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lunedì 10 novembre 2014

Se le ragioni per giustificare l’eutanasia si basano su due enormi balle, novembre 10, 2014, Giuliano Guzzo, http://www.tempi.it/

eutanasia-italiaTratto dal blog di Giuliano Guzzo - «Due delle ragioni che giustificherebbero da sole la legalizzazione della eutanasia in Italia sono il fenomeno della eutanasia clandestina (circa 20mila casi l’anno) e quello dei suicidi di malati (1.000 l’anno, e più di 1.000 tentativi di suicidio)», si legge sul sito de L’Espresso in un intervento a firma di Carlo Troilo, intervento forte e persuasivo sin dal titolo: “Se mille suicidi vi sembran pochi”. Ora, chi si limitasse alla lettura integrale dell’articolo, potrebbe anche sposarne le ragioni. Legittimamente. Del resto non s’intende, qui, esprimere parere alcuno sulla “dolce morte” né sull’autodeterminazione ma solo segnalare come i due argomenti principali prodotti – 1.000 suicidi e 20.000 casi di eutanasia clandestina l’anno – siano non solo poco corretti, ma totalmente destituiti di fondamento.
Partiamo dai «suicidi di malati (1.000 l’anno, e più di 1.000 tentativi di suicidio)». E’ vero che ci sono stati 1.316 suicidi aventi la malattia come movente, ma non va dimenticato – come del resto precisa la stessa tabella Istat a cui rimanda il sito de L’Espresso (Dati 2008) – come la stragrande maggioranza di questi riguardino malattie psichiche (1.010) e non malattie fisiche (306); stesso discorso per i tentativi 1.382 tentativi di suicidio: quasi tutti causati da malattie psichiche (1.259) anziché da malattie fisiche (123). Posto che pure il dato sui suicidi per malattie fisiche andrebbe preso con le pinze (quante di queste morti si sono verificate nonostante cure adeguate e quante, purtroppo, in carenza di esse?), meraviglia che si taccia sulla prevalenza statistica delle malattie psichiche, che certo non hanno un legame diretto col dolore fisico che tanto, giustamente, spaventa.

Abbiamo cioè soggetti che magnificano l’autodeterminazione, ma poi ci nascondono il fatto che i dati che loro chiamano in causa riguardano per lo più persone che, in conseguenza di un disagio mentale, non sono state affatto così libere di scegliere. Bella presa per i fondelli. Ma non è la sola, dato c’è un altro dato da smascherare: quello sul «fenomeno della eutanasia clandestina (circa 20mila casi l’anno)». Qui L’Espresso neppure rinvia alla fonte, ma solo ad un pezzo di Repubblica che presenta un’indagine dell’Istituto Mario Negri. Si tratterebbe, secondo Troilo, della «ricerca più autorevole sulla eutanasia clandestina». Peccato che sul sito degli autori della ricerca, curata dal GiViTI – acronimo che sta per Gruppo Italiano per la Valutazione degli interventi in Terapia Intensiva – un comunicato stampa del dottor Bertolini, responsabile di GiViTI, prenda le distanze proprio dalle manipolazioni radicali.

«Purtroppo i dati di quella importante ricerca – scrive il dottor Bertolini - sono stati riportati in maniera distorta e scorretta, travisando completamente la loro portata e il loro significato. Cerchiamo quindi di fare un po’ di chiarezza […] La ricerca del GiViTI ha mostrato che nel 62% dei decessi avvenuti in Terapia Intensiva, la morte è stata preceduta da una qualche forma di limitazione terapeutica, dopo che è stata verificata l’inefficacia delle cure. In questo senso, è frutto di ignoranza, di superficialità o peggio di malafede porre sullo stesso piano l’eutanasia e la desistenza da cure inappropriate per eccesso, come purtroppo si è visto fare in queste ore. Questa campagna di grave disinformazione non solo è lesiva di un comportamento virtuoso da parte di tanti medici intensivisti, ma impedisce lo sviluppo di una corretta discussione su temi tanto delicati e sensibili all’interno della società civile» (03.05.2013).

Se sono queste le «ragioni che giustificherebbero da sole la legalizzazione della eutanasia in Italia» il fronte a favore della “dolce morte” è messo davvero male. Non solo: se c’è bisogno di arrivare a mentire, a manipolare numeri e a farsi persino sconfessare dagli autori delle ricerche citate a supporto delle proprie tesi, le possibilità sono due: o queste tesi sono fallaci e truffaldine come gli argomenti che le dovrebbero supportare, oppure c’è parecchio da fare. Che i lettori si facciano, giustamente – e in vera libertà, almeno loro -, l’idea che credono; ma stiano bene attenti perché questi signori che oggi la sparano grossa sull’eutanasia clandestina sono culturalmente figli e nipoti, se non fratelli, di coloro che ieri la sparavano grossa sull’aborto clandestino che in Italia, ogni anno, si sarebbe ripetuto milioni di volte. Poi è l’aborto clandestino e divenuto aborto di Stato e a diventare clandestina, da allora in avanti, è stata la stessa che oggi si tenta di nascondere ancora: la verità.

lunedì 18 agosto 2014

Quando parlare da cristiani è "propagandare odio" di Lorenzo Schoepflin, 18-08-2014, http://www.lanuovabq.it

Essere accusati di «propagandare odio» per aver scritto sul proprio blog un articolo, ripreso da un settimanale poi costretto a scusarsi per la pubblicazione, nel quale si enunciano semplicemente i motivi per i quali un cristiano dovrebbe opporsi al matrimonio omosessuale. Accade in Canada, il settimanale è il Newfoundland Herald, l’autore del contributo incriminato risponde al nome di Matt Barber e gli accusatori sono i soliti attivisti per i diritti Lgbt.

L’articolo di Barber era apparso nell’edizione del 3 agosto del periodico come lettera all’editore, Pam Pardy-Ghent, che nel successivo numero si è dichiarata «veramente dispiaciuta» per il fatto che molte persone si sono sentite offese per quanto pubblicato. Pur affermando che «le opinioni, non importa quanto popolari o controverse, possono essere liberamente espresse in questo paese sia che siano di una minoranza che di una maggioranza», Pam Pardy-Ghent ha ritenuto opportuno presentare le proprie scuse. Scuse prontamente accettate dalla comunità Lgbt canadese, che per voce di Kyle Curlew ha prontamente ritirato la minaccia di adire le vie legali contro il Newfoundland Herald.

Insomma, non è difficile capire che siamo di fronte ad una lezione di censura impartita da chi si fa difensore della libertà. Un monito chiarissimo: guardatevi bene dal criticare tutto ciò che ruota attorno al pianeta Lgbt o incorrerete in guai giudiziari. Quali altri organi di stampa avranno adesso il coraggio di pubblicare opinioni difformi dal mantra dei “diritti” gay?

E’ lo stesso Curlew, molto candidamente, a fornire questa chiave di lettura: «Abbiamo deciso che vogliamo assumere un atteggiamento educativo e di non farne una questione di risarcimento. Pensiamo che sia meraviglioso che si siano scusati». Educare – con la forza – al gay-friendly, questo l’obiettivo di Curlew, che spera che da ora in poi il Newfoundland Herald possa instaurare un bel rapporto con trans, bisessuali e omosessuali.

Ma vediamo quali sarebbero i contenuti offensivi per i quali Matt Barber è stato iscritto nella lista dei nemici dei diritti Lgbt.

Quasi a presagire cosa gli sarebbe accaduto, Barber scriveva: «Con la scusa della “antidiscriminazione”, i cristiani si trovano ad affrontare una discriminazione a livelli senza precedenti». Per poi proseguire: «I cristiani, i veri cristiani […] non possono prendere parte a, approvare, facilitare o incoraggiare certi comportamenti che secondo le Sacre Scritture sono immorali o peccaminosi». Non è questione di odio o di esser bigotti, neppure di sentirsi superiori o di voler imporre il proprio credo, ma semplicemente di «obbedienza a Cristo» e «compassione» per coloro che vivono nell’errore.

Centrale per il Cristianesimo e ribadito sia nel Vecchio che nel Nuovo Testamento è il fatto che ogni atto sessuale vissuto al di fuori del matrimonio tra un uomo e una donna causa una «separazione da Dio». Ciò ovviamente vale anche per persone dello stesso sesso, che agiscano o meno sotto «la nuova nozione del cosiddetto “matrimonio omosessuale”». Barber, nell’articolo, estende l’orizzonte anche ad aborto, incesto, adulterio e ad ogni altro comportamento contrario alla morale cristiana: «Non è tanto che i cristiani, volenti o nolenti, vogliono chiamare l’aborto, il comportamento omosessuale, la fornicazione, l’adulterio, l’incesto o qualsiasi altra disordinata propensione sessuale “peccaminosa”. Piuttosto, dobbiamo. Per il vero cristiano, le verità oggettive di Dio comanderanno sempre sui desideri soggettivi dell’uomo». Ispirandosi ai sempre più frequenti casi di disobbedienza civile verificatisi negli Stati Uniti, dove molti si sono ribellati alle leggi di Obama che limitano la libertà religiosa e di coscienza soprattutto in merito alla riforma sanitaria e al ricorso alla contraccezione e all’aborto, Barber ha ricordato che «per 2000 anni, ogni volta che sono sorti conflitti, i cristiani hanno posto le leggi di Dio al di sopra delle leggi degli uomini».

