lunedì 10 novembre 2014
Se le ragioni per giustificare l’eutanasia si basano su due enormi balle, novembre 10, 2014, Giuliano Guzzo, http://www.tempi.it/
lunedì 18 agosto 2014
Quando parlare da cristiani è "propagandare odio" di Lorenzo Schoepflin, 18-08-2014, http://www.lanuovabq.it
Essere accusati di «propagandare odio» per aver scritto sul proprio blog un articolo, ripreso da un settimanale poi costretto a scusarsi per la pubblicazione, nel quale si enunciano semplicemente i motivi per i quali un cristiano dovrebbe opporsi al matrimonio omosessuale. Accade in Canada, il settimanale è il Newfoundland Herald, l’autore del contributo incriminato risponde al nome di Matt Barber e gli accusatori sono i soliti attivisti per i diritti Lgbt.
L’articolo di Barber era apparso nell’edizione del 3 agosto del periodico come lettera all’editore, Pam Pardy-Ghent, che nel successivo numero si è dichiarata «veramente dispiaciuta» per il fatto che molte persone si sono sentite offese per quanto pubblicato. Pur affermando che «le opinioni, non importa quanto popolari o controverse, possono essere liberamente espresse in questo paese sia che siano di una minoranza che di una maggioranza», Pam Pardy-Ghent ha ritenuto opportuno presentare le proprie scuse. Scuse prontamente accettate dalla comunità Lgbt canadese, che per voce di Kyle Curlew ha prontamente ritirato la minaccia di adire le vie legali contro il Newfoundland Herald.
Insomma, non è difficile capire che siamo di fronte ad una lezione di censura impartita da chi si fa difensore della libertà. Un monito chiarissimo: guardatevi bene dal criticare tutto ciò che ruota attorno al pianeta Lgbt o incorrerete in guai giudiziari. Quali altri organi di stampa avranno adesso il coraggio di pubblicare opinioni difformi dal mantra dei “diritti” gay?
E’ lo stesso Curlew, molto candidamente, a fornire questa chiave di lettura: «Abbiamo deciso che vogliamo assumere un atteggiamento educativo e di non farne una questione di risarcimento. Pensiamo che sia meraviglioso che si siano scusati». Educare – con la forza – al gay-friendly, questo l’obiettivo di Curlew, che spera che da ora in poi il Newfoundland Herald possa instaurare un bel rapporto con trans, bisessuali e omosessuali.
Ma vediamo quali sarebbero i contenuti offensivi per i quali Matt Barber è stato iscritto nella lista dei nemici dei diritti Lgbt.
Quasi a presagire cosa gli sarebbe accaduto, Barber scriveva: «Con la scusa della “antidiscriminazione”, i cristiani si trovano ad affrontare una discriminazione a livelli senza precedenti». Per poi proseguire: «I cristiani, i veri cristiani […] non possono prendere parte a, approvare, facilitare o incoraggiare certi comportamenti che secondo le Sacre Scritture sono immorali o peccaminosi». Non è questione di odio o di esser bigotti, neppure di sentirsi superiori o di voler imporre il proprio credo, ma semplicemente di «obbedienza a Cristo» e «compassione» per coloro che vivono nell’errore.
Centrale per il Cristianesimo e ribadito sia nel Vecchio che nel Nuovo Testamento è il fatto che ogni atto sessuale vissuto al di fuori del matrimonio tra un uomo e una donna causa una «separazione da Dio». Ciò ovviamente vale anche per persone dello stesso sesso, che agiscano o meno sotto «la nuova nozione del cosiddetto “matrimonio omosessuale”». Barber, nell’articolo, estende l’orizzonte anche ad aborto, incesto, adulterio e ad ogni altro comportamento contrario alla morale cristiana: «Non è tanto che i cristiani, volenti o nolenti, vogliono chiamare l’aborto, il comportamento omosessuale, la fornicazione, l’adulterio, l’incesto o qualsiasi altra disordinata propensione sessuale “peccaminosa”. Piuttosto, dobbiamo. Per il vero cristiano, le verità oggettive di Dio comanderanno sempre sui desideri soggettivi dell’uomo». Ispirandosi ai sempre più frequenti casi di disobbedienza civile verificatisi negli Stati Uniti, dove molti si sono ribellati alle leggi di Obama che limitano la libertà religiosa e di coscienza soprattutto in merito alla riforma sanitaria e al ricorso alla contraccezione e all’aborto, Barber ha ricordato che «per 2000 anni, ogni volta che sono sorti conflitti, i cristiani hanno posto le leggi di Dio al di sopra delle leggi degli uomini».
