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domenica 2 giugno 2013

APRIAMO GLI OCCHI: il trasferimento nucleare di cellule (SCNT) è clonazione umana - http://www.prolifenews.it/

SCNT_cellule-staminali_clonazione-umana

Wesley J. Smith è un avvocato americano specializzato in bioetica, membro del direttivo del  Discovery Institute , consulente dell’ International Task Force on Euthanasia and Assisted Suicide   e del Center for Bioethics and Culture . Sul sito Lifenews.com , è apparsa un’interessante carrellata di sue considerazioni circa la clonazione umana.  E’ molto importante, infatti, comprendere che i media e gli scienziati stanno confondendo i termini della questione: cercano di dare a intendere che il trasferimento di nuclei di cellule somatiche (SCNT) in cellule uovo non è clonazione umana, ed è perciò moralmente accettabile.
E’ bene “gridare dai tetti” la Verità, ed è compito di ogni nostro lettore farlo: perché in questo i media davvero non ci aiutano. Con la SCNT si creano embrioni umani attraverso una forma di riproduzione asessuata: e questa è clonazione. Dicono, ci vogliono far credere, che producono cellule staminali. Non dicono che per ottenere dette cellule staminali vengono creati embrioni che devono essere nutriti e mantenuti in un brodo di cultura per circa 10 giorni, e che poi vengono distrutti, per ottenere appunto le cellule staminali.
Nel link che abbiamo indicato sono riportati diversi esempi di articoli di giornali e riviste, più o meno specializzati in bioingegneria, che provano l’azione menzognera in atto.
Per esempio su  Foxnews.com Loren Grush parla di un importante passo avanti per la scienza medica, compiuto dai ricercatori dell’ Oregon National Primate Research Center (ONPRC) che, con i ricercatori della Oregon Health & Science University (OHSU), hanno per la prima volta in assoluto convertito con successo “le cellule della pelle umana in cellule-staminali embrionali” tramite una tecnica chiamata trasferimento nucleare.  Come hanno fatto? L’articolo spiega che hanno “scambiato i codici genetici di un ovulo non fecondato con una cellula della pelle umana” e “la combinazione del citoplasma dell’uovo e il nucleo della cellula pelle ha prodotto cellule staminali embrionali”.
Falso!  
L’uovo non fecondato non si trasforma in cellule staminali per magia. Prima si trasforma in un embrione umano, che viene poi distrutto per ottenere cellule staminali.
Un altro esempio di tentativo di confondere le acque, o – meglio – le coscienze:  un articolo di Gautam Naik sul Wall Street Journal dice che gli scienziati hanno utilizzato la tecnologia di clonazione per trasformare cellule della pelle umana in cellule staminali embrionali,  ma non hanno creato un clone, secondo l’articolo: hanno dimostrato, per la prima volta, che è possibile creare cellule staminali embrionali  geneticamente identiche alla persona da cui sono derivate.
Altra bugia: una volta che si è operato il trasferimento nucleare, la clonazione è fatta. Dopo di che, quindi, gli scienziati suddetti hanno distrutto gli embrioni per ricavarne le cellule staminali.

Quindi, cari lettori, stiamo molto attenti al vecchio gioco disonesto che i fautori del biotech e i media che li sostengono stanno giocando: mentono sapendo di mentire dicendo che non fanno clonazione umana. Anzi: stanno cercando di far passare il concetto che non è clonazione, perché non nascono bambini clonati. Potremmo fare altri esempi di articoli tendenziosi e falsi che poi spesso si contraddicono essi stessi, sulla questione. Per esempio, questo su News.Com.Au , o questo  sul  Los Angeles Time , o questo pubblicato dalla rivista Cell, on line).

C’è un’altra questione su cui ragionare.
Il team dell’Oregon ha sostituito il nucleo di un ovulo non fecondato con il nucleo di una cellula della pelle. Sostengono che ciò che ne risulta non sia un embrione. Ma allora che cosa è? E’ la stessa “cosa” da cui è nata la pecora Dolly, anch’essa prodotta con un ovulo non fecondato, in cui è stato impiantato il nucleo di un’altra cellula.  E’ chiaro che il problema morale non sta nella manipolazione dell’ovulo umano, ma in ciò che ne risulta dopo.  E che quell’esserino non fosse atto a essere impiantato in utero, non è assolutamente rilevante. Questo è l’argomento che sostengono: non è clonazione riproduttiva. Ma l’embrione è stato prodotto!!!
E’ estremamente ipocrita dichiararsi contro la clonazione riproduttiva, ma a favore della SNCT per la produzione di cellule staminali. Perché – come abbiamo detto e ripetiamo – le cellule staminali vengono prese da un embrione creato per clonazione!
Se gli Stati fossero veramente gli enti deputati a preservare il Bene comune, se avessero a cuore il futuro dell’umanità, dovrebbero seriamente vietare ogni creazione e manipolazione di embrioni umani. Purtroppo, anche qui in Italia, la legge ha aperto la porta al delirio di onnipotenza degli scienziati “biotech” senza scrupoli.  La strategia di questi novelli Prometei è sempre stata quella di accettare il divieto di ciò che essi non riescono a fare, ma di protestare contro qualsiasi legge “liberticida e oscurantista”, che vieti ciò che essi riescono a fare. Perciò se volgiamo evitare di vedere un domani non troppo lontano la nascita del primo bimbo clonato, bisogna premere come società civile affinché la legge vieti anche la SNCT umana.
Del resto già le scimmie sono state ingravidate con successo con embrioni clonati, anche se la gestazione non è mai giunta a termine. Il Journal of Biological Development spiega che di 67 embrioni prodotti in vitro, attraverso la SCNT, cioè attraverso il trasferimento nucleare di cellule cutanee di scimmia, impiantati in 10 femmine, sono risultate 5 gravidanze e in 1 di queste si è sviluppato un feto vivo di cui è stato rilevato il battito cardiaco, e che è sopravvissuto fino all’81° giorno di gestazione.
Così era avvenuto inizialmente con le pecore… Il resto è semplicemente una questione di tecnica .

