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martedì 15 gennaio 2013


Prima di parlare di fecondazione in vitro, controllate l’orologio biologico - 14 gennaio 2013 - http://www.prolifenews.it/

fecondazione in vitro_sterilità_Fiv

Qualcosa non torna nel tifo dei mass media per ogni novità legislativa che va nel senso di ampliare l’accesso alla fecondazione in vitro. Lo abbiamo visto negli ultimi giorni, tanto che sembra che ogni passo per abbattere i limiti della legge 40 sia una vittoria di chi combatte per avere un figlio.

Forse. Ma forse si dimentica che adire alla Fiv risolve solo la punta dell’iceberg: la sterilità si vince con la prevenzione. Capito che la prevenzione è il 90 per cento delle cose da fare (e che non si fanno), e che la Fiv è forse una cura ma non è prevenzione, si intuisce che il suddetto tifo finisce solo col distrarre dal nucleo del problema. La prima prevenzione è fare i figli nell’epoca della vita più propizia, ma la società sposta quest’evento a un’epoca “impossibile”, con la conseguenza che i figli non arrivano più. Problema risolto con la Fiv? Mica tanto. Cade a proposito l’ultimo numero della rivista Family Physician, organo del Royal Australian College of General Practitioners.

Spiega che le donne ignorano i rischi di rimandare la gravidanza nel tempo e hanno un eccessivo ottimismo nell’efficacia della fecondazione in vitro. Aspettare troppo è in sé un rischio per restare sterili. I follicoli ovarici si alterano rapidamente dopo i 38 anni, e le possibilità di impianto dell’embrione sono comunque basse: il 35-40 per cento se la donna ha meno di 35 anni e il 15 per cento al di sopra di quella età. Anche il canadese Journal of Obstetrics and Gynecology ha formulato delle raccomandazioni e la rivista Human Reproduction, in uno studio su un gruppo di studenti americani e israeliani, ha mostrato il basso livello di informazione sui limiti dell’età feconda. Oggi l’età media al momento del primo concepimento è 30 anni, ma anche con la Fiv le possibilità di concepire calano dell’11 per cento per ogni anno che passa. Si dovrebbe fare una seria prevenzione della sterilità. Si potrebbe ricorrere a politiche sociali per le famiglie giovani, o a politiche ambientali contro l’eccesso di sostanze inquinanti che generano sterilità; ma non se ne fa nulla. Forse è impopolare perché fa intravedere alternative alla gravidanza medicalizzata, ormai divenuta un mito. O forse costa troppo in termini di riforme e di interventi ecologici.

Così si lascia un’unica opzione: far figli a trent’anni o affidarsi alla medicina, senza domandarsi perché la sterilità è in crescita e quanti pesticidi, solventi, plastiche, smog che assorbiamo siano delle granate lanciate contro la nostra fertilità cui nessuno mette un serio argine. Qualcuno obietterà che è antidemocratico invogliare a far figli da giovani, perché magari priva le donne di carriera e istruzione, ma obbligo dei governi è proprio quello di armonizzare istruzione e carriera con i tempi biologici. Il pensiero imperante del figlio “quando lo decido io” sembra essere un indice di grande libertà di scelta, ma cozza con l’orologio biologico delle ovaie.

Aiutate le donne a diventare mamme, date loro supporti economici, cancellate le penalizzazioni alla carriera e poi riparliamo di Fiv. E’ paradossale aprire alla fecondazione in vitro e non far nulla in quanto a prevenzione della sterilità. E’ uno sbilanciamento che non sconfigge la sterilità dilagante, ma che porta la gente a protestare richiedendo la soluzione solo della conseguenza e non della causa, cioè a sbagliare bersaglio. Facciamo una seria prevenzione: la salute riproduttiva se ne gioverà, e le tecniche medicalmente assistite ne usciranno ridimensionate.

di Carlo Bellieni

Curare l’infertilità con la Naprotecnologia: testimonianze - http://www.uccronline.it/
14 gennaio, 2013
Famiglia

In un articolo, apparso su questo sito il 16 dicembre 2012  ho presentato la Naprotecnologia: un metodo naturale (nato negli Stati Uniti ad opera del prof. Thomas Hilgers e molto diffuso in Irlanda e Polonia) per combattere l’infertilità e permettere alle coppie di avere un bambino attraverso un trattamento che rispetta la dignità, e aiuta senza creare dolori e frustrazioni.

L’impossibilità di avere dei figli può infatti generare nella donna dei profondi turbamenti che a loro volta incidono sulla serenità matrimoniale. Per riprendere alcuni concetti, la Naprotecnologia è un metodo che osserva in modo attento e rigoroso i biomarcatori del ciclo mestruale (il muco cervicale e altre perdite); le osservazioni vengono riportate su una tabella (strutturata sulla base del modello Creighton) che servirà al medico naprotecnologo per diagnosticare le cause e indicare le cure specifiche per quel determinato caso. Quello su cui ora vorrei soffermarmi è l’importanza della Naprotecnologia non solo per risolvere i problemi di infertilità, ma per monitorare la salute della donna in generale. Il corretto andamento del ciclo è alla base del buon funzionamento di tutto l’organismo; l’individuazione di anomalie previene e individua disturbi di varia natura.

Grazie a questo metodo la donna apprende e comprende le dinamiche che avvengono dentro di lei: svolge un ruolo attivo. Cosa significa svolgere un ruolo attivo? Significa che la donna impara a leggere i biomarcatori del proprio ciclo. La paziente nella prima fase del trattamento è seguita da un istruttore che le spiega in pratica cosa deve osservare, come deve compilare la tabella e cosa significano le caratteristiche del muco cervicale delle altre perdite: ad esempio il colore, la densità, la quantità. Questo le permette di essere consapevole dei mutamenti del proprio ciclo, di identificare alcune anomalie e di aiutare il medico nella cura da seguire. Insisto su questo punto perché penso che forse sia sottovalutata la rilevanza anche psicologica di sapere cosa accade nel proprio corpo. Inoltre, a mio avviso, la donna in quanto parte “attiva”, non si sente abbandonata, affronta il percorso e le difficoltà con maggiore fiducia e serenità.