E’ una responsabilità morale, conclude Barber ricordando una celebre frase di Martin Luther King, obbedire alle leggi giuste e disobbedire a quelle ingiuste. E’ un dovere resistere al male, «anche quando il male è adornato di sigillo e firma presidenziale».

Sfidiamo chiunque a trovare contenuti offensivi o incitamenti all’odio nei confronti delle persone omosessuali. A scanso di equivoci e per una completa informazione, l’articolo di Barber può essere consultato integralmente qui.

Se, leggendo le parole del contributo ospitato sul Newfoundland Herald, è difficile capire in cosa consisterebbe la motivazione di una potenziale azione legale contro Barber, molto semplice è associare quanto accaduto con il caso Barilla verificatosi in Italia. Con una piccola differenza: a scusarsi non è stato l’autore delle presunte offese, ma chi ha deciso di dar voce ad una libera, documentata e pacata espressione delle proprie idee. Barber ha invece rilanciato, con un post dove ha affermato che da adesso la libertà di espressione sembra vietata in Canada: «Infatti, i sedicenti campioni di “tolleranza” e “diversità” dimostrano, più e più volte, di essere i più intolleranti e monolitici in mezzo a noi. La loro versione di “intolleranza” (cioè qualsiasi posizione filosofica che è in conflitto con i rigidi dettami della “correttezza politica”) semplicemente non sarà tollerata».

Una piccola curiosità: Matt Barber, oggi giurista, nella breve biografia di presentazione sul proprio blog, precisa di esser stato un boxer professionista – peso massimo – ritiratosi con nessuna sconfitta al passivo. Come dire: la lobby omosessualista non ha paura di niente e di nessuno.

Sorpresa, i gay sono pochi e in cattiva salute di Tommaso Scandroglio, 18-08-2014, http://www.lanuovabq.it

Le persone con tendenze omosessuali sono poche e in cattiva salute. Questo in sintesi è il dato che emerge da un ricerca condotta dal Centro statunitense per il Controllo e la Prevenzione del Disagio (CDC) - l’istituto di monitoraggio della salute pubblica più rinomato negli USA e non sospetto certo di partigianeria – che ha interessato 34.557 persone di età compresa tra i 18 e i 64 anni. L’indagine è stata condotta nel 2013 e i risultati pubblicati a fine luglio di quest’anno. Ecco i dati salienti.

Solo il 2,3% della popolazione USA si dichiara facente parte del gruppo LGBT. Più in particolare questa indagine, la più approfondita da 57 anni a questa parte, ci informa che il 96,6 % degli intervistati si qualifica come “eterosessuale”, l’1,6% come omosessuale maschio o femmina, lo 0,7 bisessuale e l’1,1% dichiara di essere “qualcosa di differente” o non sa o non vuole rispondere. Da notare questo particolare: sono gli intervistati che si dichiarano “omosessuali”, ma questo non ci dà garanzia che la loro percezione soggettiva corrisponda ad un dato reale. Ad esempio una persona può sentirsi “gay” perché ha avuto rapporti omosessuali, ma questo non comporta di necessità che la persona viva una condizione omosessuale (così dicasi per le persone eterosessuali). E dunque le cifre potrebbero essere ritoccate al ribasso (o al rialzo).

Comunque sia, anche se i dati fossero lo specchio fedele della realtà omosessuale, potremmo concludere che la percentuale di persone omosessuali è bassissima, ben lontana dalla cifra così propagandata dall’ideologia gender del 10% tirata fuori come per magia dal cilindro del Dott. Kinsey nel lontano 1948 (si legga il recente articolo di Rino Cammilleri “L’altro vizietto dei gay: taroccare le statistiche”). Il dato individuato dal CDC poi va a confermare le percentuali presenti in altri studi simili di anni passati e condotti anche in altri paesi, comprovando che in ogni società c’è sempre stato un minimo sindacale di quota omosessuale.

C’è da aggiungere anche questo ulteriore pensierino. Se le persone omosessuali sono l’1,6% quanti saranno i gay? Cioè quanti saranno coloro che fanno dell’omosessualità una bandiera da sventolare nelle piazze di tutto il mondo, nei parlamenti di tutto l’orbe terracqueo e su tutti i media esistenti? Di certo una percentuale ancor minore, vicino allo zero termico. Questo perché molte delle persone omosessuali vivono con disagio la propria condizione e sicuramente prendono le distanze da coloro che politicizzano la loro sofferenza.

Poi vi sono coloro i quali invece tentano di essere “gai” ma non sono così entusiasti da berciare dai tetti delle case che “gay è bello”. Infatti la persona omosessuale in genere vuole vivere la propria condizione in totale privacy, non perché tema fantomatiche discriminazioni ma perché considera il proprio orientamento un affare privato. E dunque mai si “sposerebbe”, mai metterebbe su “famiglia”, mai chiederebbe per sé un pupo da crescere, per il semplice motivo che non vuole vincoli formali o sociali, ma cerca solo l’opportunità di vivere la propria sessualità in piena libertà, tenendosi ben lontano da rivendicazioni politiche.

Questa operazione di scrematura di quell’esiguo 1% e poco più, ci porta a dire che davvero le richieste delle lobby omosessualiste non hanno ragion d’essere perché prive di fondamento numerico. Se dovessimo usare la stessa misura per altre categorie di minoranza sfoceremmo nel ridicolo. Che dire infatti degli apicoltori? Sono meno dell’1% della popolazione italiana ma ne hanno di problemi: l’inquinamento che falcidia le api insieme ai prodotti chimici che i contadini usano per le proprie piantagioni, le malattie che provengono da madre natura, le bizze del tempo, la concorrenza sleale di chi produce miele per hobby ma non rispetta le regole, la crisi che incalza, i balzelli statali, uno Stato che non riconosce il loro lavoro e li ghettizza, una mancanza di rappresentatività nei settori alti della politica, un regolamento di medicina veterinaria del 1954 che va bene per buoi e cavalli ma non per questi insetti, la mancanza di selezione del prodotto e delle specie.

Eppure non riescono ad avere un loro Scalfarotto in Parlamento che appoggi le ronzanti rivendicazioni del settore, non hanno un Ape-pride, non denunciano la Piaggio per aver abusato del termine “Ape” senza loro permesso, non chiedono quote giallo-nere nelle aziende, almeno quelle agricole, non vanno a pungere – è proprio il caso di dire -   giornalisti apofobi che non parlano di loro o ne parlano male. Tommaso D’Aquino scriveva che la legge dovrebbe disciplinare ciò che accade tra i più – dunque dovrebbe disciplinare anche i diritti fondamentali che riguardano tutti, persone omosessuali comprese - e non fenomeni marginali.

Ritornando all’indagine, questa ci fornisce un altro dato assai interessante: relativamente “alle condizioni di salute (ad esempio asma, diabete, disturbi cardiovascolari, disabilità varie) e comportamenti che possono incidere sulla salute come il fumo e l’acolismo […] le minoranze sessuali [leggi ‘LGBT’] tendono a vivere una condizione peggiore rispetto ai loro omologhi che non appartengono alle minoranze sessuali [leggi ‘eterosessuali’]”.

Da ciò una conclusione che il CDC non si sogna nemmeno di fare ma che noi invece azzardiamo ad ipotizzare: vuoi vedere che c’è un nesso tra condotte omosessuali e stato di salute psicofisico? Detto in soldoni: vuoi vedere che l’omosessualità fa male al corpo e allo spirito? L’ipotesi diventa certezza scientifica se andiamo a spulciare qualche ricerca sul tema che comprova che la salute delle persone omosessuali risente del loro stile di vita (E. Rothblum, Depression Among Lesbians, «Journal of Gay & Lesbians Psycoterapy», 1, 3 [1990], p. 76; S. Welch, Lesbians in New Zealand, «N.Z.J. Psychiatry», 34 [2000], pp. 256-263; T. Sandfort, Same-Sex Sexual Behaviours and Psychiatric Disorders, «Archives of General Psychiatry», 58 [2001], pp. 85-91;). Tanto che il tasso di suicidi è superiore della media così come i comportamenti violenti (P. Cameron, Errors by the American Psychiatric Association, «Psycological Reports», 79 (1996), pp. 383-404) Insomma l’omosessualità non fa bene a nessuno, tantomeno e prima di tutto ai diretti interessati.

È un film già visto. Dove non si rispettano le regole etiche, anche quelle che governano la nostra salute saltano, perché la realtà morale e quella fisica sono un tutt’uno nell’uomo. Vedi l’aborto con la sindrome post abortiva che colpisce le donne; vedi la fecondazione artificiale che sforna bebè con tare genetiche e genera infelicità nelle coppie, sia che abbiano o non abbiano avuto il tanto desiderato figlio; vedi la contraccezione che regala effetti collaterali a piene mani alle donne, intorbidisce la fiducia nella coppia e, nel caso del preservativo, espone comunque a rischi di contagio per malattie veneree; vedi divorzio che provoca veri drammi esistenziali a tutti i soggetti coinvolti; vedi infine l’eutanasia che lascia nella psiche dei parenti sopravvissuti che hanno dato il loro benestare a staccare la spina un’angoscia così profonda che li seguirà fino alla tomba.

giovedì 29 maggio 2014

“BACHECA DI BIOETICA”: [Notizie PRO-LIFE] La difesa della vita ha bisogno di verità: un punto fermo per la strategia prolife. 2. La fedeltà alla verità come strategia prolife, Comitato Verità e Vita

Nell'articolo precedente ho cercato di individuare le cause del disastroso fallimento della strategia perseguita da chi volle a tutti i costi l'approvazione della legge 40 sulle fecondazione artificiale, nonostante la tenace opposizione di un minoritario gruppo di prolife: il tradimento della verità.
La fedeltà alla verità ha due aspetti, entrambi importanti.

