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lunedì 13 gennaio 2014

L’amore, da solo, non basta. Perché un figlio ha bisogno di un padre e una madre che gli dicano: «Vai !» gennaio 12, 2014 Benedetta Frigerio, www.tempi.it

«Per vincere la sfida della famiglia bisogna giocare in attacco. Ci vogliono testimoni della bellezza di ciò che può nascere dall’amore fra un uomo e una donna». È per questo che lo psicoanalista Luigi Campagner ha intitolato il suo libro sulla famiglia Figli! O del vantaggio di essere genitori (Lindau, 13 euro, 155 pagine). «Perché ai miei figli insegno a vivere: amando mia moglie, lavorando per la mia crescita, coltivando le mie passioni. Ma da loro imparo anche a desiderare il massimo. Ad amare come un bambino, a guardare le cose in modo puro, per quelle che sono e non per quello che la maggioranza dice che siano».

campagner-figli-o-del-vantaggio-di-essere-genitoriDottor Campagner, nel suo libro lei parla della distinzione in relazione al sesso, la prima che il bambino coglie. Sottolinea che questa diversità è arricchente, ma che spesso oggi nell’esperienza si configura come difficoltà e, in casi estremi, come obiezione di principio. Può spiegare perché la differenza sessuale arricchisce e come mai oggi è vista come una cosa negativa?
La differenza sessuale è una cosa da riconoscere più che da spiegare. Se oggi, invece, ci si riduce a parlare del rapporto fra uomo e donna stando “sulla difensiva” è perché spesso manca il fascino di una madre e un padre che sappiano accogliere la differenza tra loro come arricchente. Che sappiano dare, ma accettando anche di ricevere, di dipendere. Mi viene in mente l’abbraccio fra Adamo e Eva di Jan Gossaert, un’opera che ho visto nel Palazzo Abatellis di Palermo (nella foto in basso). I due si guardano come complici. In questo dipinto la differenza appare come un bene. Essa, infatti, è necessaria all’uomo per rispondere al suo bisogno naturale di completarsi e di generare, per crescere e costruire. Il problema è che oggi chi vive così è una minoranza di cui la maggioranza dei media non parla.

adamo ed eva Come si può negare una differenza evidente?Le differenze biologiche esistono e le vedono tutti. Anche chi le nega ideologicamente, pur provandoci, non può eliminarle. Ma l’evidenza non basta da sola, insieme a questa dobbiamo usare l’arma del fascino: far venire invidia della famiglia naturale, l’uomo e la donna devono provare a costruire delle vere e proprie opere familiari.
Perché non possono costruirne anche due uomini o due donne?
Il bambino ha bisogno di una mamma e un papà diversi e complementari. Per la psicoanalisi, come disse già Freud, è necessario che il bambino attraversi la cosiddetta fase fallica, importantissima per lo sviluppo equilibrato di una persona. In questa fase il bambino impara ad accettare la propria identità, attraverso l’accettazione del genitore dello stesso sesso. Se non avviene questo processo il bambino resterà frustrato, non si sentirà voluto e cercherà continue conferme dalle persone del proprio sesso, che si percepiranno poi come antagonisti. Invece, quando la propria identità viene accolta, il bambino diventa stabile e crescendo cercherà il compimento nell’altro sesso.

Abbiamo bisogno della diversità per completarci. Cosa implica questo?
Ad esempio, lasciare da parte l’orgoglio: accettare di farsi accogliere oltre che di dare. Spesso, invece, siamo nella posizione di chi vuole solo dare. Questo succede con i figli, non solo fra coniugi. È un peccato, perché il lasciarsi accogliere è necessario e bello, completa: dove manco io farai tu e viceversa, questo aiuta a costruire una bella famiglia e quindi una bella società.

Cosa pensa della campagna per la promozione delle adozioni fra coppie dello stesso sesso? Basta l’affetto?
I sentimenti non sono sufficienti a crescere un bambino. E poi perché una persona desidera un figlio? Le ragioni possono essere due. La prima è la volontà pericolosa di soddisfare una proiezione di sé che ci confermi, pensando di colmare dei vuoti. La seconda è il desiderio di dare, educando un soggetto ad amare ed essere amato, comprendendo e accogliendo la diversità dei sessi. Una mamma e un papà possono cadere nell’errore di trattare un figlio come una proiezione di sé che li soddisfi, ma è una possibilità che non si può predire a priori. Mentre legalizzando le adozioni di persone dello stesso sesso l’errore sarebbe approvato legalmente il fatto che queste coppie non potranno mai dare al figlio ciò di cui ha bisogno. La natura poi è un segnale che sta lì a dire: «Per questa via non puoi generare un uomo. Fermati!».

Eppure a qualcuno sembra impossibile rinunciare ai figli che desidera.
Io lavoro in alcune comunità, vedo genitori che volontariamente rinunciano a tenere con sé i figli se capiscono che per un po’ è meglio così. Non è facile, ma questo è un atto d’amore enorme. Mi viene in mente la madre dell’episodio biblico di Salomone, che pur di non vedere il figlio morire è disposta a lasciarlo alla donna che mente, dicendo che il bambino è suo.

Non si perde qualcosa così?No, perché la vera felicità di un genitore è quella del figlio.
Si sente ripetere sempre più spesso che ciò che conta è solo l’amore.
La parola amore è abusata, intesa come un sentimento generico. Ai figli non bastano i soldi, l’affetto, le attenzioni. Oggi i bambini sono pieni di cose materiali e di protezioni. Li immergiamo in vasi di miele in cui soffocano. Ma se li teniamo sempre in braccio non impareranno mai a camminare. Il bambino stesso desidera essere lanciato nel mondo dall’adulto che vuole imitare. C’è un cartone africano, Kiriku e la strega karabà, che spiega cosa intendo. Kiriku chiede alla madre: «Ma perché la strega è cattiva?». La madre non gli spiega perché, ma gli dice che esistono persone cattive. Cioè gli dà degli argini entro cui muoversi e poi lo lascia andare.

Nel libro parla del rischio di alcune campagne pubblicitarie come quelle sulla pedofilia. Quali pericoli vede?
Se gli adulti appaiono come orchi si continua a separare il loro mondo da quello dei bimbi. Così il piccolo diventa un idolo, che alla fine rimane solo, senza rapporti: i grandi vedono i bambini come un fardello a cui bisogna dare senza ricevere, mentre nei piccoli si introduce un sospetto sull’adulto. Oggi bisogna muoversi al contrario, riavvicinando due mondi che hanno assoluto bisogno di dare e ricevere l’uno all’altro.

Lei scrive che aumenta l’intelligenza teorica delle nuove generazioni, mentre il pensiero pratico sta regredendo. Da dove deriva questa separazione?
Vedo tantissimi pazienti colti, bravissimi professionisti, ma assolutamente fragili nei rapporti, incapaci di gestirli. Come mai? Il bambino per crescere deve essere abituato a un lavoro continuo di costruzione di sé, di cambiamento di fronte all’altro, di accettazione del bene o di rifiuto del male. Se i genitori non hanno fatto questo lavoro continuo, se non hanno fatto squadra, anche nelle difficoltà, per costruire qualcosa, il figlio non sarà capace di fare altrettanto.