E’ una responsabilità morale, conclude Barber ricordando una celebre frase di Martin Luther King, obbedire alle leggi giuste e disobbedire a quelle ingiuste. E’ un dovere resistere al male, «anche quando il male è adornato di sigillo e firma presidenziale».
Sfidiamo chiunque a trovare contenuti offensivi o incitamenti all’odio nei confronti delle persone omosessuali. A scanso di equivoci e per una completa informazione, l’articolo di Barber può essere consultato integralmente qui.
Se, leggendo le parole del contributo ospitato sul Newfoundland Herald, è difficile capire in cosa consisterebbe la motivazione di una potenziale azione legale contro Barber, molto semplice è associare quanto accaduto con il caso Barilla verificatosi in Italia. Con una piccola differenza: a scusarsi non è stato l’autore delle presunte offese, ma chi ha deciso di dar voce ad una libera, documentata e pacata espressione delle proprie idee. Barber ha invece rilanciato, con un post dove ha affermato che da adesso la libertà di espressione sembra vietata in Canada: «Infatti, i sedicenti campioni di “tolleranza” e “diversità” dimostrano, più e più volte, di essere i più intolleranti e monolitici in mezzo a noi. La loro versione di “intolleranza” (cioè qualsiasi posizione filosofica che è in conflitto con i rigidi dettami della “correttezza politica”) semplicemente non sarà tollerata».
Una piccola curiosità: Matt Barber, oggi giurista, nella breve biografia di presentazione sul proprio blog, precisa di esser stato un boxer professionista – peso massimo – ritiratosi con nessuna sconfitta al passivo. Come dire: la lobby omosessualista non ha paura di niente e di nessuno.
Sorpresa, i gay sono pochi e in cattiva salute di Tommaso Scandroglio, 18-08-2014, http://www.lanuovabq.it
Le persone con tendenze omosessuali sono poche e in cattiva salute. Questo in sintesi è il dato che emerge da un ricerca condotta dal Centro statunitense per il Controllo e la Prevenzione del Disagio (CDC) - l’istituto di monitoraggio della salute pubblica più rinomato negli USA e non sospetto certo di partigianeria – che ha interessato 34.557 persone di età compresa tra i 18 e i 64 anni. L’indagine è stata condotta nel 2013 e i risultati pubblicati a fine luglio di quest’anno. Ecco i dati salienti.
Solo il 2,3% della popolazione USA si dichiara facente parte del gruppo LGBT. Più in particolare questa indagine, la più approfondita da 57 anni a questa parte, ci informa che il 96,6 % degli intervistati si qualifica come “eterosessuale”, l’1,6% come omosessuale maschio o femmina, lo 0,7 bisessuale e l’1,1% dichiara di essere “qualcosa di differente” o non sa o non vuole rispondere. Da notare questo particolare: sono gli intervistati che si dichiarano “omosessuali”, ma questo non ci dà garanzia che la loro percezione soggettiva corrisponda ad un dato reale. Ad esempio una persona può sentirsi “gay” perché ha avuto rapporti omosessuali, ma questo non comporta di necessità che la persona viva una condizione omosessuale (così dicasi per le persone eterosessuali). E dunque le cifre potrebbero essere ritoccate al ribasso (o al rialzo).