Il primo è quello che il prof. D'Agostino, nell'articolo su Avvenire del 15 aprile, definisce la "verità delle cose": è l'adesione alla realtà naturale, il riconoscimento – senza nessuna censura, né verso se stessi, né verso gli altri – di cosa avviene veramente; cosicché una raffigurazione "vera" della fecondazione in vitro parte dalla constatazione che gli embrioni prodotti sono esseri umani, passa dalla morte certa e prevista della maggior parte di loro, valuta per quello che sono le barbare pratiche del congelamento, della diagnosi preimpianto e della sperimentazione sugli embrioni.
Non solo: un atteggiamento fedele alla realtà non nasconde l'ideologia della fecondazione in vitro, che produce l'uomo, lo seleziona, lo fornisce ai richiedenti, lo rende un prodotto esente da difetti o utile per gli esperimenti … basta pagare.

Vi è poi la verità sulle leggi. Si tratta di un giudizio diverso e – direi – molto più difficile, che il Comitato Verità e Vita ha nel suo DNA. 
La difficoltà nel giudicare una legge sta innanzitutto nel tecnicismo che inevitabilmente è richiesto, soprattutto nell'epoca contemporanea in cui le leggi sono sempre più complesse; vi è poi il problema delle "leggi ipocrite", quelle il cui testo nasconde la portata effettiva della decisione politica che è stata assunta: le leggi degli ultimi decenni in materia bioetica descrivono, di solito, un "procedimento", un "protocollo", il cui esito è la condotta che – di fatto – viene autorizzata (ad esempio: le pratiche di fecondazione in vitro, oppure l'aborto volontario o ancora – si pensi al famigerato "protocollo di Groningen" – l'uccisione di un bambino).

Non vi è dubbio che è più facile criticare aspramente un progetto di legge piuttosto che una legge definitivamente approvata: lo dimostra la battaglia a viso aperto che i Giuristi per la Vita, la Nuova Bussola Quotidiana e altri soggetti stanno facendo per contrastare l'approvazione della liberticida legge sull'omofobia; nonostante la censura dei media, in qualche modo è possibile argomentare e denunciare il reale contenuto del progetto di legge e gli effetti che esso avrà se definitivamente approvato, suscitando una grande attenzione nella popolazione.
Una discussione del genere fu tacitata prima dell'approvazione della legge 40, in conseguenza della scelta fatta dall'alto: si impedì alle persone di comprendere ciò che veniva autorizzato.

Molto più difficile è l'opera successiva all'approvazione della legge. 
La caratteristica delle leggi ingiuste è di stravolgere e nascondere la verità sulla loro natura e sui loro effettivi contenuti, ma anche sulla realtà sottostante, sulle pratiche che si autorizzano: sulla "verità delle cose".
Ciò è già evidente per le pratiche di fecondazione in vitro: provate ora – solo dieci anni dopo l'approvazione della legge 40! – a convincere le persone che gli embrioni prodotti sono esseri umani e che la maggior parte di loro muore! O che queste tecniche sono antiumane, ledono la dignità degli esseri prodotti, spingono inevitabilmente verso la selezione eugenetica! 
Come dimenticare che i primi commenti "ufficiali" da parte cattolica sui primi anni di attuazione della legge 40 evidenziavano con soddisfazione che la legge "funzionava", tanto che il ricorso alla fecondazione in vitro era aumentato!
Quello che si poteva – anzi: si doveva! – dire di male della fecondazione artificiale fu tenuto nascosto ai più prima dell'approvazione della legge; ora – quando ormai le tecniche sono fornite dal Servizio Sanitario nazionale – è molto più difficile, perfino nel mondo cattolico.

E così la battaglia contro le leggi ingiuste è ardua, difficile, è percepita con fastidio perché non riesce a far emergere l'essenza di quella legge e della pratica ingiusta che autorizza.

Lo stato dell'opposizione alla iniqua legge sull'aborto, che da 36 anni permette di uccidere legalmente i bambini in Italia, ne è la dimostrazione: non solo la popolazione ritiene l'autodeterminazione della donna un dato acquisito, indiscutibile, e ritiene impossibile metterlo in discussione, ma la natura stessa dell'aborto – l'uccisione cruenta di un essere umano vivo e felice – è ormai quasi ignorata; il bambino non c'è più, è nascosto, dimenticato.

Forte è, quindi, la tentazione di condurre battaglie parziali. 
Ma si può davvero – ad esempio – spingere per una maggiore presenza dei Centri di Aiuto alla Vita negli ospedali senza contestualmente ribadire l'iniquità della legge? Oppure il patto tacito è quello di non contestare l'ingiustizia della legge (fino all'eccesso di zelo di qualcuno che ha definito la legge la "migliore possibile")?
Il criterio non può che essere quello della verità integrale, sulla legge e sull'aborto: solo se affermo pubblicamente che è ingiusto che la legge permetta alla donna incinta di scegliere liberamente di uccidere il proprio figlio e che, quindi, questa legge deve essere spazzata via, allora potrò davvero aiutare la donna a "scegliere" di non uccidere, indicandole la natura dell'atto che la legge le permette di compiere.
Molte battaglie parziali – una fra tutte: quella contro la RU486 contrapposta all'aborto chirurgico – sembrano talvolta voler nascondere la verità intera: quasi che si voglia parlare d'altro per distrarre il popolo prolife dall'obiettivo – l'unico vero obiettivo che si debba perseguire: il divieto dell'aborto volontario, la negazione del principio di autodeterminazione.

Ecco perché la Marcia per la Vita – cui il Comitato Verità e Vita aderisce con entusiasmo – è quasi un miracolo: ha permesso di rimettere al centro la verità integrale sull'aborto e la verità integrale sulla legge 194, senza riserve, senza frasi lasciate a metà, senza eccessiva preoccupazione per i timori dei politici "amici" (che, ormai lo abbiamo capito, diranno sempre che "non è il momento", che "si rischia di peggiorare la legge" e che "bisogna lasciar fare a loro" …).

L'unica strategia del mondo prolife è la verità tutta intera: e così dovremo tutti imparare a dire che – come la matrigna legge 194 – la legge 40 è "integralmente iniqua" e che la fecondazione in vitro deve essere, senza se e senza ma, vietata dalla legge, così come l'aborto volontario.

Attenzione: la battaglia sull'eutanasia sta per riprendere! 
Davvero il mondo cattolico e prolife vuole ripetere l'errore fatto per la fecondazione artificiale con la legge 40? Davvero – come è successo nella precedente legislatura, in cui siamo arrivati ad un passo dall'approvazione di una legge sulle DAT "cattolica" (!) – rinunceremo a dire che un anziano, un disabile o un neonato prematuro sono uccisi se vengono lasciati morire, anche se, tempo prima, hanno lasciato scritto qualcosa o i genitori hanno deciso così; e che l'unica legge giusta per queste uccisioni è la norma penale sull'omicidio volontario?


Giacomo Rocchi

venerdì 13 settembre 2013

La lezione di Caffarra su matrimonio e (omo)sessualità. «Ci hanno scippato la parola amore» 13 settembre 2013 di Carlo Caffarra

Testo integrale della lectio magistralis su “Verità e bontà della coniugalità” pronunciata ieri, 12 settembre, al Teatro Manzoni di Bologna dal cardinale Carlo Caffarra, arcivescovo della diocesi emiliana, in occasione dell’apertura dell’”Itinerario di educazione cattolica per insegnanti”.

Vorrei intrattenermi con voi su una questione che spero il corso della riflessione dimostrerà essere una questione importante.

Sullo sfondo del nostro discorso dimora una domanda alla quale non risponderò direttamente, ma che ci accompagnerà. La domanda è la seguente: il matrimonio è una realtà a totale disposizione degli uomini oppure ha in sé uno “zoccolo duro” indisponibile? Poiché sappiamo, senza essere studiosi di logica, che la definizione e.g. di A è la risposta alla domanda “che cosa è A?”, potremmo riformulare la domanda di fondo nel modo seguente: la definizione del matrimonio – ciò che il matrimonio è – è esclusivamente dipendente dal consenso sociale? E’ il consenso sociale che decide che cosa è il matrimonio?

Se io ora comincio a parlarvi della verità della coniugalità, lo posso fare in quanto penso che la definizione del matrimonio, la sua intima natura, non è esclusivamente frutto del consenso sociale. Non avrebbe altrimenti senso tutta la riflessione che stiamo facendo. Alla domanda “che cosa è la coniugalità?” tutto si risolverebbe, alla fine, nel rispondere: ciò che il consenso sociale decide che sia.