di Francesca Romana Poleggi





Chimere - “Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto” (Inferno, 26, 136) - Il delirio di onnipotenza degli scientisti crea, clona e distrugge embrioni, e impianta nei cervelli dei topi cellule umane - http://www.prolifenews.it/

cellule staminali_embrioni umani_clonazione


Gli scienziati dell’Oregon Health & Science University  hanno pubblicato ieri sulla rivista online Cell la notizia che sono riusciti a clonare embrioni umani, e li hanno fatti vivere per 7 giorni, per estrarne le  cellule staminali. Hanno – ovviamente – ignorato  il fatto che le cellule staminali embrionali non hanno mai aiutato i pazienti umani e anzi spesso provocano tumori, quando vengono  iniettate. La cosa purtroppo negli USA non è illegale. Però non può essere finanziata con denari pubblici. Il dirigente dell’ufficio legale del NRLC (National Right to Life Committee), Douglas Johnson, ha ribadito la ferma opposizione dei gruppi pro life a che il Congresso modifichi il vigente Dickey-Wicker Amendment che vieta di finanziare con fondi federali la creazione di embrioni umani per fini di ricerca, cioè  vieta la creazione di allevamenti di embrioni umani.
La creazione di persone in laboratorio solo per usarle come donatori dei cellule, e quindi per distruggerle,  è un abuso denunciato anche da molti che non condividono le convinzioni della Chiesa Cattolica sulla vita umana. Se questo divieto morale dovesse cadere, si aprirebbero scenari inquietanti: arriveremo presto alla produzione di bambini clonati come “copie” di altre persone, e gli esseri umani saranno considerati sempre di più come prodotti, realizzati su ordinazione, per soddisfare i desideri di altre persone.  E’ bene inoltre ricordare che la creazione degli embrioni sottopone comunque delle donne sane a procedure di stimolazione ovarica che mettono a repentaglio la loro salute e la loro fertilità.
Ma molti (pseudo) scienziati non sono disposti ad arrestarsi di fronte a quelli che – irresponsabilmente – considerano pregiudizi oscurantistici. Tant’è vero che molti plaudono agli esperimenti condotti  negli ultimi mesi, dall’Università del Wisconsin e dell’Università di Rochester (New York) che hanno creato delle chimere neurali uomo-animale. Hanno iniettato nei topi una immunotossina per distruggere una parte del loro cervello, l’ippocampo, che è associato con l’apprendimento, la memoria e il ragionamento spaziale. Poi  hanno sostituito le cellule danneggiate con cellule di embrioni umani. Le cellule hanno proliferato. E alla fine hanno ottenuto topi particolarmente intelligenti.
Qualcuno si è chiesto quali  diritti dovremmo assegnare, in futuro, a topi con cervelli umani?
Anche un consesso laico come la British Academy of Medical Sciences , nel 2011 (http://www.reuters.com/article/2011/07/21/us-science-animal-human-idUSTRE76K7Q220110721 ) ha invocato regole precise per limitare la creazione di ibridi e chimere.
Ma molti si rifiutano di prendere in considerazione certe intuizioni etiche di comune buon senso e ritengono che la ricerca scientifica non debba essere limitata della legge naturale. E considerano “di destra” chi si provi a ragionare in tal senso.
E allora il compito di fermare questo delirio di onnipotenza è affidato soprattutto alla società civile. A ciascuno di noi, a ciascuno di voi che ora state leggendo questo articolo. Ciascuno ha il dovere di fare cultura in tal senso, di intervenire nei dibattiti e nelle discussioni, di scrivere ai giornali e alle televisioni, per ricordare che la Natura vive di regole ben precise che l’uomo ha il dovere e il piacere di scandagliare e di capire (… Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza…), ma quando l’uomo si adopera per stravolgerle e violarle, le conseguenze sono sempre e solo morte e distruzione (…Noi ci allegrammo, ma tosto tornò in pianto).
Rileggiamoci l’Ulisse di Dante.

di Francesca Romana Poleggi





venerdì 24 maggio 2013


La clonazione? Catena di montaggio dell’uomo perfetto - Giacomo Samek Lodovici – Avvenire, 23 maggio 2013