Comunque sia, anche se i dati fossero lo specchio fedele della realtà omosessuale, potremmo concludere che la percentuale di persone omosessuali è bassissima, ben lontana dalla cifra così propagandata dall’ideologia gender del 10% tirata fuori come per magia dal cilindro del Dott. Kinsey nel lontano 1948 (si legga il recente articolo di Rino Cammilleri “L’altro vizietto dei gay: taroccare le statistiche”). Il dato individuato dal CDC poi va a confermare le percentuali presenti in altri studi simili di anni passati e condotti anche in altri paesi, comprovando che in ogni società c’è sempre stato un minimo sindacale di quota omosessuale.
C’è da aggiungere anche questo ulteriore pensierino. Se le persone omosessuali sono l’1,6% quanti saranno i gay? Cioè quanti saranno coloro che fanno dell’omosessualità una bandiera da sventolare nelle piazze di tutto il mondo, nei parlamenti di tutto l’orbe terracqueo e su tutti i media esistenti? Di certo una percentuale ancor minore, vicino allo zero termico. Questo perché molte delle persone omosessuali vivono con disagio la propria condizione e sicuramente prendono le distanze da coloro che politicizzano la loro sofferenza.
Poi vi sono coloro i quali invece tentano di essere “gai” ma non sono così entusiasti da berciare dai tetti delle case che “gay è bello”. Infatti la persona omosessuale in genere vuole vivere la propria condizione in totale privacy, non perché tema fantomatiche discriminazioni ma perché considera il proprio orientamento un affare privato. E dunque mai si “sposerebbe”, mai metterebbe su “famiglia”, mai chiederebbe per sé un pupo da crescere, per il semplice motivo che non vuole vincoli formali o sociali, ma cerca solo l’opportunità di vivere la propria sessualità in piena libertà, tenendosi ben lontano da rivendicazioni politiche.
Questa operazione di scrematura di quell’esiguo 1% e poco più, ci porta a dire che davvero le richieste delle lobby omosessualiste non hanno ragion d’essere perché prive di fondamento numerico. Se dovessimo usare la stessa misura per altre categorie di minoranza sfoceremmo nel ridicolo. Che dire infatti degli apicoltori? Sono meno dell’1% della popolazione italiana ma ne hanno di problemi: l’inquinamento che falcidia le api insieme ai prodotti chimici che i contadini usano per le proprie piantagioni, le malattie che provengono da madre natura, le bizze del tempo, la concorrenza sleale di chi produce miele per hobby ma non rispetta le regole, la crisi che incalza, i balzelli statali, uno Stato che non riconosce il loro lavoro e li ghettizza, una mancanza di rappresentatività nei settori alti della politica, un regolamento di medicina veterinaria del 1954 che va bene per buoi e cavalli ma non per questi insetti, la mancanza di selezione del prodotto e delle specie.
Eppure non riescono ad avere un loro Scalfarotto in Parlamento che appoggi le ronzanti rivendicazioni del settore, non hanno un Ape-pride, non denunciano la Piaggio per aver abusato del termine “Ape” senza loro permesso, non chiedono quote giallo-nere nelle aziende, almeno quelle agricole, non vanno a pungere – è proprio il caso di dire - giornalisti apofobi che non parlano di loro o ne parlano male. Tommaso D’Aquino scriveva che la legge dovrebbe disciplinare ciò che accade tra i più – dunque dovrebbe disciplinare anche i diritti fondamentali che riguardano tutti, persone omosessuali comprese - e non fenomeni marginali.
Ritornando all’indagine, questa ci fornisce un altro dato assai interessante: relativamente “alle condizioni di salute (ad esempio asma, diabete, disturbi cardiovascolari, disabilità varie) e comportamenti che possono incidere sulla salute come il fumo e l’acolismo […] le minoranze sessuali [leggi ‘LGBT’] tendono a vivere una condizione peggiore rispetto ai loro omologhi che non appartengono alle minoranze sessuali [leggi ‘eterosessuali’]”.
