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martedì 13 maggio 2014

Come stanno legalizzando la droga senza discutere di Alfredo Mantovano, 13-05-2014, http://www.lanuovabq.it/


Sequestro cocaCerignola (Foggia), 21 maggio 2004. P.L. viene trovato con un chilo e 620 grammi di cocaina: la perizia poi dirà per con esso si possono confezionare 5.500 dosi. Viene arrestato e nel novembre 2004 è condannato dal g.i.p. del tribunale di Foggia a otto anni di reclusione. La difesa fa appello e sostiene che la cocaina che lui deteneva era per uso personale, che l’aveva acquistata in Colombia, e che l’aveva portata con sé in Italia occultandola fra strumenti sanitari in uno zainetto: e dal passaporto risulta che effettivamente egli si è recato in Sud-America qualche mese prima. Nel settembre 2005 la corte di appello di Bari lo assolve con la formula che il fatto non costituisce reato; nella motivazione, dopo avere richiamato la giurisprudenza della Cassazione in materia, i giudici dell’impugnazione affermano che spettava all’accusa dimostrare un uso diverso da quello personale; che dal concetto di uso personale non può escludersi aver costituito una “scorta” per sé; che il criterio della quantità non è di per sé solo significativo di attività di spaccio; che P.L. non portava alcun bilancino, eccetera.

Sentenze di questo tipo erano pronunciate non infrequentemente fino al 2006: costituivano l’eco di un atteggiamento tollerante verso la droga, si inserivano nel solco della prima legge intervenuta nel settore, nel 1975, che a sua volta faceva da eco all’ideologia sessantottina; ovviamente concorrevano alla moltiplicazione dello spaccio e del consumo. Nel febbraio 2006 la musica cambia: col varo della legge Fini-Giovanardi per ogni sostanza stupefacente viene fissato un limite quantitativo (per la cocaina, 250 mg), al di sotto del quale si applicano soltanto sanzioni amministrative, ma oltre il quale scattano le sanzioni penali, se pure con criteri di gradualità e con misure alternative alla detenzione più ampie, correlate a percorsi di recupero. Grazie a quella legge, che contiene altre modifiche importanti, prima fra tutte la eliminazione dell’antiscientifica distinzione fra droghe “leggere” e “pesanti”, negli anni seguenti si sono registrati, a dispetto di tante falsificazioni mediatiche, risultati positivi in termini di dimezzamento dei morti per uso di stupefacenti, di decremento dei consumi, di aumento dei recuperi (ne abbiamo dato conto in precedenti interventi sulla Bussola).

Da qualche mese si stanno rideterminando le condizioni perché lo spartito musicale torni a essere quello di Woodstock, grazie al cocktail costituito dalla sentenza di febbraio della Corte costituzionale, dal decreto legge del Governo di marzo, e dalle aggiunte inserite dalla Camera ad aprile. Per la conversione in legge del decreto resta solo il passaggio dall’Aula del Senato, dove a partire da oggi l’esame del provvedimento sarà completato: per non far decadere il decreto, l’approvazione definitiva dovrà avvenire entro il 20 maggio. Sono quattro i profili che preoccupano di più nelle nuove norme:

Il ripristino della non punibilità quando vi è l’“uso personale”. Nella restaurata formulazione questa destinazione, oltre il limite di quantità, viene desunta da elementi come le “modalità di presentazione” della droga, il “confezionamento frazionato” o “altre circostanze dell’azione”: ciò fa rivivere la giurisprudenza mirabilmente rappresentata dalla sentenza della Corte di appello di Bari, che ricordavo prima. Sarà il caso di non porre ostacoli a chi fa il su e giù dalla Colombia, e non solo, portando con sé chili di polvere bianca;

La depenalizzazione di fatto dello spaccio, grazie a un emendamento proposto dal Governo e approvato dalla Camera, che fa scendere la sanzione per la cessione qualificata “di lieve entità” da un minimo di sei mesi a un massimo di quattro anno di reclusione (rispetto al minimo di un anno e al massimo di cinque prima in vigore). Il nuovo tetto massimo impedisce l’arresto obbligatorio di chi sia colto nell’atto di spacciare; il nuovo limite minimo permette, con le attenuanti generiche e con le diminuenti degli eventuali patteggiamento o rito abbreviato, di ridurre la pena anche a tre mesi, e quindi di convertirla in sanzione pecuniaria. Dunque: chi spaccia per strada rischia molto meno di essere arrestato e, se processato, se la cava pagando un ticket;

Il ripristino della distinzione fra droghe “pesanti” e “leggere”, su cui ci si è soffermati nelle settimane passate. Un emendamento del Ncd, visto con favore da un editoriale del Corriere della sera, avrebbe voluto distinguere fra droghe pesanti e leggere nell’ambito della stessa cannabis e dei suoi derivati, sulla base della percentuale di principio attivo di volta in volta riscontrato nella sostanza sequestrata: la cannabis oltre una percentuale fissa sarebbe “pesante”, al di sotto “leggera”. L’emendamento è stato però ritirato e sostituito da un ordine del giorno, approvato dalle Commissioni, che impegna il Governo a inserire una norma di questo tipo in un provvedimento futuro. Ciò conferma la consapevolezza che per lo meno questa disposizione è errata; ma non compete al Parlamento, quando esamina un testo di legge, modificarlo direttamente, senza delegare il Governo, se lo ritiene sbagliato?

La soppressione di fatto del Dipartimento antidroga della Presidenza del Consiglio. Alla Camera è stato approvato un emendamento che ne trasferisce le competenze all’Istituto superiore di sanità: nella imminente eliminazione delle strutture inutili, che sorte avrà un dipartimento così depotenziato? Eppure è una struttura che ha svolto un ruolo importante, di coordinamento dell’attività antidroga di larga parte dei ministeri: visto che nessuno in precedenza ne aveva messo in discussione l’esistenza, non è malizioso concludere che viene punito per avere il suo direttore illustrato al Parlamento, nel corso delle audizioni, i risultati positivi della Fini-Giovanardi e la non leggerezza della cannabis oggi in commercio. È al tempo stesso un messaggio grave rivolto verso chiunque svolga un ruolo di supporto tecnico al Governo o al Parlamento; il messaggio è che se si dicono cose vere, ma sgradite al manovratore, si persevera nell’errore e si elimina chi l’ha segnalato.

Sconcerta che quanto fin qui riassunto non abbia scoraggiato i fautori della demolizione della legge del 2006, né abbia motivato coloro da cui ci si sarebbe attesi una difesa più convinta di quelle norme. Sconcerta che dalla discussione parlamentare non sia emersa piena consapevolezza di tutti gli effetti devastanti che comporterà la nuova legge. Sconcerta che, a fronte dei passaggi prima illustrati, non ci si prenda la briga di confutarli, o di spiegare perché l’interpretazione critica che se ne fornisce sarebbe errata. Sconcerta, soprattutto, che non si colga il filo rosso ideologico post-sessantottino che lega insieme questa vicenda parlamentare con le nuove norme che si vorrebbero introdurre sulle unioni civili, sull’omofobia, sul divorzio sprint, e la ripristinata possibilità di fecondazione eterologa. Che prima di tutto arrivi in porto la riforma degli stupefacenti ha un senso logico e storico: il logo dello spinello libero, e di buona qualità, è il simbolo più adeguato per una Nazione che va in fumo.

venerdì 2 maggio 2014

Voto sulla droga, l'intervento di Alessandro Pagano di Alessandro Pagano*, 01-05-2014, www.lanuovabq.it

Passa alla Camera, con 335 voti favorevoli e 186 contrari, la fiducia che il governo ha posto sul decreto legge sulle tossicodipendenze. I lettori hanno già familiarizzato con questo tema, grazie all'ultimo intervento di Alfredo Mantovano, all'audizione di Giovanni Serpelloni (capo del Dipartimento Politiche Antidroga della Presidenza del Consiglio) e alla breve storia sulle leggi anti-droga negli ultimi 24 anni. Riportiamo, qui di seguito, il testo integrale della dichiarazione di voto dell'onorevole Alessandro Pagano, deputato del Nuovo Centrodestra.

Signor Presidente, onorevoli colleghi, l'occasione di questa dichiarazione di voto e anche di questa diretta televisiva mi consente, in premessa, di spiegare alcune cose che sono state in parte anche dette ma che è bene ribadire. In primo luogo, la Corte costituzionale non ha mai detto che la «legge Fini-Giovanardi» è sbagliata nel merito; ha detto che alcune parti, l'articolo 4-bis e il 4-ter di quella legge erano illegittimi perché introdotti in modo disomogeneo, in quanto inseriti in un decreto-legge estraneo per materia.
In secondo luogo, mai e poi mai la Corte costituzionale si è pronunciata contro la legge in quanto tale. Essa nel merito addirittura viene tutelata e c’è un buon motivo perché ciò avvenne. I risultati, d'altronde, parlavano per essa. Dal 2007 il consumo delle droghe diminuisce e anche il numero delle morti (sto citando fonti del Consiglio nazionale delle ricerche). Certamente c’è un problema di sovrappopolazione carceraria che va esaminato in quanto tale mediante l'uso della riabilitazione in centri di recupero, ma anche qui i dati del DAP del 2012, il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, ci dicono che c’è stata una diminuzione delle detenzioni dovute a materie di questo genere.

In terzo luogo, la «Fini-Giovanardi» è una legge simbolo, che ha dato prova di una cultura della vita priva di concessioni e che si oppone, senza ombra di dubbio, a quella cultura dello spinello tanto di moda negli anni Settanta, quando «farsi la canna» era un gesto di trasgressione giustificato, una trasgressione che molti non hanno esitato a definire «cultura della morte». Questo è il motivo, quindi, di tanta ostilità a questa legge da parte di certi ambienti di una sinistra piaciona e chic che tollera il consumo della droga, a dir loro leggera, o anche di certi ambienti del MoVimento 5 Stelle perché ancora prigionieri di ideologie. Ma le droghe sono droghe e basta. Sono dannose per definizione, in quanto sostanze estranee alla normale fisiologia umana. Ecco perché hanno cercato di bruciare la «Fini-Giovanardi» che, purtroppo per loro, la Corte ha giudicato valida nel merito. E non riuscendoci, hanno immaginato di fare passare un messaggio falso e fuorviante e, cioè, che questo decreto-legge, oggi in approvazione, ha sancito la differenza, anche detentiva, fra droghe leggere e droghe pesanti.

Ma così non è. Grazie alle battaglie del Nuovo Centrodestra, che ha sostenuto in ogni ambito politico, questo principio non è passato. A scanso di equivoci questo è il testo – emendamento 1.700 del Governo – approvato in Commissione, che leggo testualmente: «Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque commette uno dei fatti previsti dal presente articolo per mezzi, modalità, circostanze, qualità e quantità delle sostanze, che sia di lieve entità, è punito con la pena della reclusione da 6 mesi a 4 anni». Emendamento 1.700 del Governo, passato in Commissione! Quindi, il consumo di lieve entità è punito da 6 mesi a 4 anni, con un abbassamento di un anno rispetto a prima. Ma il principio della differenza fra droghe leggere e droghe pesanti, in quanto tale, non è passato. Questo dà il senso della presenza del Nuovo Centrodestra in questo Governo e ciò lo dico a vantaggio sia dei catastrofisti, che hanno gridato alla sconfitta, sia a vantaggio di coloro che volevano fare passare l'idea di una legge tollerante.