Le nuove recenti sperimentazioni sulla clonazione umana rinfocolano il dibattito sulle implicazioni etiche di questa pratica, che è gravemente malvagia. Tanto per incominciare, essa comporta problemi morali analoghi a quelli della fecondazione artificiale. Per esempio, implica la morte di un numero enorme di embrioni (prodotti appunto con la clonazione), i quali sono esseri umani (e lo sono per motivi laici – scientifici e filosofici – tante volte esposti su questo giornale). Questi esseri umani dovranno essere impiantati nell’utero femminile ma non riusciranno ad attecchire o a sopravvivere durante la gravidanza. Ad esempio, la clonazione della famosa pecora Dolly è avvenuta in seguito a 277 fusioni ovocita-nucleo donatore: solo 8 delle 277 fusioni hanno iniziato lo sviluppo embrionale. Si potrà progressivamente migliorare questa percentuale, ma il tasso di mortalità resterà impressionante per moltissimo tempo e, comunque, tutti i tentativi per farlo calare saranno all’origine di una morìa spaventosa di esseri umani. Ancora, con la clonazione l’essere umano viene trattato non già in modo confacente alla preziosità incommensurabile di ogni uomo (che vale più di tutte le opere d’arte della terra messe insieme), bensì come un oggetto di fabbricazione, come una cosa. Inoltre, come non di rado avviene con la fecondazione artificiale, per molti cloni che superino il parto tale tecnica comporterà molte patologie, alcune certamente gravi. 
Ma la clonazione umana, in aggiunta ai problemi etici condivisi con la fecondazione artificiale (e ne abbiamo menzionati solo tre fra i tanti), ne comporta anche altri. Essa viene ipotizzata secondo due forme, quella cosiddetta «terapeutica», e quella riproduttiva, per ora futuribile (a meno che non sia già stata realizzata in segreto in qualche laboratorio…). La clonazione terapeutica clona un essere umano per ottenerne una copia geneticamente identica da cui estrarre dei pezzi di ricambio per fare trapianti e guarire le patologie dell’uomo di partenza. È gravemente malvagia: visto che il clone è un essere umano, questo intervento prelude ad un omicidio, ancorché motivato dallo scopo di fare trapianti o sperimentazioni varie. Guarire una persona è un fine buono, e dobbiamo essere addolorati e solleciti verso chi è malato. Ma un fine buono non giustifica dei mezzi cattivi. Anche se il termine può sembrare eccessivo, tale forma di clonazione è una forma di vampirismo, di schiavismo nei riguardi di un uomo su cui ci si arroga di detenere il diritto di vita e di morte, proprio come avveniva con gli schiavi. 
Quanto alla clonazione riproduttiva, essa priva il clone della sua autonomia ed è una seria lesione della sua libertà. Infatti, se, per esempio, l’«originale» da cui si è voluto ricavare una copia-clone è Mozart, vuol dire che si vuole produrre appunto un nuovo Mozart, che faccia le stesse cose. Perciò si farà pressione (o magari si costringerà) questa persona perché, fin dall’età di tre-quattro anni, si eserciti al pianoforte per ore al giorno, perché tenga concerti, ecc., anche quando il clone volesse fare cose assolutamente diverse e desiderasse trovare un’altra strada nel mondo, costruendo lui la sua personalità, scegliendo lui la sua professione, ecc. Insomma, si depriva un essere umano del diritto di costruire la propria vita, di scoprire la propria identità, di impostare come vuole i suoi rapporti con gli altri, imponendogli un archetipo che detta in anticipo ogni aspettativa nei suoi riguardi. 

giovedì 16 maggio 2013


UOMO CLONATO/ Sirchia: non è più scienza, ma il peggiore dei mondi possibili - giovedì 16 maggio 2013 - http://www.ilsussidiario.net/

UOMO CLONATO/ Sirchia: non è più scienza, ma il peggiore dei mondi possibili

La clonazione umana è stata utilizzata per produrre nuovi embrioni dei quali servirsi per la ricerca medica. Gli embrioni clonati servono come fonte di cellule staminali, con lo scopo di realizzare nuovi muscoli cardiaci, ossa, tessuti cerebrali e qualsiasi altro tipo di cellula corporea. Lo studio, pubblicato sulla rivista “Cell”, ha fatto ricorso a metodi simili a quelli dei ricercatori inglesi che hanno clonato la pecora Dolly. Ilsussidiario.net ha intervistato il professor Girolamo Sirchia, ex ministro della Sanità e specialista di medicina interna.

Professor Sirchia, che cosa ne pensa della ricerca pubblicata sulla rivista “Cell”?

La ritengo un’iniziativa molto discutibile e gravissima sotto tutti i profili. Produrre esseri umani, sia pure embrionali, per fini di ricerca mi sembra voglia dire che abbiamo veramente superato ogni limite. Ciò è stato temuto fin dall’inizio, quando queste tecniche sono diventate disponibili, e la storia recente della medicina dimostra che tutto quello che può essere realizzato tecnicamente viene realizzato. Ciò non toglie però che siamo arrivati ad estremi che esigerebbero prese di posizione fortissime da parte degli organismi internazionali, i quali dovrebbero vietare il fatto di valicare determinati limiti, perché di questo passo può accadere qualsiasi cosa.

Fino a che punto le sue convinzioni sono diffuse tra i ricercatori mondiali?

La mia è una posizione condivisa da molti esponenti del mondo scientifico, con l’eccezione di qualche “avventurista” che come sempre fa da pioniere a scapito dei valori umani, se non per interesse almeno per spirito di protagonismo. Ciò comunque non giustifica il sovvertimento dei valori umani e non solo.

Secondo lei si tratta di un fatto più grave rispetto all’utilizzo di embrioni già esistenti?

Naturalmente sì, perché se un embrione viene prodotto con finalità di ricerca, considerando che quello è un essere umano in potenza, si supera un limite che non era mai stato varcato in precedenza. Già il fatto di usare gli embrioni a scopo di ricerca è una scelta molto discutibile, ma se addirittura li creiamo con questo scopo, e poi inesorabilmente per farne dei prodotti commerciali, anche se farmaceutici, questo diventa un superare ogni limite. Mi preoccuperei se la cosa venisse accettata dalla comunità internazionale, perché ciò vorrebbe dire che l’umanità ha di fronte a sé un destino molto negativo.

Dal punto di vista scientifico, qual è invece il valore della ricerca pubblicata su Cell?