Da ciò una conclusione che il CDC non si sogna nemmeno di fare ma che noi invece azzardiamo ad ipotizzare: vuoi vedere che c’è un nesso tra condotte omosessuali e stato di salute psicofisico? Detto in soldoni: vuoi vedere che l’omosessualità fa male al corpo e allo spirito? L’ipotesi diventa certezza scientifica se andiamo a spulciare qualche ricerca sul tema che comprova che la salute delle persone omosessuali risente del loro stile di vita (E. Rothblum, Depression Among Lesbians, «Journal of Gay & Lesbians Psycoterapy», 1, 3 [1990], p. 76; S. Welch, Lesbians in New Zealand, «N.Z.J. Psychiatry», 34 [2000], pp. 256-263; T. Sandfort, Same-Sex Sexual Behaviours and Psychiatric Disorders, «Archives of General Psychiatry», 58 [2001], pp. 85-91;). Tanto che il tasso di suicidi è superiore della media così come i comportamenti violenti (P. Cameron, Errors by the American Psychiatric Association, «Psycological Reports», 79 (1996), pp. 383-404) Insomma l’omosessualità non fa bene a nessuno, tantomeno e prima di tutto ai diretti interessati.
È un film già visto. Dove non si rispettano le regole etiche, anche quelle che governano la nostra salute saltano, perché la realtà morale e quella fisica sono un tutt’uno nell’uomo. Vedi l’aborto con la sindrome post abortiva che colpisce le donne; vedi la fecondazione artificiale che sforna bebè con tare genetiche e genera infelicità nelle coppie, sia che abbiano o non abbiano avuto il tanto desiderato figlio; vedi la contraccezione che regala effetti collaterali a piene mani alle donne, intorbidisce la fiducia nella coppia e, nel caso del preservativo, espone comunque a rischi di contagio per malattie veneree; vedi divorzio che provoca veri drammi esistenziali a tutti i soggetti coinvolti; vedi infine l’eutanasia che lascia nella psiche dei parenti sopravvissuti che hanno dato il loro benestare a staccare la spina un’angoscia così profonda che li seguirà fino alla tomba.
giovedì 29 maggio 2014
“BACHECA DI BIOETICA”: [Notizie PRO-LIFE] La difesa della vita ha bisogno di verità: un punto fermo per la strategia prolife. 2. La fedeltà alla verità come strategia prolife, Comitato Verità e Vita
venerdì 13 settembre 2013
La lezione di Caffarra su matrimonio e (omo)sessualità. «Ci hanno scippato la parola amore» 13 settembre 2013 di Carlo Caffarra
Testo integrale della lectio magistralis su “Verità e bontà della coniugalità” pronunciata ieri, 12 settembre, al Teatro Manzoni di Bologna dal cardinale Carlo Caffarra, arcivescovo della diocesi emiliana, in occasione dell’apertura dell’”Itinerario di educazione cattolica per insegnanti”.
Vorrei intrattenermi con voi su una questione che spero il corso della riflessione dimostrerà essere una questione importante.
Sullo sfondo del nostro discorso dimora una domanda alla quale non risponderò direttamente, ma che ci accompagnerà. La domanda è la seguente: il matrimonio è una realtà a totale disposizione degli uomini oppure ha in sé uno “zoccolo duro” indisponibile? Poiché sappiamo, senza essere studiosi di logica, che la definizione e.g. di A è la risposta alla domanda “che cosa è A?”, potremmo riformulare la domanda di fondo nel modo seguente: la definizione del matrimonio – ciò che il matrimonio è – è esclusivamente dipendente dal consenso sociale? E’ il consenso sociale che decide che cosa è il matrimonio?