Nel suo libro spiega che spesso si parla ai figli senza tener conto del peso delle parole, che i genitori li sgridano senza mai confermarli, si irrigidiscono in un ruolo… Come riparare a questi sbagli che possono segnare i figli?
Siamo madri e padri, ma siamo innanzitutto uomini e donne e questo non va nascosto ai figli. Siamo esseri umani che sbagliano, hanno sbagliato, hanno delle passioni. La bussola per muoversi è la riflessione su di sé e sull’altro. Il far spazio a ciò che accade, a ciò che i figli ci dicono, lasciandoci interrogare. La tristezza in questo senso è un aiuto. Quando si introduce nel rapporto significa che c’è qualcosa che non andava, è quindi un bene che arrivi. Cosa fare? Attendere con pazienza e pensare a come cambiare, ricreare, riprovare in un altro modo. Siccome poi il rapporto di reciproca crescita è drammatico, si può anche arrivare a capire, come dicevo prima, che per un po’ è meglio che il figlio si riferisca ad altri. I veri genitori sono anche capaci di dire: «Vai, se serve, purché tu sia felice!». E qui si capisce come l’amore non sia un sentimento. Si può continuare a ripetere: ”Ti voglio bene”, come è giusto fare, ma servono anche i fatti. L’amore non è un enunciato generico, è un rapporto di dipendenza e di scambio reciproco, di errori e riprese, soprattutto fra i coniugi. E l’amore non si dice soltanto, si deve vivere: i bambini non imparano l’italiano se facciamo loro delle lezioni, ma se la mamma e il papà lo parlano fra loro e con lui.

Molti figli oggi sono in difficoltà perché non hanno davanti padri e madri come quelli che riporta a modello. Che risorse hanno?Tutti, anche chi ha avuto bravi genitori, a un certo punto abbiamo cercato madri e padri spirituali che ci hanno sostenuto, consigliato. A volte guardiamo più a loro che ai genitori biologici. Anzi spesso sono i padri spirituali a farci riabbracciare anche quelli biologici. Ai ragazzi dico che devono cercare padri e madri, a scuola, al lavoro, dappertutto. Esistono.

venerdì 7 giugno 2013

La prova biologica dell’individuo-persona dal concepimento - 6 giugno, 2013 - http://www.uccronline.it/


Cinque prove esistenza uomo

La questione sull’inizio della vita umana è più pragmatica di quanto si possa pensare, dichiara Carlo Casini nella Prova biologica dell’esistenza umana fin dal concepimento . Infatti, gli uomini e le donne comuni devono farsi un’idea per decidere. Non hanno tempo di frequentare corsi, lezioni, approfondimenti specialistici o accademici per sapere se quella “azione – aborto, procreazione artificiale, pillola del giorno dopo, abrogazioni o meno di leggi sull’inizio vita – incide su un essere umano oppure no”.

Necessitando di un linguaggio comprensibile, questi uomini e donne – che fanno e sono la società – sono in realtà trattati come un branco di scimmie ammaestrate. All’inseguimento di scopi tutt’altro che scientifici, la cosiddetta “opinione pubblica” è blandita e ingannata da una serie di ridicoli quanto inaccettabili costrutti semantici. Attraverso una piana eppure rigorosa esposizione didattica, Casini c’introduce a quanto accade in quell’oscuro big-bang che è il concepimento, e alle “inoppugnabili conseguenze” che ne derivano.

Biologicamente, “non appena uno spermatozoo (…) riesce a toccare e superare la membrana che racchiude l’ovocita – ovulo maturo – avviene una serie di fenomeni. In primo luogo la membrana esterna diviene impenetrabile per qualsiasi altro spermatozoo”; spermatozoo e ovocita “riducono poi a 23 il numero dei cromosomi, in modo che il nuovo vivente abbia anch’egli 46 (23+23) che comandano e guidano lo sviluppo”; infine, con l’attrazione e allineamento delle due serie di cromosomi ha inizio “la moltiplicazione delle cellule: da una a due, da due a quattro, a otto e così via fino a divenire le centinaia di migliaia di miliardi di cellule che compongono il corpo adulto di un uomo e di una donna”.

La prima inconfutabile evidenza di questa fase, rileva Casini, è che “non appena lo spermatozoo è entrato nell’ovocita si forma un’entità biologica diversa. (…) Coloro che non vogliono riconoscere un essere umano in questa iniziale fase dello sviluppo preferiscono parlare di “ovocita fecondato”, quasichè il nuovo complesso fosse soltanto un’evoluzione dell’originario gamete femminile”; essi ignorano perciò, di fatto, “il materiale – in particolare il DNA – portato dallo spermatozoo.” In realtà, “il patrimonio genetico del nuovo essere umano è già tutto presente fin dal primo contatto dello spermatozoo con l’ovocita e non può essere più sostanzialmente cambiato. (…) Ciascuno di noi – ci dicono i biologi e ci conferma l’esperienza personale – è unico e irripetibile” a causa principalmente dell’eredità cromosomica. Infatti, “il dimezzamento dei cromosomi (da 46 a 23) fa sì che nessuno sia geneticamente identico né alla madre né al padre. D’altronde la praticamente infinita possibilità di combinazione dei miliardi di geni e il fatto che il dimezzamento dei cromosomi avviene ad ogni trapasso generazionale rendono praticamente inimmaginabile una ricombinazione identica del materiale genetico.”.

Secondariamente, “il nuovo complesso è da subito un organismo, cioè un tutt’uno in cui le singole parti si influenzano e si servono reciprocamente.” Gli oppositori, invece, sostengono che “soltanto l’allineamento definitivo dei cromosomi di provenienza maschile e di quelli di provenienza femminile determinerebbe l’inizio della vita”; immediatamente prima, trattasi – dicono – di un innocuo “ootide”, una specie di gemello diverso del gamete (o, cellula riproduttiva). Lo scopo di tale contorsionismo semantico, denuncia l’autore, è chiaro: “Se siamo in presenza di un gamete e non di un embrione vengono eliminati tutti i problemi etici che comportano le azioni distruttive di congelamento, selezione, sperimentazione.”
È interessante notare, a questo punto, lo stato confusionale di molte aree della politica e della ricerca, perlopiù internazionale. Dal 1984 al 2004 e oltre, “mai era stata pronunciata la parola “ootide”, ancor oggi sconosciuta persino a gran parte dei medici. Per giustificare la pretesa di manipolare e distruggere i nuovissimi concepiti si era coniato il termine di pre-embrione e si era cercato di sostenere che la vita umana comincia solo dopo 14 giorni dall’incontro dello spermatozoo con l’ovocita”. Come mai? Cosa accade al 14° giorno di così importante?

Nel Rapporto di un gruppo di studiosi, nominato dal ministro della Sanità inglese nel 1984 – noto come Rapporto Warnock e accolto poi nella legislazione britannica e spagnola – al capitolo relativo alla sperimentazione sull’embrione, si legge testualmente: “Abbiamo tuttavia concordato nel ritenere questo un settore nel quale devono essere assunte alcune precise decisioni per calmare l’ansietà diffusa nella pubblica opinione”; in base a questo attendibilissimo criterio, gli scienziati decidono pertanto “che la sperimentazione sull’embrione potrebbe essere consentita ‘finché l’embrione è incapace di sentire dolore’, cioè prima che cominci a svilupparsi il sistema nervoso centrale”. In uno sconcertante balletto di date, il discrimine viene individuato prima in una fase di 22-23 giorni dopo la fecondazione, quando il tubo neurale comincia a chiudersi; poi non oltre i 17 giorni “perché questo è il momento nel quale inizia lo sviluppo di un primitivo sistema nervoso”; e infine intorno al 15° giorno dal concepimento a motivo della raccomandazione di “tenere come punto di riferimento la formazione della “stria primitiva”.