Dal punto di vista scientifico, occorre distinguere tra l’utilizzo della clonazione per la produzione di animali sul modello della pecora Dolly, e il fatto di creare embrioni con altre tecniche. Il concetto però alla fine è sempre lo stesso: si prendono prodotti che sono potenzialmente capaci di diventare persone, per utilizzarle a scopi sia pur nobilissimi di ricerca. Ciò significa che il valore di una persona è quasi ridotto a zero.
Rispetto alle cellule staminali non embrionali, che cosa offrono in più gli embrioni clonati?
Ci sono delle differenze, che pure nel tempo si sono notevolmente ridotte. Le Ips, o cellule staminali totipotenti, assomigliano a quelle embrionali perché sono differenziate e indirizzate in laboratorio, ma non sono comunque identiche.Quindi certamente sono due sorgenti diverse, e potrebbero essere in teoria interessanti. Se per avere quel prodotto devi però arrivare a violare la persona umana, a questo punto c’è un limite a tutto. La scienza non può permettersi di andare oltre certi limiti etici.
Come spiegarlo a chi non crede che l’embrione sia un essere umano?
Anche questi scienziati devono quantomeno ammettere che se pure l’embrione non è ancora un essere umano, è destinato a diventarlo. La stessa pecora Dolly era inizialmente un embrione che poi è diventato una pecora adulta. Si tratta quindi comunque di qualcosa che non è più soltanto un materiale genetico, ma un materiale già avviato sul percorso della differenziazione verso l’essere umano, e quindi anche se non è una persona né un essere umano compiuto, si tratta comunque del germe da cui questo si sviluppa. Se si lascia che un embrione cresca indisturbato arriva comunque a diventare un uomo: rispetto a una pecora mi sembra che ci sia una differenza fondamentale.
(Pietro Vernizzi)
© Riproduzione Riservata. 
 


martedì 27 novembre 2012


La scienza ridà vita alla tartaruga George - 27.11.2012 - http://www.lastampa.it

Un primo piano di Lonesome George: con la sua morte, avvenuta il 24 giugno scorso, si è estinta la tartaruga dell’Isola Pinta
Ritrovate tracce del Dna della specie estinta: si tenta la clonazione
corrispondente da new york
L’ultima tartaruga gigante dell’arcipelago della Galapagos è morta il 24 giugno ma grazie alla genetica la specie potrebbe tornare in vita.  
A sostenerlo è uno studio realizzato da un team di scienziati della Yale University che sarà pubblicato dal «Biological Conservation Journal» ed è stato anticipato da un comunicato del Parco nazionale delle isole del Pacifico, situate a circa mille chilometri di distanza dalle coste dell’Ecuador.  
I ricercatori di Yale sono partiti dall’esame del Dna di Lonesome George, l’ultima tartaruga gigante dell’Isola Pinta, morta di vecchiaia dopo aver superato la soglia dei cento anni. Gli esemplari del suo materiale genetico, conservati nel museo delle Galapagos, sono stati confrontati con quelli delle altre dieci specie di tartarughe che vivono ancora in circa 30-40 mila esemplari nell’arcipelago, composto da 13 isole e oltre cento fra scogli e microterre emerse. 
L’esito è stato sorprendente: almeno 17 esemplari hanno dimostrato di possedere tratti genetici simili a quelli delle tartarughe giganti dell’Isola Pinta. In alcuni casi le somiglianze sono tali da far ipotizzare che i geni siano identici a quelli di Lonesome George, la cui esistenza venne scoperta per caso nel 1972, quando la sua specie si ipotizzava già estinta. A possedere i geni delle tartarughe giganti dell’Isola Pinta sono, in particolare, nove tartarughe femmine, tre maschi e cinque piccoli, senza escludere la possibilità di trovarne altri.  
Quando nel XVI secolo l’esploratore spagnolo Fray Tomás de Berlanga arrivò nelle Isole Galapagos, di origine vulcanica, le tartarughe giganti erano presenti in gran numero sull’Isola Pinta. Secondo i calcoli fatti dai ricercatori di Yale, nel XVIII secolo erano arrivate a contare oltre 300 mila esemplari, ma cacciatori di balene e pirati ne fecero strage fino al termine del XIX secolo, catturandole spesso per portarle a bordo delle navi come carne fresca adatta a sostenere gli equipaggi nei viaggi più lunghi.  
Ironia della sorte vuole tuttavia, sempre secondo lo studio di Yale, che proprio alcuni di questi equipaggi abbiano contribuito alla genesi di una stirpe di tartarughe ibride: alcuni esemplari di quelle giganti, originarie delle isole Pinta e Floreana, sarebbero state gettate in acqua davanti all’Isola Isabella - forse da navi che ne avevano prese troppe a bordo - innescando così una catena di sviluppo e riproduzione che ha portato a incrociare i geni di specie differenti.  
L’esistenza di tartarughe ibride è nota ai biologi che lavorano nel Parco nazionale della Galapagos sin dal 2008, ma le ricerche finora condotte avevano portato a escludere la presenza di Dna riconducibili a Lonesome George. Il team della Yale University, riesaminando con nuove tecniche i 1.600 campioni di dna prelevati proprio nel 2008, ha rovesciato tale interpretazione, affermando di aver identificato il Dna delle tartarughe giganti con una precisione sufficiente da ipotizzare di poterne tentare la riproduzione artificiale. Se ciò dovesse avvenire si tratterebbe di un ritorno alla vita delle tartarughe che colpirono Charles Darwin, quando nel 1853 sbarcò sulle isole dell’Ecuador per condurre la ricerca che sarebbe stata determinate nel formulare la teoria sull’evoluzione della specie, basata sull’importanza della selezione naturale. 
Sono episodi come questa indagine di Yale a confermare l’unicità dell’habitat delle Galapagos, dichiarate patrimonio dell’umanità dall’Unesco nel 1978, protette dai rigidi regolamenti che vengono imposti al numero limitato di turisti annualmente ammessi a visitarle. Tra questi, c’è anche il divieto di trasportare perfino granelli di sabbia da un’isola all’altra, al fine di scongiurare il rischio di alterare equilibri ambientali che miracolosamente restano unici nel Pianeta. 