Ma non è solo questo quello che è accaduto. Ricordo che, grazie al lavoro di denuncia e di allarme, abbiamo fatto rilevare, in sede di Commissione, che c'era un errore grossolano, per cui si stavano di fatto per liberalizzare le droghe mediante un emendamento che allargava a dismisura il concetto – lo dico tra virgolette – «di uso esclusivamente personale di qualsiasi tipo di droga». L'emendamento è stato corretto e oggi sarà il Ministro della salute, con un suo decreto, che stabilirà il limite massimo nell'uso personale. Detto questo, adesso parliamo delle criticità, perché ci sono. Ci sono e certamente noi le combatteremo strenuamente a cominciare da qui, da questa dichiarazione, dove preannunzio il voto favorevole alla legge da parte del Nuovo Centrodestra, ma che ci vedrà in Senato strenui combattenti per aggiustare un passo della norma che noi consideriamo devastante da un punto di vista antropologico. Devo osservare e far sapere all'opinione pubblica che quanto ascoltato in Commissione è drammatico: nel 2011 i ricoveri ospedalieri causati da intossicazione da droga hanno fatto registrare un 16 per cento per colpa della cannabis ed il 60 per cento per gli oppiacei, soprattutto eroina, ma nello stesso anno però i minori ricoverati, perché intossicati da cannabis, sono stati il 44,2 per cento, il che significa che la canna fa male al punto da mandare in ospedale e che fa male soprattutto ai giovani. Non solo: la prima causa di morte giovanile sono gli incidenti stradali per l'uso della cannabis, che rallenta i tempi di reazione, e la seconda causa di morte giovanile è per i suicidi, a cui non è estraneo l'uso delle canne. È dimostrato che le canne di ultima generazione, quelle che sono modificate geneticamente – sì perché ci sono anche le modifiche OGM non solo per i pomodori o le lattughe, ma anche e soprattutto, per colpa della criminalità organizzata, sulle canne di provenienza vegetale – ebbene queste canne di nuova generazione, modificate geneticamente, sono dieci-venti volte superiori in termini di tossicità rispetto a quelle fumate venti anni fa.

Queste droghe, che qualcuno superideologizzato continua a definire leggere, distruggono irrimediabilmente le cellule neuronali, abbassando memoria e quoziente di intelligenza e facendo aumentare nei nostri poveri ragazzi le schizofrenie. Questo è il risultato di chi si fa una nuova canna. Ebbene, questi dati drammatici ci portano a dire che, nell'arco di quattro o cinque anni, avremo una catastrofe antropologica, con una generazione di ragazzi e adolescenti che si troveranno a fumare canne con THC ad altissima percentuale di principio attivo e che li distruggerà cerebralmente. A fronte di ciò, le Commissioni giustizia ed affari sociali hanno rifiutato di affrontare un emendamento logico del Nuovo Centrodestra e del gruppo Per l'Italia. E mi domando: dove erano in Commissione Forza Italia, Fratelli d'Italia e Lega? Questo emendamento mirava ad equiparare la cannabis di origine vegetale ad alto dosaggio di tetraidrocannabinolo alla cannabis invece di origine sintetica, quella di origine chimica, cioè le pillole. Per cui, se uno assumerà una pillola in discoteca con THC elevato, sarà passibile di reato, mentre se fuma uno spinello con uguali effetti dannosi e nocivi sarà tollerato. Ciò è gravissimo, è inaccettabile, perché questo messaggio su Internet porterà ad un inno all'autodistruzione, perché passerà il messaggio che ciò è lecito, e ciò che è lecito è anche buono e se non è buono è comunque non nocivo. Le leggi, cari colleghi, orientano le coscienze e oggi molti in questo Parlamento si stanno assumendo una gravissima responsabilità morale, perché sta passando un principio che noi denunziamo. Ricordo a tutti infatti che, dopo dure proteste, il nostro gruppo, a cominciare dal sottoscritto, e il gruppo Per l'Italia sono usciti fuori dalla Commissione, visto che non è stato consentito di poter dialogare su questo argomento. E ancora una volta mi chiedo dove erano i colleghi di Forza Italia, dov'erano i colleghi della Lega, dov'erano i colleghi di Fratelli d'Italia. Per questo al Senato vi diciamo che questa norma cambierà, costi quel che costi. Per noi del Nuovo Centrodestra la vita è sacra. Come è stato già detto dal nostro leader più volte, Angelino Alfano, la vita c’è chi la dà e chi la toglie, ma quel qualcuno non è il Parlamento, quel qualcuno ha la «Q» maiuscola e si chiama Dio. Nessun altro può arrogarsi per malafede o per ignavia questo diritto. Ed è ovvio che le morti cerebrali causate dalle nuove droghe ad alto contenuto di THC sono da far rientrare in questa definizione. In Italia e in Europa vi è un'emergenza educativa che crea dis-orientamento: i giovani di oggi sono in un deserto valoriale, privo di punti di riferimento, con un'incapacità a costruire qualsiasi progetto esistenziale. La cultura dello spinello, dello sballo, oggi più che mai, per i motivi che ho appena detto, alimenta questa crisi antropologica.

Nessuna droga è leggera, nessuna, e in questo il Nuovo Centrodestra si porrà sempre come un baluardo. Pertanto dichiariamo – mi avvio alla conclusione, Presidente – il voto 36, cosiddetto «decreto favorevole all'impalcatura di questo decreto-legge n. stupefacenti», perché mantiene l'impalcatura della legge Fini-Giovanardi, ma con l'impegno che al Senato, così come anche auspica il Corriere della Sera, oggi, in un suo corsivo in prima pagina, per un elementare principio di ragionevolezza, il Nuovo Centrodestra farà passare la norma che assimila la cannabis ad alta concentrazione di tetraidrocannabinolo alle droghe più pericolose di tipo sintetico.

*Deputato Nuovo Centrodestra

martedì 29 aprile 2014

Droga, una pessima legge avanza nel silenzio di Alfredo Mantovano, 29-04-2014, www.lanuovabq.it

C’è una bella differenza fra essere menagrami, essere profeti di sventura ed essere realistici. Portare sfortuna o credere che qualcuno la porti ha molto a che fare con l’irrazionalità; diverso è l’atteggiamento di chi intuisce che da una scelta potrà venire fuori una sciagura, e mette in guardia per quel che può: Cassandra aveva visto giusto, non è stata creduta dai suoi concittadini, e certamente non era simpatica. Ma invece, prevedere che determinati comportamenti provocheranno dei danni e darne le ragioni, è qualcosa che non ha nulla di superstizioso né di profetico: è un atto di buon senso, che meriterebbe considerazione. È quello che hanno provato a fare, all’inizio della discussione alla Camera del decreto legge sulla droga davanti alle Commissioni riunite Giustizia e Affari sociali, gli esperti tossicologici e i responsabili delle comunità: la risposta di larghissima parte del Parlamento e del Governo è andata nella direzione opposta. E, per di più, allorché il testo è arrivato in Aula, il Governo ha stroncato ogni discussione e ieri sera ha posto la fiducia.

Il provvedimento che oggi sarà votato da Montecitorio è una pessima legge: fa tornare indietro di dieci anni e pone le condizioni perché riprendano a crescere i consumi di droga e i decessi per uso di stupefacenti, calati a partire dal 2007, e perché diminuiscano gli incentivi verso i recuperi, che erano aumentati proprio dal 2007, a seguito dell’inizio di operatività della Fini-Giovanardi. Dalla sua applicazione, soprattutto dopo i peggioramenti apportati alla Camera, lo spaccio di ogni tipo di droga trarrà un impulso inaspettato, grazie al ripristino della non punibilità per uso personale; con la Fini-Giovanardi un decreto del ministro della Salute stabiliva per ogni droga la quantità di sostanza al di sotto della quale vi è solo un illecito amministrativo e oltre la quale l’illecito è invece reato: un confine fisso, senza margine di dubbi. Grazie a un emendamento approvato dalle Commissioni, importare, comprare, detenere droga non costituiranno più reato – vi sarà solo sanzione amministrativa – se tali condotte saranno tenute “per farne uso personale”. A far presumere questa destinazione, oltre il limite di quantità, varranno le “modalità di presentazione” della droga, il “confezionamento frazionato” o “altre circostanze dell’azione”: da parametri oggettivi si passa così alla estrema genericità, che legittimerà le applicazioni più estese, come è già accaduto in passato nelle interpretazioni giurisprudenziali, allorché esisteva una norma simile. È un emendamento che potrebbe definirsi “salva-dama bianca”: in assenza del solo limite quantitativo oggettivo, nessuno può escludere che chi – come è accaduto il 13 marzo all’aeroporto di Fiumicino alla signora Federica Gagliardi – verrà sorpreso con chili di cocaina, importati e detenuti con discrezione, non frazionati né confezionati in dosi, si difenderà sostenendone la destinazione per proprio uso personale, e potrà essere dichiarato non punibile. Una benedizione per trafficanti e spacciatori!

È un testo sul quale sarà arduo intervenire al Senato: trattandosi di un decreto e dovendo essere convertito in legge entro 60 giorni dalla pubblicazione, va votato nella versione definitiva entro il 20 maggio; a Palazzo Madama restano pochi giorni utili, e non è facile immaginare modifiche che lo facciano tornare in tempo utile alla Camera. Quel che sconcerta non è che in questo precipizio ci si trovi, per l’ennesima volta, in virtù di una sentenza della Corte costituzionale (che pure si è basata su una questione di forma e non è entrata nel merito). Né meraviglia lo sforzo che, contro ogni evidenza scientifica e statistica, le forze politiche collocate a sinistra hanno posto in essere in Commissione per distruggere una delle poche riforme che hanno prodotto risultati positivi. Né sorprende l’assenza quasi totale di informazione: per gran parte dei media la quota di componenti di elezione diretta del prossimo Senato merita spazio di gran lunga superiore alla quotidiana tragedia della droga, e alla possibilità di limitarne i danni con norme adeguate.

Quel che meraviglia è che questo disastro stia per diventare legge senza l’attenzione e la discussione che merita, dentro e fuori il Palazzo. La Consulta ha disarticolato passaggi significativi della Fini-Giovanardi con la motivazione che queste disposizioni sono state introdotte nel 2006 in sede di conversione di un decreto-legge che trattava altra materia, e quindi non ne ha affrontato le questioni di sostanza; a sua volta, la depenalizzazione di fatto dello spaccio e la reintroduzione della erronea distinzione fra droghe “leggere” e “pesanti” avvengono senza problemi con un decreto d’urgenza, senza dibattito e senza approfondimento dei suoi singoli passaggi proprio perché il governo pone la fiducia! Quali sono le ragioni per le quali di qualcosa di così grave diventa impossibile perfino parlare? Quando era in corso la stesura della Fini-Giovanardi, certamente non mancò il confronto sui media, in convegni e in Parlamento: vi fu una lunga trattazione in Commissione al Senato: adesso si calpestano le conclusioni scientifiche e i dati oggettivi senza nemmeno spiegare perché.