Infine, ma fondamentale, la Naprotecnologia, una volta individuata la causa della infertilità fornisce una cura definitiva al problema. La fecondazione in vitro, invece, non risolve gli impedimenti e  la donna  per ogni gravidanza dovrà ricorrere al trattamento con tutte le sue  incertezze e eventuali gravi conseguenze di questo tipo di fecondazione. La Naprotecnologia non è un semplice metodo naturale, ma si basa su studi approfonditi servendosi di ricerche, metodologie e tecniche avanzate per fornire soluzioni mirate e personalizzate per ogni singolo caso, per ogni problematica. Ho sempre parlato di donna perché è la prima diretta interessata, ma in realtà è un trattamento che aiuta la coppia, e chiede la partecipazione dell’uomo come della donna, rispettandone l’integrità sessuale. La coppia rispetto ad altre soluzioni, non si sente mai manipolata come un oggetto, e non avrà rimorsi per aver fatto scelte contrarie al proprio senso morale.

Le testimonianze che seguono sono le parole e i sentimenti di chi ha scelto questo metodo, ha imparato a conoscersi e a curarsi in modo mirato nel rispetto dei più alti valori etici: la dignità e il rispetto della vita.

L’importanza del conoscersi e capirsi.
“Durante le cure non soffrivo di depressione, non piangevo, osservavo il ciclo e comprendevo i cambiamenti che avvenivano nel mio corpo. (…) La naprotecnologia è un approccio che rispetta la natura, ed è stimolante; si impara ad ascoltare il funzionamento del proprio corpo, si interpretano i cambiamenti, il marito conosce la moglie e la moglie il marito” Eugene e Anna McCabe (Irlanda)

“Dopo aver incontrato un istruttore del modello Creighton, ci siamo informati sulla tecnica leggendo un manuale, quindi abbiamo imparato come compilare le tabelle e abbiamo visto anche un filmato sull’importanza dell’equilibrio ormonale durante il ciclo mestruale. Siamo rimasti scioccati! Non avrei mai pensato di poter conoscere così il mio corpo, e in più, grazie alla tabella, di dedurre da sola a che punto mi trovo con il mio ciclo, in qualsiasi momento.” Mary e Robert (USA)

“Usare questo metodo significa imparare a capire se stessi e, come  nel mio caso, a capire che è stata la mancanza di un ormone a causare gli aborti spontanei.” Mary e Michael Phillman (Irlanda)

Un metodo mirato, non un semplice metodo naturale
“Siamo in parte d’accordo con molti detrattori che sostengono che questo metodo in fondo si basa su procedure standard seguite anche dalle normali cliniche in cui si cerca di aumentare la fertilità coniugale, ma il fatto di seguire ‘tante’ procedure standard non vuol dire curare ‘soltanto’ con i metodi standardizzati. Sì, sono gli stessi esami, ma, grazie allo studio e alla identificazione delle fasi del ciclo, tutto è più mirato ed eseguito nel momento opportuno del ciclo di ogni paziente. Le stesse cure, ma adeguate alle necessità individuali della persona, quindi applicate un po’ prima un po’ dopo rispetto allo standard, cambiano il risultato.” Joanna e Zbigniew (Polonia)

“La naprotecnologia si basa su scoperte mediche innovative. E’ stata elaborata negli Stati Uniti da un gruppo di specialisti sotto la guida del dottor Thomas Hilgers. Questo metodo permette, nella grande maggioranza dei casi, di trovare le cause dell’infertilità e ,nel corso di una cura personalizzata, di eliminarle per rendere possibile il concepimento naturale.” Ewa A. Tomiak ( Germania)

“L’incontro con la naprotecnologia ci ha stupito molto per l’approccio personale riservato ad ogni coppia di pazienti, per la diagnosi mirata e per la piena corrispondenza con l’organismo della donna. (…) La naprotecnologia rispetta il ritmo naturale del ciclo di ogni donna, cerca di potenziare i meccanismi che funzionano e di correggere invece tutto ciò che ostacola le capacità riproduttive.” Anna e Marek (Polonia)

La salvaguardia dei valori umani
“Durante gli esperimenti in vitro ricordo di essermi trovata sul lettino del ginecologo, sballotta a destra e sinistra, assente dal mio corpo. Mi trovavo ripugnante. Durante l’ennesima seduta sentivo l’invidia verso il più minuscolo insetto esistente. Non vedevo l’ora che finisse tutto per correre via, tornare a casa come un manichino, affrontando sempre un lungo viaggio in treno…”. Katarzyna (Polonia)

“E’ difficile descrivere la questione a parole, ma la particolare cura dell’intimità coniugale e la continua attenzione a non far sentire mai i pazienti come degli oggetti, è parte integrante del modo di lavorare della naprotecnologia; per questo motivo si tratta di un metodo così diverso dagli altri.” Ilona e Jakub (Polonia)

Qui  un video con testimonianze di medici e pazienti


Erica De Ponti 
Ufficio stampa Mimep-Docete

Per maggiori informazioni:
dr.ssa Raffaella Pingitore: info@raffaellapingitore.ch – tel.: +4191.923.38.18
dr. Michele Barbato: info@serenita.org – tel.: 039.60.81.590 – cell.: 342.138.23.79
Libro + DVD: Infertilità non è detta l’ultima parola (Mimep-Docete 2012)



mercoledì 28 novembre 2012

L'Osservatore Romano - I singolari modi in cui i Media parlano della fecondazione in vitro e della sterilità in aumento di Carlo Bellieni


I singolari modi in cui i media parlano della fecondazione in vitro e della sterilità in aumento