Animali estinti, è possibile farli rinascere? - 27/11/2012 - http://www.lastampa.it

Lonesome George era l’ultimo esemplare delle tartarughe giganti delle Galapagos. Grazie all’esame del materiale genetico di 17 altre tartarughe delle isole del Pacifico, un team di ricercatori è sicuro di far nascere un nuovo esemplare della specie estinta. È davvero possibile riportare in vita animali estinti?  
È da diversi decenni che scienziati di tutto il mondo stanno lavorando al raggiungimento di questo obiettivo. Un sogno diventato molto popolare dopo l’uscita del film «Jurassic Park» di Steven Spielberg, tratto dall’omonimo romanzo di Michael Crichton. Nel colossal un gruppo di scienziati riusciva a riportare in vita i dinosauri con la tecnica della clonazione, utilizzando il Dna recuperato grazie al sangue succhiato da una zanzara, rimasta imbalsamata nell’ambra per milioni di anni. Oggi però sappiamo che non è scientificamente possibile, almeno con questa tecnica. Tuttavia sono stati sviluppati metodi alternativi che sono risultati efficaci nel ricreare animali estinti di recente e che potrebbero essere promettenti per «resuscitare» anche animali preistorici. 
Quale tecnica si può utilizzare per ricreare un animale estinto?  
Un metodo che si è rivelato molto promettente consiste nell’incrociare le specie domestiche primitive che provengono da un determinato antenato. Con questa tecnica, all’inizio degli anni ‘70, alcuni biologi tedeschi riuscirono a riportare in vita l’antenato del cavallo, il Tarpan, equino selvatico di origine euroasiatica che si è estinto definitivamente in Ucraina tra il 1918 e il 1919. Gli scienziati stavano manipolando i geni contenuti nelle cellule riproduttive di due specie, il Konic e il Sorraia, che presentavano affinità con l’animale scomparso: il risultato fu una creatura il cui aspetto era esattamente lo stesso dell’antenato estinto. Un approccio simile è stato utilizzato per ricreare il bovino Uro, scomparso negli anni ’60. Un approccio non attuabile per riportare in vita i dinosauri, visto che non esistono specie domestiche di questi rettili. 
C’è un metodo alternativo che permette di portare in vita gli animali preistorici?  
Gli scienziati stanno lavorando alla creazione di embrioni ibridi. Se il Dna di un animale estinto viene conservato, è possibile impiantare una molecola nel nucleo della cellula elementare della specie più vicina. Per i volatili e i rettili si tratta di un’operazione più semplice poiché l’intero processo di sviluppo si svolge all’interno di un uovo. Per i mammiferi, la difficoltà è quella di reperire una «madre surrogata», cioè una femmina della specie più vicina a quella da riprodurre nella quale trapiantare l’embrione. Un problema, questo, a cui si sta cercando di trovare una soluzione. 
Quali sono i progetti più ambiziosi in questo campo?  
Una delle iniziative più affascinanti, nonché promettenti, arriva da Jack Horner, professore della Montana State University. Lo scienziato ha deciso di prendere direttamente un discendente dei lucertoloni preistorici e modificarlo geneticamente in modo da riportarlo indietro nel tempo. Tutto questo grazie a un pollo, che si è scoperto essere imparentato con i volatili preistorici: il Dna è lo stesso, seppur mutato, e i tratti più ancestrali non sono stati cancellati per sempre. L’idea è quella di riattivare quei geni silenti e stimolare opportunamente i geni attivi in un embrione di pollo. In questo modo si spera di far schiudere dall’uovo un cucciolo di dinosauro o qualcosa del genere. 
Gli scienziati hanno rinunciato all’obiettivo di ricreare i mammiferi preistorici?  
No, anche se fino ad oggi i risultati sono stati deludenti. Uno dei progetti più noti è quello che ha come obiettivo di ricreare un mammut. Per questo obiettivo è stata messa a punto una tecnica per estrarre il Dna dalle loro cellule congelate. Il nucleo delle cellule di mammut sarà inserito all’interno di un ovulo di elefante privato del nucleo, per creare un embrione dotato dei geni dell’animale estinto. L’embrione sarà quindi inserito dell’utero di un elefante, nella speranza che l’animale possa dare alla vita un piccolo mammut.  
Quali sono gli animali che gli scienziati vorrebbero ricreare?  
Qualche anno fa la rivista «New Scientist» ha pubblicato una sorta di hit parade delle specie da resuscitare. In cima alla lista, la tigre dai denti a sciabola, il dodo e anche il nostro più vicino antenato, l’uomo di Neanderthal. A chiudere la lista proposta da «New Scientist» vi sono il glyptodon, una specie di armadillo grande quanto un’automobile, che si è estinto 11 mila anni fa e il rinoceronte lanoso, scomparso 10 mila anni fa, del quale esistono numerosi esemplari conservati in nel permafrost. 
Quali sono le implicazioni etiche?  
Se a molti potrà sembrare affascinante l’idea di poter riportare in vita animali che oggi non ci sono più, a molti altri ciò sembra invece inquietante. Sono infatti numerose le implicazioni etiche di progetti simili. Certamente le polemiche non hanno gli stessi toni di quelle sollevate per i progetti di clonazione umana e simili. Ma tanti sono i critici secondo i quali non sarebbe giusto manipolare la Natura, forzandola a «ospitare» un essere vivente creato grazie a tecniche di laboratorio.  