Soprattutto meraviglia la sostanziale indifferenza verso un colpo di mano come quello senza che nessuno solleciti alla riflessione. La partita del voto di fiducia di oggi è importante in sé, per quanto fin qui riassunto. Ma è importante pure perché segna un punto a favore della rivincita dell’ideologia post-sessantottina, che nella Legislatura in corso punta al maggior numero di obiettivi. Guai a perdere di vista il legame esistenza fra: a) lo sforzo di scardinare la famiglia fondata sul matrimonio fra un uomo e una donna – il divorzio sprint, in discussione alla Camera, b) la sostanziale equiparazione al matrimonio, per come finora è stato disciplinato, dei diritti e dei doveri derivanti dall’unione civile, anche fra persone dello stesso sesso, in discussione al Senato, c) l’ammissibilità della fecondazione eterologa, reso possibile dalla Consulta, che consentirà a queste unioni di “avere figli”, d) le sanzioni penali del d.d.l. Scalfarotto, con cui dovrà fare i conti chi oserà obiettare qualcosa in proposito. Nel frattempo, canna libera, e non solo canna, per tutti e senza ostacoli…

No, non c’è bisogno di scomodare né la mala sorte né Cassandra. È solo il caso di svegliarsi, mettendo da parte un torpore che forse non è solo da cannabis.

lunedì 21 aprile 2014

La legalizzazione di una droga per niente "leggera" di Alfredo Mantovano, 19-04-2014, www.lanuovabq.it

Non è ancora chiaro se a fine maggio una parte degli italiani troverà in busta paga l’aumento promesso dal presidente del Consiglio, e se veramente ammonterà a 80 euro. È certo invece che se la crisi continuerà a farsi sentire, ci si potrà consolare con una bella spinellata (e non solo), con minori ostacoli rispetto al passato, grazie al decreto-legge del governo e alle modifiche che il parlamento sta introducendo nell’iter di conversione.

Facciamo un passo indietro: con la sentenza n. 32 di febbraio la Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità della Fini-Giovanardi nella parte che equipara droghe “pesanti” e droghe “leggere”. Non per ragioni di merito, ma per un vizio formale: la riforma del 2006 era stata inserita nell’ordinamento con la conversione in legge di un decreto riguardante altra materia, e la Consulta ha constatato eterogeneità fra la versione originaria del decreto legge e quanto introdotto durante la conversione. Il governo è stato quindi costretto a varare un nuovo decreto-legge – il n. 36 del 20 marzo – per fare fronte alle incertezze interpretative conseguenti a tale sentenza. Tuttavia, mentre la logica avrebbe voluto il ripristino integrale della normativa del 2006 con un atto legislativo autonomo, che avrebbe sanato il vizio formale individuato dalla Corte, il nuovo decreto-legge ha reintrodotto la distinzione fra droghe “leggere” e “pesanti”, con una notevole riduzione delle pene per la cannabis e per i suoi derivati.

La legge di conversione del decreto è partita dalla Camera, con audizioni davanti alle commissioni riunite Giustizia e Affari sociali, delle quali si è dato conto su La Nuova Bussola Quotidiana. Sì ricorderà, fra le altre, quella del prof. Serpelloni, capo del dipartimento antidroga della presidenza del Consiglio, che ha dimostrato senza equivoci che la non “leggerezza” della cannabis: fino agli anni 1990 il suo principio attivo (il c.d. THC) non oltrepassava il 2.5%, mentre la percentuale di THC rilevata nel quadriennio 2010-2013, in virtù di manipolazioni da laboratorio, è giunta a una media del 16.8% quanto al materiale vegetale (inflorescenze e foglie) e del 26.6% quanto ai derivati (resine e oli), con punte massime del 60.6%! A riprova di tanto, con l’attuale percentuale media di THC la cannabis costringe a ricoveri ospedalieri: nel 2011 il 16% dei ricoveri per intossicazione da droga era dovuto proprio all’assunzione di tale sostanza, ma i minori ricoverati per questa causa sono stati il 44,2%. Gli effetti positivi dell’applicazione della Fini-Giovanardi sono stati pur essi oggettivamente riscontrati nelle audizioni: gli ingressi in carcere per violazione della legge sulla droga sono scesi dai 26.985 del 2007 ai 21.285 nel 2012, i tossicodipendenti provenienti dalla detenzione e affidati al servizio sociale sono cresciuti da 514 del 2007 a 1.578 del 2012, mentre i decessi per droga sono scesi da poco meno di 600 nel 2007 a 390 del 2012. Ed è diminuito il consumo: nella popolazione fra i 15 e i 64 anni per gli anni 2001-2012, si riscontra un iniziale incremento di stupefacenti che raggiunge il picco nel 2008, che poi cala, addirittura, per cannabis e derivati dal 15% a poco più del 2% della popolazione. Con poche eccezioni, gli esperti del settore e gli operatori delle comunità di recupero “auditi” dalle commissioni hanno confermato questi dati e le conseguenti valutazioni.

Questa settimana le commissioni riunite si sono dedicate ai voti degli emendamenti e degli articoli del decreto, e lo hanno sensibilmente peggiorato. È vero, nulla è definitivamente compromesso: ci sarà l’aula della Camera, e quindi il Senato. Ma il tempo non gioca a favore: il decreto va convertito in legge entro il 19 maggio, e c’è il rischio che – se non ci si rende conto della portata delle novità introdotte – quanto passato nelle commissioni resti immodificato nel seguito a causa dell’urgenza. Passo in rassegna quel che proprio non va:

1. Con l’approvazione di emendamenti di Sel e del Pd, sono stati qualificati “leggeri” pure i derivanti della cannabis geneticamente modificati: quelli che, come si è detto, sono giunti a una percentuale di principio attivo superiore al 60%.
2. Grazie a un emendamento del governo, la pena per il traffico e lo spaccio “di lieve entità” è stata diminuita: con la legge del 2006 il massimo era sei anni di reclusione, l’ex ministro Cancellieri l’aveva fatto scendere a cinque, ora arriva a quattro. Il primo effetto è di rendere non più obbligatorio l’arresto in flagranza dello spacciatore.
3. Con la Fini-Giovanardi per ogni tipo di droga un decreto del ministro della Salute fissa la quantità di sostanza al di sotto del quale vi è solo un illecito amministrativo, punito con sanzioni come la sospensione della patente di guida o del passaporto, e oltre la quale l’illecito è invece reato: il confine è oggettivo e senza margine di dubbi. Grazie a un emendamento del Pd, approvato dalle commissioni col consenso del governo, il quadro cambierà: importare, comprare, detenere droga non costituiranno più reato – saranno sanzionate solo in via amministrativa – se tali condotte saranno tenute “per farne uso personale”. A presumere questa destinazione, oltre il limite di quantità, varranno le “modalità di presentazione” della droga, il “confezionamento frazionato” o “altre circostanze dell’azione”: da parametri oggettivi si passa alla estrema genericità, che legittimerà le applicazioni più estese. Chi verrà sorpreso con un chilo di cocaina, detenuto con discrezione e non suddiviso in dosi, potrà affermare che sia per proprio uso personale: è una depenalizzazione in piena regola, e riguarda tutte le droghe!
4. Al dipartimento antidroga della Presidenza del Consiglio, la cui funzione è stata finora quella di coordinare le differenti competenze istituzionali in materia di stupefacenti, viene fatta pagare la colpa – attraverso il suo direttore – di aver detto la verità sulla questione droga: non è ancora formalmente soppresso, ma il suo ruolo viene affidato all’Istituto superiore di sanità. Guai a contraddire il “pensiero unico”!

Attori di questa operazione sono il Pd – i relatori del decreto-legge sono i presidenti delle due commissioni, con un ruolo molto attivo, a leggere i resoconti dei lavori parlamentari –, Sel, che forma maggioranza stabile sul provvedimento, M5S, allineato nella sostanza, e il governo, che ha appoggiato il peggioramento del proprio decreto. Non si ha traccia delle altre opposizioni, dalle quali ci si sarebbe attesa la difesa di una delle leggi migliori approvate da un maggioranza di Centrodestra, mentre un tentativo, non riuscito, di riequilibrare la questione è venuto da un paio di esponenti di Ncd. È illusorio immaginare ripensamenti dalle forze di sinistra nel seguito dell’esame del decreto: una volta che si può riaffermare un pezzo qualificante dell’ideologia post-sessantottina non ci si deve lasciare sfuggire l’occasione. Ma gli altri?

sabato 5 aprile 2014

Cannabis, altro che droga leggera di Alfredo Mantovano, 05-04-2014, www.lanuovabq.it

