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giovedì 8 marzo 2012


Lezione «Comparazioni fra matrici etiche: etica della terza ed etica della prima persona», Bologna, Istituto Veritatis Splendor, 8 marzo 2012

Questa è una lezione introduttiva al corso sulla rilevanza del sistema etico per una fondazione del nuovo welfare. Essa si propone, come ogni introduzione critica, di chiarire alcune categorie concettuali fondamentali per intendere (a) che cosa significa "sistema etico" e (b) che rilevanza ha il sistema etico di riferimento per la riflessione critica sul nuovo welfare. A me è chiesto di rimanere al punto (a). Inizio dunque da alcune premesse per delimitare rigorosamente l’ambito.

01.          Di che cosa si parla quando si parla di etica? Dell’operare umano o della persona umana che opera. L’operare umano si realizza in due forme fondamentali: il fare e l’agire. Da Aristotile in poi, questa distinzione viene denotata anche come atto transeunte e atto immanente. Vedremo subito perché.

Il fare denota l’operare umano in quanto trasforma un dato che lo precede. Costruire un edificio, scolpire una statua in un pezzo di marmo … comporta un’operazione umana che iniziando dalla persona ha il suo effetto fuori di essa, appunto ciò che è prodotto. Ora capite perché viene detto che l’operare è transeunte.

L’agire denota l’operare umano in quanto trasforma la persona che agisce, realizza non qualcosa fuori di essa ma la persona stessa. Rimane nella persona [= è operare immanente] che agisce. Il che ovviamente non significa che non possa anche avere un oggetto esterno al riguardo del quale agisce. Ma facciamo un esempio, e tutto risulterà chiaro.

Se io penso un triangolo non divento un triangolo, ma se rubo divento un ladro. Fermiamoci un momento. L’agire esemplificato, il furto, ha senza dubbio un "oggetto": si ruba sempre qualcosa che appartiene legittimamente ad un altro. Ma questo agire resta nella persona che agisce, e la trasforma. Anche nel linguaggio comune, vedendo una scultura ben fatta, diciamo: è un buon scultore, nulla più. Vedendo rubare, diciamo: è un uomo ingiusto. Nel primo caso diamo un giudizio sulla capacità tecnica di una persona; nel secondo caso diamo un giudizio sulla persona come tale.

Prima premessa: l’etica e ogni sistema etico parlano solo di agire umano o più concretamente della persona in atto, degli atti umani.

Quando si cerca di chiarire rigorosamente un concetto nei confronti di un altro, si deve farne vedere le separazioni. Tuttavia non è difficile constatare che se ci può essere un agire senza fare, non ci può essere un fare senza agire. Meno astrattamente: la persona è sempre coinvolta sia quando agisce sia quando fa.

02.          Dunque, teniamo per fermo che l’etica parla solamente di agire umano. Ma da quale punto di vista? Quale è la prospettiva dell’etica?

Dell’agire umano infatti parlano i neurologi, i fisiologi, gli psicologi, gli economisti … E l’etica da quale punto di vista ne parla? Siamo ad una domanda fondamentale. Vi chiedo ora una particolare attenzione.

Partiamo dalla descrizione che Aristotile fa di una esperienza che facciamo continuamente: "comunemente si ammette che ogni arte ed ogni ricerca, e parimenti ogni azione ed ogni scelta, mirino ad un bene: perciò a ragione si è affermato che il bene è ciò a cui ogni cosa tende" [EN 1094 a 1-3]. Ogni passaggio è decisivo per capire il testo.

                Il bene è "ciò a cui si tende", o si aspira. Quindi possiamo stabilire questa coincidenza: bene = oggetto di un’aspirazione. Faccio un esempio. Un computer in quanto prodotto fabbricato, diciamo in quanto è una cosa, è senz’altro un bene. Ma l’etica non parla di bene in questo senso. Ma se il computer diventa oggetto della mia aspirazione, e pertanto metto in atto tutta una serie di condotte per venirne in possesso, comprandolo o rubandolo o convincendo qualcuno a regalarmelo, allora diventa oggetto di un’aspirazione. Per l’etica è bene perché è desiderato; sarebbe meglio dire: il possesso del computer è un bene perché è desiderato. Quindi, bene = oggetto di un’aspirazione.

                Facciamo un passo ulteriore, sempre per cogliere la prospettiva dell’etica. Ciascuno di noi aspira a qualcosa perché giudica che il suo possesso sia bene per sè. La prospettiva dell’etica considera l’agire umano in quanto è sottoposto ad un giudizio della ragione circa la bontà o meno del [possesso del] bene a cui aspira. Il compito della ragione – sempre! – è di sapere come "stanno le cose", cioè la verità.

La prospettiva dell’etica è di (a) considerare l’agire umano che aspira ad un bene; (b) in quanto è ispirato e governato dal giudizio della ragione circa la verità del bene desiderato. Considera l’agire umano in quanto agisce radicato in un giudizio della ragione. S. Tommaso direbbe: l’agire umano in quanto misurato dalla ragione. L’aspirazione ad un bene, radicata e fondata nel giudizio della ragione, si chiama volontà.

A causa di questo intreccio o connubio di ragione e di volontà, noi siamo vere e proprie cause del nostro agire. Pur con tutte le limitazioni afferenti e alla ragione e alla volontà, ciascuno di noi, una volta raggiunto l’uso della ragione, è padrone del suo agire e quindi ha il dovere e il diritto di attribuirselo [= imputabilità morale] e di risponderne [= responsabilità]. Diciamo tutto questo in una sola parola: l’agire umano, di cui parla l’etica, è un agire libero. Diversamente, l’etica se ne disinteressa completamente.

                Facciamo un ulteriore passo, sempre per cogliere la prospettiva dell’etica, penetrando più profondamente in ciò che abbiamo chiamato aspirazione, meglio volontà.

Parto da un esempio. Vedo uno che trasferisce denaro da un CC personale ad un CC altrui. Vista dall’esterno, è un’azione che posso seguire in tutto il suo iter. Ma vista in questo modo – cioè dall’esterno - so veramente che cosa ha fatto quella persona? Se alla domanda: "che cosa stai facendo?" mi rispondesse: "sto trasferendo del mio denaro dal mio CC a quello di un altro", la risposta potrebbe essere in verità un modo gentile di non rispondere.

Il trasferimento di denaro infatti può essere per pagare un debito, per competenza dovuta ad una prestazione, per … stipendiare l’amante, e così via. Voi capite bene che sono azioni, queste, assai diverse fra loro. Diverse da quale punto di vista? Non vi sia sfuggita quella piccola preposizione "per". Essa denota la direzione, nel vocabolario etico si dice intenzione, della propria volontà: è questa direzione che definisce l’atto umano come lo considera l’etica.

Dicendo "direzione" o "intenzione" denoto per ciò stesso una meta da raggiungere [l’atto di giustizia di pagare un debito], che in etica si chiama anche oggetto dell’azione, e – ripeto – la definisce.

Questa direzione o intenzione implica un duplice uso della nostra ragione: (a) conoscere ciò che mi propongo o conoscenza dell’oggetto dell’azione [pagare un debito]; (b) conoscere la relazione fra ciò che sto facendo [trasferimento di denaro] e l’oggetto inteso. Questo modo di agire in etica si chiama l’agire volontario: è la volontarietà dell’agire la prospettiva dell’etica.

                Ora abbiamo finalmente tutti gli elementi per rispondere alla nostra domanda. La domanda era: da quale punto di vista, da quale prospettiva l’etica considera l’agire umano? La risposta è: l’etica considera (a) l’agire umano [non il fare umano], (b) in quanto mediante esso la persona si intenziona consapevolmente verso un bene, (c) sotto il giudizio della ragione circa la verità del bene voluto.

Più brevemente: considera la persona umana nella ricerca attiva della sua vera realizzazione.

03.          Un’ultima premessa, molto più semplice ma più profonda. Abbiamo finora parlato sempre di beni al plurale, apparenti o veri.

È un bene per l’uomo avere un lavoro, ed è ugualmente un bene il riposo ed il divertimento; è bene per l’uomo sposarsi, ma può essere ugualmente un bene per una persona non sposarsi. Ho scelto di proposito beni fra loro contrari. La domanda che ora ci poniamo è un’altra: riteniamo che il lavoro sia il bene oltre al quale non c’è più nulla da desiderare? Potremmo dire: un bene ultimo. E così per ogni altro bene particolare cui possiamo aspirare. Oppure la nostra esperienza ci attesta che noi, attraverso i vari beni, e conservando la loro specifica bontà [lavorare non è divertirsi], aspiriamo ad un bene che riteniamo essere ultimo, perché riteniamo che, se ne veniamo in possesso, tutte le nostre aspirazioni sono soddisfatte? Quando Aristotile scrive che se la nostra volontà non mirasse ad un bene ultimo inteso in questo senso, "si procederebbe all’infinito, cosicché la tensione umana resterebbe priva di contenuto e di utilità" [EN 1094 a 22], non fa che descrivere un fatto che ci è attestato dalla nostra esperienza.