venerdì 16 dicembre 2011


Studi in corso: tra cinque anni torna a vivere il mammut, venerdì 16 dicembre 2011, http://www.ilgiornale.it/

di Redazione
Il Mammut tornerà in vita dopo l’estinzione avvenuta 10 mila anni fa? Una ipotesi da fantascienza alla «Jurassic Park», ma che potrebbe seriamente divenire realtà. Dopo il ritrovamento del midollo osseo dell’animale preistorico in Russia si fa infatti avanti tra gli scienziati l’ipotesi clonazione per il Mammut. Con i bookmaker che sembrano pronti a scommettere che entro il 2016 si potrà vedere in qualche zoo il primo esemplare tornato in vita dopo migliaia di anni. Per i quotisti britannici, che hanno preso al balzo le voci di una possibile clonazione del Mammut, il 2015-2016 (quota 3.00) è infatti il termine più credibile per la clonazione dell’animale, che potrebbe al massimo slittare al 2017-2018 (3.50) o 2019-2020 (3.75). Ma si punta anche sullo zoo che riuscirà ad assicurarsi la possibilità di mostrare la straordinaria attrazione: gli zoo russi sembrano in pole per i bookmaker (quota 1.80) su quelli americani (2.37). I mammut strettamente imparentati con gli elefanti aveveno come caratteristica principale le lunghe zanne: prima dell’estinzione vissero quasi cinque milioni di anni fa. Tra le cause che potrebbero aver provocato l’estinzione dell’animale gli sconvolgimenti climatici o la caccia dell’uomo.
© IL GIORNALE ON LINE S.R.L.

giovedì 13 ottobre 2011

Embrioni come cavie, in nome dei brevetti




STAMINALI/ Un triplo salto mortale per le cellule embrionali umane da clonazione di Augusto Pessina, il sussidiario.net, giovedì 13 ottobre 2011

Come annunciato dal New York Stem Cell Foundation Laboratory e pubblicato dalla rivista Nature all’inizio di ottobre, il laboratorio newyorkese ha derivato cellule staminali embrionali umane trasferendo DNA di cellule adulte all’interno di alcune cellule uovo umane (ovociti). Il risultato sono state cellule con tre set di cromosomi (triploidi): due corredi derivano da quella adulta, l’altro da quella uovo. Si tratta di un ennesimo tentativo della cosiddetta “clonazione” che avrebbe come scopo ultimo la produzione di cellule a scopo terapeutico.
La presentazione di questo tipo di risultati è sempre (spesso ipocritamente) accompagnato da grandi proclami sul valore che tali ricerche avrebbero per curare (sempre in un futuro molto remoto) le drammatiche patologie degenerative del sistema nervoso. Questo modo di comunicare funziona perché riguarda aspetti umani drammatici e anche molti giornalisti ci mettono enfasi sia per superficialità, ma spesso anche in buona fede, come una specie di transfer psicologico che li tranquillizza.
È fuori discussione che quanto riportato non abbia alcuna rilevanza clinica non solo immediata ma anche per un futuro prossimo. Innanzitutto, perché non vi è alcuna compatibilità tra le cellule ottenute e quelle del paziente potenziale. Poi per tutti i rischi connessi con terapie cellulari che utilizzano cellule di difficile controllo, come anche il caso delle IPSc (Induced Pluripotent Stem Cells, cellule staminali pluripotenti indotte). Inoltre queste cellule prodotte, assolutamente anomale, aiutano poco o nulla nella comprensione di quali meccanismi sono alla base dell’inizio dello sviluppo umano. Questa sperimentazione dimostra al più quello che sappiamo già: che la cellula uovo ha una straordinaria potenzialità di riprogrammazione. Ma non spiega nessun meccanismo nuovo e utile (almeno per ora).
Gravissime sono invece le implicazioni etiche sia perché si tratta di una tecnica di “clonazione” umana, anche se un po’ anomala che produce cellule simil-embrionali o addirittura embrionali umane, sia perché tutto questo necessita la donazione di ovociti da parte di donne che devono essere trattate farmacologicamente. In alcuni Stati degli Usa sembra che alle donatrici venga offerto un rimborso di 8.000 dollari.
Nel caso specifico sono stati usati 270 ovociti da 16 donne per ottenere 13 embrioni e 2 linee di staminali. Con un rendimento quindi puramente aritmetico dello 0,74%. Tecnica quindi non solo moralmente non accettabile, ma perfino assai rozza e primitiva.
Al di là di ogni facile e bigotto moralismo, sono in molti chiedersi se in un momento (che dicono essere di grave crisi economica peggiore di quella del 1929) non sarebbe più utile investire denaro per curare chi ha meno risorse e in ricerche su terapie cellulari che in tempi più realistici (come già avviene per molte terapie cellulari) darebbero maggiore successo. Uno di questi campi è, per esempio, quello delle staminali adulte e, in particolare, delle cosiddette staminali mesenchimali.