La Corte Costituzionale, per un vizio di forma, ha cassato la Legge Fini-Giovanardi in materia di droga. Il governo è stato quindi costretto a varare un decreto-legge – il n. 36 del 20 marzo – per fare fronte alle incertezze interpretative conseguenti a tale sentenza. Ma il nuovo decreto, invece di seguire le linee della legge precedente, distingue di nuovo fra droghe leggere e droghe pesanti. E spiana la via ai legalizzatori di quelle "leggere". Meglio, a questo punto, ripassare la storia delle leggi anti-droga dal 1990 al 2006. E saperne di più su droghe che non sono affatto leggere.
BREVE STORIA DELLE LEGGI SULLA DROGA, di Alfredo Mantovano
Dal 1990 al 2006, il legislatore ha sempre cercato di prevenire e curare il problema della droga. Prima con la legge Vassalli-Russo Jervolino (1990), poi con quella Fini-Giovanardi (2006). Ma la sentenza della Corte Costituzionale del 2014 apre un vuoto che può essere colmato con un decreto molto discutibile.
La legge Vassalli/Russo Jervolino. Riassunto delle puntate precedenti: nel 1990 viene approvata la legge n. 162, chiamata Vassalli- Russo Jervolino, dai nomi dei ministri proponenti dell’epoca. Quelle norme, ribaltando la logica precedente, guardavano con sfavore non soltanto il traffico e lo spaccio, ma anche l'assunzione di stupefacenti, che veniva sanzionata sul piano amministrativo. Anche la detenzione di droga incontrava solo la sanzione amministrativa quando non superava i limiti della dose media giornaliera, che erano fissati da un decreto ministeriale: oltre quei limiti interveniva, con gradualità, la sanzione penale. Il consumatore di droga non era più ritenuto un semplice ammalato, ma un soggetto che, pur avendo bisogno di cure, compiva una scelta che lo Stato non apprezzava; lo Stato tuttavia tendeva la mano a colui che sbagliava, comprendendo che dietro quell'errore vi è una serie di tragedie personali e di problemi, e permetteva all'assuntore di droga di andare esente dalla sanzione amministrativa o penale, a condizione di abbandonare la droga e di seguire un percorso di recupero. Non è vero che quella legge ha mandato più drogati in carcere: la maggior parte dei tossicodipendenti che nel suo vigore sono finiti in carcere ci sono andati (come accade adesso) perché avevano compiuto rapine, furti o estorsioni, motivati dalla necessità di procurare per sé la droga, o perché spacciavano o detenevano quantitativi significativi di stupefacenti; e anzi, quella legislazione aveva introdotto vie privilegiate di allontanamento dal circuito penitenziario se il tossicodipendente decideva di sottoporsi al recupero.
Il referendum radicale del 1993. Gli effetti positivi che la Vassalli-Russo Jervolino cominciava a produrre – diminuzione dei decessi di droga, incremento degli ingressi nelle comunità, sequestro di quantitativi sempre più consistenti di stupefacenti – sono stati frenati dal referendum promosso e vinto dai Radicali nel 1993: dopo quel referendum è rimasta illecita soltanto l’attività di spaccio che sia stata accertata in quanto tale. A partire dal referendum, e fino al 2006, anche la detenzione di quantitativi importanti di stupefacenti, che non fosse accompagnata da gesti univoci di cessione a terzi, era penalmente irrilevante: in questi termini si era orientata la giurisprudenza, che era giunta a ritenere non punibile la detenzione di decine di grammi di eroina, e perfino la cessione finalizzata al "consumo di gruppo". Il quadro normativo era diventato al tempo stesso lassista e inutilmente rigorista. Lassista nel momento del contatto con la droga da parte del potenziale consumatore: senza la prova della predisposizione per lo spaccio, non vi era alcun limite di illiceità per la detenzione. Inutilmente rigorista nel momento del recupero: in più casi il tossicodipendente che completava positivamente il suo percorso era costretto a tornare in carcere, pur in presenza di reati non gravi e pur avendo cancellato l’impulso a drogarsi che lo aveva portato a commettere reati, vanificando così gli sforzi per il recupero.
La legge del 2006. La riforma approvata all’inizio del 2006, conosciuta come Fini-Giovanardi, puntava a superare quest’insieme di problemi. Era introdotto un nuovo sistema di catalogazione delle tabelle delle sostanze stupefacenti, e venivano snelliti i meccanismi di completamento e di aggiornamento delle tabelle medesime. Le tabelle erano ridotte a due: nella prima erano elencati tutti gli stupefacenti, senza distinzione fra droghe “leggere” e “pesanti”; nella seconda, a sua volta suddivisa in cinque sezioni, erano inclusi i medicinali contenenti sostanze droganti. Il nuovo sistema sanzionatorio – amministrativo e penale –, puntava a coniugare tre termini, ciascuno dei quali con legato agli altri due, prevenzione, repressione e recupero, partendo dal presupposto che drogarsi non è un innocuo esercizio di libertà, ma è un atto di rifiuto dei più elementari doveri del singolo nei confronti delle diverse comunità nelle quali concretamente vive. Era reintrodotta la punizione della detenzione di droga e fissato il confine fra la detenzione che rappresenta illecito amministrativo e la detenzione che costituisce illecito penale; il confine non è più la modica quantità, e cioè un dato soggettivo riferito alla persona del tossicodipendente, e quindi arbitrario, né la dose media giornaliera, bensì una tabella quantitativa per sostanza, del tutto oggettiva: oltre il limite che la tabella indica per ogni sostanza stupefacente vi è una presunzione di pericolosità anche nella detenzione. Se la droga detenuta oltrepassa quel limite, operano le sanzioni penali; se è al di sotto di quel limite operano le sanzioni amministrative (sospensione della patente di guida, del porto d’armi, del passaporto, del permesso di soggiorno per motivi turistici, e fermo amministrativo del ciclomotore in uso).
Con la nuova legge le sanzioni penali, oltre il limite oggettivo di cui si è detto, seguono criteri di gradualità. Per chi commette un fatto di lieve entità viene introdotta una misura del tutto nuova qualora il soggetto non intenda affrontare un percorso di recupero, e abbia già fruito della sospensione della pena: invece di andare in carcere, se lo richiede, egli può svolgere un lavoro di pubblica utilità per l’intera durata della pena detentiva irrogata. Quindi, è vero che nella fase di avvicinamento alla sostanza vi è un richiamo a maggiore responsabilità: ma – a differenza di ciò che si continua a leggere sui giornali – nell’intera legge non si trova una norma che spedisce in carcere chi fuma uno spinello. Confermando disposizioni esistenti, che vengono rese più adeguate alla gravità dei delitti commessi, il recupero viene favorito già dal momento in cui viene disposta la custodia cautelare in carcere: questa può essere evitata andando agli arresti domiciliari e iniziando, a determinate condizioni, un programma terapeutico. Per avere maggiori chance di affrontare quest’ultimo è ampliata la possibilità di sospendere l’esecuzione della pena detentiva definitiva: mentre prima il limite di pena che consentiva la sospensione era di 4 anni di reclusione, il nuovo limite viene elevato a 6 anni di reclusione; così una fascia più estesa di tossicodipendenti si è potuta inserire in percorsi di riabilitazione.
La sentenza della Corte costituzionale e il nuovo decreto-legge in discussione. La Consulta è intervenuta con la sentenza n. 32 del 12 febbraio 2014 e ha dichiarato illegittime la norma della Fini-Giovanardi che equipara droghe “pesanti” e droghe “leggere” e le disposizioni a essa collegate. La Corte ha ravvisato il contrasto con la Costituzione non in ragioni di merito, bensì in un vizio formale: poiché le riforma del 2006 è stata inserita nell’ordinamento con la conversione in legge di un decreto del Governo riguardante altra materia, i giudici costituzionali hanno constatato eterogeneità fra la versione originaria del decreto legge e quanto introdotto durante la conversione. Il governo è stato quindi costretto a varare un decreto-legge – il n. 36 del 20 marzo – per fare fronte alle incertezze interpretative conseguenti a tale sentenza. E se la Corte ha cassato una parte della legge del 2006 per dis-omogeneità di materia in sede di conversione, logica avrebbe voluto il ripristino della normativa in vigore al momento della pubblicazione della sua decisione, e quindi un decreto legge che riportasse esattamente alle disposizioni del 2006: farlo con un atto legislativo autonomo avrebbe sanato il vizio formale individuato dalla Corte.
Larga parte del decreto-legge segue in modo analitico tale impostazione. Con due eccezioni e una possibile sorpresa: la prima è la reintroduzione della distinzione fra droghe “leggere” e “pesanti”; rispetto all’originaria unica tabella delle sostanze stupefacenti il decreto-legge torna a quattro tabelle (più una tabella “dei medicinali”), e considera in modo distinto la cannabis e i suoi derivati, che vanno a finire nella seconda tabella. La seconda eccezione riguarda il trattamento sanzionatorio: per effetto combinato del nuovo decreto e della sentenza della Consulta rivive il regime delle sanzioni della Vassalli-Russo Jervolino, e quindi le pene per la detenzione in quantità significativa, lo spaccio e il traffico della cannabis e dei suoi derivati sono notevolmente ridotte. La possibile sorpresa è che, con gli attuali numeri e sensibilità del Parlamento, nulla esclude il colpo di mano – come si era provato a gennaio, al momento della discussione del decreto “svuota carceri” – di chi, non accontentandosi della riduzione di pena, punta alla depenalizzazione delle droghe qualificate “leggere”. Tre mesi fa il tentativo non andò a buon fine perché la materia venne ritenuta estranea al decreto allora in discussione: oggi questa preclusione formale non esiste; i media hanno anzi informato di una discussione nel Consiglio dei ministri, al momento del varo del decreto-legge fra il ministro della Salute Lorenzin, che puntava a un ripristino integrale della legge del 2006, e il ministro della Giustizia Orlando, che si è invece opposto: il che tranquillizza ancora meno su quanto potrà accadere in Parlamento, coi numeri attuali e con l’assenza di una posizione univoca del Governo.
La discussione del provvedimento è appena iniziata davanti alle Commissioni riunite, Giustizia e Affari sociali, della Camera, e finora sono state svolte le audizioni dei soggetti a vario titolo interessati alla materia. Fra le audizioni svolte merita menzione quella del prof. Giovanni Serpelloni, capo del Dipartimento delle politiche antidroga della Presidenza del Consiglio: si è tenuta il 2 aprile ed è stata accompagnata da una relazione, che è agli atti e quindi a disposizione di tutti. Andrebbe letta dalla prima all’ultima parola perché affronta e supera, dati scientifici alla mano, una serie di luoghi comuni a proposito della cannabis e dei suoi derivati. La riassumiamo nel pezzo a fianco, augurandoci i parlamentari ne traggano lumi prima di votare del decreto.
AUDIZIONE SERPELLONI, TUTTA LA VERITA' SULLA CANNABIS, di Alfredo Mantovano
Il capo del Dipartimento delle politiche antidroga della Presidenza del Consiglio, professor Giovanni Serpelloni, ha svolto la sua audizione il 2 aprile a margine della discussione sul decreto-legge droga. Smontando tutti i luoghi comuni.
Come è stato raccontato nel pezzo a fianco, il 2 aprile il capo del Dipartimento delle politiche antidroga della Presidenza del Consiglio prof. Giovanni Serpelloni ha svolto la sua audizione, a margine della discussione sul decreto-legge droga. Provo a estrarre le parti più significative della relazione che ha depositato nella circostanza:
Cannabis droga leggera? Il principio attivo della cannabis è, com’è noto, il delta 9 tetraidrocannabinolo (THC). Fino alla fine degli anni 1990 il THC che si riscontrava nella cannabis e nei derivati, sequestrati dalle forze di polizia, non oltrepassava il tasso prodotto spontaneamente dalla pianta naturale, il cui limite massimo era del 2.5%. La percentuale di THC rilevata nel quadriennio 2010-2013 è giunto a una media del 16.8% quanto al materiale vegetale (inflorescenze e foglie) e del 26.6% quanto ai derivati (resine e oli), con punte massime del 60.6% (25 volte il massimo della percentuale di 15 anni fa)! Ciò è stato possibile grazie alla coltivazione intensiva e a manipolazioni fito-produttive, che hanno concentrato il principio attivo e alterato le caratteristiche della pianta. Come si fa a dire che un derivato della cannabis col 25% di THC è droga “leggera”? Come si fa a parificarla a una “canna” col 2% di THC? Ogni persona in buona salute è in grado di reggere un boccale di birra di 0.4 lt. col 5% di gradazione alcolica, ma nessuna persona in buona salute regge 0.4 lt. di grappa al 42% di gradazione alcolica: la quantità di liquido è eguale, la qualità dell’alcool è differente. Se ciò è evidente per l’alcool, perché non dovrebbe esserlo per la cannabis? Come escludere il profilo qualitativo dalla qualifica di “leggerezza” e dalle conseguenze sanzionatorie da essa derivanti?
Cannabis droga innocua? Nel 2011 (ultimi dati disponibili) i ricoveri ospedalieri causati da intossicazione da droga hanno fatto registrare un 16% dovuto alla cannabis, a fronte di un 60% da oppiacei, in prevalenza eroina; nello stesso anno però i minori ricoverati perché intossicati dalla cannabis sono stati il 44,2%. Il che vuol dire che, con l’attuale percentuale media di THC, la cannabis fa male al punto da mandare in ospedale, e fa più male ai più giovani, che sono coloro che ne fanno maggiore uso; 290.000 ragazzi fra i 15 e i 17 anni hanno assunto almeno una volta sostanza stupefacente negli ultimi 12 mesi, e per il 71.2% di essi si è trattato di cannabis. Il dato italiano è in linea col trend europeo, che, rispetto al totale di ricoveri per intossicazione da droga, ha fatto registrare un 22% di ricoveri per intossicazione da cannabis. Se la cannabis fa così male, soprattutto ai minori, è il caso di facilitarne la diffusione diminuendo le sanzioni previste per chi la spaccia e la traffica?