Dove pende la bilancia

A fronte dell'acceso dibattito scientifico sulle tecniche riproduttive, i media tacciono. Prendiamo ad esempio l’editoriale dell’ultimo numero del «Journal of Reproduction and Infertility», scritto dal suo Editor in Chief: Come comportarsi con i limiti dei nuovi trattamenti per l’infertilità e le nuove tecnologie?. Nell’articolo si parla dei limiti di 

qualità di certe tecniche, della rapida crescita della «industria della Fiv», si lamenta il lievitare dei costi, delle pubblicità, così come si spiega bene uno dei limiti tecnici principali: il fatto che negli ultimi trent’anni il successo dei tentativi sia rimasto al cinquanta per cento. È una voce del dibattito sui limiti tecnici e “sociali” della Fiv, che non trova eco nel panorama mediatico che invece tende a descrivere solo rose e fiori delle tecniche fecondative. La rivista citata non è certo contraria all’uso della Fiv, e anche per questo è importante riportarne il dibattito. Sono molti i dati di cui non si parla. Uno studio australiano e inglese («Obstetrics and Gynecology», ottobre 2012) riferisce ad esempio che, nonostante una diminuzione negli ultimi anni, nei bambini «la prevalenza di anomalie alla nascita da Fiv resta maggiore che nella popolazione generale», cioè l’8,7 per cento contro il 5,4 per cento, in accordo con recenti analisi sistematiche pubblicate su altre riviste scientifiche. Ma che scelte consapevoli faranno le coppie se i dati recenti non sono alla portata di tutti e vengono lasciati alla buona volontà del medico che ovviamente, però, li può illustrare solo a chi in pratica ha già deciso?
Assenza di dibattito circostanziato sulla Fiv, ma anche silenzio sulla prevenzione della sterilità, che a leggere tanti giornali sembra avere solo una risposta: la fecondazione in laboratorio. Si tratta invece di un problema in tanti casi prevenibile per altre vie, come riportato da numerose pubblicazioni e congressi scientifici, che puntano il dito, ad esempio, contro l’inquinamento ambientale. Ma se mettiamo sul piatto di una bilancia quanto la società fa per divulgare la fecondazione in vitro e sull’altro quanto fa per far conoscere come prevenire la sterilità, la bilancia si inclinerebbe senza dubbio sul primo piatto. Troppo facile. La sterilità è in crescita: è un’emergenza sociale, ambientale, psicologica e medica. In pubblico, invece, si tratta solo l'aspetto legato alle tecnologie mediche: non è un modo realista di risolvere un problema. Il dibattito scientifico anche in questo campo è in corso: perché non se ne parla?
  Carlo Bellieni
28 novembre 2012

venerdì 11 maggio 2012


Fecondazione e DNA - E’ VIta (Avvenire) 10 maggio 2012, Carlo Bellieni

Sarà un caso, ma mentre all’estero ne parlano tutti, in Italia sembra che il problema non debba esistere. Ma i dati ormai parlano chiaro: in media i bambini nati da fecondazione in vitro (Fiv) hanno più rischi di malformazioni e anomalie congenite della popolazione generale. Già questo dato era stato mostrato da tanti studi, analizzati nel luglio 2007, dalla rivista Lancet che concludeva che i bambini Fiv hanno un 30% di rischio in più di altri di nascere con anomalie fisiche di vario tipo. Ora uno studio pubblicato nel New England Journal of Medicine mostra che il tasso di malformazioni nei bambini nati da Fiv è dell’8,3%, di cui quelli nati con la tecnica Icsi è del 9,8%, mentre nella popolazione generale è del 5,6%. Inoltre, per la Icsi il rischio sembra legato più alla tecnica che ad altri fattori predisponenti. Lo studio riguarda 300mila nascite ed è stato eseguito in Australia. Anche uno studio dall’altra parte del mondo, fatto da studiosi iraniani, mostrerebbe che nei nati da fecondazione in vitro c’è circa più del doppio di malformazioni rispetto alla popolazione generale: il 7% rispetto al 2-3%.


Sono dati che necessitano di una precisazione: più del 90% del nati da Fiv non ha malformazioni e anche di quelli con malformazioni la maggior parte non ha un impatto sulla salute; lo sottolineiamo perché non vogliamo dare queste informazioni per spaventare (i dati ognuno li interpreti come vuole), ma per sottolineare una domanda di metodo: è bene mettere in commercio una tecnica che ha questi rischi? Ed è bene che i genitori accettino il rischio stesso, come se le conseguenze eventuali le portassero loro e non in primo luogo il figlio? Se questo livello di insuccessi fosse stato mostrato scientificamente per interventi medici meno osannati dai mass-media e dalla politica, certo si sarebbe preteso un livello di cautela e di precauzione massimo con azzeramento dei rischi: tanta fretta invece ci pone vari interrogativi.

L a raccomandazione a non esagerare con l’ingresso della medicina nelle profondità della vita non è solo un consiglio morale perché la vita non è nostra; dipende anche dal fatto che queste profondità come scatole cinesi: una ne porta un’altra in sé, in un cammino senza fine. Chi conosce in fondo il Dna? Forse qualcuno pensa di aver capito davvero come funziona dopo averlo mappato? E non pensiamo che al problema grave della sterilità si debba rispondere con più prevenzione – che invece latita – e non solo con le tecniche di laboratorio? La manipolazione dell’embrione sembra essere davvero un rischio per la sua salute. Già ecologisti come Enzo Tiezzi avevano messo in guardia sull’ingresso tecnico nel Dna, il motore della cellula e dunque dello sviluppo umano. Ormai sappiamo che l’ambiente non lascia indifferente il Dna, ma addirittura la luce o le variazioni in concentrazioni di ossigeno o del terreno di coltura possono alterare il modo in cui il Dna «parla». Si chiama epigenetica ed è una nuova branca della biologia, e inizia a spiegarci certi rischi che riscontriamo.

lunedì 27 febbraio 2012


Staminali isolate in ovaie, cambia 'orologio' fertilita' - Creati ovociti; speranze contro sterilita'e per ritardo menopausa, 27 febbraio, http://www.ansa.it

Staminali isolate in ovaie, cambia 'orologio' fertilita'
La fertilita' femminile potrebbe non avere quell'inesorabile 'data di scadenza' rappresentata dalla menopausa: la donna possiede infatti una fonte potenzialmente infinita di fertilita', rappresentata da cellule staminali ovariche isolate per la prima volta nelle ovaie di donne adulte.

Con queste staminali sono state prodotte cellule uovo (ovociti).