Giustamente, commenta Casini, la teoria del pre-embrione “ha perso oggi credito e non è stata accettata né dal Consiglio d’Europa, (…) né dal Parlamento europeo (…)” e né – indirettamente – dalla legislazione italiana (Cfr., L. 40/2004). Inoltre, il criterio di “umanità” della stria primitiva dell’embrione è inaccettabile e paradossalmente a favore del fatto che fin dall’inizio “il concepito è pienamente un essere umano vivente”; se “infatti – argomenta l’autore – la morte del cervello è considerata morte dell’uomo (…), perché il cervello è la parte che (…) unifica e finalizza le varie funzioni”, allora il dato decisivo per attestare “l’esistenza di una vita umana è l’unità organica determinata da un principio unificatore e finalizzatore”. Nell’embrione, “un tale principio unificatore e organizzatore non solo è presente ma svolge una funzione possente e mirabile tutta proiettata verso il futuro.” In una battuta, l’embrione che non ha cervello è tutt’altro che un cadavere!

E pur tuttavia, come nel migliore dark fantasy che si rispetti, seppellito un criterio – quello della stria neurale – rieccone spuntare un secondo, o dell’annidamento. Altrettanto accomodante e mendace. Secondo tale ipotesi, l’embrione che si è formato in una delle due tube e sta per raggiungere un punto preciso della mucosa uterina non sarebbe un individuo umano (dunque, plausibilmente martirizzabile). Il cosiddetto “annidamento” definitivo necessita, infatti, di circa 14 giorni dopo la fecondazione. Ebbene, questi fautori di “materia indistinta” – solo perché “in viaggio” – porterebbero come prova l’esempio dei gemelli monozigoti, quelli cioè che derivano da un solo ovocita fecondato; poiché la loro divisione in più individui avviene prima dell’annidamento e non dopo, tutto ciò che si è sviluppato fino a questo momento non verrebbe considerato un essere umano.

La vacuità di tale tesi, spiega Casini, è già presente in una sorprendente discordanza dai sostenitori del 14° giorno, ossia la retrodatazione del passaggio da “grumo” a uomo da 14 (termine della fase di annidamento) a 7 giorni (inizio della fase di annidamento). Inoltre, sembra totalmente misconosciuto il caso, in biologia, della generazione per gemmazione, in cui “l’essere che genera la gemma è un’entità biologica ben determinata”; come ha sottoscritto nel 1995 il Comitato nazionale di bioetica: “A ciascuno dei due gemelli deve essere riconosciuta una piena individualità fin dal loro costituirsi – il primo, nella fecondazione; l’altro o gli altri, nella scissione gemellare”.

In definitiva, che dalla fecondazione lo sviluppo dell’embrione sia continuo (non esistono salti di qualità), autonomo (autodiretto), e finalisticamente orientato è una constatazione concorde di tutti gli scienziati. Ed è proprio da questo continuo, teleologico sviluppo che si evince l’indiscutibile prova biologica dell’individuo-persona, fin dal concepimento. Tutti i tentativi di contrastare tale evidenza sono irragionevoli – eppure, curiosamente vicini a quel tipo di speculazione magico-esoterica che da Aristotele fino al ‘600 ha regnato indiscussa nella comprensione del momento fecondativo.

Valentina Fanton

martedì 23 aprile 2013


Coinquilini per la vita - 2013-04-23 L’Osservatore Romano


Mano accanto alla mano dell’altro, cuori che battono vicini, cosa provano due gemelli nell’utero materno? Come entrano in relazione tra di loro, con che forza e con che livello di coscienza?  Sono le domande che pone l’ultimo libro dello psichiatra Benoit Bayle Perdre un jemeau à l’aube de la vie (Toulouse, Erès, 2013, pagine 270, euro 26), scritto insieme alla filosofa Béatrice Asfaux. Entriamo portati per mano nel mondo fetale, non più solo descrivendo la fisiologia della gravidanza, ma immedesimandoci realmente negli attori primi ed essenziali di essa: il figlio e la mamma. «Il feto ha vissuto nell’utero un incontro particolare col suo gemello — scrive Bayle — tramite i sensi come l’udito, il tatto, l’equilibrio e il gusto, dato che la vista è il senso meno utilizzato dal feto». Eccoci allora attratti in un viaggio nel mondo della psiche e della sensorialità prenatale, che mostra il mondo sommerso e invisibile della vita fetale come mondo pieno di rapporti e di sensibilità, seppur — scrive Bayle — a un livello che viene un attimo prima della comparsa della reale coscienza. È l’evidenza di qualcosa al tempo stesso noto e censurato: il feto è essenzialmente un bambino non ancora nato, con indubbie caratteristiche infantili già presenti prima della nascita. Ma il viaggio può diventare drammatico: Bayle e Asfaux ci portano dove non immagineremmo, nel buio del lutto, della morte di uno dei due gemelli. Cosa prova il gemello che improvvisamente non sente più muovere accanto a sé il fratello o la sorella? E cosa proverà a distanza di anni, nel ricordo di quelle sensazioni e nel rimpianto di quella perdita?

Per un gemello, sopravvivere al gemello defunto è una sensazione dolorosa e straziante simile a quella di chi sopravvive a un coniuge durante un incidente o a chi sopravvive ai compagni di prigionia dopo una detenzione dura e violenta, col rischio di trascinarsi dietro un senso di colpa e un senso di invulnerabilità entrambi irrazionali.

«Affermare la propria onnipotenza non gli permette forse di difendersi inconsciamente dalla violenza di cui furono oggetto i suoi pari, e di fuggire al senso di colpa?» scriveva Bayle nel precedente L’embryon sur le divan (2003), in cui ipotizza un rischio simile anche nei soggetti sopravvissuti alla selezione embrionale fatta per “scegliere” l’embrione migliore. «Se è rimasto in vita, se è stato scelto, non è forse segno che vale più degli altri che non sono sopravvissuti? Il bambino soggetto alla onnipotenza del desiderio altrui sarà un bambino onnipotente cui è difficile fissare dei limiti». Il feto superstite nascerà mentre altri embrioni-fratelli, sono stati scartati, per essere abbandonati, distrutti o congelati in un remoto ospedale.

E non è forse tutta l’attuale generazione una generazione di sopravvissuti, in cui diffusamente si nasce dopo essere passati al vaglio dell’analisi genetica prenatale, e in cui una fetta di concepiti non arriva a nascere perché non idonei, malati o semplicemente indesiderati? E come pensare che tutta una generazione non serbi una traccia di questo esame attitudinale cui è sopravvissuto?

Carlo Bellieni

lunedì 8 aprile 2013


Il padre non è intercambiabile alla madre - 7 aprile, 2013 - di Claudio Risé, psicoterapeuta - http://www.uccronline.it

Padre

Dalla Premessa del nuovo libro: “Il padre, libertà e dono “ (Ares 2013)

Chi è il padre? È questa la domanda forse più ansiosamente ripetuta nella letteratura psicologica contemporanea. Ciò fornisce intanto due informazioni. La prima: se continuiamo a chiedercelo è perché molti non sanno più chi sia. La seconda: chiarirci le idee è dunque necessario, anche se non facile.

Le opinioni su chi sia il padre già si differenziano tra Sigmund Freud e Carl Gustav Jung, all’inizio della psicoanalisi. Per Freud il padre era innanzitutto l’antagonista del figlio (simboleggiato nella vicenda mitica di Edipo) nella competizione per il possesso della madre. Sconfiggendolo, rendeva il figlio consapevole della Legge e del principio di realtà. Nell’esperienza terapeutica junghiana invece, il padre, oltre e al di là dell’«Edipo» freudiano, è un’immagine transpersonale che compare con nomi diversi fra gli Archetipi dell’inconscio collettivo, centri permanenti di energia psichica.