Cannabis droga socializzante? Da anni la letteratura scientifica ha dimostrato che l’assunzione di cannabis provoca danni irreversibili al cervello; quello che, ricordando e aggiornando tali ricerche, la relazione del prof. Serpelloni aggiunge è il resoconto di uno studio recente, condotto nel corso degli anni sul quoziente di intelligenza di 1037 soggetti, nati fra il 1972 e il 1974, assuntori di cannabis fino al compimento dei 38 anni, suddivisi fra coloro che hanno iniziato prima del compimento della maggiore età e coloro che hanno iniziato da maggiorenni; ciascuna di queste categorie, a sua volta, è stata suddivisa fra coloro che ne hanno fatto un uso frequente e coloro che ne hanno fatto un uso occasionale. I risultati sono sorprendenti: per chi ha assunto frequentemente cannabis da minorenne, a fronte di un QI iniziale pari a 97, il QI a 38 anni è sceso a 88; per l’adolescente che l’ha assunta occasionalmente il QI iniziale era di 102, il QI a 38 anni di 97. Per chi iniziato ad assumere con frequenza cannabis dopo i 18 anni, il QI iniziale era di 98 e il QI a 38 anni di 95; per il maggiorenne assuntore occasionale QI iniziale di 104, QI a 38 anni di 105. C’è bisogno di commento? (ovviamente l’ultimo dato, che si riporta per completezza, non deve incentivare l’uso infrequente di cannabis superati i 18 anni! rende ancora più evidente la dannosità dell’assunzione anche occasionale da parte del minorenne, che è oggi il problema più serio).
Fini-Giovanardi inutile? I dati a disposizione dimostrano il contrario e, provenendo da differenti fonti scientifiche (fra le quali, il CNR e l’Istituto Mario Negri), concordano nelle conclusioni. Prendendo come riferimento la popolazione compresa fra i 15 e i 64 anni per gli anni 2001-2012, si riscontra un incremento di consumo di stupefacenti di vario tipo che raggiunge il picco più elevato nel 2008; poi esso cala in modo sensibile: addirittura, per cannabis e derivati dal 15% a poco più del 2% della popolazione. In controtendenza è il dato del consumo di cannabis da parte delle persone di età fra i 15 e i 19 anni: in calo dal 2008 al 2011, appare in sensibile risalita negli ultimi due anni; come mai? La risposta del Dipartimento antidroga guidato è in un grafico che pone a confronto l’incremento dell’uso di cannabis dal 2011 al 2014 – dal 17.9% al 26.7% dei giovani fra 15 e 19 anni, + 8.8 % in appena tre anni – e l’incremento della promozione on line di tali sostanze, dall’e-commerce ai siti pro legalizzazione, ai social network pro cannabis: i tracciati sono paralleli. Quando alla propaganda, che purtroppo funziona, si affiancherà un trattamento sanzionatorio più benevolo, quale è quello del decreto legge, o addirittura la legalizzazione, l’uso di cannabis salirà ulteriormente, e in modo ancor più significativo.
  
Fini-Giovanardi dannosa perché carcerizzante? Anche in tal caso i dati a disposizione dimostrano il contrario. La legge è del 2006: il Dap-dipartimento dell’amministrazione penitenziaria informa che gli ingressi in carcere per violazione della legge sulla droga sono stati 26.985 nel 2007, 28.798 nel 2008, e poi sono progressivamente calati, fino a 21.285 nel 2012. Nella medesima fascia temporale i tossicodipendenti provenienti dalla detenzione e affidati al servizio sociale sono passati da 514 del 2007 a 1.578 del 2012, con un trend crescente. Gli ingressi annuali in carcere dei soggetti con problemi di droga sono scesi da 24.371 a 18.285. Peccato che sulle principali testate giornalistiche continuiamo a leggere che la Fini-Giovanardi va abolita perché ha riempito il carcere di drogati, mentre la relazione Serpelloni non è neanche citata. Per completare: i decessi per droga sono scesi da poco meno di 600 nel 2007 a 390 del 2012 (ma il 2012 ha fatto registrare un leggero incremento rispetto al picco negativo del 2011: 362). Dunque, la legge del 2006 è riuscita a far diminuire il consumo totale di droghe e il numero di tossicodipendenti in carcere, con parallelo incremento dei recuperi: è proprio il caso di stravolgerla?

martedì 1 aprile 2014

Non sottovalutare la pericolosità dell'hashish/marijuana, www.zenit.org

Dagli Stati Uniti, studi medici affermano: "Il consumo di 'droghe leggere' non è innocuo, crea dipendenza e disturbi psichici gravi come le psicosi",
Roma, 30 Marzo 2014 (Zenit.org)

Dopo che il 12 febbraio la Corte costituzionale ha accolto il ricorso di una persona trovata in possesso di 3,8 chili di hashish e ha dichiarato l’illegittimità costituzionale di alcuni articoli della legge Fini- Giovanardi, molti politici e organi d’informazione hanno inneggiato alla sua “abolizione” e in particolare alla presunta sconfessione dell’equiparazione tra droghe leggere e pesanti. Di fatto, la dichiarazione di incostituzionalità ha riguardato solo la procedura di conversione del decreto-legge e non è entrata nel merito del contenuto della legge stessa.

In questa occasione sono state avanzate richieste di una politica più liberale nei confronti delle droghe.Anche in altri paesi vi sono lobby che si impegnano per la depenalizzazione se non per la legalizzazione dell’uso di sostanze stupefacenti o per lo meno di quelle contenenti cannabinoidi, le sostanze attive presenti nell’hascisc e nella marijuana. Di fronte alle proposte di legalizzazione della marijuana negli USA, la più importante società americana di medicina delle dipendenze, l’ASAM – American Society of Addiction Medicine, ha elaborato nel 2012 un “Libro bianco” per controbattere le tesi a favore della droga e per mettere in guardia politici e opinione pubblica dai pericoli della sua legalizzazione.

L’ASAM sostiene che il consumo di marijuana non è innocuo, che è nocivo alla salute e può provocare dipendenza e disturbi psichici anche gravi, come le psicosi, e un peggioramento dei loro sintomi, influenzandone negativamente il decorso. L’effetto nocivo sul sistema nervoso centrale è tanto più accentuato quanto più precoce è l’inizio del consumo, per questo l’Accademia americana di pediatria sostiene che «basandosi sull’esperienza con alcool e tabacco la legalizzazione della marijuana avrebbe un effetto negativo sulla gioventù». L’effetto della marijuana diminuisce la capacità di eseguire correttamente prestazioni complesse, come la guida di un veicolo a motore, ed effettivamente incidenti, feriti e morti sulla strada dovuti alla marijuana costituiscono attualmente uno dei maggiori rischi per la sicurezza stradale negli Stati Uniti.Un argomento invocato a favore della legalizzazione è l’effetto positivo su sintomi di alcune malattie, per esempio su dolori e spasmi muscolari della sclerosi multipla.

L’ASAM ritiene opportuno studiare il profilo di azione dei componenti attivi della marijuana (sono molte decine) e, individuati quelli più efficaci e con meno effetti collaterali, preparare medicinali standardizzati, che, dopo la registrazione come avviene per tutte le altre medicine, vengano venduti in farmacia su prescrizione medica. Analogamente a quanto avvenuto con l’effetto analgesico dell’oppio: partendo dalla struttura della morfina l’industria farmaceutica ha sviluppato analgetici anche cento volte più potenti e molto più maneggevoli nella terapia.

Questo è anche il parere del Comitato permanente del Senato degli USA sul controllo internazionale delle droghe: «Noi crediamo che la migliore via sia quella di concentrare le risorse per lo sviluppo di medicine alternative in un processo regolato dalla Federal Drug Administration – cioè l’organo di controllo sulla registrazione dei medicinali – piuttosto che legalizzare la marijuana».L’ASAM riconosce che attualmente i danni provocati da alcool e tabacco possono essere superiori a quelli provocati dalla marijuana, ma ricorda al proposito il parere del College on Problems on Drugs and Dependance: «I costi per la salute delle droghe illegali possono ben raggiungere o superare quelli di alcool e tabacco se viene modificato il loro stato legale e il loro uso aumenta bruscamente».

Secondo il “Libro bianco” tale aumento sarebbe inevitabile poiché il consumo di una sostanza correla con la percezione della sua pericolosità e con la facilità con cui può essere acquistata. Il “Libro bianco” mette anche in dubbio la tesi che la legalizzazione eliminerebbe il traffico illegale e quindi il coinvolgimento della criminalità organizzata. I progetti di legalizzazione prevedono una tassazione della marijuana analoga a quella dell’alcool e del tabacco, ma il corrispondente aumento del prezzo al consumo continuerebbe a rendere attraente il traffico per la criminalità organizzata, eventualmente interessata in modo particolare a quei consumatori, come i minori, esclusi dall’acquisto legale.I rischi di tutte le complicazioni sarebbero poi aggravati dal fatto che nel corso del tempo sono state selezionate specie di piante con una percentuale di componenti attivi più elevata. E dal gennaio del 2013 in Olanda marijuana con un contenuto elevato del componente attivo THC- tetraidrocannabinolo viene considerata come una droga pesante. Il “Libro bianco” arriva quindi a queste conclusioni:

- L’uso della marijuana non è né sicuro né innocuo. La marijuana contiene cannabinoidi psicoattivi che producono in alcuni consumatori una sensazione di piacere, in altri un senso di disagio e in altri consumatori perfino idee di persecuzione. I cannabinoidi interagiscono con circuiti cerebrali con modalità simili agli oppiacei, alla cocaina e ad altre droghe che danno dipendenza.

- Disturbi provocati dal consumo di marijuana sono un problema di salute serio e diffuso.- L‘uso di marijuana è associato a effetti collaterali per la salute, come il danno di organi e tessuti specifici e deterioramento del comportamento e delle funzioni neurologiche. In particolare può peggiorare la capacità di assolvere compiti complessi, come la guida di un veicolo a motore.

- Incidenti, decessi e feriti dovuti alla marijuana costituiscono attualmente uno dei maggiori rischi per la sicurezza stradale negli Stati Uniti.

- La legalizzazione della marijuana porterebbe probabilmente l’opinione pubblica in generale, e i giovani in particolare, a considerare la marijuana meno dannosa di quanto non lo sia. Una diminuzione della “percezione dei pericoli” associati all’uso della marijuana causerebbe una crescita della percentuale dei consumatori e un aumento dei disturbi dovuti al suo uso, compresa la dipendenza.

- L’uso di marijuana è associato a un incremento dell’incidenza di psicosi e al peggioramento dei sintomi. Facilitare la disponibilità e l’accesso alla marijuana molto potente provocherebbe un amento della percentuale dei consumatori e potrebbe causare un aumento della percentuale di disturbi psicotici.- Un aumento dell’incidenza e della gravità di disturbi collegati al consumo di marijuana, compresa la dipendenza, aumenterebbe la domanda di servizi di cura. Già ora, nella nostra nazione i servizi di cura delle dipendenze non sono adeguati per affrontare le richieste correnti di terapia.

- Entrate previste provenienti dalla tassa sulla marijuana legale sarebbero molto minori dei costi provocati dal maggior consumo di marijuana e probabilmente non sarebbero destinate a queste necessità, così come le entrate delle tasse su tabacco e alcool non sono destinate ai costi sanitari provocati dal loro consumo.