Ora finalmente l’agire umano, o meglio la persona in atto, ci appare in tutta la sua drammaticità. Essa tende consapevolmente ad avere risposta completa e definitiva, a realizzare pienamente il suo desiderio. La volontà pienamente appagata [cfr. 1, 2, q. 5, a. 8] è ciò che l’etica chiama felicità. Poiché, come abbiamo visto, volontà è aspirazione guidata dal giudizio della ragione, la felicità non è semplicemente una condizione psicologica soggettiva, ma essa può e deve essere anche oggetto di una ricerca razionale, ed ha quindi senso parlare di felicità vera e di felicità falsa.


1

Etica della prima persona

Ora abbiamo in mano le categorie concettuali per entrare nel tema: confronto fra l’etica alla prima persona e l’etica alla terza persona. Partiamo dunque dal primo sistema etico, che storicamente ha preceduto il secondo.

Faccio ancora una breve premessa. Fino ad ora in fondo ci siamo attenuti ad una descrizione di fondamentali esperienze umane. Ora dobbiamo capire queste esperienze, anzi questa: la persona che agisce, ponendoci nella prospettiva dell’etica. La descrizione ora diventa scienza, la scienza etica, la quale edifica un sistema etico.

Per "sistema etico" intendo un insieme di conoscenze attinenti a ciò di cui parla l’etica [cfr. le premesse precedenti] raccolte ed organizzate attorno ad un’idea fondamentale.

Per capire bene questa definizione, tenete presente un fatto spirituale importante. Ogni filosofia degna di questo nome è centrata attorno ad un momento, un’intuizione intellettuale o un dato dell’esperienza o un fatto esistenziale, che si ritiene essere così originario, centrale e coinvolgente che senza esso niente è intellegibile, e alla sua luce tutto diventa comprensibile.

Ora nella storia dell’Occidente si è elaborato un sistema etico [Aristotile, Stoici, S. Agostino, S. Tommaso D’Aquino] costruito attorno al soggetto agente: alla [idea, al fatto della] persona che mediante il suo agire libero, radicato nella ragione, si muove verso il bene ultimo. La si è chiamata "etica della prima persona". Che finalmente ora dobbiamo spiegare.

1,1.        Partiamo proprio dall’intuizione originaria. Quando voi sentite parlare di etica, vengono alla vostra mente molte esperienze o idee: quella di una legge morale che impone o proibisce, di doveri da compiere, di bene da fare o male da evitare, di coscienza, di peccato che non è precisamente il reato punito dal Codice penale, e altro ancora. È possibile unificare, sistemare tutti questi elementi dell’universo etico attorno ad un fatto originario? È possibile, e storicamente è accaduto. Quale fatto originario?

Esso è costituito dalla persona umana che vuole [aspirazione ragionevole o ragione aspirante] il bene, cioè una vita buona e felice. Il fatto originario che costituisce il fattore che unifica le varie conoscenze, è la risposta alla seguente domanda, formulabile in vari modi: quale modo di vivere è migliore e degno dell’uomo? Quale è la vita veramente buona che merita di essere vissuta? Come possiamo diventare migliori e vivere la migliore vita singolarmente e insieme? La risposta deve essere costruita considerando l’agire umano dal punto di vista della persona che agisce, della persona in atto; considerando la condotta non in sé e per sé, sradicata dal suo autore, ma in quanto essa è praticata dal soggetto.

Questo significa la dizione etica della prima persona: mi pongo dalla parte del soggetto che agisce.

1,2.        Partendo da questo punto di vista, la prima domanda a cui il soggetto deve rispondere e a cui quindi la scienza etica deve rispondere è: quale agire realizza una vita buona / quale agire realizza una vita indegna di essere vissuta? Cioè: quale agire è buono e quale è cattivo? La scienza etica si chiede: in che cosa consiste la bontà e la malizia di un atto umano. Elabora cioè l’idea di bene / male, il suo fondamento e i criteri di un tale giudizio.

Partendo dal punto di vista della prima persona, elaborata e fondata l’idea di bene / male, la scienza etica, per così dire, ritorna alla prima persona, al soggetto in atto.

1,3.        La persona che agisce: quali sono i dinamismi, le facoltà che mettono in atto la persona, che costituiscono la capacità della persona di agire? Ponendoci dal punto di vista della prima persona, in primo luogo notiamo che è la volontà, cioè l’aspirazione ad una vita buona e degna di essere vissuta, un’aspirazione abitata dalla ragione, che giudica quale vita è buona e quale no. Potremmo dire: il motore di tutta la nostra attività è il desiderio ragionevole o la ragione desiderante.

Tuttavia non è necessario fare grandi sforzi per vedere che esistono altri dinamismi che spingono ad agire: li indichiamo col nome collettivo di sensibilità o aspirazioni della sensibilità ai suoi propri beni. Esiste nell’uomo un’attrazione verso il cibo: l’anoressia è patologica. Esiste nell’uomo e nella donna un’attrazione sessuale: la frigidità è patologica. E così via.

La persona è dinamizzata, messa in azione dalla volontà ragionevole e dalla sua sensibilità. Questa è indicata anche come la dimensione psichica della persona; i suoi dinamismi sono anche chiamati dinamismi psichici.

Non solo. Ma anche il nostro corpo è normalmente coinvolto nel nostro agire.

La persona è unità di spirito, psiche e corpo. L’atto della persona è sempre e spirituale e psichico e corporeo.

La nostra esperienza tuttavia ci racconta ogni giorno che i dinamismi psichici sono non raramente riottosi all’obbedienza alla volontà ragionevole. Il naturale desiderio del cibo può giungere ad eccessi; l’attrazione sessuale può portare all’adulterio; il desiderio del proprio può portare al furto. E così via.

È necessario che l’aspirazione psichica sia integrata nell’aspirazione ragionevole: non coordinata, non estinta [=apatia], ma integrata.

L’integrazione si chiama virtù. La virtù dunque è una costante disposizione a compiere ciò che è bene, a compiere cioè quelle azioni eccellenti che rendono la vita degna di essere vissuta, integrando tutte le aspirazioni nell’aspirazione del nostro io al bene ragionevole. S. Tommaso dice stupendamente che la virtù è: "una certa disposizione o forma che è impressa dalla ragione nella capacità aspirativa come un sigillo" [De virtutibus in communi, a. 9]; e: "le virtù morali affinano la parte aspirativa dell’anima ordinandola al bene della ragione" [1, 2, q. 59, a. 4].

Ma non è tutto. Il bene da compiere è sempre un’azione concreta, che va posta in circostanze che possono mutare. Non basta dire: l’azione x è buona. Ma: è bene che io, ora …, compia l’azione x. La nostra ragione è abilitata, è resa capace di giudicare con verità circa ciò che è bene per me ora dalla virtù della prudenza. Essa è la virtù che rende vere le nostre scelte.

Ultima riflessione. Porci dal punto di vista della prima persona non significa cadere nell’errore di pensare che l’uomo sia una casa senza porte e senza finestre. Egli è costitutivamente relazionato agli altri. Ha naturalmente un’aspirazione al "bene dell’altro" [cfr. regola aurea]. Tuttavia, ciò a cui la persona aspira con spontaneità naturale e con costanza, cioè abitualmente, è il proprio bene. La nostra volontà deve essere abitualmente disposta al "bene per l’altro" secondo ragione. Questa capacitazione della volontà è la giustizia: volontà ferma e costante di dare a ciascuno il suo, di dargli cioè ciò che gli è dovuto. La giustizia è la bene-volenza in relazione all’altro, primo passo verso l’amore di amicizia.

Ponendoci dal punto di vista della prima persona, abbiamo fatto una seconda grande scoperta etica: la virtù [la prima: il concetto di bene/male dell’atto che compio]. L’etica della prima persona è un’etica delle virtù. Essa cioè costruisce la sua riflessione sul bene come su ciò che è virtuoso. Comportamento buono = comportamento virtuoso.

1,4.        E siamo all’ultima grande categoria etica, forse la meno facile da comprendere. Fate attenzione. La persona agisce perché aspira ragionevolmente al bene, e a causa delle virtù è capace di compiere atti conformi a questa aspirazione ragionevole. Cioè: (a) aspirazione ragionevole al bene; (b) scelte-atti praticamente veri perché realizzano e non tradiscono quella aspirazione.

Ora si pone una domanda difficile: ma qual è il bene cui è ragionevole aspirare? Sembra infatti che siamo caduti in una tautologia; la risposta infatti sembra essere: il bene cui è ragionevole aspirare è il bene x. Perché x è il bene? Perché ad esso è ragionevole aspirare. Siamo nella pura tautologia!

In realtà non siamo caduti in una tautologia. Esistono infatti beni che per natura e non per scelta è ragionevole volere. Fate bene attenzione! La parola essenziale è per natura o naturalmente. Non si tratta di inclinazioni semplicemente biologiche o psichiche. Si tratta di inclinazioni sia biologiche sia psichiche sia spirituali nelle quali la ragione riconosce non in forza di alcun ragionamento, ma come intuitivamente una vera bontà. Riconosce, più precisamente, che i beni cui inclinano, rendono la vita buona.