© Riproduzione riservata.

giovedì 22 settembre 2011


Seul ci riprova con l’«industria» delle staminali di Stefano Vecchia, Avvenire, 22 settembre 2011

La Corea del Sud rompe gli indugi e, cercando di superare sospetti e dubbi creati anni fa dalla vicenda del professor Han, si ripropone di forza sulla scena della ricerca sulle staminali.
A prospettare un ruolo-guida del paese, che ha dalla sua esperienza, centri di ricerca d’eccellenza e ora un rinnovato sostegno ufficiale, addirittura lo stesso presidente Lee Myung-bak.
In un discorso radiotrasmesso lunedì, Lee ha impegnato la sua amministrazione a investire l’anno prossimo 100 miliardi di won, equivalenti a 60 milioni di euro, per restituire al paese la leadership nella ricerca sulle staminali. «Il governo ha deciso di promuovere l’industria delle staminali, mettendola al centro di un nuovo motore di crescita», ha annunciato il presidente. Sottolineando come il paese fosse fino a dieci anni fa, insieme agli Stati Uniti, all’avanguardia in questo campo, Lee ha ricordato «lo spiacevole incidente che inevitabilmente danneggiò l’intera comunità di ricerca sulle staminali». Un accenno diretto alla vicenda di professor Hwang Woo-suk che nel 2006 venne condannato per avere falsificato parte dei risultati del suo impegno scientifico, ma anche messo sotto accusa da molti – inclusa la Chiesa cattolica – per le sue discutibili scelte etiche, soprattutto nel campo della clonazione.
«Mentre il nostro impegno è stato vanificato, altre nazioni hanno elaborato nuovi regolamenti e accresciuto in modo aggressivo i loro investimenti nella ricerca – ha ribadito Lee –. Dobbiamo ripristinare la fama nazionale come centro d’eccellenza in questo specifico campo di ricerca».
A questo fine il governo ha deciso di rendere meno restrittiva l’attuale regolamentazione della ricerca e di creare una banca statale delle staminali.
Hwang arrivò a una fama improvvisa nel 2004, pubblicando un articolo su una rivista scientifica statunitense in cui comunicava di avere ottenuto cellule staminali da un embrione umano clonato. In un articolo successivo, nel 2005, descrisse come il suo team fosse arrivato a produrre 11 diversi tipi di staminali specializzate per diversi pazienti. Al culmine di quello che sembrava un successo senza rivali, nel gennaio 2006, gli investigatori arrivarono alla conclusione che i risultati erano falsi e che in realtà Hwang non era arrivato a produrre alcuna staminale. Successivamente il paese si è dato nuove regole e, mentre Hwang è stato in parte riabilitato, ha anche avuto la possibilità di proseguire altrove le sue attività.
Recentemente, proprio la Corea del Sud ha sviluppato e brevettato, prima al mondo, un trattamento medico a base di cellule staminali, un ritrovato per la cura di infezioni del miocardio prodotto da un’azienda locale. Cure per altre 14 patologie, tra cui una disfunzione della retina, sono in via di sperimentazione dallo scorso anno.

mercoledì 13 aprile 2011

NON LASCIARMI/ Una love story tra cloni per riflettere sulla vita e la scienza di Maria Luisa Bellucci - mercoledì 13 aprile 2011, il sussidiario.net

Vorrei, nella mia vita, poter incontrare un amore come quello di Kathy e Tommy. Dolce nell’affetto, puro nell’essenza, assoluto nelle intenzioni. Che non chiede altro in cambio se non il tempo per essere vissuto. Come un castello di sabbia spazzato via dal mare, il loro amore combatte il destino malinconico delle loro vite. Perché Kathy - una strepitosa Carey Mulligan -, Tommy (Andrew Garfield) e Ruth (Keira Knightley) non sono persone normali, bensì cloni creati per donare gli organi. Il che rende la loro esistenza tragica, sterile di fronte alle opportunità della vita, relegati come sono sull’unico binario che la scienza ha scelto per loro.
In Non lasciarmi, tutto ha inizio ad Hailsham, nella campagna inglese - come ci racconta con un lungo flashback l’ormai ventottenne Kathy - dove lei e i suoi due amici vengono cresciuti da tutori severi nelle regole ed esigenti nello studio della letteratura, dell’arte, della geografia. Totalmente ignari della vera vita e del mondo oltre la recinzione del collegio, i ragazzi di Hailsham non conoscono il loro destino. È Miss Lucy a svelarglielo.
Una volta usciti da quel luogo di grigia perfezione, nessuno di loro sarà padrone della propria vita. Alcuni di essi inizieranno il ciclo di donazioni, che terminerà con il completamento - la morte - entro i trent’anni di vita. Altri, come Kathy, potranno procrastinare questo momento diventando assistenti, ovvero accompagnando all’ultimo trapianto i donatori.
Tutta la storia è pervasa da un’atmosfera cupa, statica, alienante nella rassegnazione in cui Kathy, Tommy e Ruth sopravvivono. Non c’è un secondo del film in cui non ci si chieda per quale motivo non scappino dall’esistenza che qualcun altro - la scienza - ha scelto per loro. Verrebbe quasi da alzarsi e urlarlo, ma non ce la si fa, si resta inchiodati alla poltrona, consapevoli che quell’urlo resterebbe sordo.
Questa domanda, che vive più come un’implorazione, risuona inquietante nel primo tempo, in cui il regista, attraverso le parole di Kathy, ripercorre gli anni dell’infanzia e adolescenza ad Hailsham. La malinconia e il grigiore di quei giorni entrano nello spettatore, che impara a condividere il senso di alienazione e rassegnazione dei tre ragazzi. Alienazione verso la propria vita e rassegnazione verso un’esistenza che non possono modificare. Perché è come se non avessero altra scelta, come se vivessero in un universo parallelo sterile e arido nelle prospettive future, ma non nei sentimenti.
Forse è proprio per questo, per il rafforzarsi di sentimenti unici nel loro bisogno di essere vissuti, che la stessa domanda di prima - per quale motivo non scappino - diventa sempre più urgente e incessante nella seconda parte del film. Quando, trascorsi gli anni di Hailsham, la storia decolla insieme all’amicizia, già evidente, all’amore e alle gelosie che uniscono e dividono Kathy, Tommy e Ruth. E quando ormai ci si rende conto che il loro destino è ineluttabile, la domanda non è più “perché non scappate”, bensì “perché sta succedendo proprio a loro?”.
Kathy e Tommy, che si amano da sempre, ma si ritrovano solo quando il loro tempo sta per scadere, sabbia che scorre troppo rapida nelle clessidre della loro vita. Nelle loro mani che si stringono per non lasciarsi più, nei loro occhi che si incontrano e nei sorrisi malinconici e innamorati sta il senso del titolo del film. Nonostante il loro amore sia sterile perché, in quanto cloni, non possono procreare. Nonostante la loro vita una parvenza di senso ce l’abbia, quella di strappare alla morte altri esseri umani. Nonostante siano rapinati di quanto abbiano di più prezioso, il tempo. Nonostante tutto questo, l’eternità del loro amore sta in quel loro consapevole e complice ultimo sguardo.
Noi spettatori soffriamo con loro ed è crudele il regista nel chiederci di provare ancora più dolore vivendo la storia attraverso gli occhi di Kathy, che, della rassegnazione incarna il senso di consapevolezza, mentre Tommy la fragilità, l’incapacità di gestire la cattiveria del mondo e Ruth l’invidia, la necessità di rubare agli altri il sentimento che lei non riesce a provare.
Ci si chiede che razza di scienza sia quella che crea altri esseri umani con il solo scopo di usarli - uccidendoli - per salvare altre vite. Soprattutto nel mondo descritto dal regista Mark Romanek e da Kazuo Ishiguro nell’omonimo libro da cui il film è tratto, in cui gli uomini “reali”, quelli da cui sono stati estratti i cloni, sembrano privi di sentimento. Come se l’esistenza non viva più del cuore pulsante delle emozioni, ma sia ridotta ad un semplice scambio di organi.
Noi spettatori, però, stiamo dalla parte loro. Di Kathy, Tommy e Ruth. Come quella barca arenata che a un certo punto del film si staglia su di una spiaggia bianchissima. La stiamo a guardare all’infinito da quanto è meravigliosa nella sua rovinosa fragilità. Giace lì, silenziosa, ma, ad ascoltarla bene, sembra poterla sentire urlare di dolore.
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domenica 27 marzo 2011