1. La verità della coniugalità

Partiamo pure dal fatto attuale: è stata introdotta in molti ordinamenti statuali il riconoscimento di una “coniugalità omosessuale”. Cioè: la differenziazione sessuale è irrilevante in ordine alla definizione della coniugalità. I coniugi che stabiliscono il patto coniugale possono essere anche dello stesso sesso.

Nello stesso tempo, tuttavia, l’amicizia coniugale, è pur sempre un’affezione che ha una dimensione sessuale. E’ questo che distingue l’amicizia coniugale da ogni altra forma di amicizia.

Oggettivamente – cioè: lo si pensi o non lo si pensi; lo si voglia o non lo si voglia – la definizione di coniugalità, implicata nel riconoscimento della coppia omosessuale, sconnette totalmente la medesima coniugalità dall’origine della persona umana. La coniugalità omosessuale è incapace di porre le condizioni del sorgere di una nuova vita umana. Pertanto delle due l’una: o non possiamo pensare la coniugalità nelle forma omosessuale o l’origine di nuove persone umane non ha nulla a che fare colla coniugalità.

Proviamo a riflettere su questa sconnessione. Essa sembra contraddetta dal fatto che gli stessi ordinamenti giuridici che hanno riconosciuto la coniugalità omosessuale, hanno riconosciuto alla medesima il diritto all’adozione o dal ricorso alla procreazione artificiale. Pertanto delle due l’una. O questo diritto riconosciuto fa si che ciò che è stato cacciato dalla porta, entri dalla finestra. Cioè: esiste una percezione indistruttibile, un’evidenza del legame procreazione-coniugalità. Oppure è ritenuto eticamente neutrale il modo con cui la nuova persona umana viene introdotta nella vita. E’ cioè indifferente che essa sia generata o prodotta.

Fermiamoci un momento, per riflettere sul cammino fatto. La nostra riflessione ha fatto il seguente percorso. Mentre fino a pochi anni orsono, il termine “coniugalità” era univoco, aveva solo un significato, e veicolava la rappresentazione di una sola realtà, l’affezione sessuale fra uomo e donna, oggi il termine è diventato ambiguo, perché può significare anche una coniugalità omosessuale. Da questa ambiguità deriva una totale ed oggettiva sconnessione dell’inizio di una nuova vita umana dalla coniugalità. Questo è il percorso fatto dunque finora: (a) il termine coniugalità è stato reso ambiguo; (b) l’Origine di una nuova persona umana è stata sconnessa dalla coniugalità. Riflettiamo ora un momento su questa sconnessione.

Essa è un vero e proprio sisma nelle categorie della genealogia della persona. E’ una cosa molto seria. Sono costretto dal tempo ad essere breve.

Scompare la categoria della paternità-maternità, sostituita dalla generica categoria della genitorialità. Scompare la dimensione biologica come elemento [non unico!] costitutivo della genealogia mentre la genealogia della persona è inscritta nella biologia della persona. Il concepimento – l’evento che ti costituisce in relazione ontologica con padre e madre – può essere un fatto puramente artificiale. La categoria della generazione diventa opzionale nel “racconto della genealogia”.

Che ne è allora della persona umana che entra nel mondo? E’ una persona intimamente sola, perché privata delle relazioni che la fanno essere.

L’avere percorso il cammino che molte società occidentali stanno percorrendo, ci conduce ad una conclusione. La seguente: ritenere che la coniugalità sia un termine vuoto di senso, al quale il consenso sociale può dare il significato che decide, è la devastazione del tessuto fondamentale del sociale umano: la genealogia della persona.

E’ in questo contesto culturale che dobbiamo interrogarci sulla vera natura della coniugalità; scoprire la verità della coniugalità.

La mascolinità e la femminilità sono diversificazioni espressive della persona umana. Non è che esista una persona umana che ha un sesso maschile o femminile, ma esiste una persona umana che è uomo o donna.

Non possiamo dimenticare neppure per un momento che il corpo non è semplicemente qualcosa di posseduto, un possesso della persona. La persona umana è il suo corpo: è una persona-corpo. Ed il corpo è la persona: è un corpo-persona.

La femminilità/mascolinità non sono meri dati biologici. Esse configurano il volto della persona; ne sono la “forma”. La persona è “formata”, edificata femminilmente o mascolinamente.

Perché esistono due “forme” di umanità, la forma maschile e la forma femminile? La S. Scrittura, che trova per altro conferma nella nostra esperienza più profonda, risponde nel modo seguente: perché ciascuno dei due possa uscire dalla sua “solitudine originaria”, e realizzarsi nella comunione con l’altro [cfr. Gen 2].

Essendo radicati nella stessa umanità, uomo e donna sono capaci al contempo di costituire una comunione di persone e di trovare in questa comunione la pienezza di sé stessi in quanto persone umane.

Questa capacità, caratteristica dell’uomo in quanto persona, la capacità del dono di sé, ha una dimensione spirituale e corporea assieme. E’ anche attraverso il corpo che l’uomo e la donna sono predisposti a formare quella comunione di persone, nella quale consiste la coniugalità. E’ il corpo maschile/femminile il linguaggio non solo espressivo, ma anche performativo della coniugalità.

Nella coniugalità così intesa è radicata, inscritta la paternità e la maternità. E’ solo nel contesto della coniugalità che la nuova persona umana può essere introdotta nell’universo dell’essere in modo adeguato alla sua dignità. Non è prodotta, ma generata. E’ attesa come dono, non esigita come un diritto.

Prima di terminare la nostra riflessione sulla verità della coniugalità, vorrei sottoporre alla vostra attenzione tre conclusioni. Esse meriterebbero di essere lungamente riflettute. Le enuncio solamente.

La prima. Solo una tale visione della coniugalità rispetta tutta la realtà della nostra umanità; essa cioè ci introduce in una vera antropologia adeguata. Non riduce il corpo ad una realtà priva senso, che non sia quello liberamente attribuitogli dal singolo. Ma vede la persona umana come persona-corpo ed il corpo come corpo-persona, e quindi come persona-uomo e come persona-donna.

La seconda. Una tale visione della coniugalità afferma al contempo la più alta autonomia dell’Io nel dono di sé, e l’intrinseca relazione al “diverso”, nel senso più profondo del termine. La “coniugalità” [si fa per dire] omosessuale in fondo trasmette oggettivamente questo messaggio: “di metà dell’umanità non so che farne, in ordine alla più intima realizzazione di me stesso è superflua”.

La terza. Una tale visione della coniugalità radica la socialità umana nella natura stessa della persona umana: prima societas in coniugo. Prima, non in senso cronologico, ma ontologico ed assiologico. Ed impedisce la riduzione del sociale umano al contratto.

2. Il bene della coniugalità

Visto che cosa è la coniugalità, ora ci chiediamo quale è il suo valore, la sua propria e specifica preziosità. In una parola: la sua bontà

Prima di addentrarci nella seconda parte della nostra riflessione, devo fare una premessa assai importante. Esiste una verità sul bene della persona, che è condivisibile da ogni persona ragionevole. Che sa cosa significa “verità sul bene”? Non significa in primo luogo ciò che devi/non devi fare. E’ la percezione del valore proprio di una realtà [nel nostro caso la coniugalità].

Faccio un esempio. Vedendo la Pietà di Michelangelo, noi “vediamo” una bellezza sublime, la quale fa sì che quel pezzo di marmo sia unico: ha in sé un suo proprio valore. In questo caso: un valore estetico.

Alla domanda che cosa è il bene/che cosa è il male, la risposta non è semplicisticamente: ciò che ciascuno pensa sia bene/sia male, senza possibilità di una condivisione ragionevole di una stessa risposta da parte di più persone. Esiste invece una verità sul bene, che può essere scoperta e condivisa da ogni persona ragionevole. Noi ci chiediamo quale è il valore proprio della coniugalità, la sua preziosità specifica, la sua bellezza inconfondibile. Il bene che è la coniugalità ha due aspetti fondamentali.

Il primo. La coniugalità è una communio personarum. La bontà propria della coniugalità è una bontà comunionale. Vorrei ora farvi notare alcune dimensioni.

(a) Una tale relazione può darsi solo tra persone, e la base è la percezione della bontà, della preziosità propria della persona. I coniugi sono l’uno per l’altro persone.

(b) La communio personarum che costituisce il bene della coniugalità non è basata su emozioni, su mera attrazione psico-fisica: di legami basati su questi fatti sono capaci anche gli animali. Solo le persone sono capaci della seguente promessa: «prometto di esserti fedele sempre, … tutti i giorni della mia vita». Solo le persone sono capaci di vivere in comunione, perché sono capaci di scegliersi in modo libero e consapevole.

(c) Solo la persona è capace di fare dono di se stessa e solo la persona è capace di accogliere il dono. La persona – e solo la persona – è capace di autodonazione, perché è capace di auto-possesso, in forza della sua libertà. E’ evidente che non puoi donare ciò che non possiedi, e la persona può possedere se stessa in forza della sua libertà. Ma la persona può anche rinunciare alla sua libertà, e mantenersi al livello di chi ultimamente si lascia condurre o dal mainstream sociale o dalle proprie pulsioni. La coniugalità è particolarmente esposta a questa insidia.

(d) La communio personarum coniugale – autodonazione ed accoglienza reciproca – scende fino all’intimità della persona: al proprio Io. E’ la persona come tale che viene donata/accolta. Si ha qui forse il mistero più profondo della coniugalità. Voi sapete bene che la S. Scrittura indica il rapporto sessuale uomo-donna col verbo “conoscere”. Si vive una rivelazione di uno all’altro nella loro intima identità.