Facciamo un esempio. L’uomo è naturalmente incline a vivere in società. Fate bene attenzione. Vivere in società è un’aspirazione psichica: da soli si sta male. Ma non è semplicemente di questa aspirazione che parliamo, quando parliamo di vivere in società. La ragione per natura riconosce come un bene ciò a cui aspira mediante questa inclinazione. La ragione: infatti non ogni modo di vivere in società è naturalmente giudicato buono; anche se poi, la determinazione di ciò che è buona società, di ciò che concretamente esige una società per essere giusta, è un lavoro della ragione assai faticoso.

Si è usciti dalla tautologia. È ragionevole aspirare al bene a cui per natura siamo inclinati. Se uno chiedesse: perché è ragionevole? Sarebbe come chiederci: perché è ragionevole essere ragionevoli? Domanda priva di senso. Possiamo quindi chiamare quei beni, i principi del nostro aspirare ragionevole.

Si tratta di determinare ciò che "per natura è ragionevole". La risposta a questa esigenza, raccogliendo una lunga tradizione precedente, è stata costruita da Tommaso d’Aquino colla sua teoria della legge morale naturale.

La legge morale naturale non è altro che l’ordine prodotto naturalmente dalla ragione del soggetto che agisce, nelle inclinazioni e nelle azioni umane.

Legge morale naturale non significa che questo: i principi della ragione pratica, in base ai quali la persona inclinata ad agire è guidata dal punto di vista cognitivo. È la regolamentazione cognitiva delle inclinazioni, operata dalla ragione che naturalmente riconosce la bontà delle inclinazioni stesse.

La legge morale naturale quindi è essenzialmente diversa dalla regolamentazione statuita dalla legge positiva dello Stato e dalla rivelazione da parte di Dio di una legge divina.

Poiché, come abbiamo visto, le virtù sono il sigillo della ragione nelle inclinazioni naturali dell’uomo, e la legge morale non è altro che l’indicazione operata dalla ragione circa il modo di realizzare le inclinazioni, possiamo anche dire che la legge morale naturale denota semplicemente i principi pratici delle virtù. Si può anche tralasciare la dizione legge morale naturale, che oggi è coperta da molti equivoci ed ambiguità. E dire: esistono principi pratici naturali dell’agire virtuoso.

La presentazione dell’etica dal punto di vista della prima persona può dirsi conclusa.

[cfr. 1, 1] Essa pone al centro la persona che agisce in forza di una naturale aspirazione al bene, alla vita buona e degna di essere vissuta.

[cfr. 1, 2] Questa aspirazione è realizzata mediante atti buoni e negata da atti cattivi: [categoria del] BENE / MALE morale.

[cfr. 1, 3] Ad atti buoni, e quindi al raggiungimento di una vita buona e degna di essere vissuta, la persona è capacitata dalle VIRTU’: sul piano intellettivo nel giudicare la scelta retta = PRUDENZA; sul piano pratico all’interno della vita associata nel volere il bene dell’altro come il proprio = GIUSTIZIA; sul piano della psciche nel porre in essa il sigillo della ragione: FORTEZZA – TEMPERANZA.

E pertanto l’etica alla prima persona è l’etica delle virtù: sapere che cosa è virtuoso [cioè: giusto nei rapporti sociali; essere temperanti e forti nel seguire le proprie inclinazioni sensibili].

[cfr. 1, 4] In questo cammino verso la realizzazione di una vita buona siamo sul piano cognitivo guidati dai giudizi che la nostra ragione naturalmente pronuncia in ordine alle nostre inclinazioni naturali. Siamo guidati dalla LEGGE MORALE RAZIONALE.

È questo il grande assetto o impianto dell’etica che ha guidato e costruito la nostra civiltà occidentale, in tutte le sue espressioni. Fino a Tommaso d’Aquino [† 1274] compreso, che di esso ne ha dato la sintesi più armonica ed imponente.



2

Etica della terza persona

L’assetto, il sistema etico della prima persona è stato progressivamente dissestato dall’ingresso nella casa dell’etica di un ospite: il soggetto utilitario. Egli ha completamente cacciato quanto vi abitava; ha dato origine ad un nuovo sistema etico, l’utilitarismo, che trova la sua espressione compiuta nell’opera di A. Smith [1723-1790] e J. Bentham [1748-1832]. L’utilitarismo è risultato alla fine vincente, e di esso è impastata tutta l’economia ufficiale. Ma ora dobbiamo analizzare bene questo evento.

2, 1.       Chi è il soggetto utilitario? È "l’ideal-tipo dell’agente il cui orizzonte antropologico è costituito dai suoi bisogni ed interessi [ … ]. Il cui criterio di soddisfazione è paralizzato dalla psicologia centripeta dell’"amor proprio"" [F. Botturi, La generazione del bene, V&P, Milano 2009, 275].

→           Il soggetto utilitario, dunque, è la risposta alla domanda: chi è la persona che agisce? Risposta: è la persona che è mossa ad agire esclusivamente dalle proprie necessità ed utilità; che nella soddisfazione delle medesime è guidata dal criterio della propria felicità individuale; che non ha altro orizzonte di vita che la realizzazione della propria felicità individuale.

Questa risposta ha dei presupposti, delle implicazioni, e delle conseguenze così profonde circa la persona che agisce, da aver creato un nuovo modo di vivere in Occidente.

→           Ha due presupposti fondamentali. (A) L’uomo è costitutivamente asociale: originariamente non è un soggetto – in – relazione. In quanto tale esso è per sé mosso ad agire solo dal proprio bene individuale. Fate bene attenzione. Si usa ancora la parola bene, come nell’etica alla prima persona, ma essa ha cambiato significato.

Mentre il bene nell’etica alla prima persona, è pensato come ciò a cui tendono le inclinazioni naturali [ma non solo, e non soprattutto: questo è il punto] ma in quanto [questo è il punto fondamentale] la ragione le plasma e dà loro forma; nel soggetto utilitario, il bene è ciò a cui l’individuo è inclinato dai suoi interessi, che per definizione sono sempre propri a ciascun individuo, e al cui servizio si trova la ragione.

La ragione nel soggetto utilitario perde la sua egemonia nei confronti delle inclinazioni, in quanto essa ha il compito di individuare la via più sicura, più efficace per la loro realizzazione. Da egemone diventa serva.

Mentre nella prima etica è pensabile un vero dialogo su per es. quale società è più giusta, poiché la giustizia è un bene razionale; nel soggetto utilitario, ciò è impossibile, perché non esiste un bene comune in cui ogni ragione possa ritrovarsi.

(B) Occorre avere una visione realista della persona umana. Realismo significa, all’interno dell’etica della terza persona, ciò che posso conoscere e misurare secondo il metodo della scienza moderna.

Ha almeno tre implicazioni altrimenti non si reggerebbe nella sua logica interna.

(A) Nuovo concetto di ragione pratica. La ragione è la funzione pratica di calcolo, di previsione, di effettuazione, e di verifica post factum. La ragione non è da pensarsi come egemone, guida cioè cognitiva dell’agire in ordine alla realizzazione di una vita buona. Essa è al servizio, strumentale alla realizzazione del proprio bene individuale, dei propri interessi, delle proprie preferenze. Essa ha il carattere di "esploratrice e spia" che cerca la via [cfr. Hobbes, Leviatano I, VIII, 16] per la realizzazione delle cose che l’individuo desidera.

È vero che in questo senso, la ragione ha ancora una funzione di guida, ma non nel senso di dare un giudizio circa la bontà di ciò che è voluto, ma, accettando l’inclinazione al bene individuale, ne mostra la via più efficace per realizzarlo.

Al posto del criterio della verità circa il bene si sostituisce il criterio dell’efficacità della condotta. Bene = efficacia = via migliore per realizzare il proprio desiderio [che è insindacabile] = razionalità tecnica.

(B) Esiste una separazione insuperabile fra inclinazione sensibile o affettività e ragione. La percezione che fra i due dinamismi ci sia una originaria comunicazione è scomparsa nel soggetto utilitario. La percezione cioè che esiste un desiderio ragionevole o una ragione desiderante, non può sussistere nel soggetto utilitario: un esercizio cioè della ragione che si pone all’interno dell’inclinazione sensibile e un movimento dell’inclinazione dentro il giudizio della ragione.

Poiché tutto il discorso della virtù è fondato su questo connubio inclinazioni – ragione, il soggetto utilitario non ha più bisogno delle virtù. All’infuori di una, la prudenza. Essa però significa abilità, destrezza nel capire quali sono i mezzi più efficaci.

(C) Scompare nel soggetto utilitario l’idea di una verità circa il bene, che possa essere condivisa da ogni soggetto ragionevole. A questo punto, la costruzione di un vero sociale umano diventa impossibile, anzi impensabile. Si arriva gradualmente alla "estraneità morale" degli uni agli altri. "La voce che ciascuno proferisce non è che un puro rumore per i suoi compagni di viaggio" [J. Maritain].

Ha la seguente conseguenza. Si deve ripensare tutta l’esperienza etica, e quindi costruire un nuovo edificio; una nuova dimora [ethos vuol dire questo] per l’uomo occidentale. Cosa che è stata fatta attraverso un travaglio durato secoli. Indicare una data precisa di inizio della nuova costruzione è pressoché impossibile, come per i grandi processi storici.