Avvenire.it, 25 marzo 2011 – FILM - Il collegio lager dei ragazzi cloni - Alessandra De Luca

All’inizio quei ragazzini allevati in un prestigioso e idilliaco college inglese, costretti a una strana, misteriosa sottomissione, costantemente sotto controllo medico, sembrano solo gli studenti decisamente speciali di una scuola destinata a rampolli di famiglie ricche, nobili e particolarmente esigenti in fatto di educazione. Solo che loro genitori non ne hanno. E neppure un cognome. Rinchiusi tra quelle mura, oltre le quali ci sarebbe morte sicura (questa è la voce che circola tra loro), Tommy (Andrew Garfield), Ruth (Keira Knightley) e Kathy (Carey Mulligan) imparano insieme a tutti gli altri le regole del mondo senza mai abbandonare il loro recinto di protezione.

Un giorno però entra in classe Miss Lucy e tutto cambia. Quei bambini che cominciano a scoprire i primi palpiti del cuore e a sognare le dolcezze della vita futura scoprono in cosa consiste il loro essere "speciali". Non diventeranno mai vecchi e probabilmente non raggiungeranno neppure la mezza età. Clonati da altri esseri umani, sono destinati ad essere preziose banche di organi vitali per coloro che, desiderosi di vivere a lungo e senza malattie, si sottopongono a operazioni di trapianto. I più fortunati raggiungeranno la quarta donazione prima di «completare il ciclo», ma altri potrebbero morire dopo la prima.

Questo agghiacciante scenario è al centro del film di Mark Romanek, Non lasciarmi, tratto dall’omonimo romanzo di Kazuo Ishiguro (l’autore di Quel che resta del giorno) e ambientato tra gli anni Settanta e Novanta, in un «passato fantascientifico» dove l’aspettativa di vita è salita a 100 anni grazie ai progressi della medicina e della bioingegneria. Ma la nuova «conquista» del genere umano ha dei costi altissimi. Fedele al romanzo, asciugato tuttavia di molte conversazioni e divagazioni, il film restituisce l’inquietante fascino di un ambiente rarefatto intriso di inquietanti misteri.

Ma, soprattutto, domina il dolore straziante delle giovani vittime sacrificali che, una volta scoperta la verità, sono combattute tra la rassegnata accettazione del proprio triste destino e il desiderio di sottrarsi, in nome dell’amore che comincia a sbocciare tra loro, a quella spaventosa vivisezione. Pare infatti che agli innamorati siano concessi tre-quattro anni di proroga prima dell’espianto di esordio, ma non è così, nonostante la galleria d’arte che raccoglie i loro lavori sia tesa a dimostrare che anche quelle repliche hanno un’anima.

Insieme ai protagonisti, il pubblico, investito da una malinconia crescente, scopre a poco a poco l’inferno nel quale piomberanno quei ragazzi, seguendoli persino nei corridoi degli ospedali dove si trascinano pallidi e doloranti, con le prime cicatrici a segnare i loro corpi da macello. Glaciale nel tracciare il ritratto dei giovani cloni, il regista firma un melodramma anomalo e asciutto, lasciando allo spettatore tutto il tempo per immergersi con commozione nell’orrore di un mondo che appare meno lontano di quello che sembra. E nel finale la riflessione filosofica (mai spirituale però) sul destino dell’uomo e il senso della vita si estende a una dimensione più ampia e universale: di fronte alla certezza della morte non sono forse uguali tutti gli esseri umani che, giunti alla fine del proprio percorso terreno, sono assaliti dall’angoscia di non aver avuto abbastanza tempo?