Se io ora comincio a parlarvi della verità della coniugalità, lo posso fare in quanto penso che la definizione del matrimonio, la sua intima natura, non è esclusivamente frutto del consenso sociale. Non avrebbe altrimenti senso tutta la riflessione che stiamo facendo. Alla domanda “che cosa è la coniugalità?” tutto si risolverebbe, alla fine, nel rispondere: ciò che il consenso sociale decide che sia.
1. La verità della coniugalità
Partiamo pure dal fatto attuale: è stata introdotta in molti ordinamenti statuali il riconoscimento di una “coniugalità omosessuale”. Cioè: la differenziazione sessuale è irrilevante in ordine alla definizione della coniugalità. I coniugi che stabiliscono il patto coniugale possono essere anche dello stesso sesso.
Nello stesso tempo, tuttavia, l’amicizia coniugale, è pur sempre un’affezione che ha una dimensione sessuale. E’ questo che distingue l’amicizia coniugale da ogni altra forma di amicizia.
Oggettivamente – cioè: lo si pensi o non lo si pensi; lo si voglia o non lo si voglia – la definizione di coniugalità, implicata nel riconoscimento della coppia omosessuale, sconnette totalmente la medesima coniugalità dall’origine della persona umana. La coniugalità omosessuale è incapace di porre le condizioni del sorgere di una nuova vita umana. Pertanto delle due l’una: o non possiamo pensare la coniugalità nelle forma omosessuale o l’origine di nuove persone umane non ha nulla a che fare colla coniugalità.
Proviamo a riflettere su questa sconnessione. Essa sembra contraddetta dal fatto che gli stessi ordinamenti giuridici che hanno riconosciuto la coniugalità omosessuale, hanno riconosciuto alla medesima il diritto all’adozione o dal ricorso alla procreazione artificiale. Pertanto delle due l’una. O questo diritto riconosciuto fa si che ciò che è stato cacciato dalla porta, entri dalla finestra. Cioè: esiste una percezione indistruttibile, un’evidenza del legame procreazione-coniugalità. Oppure è ritenuto eticamente neutrale il modo con cui la nuova persona umana viene introdotta nella vita. E’ cioè indifferente che essa sia generata o prodotta.
Fermiamoci un momento, per riflettere sul cammino fatto. La nostra riflessione ha fatto il seguente percorso. Mentre fino a pochi anni orsono, il termine “coniugalità” era univoco, aveva solo un significato, e veicolava la rappresentazione di una sola realtà, l’affezione sessuale fra uomo e donna, oggi il termine è diventato ambiguo, perché può significare anche una coniugalità omosessuale. Da questa ambiguità deriva una totale ed oggettiva sconnessione dell’inizio di una nuova vita umana dalla coniugalità. Questo è il percorso fatto dunque finora: (a) il termine coniugalità è stato reso ambiguo; (b) l’Origine di una nuova persona umana è stata sconnessa dalla coniugalità. Riflettiamo ora un momento su questa sconnessione.
Essa è un vero e proprio sisma nelle categorie della genealogia della persona. E’ una cosa molto seria. Sono costretto dal tempo ad essere breve.
Scompare la categoria della paternità-maternità, sostituita dalla generica categoria della genitorialità. Scompare la dimensione biologica come elemento [non unico!] costitutivo della genealogia mentre la genealogia della persona è inscritta nella biologia della persona. Il concepimento – l’evento che ti costituisce in relazione ontologica con padre e madre – può essere un fatto puramente artificiale. La categoria della generazione diventa opzionale nel “racconto della genealogia”.
Che ne è allora della persona umana che entra nel mondo? E’ una persona intimamente sola, perché privata delle relazioni che la fanno essere.
L’avere percorso il cammino che molte società occidentali stanno percorrendo, ci conduce ad una conclusione. La seguente: ritenere che la coniugalità sia un termine vuoto di senso, al quale il consenso sociale può dare il significato che decide, è la devastazione del tessuto fondamentale del sociale umano: la genealogia della persona.