Questa nuova costruzione o sistema etico noi lo indichiamo come etica alla terza persona. Vediamone dunque gli elementi fondamentali.

2, 2.       Partiamo subito, per maggiore chiarezza, dalla descrizione generale – se volete, dalla definizione descrittiva – dell’etica alla terza persona.

Per "etica della terza persona" si intende un sistema etico:

(a) che non mette al centro la considerazione della persona che agisce in vista del raggiungimento di una vita buona, mediante l’esercizio delle virtù; il soggetto agente viene rifiutato come categoria centrale.

(b) Che afferma essere il rapporto sociale fra soggetti utilitari, il problema etico centrale.

(c) Che tale soluzione, la costruzione di un sociale vivibile, deve prescindere dal soggetto che agisce, in quanto ognuno di essi ha una propria concezione del bene, un proprio progetto di vita, incomunicabile con quello degli altri, poiché non esiste una verità circa il bene nella quale ogni soggetto ragionevole possa riconoscersi [estraneità morale].

(d) Che la soluzione del problema etico [= costruzione di un sociale fra soggetti affettivamente asociali] è la produzione di un complesso di norme, di un ordinamento giuridico, di fattura umana esclusivamente, escogitato dalla ragione strumentale secondo esigenze puramente formali di coerenza, funzionalità, universalità.

Alla fine LA domanda etica centrale è: quali azioni sono [legalmente] giuste e quali ingiuste? Non: quali azioni realizzano quei beni umani a cui il soggetto agente è naturalmente inclinato, governato dalla ragione? [= quali azioni sono virtuose, quali viziose].

Riflettiamo un momento. La prima prospettiva porta la sua attenzione su un fatto impersonale, cioè parla sempre e pensa alla terza persona. È la prospettiva di un osservatore esterno, appunto una terza persona, che osservando un comportamento si chiede se esso è/non è conforme alla legge.

Anziché ora spiegare analiticamente tutti i singoli punti sopra enunciati, credo di potervi aiutare dandovi alcune chiavi di lettura dei medesimi punti.

Dobbiamo partire dalla considerazione del fatto che viene negata l’esistenza di una verità circa il bene, o quanto meno l’incapacità strutturale della ragione di conoscere la verità circa il bene con argomenti ragionevolmente comprensibili, discutibili, ed eventualmente condivisibili. Come pensava Aristotile, che in sostanza definiva l’assetto democratico di una società sulla base di quella convinzione; come pensava – e pensa – la tradizione etica cattolica.

Questa negazione / incapacità è motivata da due fattori. Di fatto le concezioni del bene sono oggi molto diverse fra loro: e questo era già ben noto anche ai greci. Ma soprattutto, ciò è inevitabile ed insuperabile poiché il bene è relativo [è definito in base a] alla propria affettività, sensibilità, "gusto". Non esiste una misura che vada oltre: sono felice se e nella misura in cui mi sento felice [ricordate ciò che abbiamo detto sul soggetto utilitario].

Ma nessuno nega – andrebbe contro alla ovvietà – che la vita umana è una vita associata, e che essa deve avere, per costituirsi, "qualcosa" in comune. Questo "qualcosa" non può essere trovato nella costituzione del soggetto [= etica della prima persona], ma in un fatto che prescinda, almeno come ideale, completamente dal soggetto che agisce: la regola associante ed associativa.

Essa per adempiere alla sua funzione – associare degli estranei – deve essere formale il più possibile, universalmente quindi condivisibile [non solo da chi professa una particolare visione del mondo], la cui correttezza deve essere esclusivamente fissata dalla procedura. Il problema etico tende a coincidere col problema delle regole, e il bene ad esaurirsi nel giusto [bonum est quod est justum].

Ora, spero, sia chiaro e il cambiamento radicale intervenuto, e la ragione per cui si parla di etica alla terza persona.

Potrei riassumere nel modo seguente: il soggetto è stato emarginato; il sociale umano è una costruzione artificiale.

2, 3.       Concludo. L’etica alla terza persona ha creato un problema di fondo: e perché devo rispettare, osservare le regole? O, - il che nella suddetta etica coincide -, per quale ragione devo essere morale?

Non esiste regola capace di fare osservare le regole, dal momento che essa stessa ha natura di regola.

Ad una tale domanda, il soggetto utilitario non sa dare risposte convincenti. Ma con questo siamo entrati già nel terzo ed ultimo capitolo.



3

Confronto dialettico fra le due etiche

È questo il vero momento impegnativo a livello del pensiero. Si tratta infatti di verificare colla propria ragione quale dei due sistemi di etica dà il migliore resoconto [l’espressione è di Ch. Taylor] dell’esperienza morale.

Trattasi di un confronto dialettico [nel senso classico] che consiste in un confronto nel quale argomenteremo contro definizioni rivali, argomentazioni contrarie, ma sulla base di principi razionali comuni. Non rifiutate mai di usare la vostra ragione in modo dialettico: è una delle vie [non l’unica!] per giungere alla verità.

Da quanto abbiamo detto finora risulta che il confronto dialettico verte su due punti fondamentali: 1) di che cosa si parla quando si parla di etica; o, quale esperienza umana si vuole conoscere? 2) a tale scopo, quale dei due sistemi è il più adeguato?

3, 1.       L’esperienza etica è un’esperienza umana che denota la persona che agisce liberamente mediante scelte razionalmente giustificabili. Questa descrizione prout sonat è condivisa da tutti.

Che cosa significa "razionalmente giustificabili"? che la persona umana aveva ragioni per compiere la scelta x e non la scelta y. Sono ragioni che essa può esibire ad ogni soggetto ragionevole, perché sono argomentabili e quindi capaci di entrare nel dia-logo [dia – λοgos] fra soggetti razionali.

Ne deriva che sono ragioni che non coincidono per sé colle proprie preferenze: "ho fatto la scelta x e non la scelta y, perché ho preferito x ad y. Nulla di più". Ovviamente su una tale giustificazione non è possibile alcun dialogo: de gustibus non est disputandum.

Sono ragioni che precedono per sé le convenzioni, le leggi sociali. Non dico semplicemente: scelgo x perché si è convenuto, perché si è legalmente stabilito che x è bene. Pensate ad Antigone, a Socrate, ai martiri cristiani.

Sono ragioni che non sono semplicemente, o comunque che non sono sempre riducibili a ragioni prudenziali, nel senso di destrezza, efficacia, adeguatezza al raggiungimento di uno scopo.

Positivamente sono ragioni universalmente condivisibili da ogni soggetto umano; possono quindi essere regola comune di ogni soggetto umano; pur universali, in esse ciascuno nella sua singolarità si riconosce; per sé, sono tali che la loro violazione non ha ragioni. Agostino ha scritto una pagina stupenda su questa comune partecipazione alla ragione nel De libero arbitrio II, XIV, 37.

Dunque, quando parliamo di esperienza etica, noi parliamo della persona umana in questa condizione: nel compimento di un’azione razionalmente giustificabile, con argomenti condivisibili, non solo legalmente giustificabili.

Una tale esperienza è parte costitutiva della persona umana? La persona umana può vivere, in ciò che le è proprio, senza vivere moralmente [= non significa necessariamente bene]? Oppure l’esperienza morale è semplicemente opzionale? L’uomo può vivere a-moralmente?

È inevitabile che ogni persona umana distingua fra "vita degna di essere vissuta" e "vita indegna …", fra vita "sensata" ed "insensata". Degna – indegna, significa che realizzi o non realizzi ciò senza di cui la vita non è più umana. Chiamiamo "ciò senza di cui …" beni umani fondamentali. Faccio un esempio.

Il cibo è un bene umano fondamentale. Ma non semplicemente perché è necessario alla conservazione della vita: questo è vero anche per gli animali. Si dovrebbe dire: un bene animale fondamentale.

Ma il cibo è un bene umano nel senso che il poterne disporre è la prima forma fondamentale di quell’autonomia, di quell’appartenere a se stessi che definisce la persona. Una vita senza cibo sufficiente a disposizione è indegna di essere vissuta, cioè è sotto il livello della humanitas. Non puoi chiedere ad un uomo di non vivere umanamente.

Se questa è la natura del "bene umano fondamentale", esso è la vera ragione per agire. Cioè: un’azione che ultimamente trova la sua ragione nella prosecuzione di un bene umano fondamentale, ed è da essa regolata, può essere giustificata di fronte ad ogni soggetto razionale. I beni umani fondamentali sono ragioni, principi e regole dell’agire umano.

Da ciò deriva una conseguenza d’importanza fondamentale nella descrizione dell’esperienza etica: ci sono beni che vanno sempre e comunque protetti; ci sono mali che vanno sempre e comunque condannati. E poiché l’uomo li realizza mediante l’azione, esistono azioni umane che sono sempre e comunque cattive ed ingiustificabili; ed esistono azioni che per loro natura stessa meritano di essere approvate dalla ragione. L’esperienza etica è abitata da assoluti morali, cioè [questo significa assoluto morale] dalla percezione razionale che certi corsi di azione devono essere sempre evitati.