Le staminali umane sono state isolate in tessuto ovarico di giovani donne grazie a una ricerca condotta da Jonathan Tilly del Massachusetts General Hospital di Boston e pubblicata sulla rivista Nature Medicine.

Analoghe cellule erano state isolate finora nei topi femmina ma non nelle donne. Aver trovato tali cellule anche nella donna e' la prova definitiva che anche in eta' adulta esiste una fonte cellulare da cui produrre ovociti. Quindi, potenzialmente, isolando le staminali ovariche e conservandole in banche cellulari, ogni donna potrebbe, anche dopo la menopausa, dare alla luce un bimbo. Inoltre in queste staminali potrebbe nascondersi la soluzione a tanti casi di sterilita'.

Secondo l'ipotesi classica riguardo alla riproduzione femminile, la donna nasce con un numero finito di ovociti che poi nel corso della sua vita riproduttiva sono consumati fino a esaurimento, cosa che determina il sopraggiungere della menopausa. L'aver isolato le staminali ovariche da ovaie di donna e aver prodotto ovociti a partire da esse, smonta questa teoria della ''data di scadenza'' della fertilita' femminile.

Le prime staminali ovariche furono isolate in topi alimentando un acceso dibattito sulla possibilita' che la menopausa sia aggirabile. Nel 2009 Ji Wu, dell'universita' di Shanghai Jiao Tong, aveva dimostrato in una ricerca apparsa su Nature Cell Biology che le staminali ovariche di topi possono produrre ovociti fecondabili. Questi ovociti, trapiantati nelle ovaie di topi femmine sterili, hanno permesso loro di riprodursi. Ma nella donna mancava ancora la prova dell'esistenza di simili staminali.

Till ha raffinato la tecnica di isolamento delle staminali ovariche gia' usata sui topi in precedenti lavori, e attraverso essa e' riuscito a isolare le staminali sia in ovaie di topi sia da tessuto ovarico corticale di donne giovani. Dopo di che ha testato l'utilita' di queste cellule iniettandole in tessuto ovarico di donna poi trapiantato sotto cute in topi. Le staminali ovariche umane, opportunamente 'taggate' con un colorante verde fluorescente per riconoscerle, hanno prodotto ovociti.

Chiaramente per motivi etici e legali Till non ha potuto testare gli ovociti umani per vedere se sono fecondabili, come fatto invece con successo con quelli di topo, dai quali sono stati appunto ottenuti embrioni.

Ma gia' solo il fatto che da queste staminali di donna si possono produrre ovociti e' la prova di principio del loro valore. La prospettiva e' che un giorno le staminali di donne siano conservate in biobanche per poi essere scongelate in caso di bisogno per produrre ovociti da usare nella fecondazione in vitro o in altri trattamenti anti-sterilita'.

mercoledì 16 novembre 2011


Avvenire.it, Cronaca - 15 novembre 2011 - MINISTERO SALUTE - Procreazione assistita, le linee guida confermano i vincoli della legge

Nessun "golpe" nel presentare le nuove linee guida della legge 40, ma solo un "polverone strumentale". Così il sottosegretario alla Salute Eugenia Roccella, dopo le polemiche legate al presunto inserimento nelle ultime linee guida del divieto di accedere alla fecondazione assistita per le coppie con malattie genetiche, divieto che invece è contenuto già nella legge 40, che risale al 2004. Le linee guida, ricorda Roccella, sono state inoltrate al Consiglio Superiore di Sanità "come prevede la legge", ed è un testo "sul quale abbiamo lavorato, in assoluta trasparenza, da almeno due anni. La parte più innovativa, e cioè l'applicazione alla PMA delle direttive europee 23/2004 e collegate, è stata messa a punto da un osservatorio a cui partecipavano Ministero, Regioni, Istituto Superiore di Sanità, Società Scientifiche ed operatori del settore, ed è stata successivamente condivisa con le regioni, che le hanno approvate all'unanimità sempre, a tutti i livelli. La richiesta al CSS è stata fatta nel pieno delle funzioni dell'attuale governo, al contrario di quanto avvenne per il decreto con cui il Ministro Livia Turco licenziò le linee guida nel 2008, firmato addirittura a camere sciolte". Entrando nel merito, Roccella ricorda che "le linee guida possono fornire solo indicazioni per l'applicazione della legge; non possono quindi vietare né consentire più di quanto sia già previsto dalla legge vigente. La legge 40, all'art. 4, afferma che l'accesso alla PMA è "circoscritto ai casi di sterilità o di infertilità": le coppie portatrici di malattie genetiche possono ricorrere alla PMA solo nel caso siano infertili. Per quanto riguarda la diagnosi preimpianto, la legge prevede, per la parte sulle misure a tutela dell'embrione (art. 13), in particolare: "La ricerca clinica e sperimentale su ciascun embrione umano è consentita a condizione che si perseguano finalità esclusivamente terapeutiche e diagnostiche ad essa collegate volte alla tutela della salute e allo sviluppo dell'embrione stesso, e qualora non siano disponibili metodologie alternative", e vieta "ogni forma di selezione a scopo eugenetico degli embrioni". Nelle linee guida abbiamo riportato esclusivamente alcuni passaggi del testo di legge". Ci sono state, è vero, sentenze di tribunale che hanno contraddetto questa impostazione, ma "sentenze di tribunali civili o amministrativi valgono solamente per i singoli casi esaminati e, notoriamente, non possono cambiare un testo di legge". Mentre "per quanto riguarda la volontà di schedare i pazienti, si tratta di un'accusa insensata, ingiustificata ed irresponsabile, che dimostra tutta la sua strumentalità". "Rispedisco quindi al mittente - conclude Roccella - le volgari accuse di sfacciataggine e arroganza (evidentemente rivoltemi per aver applicato la legge), ed aggiungo quelle di disinformazione e malafede".