(A cura del dott. Ermanno Pavesi, Segretario generale della FIAMC - Federazione Internazionale della Associazioni dei Medici Cattolici)

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Fonte:

http://www.asam.org/

http://www.fiamc.org/bioethics/marijuanamarihuana/

mercoledì 5 marzo 2014

Di canne si può morire di Gianni Fochi, 05-03-2014, www.lanuovabq.it

Viviamo in un mondo incredibile, che svaluta ed esclude il senso comune. Un mondo che, non accettando nessun limite all’arbitrio dell’uomo, finisce col diventare disumano: per esempio, lasciando libera la madre di far nascere il figlio che ha in pancia o invece d’ucciderlo con un farmaco o un intervento ospedaliero; oppure, come succede già in qualche stato e come succederà anche da noi se verrà approvata la legge contro la cosiddetta omofobia, mettendo in galera chi leggerà al pubblico certi brani della Bibbia che condannano i comportamenti omosessuali.

In nome d’una presunta libertà, questo mondo apre alla droga. Quella leggera, per cominciare: del resto — s’afferma — è innocua. E un altro atteggiamento incredibile è proprio questo. Si sta attenti, fino a drammatizzarle, alle parti per milione (o per miliardo) di questo o quell’inquinante. Si è prontissimi a giurare sulle conseguenze catastrofiche che questa o quella sostanza sintetica ha per la salute umana o per la conservazione di qualche moscerino, in base a studi sporadici su cui in realtà la scienza non ha ancora un parere unanime. Quella sostanza deve essere assolutamente bandita, in nome d’un principio di precauzione che spesso viene concepito e applicato in maniera assai discutibile.

Chissà! Forse un giorno si dimostrerà che quella sostanza, come magari moltissime altre d’origine artificiale o naturale, è effettivamente nociva. O forse, al contrario, essa verrà scagionata. Ma intanto si reclama a gran voce il rischio zero, richiesta assurda su cui marciano volentieri politici populisti irresponsabili.

Poi però i paladini dei cosiddetti diritti civili invocano la libertà di spinello, e ogni rifiuto del rischio svanisce, ogni precauzione va a farsi friggere. Oh!... Quei medici ed educatori che agitano gli spettri d’effetti nefasti per la salute fisica e psichica sono tutti oscurantisti e servi del Vaticano: ignoriamoli! Non si sta addirittura diffondendo in varie parti del pianeta l’uso medico della cannabis? E dunque, libertà di farsi una canna!

Obiezione: ma come? Se perfino per le medicine considerate banali si viene di continuo invitati a usarle solo quando servono davvero, perché stavolta tutta questa faciloneria? Contro-obiezione: zitti, zitti! Che cosa vi salta in mente di tirar fuori? Di cannabis non è mai morto nessuno.

Invece... pare che qualcuno di cannabis muoia. Ecco uno studio fresco di stampa, pubblicato da ricercatori tedeschi su Forensic Science International. Essi esordiscono così: “Si dice che la tossicità dei cannabinoidi è bassa. Il pubblico non sa gran che degli effetti cardiovascolari pericolosi della cannabis, per esempio dell’aumento provocato nel battito cardiaco e nella pressione sanguigna”. Poi gli autori descrivono i casi di due maschi giovani e sani, morti inaspettatamente sotto l’influsso acuto di cannabinoidi. Sui due cadaveri i ricercatori hanno fatto una serie d’accertamenti: autopsia, analisi genetiche, tossicologiche e istologiche, che li hanno portati a escludere una lunga serie di cause di morte. Hanno così finito per convincersi, oltre ogni ragionevole dubbio, che i due sventurati siano morti per complicazioni cardiovascolari dovute proprio all’aver fumato marijuana (nome che indica le inflorescenze femminili essiccate della cannabis).

Casi del genere sono rari. Inoltre — diranno i fautori dello spinello libero — si tratta del primo studio che riporta conclusioni di questo tipo: una rondine non fa primavera. Giusto! Ma molti di loro sono sempre pronti, come dicevamo sopra, ad accampare con clamore studi altrettanto isolati che riguardano allarmi assai meno gravi.

Le ricerche sui rischi effettivi della cannabis devono continuare ed estendersi: gli stessi autori tedeschi lo auspicano, e segnalano che probabilmente la statistica s’allargherà, perché nel mondo l’uso medico dei cannabinoidi come antidolorifici è in aumento. La scienza avrà presto altre occasioni di dir la sua: è bene attendere senza preconcetti. Ma — perbacco! — nell’attesa evitiamo d’assecondare una deriva anarcoide che sta dando forti spallate contro i baluardi della civiltà umana. Lo studio tedesco, per quanto da confermare, ci dà ora un argomento in più.

mercoledì 9 ottobre 2013

Droga: una definizione in tre punti


Secondo il Glossario di Bioetica, è una reazione spiacevole legata ad un attacco all'integrità del corpo. E' un evento da contrastare e prevenire, e da non sottovalutare mai
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Roma, 08 Ottobre 2013 (Zenit.org) Carlo Bellieni | 102 hits

Droga: Sostanza non nutritiva usata per aumentare momentaneamente le capacità mentali o per estraniarsi dalla realtà. Esistono vari tipi di droga, ognuno dei quali ha rischi per la salute non solo legati alla perdita di contatto con la realtà. 


Realismo

Il termine viene dall'olandese «droog» che significa «secco», aggettivo usato per indicare appunto la pianta seccata da cui si estraggono i farmaci. Le droghe da «ricreazione» sono sostanze che vengono assunte per avere delle sensazioni euforizzanti  o per estraniarsi dall’ambiente. Molte droghe danno effetti collaterali gravi e spesso dipendenza da cui è difficile uscire. La caratteristica delle droghe da “ricreazione” è che non costituiscono nutrimento né hanno un’attività curativa. Alcuni loro derivati possono essere utilizzati come antidolorifici, ma esistono pareri difformi come ad esempio quello dell'American Accademy of Pediatrics (vedi riferimenti). Anche tabacco e alcol possono essere pericolose e per questo i cittadini vanno messi in guardia anche da queste sostanze; ma il tabacco non ha una proprietà di estraniare dall'ambiente così come non l’ha l'alcol a dosi moderate (l'alcol a dosi moderate può essere considerato un alimento); sono dunque alcol e tabacco differenti dalle droghe d'abuso, ma nondimeno sono rischi da conoscere. 

La ragione

A chi interessa parlare solo di liberalizzazione o penalizzazione? Questo è il binomio - angusto in verità -che interessa la politica; questa si divide disputando se penalizzare vietando coltivazione, produzione e/o consumo delle droghe o se liberalizzare e forse così togliendo lo spaccio dalle mani della malavita. In realtà questo dibattito nega un terzo livello della discussione - i due suddetti aspetti in definitiva sono due facce della stessa medaglia -: la domanda del perché la persona si droga, perché è un fenomeno generalizzato. Questa domanda porterebbe ad intervenire ad un livello più profondo e dunque più efficace: la coscienza dell’insoddisfazione e della solitudine giovanile, che però non si vuole affrontare: molto più facile limitarsi a liberalizzare o solo a far intervenire la polizia. Ma il vuoto di senso dei giovani e dei padri dei giovani (quelli che hanno fatto il ’68 comunista e ora sono la ricca borghesia) non lo affronta nessuno, la gente resta sola con tre soli ideali: autonomia, successo e perfezione fisica. La droga non si può combattere se non si riconosce e combatte questo vuoto.

Perché la droga è un pericolo? In primo luogo per il rischio di malattie psichiatriche e problemi sessuali maggiori della media, tanto che la legalizzazione stessa è sconsigliata dai pediatri americani. La marijuana, pur definita droga leggera, porta ad un rallentamento dei riflessi, oltremodo pericoloso per chi svolge certe attività di precisione o per chi guida; e il rallentamento dei riflessi non si risolve “aspettando che passi l’effetto”, perché dura diversi giorni dopo l’assunzione. In Francia si contano oltre 200 morti all’anno per incidenti dovuti alla cannabis. Attenzione maggiore per la salute, dunque, deve essere richiesta, evitando sciocche banalizzazioni di queste sostanze; ma anche se non “facesse male alla salute”, come pensare che il giovane consideri normale qualcosa che lo isola dal mondo proprio nell’età in cui dovrebbe conoscere e costruire e intraprendere?

Il sentimento

Non è vero che per parlare di droga bisogna averla usata; per parlare di droga bisogna aver vissuto o conosciuto il disagio sociale o personale e domandarsi cosa davvero vuole chi sta male "dentro". Sembra talvolta invece di trovarci in una società che abbandona invece di una società che abbraccia: come può essere credibile parlare di lotta alla droga in questo clima culturale? 

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(08 Ottobre 2013) © Innovative Media Inc.

mercoledì 27 febbraio 2013


DISCUSSIONI - La nostra cultura insegna la droga? 27 febbraio 2013 - http://www.avvenire.it/


«Oggi sarebbe forse in controtendenza un artista che non facesse uso di droghe». L’osservazione buttata lì quasi en passant da Alessia Bertolazzi, autrice di Sociologia della droga (Franco Angeli, 2008) dà il senso del tipo di cultura diffusa in cui ci si trova. Quel che appariva off limits solo pochi decenni fa, si è scavato una solida nicchia nel modo di vivere e di pensare. Silenziosamente. 

Ci siamo avvicinati a un "nuovo mondo" alla Aldous Huxley? L’uso delle droghe è entrato nel vivere quotidiano non solo di specifiche categorie quali, appunto, artisti o sportivi professionisti. «È anzitutto un problema di cultura» sostiene Antonio Maria Costa, che dal 2002 al 2010 è stato direttore esecutivo dell’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (Unodc). «Dal dopoguerra abbiamo attraversato tre grandi periodi. Negli anni ’50-’60 la droga era vista come una stravaganza di qualche rampollo di famiglie agiate, ed era stigmatizzata. Alla fine degli anni ’60, adottata da vari movimenti giovanili, si ammantò del profumo di rivolta sociale. Oggi è accettata nell’indifferenza di un relativismo che si è assolutizzato. La prendi? Non la prendi? Fa lo stesso...». Ma la droga uccide... «Meno del tabacco, in termini assoluti: approssimativamente 500 mila morti all’anno nel mondo, a fronte di circa 5 milioni uccisi dal tabacco. Ma in percentuale il discorso è diverso, perché circa il 30 per cento della popolazione fuma tabacco mentre solo il 2 per cento consuma droghe: è vero, la droga uccide. Ma l’idea diffusa è invece che la si possa consumare impunemente. Qui sta il pericolo».

«Contro il tabacco da anni sono in atto campagne di informazione che hanno generato una coscienza della dannosità, e questo si traduce in pressione psicologica verso i fumatori, per quanto il tabacco sia legale. Viceversa chi consuma droga non ha informazioni adeguate e non subisce pressioni sociali, per quanto sia illegale. A volte anzi le pressioni sono di segno opposto e capita che in discoteca si presenti come sfida: "mi drogo perché sono forte". Purtroppo è vero il contrario: nella maggioranza dei casi chi diventa tossicodipendente ha alle spalle problemi psicologici e familiari». Il che vale per tutte le droghe? «In chi si droga c’è sempre un groviglio di tensioni, timori, disillusioni. 