Ora si capisce che chiedersi se l’esperienza morale è un optional, è chiedersi se per una persona umana è indifferente vivere o non al disotto della sua humanitas. La risposta negativa è chiara.

Un’ultima osservazione descrittiva. Sulla base di questo rapporto della persona ai beni umani fondamentali, la ragione umana ha elaborato le norme morali fondamentali: non uccidere l’innocente; non testimoniare il falso […]. Il bene umano fondamentale costituisce il fine normativo dell’agire umano.

Possiamo dire di avere concluso. Ci eravamo chiesti: di che cosa si parla quando si parla di etica? Si parla della persona umana che agisce liberamente, mossa dalla naturale – razionale inclinazione ai beni umani fondamentali, mediante azioni proporzionate al loro raggiungimento ed evitando azioni contrarie agli stessi.

3, 2.       A questo punto possiamo iniziare il confronto dialettico fra i due sistemi. Il confronto in sostanza verte su una domanda: quale dei due sistemi è meglio in grado di spiegare l’esperienza etica sopra descritta? Ancora una volta, in estrema sintesi, richiamo i due sistemi etici.

L’etica elaborata nella prospettiva della prima persona, pone al centro della sua riflessione la persona che agisce; l’orizzonte ultimo dell’agire è il bene umano nella sua pienezza [pienezza di essere, dice Tommaso]; a questo bene la persona è mossa dalle sue inclinazioni ragionevoli verso i "beni per la persona" [vivere in società, libertà nella ricerca della verità … ] che costituiscono il "bene della persona"; queste inclinazioni sono portate alla perfezione dalle virtù che le rendono capaci di atti eccellenti.

Questo sistema etico presuppone che esiste ed è conoscibile la verità su ciò che è bene per la persona e su ciò che è il bene della persona. È quindi dal punto di vista argomentativo e contenutistico costruito come un’etica delle virtù.

L’etica elaborata nella prospettiva della terza persona, centra la sua attenzione sulla determinazione di ciò che è l’agire corretto [right] o errato [wrong], e sulla individuazione e fondazione delle norme scriminanti i due tipi di azione. Il sistema quindi assume l’attitudine dell’osservatore esterno e del giudice delle azioni, tacendo e mettendo fra parentesi il dinamismo intenzionale proprio della persona in atto. Sul piano argomentativo e contenutistico è un’etica degli atti e delle norme.

Faccio un esempio. Tizio ha compiuto l’azione x: come giudicare dal punto di vista morale? Se mi metto nella prima prospettiva, mi chiedo qual è l’oggetto dell’atto liberamente inteso da chi l’ha compiuto. Se esso è conforme all’ordine della ragione, esso causa la bontà della scelta, realizza il bene della persona.

Se mi metto nella seconda prospettiva, mi chiedo se l’atto x è lecito od illecito, obbligatorio o vietato. Solo dopo, eventualmente, passo alla considerazione delle condizioni del soggetto: imputabilità, cause aggravanti, diminuenti, esimenti della medesima …

La domanda dunque è: in quale dei due sistemi la persona umana si trova a casa? si vede interpretata? La risposta possiamo trovarla, rispondendo però prima ad una domanda: si può vivere con l’intima certezza che non esiste una verità circa il bene della persona umana?

Possiamo certo sbagliare nelle nostre scelte, ma quando una scelta è libera, quando cioè è un atto della e non solo che accade nella persona, essa trova sempre la sua radice in un giudizio della ragione, mediante il quale noi affermiamo che la scelta trova la sua giustificazione nel fatto che ciò che ho scelto è il vero bene della mia persona. Nel caso che qualcuno contesti la scelta, noi siamo intimamente pronti a darne ragione, cioè ad argomentarla in modo tale che ogni soggetto razionale possa condividere. Alla fine, la giustificazione è: questa scelta è umana; realizza il vero bene della mia umanità.

Fate bene attenzione. La scelta libera che pone la persona in una condizione di auto-dipendenza, di dipendenza da se stessa, implica una dipendenza dalla verità circa il bene. È una dipendenza così ineludibile che se non ci sottomettiamo [vedo il bene e lo approvo, e poi faccio il male: Ovidio], sentiamo come di avere rifiutato se stessi; si è come operata una spaccatura interna [su questo Manzoni (notte dell’Innominato) e Shakespeare (Macbeth) hanno scritto pagine memorabili]. È il fenomeno del rimorso.

La scelta è libera perché è abitata dalla conoscenza della verità. la persona trova la sua libertà dalla e nella dipendenza dalla verità: "questa è la nostra libertà" scrive profondamente S. Agostino "quando ci sottomettiamo a questa verità" [De libero arbitrio II, XIII, 37].

Infatti l’uso della ragione di cui stiamo parlando, non è quello teoretico: voglio, per es., scoprire le leggi della meccanica celeste. Ma si tratta di uso intrinsecamente legato alla struttura intenzionale della volontà, ed in ultima analisi della persona. Risulta da esso e ad esso mira.

Proviamo ora a fare lo stesso percorso per via contraria. Proviamo cioè a pensare che non esista o non possa conoscersi una verità circa il bene della persona.

Che cosa diventa la scelta libera? Un muoversi verso un bene che non ha ragione se non nel puro e semplice fatto di volerlo. Stat pro ratione voluntas! Oppure, che non ha alcuna ragione argomentabile inter-personalmente, ma che si afferma puramente e semplicemente come: a me piace di …; desidero che … Una tale posizione è semplicemente devastante per la vita della persona. Vediamo perché.

a) È l’affermazione di una totale estraneità dell’uomo all’uomo: ognuno è straniero all’altro. Ma non si può negare che il sociale umano è necessario.

Necessario in ordine a che cosa? a che ciascuno sia aiutato a raggiungere la propria felicità? Il sociale umano sarebbe al servizio dell’in-sociale umano, del singolo individuo. Necessario a che ciascuno abbia un suo spazio di inviolabilità, garantita dalle leggi e dall’autorità? Ma quale fondamento ha una tale autorità? Non può che essere una convenzione, un contratto. Ma essa/esso essendo motivata dalla salvezza dell’utilità del singolo, può sempre essere giustificabile che se la mia utilità così esige, in linea di principio non sono più tenuto al patto sociale. La società civile diventa semplicemente un calcolo dell’utilità e viene affermata in primis per i vantaggi che procura piuttosto che come partecipazione allo stesso bene umano comune. Già dall’inizio della modernità G. B. Vico aveva lucidamente previsto questo esito.

b) Viene a mancare qualsiasi criterio certo per distinguere azioni che violano il bene dell’altro. Se infatti si afferma che non esiste una verità circa il bene dell’uomo, in base a che cosa posso dire: hai compiuto un atto che viola il bene dell’altro? Perché il Codice penale lo statuisce? Allora è l’autorità la fons ultima essendi di ciò che è giusto ed ingiusto. E questa è la definizione esatta della tirannia. Perché così si è convenuto di ritenere? La storia ha dimostrato che il vero progresso morale è dovuto a chi ha cercato la verità circa il bene, e non la convenzione [Socrate, per esempio].

Senza verità circa il bene, l’uomo brancola nel buio; si ritrova nelle mani una libertà che è pura possibilità di tutte le possibilità [= disperazione]; è un uomo per cui bene/male sono flatus vocis: cioè un uomo amorale.

Provate ora a ritornare ai due sistemi di etica: quale dei due riflette più adeguatamente la persona nel suo agire? Senza alcun dubbio il primo. Il secondo è lo sforzo di imporre un’etica ad un soggetto che ad essa è totalmente refrattario; la modernità ha perso le ragioni ultime per acconsentire ai suoi stessi principi e valori; l’assetto democratico della nostra società è sempre più fragile perché ha perso la capacità di giustificare i fondamenti e i principi epistemici su cui si regge.

Concludo con un pensiero di Eraclito. "Eraclito dice che per coloro che sono svegli esiste un mondo unico e comune, e che invece ciascuno di coloro che dormono torna nel proprio mondo" [DK, 89].

Il "sonno della ragione" genera estraneità; il suo risveglio conduce ad un "mondo unico e comune".

Gesù ha detto: "chi opera la verità, viene alla luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono fatte in Dio" [Gv 3, 21].



Riferimenti bibliografici

La storia del pensiero etico occidentale è segnata da quattro grandi testi.

Aristotile, Etica Nicomachea, Rusconi, Milano 1979 [ma esistono anche altre edizioni].

Tommaso D’Aquino, Somma Theologica Ia, IIae: esistono varie edizioni in latino. Le Edizioni Domenicane di Bologna ne hanno fatta una ottima traduzione.

D. Hume, Trattato sulla natura umana, Laterza, Roma-Bari, 1987.

I. Kant, Critica della ragione pratica, Laterza. Roma-Bari, 1983.

K. Wojtyla, Persona e atto, Rusconi, Milano 1999 [è la principale opera del "papa filosofo". Difficile ad una prima lettura, ma profondamente illuminante circa il tema centrale di ogni discorso etico, il rapporto fra la persona e il suo agire].

Per chi si accosta per la prima volta al problema etico, è bene iniziare dallo studio accurato di un buon manuale. Ne indico alcuni.