© riproduzione riservata

mercoledì 21 settembre 2011


LEGGE 40/ L’esperto: così la nostra Costituzione ci salva dall’Europa - INT. Alberto Gambino, il sussidiario.it, mercoledì 21 settembre 2011

«Il ricorso alla Corte europea dei diritti umani contro la legge 40 è un tentativo di stravolgere la Costituzione italiana, che pone la persona come il bene fondamentale dell’ordinamento giuridico. Ritenere di potersi appellare al diritto alla “vita privata e familiare” per sopprimere degli embrioni, significa voler introdurre un principio che esiste nei Paesi anglosassoni, ma che è del tutto estraneo al diritto italiano». Lo afferma Alberto Gambino, professore di diritto all’Università Europea di Roma, a proposito del caso di una coppia italiana, Rosetta Costa e Walter Pavan, portatrice sana di fibrosi cistica. I due hanno deciso di opporsi al punto della legge 40 in cui si vieta la diagnosi preimpianto, ovvero la pratica collegata alla fecondazione assistita che consiste nell’analizzare l’embrione per capire se è sano o malato prima di impiantarlo nell’utero.

Professor Gambino, ritiene fondato il ricorso contro la legge 40?

La legge 40 è stata introdotta nel nostro ordinamento per offrire una soluzione ai problemi di sterilità o di infertilità attraverso alcune tecniche di fecondazione assistita che non siano così invasive da menomare l’embrione. La stessa legge pone quindi come principio fondamentale la salvaguardia della salute dell’embrione. Proprio perché l’embrione, essendo creato in vitro al di fuori dell’utero materno, è fragile e facilmente vulnerabile. C’è poi stato un regolamento attuativo, le cosiddette linee guida della legge 40, che con riferimento ai casi di malattie geneticamente trasmissibili come Aids ed epatite B hanno operato una prima interpretazione. Secondo queste linee guida non si sarebbe sterili o infertili solo per motivi biologici, ma anche quando l’eventuale concepimento porti ad avere delle situazioni di malattia dell’embrione. Le linee guida hanno quindi offerto anche a queste coppie la possibilità di ricorrere alla fecondazione artificiale. Ora il passaggio ulteriore, chiesto con il ricorso, è di estendere le linee guida anche alla fibrosi cistica.

Ma le coppie affette da Aids possono accedere alla diagnosi preimpianto o ad altre tecniche?

Le linee guida hanno consentito ai portatori di virus Hiv di accedere al cosiddetto “lavaggio dei gameti”. Quindi gli stessi gameti, per via artificiale, possono essere avvicinati l’uno all’altro portando alla procreazione. Una volta però che l’embrione si è formato, è seguita alla lettera la legge 40 preservandone l’integrità. La coppia che ha fatto ricorso invece chiede qualcosa di diverso. Siccome la fibrosi cistica si scopre soltanto dopo la fecondazione, e non prima, si vorrebbe verificare attraverso la diagnosi preimpianto quali sono gli embrioni sani e quali invece sono affetti dalle patologie, come la fibrosi cistica, operando quindi una selezione per impiantare i primi e scartare i secondi.

E perché questo è vietato dalla legge 40?
Perché tra i suoi obiettivi c’è quello di opporsi alla selezione eugenetica e impedire che possa essere lesa l’integrità dell’embrione. Cosa che invece avviene inevitabilmente con la diagnosi preimpianto, perché sono formati più embrioni, si selezionano quelli sani, si scartano quelli affetti da patologie e si impiantano soltanto gli altri. E quindi gli embrioni affetti da patologie sono distrutti. E’ una situazione diversa rispetto a quella della sindrome da Hiv, nella quale sono puliti i gameti quando ancora non esiste una vita umana, ma soltanto delle cellule sessuali, maschili o femminili. Proprio per questo, ritengo che la Corte di Strasburgo non potrà esprimersi in modo positivo sul ricorso.

La coppia italiana però si è appellata al suo diritto al rispetto della vita privata e familiare. Che cosa significa?

Il concetto di diritto alla vita privata e familiare è tipicamente nordamericano e anglosassone. Ed è legato a quelle normative che vedono nell’individuo il punto di riferimento dell’ordinamento giuridico. Al contrario dell’ordinamento italiano, dove la pietra angolare è la tutela della persona umana intesa come bene giuridico in sé. Mentre nei Paesi nordamericani è l’individuo, cioè le sue scelte finalizzate alla propria realizzazione, che deve essere rispettato, e la realizzazione dell’individuo è il punto di riferimento dell’ordinamento. Questo significa che se per realizzare la vita individuale e familiare è necessario eliminare un altro soggetto, questa possibilità non è esclusa dalla giurisprudenza. Proprio come nella diagnosi preimpianto, nella quale inevitabilmente si eliminano altri embrioni, che hanno comunque una loro soggettività giuridica e sono vite umane.

In virtù di quali valori si può accettare di sacrificare una vita umana?
In nome di questo valore superiore della privatezza e del rispetto della vita individuale e familiare, che secondo una certa mentalità non si realizzerebbe se non si avesse un figlio. In Italia invece il principio è esattamente il contrario: è il figlio che deve avere tutti i diritti primari, e che quindi deve inserirsi dove possibile in contesti armonici, basti pensare al caso dell’adozione. E comunque la vita nascente non può certo diventare strumento al fine di assecondare un bisogno o un desiderio, perché in questo caso si ribalterebbe il nostro ordinamento costituzionale, che non prevede che le vite umane siano strumentali ai bisogni di altri soggetti.

Ma quindi perché fare ricorso alla Corte europea?

Per rovesciare un principio democratico della nostra Costituzione, arrivando a dire: “Pur di realizzarsi, la coppia può sopprimere altre vite umane come quelle degli embrioni, che saranno selezionate attraverso la diagnosi preimpianto e scartati qualora risultino malati”.

Quale punto della Costituzione afferma invece il contrario?

L’articolo 2 della Costituzione, quando si dice che “la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo”. Questo significa che prima della legge, prima dello Stato, vengono i diritti inviolabili dell’essere umano, che quindi sono diritti intangibili. Laddove invece si ritenesse che alcuni soggetti, poiché sostanzialmente quasi invisibili come gli embrioni, non hanno questa inviolabilità, significa che la legge viene prima della persone. Cioè l’esatto contrario della nostra Costituzione.