Questa Presenza dell’inconscio personale e collettivo va al di là del padre personale, diventa stabile riferimento del Sé del bambino, alimenta e ispira esperienze importanti per il suo equilibrio psicologico complessivo (come quelle creative, sociali, religiose). La sua attività sulla psiche umana si rivela in modo esplicito durante e dopo il processo di separazione che conclude la fusione madre-figlio, alla cui riuscita fortemente contribuisce. Le due figure del padre, quello personale, biologico e sociale, e quello transpersonale e archetipico, che lo trascende, sono rappresentate anche da forme linguistiche diverse, con differenti significati e potenzialità. Da una parte il Pater (greco, latino, vedico), transpersonale, e dall’altra l’atta (o tata), il «papà» che nutre e alleva. Queste due diverse forme, con le differenti forze cui rispettivamente rimandano, costituiscono, assieme, il campo psicologico paterno.

La visione antagonistica del rapporto padre-figlio espressa dal freudismo ha contribuito a far sì che il vasto movimento che ha contestato in Occidente negli anni Settanta il potere politico e sociale dell’epoca venisse interpretato come una rivolta contro il padre. Si confusero così con il padre le Autorità di quegli anni, promotrici proprio di quella legislazione familiare (divorzio e aborto innanzitutto), che pose le basi di una possibile cancellazione della figura paterna. La «rivolta contro il padre» da acuta che era si è poi cronicizzata in un processo di sistematica negazione di contenuti «specifici» della paternità, ridotta a posizione di supporto della madre, o con essa più o meno intercambiabile. Questo processo, funzionale all’organizzazione del lavoro e al potere delle burocrazie statali nazionali e internazionali (sollevate da un imbarazzante interlocutore), ha poi ugualmente travolto anche ogni contenuto specifico (anche affettivo e riproduttivo) della stessa madre. L’identificazione tra il padre e la legge ha in questo modo caricato il padre di responsabilità che non lo riguardano.

L’altra visione, quella di una paternità profonda, iscritta nella psiche di uomini e donne, e autonoma dalla figura del padre biologico (che tuttavia può vantaggiosamente ispirarvisi), vede invece il Padre come operatore di libertà. Egli è inoltre testimone di un «altrove» (uno spazio psicologico diverso da quello dell’immediatezza), dove si trovano le sorgenti della vita, della forza paterna e anche quelle necessarie allo sviluppo del figlio. Questa libertà donata dal Padre transpersonale e archetipico attiva energie e direzioni non necessariamente coincidenti con il pur importante campo biologico e il padre naturale che lo rappresenta. In questo altro senso il Padre è per l’individuo una risorsa personale di carattere simbolico cui egli istintivamente si rivolge, innanzitutto con il pensiero e il sentimento, quando la sua libertà è in pericolo. Egli percepisce allora la necessità di entrare in contatto con un diverso spazio psicologico, spirituale, simbolico e affettivo che lo metta al riparo delle insidie, anche psichiche immediata. Dalla quale dunque desidera prendere distanza.

Questa necessità si può presentare in ogni momento, ma sicuramente si produce in alcuni delicati passaggi della vita nei quali è in gioco la libertà della persona. Si tratta, per esempio, del bisogno infantile di affrancarsi dalla simbiosi con la madre che a livello psicologico e anche fisico tende a continuare anche dopo la nascita. In questo caso è proprio il Padre transpersonale, per nulla coinvolto in una competizione con il figlio per il «possesso della madre», che può aiutare il bimbo a differenziarsi dalla madre fusionale. È sempre il Padre archetipico ad attivare nel figlio la tensione verso l’«altrove» della propria libertà e responsabilità, e il «mondo altro» (rispetto a quello secolarizzato, ridotto a cose), cui essa rimanda. È ancora questo Padre transpersonale e l’«ambiente divino» da cui promana, a fornire all’adolescente che vi si rivolga le energie necessarie a non essere travolto dalle pulsioni (non solo sessuali, ma anche distruttive-autodistruttive), che lo incalzano durante la profonda trasformazione in atto dalla prepubertà alla fine della giovinezza. Così come è questo Padre sovrapersonale l’interlocutore prezioso del giovane adulto, che comincia a percepire l’opportunità di uno sviluppo di vita non imprigionato nella dimensione orizzontale della materia, con i suoi feroci e progressivi condizionamenti.

Infine, nell’ultima parte dell’esistenza, il Padre apre il figlio alla ricca e feconda prospettiva della morte. Essa chiede, per non essere vissuta con plumbea ango scia, una rinnovata distanza dagli attaccamenti quotidiani di cui è intessuto il «piano di realtà», ormai privato della sua dimensione sovrapersonale e trascendente dall’intellettualismo della cultura secolarizzata, che riduce l’universo a cosa. «La paternità più profonda nella terapia non si ha quando il terapeuta si limita a occuparsi della specifica patologia del paziente, ma quando fa appello alla libertà dell’uomo». Questo pensiero dello psichiatra e filosofo Karl Jaspers può forse introdurci all’incontro con il padre presentato in queste pagine.



martedì 26 febbraio 2013


l sociologo Donati: «nuove famiglie? No, ce n’è una sola» -  25 febbraio, 2013 - http://www.uccronline.it

Famiglia donati

«La società contemporanea ritiene che il moltiplicarsi delle forme di famiglia sia un aumento di libertà per gli individui e quindi un progresso, invece è un regresso culturale. Un’illusione che non ha alcun riscontro scientifico. Un’illusione collettiva alimentata dall’ideologia e dai media che inseguono un mito di società felice che è in realtà un grande inganno». Lo ha affermato Pierpaolo Donati, già presidente dell’Associazione italiana di sociologia, docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università di Bologna e tra i maggiori esperti nazionali della tematica.

Il suo ultimo libro “La famiglia. Il genoma che fa vivere la società“ (Rubbettino 2013), è una rigorosa analisi su quanto la ricerca nel campo delle scienze sociali ha prodotto a livello mondiale sul tema della famiglia, delle nuove famiglie e delle coppie omosessuali. «La famiglia intesa in senso naturale», ha spiegato in un’intervista per Avvenire, «è il contesto più logico per far nascere e crescere i valori essenziali alla base di ogni società che si proponga di durare nel tempo. Il libro mostra le ragioni scientifiche per cui questa concezione di famiglia, la famiglia naturale, resta la migliore». Di “famiglia come società naturale” parla anche la nostra Costituzione, ed è ovvia l’esclusione delle coppie omosessuali come ha riconosciuto di recente anche un’insospettabile Anna Finocchiaro, senatrice del PD. Anche il sociologo dell’Università di Bologna, Gianfranco Morra, non ha certamente dubbi: «io ritengo un errore il matrimonio fra due persone dello stesso sesso (e così ancora la maggioranza degli italiani). Ce lo dice la Costituzione (art. 29): “La famiglia è una società naturale fondata sul matrimonio”. E quel “naturale” significa formata da un uomo e una donna, che desiderano procreare ed educare figli».

Il grave problema di oggi, ha continuato il sociologo Donati, è che «Si vuole rendere indifferente il concetto di famiglia e il codice simbolico che la caratterizza. Convivenze, unioni di fatto, coppie gay, aggregazioni opportunistiche… si suppone che siano tutte forme equivalenti, come quando si dice che una coppia omosessuale possa essere anche più capace di cure nei confronti dei bambini rispetto a una coppia etero. Insomma, non c’è più la famiglia, ma le famiglie. Ma dal punto di vista scientifico queste affermazioni sono errate, perché una simile pluralità di forme familiari, per esempio, genera una società più discriminante». Invece, «è scientificamente dimostrato che le forme familiari non sono equivalenti, ma incidono in modo diverso sulla salute, l’istruzione, il lavoro e in generale sulle possibilità di vita delle persone».