E’ in questo contesto culturale che dobbiamo interrogarci sulla vera natura della coniugalità; scoprire la verità della coniugalità.
La mascolinità e la femminilità sono diversificazioni espressive della persona umana. Non è che esista una persona umana che ha un sesso maschile o femminile, ma esiste una persona umana che è uomo o donna.
Non possiamo dimenticare neppure per un momento che il corpo non è semplicemente qualcosa di posseduto, un possesso della persona. La persona umana è il suo corpo: è una persona-corpo. Ed il corpo è la persona: è un corpo-persona.
La femminilità/mascolinità non sono meri dati biologici. Esse configurano il volto della persona; ne sono la “forma”. La persona è “formata”, edificata femminilmente o mascolinamente.
Perché esistono due “forme” di umanità, la forma maschile e la forma femminile? La S. Scrittura, che trova per altro conferma nella nostra esperienza più profonda, risponde nel modo seguente: perché ciascuno dei due possa uscire dalla sua “solitudine originaria”, e realizzarsi nella comunione con l’altro [cfr. Gen 2].
Essendo radicati nella stessa umanità, uomo e donna sono capaci al contempo di costituire una comunione di persone e di trovare in questa comunione la pienezza di sé stessi in quanto persone umane.
Questa capacità, caratteristica dell’uomo in quanto persona, la capacità del dono di sé, ha una dimensione spirituale e corporea assieme. E’ anche attraverso il corpo che l’uomo e la donna sono predisposti a formare quella comunione di persone, nella quale consiste la coniugalità. E’ il corpo maschile/femminile il linguaggio non solo espressivo, ma anche performativo della coniugalità.
Nella coniugalità così intesa è radicata, inscritta la paternità e la maternità. E’ solo nel contesto della coniugalità che la nuova persona umana può essere introdotta nell’universo dell’essere in modo adeguato alla sua dignità. Non è prodotta, ma generata. E’ attesa come dono, non esigita come un diritto.
Prima di terminare la nostra riflessione sulla verità della coniugalità, vorrei sottoporre alla vostra attenzione tre conclusioni. Esse meriterebbero di essere lungamente riflettute. Le enuncio solamente.
La prima. Solo una tale visione della coniugalità rispetta tutta la realtà della nostra umanità; essa cioè ci introduce in una vera antropologia adeguata. Non riduce il corpo ad una realtà priva senso, che non sia quello liberamente attribuitogli dal singolo. Ma vede la persona umana come persona-corpo ed il corpo come corpo-persona, e quindi come persona-uomo e come persona-donna.
La seconda. Una tale visione della coniugalità afferma al contempo la più alta autonomia dell’Io nel dono di sé, e l’intrinseca relazione al “diverso”, nel senso più profondo del termine. La “coniugalità” [si fa per dire] omosessuale in fondo trasmette oggettivamente questo messaggio: “di metà dell’umanità non so che farne, in ordine alla più intima realizzazione di me stesso è superflua”.
La terza. Una tale visione della coniugalità radica la socialità umana nella natura stessa della persona umana: prima societas in coniugo. Prima, non in senso cronologico, ma ontologico ed assiologico. Ed impedisce la riduzione del sociale umano al contratto.
2. Il bene della coniugalità
Visto che cosa è la coniugalità, ora ci chiediamo quale è il suo valore, la sua propria e specifica preziosità. In una parola: la sua bontà
Prima di addentrarci nella seconda parte della nostra riflessione, devo fare una premessa assai importante. Esiste una verità sul bene della persona, che è condivisibile da ogni persona ragionevole. Che sa cosa significa “verità sul bene”? Non significa in primo luogo ciò che devi/non devi fare. E’ la percezione del valore proprio di una realtà [nel nostro caso la coniugalità].
Faccio un esempio. Vedendo la Pietà di Michelangelo, noi “vediamo” una bellezza sublime, la quale fa sì che quel pezzo di marmo sia unico: ha in sé un suo proprio valore. In questo caso: un valore estetico.