Ma è legittimo rivolgersi alla Corte europea, come ha fatto la coppia, senza prima passare dai tribunali italiani?

Il ricorso presenta anche questo problema. Secondo la normativa europea infatti prima occorre fare ricorso di fronte al giudice naturale e solo nel caso in cui siano negate le ragioni dei ricorrenti, in seconda istanza ci si può rivolgere alla Corte europea dei diritti dell’uomo.

(Pietro Vernizzi)

© Riproduzione riservata.

mercoledì 29 giugno 2011

Il dramma della sterilità crescente e della falsa soluzione, la PMA Di Francesco Agnoli - 28/06/2011 - Fecondazione artificiale - http://www.libertaepersona.org

C’è oggi un grande dramma, purtroppo ben poco compreso, in Occidente: un numero sempre maggiore di persone soffrono di infertilità e di sterilità e sono così private della gioia di poter concepire dei figli. Cosa è cambiato, rispetto al passato?

Geneticamente, diciamo così, nulla. La novità sta nel fatto che ad una quota per così dire “naturale” di persone sterili si aggiungono tantissimi casi di infertilità procurata da comportamenti ed abitudini scorretti, propri del nostro tempo. L’incremento dell’infertilità oggi riscontrabile può infatti essere riconducibile a vari fattori, quali: l’abitudine di spostare sempre più avanti l’età del matrimonio e del primo figlio (dimenticando che la capacità di concepire diminuisce fortemente nella donna dopo una certa età); l’uso massiccio di anticoncezionali, che abituano il fisico delle donne a rifiutare la vita, per molti anni, rendendo quindi più difficile ottenere il figlio, quando desiderato; lo stress psichico e fisico cui la donna è sottoposta nella vita odierna; aborti procurati precedenti; infezioni sessuali, in aumento soprattutto a causa dei rapporti sempre più precoci tra giovani; stress e stili di vita disordinati; abuso di alcol e fumo, da parte soprattutto degli uomini ecc…

Le risposte a questo dramma sociale possono essere sostanzialmente due.

La prima, la più ovvia, consiste nel prevenire, per quanto possibile, una certa quota di infertilità, adottando comportamenti più etici e ricorrendo anche all’uso dei metodi naturali, che, tra le altre cose, permettono alla donna una miglior conoscenza del proprio corpo, delle sue leggi e della sua armonia, risultando molto efficaci, più delle tecniche artificiali, anche per chi desideri ottenere una gravidanza e riscontri delle difficoltà.

Si potrebbe poi sviluppare una maggior ricerca medica sulle modalità per rimuovere eventuali cause ostanti al concepimento, in modo da permettere in vari casi un concepimento naturale. Ma queste due strade sono poche seguite, sia perché imporrebbero regole morali, sia perché non muovono alcun business.

La seconda risposta è quella che purtroppo sta prendendo sempre più piede, a partire dalla fine degli anni Settanta, ed è il ricorso alla cosiddetta fecondazione in vitro (FIV), o PMA (procreazione medicalmente assistita), o, ancora meglio, fecondazione extracorpoera. Questo tipo di procedimento comporta però numerose problematiche.

Anzitutto di ordine morale: infatti nella PMA la procreazione viene disgiunta dall’atto unitivo, che ne è la naturale premessa e causa. In secondo luogo la PMA apre le porte ad una quantità incredibile di aberrazioni, che hanno conseguenze sulla coppia, sulla donna e sugli eventuali figli.

Anzitutto la donna.

Procedimento preliminare alla PMA è l’iperstimolazione ovarica, che comporta un bombardamento ormonale per permettere alla donna di produrre non un ovulo, come avviene in natura, ma un numero molto alto di ovuli. Questa iperstimolazione può provocare emorragie, infarti, tumori, sterilità, persino, in qualche caso, la morte (si veda ad esempio il documentario americano “Eggsploitation” o "Le Scienze", Settembre 2004). Scrive il famoso esperto di PMA, il comunista Carlo Flamigni, che l'iperstimolazione ovarica può essere “pericolosa persino per la vita”: infatti "l'ovaio cresce in modo anomalo fino a raggiungere un volume pari a quello di un grosso melone. Successivamente, e soprattutto se l'iperstimolazione è grave, si forma un'ascite e compaiono raccolte di liquido nelle cavità pleuriche e nel pericardio. Il sangue si ispessisce e perde proteine e la funzionalità renale diminuisce pericolosamente. A causa di grossolane anomalie della coagulazione si possono determinare trombosi e tromboflebiti, talché esiste addirittura un rischio di vita nei casi più sfortunati" (“La procreazione assistita”, il Mulino, 2002)

Si tenga conto che l’esigenza di ovuli per la PMA, o anche per gli esperimenti di clonazione, comporta la nascita di un vero e proprio mercato, in cui migliaia di donne vengono “munte” dietro compenso economico, ma spesso ignare dei rischi che corrono.

In secondo luogo, dopo l’iperstimolazione, la donna viene sottoposta all’impianto di più embrioni: conosciamo tutti le storie di persone che sono rimaste incinte di 4, 5, 6, persino 8 figli. I parti multipli, come è intuibile, sono un grosso rischio tipico della PMA: un rischio, si badi bene, sia per la madre, che per i figli, soggetti, a causa delle loro particolare condizione, a morte, nascita prematura e deficit di vario tipo. Ai rischi per la donna si aggiungono quelli per la coppia: sovente le pratiche di PMA comportano, oltre a spese molto ingenti (Debora Spar, “Baby business”, Sperling & Kupfer, 2006), tempi lunghissimi, continue attese deluse, devastazione fisica e psicologica e quindi in non pochi casi portano alla rottura della coppia, incapace di uscire dal tunnel dell’aspettativa-attesa delusa e ancora aspettativa-attesa delusa (vedi Daniela Pazienza, "Io e la procreazione assistita", Armando, 2004; Manuela Ceccotti, "Procreazione medicalmente assistita", Armando, 2004).