Come ha spiegato anche l’attuale presidente dell’Associazione Nazionale Sociologi (ANS), Pietro Zocconali, «i media non ne parlano, ma esistono decine di studi che dimostrano che c’è enorme diversità fra i bimbi cresciuti da coppie omosessuali e quelli cresciuti in coppie etero, come ce ne sono fra bimbi nati in una famiglia eterosessuale stabile e quelli nati da matrimoni instabili, da coppie di fatto, da separati e via dicendo. Non solo è documentato, ma è il frutto di indagini condotte su campioni vasti e da ricercatori che sono partiti dall’intento di dimostrare l’omogeneità fra le varie forme di famiglia, ma che si sono trovati con risultati di segno opposto. Insomma, non è un giudizio morale ma una presa d’atto».

Ed infine: «se si esce da un modello di famiglia naturale (fisiologica) costruita su dono, reciprocità, sessualità e generatività equamente presenti, interconnessi e in relazione l’uno con l’altro si genera una società costituita da forme diverse di famiglia (problematiche), che crea più difficoltà di quanto pensa di risolverne». Infatti, le «forme più deboli di famiglia (non sposati, un solo genitore, divorziati, senza figli…) sono quelle che si interessano meno al bene comune», mentre, «la famiglia normocostituita ha più interesse ai problemi sociali, li affronta in modo più equilibrato, ha più funzioni sociali ed è più utile alla società. Le famiglie più deboli sono inoltre quelle che hanno più bisogno di assistenza sociale e psicologica». Bisogna comprendere, ha concluso Donati, «che sono la durata e la qualità della relazione nella coppia uomo-donna a generare futuro e ciò che conta non sono gli interessi o i piaceri ottenibili dall’aggregazione di due individui, ma la capacità di generare un bene relazionale secondo i quattro componenti sopra citati».

Anche Lucetta Scaraffia, docente di Storia contemporanea presso La Sapienza di Roma, ha spiegato: «Il moltiplicarsi delle forme di famiglia porta con sé qualcosa di falso e di sbagliato. La famiglia è l’istituzione preposta alla procreazione e alla generazione, che avviene solo tra due esseri umani di sesso opposto. La famiglia non può quindi essere moltiplicata attraverso situazioni che non prevedono la possibilità di generazione, perché le persone che non possono procreare non sono famiglia. La famiglia è il luogo che serve a garantire una protezione e una possibilità di sopravvivenza ai bambini. E’ nata con questo scopo e non si può dire che sia un’altra cosa» e, in ogni caso, «una coppia eterosessuale che non può avere bambini da un punto di vista simbolico rappresenta comunque la fertilità dei due generi».

venerdì 22 febbraio 2013


Eppure al cervello «non si comanda»... 22 febbraio 2013 - http://www.avvenire.it

​Si dice che abbia coniato l’espressione «neuroscienze cognitive» durante un trasferimento in taxi a New York negli anni 70. E oggi quel termine denomina un campo di studi straordinariamente fecondo, che procede a una velocità quasi sconcertante nello svelare le basi materiali di comportamenti e stati soggettivi. 

Tanto da fare intravedere una (temuta) rivoluzione antropologica. Ma Michael Gazzaniga, che a 73 anni dirige il Sage center per lo studio della mente all’università della California a Santa Barbara, non pensa che i neuroscienziati possano spiegare tutto. Gli studi sui cervelli divisi (in seguito a rari interventi chirurgici), per cui ha ottenuto fama mondiale, indicano che il nostro emisfero sinistro, dove ha sede il cosiddetto "interprete", cerca di dare a posteriori ricostruzioni razionali e coerenti delle nostre azioni anche quando esse sono casuali, sconnesse o guidate da altri criteri. Ma queste straordinarie osservazioni sull’automaticità e il funzionamento al di fuori del controllo cosciente del cervello non gli impediscono di considerare il libero arbitrio come qualcosa che va al di là della semplice attivazione dei nostri neuroni. E ha cercato di esporre ciò in un libro già assai discusso che esce in questi giorni in Italia: Chi comanda? Scienza, mente e libero arbitrio (traduzione di Silvia Inglese, Codice Edizioni, pp. 272, euro 15,90).

Professor Gazzaniga, una premessa al suo resoconto sulla libertà è che il cervello risulta essere una collezione di moduli senza comandante centrale. Che cosa significa?
«Sappiamo che l’informazione nel cervello è ampiamente distribuita e che continuamente vengono prese decisioni in tutte le sue aree. Si pensi all’analogia con un classico orologio meccanico: tutte le parti interagiscono per farlo funzionare, non c’è una parte che comanda o coordina le altre».

La mente, nella sua spiegazione, emerge dal cervello. Come avviene?
«Emerge nel senso che le proprietà di ordine superiore sorgono dal raccordo di parti di livello inferiore. Come diceva il mio maestro Roger Sperry, "una molecola è per certi versi la guida dei suoi atomi interni. Essi sono trascinati e vincolati dalle interazioni chimiche dettate dalle proprietà generali di configurazione dell’intera molecola"». 

La sua tesi è che non c’è nessuno al comando. Perché allora sembriamo ossessionati dall’idea di trovare chi è responsabile di qualsiasi cosa? Anche dal punto di vista evolutivo appare un mistero.
«L’interprete nel cervello sinistro ricostruisce continuamente il significato delle nostre azioni; crea la narrazione personale di chi pensiamo di essere e del motivo per cui ci accadono le cose. L’interprete è anche il meccanismo che ci fa sembrare di essere al comando. Ora, i progressi degli ultimi cent’anni ci hanno mostrato gli automatismi del cervello. E ciò ha creato un conflitto tra ciò che sentiamo e ciò che sappiamo e sapremo sul modo in cui funziona il cervello. La vera sfida è una reale comprensione di tutto questo».

Veniamo alla libertà umana. Lei sembra assumere una posizione deflazionistica: il libero arbitrio non è quello che hanno sempre studiato i filosofi, bisogna cambiare definizione.
«Ho un grandissimo rispetto per quello che i filosofi hanno detto sul libero arbitrio. Sarebbe assurdo rigettare d’un colpo tutta la riflessione svolta fino a oggi. Voglio semplicemente sostenere che, se ci si concentra sul modo in cui chiunque o qualunque cosa prende una decisione finalizzata all’azione, l’idea classica di libertà si complica. Ad esempio, i robot stanno diventando sempre più sofisticati, tanto che qualcuno sembra quasi umano. Ma, pensando a come riescono a fare quello che fanno, si potrà davvero chiedere: "Quando impianteremo nei loro cervelli elettronici il modulo del libero arbitrio?". Oggi cominciamo a capire qualcosa di come funzionano gli esseri umani, molto più sapremo negli anni e nei secoli a venire. La classica domanda "siamo liberi?" sembra sempre più mal posta, se non insensata».

Liberi o meno, lei sostiene che la responsabilità sia un concetto sociale, una decisione convenzionale. Ciò non confligge con una visione deterministica che la scienza contemporanea sostiene comunemente?
«Direi semplicemente che essere liberi significa essere informati in modo tale da pensare a molte possibili risposte a una particolare circostanza. Più si è informati e istruiti, maggiore è la gamma delle risposte tra cui si può scegliere. Questa è ciò che chiamo "libertà"».