E’ in questo evento che può introdursi una sorta di indolenza, di pigrizia spirituale che impedisce ai coniugi di compiere quell’atto che può nascere solo dal loro centro spirituale e libero. A questo punto la comunione della persona si intorpidisce.

Il secondo aspetto della preziosità etica che è propria della coniugalità, è la capacità intrinseca ad essa di dare origine ad una nuova persona umana.

La possibilità di dare inizio alla vita di una nuova persona è inscritta nella natura stessa della coniugalità. E’ questa, nell’universo creato, la più alta capacità e responsabilità che l’uomo e la donna hanno. E’ uno dei “punti” dove l’azione creatrice di Dio entra nel nostro universo creato. Il tempo a disposizione non mi consente di prolungare la riflessione su questo tema sublime.

Conclusione

Due semplici riflessioni conclusive. La prima. Avete notato che mi sono ben guardato dall’usare la parola amore. Come mai? Perché è avvenuto come… uno scippo. Una delle parole chiavi della proposta cristiana, appunto amore, è stata presa dalla cultura moderna ed è diventata un termine vuoto, una specie di recipiente dove ciascuno vi mette ciò che sente. La verità dell’amore è oggi difficilmente condivisibile. «Senza verità, la carità scivola nel sentimentalismo. L’amore diventa un guscio vuoto, da riempire arbitrariamente. E’ il fatale rischio dell’amore in una cultura senza verità» [Benedetto XVI, Lett. Enc. Caritas in veritate 3].

La seconda. I testimoni della verità della coniugalità avranno vita difficile, come non raramente accade ai testimoni della verità. Ma questo è il più urgente compito dell’educatore.

giovedì 5 settembre 2013

Il vero eroismo? Resistere all’egemonia omosex - 4 settembre, 2013 - http://www.uccronline.it/

Veilleurs

«Io ho una coscienza e un cuore, non posso sposare due persone omosessuali. La Legge Taubira è illegittima, usurpa il termine matrimonio e io non posso applicarla, io e i miei sette consiglieri abbiamo preso questa decisione». Queste le parole del sindaco di Arcangues, Jean-Michel Colo.

Come lui migliaia (20 mila si dice) di altri sindaci francesi stanno invocando l’obiezione di coscienza per evitare il più possibile lo snaturamento di un’istituzione antropologica come il matrimonio come “società naturale”, fondamento dei nostri Stati. Questi sindaci, preoccupati del futuro del Paese, vengono perseguitati dal governo giacobino Hollande, il quale ha promesso tre anni di carcere e 45mila euro di multa a tutti i dissidenti.

Per questo si fanno chiamare “sindaci-refusnik“, usando il termine in voga negli anni Ottanta per descrivere i dissidenti dell’impero sovietico e dicono di «preferire la forca» piuttosto che essere complici di questa nuova ideologica violenza omologatrice. Una egemonia che però non è mossa da alcun ideale di cambiamento dato che il tanto agognato matrimonio omosessuale è risultato essere un flop in Francia, come aveva anticipato “Il Foglio” e come si è puntualmente verificato: pochissimi ne hanno approfittato, dimostrando che non esisteva e non esiste alcuna esigenza, men che mai discriminazione.

I militanti gay (militanti, non gli omosessuali tout court) si sono trasformati da perseguitati a persecutori, architettando campagne d’odio contro i dissidenti attraverso l’alleanza a quasi la totalità della stampa. Basta vedere la caccia alle streghe che l’Arcigay ha intentato contro il giovane italiano che è uscito dall’omosessualità grazie alla conversione cristiana, minacciando iniziative legali per impedire altri coming out politicamente scorretti come questo. Ritornano dunque i tempi in cui l’Arcigay voleva bloccare Sanremo per impedire a Povia di cantare la sua canzone “Luca era gay”. Intanto a Venezia per poco non sono state vietate le parole “padre” e “madre” per rispetto agli omosessuali, ma certamente ci riproveranno presto.

Il “Pew Research Center” ha infatti certificato tramite uno studio la militanza dei quotidiani per influenzare e orientare l’opinione pubblica, concludendo che tutti i mezzi di comunicazione principali sono a favore del matrimonio fra persone dello stesso sesso.

Oggi i veri eroi sono coloro che, nonostante tutto, non desistono dal ribadire con coraggio la loro opinione, anche se questo vorrà dire venire multati o condannati al carcere grazie alle efficientissime leggi anti-omofobia. I veri eroi sono i Veilleurs, semplici ragazzi che stanno in piedi e in silenzio giorno e notte -ogni tanto cantano, leggono, pregano, studiano- nelle principali piazze della Francia, per protestare contro la legge sulle nozze gay e la discriminazione di chi la pensa in modo diverso. I quotidiani hanno ovviamente ignorato queste centinaia di ragazzi, ma nei social network le loro immagini stanno spopolando. Sono le “sentinelle della libertà” e il loro motto è la frase di Camus: «Piuttosto morire in piedi che vivere in ginocchio».

Qui sotto un video delle manifestazioni dei Veilleurs francesi

domenica 2 giugno 2013

APRIAMO GLI OCCHI: il trasferimento nucleare di cellule (SCNT) è clonazione umana - http://www.prolifenews.it/

SCNT_cellule-staminali_clonazione-umana

Wesley J. Smith è un avvocato americano specializzato in bioetica, membro del direttivo del  Discovery Institute , consulente dell’ International Task Force on Euthanasia and Assisted Suicide   e del Center for Bioethics and Culture . Sul sito Lifenews.com , è apparsa un’interessante carrellata di sue considerazioni circa la clonazione umana.  E’ molto importante, infatti, comprendere che i media e gli scienziati stanno confondendo i termini della questione: cercano di dare a intendere che il trasferimento di nuclei di cellule somatiche (SCNT) in cellule uovo non è clonazione umana, ed è perciò moralmente accettabile.
E’ bene “gridare dai tetti” la Verità, ed è compito di ogni nostro lettore farlo: perché in questo i media davvero non ci aiutano. Con la SCNT si creano embrioni umani attraverso una forma di riproduzione asessuata: e questa è clonazione. Dicono, ci vogliono far credere, che producono cellule staminali. Non dicono che per ottenere dette cellule staminali vengono creati embrioni che devono essere nutriti e mantenuti in un brodo di cultura per circa 10 giorni, e che poi vengono distrutti, per ottenere appunto le cellule staminali.
Nel link che abbiamo indicato sono riportati diversi esempi di articoli di giornali e riviste, più o meno specializzati in bioingegneria, che provano l’azione menzognera in atto.
Per esempio su  Foxnews.com Loren Grush parla di un importante passo avanti per la scienza medica, compiuto dai ricercatori dell’ Oregon National Primate Research Center (ONPRC) che, con i ricercatori della Oregon Health & Science University (OHSU), hanno per la prima volta in assoluto convertito con successo “le cellule della pelle umana in cellule-staminali embrionali” tramite una tecnica chiamata trasferimento nucleare.  Come hanno fatto? L’articolo spiega che hanno “scambiato i codici genetici di un ovulo non fecondato con una cellula della pelle umana” e “la combinazione del citoplasma dell’uovo e il nucleo della cellula pelle ha prodotto cellule staminali embrionali”.
Falso!  
L’uovo non fecondato non si trasforma in cellule staminali per magia. Prima si trasforma in un embrione umano, che viene poi distrutto per ottenere cellule staminali.
Un altro esempio di tentativo di confondere le acque, o – meglio – le coscienze:  un articolo di Gautam Naik sul Wall Street Journal dice che gli scienziati hanno utilizzato la tecnologia di clonazione per trasformare cellule della pelle umana in cellule staminali embrionali,  ma non hanno creato un clone, secondo l’articolo: hanno dimostrato, per la prima volta, che è possibile creare cellule staminali embrionali  geneticamente identiche alla persona da cui sono derivate.
Altra bugia: una volta che si è operato il trasferimento nucleare, la clonazione è fatta. Dopo di che, quindi, gli scienziati suddetti hanno distrutto gli embrioni per ricavarne le cellule staminali.

Quindi, cari lettori, stiamo molto attenti al vecchio gioco disonesto che i fautori del biotech e i media che li sostengono stanno giocando: mentono sapendo di mentire dicendo che non fanno clonazione umana. Anzi: stanno cercando di far passare il concetto che non è clonazione, perché non nascono bambini clonati. Potremmo fare altri esempi di articoli tendenziosi e falsi che poi spesso si contraddicono essi stessi, sulla questione. Per esempio, questo su News.Com.Au , o questo  sul  Los Angeles Time , o questo pubblicato dalla rivista Cell, on line).