M. Rhonheimer, La prospettiva della morale. Fondamenti dell’etica filosofica, Armando ed., Roma 2006.

G. Abbà, Quale impostazione per la filosofia morale? LAS ed. Roma, 1996 [è molto utile perché la riflessione si svolge nel confronto con la problematica etica moderna].

A. Rodriguez Luño, Etica, Le Monnier, Firenze, 1992.



Per un cammino personale di ricerca

Chi desidera iniziare un cammino personale di ricerca, deve in primo luogo leggere e meditare molto attentamente il testo della lezione, così che individua i "nodi" o i grandi problemi dell’etica.

Poi può leggere e meditare i primi tre libri dell’Etica Nicomachea; le questioni 1-3, 18-20, 58-61 e 114 della Ia, IIae della Somma teologica.

A questo punto è in grado di cogliere dialetticamente il "nuovo" sistema etico del soggetto utilitario, aiutato da:

G. Abbà, cit., soprattutto da pag. 219 a pag. 222, e da pag. 239 a pag. 273, la letteratura poi circa i problemi posti dal nuovo sistema etico è immensa. Ma seguendo quel percorso si è in grado di muoversi in essa.

martedì 23 agosto 2011


Giammai la verità vera è intollerante di Giacomo Samek Lodovici, 23-08-2011, da http://www.labussolaquotidiana.it

Durante il volo verso Madrid, a Benedetto XVI è stata rivolta la seguente domanda: «La tolleranza reciproca è più necessaria che mai. Lei insiste sempre molto sul tema della verità. Non pensa che questa insistenza sulla verità e sull’unica Verità che è Cristo […] indirizzi alla contrapposizione e alla difficoltà di dialogare e cercare insieme agli altri?». Il Papa ha risposto: «è vero che nella storia ci sono stati anche abusi, sia del concetto della verità, sia del concetto del monoteismo; ma sono stati abusi […] perché la verità è accessibile solo nella libertà. Si possono imporre con violenza comportamenti, osservanze, attività, ma non la verità! La verità si apre solo alla libertà, al consenso libero, e perciò libertà e verità sono intimamente unite, l’una è condizione per l’altra».

Pur limitandoci a pochi cenni - di per sé il tema richiederebbe una monografia - vorremmo di seguito svolgere una breve riflessione su questa questione.
In effetti, spesso si accusa di intolleranza chi afferma la conoscibilità di una verità oggettiva, lo si accusa di voler imporre la verità e di non rispettare coloro che pensano e vivono diversamente da lui.
Sennonché, questa concezione è autocontraddittoria perché afferma che la tolleranza è un valore, con una tesi (la tesi: «chi sostiene la conoscibilità della verità è intollerante e violento perché la vuole imporre e non rispetta gli altri che la pensano e vivono diversamente da lui») che ha la pretesa di essere conoscibile, vera e oggettiva.

Inoltre, se esercitare la tolleranza vuol dire rispettare la dignità di tutti, allora l’intolleranza è la prassi di colui che calpesta in vario modo la dignità umana, cioè è la violenza nelle sue varie forme.
Ora, tale esercizio della tolleranza (quale rispetto della dignità umana) non è in contrasto con la conoscibilità della verità, anzi la esige, perché è possibile denunciare e condannare l’intolleranza (cioè il comportamento di chi calpesta la dignità umana) solo se è conoscibile ed è vero che «bisogna esercitare la tolleranza», solo se è conoscibile ed è vero che «bisogna rispettare la dignità di tutti». Solo la conoscibilità della verità può far da baluardo contro la malvagità umana, compreso il totalitarismo: se spesso si dice che il totalitarismo nasce dalla pretesa di detenere la verità, in realtà le tesi che hanno generato i totalitarismi erano solo presunte verità, e inoltre il totalitarismo può essere condannato appunto soltanto se è conoscibile ed è vero che «l’uomo possiede una dignità intangibile, che non si deve assolutamente calpestare».

Così, se e quando esercitare la tolleranza vuol dire - come qualcuno sostiene - cercare solo il dialogo e non la verità, allora:
a) il dialogo viene implicitamente e contraddittoriamente considerato un fine veramente buono dell’agire intersoggettivo;
b) il dialogo diventa una forma raffinata di manipolazione (da parte di chi è più abile, che manipola il meno abile per fargli fare ciò che vuole), oppure si riduce a futile gioco.

In effetti, il dialogo è un grande valore, molto prezioso, ma non è un fine in se stesso, bensì è un mezzo per la scoperta cooperativa della verità e quest’ultima, sebbene non sia mai totalmente conoscibile da un uomo, per le ragioni poc’anzi esposte è un bene ancor più prezioso.

Ancora, la conoscibilità della verità non comporta necessariamente la violenza nemmeno nella forma dell’imposizione della verità. È vero che c’è chi vuole imporre la verità, ma c’è anche chi la vuole piuttosto proporre attraverso spiegazioni ed in modo maieutico. Tra l’altro, con la costrizione esteriore si può ottenere un’adesione esteriore e di facciata ad una tesi, ma non quella interiore; quest’ultima nasce piuttosto mostrando all’interlocutore delle ragioni persuasive. Anzi, con la costrizione esteriore è facile ottenere proprio il rifiuto interiore di una certa tesi, per reazione alla violenza subita. Un discorso analogo vale per la trasmissione della fede: «La fede è frutto dell'anima, non del corpo. Chi quindi vuole condurre qualcuno alla fede ha bisogno della capacità di parlare bene e di ragionare correttamente, non invece della violenza e della minaccia» (Benedetto XVI, Discorso all’Università di Ratisbona).

Quanto al rapporto tra libertà e verità, va proprio rilevato che la verità rende liberi (Gv 8, 32). Uno dei (diversi) motivi di questa tesi è il seguente. Solo chi raggiunge la verità può scegliere con cognizione di causa e agire liberamente senza farsi condizionare o influenzare, solo chi conosce le alternative e la verità sulle alternative che gli si parano di fronte può selezionarle liberamente, altrimenti si farà manipolare dagli altri: crederà di essere libero quando invece è manovrato da singole persone, oppure dai media, dalle lobbies, dai gruppi di pressione, dai potenti, ecc.

Insomma, per concludere di nuovo con Benedetto XVI, «La verità come tale è dialogica perché cerca di conoscere meglio, di capire meglio e lo fa in dialogo con gli altri. Così, ricercare la verità e la dignità dell’uomo è la maggiore difesa della libertà».

martedì 9 agosto 2011


Gemelline siamesi, la vita prima di tutto di Giorgio Carbone, 09-08-2011, http://www.labussolaquotidiana.it/

Un solo cuore e un unico fegato: è questa la condizione di Lucia e Rebecca, le due sorelline gemelle siamesi nate più di un mese fa e attualmente ospiti al Policlinico Universitario di Bologna. Tra l’altro il loro unico cuore è affetto da una grave malformazione, hanno anche un tratto di intestino in comune. Le loro condizioni generali di salute sono buone: stanno crescendo e aumentano di peso di giorno in giorno. Sono circondate dall’amore della loro famiglia e dalla competenza altamente professionale dell’equipe medica guidata dal prof. Lima.

Di fronte a questo fatto, che testimonia l’amore dei genitori per le proprie figlie e l’attenzione premurosa dei medici, alcuni mezzi di informazione montano il caso e imbastiscono una polemica: guardano alle due bambine come a un «fenomeno da esperimento» e riportano stralci di interviste o dichiarazioni in modo da farle apparire in violenta contraddizione. Tutto dipende dal nostro sguardo, dal modo con cui ci avviciniamo alle due sorelle e le osserviamo. Il papà e la mamma non hanno mai avuto dubbi. Alcuni giornalisti e anche persone comuni eccepiscono con stupore il fatto che i genitori, avendo saputo già nei primissimi mesi di gravidanza della condizione precaria delle figlie, avrebbero dovuto abortire – segno questo che nella mentalità diffusa l’aborto eugenetico è in fondo accettabile –.

Il padre, però, senza scomporsi, ma anzi con grande naturalezza, ha sempre risposto: «Sono nostre figlie». E poi ha aggiunto: «Abbiamo una grandissima fiducia nei medici che ci assistono. Sono stati straordinari». Mentre alcuni guardano al fatto come «un caso che andava risolto prima», per non volere vedere questa anomalia e - come dicono – per non far soffrire le due bambine, il padre ci conduce a guardare il fatto con gli occhi di chi ama e si commuove. Siamo innanzitutto davanti a una famiglia unita, a un fatto di amore, a un caso di buona sanità e di competenze e attenzioni professionali che hanno generato la fiducia. Per quanto le bambine crescano, la loro condizione di disabilità è grave. Non sappiamo per quanto tempo potranno vivere unite? Né per quanto tempo l’unico cuore gravemente malformato potrà reggere?