Che ruolo dovrebbe avere allora la pena in una società che adotti la sua visione di libertà e responsabilità?
«Non un grande ruolo, in realtà. Di solito è abbastanza facile stabilire chi ha commesso materialmente un delitto. Ma ciò che vogliamo, come società, è ben altro. Vogliamo punire il criminale? Lo vogliamo isolare? Lo vogliamo curare? Sono domande molto impegnative e società diverse hanno risposte differenti».

A fine libro, lei scrive: «Ho provato a sostenere che una maggiore comprensione scientifica della vita, della mente e del cervello non distrugge quei valori che ci sono cari. Siamo persone, non cervelli». Come va interpretata questa (sorprendente) affermazione?
«Persone significa più che un singolo essere umano. Quando vi è più di una persona nel mondo, allora c’è una rete che cresce mano mano che aumentano le persone. E ciò che entra nella rete porta cose reali. Tutti devono essere considerati responsabili delle proprie azioni. Se ciascun elemento non è tenuto responsabile, la rete collassa. È a livello sociale che emerge la responsabilità: nessuna conoscenza del funzionamento del cervello, per quanto approfondita, può cambiare questa conclusione. È a livello sociale che risiede la responsabilità, con buona pace delle neuroscienze».

Non siamo allora destinati a vivere in una «neuro-cultura», in cui sarà anche spiegato il «mistero uomo»?
«Credo in una visione "stratificata" della natura. Vi sono molti livelli, ciascuno deputato a una funzione, che prepara il terreno per il livello successivo. Ogni strato è un’astrazione di quello sottostante. Il livello mentale, che nasce dal cervello, rappresenta astrazioni che sarebbe difficile spiegare in termini neuronali. Allo strato mentale va poi aggiunto quello della cultura in cui siamo immersi. Le neuroscienze devono quindi capire i propri limiti e il livello a cui si muovono con la propria spiegazione».

Andrea Lavazza

lunedì 11 febbraio 2013


Eutanasia: il dolore fisico si può annullare - 10 febbraio, 2013 - http://www.uccronline.it

Vivere fino alla fine

Se la legalizzazione dell’aborto è giustificata con la falsa questione della salute materna e dell’aborto clandestino, se l’adozione per le coppie di omosessuali è sostenuta con la ridicola obiezione che sarebbe “meglio di un orfanotrofio”, la legalizzazione dell’eutanasia è sostenuta in quanto -dicono- sarebbe più dignitoso morire così piuttosto che tra gli spasmi del dolore.

Utile a tal proposito l’uscita del libro del dott. Ferdinando Cancelli, specialista in cure palliative, intitolato Vivere fino alla fine. Accompagnamento e cura della persona morente (Lindau 2012). Affrontando la morte da un punto di vista strettamente clinico -come si legge nella prefazione affidata a Lucetta Scaraffia- ha un effetto primario: quello di allontanare da chi lo legge la paura della morte. Cancelli conosce la morte, la incontra con grande frequenza nella sua pratica medica e ne ha tratto non solo considerazioni mediche, ma riflessioni profonde fondate su una vera esperienza.

Nel volume vengono affrontati uno per uno tutti i problemi più complicati e disputati dalla politica e dalla medicina divulgativa, con risposte semplici che servono a dissipare molte paure. Ma anche a farci sapere ciò che spesso ignoriamo, come il fatto che la morfina costa poco e serve a rendere sopportabile il dolore senza accelerare la morte del paziente. E quando neppure la morfina può far tacere il dolore, c’è la possibilità di far entrare il paziente – possibilmente con il suo consenso – in coma farmacologico per evitargli sofferenze inutili e difficilmente sopportabili. Come ha giustamente deciso anche il card. Carlo Maria Martini al termine della sua vita, questione che è invece stata ignobilmente strumentalizzata dal suo sedicente figlio spirituale, Vito Mancuso, per strizzare l’occhiolino all’eutanasia.

I rimedi al dolore dunque ci sono, e la necessità di chiedere la morte per sfuggire a un dolore insostenibile esiste solo nei quesiti delle inchieste che vogliono far passare tutti come sostenitori dell’eutanasia. Non a caso i Radicali non hanno mai parlato di medicina palliativa e invece continuano a fare i loro sondaggi sull’eutanasia domandando se si preferisce morire piuttosto che soffrire dolori insopportabili. E’ ovvio il risultato, chiunque preferirebbe morire. Ma se i dolori sono trattabili, quasi tutti preferiscono vivere sino alla fine naturale, come spiega il dott. Cancelli. Non è vero che la vita ha senso solo se si è sani e autonomi: le esperienze del medico rivelano che fino agli ultimi istanti l’uomo è un essere vivente, e in questo incontro con la morte «si manifestano dei fuochi d’artificio della vita».

D’altra parte lo ha testimoniato anche l’oncologo Umberto Veronesi: «Nessuno mi ha mai chiesto di agevolare la sua morte. Ho posto da sempre un’attenzione estrema al controllo del dolore e, per mia fortuna, nessuno dei miei pazienti si è mai trovato in una condizione di sofferenza tale da chiedere di accelerare la sua fine». Non è il dolore ad essere un problema, ma semmai -come dicono gli studi - la depressione e la disperazione ad essere i predittori di richieste di eutanasia, problemi reali ma facilmente affrontabili.



venerdì 8 febbraio 2013


Ferdinando Cancelli chiarisce alcuni concetti stravolti dalla cattiva informazione Vivere fino alla fine Accompagnamento e cura del morente Vivere fino alla fine. Accompagnamento e cura della persona morente è il titolo del nuovo volume (Torino, Lindau, 2012, pagine 179, euro 16) di Ferdinando Cancelli, di cui pubblichiamo la prefazione – di Lucetta Scaraffia – Osservatore Romano, 7 febbraio 2013 


