda semplicemente la storia, ma anche il presente, dove c’è poco politeismo che possa preoccupare il pubblico tedesco o europeo, ma c’è almeno una “grande religione” che propone una “legge rivelata” allo Stato e alla società, una legge che per certi importanti aspetti è contro la ragione e la natura (e, naturalmente, non è in realtà rivelata).

“Qui compaiono i due concetti fondamentali di natura e di coscienza, in cui "coscienza" non è altro che il "cuore docile" di Salomone, la ragione aperta al linguaggio dell’essere.” Qual è la rilevanza politica di questi due concetti fondamentali?
Come dice la frase del Papa, i due concetti fondamentali sono natura e ragione. La natura che è qui in gioco primariamente (pur non esclusivamente) è la natura umana, e la ragione primariamente (pur non esclusivamente) in gioco è la ragione pratica, i cui giudizi noi chiamiamo coscienza. Come insegna correttamente San Tommaso, è attraverso l’originale comprensione delle forme fondamentali del bene umano che dà la ragione pratica che arriviamo a una comprensione adeguata della nostra natura umana, delle sue possibilità e della sua realizzazione per quanto possibile attraverso scelte moralmente giuste. Senza questa comprensione originaria dei fini umani, ci ritroviamo nel bunker (per usare la metafora del Papa, così coraggiosamente esposta a Berlino, nei pressi del bunker più famigerato della storia) della ragione “positivista” – per esempio, la concezione di ragione proposta da David Hume: una ragione che non può essere che schiava delle passioni, poiché non può comprendere nessun obiettivo umano come veramente intelligente, ragionevole e in linea con il compimento della natura umana. È da una corretta comprensione dei fini umani che deriva una corretta comprensione della bontà e della necessità di una società politica (e dei suoi organi per assicurare la giustizia) come indispensabile aiuto sussidiario alle persone, alle famiglie e alle associazioni civili nella loro realizzazione del fiorire umano.

“Dove vige il dominio esclusivo della ragione positivista – e ciò è in gran parte il caso nella nostra coscienza pubblica – le fonti classiche di conoscenza dell’ethos e del diritto sono messe fuori gioco. Questa è una situazione drammatica che interessa tutti”. È questa la vera causa della confusione che spesso caratterizza il dibattito politico?

Il Papa non dice che il positivismo è la sola causa di confusione, e neanche che ne sia la causa più immediata. Ritengo piuttosto che voglia dire che le incomprensioni positivistiche della ragione bloccano le intuizioni che “le fonti classiche di conoscenza dell’ethos e del diritto” potrebbero altrimenti fornire. Naturalmente, come Aristotele dice alla fine della sua Etica, una cosa è mettere a disposizione delle persone le fonti per la conoscenza, tutt’altra questione è che le persone ascoltino, accettino e applichino queste fonti. Anche in assenza degli errori filosofici del positivismo (e delle razionalizzazioni positiviste del male), ci potrebbero essere molte fonti di confusione. Una sana conoscenza di per sé non sconfigge il vizio, né afferma la virtù, neppure la virtù intellettuale della prudenza, della persona, della famiglia o della politica.

“Anche l’uomo possiede una natura che deve rispettare e che non può manipolare a piacere. L’uomo non è soltanto una libertà che si crea da sé. L’uomo non crea se stesso. Proprio così e soltanto così si realizza la vera libertà umana”. Cosa pensa di questa idea di libertà?
Non so esattamente quale linea di pensiero il Papa abbia implicitamente voluto qui seguire o suggerire. Ma vorrei dire che la vera libertà umana (come San Tommaso dice all’inizio della sua grande trattazione sulla moralità) è la libertà di un’immagine di Dio. Uno che ha la libertà di scelta e l’esercita secondo un bene che è veramente soddisfacente, soddisfacente per le persone e per le amicizie e le società più vaste nelle quali trovano cosi grande parte della loro realizzazione.
Come dice Agostino subito prima del passo citato dal Papa, e qui il Santo continua la tradizione filosofica iniziata da Platone e portata avanti da Aristotele, la vita di una persona che cede alla cupiditas è una vita di asservimento all’ansia, all’insicurezza, a brame insaziabili, e via dicendo. Su questa strada, non vi è nessuna vera libertà. Né vi è attraverso nessuna “autodeterminazione esistenzialista” con cui uno potrebbe provare a ricreare se stesso, quasi come un padrone nietzschiano, libero dai vincoli dell’uguaglianza e giustizia umana. Forse, il pensiero del Papa in queste frasi può essere anche collegato al fatto che ogni manipolazione della natura umana, per esempio mediante modifiche genetiche non terapeutiche, rende il prodotto della manipolazione schiavo del manipolatore, anche se quest’ultimo fosse motivato da buone intenzioni.


(Pietro Vernizzi)


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