Alla domanda che cosa è il bene/che cosa è il male, la risposta non è semplicisticamente: ciò che ciascuno pensa sia bene/sia male, senza possibilità di una condivisione ragionevole di una stessa risposta da parte di più persone. Esiste invece una verità sul bene, che può essere scoperta e condivisa da ogni persona ragionevole. Noi ci chiediamo quale è il valore proprio della coniugalità, la sua preziosità specifica, la sua bellezza inconfondibile. Il bene che è la coniugalità ha due aspetti fondamentali.
Il primo. La coniugalità è una communio personarum. La bontà propria della coniugalità è una bontà comunionale. Vorrei ora farvi notare alcune dimensioni.
(a) Una tale relazione può darsi solo tra persone, e la base è la percezione della bontà, della preziosità propria della persona. I coniugi sono l’uno per l’altro persone.
(b) La communio personarum che costituisce il bene della coniugalità non è basata su emozioni, su mera attrazione psico-fisica: di legami basati su questi fatti sono capaci anche gli animali. Solo le persone sono capaci della seguente promessa: «prometto di esserti fedele sempre, … tutti i giorni della mia vita». Solo le persone sono capaci di vivere in comunione, perché sono capaci di scegliersi in modo libero e consapevole.
(c) Solo la persona è capace di fare dono di se stessa e solo la persona è capace di accogliere il dono. La persona – e solo la persona – è capace di autodonazione, perché è capace di auto-possesso, in forza della sua libertà. E’ evidente che non puoi donare ciò che non possiedi, e la persona può possedere se stessa in forza della sua libertà. Ma la persona può anche rinunciare alla sua libertà, e mantenersi al livello di chi ultimamente si lascia condurre o dal mainstream sociale o dalle proprie pulsioni. La coniugalità è particolarmente esposta a questa insidia.
(d) La communio personarum coniugale – autodonazione ed accoglienza reciproca – scende fino all’intimità della persona: al proprio Io. E’ la persona come tale che viene donata/accolta. Si ha qui forse il mistero più profondo della coniugalità. Voi sapete bene che la S. Scrittura indica il rapporto sessuale uomo-donna col verbo “conoscere”. Si vive una rivelazione di uno all’altro nella loro intima identità.
E’ in questo evento che può introdursi una sorta di indolenza, di pigrizia spirituale che impedisce ai coniugi di compiere quell’atto che può nascere solo dal loro centro spirituale e libero. A questo punto la comunione della persona si intorpidisce.
Il secondo aspetto della preziosità etica che è propria della coniugalità, è la capacità intrinseca ad essa di dare origine ad una nuova persona umana.
La possibilità di dare inizio alla vita di una nuova persona è inscritta nella natura stessa della coniugalità. E’ questa, nell’universo creato, la più alta capacità e responsabilità che l’uomo e la donna hanno. E’ uno dei “punti” dove l’azione creatrice di Dio entra nel nostro universo creato. Il tempo a disposizione non mi consente di prolungare la riflessione su questo tema sublime.
Conclusione
Due semplici riflessioni conclusive. La prima. Avete notato che mi sono ben guardato dall’usare la parola amore. Come mai? Perché è avvenuto come… uno scippo. Una delle parole chiavi della proposta cristiana, appunto amore, è stata presa dalla cultura moderna ed è diventata un termine vuoto, una specie di recipiente dove ciascuno vi mette ciò che sente. La verità dell’amore è oggi difficilmente condivisibile. «Senza verità, la carità scivola nel sentimentalismo. L’amore diventa un guscio vuoto, da riempire arbitrariamente. E’ il fatale rischio dell’amore in una cultura senza verità» [Benedetto XVI, Lett. Enc. Caritas in veritate 3].
La seconda. I testimoni della verità della coniugalità avranno vita difficile, come non raramente accade ai testimoni della verità. Ma questo è il più urgente compito dell’educatore.