Ma, com’è noto, la cocaina è usata da chi insegue il successo. Oppiacei come l’eroina hanno funzione consolatoria e in Europa il loro consumo è diminuito nell’ultimo decennio, ma oggi, con la crisi è in ripresa. Dilagano le droghe sintetiche, ritenute pulite perché calibrate a seconda degli effetti desiderati, con un’offerta variegata e sempre nuova, di fronte alla quale il legislatore è sempre in ritardo. Quello della droga è un grosso affare. Vi sono implicati anche grossi laboratori farmaceutici». 

C’è modo per contrastarla? «Con l’informazione. Anche i cannabinoidi sono dannosi alla salute, oltre a essere la porta di accesso ad allucinogeni più pesanti. In Svezia quasi il 90 per cento dei giovani lo sa e per questo li evita. In quel Paese hanno svolto ampie campagne informative: nel secondo dopoguerra furono vittimizzati dall’enorme afflusso di droghe psicotropiche avanzate dalle scorte usate dai militari (sia tedeschi, sia alleati) durante il conflitto per vincere la paura. 

E hanno voluto evitare nuove ondate di consumi di massa. In Italia la percentuale di giovani che conoscono il pericolo è, invece, molto bassa: non sorprende che l’assunzione di sostanze sia maggiore che in Svezia». «L’uso delle droghe si è normalizzato», constata la Bertolazzi che all’università di Bologna col gruppo coordinato da Costantino Cipolla da anni studia il problema nel nostro Paese. «È inteso in senso ricreativo. Un tempo la prendevano soprattutto i ragazzi, ora non c’è più differenza con le ragazze. Da rilevamenti nelle discoteche romagnole emerge che la ricerca dello sballo è sistematica: una volta la settimana. C’è l’idea che poi si torna alla vita normale. Ed è invalso il pluriconsumo: più sostanze contemporaneamente. Tra queste la ketamina: è meno cara della cocaina e stordisce, con un effetto simile alla morte. Non c’è coscienza della pericolosità. Campagne, poche e sporadiche, come quella "La droga ti spegne" non raggiungono l’obiettivo: con la cocaina uno può star sveglio due giorni di fila. 

E in Internet si trovano informazioni ingannevoli». Ma che concetto ha di sé chi ricorre alla droga, quale idea di essere umano è compatibile con lo "sballo"? «Mi sembra che il problema sia antico e riguardi il tentativo di rispondere all’inquietudine attraverso il godimento» sostiene Silvano Petrosino, docente all’Università Cattolica di Milano. «Noi abbiamo bisogni e piaceri. Abbiamo sete di felicità. Ma che cos’è questa? La società dei consumi ha una risposta chiara. Usa la tal crema e sarai bella come la grande attrice... È lo stesso principio dell’idolo d’oro che gli ebrei chiesero ad Aronne: qualcosa da vedere e da toccare. Il consumismo ci dà idoletti per il consumo quotidiano: sembra semplice. Il passo a un altro tipo di consumo è cospicuo, ma in fondo sullo stessa linea. 5 euro per una dose. E ci si illude si sentirsi bene».

Droghe come hashish e oppio erano estranee alla nostra civiltà. «L’Oriente, da dove vengono, non conosce l’eccesso, perché non pone l’individuo come primario, bensì l’armonia del tutto. L’Occidente ha nell’individuo il suo perno: ne deriva l’impulso al miglioramento, al progresso. Ma anche l’aggressività, la bramosia, l’eccesso. Lo si cerca nelle slot machine, come in altri tipi di godimento: ma la soddisfazione non è mai raggiunta. E da questa insoddisfazione nasce la distruttività. C’è una canzone di Zucchero che dice "ti farò morire... non avrai più desideri, solo piaceri". Il riferimento è al sesso. Il principio è lo stesso: il godimento. E poi? Subentra l’eccesso, l’aggressività. La morte». L’autodistruzione? «È la forma più alta di distruzione: l’individuo può accogliere o distruggere. E quest’ultima via, portata all’eccesso, si rivolge contro il soggetto stesso. Ma la grande carta dell’Occidente è il cristianesimo: il corpo è il tempio dello spirito. Non può essere riciclato alla ricerca del mero piacere effimero».

Leonardo Servadio

mercoledì 6 febbraio 2013


«Altro che sigarette. La droga trasforma le persone in larve: sdoganarla incentiva il regresso dell’uomo » - febbraio 5, 2013 Francesco Amicone - http://www.tempi.it/



 Settimana scorsa, la Corte suprema di Cassazione si è pronunciata a favore «dell’irrilevanza penale» del consumo di gruppo di sostanze stupefacenti. Le motivazioni non sono state ancora depositate. Per José Berdini , responsabile delle Comunità Terapeutiche per tossicodipendenti gestite dalla Cooperativa Sociale PARS, i media non hanno perso tempo a trasformare la sentenza in un sostegno a una certa visione del futuro favorevole alla tossicodipendenza. «A essere cinica e odiosa non è tanto la sentenza, quanto l’idea di gruppo sottesa alla propaganda che ci sommerge ovunque», spiega a tempi.it.

Che effetto ha questa sentenza sulla tossicodipendenza?
Il messaggio che viene dato conta molto. Lo sdoganamento delle sostanze stupefacenti, ampiamente sostenuto dai media, incentiva le tossicodipendenze e il regresso delle persone. Questo tentativo di rappresentare una comunità narcotizzata come fosse un elemento del progresso sociale mette in discussione tutto il nostro lavoro nelle comunità di recupero e incentiva la tossicodipendenza.

La Regione Marche ha appena adottato una delibera bipartisan che permette di usare sostanze cannabinoidi in caso di prescrizione medica.
Stupisce quanto clamore si faccia sui danni provocati dal fumo di sigaretta e quanto, viceversa, si sostenga la “salubrità” della marijuana. Eppure gli spinelli si fumano come le sigarette e “farsi” di droga danneggia irreversibilmente una persona e le sue capacità. Il suo uso porta con sé la promozione di una comunità che vive narcotizzandosi, che regredisce. La persona si trasforma in una larva. Il vero progresso umano si ottiene restituendo consapevolezza e speranza a chi le ha perdute proprio con la droga. Promuoverne l’uso va contro il progresso.

La sentenza, si legge nell’informativa pubblicata dalla Cassazione, prevederebbe l’impunibilità «sia nell’ipotesi di mandato d’acquisto che in quella di acquisto comune» di droga.
Non si capisce cosa si vuole affermare: che una persona può comprare impunemente due chili di cannabis e cocaina per “distribuirli” a decine di “amici”? Sarebbe un pronunciamento quanto meno assurdo.

sabato 2 febbraio 2013


LA RICERCA - Inganno cannabis: non cura, fa ammalare, 2 febbraio 2013 - http://www.avvenire.it/


​Vendono fertilizzanti, kit per l’illuminazione, stimolatori di crescita delle foglie, fino a veri e propri manuali ricchi di suggerimenti. I «grow shop» non sono soltanto attività commerciali, ma anche «centri di apprendimento» per la coltivazione della cannabis. A definirli così è la relazione dell’Osservatorio europeo delle droghe e delle dipendenze (Oedt) e dell’Europol. «I benefici della coltivazione domestica – afferma lo studio – includono i minori rischi di individuazione e il controllo sulle condizioni in grado di consentire alti rendimenti». 

E il mercato europeo della cannabis ha oggi cifre da capogiro: 12 milioni di cittadini tra i 15 e i 64 anni ne hanno fatto uso nell’ultimo mese; di questi, 5 milioni sono ragazzi sotto i 24 anni. L’Italia consuma il 14% della cannabis che circola nel vecchio continente, un dato che schizza al 30% per l’hashish.
«L’Ue è un’importante regione produttrice di droghe sintetiche e, in misura crescente, di cannabis – osserva Wolfgang Götz, direttore dell’Oedt –. Sta prendendo piede la tendenza a produrre droghe illecite nelle vicinanze dei potenziali mercati di consumo, dove è meno probabile che vengano intercettate. Questa evoluzione ci costa sempre più salata in termini di sicurezza collettiva, salute pubblica e onere imposto alle già limitate risorse della polizia».

Salute pubblica, appunto: oggi sono malati e «chiedono aiuto e di seguire un trattamento più di tre milioni» di consumatori di cannabis, è l’allarme lanciato dallo stesso Götz, che chiede venga tenuta in conto questa cifra «sufficientemente elevata» nella definizione delle politiche alla lotta alla droga. Sono infatti cambiate, spiega, le modalità di consumo, passato da sporadico a «quotidiano».

Un cambiamento incoraggiato dalla nascita dei «grow shop», che hanno iniziato a diffondersi a metà degli anni ’90 in Nord America e in Europa, dove oggi sono presenti in quindici Paesi e si riparano dietro la legalità della vendita dei prodotti per la coltivazione, non dovendo rispondere dell’ovvio utilizzo che ne verrà fatto.
Oltre alla coltivazione fai-da-te, resta a livelli allarmanti l’attività dalle organizzazioni criminali: il rapporto mette in luce i collegamenti tra le reti di trafficanti di cocaina e di resina di cannabis, l’importanza crescente dell’Africa come zona di deposito e di transito, e il ruolo centrale svolto dalle bande criminali dell’Europa nordoccidentale nello smistamento di ogni tipo di droga nel continente. E la via della cannabis che arriva in Italia incomincia, spesso, dai Balcani, che riforniscono anche Grecia e Ungheria.

Cecilia Malmstrom, commissaria dell’Unione Europea per gli Affari interni, ha assicurato che la legalizzazione della cannabis non rientra nell’agenda Ue. Serve, questo sì, una risposta decisa contro i gruppi criminali organizzati, sempre più propensi «a trafficare contemporaneamente più sostanze stupefacenti» e «a coalizzarsi tra loro». Per questo, prosegue Malmstrom, «le misure predisposte a livello nazionale, per quanto energiche, non sono più sufficienti». Così, la lotta alla criminalità passa anche attraverso la costruzione di un’Europa unita contro le droghe.

Lorenzo Galliani

venerdì 1 febbraio 2013


DROGA/ Cattarina: fa più danni il "buco" o la sentenza della Cassazione?
venerdì 1 febbraio 2013 - http://www.ilsussidiario.net/

DROGA/ Cattarina: fa più danni il buco o la sentenza della Cassazione?

Consumo di gruppo e consumo individuale sono sullo stesso piano e dunque entrambi i casi sono irrilevanti dal punto di vista penale. E' quanto ha comunicato la Cassazione intervenendo su un caso di consumo di gruppo che l'avvocato generale chiedeva fosse condannato, applicando così la legge Fini-Giovanardi. La decisione della Corte invece colpisce proprio la legge attuale sul consumo di droga: "è penalmente irrilevante la duplice ipotesi di mandato all'acquisto e di acquisto comune", si legge. Per Silvio Cattarina, contattato da ilsussidiario.net, da anni impegnato in comunità terapeutiche per il recupero dei tossicodipendenti, la decisione della Cassazione è profondamente sbagliata: "Siamo davanti a una tendenza ormai acclamata che apre ad una normalizzazione dell'uso di sostanze stupefacenti che invece non dovrebbe esserci". Per Cattarina, "chi adotta queste sentenze lo fa perché ha bisogno di colpire con effetti speciali l'opinione pubblica".

La Cassazione ha definito ugualmente irrilevante l'uso individuale e quello di gruppo di sostanze stupefacenti.