C’è un’altra questione su cui ragionare.
Il team dell’Oregon ha sostituito il nucleo di un ovulo non fecondato con il nucleo di una cellula della pelle. Sostengono che ciò che ne risulta non sia un embrione. Ma allora che cosa è? E’ la stessa “cosa” da cui è nata la pecora Dolly, anch’essa prodotta con un ovulo non fecondato, in cui è stato impiantato il nucleo di un’altra cellula.  E’ chiaro che il problema morale non sta nella manipolazione dell’ovulo umano, ma in ciò che ne risulta dopo.  E che quell’esserino non fosse atto a essere impiantato in utero, non è assolutamente rilevante. Questo è l’argomento che sostengono: non è clonazione riproduttiva. Ma l’embrione è stato prodotto!!!
E’ estremamente ipocrita dichiararsi contro la clonazione riproduttiva, ma a favore della SNCT per la produzione di cellule staminali. Perché – come abbiamo detto e ripetiamo – le cellule staminali vengono prese da un embrione creato per clonazione!
Se gli Stati fossero veramente gli enti deputati a preservare il Bene comune, se avessero a cuore il futuro dell’umanità, dovrebbero seriamente vietare ogni creazione e manipolazione di embrioni umani. Purtroppo, anche qui in Italia, la legge ha aperto la porta al delirio di onnipotenza degli scienziati “biotech” senza scrupoli.  La strategia di questi novelli Prometei è sempre stata quella di accettare il divieto di ciò che essi non riescono a fare, ma di protestare contro qualsiasi legge “liberticida e oscurantista”, che vieti ciò che essi riescono a fare. Perciò se volgiamo evitare di vedere un domani non troppo lontano la nascita del primo bimbo clonato, bisogna premere come società civile affinché la legge vieti anche la SNCT umana.
Del resto già le scimmie sono state ingravidate con successo con embrioni clonati, anche se la gestazione non è mai giunta a termine. Il Journal of Biological Development spiega che di 67 embrioni prodotti in vitro, attraverso la SCNT, cioè attraverso il trasferimento nucleare di cellule cutanee di scimmia, impiantati in 10 femmine, sono risultate 5 gravidanze e in 1 di queste si è sviluppato un feto vivo di cui è stato rilevato il battito cardiaco, e che è sopravvissuto fino all’81° giorno di gestazione.
Così era avvenuto inizialmente con le pecore… Il resto è semplicemente una questione di tecnica .

di Francesca Romana Poleggi





sabato 25 maggio 2013


Boston, Stoccolma, Londra: la guerra è cominciata di Stefano Magni - 25-05-2013 - http://www.lanuovabq.it/

Gli incidenti di Stoccolma

Boston, Stoccolma, Londra, sono le tappe di una nuova guerra di religione nel cuore dell’Occidente. 
Due bombe a Boston hanno risvegliato l’opinione pubblica sul fatto che il terrorismo jihadista esiste. Gli autori erano due fratelli ceceni, musulmani, uno dei quali era diventato un radicale islamico, “attenzionato” dai servizi segreti russi che lo avevano segnalato, invano, ai colleghi statunitensi.

Questa settimana i quartieri a maggioranza musulmana di Stoccolma, a partire da Husby, sono stati messi a ferro e fuoco. Gli assalitori che attaccano la polizia, bruciano auto e locali, lanciano molotov, gridano “Allah Akhbar”, come si può udire molto bene in più di un filmato mandato (da loro stessi) su YouTube. La scintilla è stata provocata dall’uccisione, da parte della polizia, di un violento armato di machete, che minacciava la vita di una donna e aveva aggredito gli stessi agenti.

Altri due uomini armati di machete, radicali islamici, a Londra hanno ucciso, sgozzandolo, un soldato britannico, Lee Rigby. Uno dei due, Michael Abedolajo, ha dichiarato nella sua estemporanea rivendicazione filmata con un cellulare: “Nessuno di voi potrà dirsi al sicuro (…) Noi abbiamo fede in Allah e non finiremo mai di combattervi”. 

E solo ora ri-scopriamo, dopo anni di sonno, che esiste un nemico interno. Nemmeno un appassionato di teorie cospirative arriverebbe a ipotizzare uno scenario come quello che stiamo vivendo in quest’ultimo mese. Tre grandi attacchi, in tre città occidentali, sempre condotti da radicali islamici. Sembrerebbe un’offensiva coordinata. Invece non la è. E quindi è molto peggio.

A unire i puntini di questo mosaico di eventi non è un unico piano. Ma un’unica cultura. Che è quella dell’islam fondamentalista. Non c’è un disegno coordinato, ma ci sono tanti manifesti. Abedolajo, per esempio, si è convertito dal cristianesimo all’islam, convinto dall’imam radicale Anjem Choudary. Il quale, in un discorso tenuto in un anniversario dell’11 settembre, aveva proclamato: “L’islam è superiore e non sarà mai sorpassato. La bandiera dell’islam sarà issata a Downing Street”. Come? Molto semplice: con la procreazione e il proselitismo. Procreazione: l’islam radicale, secondo l’imam, può vincere anche solo figliando. A Londra abita circa 1 milione di musulmani su una popolazione di 8. In alcuni quartieri, i musulmani sono già maggioranza. Proselitismo: dopo l’11 settembre i convertiti all’islam sono raddoppiati rispetto agli anni precedenti. In questi dodici anni di guerra al terrorismo si sono moltiplicati i fondamentalisti fra quelli che, fino a poco prima, erano musulmani non militanti. Vale lo stesso discorso per la Svezia, dove l’immigrazione, più che sul lavoro, è fondata sull’asilo politico. Non esistono statistiche sulla filiazione ideologica di quanti hanno ottenuto rifugio nel Paese scandinavo, non sappiamo, in percentuale, quanti di questi sono fuggiti dagli Stati che li opprimevano perché troppo jihadisti. Ma vediamo gli effetti: Stoccolma ne è un esempio.

“Nessuno di voi potrà dirsi al sicuro”, dichiarava Abedolajo con le mani grondanti del sangue del soldato appena ucciso. Questa frase non è solo sua. E’ dello stratega di Al Qaeda Abu Bakar Naji, autore di un altro dei manifesti fondamentali del moderno jihadismo: “Governare alla macchia” (Ederat al Wahsh). Naji ritiene che la guerra santa debba essere condotta in tutto il mondo, ovunque vi sia una presenza musulmana. Predica la costituzione di “aree islamiche” all’interno delle società occidentali. Non vuole che venga creato alcun governo, che potrebbe avere problemi con lo Stato occidentale che lo ospita, ma “società parallele”, con le proprie leggi e istituzioni, con le proprie forze dell’ordine ed eserciti, all’interno delle città che le ospitano. Sotto il naso delle autorità. 

Questa strategia è pericolosa non solo per i cristiani, che si troverebbero perseguitati dai vicini islamici come avviene in Nigeria o in altre società “miste” dell’Africa. E’ pericolosa anche per gli stessi musulmani che vivono all’estero e non vogliono avere nulla a che vedere con il fondamentalismo. Naji si rivolge soprattutto a loro. La sua strategia è stata concepita apposta per riportarli all’ordine, per evitare che si facciano attrarre troppo dalle tentazioni di una società “infedele”.

Queste ideologie si nutrono del multiculturalismo che gli viene offerto dalle società europee e nordamericane. I leader radicali islamici, convinti di colonizzarci, sanno che possono chiedere e ottenere, uno dopo l’altro, tutto quello che vogliono. Possono avere loro tribunali che giudicano in base alla Sharia e corpi di polizia ausiliari controllati da musulmani (come nel caso della Gran Bretagna). Possono ottenere quartieri tutti loro, dove imporre il costume islamico (come avviene in molti quartieri di città inglesi e svedesi). Sanno che un governo occidentale, se deve decidere di dialogare con un’organizzazione musulmana liberale o con una fondamentalista, sceglie di parlare con (e magari anche finanziare) quest’ultima, come avviene regolarmente negli Usa. 

Perché il musulmano liberale è dato per scontato, è “inutile”, mentre il dialogo viene orientato solo con chi predica l’odio, nel vano tentativo di convincerlo a diventare un interlocutore. L’islam fondamentalista sa di vivere in società che rifiutano la propria identità e stanno cercando di imporre la loro.

lunedì 4 marzo 2013


La verità sulla pillola abortiva EllaOne -  2 marzo, 2013 - http://www.uccronline.it/

Ellaone

Come probabilmente molti ricorderanno poco meno di un anno fa, il 2 aprile 2012, ha fatto la sua comparsa nelle farmacie italiane l’ulipristal acetato, prodotto più noto col nome di ellaOne® e solitamente qualificato come contraccettivo «d’emergenza durante le 120 ore (5 giorni) successive ad un rapporto sessuale». Ma è esatto? ellaOne® è effettivamente una pillola contraccettiva oppure no? E se non lo è, di che si tratta esattamente?

Chi ha provato ad approfondire questi aspetti è la dottoressa Anna Fusina, la quale ha scelto di dedicare all’argomento il proprio elaborato a conclusione del Corso di perfezionamento in Bioetica frequentato presso l’Università degli Studi di Padova. In questo interessante lavoro, dal titolo La “pillola dei 5 giorni dopo”. Aspetti scientifici, giuridici ed etici, si prende quindi in esame ellaOne®. E lo si fa con una premessa di carattere storico che mostra una singolare evoluzione concettuale – anche se sarebbe più corretto parlare di manipolazione -, vale a dire quella dei termini «concepimento» e «fecondazione».