 Infine il bambino: anzitutto occorre ricordare che per ogni “figlio in braccio”, così si è soliti indicare il figlio nato da PMA, vengono eliminati ben 9 o 10 embrioni umani, con un dispendio di vite umane incredibile. In secondo luogo si consideri che le percentuali di successo, cioè di “figli in braccio”, sono piuttosto basse: in molti casi gli embrioni non attecchiscono, in altri muoiono dopo poco tempo, mentre “la mortalità perinatale di questi bambini è elevata, raggiungendo il 20%, cifra che raddoppia o quasi quella calcolata per i bambini generati naturalmente” (Flamigni).

 In alcuni casi il numero dei figli risulta invece superiore alle aspettative e alle possibilità per la donna di portare avanti la gravidanza, per cui si deve intervenire uccidendo uno o più figli (riduzione embrionaria) dopo averli voluti ad ogni costo. Infine, la sorte dei bambini nati: molti di questi soffrono di malformazioni più o meno gravi, rilevabili talora già ad una anno di età, talora più avanti (Human Reproduction", novembre 2008).

Un recente studio dell’American Academy Pediatrics dimostra per esempio che i bambini concepiti da fecondazione in vitro avrebbero una maggior possibilità (1.42 contro 1) degli altri di avere un cancro (per maggiori informazioni visitare il sito del neonatologo Carlo Bellieni: carlobellieni.splinder.com/). È facile immaginare il perché di tali malformazioni: l’uso di sperma infertile, di ovuli portati a maturazione a forza tramite ormoni, l’assenza del dialogo madre-bambino che si instaura sin dal primo istante nel concepimento naturale in utero…

Ma non è finita: la possibilità di mettere le mani sulla vita nascente, quasi fosse solamente un qualcosa da manipolare liberamente, un grumo di cellule passibile di ogni sopruso, ha determinato negli anni sperimentazioni che possiamo ben definire “mengeliane”.

Ne citerò qualcuna tratta dalla cronaca:

“Barcellona, 6.600 euro per un embrione (e si può scegliere il colore degli occhi)”; Ryan Kramer: un sito per trovare i fratelli”, nati da un padre che aveva venduto vari campioni del suo seme a donne diverse” (Corriere, 7/4/2007); “Usa, nascere dopo tredici anni di freezer” (Avvenire, 14/7/2005); “Venduti a peso d’oro gli ovuli delle universitarie di Harvard” (Il Giornale, 26/11/2002); “Figli simili alle star, l’idea di una banca del seme” (Corriere, 15/10/2009); “La bambina con tre madri alla ricerca del padre biologico” (Corriere, 27/11/2008); “Primo bebè figlio di due madri” (Il Foglio, 11/3/2005); “Affari, cliniche, promesse di cure. Le rotte delle cellule embrionali” (Corriere, 20/5/2007); “Fecondazione per single e lesbiche” (Corriere, 3/6/2006); “Giappone, spermatozoi umani coltivati nei topi” (Corriere, 3/2/1999); “Bimbo da un embrione di 13 anni. Congelamento record a Barcellona” (Corriere, 5/11/2006); “Mamme-nonne e nasciture orfane” (il Giornale, 23/9/’98); “Inseminazione sbagliata, ho scelto l’aborto” (Corriere, 11/12/2009); “Record tra i bambini della provetta, nasce col seme congelato da 21 anni” (Repubblica, 25/5/2004); “Sperma artificiale, una legge divide Londra” (Repubblica, 10/3/2008); “2038, padri e madri anche a cent’anni” (Corriere, 18/7/2008); “Wendy, Linsday e gli altri 30 mila a caccia di fratellastri su internet” (Corriere, 23/11/2010); “Autistici i figli (4) della provetta 3.066” Corriere, 14/8/2006); “Vuoi un figlio quando ti pare? Congelati gli ovuli finchè sei in tempo” (Il Foglio, 14/1/2005); “Partorisce a 67 anni” (l’Adige, 17/1/2005); “Gemellini abbandonati (dopo Pma). Due su 5 sopravvivono” (Corriere, 7/10/2005); “Muore dopo la fecondazione assistita” (Corriere, 21/4/2004); “Il figlio di Osama prende in affitto un utero infedele” (Libero, 10/8/2010)… e si potrebbe continuare a lungo… da: Radici Cristiane, maggio 2011

domenica 10 ottobre 2010

LA FECONDAZIONE ETEROLOGA, UN'UTOPIA PSICHEDELICA - di Piero Vassallo dal sito http://riscossacristianaaggiornamentinews.blogspot.com/
La natura ha leggi inflessibili. Per diventare genitori occorre, ad esempio, che una qualunque coppia costituita da un maschio e da una femmina agisca in modo tale da unire il seme maschile con il seme femminile.
  L'artificio scientifico può sostituire l'accoppiamento secondo natura, ma non può far diventare genitore chi non ha combinato il proprio seme con il seme del partner.
  In altre e confortanti parole: la scienza, per quanti sforzi facciano gli scienziati, non è in grado di uscire dal solco tracciato dal senso comune.
  La cultura moderna, peraltro, si è dimostrata capace delle più ardite e vertiginose acrobazie, ma non ha mai potuto elevarsi all'altezza dove si dimostra scientificamente la verità della sentenza che attribuisce la fecondità agli sterili, ossia l'essere al non essere.
  La fecondità di una coppia (comunque assortita) non può far diventare fecondità la sterilità di un'altra coppia. La fecondazione eterologa pertanto è un'utopia.
   Assurda e più che assurda comica è l'attribuzione della paternità e della maternità a due soggetti che hanno delegato a due altri soggetti la funzione di conferire quei semi fecondi, che danno inizio alla vita di un nuovo soggetto umano.
  Infatti nessuno può avere più di due genitori. Anche i profani sanno che in ginecologia gli embrioni sono sempre e comunque figli di due soli genitori. Un tempo in ambienti reazionari si diceva perfino che i figli non si fanno in gruppo.
  La titolare dell'utero che ospita il figlio concepito da due genitori-donatori, pertanto, non è madre  ma vivente incubatrice. Incubatrice di un figlio e nutrice di un'illusione patetica.
  Nel migliore dei casi la sua è una gravidanza isterica premiata (o meglio illusa) dall'artificio di un ginecologo d'avanguardia.
   A ben vedere la madre eterologa è autrice di un'adozione attuata con  mezzi innaturali aggirando ma non superando le indeclinabili leggi della natura.