Di fronte a questo quadro clinico grave c’è l’obbligo etico, non di dividerle a tutti i costi, ma piuttosto di curarle e assisterle con la maggiore attenzione possibile, con la perizia e la competenza scientifica che il caso richiede. Nell’ipotesi in cui il quadro clinico precipitasse verso un imminente pericolo di vita per le due gemelle e ci fosse la possibilità di salvarne una, allora l’equipe medica procederà alla separazione. L’eventuale intervento di separazione non va letto come una condanna a morte di una delle due gemelle perché la volontà dei medici non avrà per oggetto il procurare la morte di una gemella. Ma va visto come l’unica alternativa possibile per uscire dall’imminente pericolo di vita per le due gemelle: l’equipe medica farà quanto è scientificamente possibile per salvare la vita di una sorellina, sapendo però che come effetto collaterale, previsto, ma non voluto, ci sarà la morte dell’altra sorellina.

Il caso è delicatissimo e drammatico. Per comprendere la sostenibilità etica dell’eventuale separazione ricorriamo alla teoria delle azioni con duplice effetto. Un primo effetto, buono e voluto direttamente da chi agisce. E un secondo effetto cattivo che, però, non è né un obiettivo della volontà, né un mezzo utile a raggiungere il primo effetto buono, è semplicemente un effetto che di fatto avviene «a lato», cioè collaterale, sul quale la volontà umana dell’agente non si porta, per quanto sia prevedibile. Ad esempio l’intervento di asportazione di un arto è eticamente lecito perché il suo obiettivo è recuperare la salute evitare la cancrena, anche se l’effetto collaterale sarà la perdita dell’arto e quindi la disabilità. Oppure l’assunzione di potenti farmaci chemioterapici è lecita perché ha come effetto voluto la terapia del tumore, anche se gli effetti collaterali saranno molto disagevoli.

Quindi, pur sapendo che una delle due morirà a causa della separazione, nel caso estremo e drammatico di pericolo di vita per entrambe le gemelle, se non ci saranno alternative possibili, sarà sostenibile l’intervento di separazione perché questo avrà il solo scopo di salvaguardare la vita di una gemella.

mercoledì 3 agosto 2011

Sopravvivono perché unite - La sfida delle gemelline - Nuovi interrogativi sull'intervento per separare le sorelle siamesi. I medici: «Si supportano a vicenda e crescono» - Francesco Alberti, Corriere della Sera, 3 agosto 2011

BOLOGNA - Hanno superato la crisi. Aumentano di peso. «Sopravvivono perché unite». Fanno squadra, si direbbe. Le due sorelline siamesi che condividono cuore, fegato, una parte dell'intestino e il tronco (guarda la scheda) sfidano la scienza e le leggi della vita nel reparto del Sant'Orsola di Bologna dove sono nate in giugno e dove in pochi, forse nessuno, si aspettavano che avrebbero potuto resistere tante settimane, fuse in quella maniera. «È assolutamente positivo il fatto che crescano e si irrobustiscano - afferma il primario della chirurgia pediatrica, professor Mario Lima, coordinatore dell'équipe che segue le gemelle -. È positivo proprio in vista di una separazione che, se sussisteranno le condizioni, crediamo sarà inevitabile, anche se per il momento non è possibile ipotizzare tempi».

Un cuoricino per due, che finora regge, al punto da aver consentito alle piccole di superare nei giorni scorsi quella che rischiava di diventare una tappa senza ritorno: «Le gemelle - spiegano al Sant'Orsola - sono state colpite da un'imponente ascite (una raccolta di liquido nella cavità peritoneale, ndr ) con gravi ricadute a livello respiratorio e metabolico». Poi la ripresa, favorita, è scritto nel bollettino medico, «dalle cure intensive e, in quanto congiunte, dal reciproco supporto».

Un caso complesso dove scienza ed etica, amore e dolore, si intrecciano in un groviglio di valutazioni e sentimenti difficili da districare. I genitori hanno poco più di trent'anni, vengono dalla costa romagnola, hanno altri due figli e sapevano a cosa andavano incontro da quando un'ecografia rivelò la presenza di organi in comune tra le gemelle. Soprattutto sanno che alta è la probabilità che le bambine debbano essere separate e che solo una di loro, nel migliore dei casi, si salverà. «Siamo consapevoli che prima o poi dovremo prendere una decisione - ha più volte ripetuto la madre -, sarà molto dura, ma non delegheremo altri». Il Comitato di Bioetica dell'università di Bologna, presieduto da Stefano Canestrari, dopo aver esaminato il caso, ha indicato all'unanimità due ipotesi d'azione, a seconda di come evolverà la situazione. «La prima è quella in cui le due neonate non versino in condizioni di imminente e grave pericolo di vita: in questo caso, il Comitato ritiene eticamente corretto che i medici non intervengano per procedere ad una separazione, che provocherebbe la morte di una delle due gemelle». Qualora invece vi fosse pericolo di vita per entrambe, «la separazione viene ritenuta eticamente corretta».

Una posizione condivisa anche da monsignor Rino Fisichella, ex presidente della Pontifica Accademia per la Vita: «Se vi fosse una reale possibilità di morte, salvare una delle due sarebbe un atto d'amore e quindi lecito». Una scelta, se mai verrà il momento, di una drammaticità rara. Delle due, i medici cercheranno di salvare la più robusta e comunque sarà la natura, alla fine, a decidere. E per ora la natura ha deciso che le gemelline possono ancora vivere assieme, aiutandosi.

giovedì 28 luglio 2011

Per contrastare le utopie tecno-scientifiche - Hans Jonas e il futuro dell’uomo, 28 luglio 2011, http://www.osservatoreromano.va

«Per quanto mi riguarda io non temo gli abusi dovuti a malvagi interessi di potere: temo invece coloro che amano l’umanità, e che sognano un grandioso miglioramento della specie». Con queste parole il pensatore tedesco Hans Jonas mette a fuoco, con grande lucidità, i pericoli maggiori che sta correndo l’essere umano in questi tempi di veloce progresso tecno-scientifico. Il suo libro, appena tradotto in Italia, Frontiere della vita, frontiere della tecnica (il Mulino) aiuta a comprendere i problemi che viviamo non solo in una prospettiva filosofica, ma anche con uno sguardo storico che ci permette di cogliere la profondità del cambiamento che la cultura umana ha vissuto nel rapporto con la scienza e la tecnica.
Una vera e propria rivoluzione, cominciata con Copernico, continuata con Galileo e completata con Newton, i quali, spiegando il funzionamento della natura, hanno eliminato ogni idea che a esso sovrintenda un volere morale: «Nella natura non esistono bene o male». Da questo deriva l’atteggiamento umano attuale: «Se la natura non ha valori, allora permette tutto»; e ancora: l’uomo è «unico soggetto e unica volontà». Ecco perché oggi il problema non sta nell’affrontare il valore etico di una o dell’altra innovazione, di una o dell’altra possibilità di intervento tecno-scientifico. La questione è più profonda e ampia, «è il destino dell’uomo».
Nessuna etica dei periodi storici che ci hanno preceduto, infatti, doveva tenere conto della condizione globale della vita umana e del lontano futuro, addirittura della sopravvivenza della specie. È una condizione che va quindi affrontata in questi termini più vasti, elaborando una nuova concezione dei diritti e dei doveri.
La denuncia di Jonas non si limita però a individuare questo pericolo. Egli intravvede nella nuova immagine dell’essere umano — non solo potente, ma in grado di stabilire senza limiti cosa può fare — una nuova forma di deriva utopistica, simile a quelle che tanti danni hanno provocato nel secolo scorso: l’utopia di governare l’evoluzione, di migliorare il genere umano.
Per evitare questi pericoli, Jonas propone un’etica della responsabilità caratterizzata in senso deontologico e dotata di validità universale, come spiega bene Paolo Becchi nella sua biografia intellettuale del filosofo (Hans Jonas. Un profilo, Morcelliana). Un’etica quindi aliena da ogni forma di relativismo, nemica cioè delle etiche che valutano sulla base della somma delle utilità che gli interventi tecno-scientifici possono realizzare, ma favorevole invece a valutare le nuove pratiche in base alla loro compatibilità con la continuazione di una vita umanamente accettabile su questa terra, fondata su principi universalmente vincolanti. Jonas è del tutto consapevole che, per contrastare la deriva delle nuove biotecnologie — in particolare quelle che tendono a creare una nuova specie, priva di difetti — c’è bisogno di qualcosa di più alto, che sorpassi anche il pensiero filosofico metafisico. Apre così le porte alla necessità della trascendenza.
Il suo pensiero, quindi, profondo e acuto per quanto riguarda la rivoluzione che stiamo vivendo, è di grande aiuto al pensiero bioetico cattolico per trovare fondamenti comuni a un pensiero laico libero. Libero dai condizionamenti che nascono e si diffondono in un clima di utopia tecno-scientifica che illude gli esseri umani di potersi liberare dalla sofferenza, e persino, magari, dalla morte.

Frontiere della vita Frontiere della tecnica

domenica 24 luglio 2011

Rebecca e Lucia fra dubbi e certezze di Tommaso Scandroglio, 22-07-2011, http://www.labussolaquotidiana.it

Lucia e Rebecca hanno un cuore solo. Un cuore solo e fegato e intestino fusi insieme. Due persone in un corpo solo. La vicenda delle piccole gemelline siamesi nate qualche giorno fa all’ospdale Sant’Orsola di Bologna ha suscitato non solo profonda commozione tra medici, operatori sanitari e gente comune, ma anche complicati dilemmi etici. Che fare? Intervenire per dividerle oppure lasciarle unite finché morte - è proprio il caso di dirlo - non le separi?