Tutto ebbe inizio quando le potenti associazioni abortiste statunitensi compresero la necessità, per portare avanti la loro battaglia, di fare in modo che la parola «concepimento» non designasse più l’unione di spermatozoo ed ovulo bensì il momento dell’impianto in utero dell’embrione: «Se si scopre che questi dispositivi intrauterini agiscono come abortivi, non solo avremo contro la Chiesa cattolica ma pure le Chiese protestanti», affermava nel 1962 Mary Calderone (1904 – 1998), allora direttore medico di Planned Parenthood, riferendosi alla spirale.

Conseguenti a questa scelta strategica furono tutta una serie di pressioni che nel 1965, come fa notare Fusina, portarono l’ACOG – acronimo che sta per American College of Obstetricians and Gynecologists -, cioè la maggiore organizzazione di ginecologi degli Stati Uniti, a pubblicare il suo primo Terminology Bulletin con l’introduzione dalla discutibilissima trasformazione semantica: «concepimento», per la prima volta, stava per avvenuto impianto dell’ovulo fecondato nell’utero materno (American College of Obstetrics and Gynecology (ACOG). Terminology Bulletin, “Terms Used in Reference to the Fetus.” Chicago: ACOG, 1965).

Quella manipolazione, come si usa dire, “fece scuola”. Alcuni anni dopo infatti, precisamente dal 1985, anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità si appiattì sull’interpretazione messa a punto due decenni prima dalle lobby abortiste giungendo a riconoscere la gravidanza solo a partire dall’avvenuto impianto dell’embrione nell’utero (cfr. Sgreccia E. Manuale di bioetica, Vita&Pensiero, Milano 2007, p. 611;). Una manipolazione della realtà in piena regola, dato che testi di embriologia cronologicamente successivi ed utilizzati nell’insegnamento universitario riportano il concepimento quale momento della fecondazione, dell’unione di spermatozoo ed ovulo che determina la formazione dello zigote.

Fatta questa piccola ma significativa parentesi storica, torniamo su ellaOne®: nel suo foglietto illustrativo è testualmente scritto che «agisce modificando l’attività dell’ormone naturale progesterone» e che «si ritiene […] agisca bloccando l’ovulazione». Ora, non ci vuole molto per accorgersi di quel singolare «si ritiene»: come mai? Non c’è forse la certezza che ellaOne® agisca esclusivamente «bloccando l’ovulazione»? Quali altri effetti potrebbe avere esattamente questo presunto contraccettivo «d’emergenza»? Una risposta ci giunge da uno studio curato dai ricercatori Mozzanega e Cosmi che parte da un fatto: il solo studio che valuta l’efficacia di ulipristal sull’ovulazione è stato condotto su un piccolo campione, di appena 34 donne (Cfr. Mozzanega B. – Cosmi E. (2011) Considerazioni su ellaOne® (ulipristal acetato) «Italian Journal of Obstetrics»; 2/3:107-112).

E pur sulla base di quest’unico studio è possibile constatare come, a proposito di ellaOne®, «solo il trattamento all’inizio del periodo fertile sembra realmente ritardare l’ovulazione. In questo caso, però, un rapporto risalente da 1 a 5 giorni prima sarebbe avvenuto in un periodo del ciclo verosimilmente non ancora fertile e quindi il farmaco verrebbe assunto inutilmente. Quando invece ulipristal viene assunto nei successivi giorni fertili, i tre o quattro giorni che precedono l’ovulazione, la maggioranza delle donne ovula regolarmente ed evidentemente può concepire; l’endometrio, invece, risulterà gravemente compromesso e sarà del tutto inadeguato all’impianto».

Questo significa che le donne che assumono la “pillola dei 5 giorni dopo” dopo un rapporto sessuale avvenuto nel periodo fertile del ciclo mestruale, nella maggior parte dei casi,  ovulano e possono concepire anche se l’endometrio è irrimediabilmente compromesso, indipendentemente dal momento in cui il presunto contraccettivo è viene assunto. Concludono Mozzanega e Cosmi: «Se immaginiamo un rapporto il giorno prima dell’ovulazione, con il concepimento entro le successive 24 ore (e quindi 48 ore dopo quel rapporto sessuale), come potrà invocarsi un’azione anti-ovulatoria e anti-concezionale per un farmaco assunto fino a cinque giorni da quel rapporto, e quindi tre giorni dopo il concepimento stesso? Si avrà esclusivamente un’azione anti-annidamento». Da un contraccettivo con possibili effetti abortivi si passa quindi - sempre che vi sia stato concepimento, ovviamente – ad un vero e proprio abortivo.

Bene fa quindi la dottoressa Fusina, al termine del suo pregevole lavoro – dove sono contenute le maggior parte delle citazioni qui riportate e dove, naturalmente, c’è anche molto altro – ad osservare che «la presentazione di questo farmaco come “contraccettivo”, termine correntemente usato per indicare la prevenzione del concepimento (inteso come fecondazione) è ingannevole: potrebbe indurre infatti ad utilizzarlo persone che non lo farebbero mai, se solo ne conoscessero il meccanismo d’azione antinidatorio». L’idea che presentare ellaOne® come contraccettivo possa indurre ad assumerla «persone che non lo farebbero mai, se solo ne conoscessero il meccanismo d’azione antinidatorio» appare suffragata dall’esito di un sondaggio condotto in Spagna nel 2007, che ha messo in luce come quasi il 40% (il 39,4%) del campione «rifiuterebbe l’impiego di un anticoncezionale sapendo che questo potrebbe agire anche come abortivo».

Morale: presentare ellaOne® esclusivamente come un contraccettivo significa dire mezza verità e quindi mentire circa la sua natura antiprogestinica, volta cioè a bloccare l’ormone – il progesterone, appunto – fondamentale per l’annidamento embrionale nella mucosa uterina. Mentire, una vera e propria specialità per quanti, ieri come oggi, si battono contro il diritto alla vita servendosi di bugie che, a forza di esser raccontante, a volte vengono purtroppo prese per verità.

Giuliano Guzzo

venerdì 14 dicembre 2012

Crisi educativa è crisi di verità
di Massimo Introvigne - http://www.lanuovabq.it14-12-2012
papa ambasciatoriRicevendo il 13 dicembre i nuovi ambasciatori di alcuni Paesi che non rientrano fra i partner diplomatici storici della Santa Sede – la Repubblica di Guinea, San Vincenzo e Grenadine, il Niger, lo Zambia, la Thailandia, lo Sri Lanka – Benedetto XVI, come spesso gli capita, non si è limitato a un saluto di circostanza ma ha affrontato un tema che dall’inizio del suo ministero gli sta a cuore, la crisi dell’educazione e l’emergenza educativa, sempre più grave. 

Certo, ha detto il Papa, nella nostra epoca ci sono «numerose sfide» – come non pensare alla crisi economica internazionale? –, eppure rimane vero che «l’educazione occupa un posto di primo piano». Ed è in crisi come non è mai stata prima: «avviene oggigiorno in contesti in cui l’evoluzione degli stili di vita e di conoscenza crea fratture umane, culturali, sociali e spirituali inedite nella storia dell’umanità». Gli stessi social network, «le reti sociali, altra novità, tendono a sostituire gli spazi naturali della società e della comunicazione, divenendo spesso l’unico punto di riferimento dell’informazione e della conoscenza». Il Papa che è appena sbarcato su Twitter non condanna i social network, ma il loro uso ossessivo che ne fa un punto di riferimento unico e totalitario. 

«La famiglia e la scuola non sembrano essere più il terreno fertile primario e naturale da dove le giovani generazioni attingono la linfa nutritiva della loro esistenza». Ne risulta una perdita dell’autorità di chi insegna: «negli ambiti scolastico ed accademico, l’autorità degli insegnanti e dei professori è messa in discussione». Colpa dei contesti, certo, ma qualche volta anche degli insegnanti: «la competenza di alcuni di loro non è esente da parzialità cognitiva e da carenza antropologica, escludendo o limitando così la verità sulla persona umana».

Affrontare la crisi dell’educazione significa tornare alla verità sull’uomo, che «è un essere integrale e non una somma di elementi che si possono isolare e manipolare a proprio piacimento». Questa verità, purtroppo non è riaffermata, in un mondo dove «la scuola e l’università sembrano essere divenute incapaci di progetti creativi che rechino in sé una teleologia trascendentale in grado di sedurre i giovani nel loro essere profondo». Ma anche qui il giudizio del Pontefice è equilibrato. Se la scuola e gli insegnanti hanno le loro colpe, ce le hanno anche gli allievi, i giovani: spesso sembra che essi, «pur essendo preoccupati per il loro futuro, siano tentati dallo sforzo minore, dal minimo sufficiente e dal successo facile, utilizzando talvolta in modo inappropriato le possibilità offerte dalla tecnologia contemporanea. Molti vorrebbero aver successo e ottenere rapidamente uno status sociale e professionale importante, disinteressandosi della formazione, delle competenze e dell’esperienza richieste». 

La crisi dei giovani è al tempo stesso crisi degli adulti. «Il mondo attuale e gli adulti responsabili non hanno saputo dare loro i necessari punti di riferimento». E la crisi dell’educazione ha molto a che fare con la crisi globale internazionale. «La disfunzione di alcune istituzioni e di alcuni servizi pubblici e privati non potrebbe essere spiegata da un’educazione mal garantita e male assimilata?».