  Perché allora si ricorre alla procreazione eterologa? Perché si pretende che la legge riconosca il diritto all'illusione di diventare genitori di figli concepiti da altri?
  Alle coppie sterili la cultura realista offre un mezzo semplice e diretto per accedere alla paternità e alla maternità, l'adozione. Se non che gli aspiranti alla procreazione eterologa piuttosto che un figlio desiderano la soddisfazione dei loro sogni malsani.
  E' di qui che ha origine il problema che i giudici del tribunale fiorentino hanno rinviato alla corte costituzionale: dalla cultura mitologica, che solletica l'aspirazione impossibile, il desiderio onirico, e promuove la sua finta soddisfazione.
   Ora l'aspirazione alla paternità e alla maternità eterologa ha lontana origine e giustificazione dal progetto ultra rivoluzionario che intorno al Sessantotto era inteso al capovolgimento del principio di realtà.
   L'istigazione a immergersi nella torrida finzione, che rappresenta il superamento della realtà si legge, ad esempio, nell'accusa di fascismo che il guru sessantottino Herbert Marcuse rivolgeva contro il principio di identità e non contraddizione codificato da Aristotele; nell'escandescenza del pensiero selvaggio scatenata da Claude Levy-Strauss; nelle teorie di Theodor Adorno sulla musica eversiva e psichedelica; nelle teorie psichiatriche che nel delirio invece della malattia contemplavano la profezia sociale.
   Il risultato finale di queste istigazioni all'irrealismo e alla follia è l'esplosione del consumo di prodotti (ad esempio la cocaina e il viagra) che procurano al qualunque uomo l'illusione di possedere i poteri del superuomo ludico.
   Illusione in cui non è difficile intravedere il passaggio del pensiero rivoluzionario dalla scienza di Marx alla fantasticheria dionisiaca di Nietzsche.
  E' dunque difficile pensare che la corte costituzionale possa risolvere il problema posto dal desiderio dei fecondatori eterologi. La corte costituzionale, infatti, agisce nel solco di una concezione positivista del diritto, cioè in una condizione che impedisce di vedere che il problema ha origine da una cultura avvelenata dall'irrealismo.
  La corte costituzionale, in definitiva, non ha la facoltà di uscire dal teatrino della politica, dove misura del giusto e dell'ingiusto sono i numeri dell'opinione corrente.
  Opinione che oggi corre nelle acque maggioritarie delle discariche inquinate dalla presenza massiccia della cocaina.
  Il compito di rovesciare l'incubosa dittatura dell'irrealtà compete pertanto alla Chiesa cattolica, baluardo della ragione e tradizionale argine alla barbarie del pensiero.
  In ultima analisi il futuro della nostra civiltà, oggi sotto lo schiaffo del delirio, dipende dal rigore con cui Benedetto XVI conduce la restaurazione della cultura cattolica, finalmente in uscita dai compromessi con la modernità un tempo suggeriti dallo spirito del concilio.

giovedì 7 ottobre 2010

l’intervista - «Prevenzione molto meglio della tecnica» di Alessandra Turchetti – Avvenire, 7 ottobre 2010

E’ oggetto di sufficienti attenzioni in ambito medico oggi il tema dell’infertilità? O si ricorre alla provetta con eccessiva disinvoltura?

L’esperto forse più autorevole in Italia per rispondere è l’andrologo Carlo Foresta, presidente della Società italiana di fisiopatologia della riproduzione e direttore del Centro regionale di crioconservazione dei gameti maschili dell’Università di Padova.

Professore, nella sua lunga esperienza quale è stato negli anni il contributo dato dalla fecondazione artificiale?

«Le tecnologie di fecondazione artificiale sono sempre più avanzate e, nell’immaginario comune, vengono proposte come soluzione definitiva. Sappiamo però che l’esito non sempre è garantito e i problemi psicologici, etici ed anche economici che derivano da queste soluzioni sono di grande rilevanza. Sono sempre stato a favore della tutela e prevenzione della fertilità naturale ma anche su questo fronte è stato fatto veramente poco».

Vuole spiegarsi meglio?

«Nell’età giovanile il sistema riproduttivo è il primo campanello di allarme che si altera in certe condizioni, ma il messaggio di prevenzione per quanto riguarda quei fattori di rischio modificabili inerenti lo stile di vita – ad esempio fumo, stress, abuso di caffeina o alcool – non passa da nessuna parte. Non viene detto, cioè, nelle scuole, negli ambienti sportivi o nelle università, cosa si deve fare per preservare la propria fertilità. E così si arriva ad avere pochi spermatozoi».

E quali altre azioni andrebbero perseguite?

«Se con il Nobel al professor Edwards è stata premiata la fantasia di aver creato in ambiente extracorporeo quanto normalmente avviene in natura, per noi andrologi il problema è più complesso e dobbiamo eseguire indagini molto approfondite. La tecnologia ci è venuta in aiuto: oggi è possibile esplorare molto in dettaglio la qualità della spermatogenesi e le condizioni che la impediscono. Ad esempio, si può ingrandire l’immagine di un singolo spermatozoo senza danneggiarne la struttura fino a sei-settemila volte, contro le mille del passato.

Tutto questo aiuta la ricerca delle cause».

A che punto siamo con la ricerca delle cause genetiche?

«I test possibili di questa natura, che vanno fatti prima di qualsiasi provvedimento, sono stati perfezionati. E proprio in Italia abbiamo documentato come la sindrome di Klinefelter, dovuta ad un’anomalia cromosomica, sia assolutamente compatibile con una vita normale, modificando l’orientamento che si aveva precedentemente a livello nazionale e non solo».

Come rendere dunque più efficace il trattamento della sterilità?

«Occorre una sinergia di tre elementi: l’avanzamento delle tecnologie, una maggiore conoscenza scientifica e, collegata a questa, una buona comunicazione di prevenzione nella società».