Rimango sempre più interdetto e sbigottito da sentenze come questa, perché sempre di più aprono alla possibilità di una normalizzazione dell'uso di sostanze che invece non dovrebbe esserci.

Mandato all'acquisto e acquisto comune diventano la stessa cosa.

Ma l'uso di sostanze stupefacenti che sia individuale o di gruppo è sempre negativo e condannabile. Anzi, l'uso di gruppo dovrebbe essere una aggravante rispetto all'uso singolo.

Perché?

Perché una azione negativa che viene fatta con più persone è più grave. E' già grave drogarsi individualmente e privatamente; farlo in gruppo, con più persone, con una rilevanza e una enfasi sociale e pure pubblica, più dimostrativa, è certamente peggio, perché induce più persone all'uso di queste sostanze.

Una sentenza che sembra confermare una tendenza ormai in atto nella nostra società da parte di chi è responsabile dal punto di vista legislativo e penale.

Ma è una tendenza che non è giusta e non è utile, perché andremo sempre più verso un aumento dell'uso delle sostanze e sempre più inevitabilmente verso un danno maggiore che queste procurano. Andiamo verso una diseducazione, verso una deresponsabilizzazione sempre più grande soprattutto nei confronti dei giovani.

Lei ritiene che a questo punto la legge Fini-Giovanardi vada modificata?
Io ritengo che la lotta alla tossicodipendenza, all'uso delle sostanze stupefacenti debba essere sempre più ferma e precisa. Non so se bisogna intervenire sulla Fini-Giovanardi, so che non è giusto lasciare così i freni e allargare le maglie verso l'uso delle sostanze stupefacenti. Sempre più giovani vi cadranno dentro e il danno sarà sempre più grande. E' una diseducazione in atto, che provoca un torpore delle coscenze su questo tema che va crescendo.

E' però una mentalità che prende sempre più piede, che sembra portare a una legalizzazione delle droghe leggere. E' così?

Mi sembra che la tendenza sia questa, ma non è certo una tendenza buona e auspicabile. Chi adotta queste sentenze e questi provvedimenti lo fa perché ha bisogno di colpire con effetti speciali e "stupefacenti" l'opinione pubblica. Ma non ce ne sarebbe davvero bisogno, dato che la droga è già tanto libera per conto suo. Liberalizzare la droga più di quello che è già oggi non serve, è già facilmente reperibile e scorre a fiumi. Di renderla ancora più libera non se ne sente davvero il bisogno.

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mercoledì 12 dicembre 2012

L'establishment mondiale vuole la droga libera
di Danilo Quinto - http://www.lanuovabq.it12-12-2012
breaking the taboo
Droga libera e legalizzata. Lo chiedono tutti, in America e non solo. Star di Hollywood come Kate Winslet, Morgan Freeman, Dizzee Rascal, Richard Branson e Sam Branson - protagonisti di un documentario intitolatoBreaking the Taboo, che ha debuttato su You Tube il 7 dicembre - ex Presidenti degli Stati Uniti come Jimmy Carter e Bill Clinton.
Si aggiungono a coloro che un anno fa apposero la loro firma al rapporto del “Global Commission on Drug Policy”, redatto a cura delle Nazioni Unite, che diceva: “La Guerra alle droghe ha fallito, con conseguenze devastanti per gli individui e le società del mondo. Cinquant'anni dopo la Convenzione sulle droghe, promossa dalle Nazioni Unite e quarant'anni dopo il lancio, da parte del Presidente degli Stati Uniti Nixon della guerra alla droga, sono necessarie ed urgenti fondamentali riforme nei Paesi e a livello globale in termini di controllo di polizia sulle droghe”. Tra gli altri: scrittori famosi (Carlos Fuentes e il Premio Nobel Mario Vargas Llosa); ex Capi di Stato (César Gaviria, Colombia, Ernesto Zedillo, Messico, Fernando Henrique Cardoso, Brasile, Ruth Dreifuss, Svizzera); l'ex Primo Ministro della Grecia, George Papandreou; l'ex Segretario di Stato Usa, George P. Shultz; l'ex Commissario dell'Unione Europea, Javier Solana; Paul Volcker, ex presidente della United States Federal Reserve; John Whitehead, banchiere e presidente della World Trade Center Memorial Foundation; Kofi Annan, già Segretario Generale delle Nazioni Unite.

Questo cambiamento di rotta dell'establishment mondiale sta incidendo sulle opinioni pubbliche e sui Governi, specie quelli dell'America meridionale e centrale, in particolare il Messico, e la strategia antiproibizionista - che ha sostenitori e finanziatori importanti, come George Soros, fin dal 1996 uno dei primi sponsor per la legalizzazione della marijuana a scopo terapeutico - punta, per iniziare, sulle droghe cosiddette leggere ed ha preso nuovo vigore dall'esito dei referendum in Colorado e a Washington. Si sono svolti in contemporanea alle elezioni presidenziali e hanno visto trionfare i promotori dell'”emendamento 64”: la maggioranza dei voti si è espressa a favore della legalizzazione della cannabis per usi ricreativi. Risultato? Tra un anno, quando la Corte Suprema completerà l'iter previsto, il consumatore di marijuana ne potrà acquistare fino a 28,5 grammi, contro i 5 grammi che si possono acquistare in Olanda. Alla malavita organizzata si sostituiranno lo Stato federale e il governo locale come percettori delle tasse prodotte dalla vendita: si stima che gli introiti saranno tra i 5 e i 22 milioni di dollari l'anno, solo in Colorado. Si arriverebbe al mezzo miliardo di dollari se la decisione si estendesse a tutti gli altri Stati. In tempi di crisi economica, non sarebbe denaro da buttare.

Resta il fatto che da uno studio del NIDA (National Institute on Drug Abuse), durato trent'anni, si rileva che l'uso di cannabis è in grado nel tempo di ridurre il quoziente intellettivo, la memorizzazione, l'attenzione, la motivazione e il coordinamento psicomotorio. “Come ricercatrice - ha affermato di recente Nora Volkow, direttore del NIDA - ritengo che favorire il consumo di marijuana negli adolescenti crei un notevole danno alla maturazione cerebrale”. Gli antiproibizionisti dovrebbero tentare di rispondere alle argomentazioni scientifiche, come quelle sostenute da Giovanni Serpelloni, capo del Dipartimento Politiche Antidroga del Governo italiano: “l'uso di droga (cocaina e cannabis) influisce direttamente sulla corteccia prefrontale, allontanando la capacità decisionale dell'individuo, anche rispetto alla stessa assunzione di droghe. La legalizzazione può aprire le porte alla diffusione dell'uso e dei danni neurocognitivi conseguenti”.

Un altro dato: l'ultima Relazione sullo stato delle tossicodipendenze in Italia, certifica che nel nostro Paese, dove vige la legge “Fini-Giovanardi”, il consumo di stupefacenti è in diminuzione: - 0,09% per l'eroina; - 0,14% per la cocaina; - 0,11% per gli stimolanti; 0,05% per gli allucinogeni; - 1,18% per la cannabis. Questi dati dimostrano che una legge proibizionista non fa aumentare il consumo di droghe. Anzi, lo fa diminuire. La posizione ideologica degli antiproibizionisti naturalmente non tiene conto di questi dati e conduce una battaglia per la quale dovrebbe essere lo Stato stesso - come avviene con il tabacco e con l'alcool - a vendere, lucrando, sostanze che nuocciono gravemente alla salute e in molti casi provocano la morte. Si inizierebbe con la cannabis, per poi passare a sostanze che sono attualmente sul mercato, come dimostra il Report 2012 dell'Osservatorio Europeo sulle Droghe e le Tossicodipendenze: gli stimolanti, ad esempio la metamfetamina o i catinoni, una droga sintetica che si sta diffondendo rapidamente e che può provocare sensazioni di aumento dei livelli di energia, euforia, desiderio di socializzare, agitazione, sensazione di distacco, vista sfocata, midriasi, bruxismo, aumento della frequenza cardiaca e degli impulsi sessuali, ansia, paranoia, agitazione, stati psicotici, ipertermia, tachiacardia o aritmie, convulsioni e a lungo andare impotenza.

È questa la società che vogliamo? Una società impotente? Disperata, nella sua ricerca di felicità artificiale? Si dice, lo dicono i guru alla Vasco Rossi, che chi è contro la legalizzazione delle droghe, “delira”. Si tratta di stabilire, invece, se abbia o meno ragione chi sostiene che tollerare l'uso delle droghe e legalizzarle equivalga a diminuire un fattore preventivo di grande importanza: la disapprovazione sociale, che incide nel ridurre l'uso tra gli adolescenti. Siamo pienamente nel campo del relativismo, che inquina il discernimento tra bene e male e contribuisce ad essere tiepidi ed accondiscendenti di fronte a coloro che urlano posizioni demagogiche e anti-umane, con la pretesa di convincere tutti della loro ragionevolezza.

mercoledì 24 ottobre 2012


Hollande tassa birra e Red Bull per finanziare aborto e stanze del buco - 24 ottobre 2012  -  http://www.tempi.it/ - Leone Grotti

La Francia è in crisi e deve trovare soldi. Non importa come, ogni mezzo è buono. E per questo il governo Hollande, dopo avere previsto una tassa speciale sulla birra che viene applicata ai locali in base alla quantità di alcol venduto, insistendo sugli effetti negativi dell’alcol, ha deciso di tassare gli energy drink, come la famosissima Red Bull, o le lattine griffate Burn e Monster.
GUADAGNO DA 15 MILIONI. La tassa proposta, per motivi di salute ovviamente, dal ministro della Sanità Marisol Touraine, non è di lieve entità e ammonterà a 50 centesimi al litro. In questo modo, il governo Hollande assicurerà alle casse francesi 15 milioni di euro all’anno, visto che ne vengono prodotti circa 30 milioni di litri. Le società agroalimentari hanno protestato, affermando che «una tassa sul comportamento apre la porta a tutte le derive».
ABORTO E CONTRACCEZIONE GRATIS. Ma la proposta verrà approvata all’interno di un progetto di legge il cui esame è cominciato ieri all’Assemblea nazionale. I soldi che derivano dalle tasse sull’alcol serviranno a finanziare il rimborso totale della contraccezione e dell’aborto per le minorenni a partire dai 15 anni.
VIA LIBERA PER LE STANZE DEL BUCO. Il ministro ha anche proposto di cominciare la sperimentazione delle stanze del buco, locali statali dove i drogati possano recarsi con le siringhe e iniettarsi le sostanze stupefacenti. Parigi si è candidata per cominciare la sperimentazione. Ma tanti in Italia, come la comunità Pars, che recupera i tossicodipendenti, fanno notare che le stanze del buco servono solo a «creare dei cimiteri ambulanti». Per la comunità di recupero di Pesaro di tossicodipendenti “L’Imprevisto”, «le stanze del buco non servono a niente perché il problema è educativo. Si cerca solo di rendere bello il male, rinunciando a risolvere il problema». Persino l’Onu sostiene che «questo servizio non protegge la salute dei tossicodipendenti. Se il medico è presente, si trova a supervisionare (ed essere responsabile per) l’assunzione di una sostanza ignota, fornita da uno spacciatore. Le città che le hanno sperimentate mostrano che nella zona presso le narcosale la droga viene trafficata, senza ridurre l’accesso alla stessa».