Benedetto XVI cita un autore su cui – per la verità senza trovare grande ascolto – ha spesso richiamato l’attenzione, Papa Leone XIII (1810-1903), il quale insegnava «che la vera dignità e grandezza dell’uomo è tutta morale, ossia riposta nella virtù; che la virtù è patrimonio comune, conseguibile ugualmente dai grandi e dai piccoli, dai ricchi e dai proletari» (Rerum novarum, n. 20). La crisi dell’educazione si può risolvere dunque solo «grazie alla promozione di una sana antropologia, base indispensabile per ogni educazione autentica, e conforme al patrimonio naturale comune». Non è facile, perché «talune opzioni politiche o economiche possono erodere subdolamente i patrimoni antropologici e spirituali», anche dove «questi sono passati al vaglio dei secoli e si sono pazientemente costituiti su basi che rispettano l’essenza della persona umana nella sua realtà plurale, restando nel contempo in perfetta sintonia con l’insieme del cosmo». Ma «il diritto a un’educazione ai giusti valori non deve mai essere negato né dimenticato. Il dovere di educare a tali valori non deve essere mai impedito o indebolito da qualsivoglia interesse politico nazionale o sovrannazionale. È pertanto necessario educare nella verità e alla verità». 

Oggi a chi osa proporre queste tematiche il mondo oppone la domanda di Pilato: «che cos’è la verità?» (Gv 18, 38). E i tempi sono peggiori di quelli di Pilato. «Ai giorni nostri, dire il vero è divenuto sospetto, voler vivere nella verità sembra superato e promuoverla sembra essere uno sforzo vano». Eppure, «il futuro dell’umanità si trova anche nel rapporto dei bambini e dei giovani con la verità: la verità sull’uomo, la verità sul creato, la verità sulle istituzioni, e così via». Solo un’educazione alla verità è al tempo stesso educazione alla morale per i giovani. «Occorre insegnare loro che ogni atto che la persona umana compie deve essere responsabile e coerente con il suo desiderio d’infinito, e che tale atto accompagna la sua crescita in vista della formazione a un’umanità sempre più fraterna e libera da tentazioni individualiste e materialiste».

Tra tutte queste difficoltà, una testimonianza alla verità è spesso ancora resa dalla scuola cattolica. Ma occorre che i governanti sappiano e vogliano «permettere alla Chiesa di occuparsi liberamente dei suoi ambiti di attività tradizionali che, come voi sapete, contribuiscono allo sviluppo dei vostri Paesi e al bene comune». Gli ostacoli posti alle scuole cattoliche sono un pessimo segnale, di scarsa consapevolezza della gravità della crisi educativa, o d’illusione che questa si possa risolvere impartendo nozioni meramente tecniche, impregnate di quelle che il Papa chiama «parzialità cognitiva» e «carenza antropologica».

martedì 11 dicembre 2012


I “discorsi di odio”: un reato per reprimere la libertà di espressione dei cristiani - http://www.nocristianofobia.org

(di Roberto de Mattei) La libertà di espressione si restringe sempre di più per i cristiani in Europa. Anche Paesi di antica tradizione cattolica hanno iniziato ad inserire nelle loro legislazioni un nuovo tipo di crimine, i “discorsi ispirati dall’odio” (in inglese hate speeches), che si riferiscono alla discriminazione e all’ostilità verso un individuo, a causa di caratteristiche particolari, come il suo orientamento sessuale o “l’identità di genere”.
In dodici Stati membri dell’Unione Europea (Belgio, Danimarca, Germania, Estonia, Spagna, Francia, Irlanda, Lettonia, Paesi Bassi, Portogallo, Romania e Svezia) più l’Irlanda del Nord nel Regno Unito, è considerato reato incitare all’odio o alla discriminazione in base all’orientamento sessuale. In quattro Stati membri (Austria, Bulgaria, Italia e Malta) i discorsi ispirati dall’odio sono considerati reati se espressi nei confronti di gruppi specifici, ma gli omosessuali non sono inclusi tra questi. Negli altri Stati membri, i discorsi ispirati dall’odio contro le persone lesbiche, gay, bisessuali e transessuali non sono definiti specificatamente come reato. Le lobbies relativiste vorrebbero una legislazione europea uniforme, che reprima ogni forma di discriminazione, anche solo verbale. Il 24 maggio 2012 il Parlamento europeo ha votato una risoluzione contro l’omofobia e la transfobia in Europa (con 430 voti a favore, 105 contrari e 59 astensioni). Il testo «condanna con forza tutte le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere» ed esorta gli Stati membri a garantire la protezione di lesbiche, gay e transgender dai discorsi omofobi di incitamento all’odio e dalla violenza. Con ciò si intende impedire ogni forma esplicita di critica della condizione omo o transessuale. Si inizia così ad applicare rigorosamente la categoria giuridica di “non discriminazione”, introdotta dall’art. 21 del Trattato di Nizza, recepito dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea.
Il principio è solo apparentemente nuovo: in realtà non si tratta altro che del vecchio concetto giacobino di uguaglianza assoluta, riproposto con nuovo linguaggio e adattato alla sensibilità contemporanea. E’ difficile infatti trovare un termine ambiguo come quello di discriminazione. L’idea stessa di giustizia, che nella sua formulazione tradizionale significa attribuire a ciascuno quello che gli è proprio (suum cuique tribuere) implica qualche forma di “discriminazione”.Ogni legge è costretta in qualche modo a “discriminare”, per il fatto stesso che stabilisce che cosa è giusto e ingiusto, lecito o proibito, favorendo gli uni ed ostacolando gli altri. La pretesa di non discriminare gli orientamenti sessuali significa applicare un criterio rigorosamente ugualitario a tutte le scelte, quali esse siano, relative alla sessualità umana. Un coerente criterio ugualitario porterà a proteggere giuridicamente ogni forma di disordine morale, dalle unioni omosessuali alla pedofilia e all’incesto, almeno quando siano tra soggetti consenzienti ed escludano una violenza esplicita. Inoltre, ogni critica pubblica di un comportamento ritenuto disordinato e immorale costituisce una forma di “discriminazione”. E’ previsto perciò il divieto e la pesante repressione penale di ogni tipo di attività e di espressione che comporti la critica dell’omosessualismo e dell’abortismo. Un sacerdote dal pulpito o un professore dalla cattedra non possono presentare la famiglia naturale e cristiana come “superiore” alle “unioni di fatto” etero o omosessuali, senza che questo costituisca una “discriminazione” degna di sanzione penale. Una istituzione religiosa, una scuola privata, un’associazione cristiana non potranno allontanare dei membri che all’interno di essa propaghino o pratichino comportamenti ritenuti immorali, senza che questo costituisca una colpevole discriminazione. Tutto questo in nome della condanna dei “discorsi di odio”. Ma l’odio è necessariamente un male?
L’amore e l’odio sono i due sentimenti che guidano la vita degli uomini e dei popoli, Meditando sulla caduta dell’Impero romano, sant’Agostino esponeva nella sua celebre Città di Dio, la visione teologica della storia cristiana, secondo cui l’amore e l’odio guidano la storia del mondo: l’amore di sé fino all’odio di Dio e l’amore di Dio fino all’odio di sé. Amore e odio sono inseparabili nella vita. Non si può amare il bene senza odiare il male e non si può difendere e diffondere la verità senza criticare l’errore. A meno di non credere che verità ed errore siano solo opinioni soggettive e intercambiabili. Oggi però il Parlamento europeo, e molti governi nazionali vorrebbero ammettere come legittima una sola forma di odio, quella al Cristianesimo. Gesù l’aveva detto: «Sarete odiati da tutti a causa del Mio nome» (Mt 10, 16-23). In occasione della Giornata mondiale della Pace del gennaio 2011, Benedetto XVI ha affermato che i cristiani sono attualmente il gruppo religioso che soffre il maggior numero di persecuzioni a motivo della propria fede. Lo scorso 9 novembre l’Osservatorio sull’intolleranza e la discriminazione contro i cristiani in Europa ha fatto pervenire all’Osce (Organizzazione per la cooperazione e la sicurezza in Europa) un rapporto sulla situazione della libertà religiosa nel continente. L’Osservatorio ha documentato negli ultimi sei anni più di ottocento casi in Europa nei quali la libertà dei cristiani di esprimere pubblicamente le loro idee è pesantemente violata. Molti di questi casi si riferiscono al divieto di manifestare pubblicamente la contrarietà all’aborto o al “matrimonio” omosessuale.
L’odio al nome cristiano accompagna fin dai primi secoli la vita della Chiesa.Oggi l’odio contro i cristiani si manifesta sotto forma di persecuzioni violente e di discriminazioni e va sotto il nome improprio, ma efficace, di cristianofobia, che nel suo significato etimologico è paura del Cristianesimo. L’imposizione dell’unione contro natura tra persone dello stesso sesso; l’introduzione del reato di “omofobia”, che proibisce ogni forma di difesa della famiglia naturale; il tentativo di reprimere giuridicamente l’obiezione di coscienza di coloro che rifiutano di cooperare ad omicidi quali l’aborto e l’eutanasia; la promozione della blasfemia nella pubblicità e nelle opere cinematografiche e teatrali sono forme di odio e di intolleranza verso i princìpi e le istituzioni cristiane, realizzate dalla dittatura del relativismo contemporanea. Tutto ciò non può essere tollerato. I cristiani non rimarranno inerti. (di Roberto de Mattei)