I medici hanno confiscato il dibattito sulla morte – ha dichiarato a «Le Monde» il presidente emerito del comitato francese di bioetica Didier Sicard – e questo non è un bene, perché la riflessione su questo tema deve essere più ampia e profonda. Si è data la parola ai medici per sfuggire al peso delle contrapposizioni ideologiche, che hanno avvelenato il dibattito trasformandolo in una sterile contesa, ma questo ha provocato una riduzione sbagliata della questione. E non solo in Francia: anche in Italia il conflitto fra «progressisti», a favore dell’eutanasia, e «conservatori», cattolici, che si schierano contro è spesso mascherato dal ricorso a medici che accampano ragioni sanitarie per rafforzare i diversi punti di vista. Il libro di Ferdinando Cancelli, che è medico esperto in cure palliative, sfugge del tutto a questa superficialità, pur affrontando la questione della morte anche dal punto di vista strettamente clinico. E non è di parte, pur essendo Cancelli profondamente cattolico. Proprio per questo motivo è un testo di grande interesse, per credenti e non credenti: un libro così chiaro e semplice che ha prima di tutto un effetto sorprendente, quello di togliere a chi lo legge la paura della morte. Cancelli conosce la morte, la incontra con grande frequenza nella sua pratica medica e ne ha tratto non solo considerazioni mediche, ma riflessioni profonde fondate su una vera esperienza. Non parla in base a dogmi teorici né a illusioni ideologiche: nelle sue parole si sente la riflessione sull’esperienza concreta, ed è questo soprattutto a rendere il libro appassionante e convincente. Alle riflessioni problematiche l’autore alterna infatti brevi racconti di esperienze vissute nella sua professione, che rendono più chiare e concrete le sue conside razioni. Sono così affrontati uno per uno tutti i problemi più complicati e disputati dalla politica e dalla medicina divulgativa, con risposte semplici che servono a dissipare molte paure. Ma anche a farci sapere ciò che spesso ignoriamo, come il fatto che la morfina costa poco e serve a rendere sopportabile il dolore senza affrettare la morte del paziente; non ci sono scuse, quindi, per quei centri di cura che non aiutano i pazienti gravi con cure antidolorifiche. E quando neppure la morfina può far tacere il dolore, c’è la possibilità di far entrare il paziente – possibilmente con il suo consenso – in coma farmacologico per evitargli sofferenze inutili e difficilmente sopportabili. I rimedi al dolore dunque ci sono, e la necessità di chiedere la morte per sfuggire a un dolore insostenibile esiste solo nei quesiti delle inchieste che vogliono far passare tutti come sostenitori dell’eutanasia. Alla domanda se si preferisce morire piuttosto che soffrire dolori insopportabili chiunque risponde – è ovvio – che preferirebbe morire. Ma se i dolori sono trattabili, quasi tutti preferiscono vivere sino alla fine naturale. Perché non è vero che la vita ha senso solo se si è sani e autonomi: le esperienze di Cancelli ci rivelano che fino agli ultimi istanti l’uomo è un essere vivente, e in questo incontro con la morte «si manifestano dei fuochi d’artificio della vita». Infatti, anche se oggi per molti la morte ideale è quella improvvisa, magari nel sonno, perché la morte fa solo paura, è vero quello che si pensava in passato: serve tempo per prepararsi alla morte, per chiedere perdono, per riconciliarsi con Dio (chi crede), con se stessi e con gli altri, per sistemare gli affari terreni. E magari per vivere ancora momenti affettivi di grande intensità e felicità. Cancelli non pretende che tutti i malati gravi vengano informati della loro condizione, sa che ogni caso è diverso e che ogni volta bisogna capire cosa sia meglio fare, per il paziente e la famiglia che lo circonda. L’aspetto più convincente del suo ragionamento è proprio la pacatezza, la lontananza da prediche minacciose e da dogmi, che lo portano a consigliare due testi legislativi diversi, entrambi non italiani, per far fronte ai problemi di cui parla. Per l’aspetto giuridico, guarda con favore alla legge francese Leonetti sul fine vita, moderata e prudente, non legata a nessuna delle due parti in conflitto. Per l’assistenza spirituale, a una guida preparata dai vescovi inglesi, anch’essa pacata, rivolta a credenti e non credenti, e pensata per un Paese dove i cattolici sono una minoranza. Entrambe sono riportate in appendice al libro, come una proposta di soluzione dei problemi equilibrata, lontana da irrigidimenti a sfondo politico. Certo, è indubbio che per Cancelli la vita umana costituisce un valore non negoziabile, ma questo medico non si fa solo paladino del punto di vista cattolico, sa andare al cuore di tutti, anche di chi non pensa come lui, con parole sensate e moderate, proponendo soluzioni che possono essere accolte da tutti. Lo si vede dal modo in cui evoca, con poche frasi, i casi clamorosi e conflittuali di Piergiorgio Welby e di Eluana Englaro. In definitiva, un libro importante, soprattutto perché ci aiuta a guardare alla morte senza paura: senza paura di dolori insostenibili, che potremo sedare, ma anche senza il timore panico che prende oggi chiunque provi a riflettere sull’argomento. Perché ci insegna che la morte è un compimento della vita, un passaggio che può essere dolce e riservare anche sorprese positive, per il morente e per chi lo assiste con amore.  

lunedì 4 febbraio 2013


Aborto. «Se una madre non vuole il suo bambino, lo dia a me, perché io lo amo» così diceva Madre Teresa di Calcutta - febbraio 4, 2013 Giovanni Fighera - http://www.tempi.it


L’aborto «è una guerra diretta, una diretta uccisione, un diretto omicidio per mano della madre stessa. […] Perché se una madre può uccidere il suo proprio figlio, non c’è più niente che impedisca a me di uccidere te e a te di uccidere me. Noi combattiamo l’aborto con l’adozione. Se una madre non vuole il suo bambino, lo dia a me, perché io lo amo». Così si esprimeva Madre Teresa di Calcutta indicando nell’aborto il più grave pericolo per la pace del mondo, perché è un attentato al mondo intero, il più grave rischio per la sopravvivenza dell’intero pianeta.
L’uomo rinnega la carne della propria carne, ma non osa dirselo, non osa riconoscerlo. Chi non considererebbe madre degenere quella Medea che nell’omonima tragedia ha ucciso i due figli avuti da Giasone per vendicarsi di lui che l’ha sedotta e abbandonata? Eppure, non ci sono atrocità compiute nel passato che possano essere comparate ad alcune forme di aborto utilizzate anche nei paesi occidentali. Addurrò il caso dell’aborto tardivo (proibito negli Stati Uniti solo dal novembre 2003 e praticato ancora oggi in molti stati, come Cina e India) in cui «il medico mette il feto in posizione podalica, afferra i piedi con una pinza, porta le gambe fuori dall’utero e provoca il parto, estraendo la totalità del corpo del feto, tranne la testa. Si esegue quindi un’incisione alla base del cranio del feto, attraverso cui si fa passare la punta di un paio di forbici. Nel foro praticato si fa passare un catetere, attraverso il quale viene aspirato il cervello e il contenuto della scatola cranica del feto» (A. Socci, Il genocidio censurato). Se qualcuno avesse ucciso un bimbo già completamente fuori dall’utero materno in questo modo, i giornali e le televisioni avrebbero gridato all’omicida, al mostro capace di crimini efferati e barbari.

Oggi, l’omicidio non è più chiamato per nome, ma è mistificato con l’avvallodi medici e di giuristi. Nel XX secolo le persone uccise in «atti di violenza di massa» sarebbero oltre cento milioni, forse centocinquanta o duecento milioni. La Seconda guerra mondiale avrebbe da sola mietuto cinquanta milioni di vittime. Ebbene, secondo dati dell’Organizzazione mondiale della sanità resi del 2012 nel 2008 sono stati praticati 44 milioni di aborti, numero che fa accostare il numero annuale di morti innocenti all’ecatombe della Seconda guerra mondiale. Stime per difetto parlano di oltre un miliardo di aborti negli ultimi decenni. L’aborto è stato introdotto dapprima nei regimi totalitari, la Germania nazista e l’Unione sovietica (dal 1965 al 1982 sarebbero lì più di 150 milioni le vittime), solo più tardi nei paesi democratici. L’aborto così tanto osannato come conquista  della modernità sarebbe quindi il frutto avvelenato delle ideologie totalitarie.


Leggiamo e facciamo conoscere a tutti il dramma teatrale di Giovanni Testori (1923-1993) Factum est rappresenta con una concretezza straordinaria e, ad un tempo, straziante l’abominio perpetrato con l’aborto. Lo scrittore lombardo scrive un monologo teatrale, strutturato in quattordici parti come se fosse una via crucis. Nell’opera parla solo il feto, colui che nella realtà non ha diritto di parola, di espressione, di comunicazione della propria volontà. È lui che viene messo in croce, è lui il nuovo Cristo crocefisso, rifiutato, reso totalmente silente ancor prima che esca dal ventre della madre.
Se nel vangelo di Giovanni «verbum caro factum est» («il verbo si fece carne»), nell’opera di Testori la carne del feto (cui viene impedito di farsi carne al di fuori del ventre materno) si fa di volta in volta parola, profezia, maledizione.