Un rebus ma che forse si può risolvere. Il caso è complesso e qui vogliamo solo offrire qualche criterio di giudizio senza la pretesa di fornire una risposta a quesiti prima accennati che potesse fregiarsi del crisma della verità. Avviciniamoci ora al caso delle due gemelline per gradi, illustrando vari scenari possibili e le relative soluzioni eticamente percorribili.

Separare non separare. Prima ipotesi: con la separazione c’è certezza o buone probabilità che entrambe possano vivere. In questo caso non ci sarebbero dubbi sulla liceità dell’intervento. Caso opposto: se vengono separate ci sarebbe la certezza o l’alta probabilità che entrambe muoiano, ma se rimangono unite invece potranno vivere a lungo. Tale eventualità obbligherebbe a non intervenire per la separazione. Terzo caso: sia la separazione che la non separazione porterà alla morte. Di fronte a questo scenario l’unica strada percorribile sarebbe quella dell’astensione da ogni intervento e del doveroso accompagnamento alla morte delle gemelline che insieme sono nate e insieme si spegneranno. Nessuno di questi tre casi interessa la vicenda di cui ci stiamo occupando.

O muoiono entrambe o una si salva. Il caso di Lucia e Rebecca non entra negli esempi prima esposti. Infatti se operate al fine di dividerle una morirà ma l’altra con il 20% di possibilità potrà salvarsi. La soluzione poi di lasciarle unite porterà alla morte addirittura di entrambe: un solo cuore, persino malformato, sta facendo infatti il lavoro di due cuori. Dunque che fare? Risposta: è doveroso sotto il profilo morale tentare l’intervento di separazione anche se, con certezza, una delle due gemelline morirà.

Perché è moralmente lecita questa decisione? A motivo del principio del duplice effetto il quale interessa quelle azioni che producono uno o più effetti positivi ed uno o più effetti negativi. In questo caso abbiamo un atto (l’operazione) che potrà produrre un effetto positivo (la salvezza di una delle gemelline) e un effetto negativo (la morte dell’altra). L’azione è lecita se si rispettano tutti e cinque i criteri previsti dal principio del duplice effetto che qui di seguito andremo ad illustrare.

Primo: l’atto deve essere in sé neutro o moralmente buono. Operare è un atto di per sé neutro e diventa moralmente buono se compiuto - e questo accade nella generalità dei casi (ma non per l’aborto ad esempio) - con l’intenzione di curare una persona o salvarle la vita. Nel caso di specie si interviene con lo scopo di salvare almeno una delle piccole, quindi l’atto di per sé è buono.

Secondo: l’effetto negativo non deve essere ricercato direttamente ma deve essere sopportato come conseguenza non voluta dell’azione principale. Il medico agirà correttamente sotto il profilo etico non se vorrà far morire una per salvare l’altra, ma se vorrà salvare l’una sopportando l’effetto certo della morte dell’altra. Io medico cerco direttamente l’effetto salvezza di una delle due e tollero l’effetto indiretto da me non voluto della morte dell’altra. Quindi durante l’intervento, e non sono sottigliezze tecniche ma motivazioni etiche grandi come montagne, non si dovrà direttamente e concretamente uccidere una delle due bambine al fine di salvare l’altra, ma ricercare la sopravvivenza dell’una tollerando così che l’altra muoia.

Terzo: l’effetto negativo non deve essere strumentale al prodursi dell’effetto positivo. Qui occorre far attenzione: non sarà la morte di una delle due gemelline a produrre come esito la salvezza dell’altra. Concretamente infatti questo effetto positivo sarà causato dall’ “assegnazione” degli organi vitali e non ad una di loro, e non sarà causato dal decesso della sorellina.

Quarto: equipollenza dei beni in gioco. L’intervento è lecito anche perché sul piatto della bilancia si mette la vita/la morte di una delle bimbe e sull’altro piatto la vita/la morte dell’altra. I beni sono di pari valore. Per ipotesi contraria facciamo il caso di due siamesi che vengono divisi ben sapendo che uno di loro morirà: si decide per l’intervento non perché c’è rischio di morte per uno dei due o di entrambi, ma solo per permettere al più fortunato di vivere autonomamente. In questo caso il bene della vita viene barattato con il bene della privacy, di valore assai minore.

Quinto criterio: stato di necessità. L’intervento che provocherà la morte di una della due deve essere l’extrema ratio, l’ultima spiaggia. Se ci fossero altre soluzioni affinchè le due piccole possano vivere occorre prima percorrere quelle soluzioni. Ad esempio: possibilità di trapiantare in una tutti gli organi che sono andati alla sorellina. Oppure dividersi gli organi e così anche i trapianti. Ma più che opzioni reali sono fantasticherie teoriche queste e quindi non sono soluzioni spendibili per il nostro caso. Nella vicenda che interessa Lucia e Rebecca invece si è costretti a tale intervento perché o entrambe moriranno oppure una delle due grazie all’operazione vivrà. Se, come accennato prima, ci fosse la possibilità che entrambe possano vivere seppur non divise allora si dovrà optare per la non separazione, cioè, ribaltando il punto di visuale, non ci sarebbe la necessità dell’intervento chirurgico.

Quale tra le due? Quindi è lecito intervenire chirurgicamente per la separazione anche se questo provocherà la morte di una delle due. Ma ecco il dilemma forse più scottante e terribile: tra Rebecca e Lucia quale far sopravvivere? La soluzione che, sempre per via ipotetica e con molta prudenza, ci pare di suggerire è quella di far vivere la gemellina che, stante il suo quadro clinico, ha più chances di sopravvivenza. Tale soluzione è il tema più dibattuto in questi giorni dai bioeticisti. Si sostiene che non si può scegliere a priori, a tavolino chi deve sopravvivere e chi no. Si deve operare nell’intento di salvarle entrambe. Vero è che si dovrebbe operare con il fine di salvarle entrambe ma, in questo caso, i fatti cancellano questa opzione e rimane in piedi solo l’ipotesi di poterne salvare una. È come decidere che oggi deve essere una bella giornata di sole: ma se piove non c’è intenzione che tenga per fermare la pioggia. In realtà non è il medico che come un novello Hitler farà vivere la più forte, bensì è il già ricordato stato di necessità che deciderà per noi.

Allora non è il medico che in modo utilitarista sceglie di far vivere Rebecca a posto di Lucia o viceversa, ma è la condizione fattuale, le circostanze non volute da nessuno che spingeranno per forza maggiore a limitare i danni per quello che è possibile, cioè a perseguire il maggior bene possibile in quel frangente. E se quel frangente mi dice che Lucia ha più possibilità di sopravvivere allora tenterò di strappare alla morte almeno lei, perché questo è il maggior risultato possibile, perché devo perseguire quello scenario che mi promette il miglior esito della vicenda rebus sic stantibus. Qui l’utilitarismo c’entra poco perché i proporzionalisti per uno sperabile e futuro risultato positivo sono disposti a commettere anche azioni intrinsecamente malvagie. E nel caso presente non vi sono atti di per se stessi cattivi.

Il caso dei due alpinisti. Questa cruda realtà la si apprende sui banchi delle facoltà di giurisprudenza quando si spiega lo stato di necessità in diritto penale. Mario e Giacomo stanno compiendo una scalata e sono legati tra loro con una fune. Mario è in testa, Giacomo qualche metro sotto. Ad un certo punto Giacomo sviene, cade nel vuoto ma non si sfracella a terra perché trattenuto dalla fune legata al compagno Mario. Giacomo quindi penzola nel vuoto. Mario non ha la forza di trarlo a sé e sente che tra pochi attimi Giacomo lo trascinerà giù con il suo peso. Che fare? In questo caso è lecito che Mario tagli la fune. Mario non sceglie di far morire il compagno di cordata Giacomo, sceglie di far vivere se stesso, difendendosi dal pericolo di morte che è stato provocato dalla perdita dei sensi di Giacomo tramite il taglio della fune che lo lega a questi. È costretto a tagliare la fune, non opta di tagliarla (la scelta è tale solo se praticata in piena libertà). Mario salva se stesso perché non può fare altrimenti e perché è quello che ha più possibilità di salvarsi (il gesto di tagliare la corda non è esente da pericoli per lo stesso Mario): il destino di Giacomo in un modo o nell’altro invece è già segnato. Così per il caso delle gemelline siamesi: i medici non sceglieranno di salvare una vita piuttosto che un’altra, ma saranno costretti dalle circostanze a prediligere chi ha più possibilità di salvarsi. Il quadro clinico tragico delle due gemelle è lo svenimento dell’esempio di prima.

La vicenda comunque è complessa e ci rammenta quello che diceva Tommaso D’Aquino sulla morale, la quale è certa nei suoi principi generalissimi, ma diventa per il minuscolo intelletto dell’uomo - ma mai ovviamente per l’infinita sapienza di Dio - sempre più oscura quanto più questi principi si applicano ai casi concreti.