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sabato 2 febbraio 2013


Il biologo Rupert Sheldrake: «chi nega la coscienza si contraddice» - 1 febbraio, 2013 - http://www.uccronline.it/

L'illusione della scienza


A difendere l’irriducibilità dell’uomo e la teleologia dell’evoluzione biologica dalle pretese dell’idelogia scientista e materialista, in voga dall’Illuminismo in avanti, si sono aggiunti negli anni numerosi ricercatori mossi, non tanto da ideali metafisici, ma semplicemente dalla stanchezza di dover sopportare i dogmatismi che tengono in scacco la ricerca.

Recentemente ci ha pensato Thomas Nagel, docente di filosofia presso la New York University, con il suo libro “Mente  e cosmo: Perché la concezione materialistica Neo-Darwiniana della natura è quasi certamente falsa” (Oxford University Press 2012) con il quale ha condannato il riduzionismo fisico-chimico in biologia e l’evidente inadeguatezza del «racconto materialista di come noi e gli altri organismi esistiamo, inclusa la versione standard di come funzionino i processi evolutivi».

In questi giorni è uscito (in Italia) un secondo volume, questa volta scritto dal biologo britannico, Rupert Sheldrake, celebre per gli studi sull’invecchiamento cellulare e la teoria dei «campi morfici», intitolato “Le illusioni della scienza. 10 dogmi della scienza moderna posti sotto esame” (Urra 2013).  Il quotidiano La Stampa lo ha intervistato per l’occasione , presentandolo come uno degli evoluzionisti più brillanti della sua generazione, autore di 80 «papers» e vincitore del prestigioso «University Botany Prize» .

Sheldrake sostiene che la scienza del XXI secolo è diventata una cattedrale del dogmatismo, sempre meno adatta a indagare l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo, il dogma materialista (e dunque filosoficamente ateista) è una prigione per gli scienziati: «Penso che di talloni d’Achille il materialismo ne abbia proprio 10! Non uno solo. Ma il più ovvio è il fallimento nel capire la coscienza. L’assunto-base è che la materia sia l’unica realtà. Perciò la coscienza dev’essere un suo prodotto o un suo aspetto. Significa che la mente non è altro che l’attività del cervello. I filosofi della mente del XX secolo hanno fatto sforzi enormi per provare che la coscienza non esiste e che è un’illusione o un epifenomeno. Ma sono approcci poco convincenti», ha spiegato.

Con un fine ragionamento ha mostrato la contraddizione di chi sostiene che la coscienza sia un epifenomeno del cervello, proprio come aveva già fatto il prof. Giorgio Masiero su questo sito web qualche tempo fa. Risponde Sheldrake: «Definire la coscienza come un’illusione non la spiega, ma la presuppone, dato che l’illusione è una forma della coscienza stessa. E sostenere che sia nient’altro che il risultato di cause fisiche e chimiche, insieme con eventi casuali, fa del sistema di pensiero dei materialisti il prodotto della loro stessa attività cerebrale, su cui non hanno controllo cosciente. In altre parole devono credere nel materialismo, visto che il cervello li obbliga a farlo. Ecco perché un simile sistema di pensiero è auto-contradditorio: chiunque ci creda deve anche credere che la sua convinzione sia l’inevitabile conseguenza dell’attività del cervello e non una questione di scelta».

Il prestigioso biologo ha poi citato proprio il libro di Thomas Nagel di cui abbiamo parlato sopra, spiegando che esso «dimostra che la concezione materialistica è incompatibile con l’esistenza di una mente consapevole e che conduce a una comprensione distorta dell’evoluzione. Invoca quindi il ritorno alla teleologia nel pensiero scientifico, in particolare l’accettazione del ruolo del fine e dello scopo, tutti elementi che sono stati banditi dalla ricerca già a partire dal XVII secolo. Considero questo saggio complementare al mio libro, che discute non solo concetti filosofici, ma anche i passi concreti e gli esperimenti che potrebbero condurre le scienze verso nuove direzioni».