Non appena concepito, il feto grida di esultante gratitudine: «Grazie te, Cristo re!/ Parlo qui! Sento qui!/ Cuore qui, carne qui,/ batte qui, grida qui!/ Vita Cristo vive qui!/ Casa, carne,/ ventre, te. […]/ Grazie, Dio,/ grazie, Luce,/ grazie, Te». La sua gratitudine è rivolta anche al padre e alla madre, cui si sente di appartenere: «Son di Lui,/ son di voi,/ madre, padre,/ sono io!/ Sono Lui/ e lei e te!/ Siamo tre! […]/ Grido lieto:/ sono cuore,/ sono vita,/ forma sono,/ sono feto!». Il padre, però, non riconosce un senso, una causa e un fine a quel grumo di cellule: «caso, bacio/ questo è stato». Il feto allora reagisce rivolgendosi alla madre: «Madre,/ mamma,/ a te m’aggrappo! […]/ Chi ti parla/ era pur come son io!».

Il feto chiede di venire alla luce. Nelle sue parole c’è un richiamo alla responsabilità del padre, quell’uomo che, anche se lo rifiuta, già è padre, perché il figlio è ormai concepito: «So, papà:/ io sono peso,/ peso vero;/ son fatica,/ son legame;/ da portare/ son legname;/ son catena;/ sono pena,/ ma,/ domani?/ Tu la vita,/ padre,/ ami?/ Forse un giorno/ Mi vedrai/ e dirai:/ «lasciar lui?/ Averlo mai?/ Mio bambino,/ vitellino,/ mio gattino…». Una commozione ci riempie il cuore nel sentir parlare un essere così piccolo, innocente, che dapprima sembra insistere sull’affettività dei genitori, poi sul buon senso e sulla ragionevolezza, poi sembra implorare pietà, proprio come un condannato a morte.

Infine, la sua voce si tramuta in maledizione e profezia di distruzione per chi osa perpetrare un tale abominio. Il feto demistifica tutte le moderne giustificazioni dell’aborto, presentato come manifesto del diritto e della libertà della donna, quando esclama: «È per vivere/ – ti dici –/ Per avere libertà»./Libertà/ di spegner vita?/ Libertà/ di violar Dio?/ Libertà per te/ è finita./ Che comincia/ è l’urlo eterno,/ primavera uccisa,/ inverno,/ sempre gelo,/ sempre brina./ Mai sarete/ come prima». Un destino di rovina attende quell’uomo e quella società che non riconosce la vita, che non l’abbraccia, dimentica del nulla che anche noi siamo stati e di quel Tutto che ci ha voluti e ci ha chiamato alla vita: «Cadrai tu,/ rovinerai/ terra che/ rifiuti vita,/ vita spegni/ dentro ventre;/ vino in sangue,/ pane in carne/ trasformato/ uccidendo/ chi non nato/ esser vita/ pur doveva/ hai calpestato,/ vomitato,/ assassinato».

Per questo, a ragione, Madre Teresa vedeva nell’aborto, nel non riconoscimento del senso della nascita e della vita, il rischio più grande per la distruzione del mondo.

sabato 2 febbraio 2013


Il biologo Rupert Sheldrake: «chi nega la coscienza si contraddice» - 1 febbraio, 2013 - http://www.uccronline.it/

L'illusione della scienza


A difendere l’irriducibilità dell’uomo e la teleologia dell’evoluzione biologica dalle pretese dell’idelogia scientista e materialista, in voga dall’Illuminismo in avanti, si sono aggiunti negli anni numerosi ricercatori mossi, non tanto da ideali metafisici, ma semplicemente dalla stanchezza di dover sopportare i dogmatismi che tengono in scacco la ricerca.

Recentemente ci ha pensato Thomas Nagel, docente di filosofia presso la New York University, con il suo libro “Mente  e cosmo: Perché la concezione materialistica Neo-Darwiniana della natura è quasi certamente falsa” (Oxford University Press 2012) con il quale ha condannato il riduzionismo fisico-chimico in biologia e l’evidente inadeguatezza del «racconto materialista di come noi e gli altri organismi esistiamo, inclusa la versione standard di come funzionino i processi evolutivi».

In questi giorni è uscito (in Italia) un secondo volume, questa volta scritto dal biologo britannico, Rupert Sheldrake, celebre per gli studi sull’invecchiamento cellulare e la teoria dei «campi morfici», intitolato “Le illusioni della scienza. 10 dogmi della scienza moderna posti sotto esame” (Urra 2013).  Il quotidiano La Stampa lo ha intervistato per l’occasione , presentandolo come uno degli evoluzionisti più brillanti della sua generazione, autore di 80 «papers» e vincitore del prestigioso «University Botany Prize» .

Sheldrake sostiene che la scienza del XXI secolo è diventata una cattedrale del dogmatismo, sempre meno adatta a indagare l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo, il dogma materialista (e dunque filosoficamente ateista) è una prigione per gli scienziati: «Penso che di talloni d’Achille il materialismo ne abbia proprio 10! Non uno solo. Ma il più ovvio è il fallimento nel capire la coscienza. L’assunto-base è che la materia sia l’unica realtà. Perciò la coscienza dev’essere un suo prodotto o un suo aspetto. Significa che la mente non è altro che l’attività del cervello. I filosofi della mente del XX secolo hanno fatto sforzi enormi per provare che la coscienza non esiste e che è un’illusione o un epifenomeno. Ma sono approcci poco convincenti», ha spiegato.

Con un fine ragionamento ha mostrato la contraddizione di chi sostiene che la coscienza sia un epifenomeno del cervello, proprio come aveva già fatto il prof. Giorgio Masiero su questo sito web qualche tempo fa. Risponde Sheldrake: «Definire la coscienza come un’illusione non la spiega, ma la presuppone, dato che l’illusione è una forma della coscienza stessa. E sostenere che sia nient’altro che il risultato di cause fisiche e chimiche, insieme con eventi casuali, fa del sistema di pensiero dei materialisti il prodotto della loro stessa attività cerebrale, su cui non hanno controllo cosciente. In altre parole devono credere nel materialismo, visto che il cervello li obbliga a farlo. Ecco perché un simile sistema di pensiero è auto-contradditorio: chiunque ci creda deve anche credere che la sua convinzione sia l’inevitabile conseguenza dell’attività del cervello e non una questione di scelta».

Il prestigioso biologo ha poi citato proprio il libro di Thomas Nagel di cui abbiamo parlato sopra, spiegando che esso «dimostra che la concezione materialistica è incompatibile con l’esistenza di una mente consapevole e che conduce a una comprensione distorta dell’evoluzione. Invoca quindi il ritorno alla teleologia nel pensiero scientifico, in particolare l’accettazione del ruolo del fine e dello scopo, tutti elementi che sono stati banditi dalla ricerca già a partire dal XVII secolo. Considero questo saggio complementare al mio libro, che discute non solo concetti filosofici, ma anche i passi concreti e gli esperimenti che potrebbero condurre le scienze verso nuove direzioni».

Questa posizione di apertura è molto difficile da mantenere nel contesto scientifico attuale perché molti suoi colleghi, conclude, «sono prigionieri delle pressioni sociali e dell’inerzia istituzionale. In pubblico, per loro, è difficile esprimere idee non convenzionali. In privato, però, sono spesso più aperti. Ecco perché ho rapporti di amicizia con molti scienziati, i quali dimostrano un interesse crescente per le mie idee. Ma considerano più sicuro parlarne in privato piuttosto che in pubblico».