Questa posizione di apertura è molto difficile da mantenere nel contesto scientifico attuale perché molti suoi colleghi, conclude, «sono prigionieri delle pressioni sociali e dell’inerzia istituzionale. In pubblico, per loro, è difficile esprimere idee non convenzionali. In privato, però, sono spesso più aperti. Ecco perché ho rapporti di amicizia con molti scienziati, i quali dimostrano un interesse crescente per le mie idee. Ma considerano più sicuro parlarne in privato piuttosto che in pubblico».



sabato 12 gennaio 2013


LETTURE/ La parola "perduta" che ci fa capire chi siamo - http://www.ilsussidiario.net
sabato 12 gennaio 2013

LETTURE/ La parola perduta che ci fa capire chi siamo

Daremmo retta a qualcuno che pretenda di spiegarci la sfrenata corsa di un animale senza menzionare in alcun modo la preda che gli scappa davanti? Possiamo capire la ragione dell’assembramento ordinato di persone all’ingresso del Louvre senza ritenere che esso abbia a che fare con le opere d’arte che sono raccolte in quel museo? Sembra ovvio rispondere di no, tanto evidente e “spontanea” è l’esperienza secondo la quale la realtà che ci circonda, e quella che noi stessi siamo, restino incomprensibili se non si riconosce in esse una tensione verso dei fini. Quando parliamo di “senso” di qualcosa che accade di fronte ai nostri occhi, o più radicalmente, della nostra stessa vita, di che cosa stiamo in definitiva parlando se non di una tensione a qualcos’altro o a qualcun altro? Una tensione senza la quale un cane che stiamo vedendo correre, o ciò che in un dato momento stiamo facendo, semplicemente diventa incomprensibile, assurdo. Appunto, “privo di senso”. 

Da decenni il filosofo tedesco Robert Spaemann riflette sul problema del pensiero finalistico nella convinzione che, attorno alla questione della sensatezza della domanda circa il fine, si sia giocata una partita decisiva lungo l’intera storia della cultura occidentale. Senza andare al fondo del significato, alla radice (e alla storia) di questo specifico modo di vedere il mondo - questo il giudizio di Spaemann - non è possibile comprendere la trama che, fin dalle sue origini, muove la storia della comprensione filosofica della natura e dell’uomo stesso. Non solo: neppure riusciremmo a cogliere la radice profonda di quella visione scientifica del mondo che, dall’inizio della modernità fino ad oggi, pretende di mettere in discussione proprio l’esperienza ordinaria (e teleologica) della realtà che ogni uomo fa, riducendola a interazioni di processi (fisici, psichici) del tutto privi di direzione. 

Questi temi sono stati al centro della giornata di studio in onore di Spaemann che si è tenuta giovedì a Roma, presso l’Aula Magna della Pontificia Università della Santa Croce, in occasione della pubblicazione, da parte delle Edizioni Ares, del volume del pensatore tedesco Fini naturali. Storia e riscoperta del pensiero teleologico, curato e tradotto da Leonardo Allodi e Giacomo Miranda. 

Il Rettore dell’ateneo romano, Luis Romera, il cardinale Camillo Ruini – il quale firma anche la prefazione –, Sergio Belardinelli e Leonardo Allodi hanno riflettuto ad ampio spettro sulla proposta filosofica del pensatore tedesco. A Spaemann stesso è spettata la chiusura dei lavori. 

Con Fini naturali il lettore italiano ha ora a disposizione l’opera che Spaemann stesso ha chiamato l’“arcano di tutti gli altri miei lavori” e nella quale, avvalendosi della collaborazione del suo allievo prematuramente scomparso Reinhard Löw, egli ha più ampiamente ed organicamente trattato il problema del finalismo.

La posta in gioco nella questione della teleologia non è, per Spaemann, semplicemente quella di far strada, nel dibattito filosofico attuale, ad un altro “modello di interpretazione” dei fatti naturali, alternativo a quello meccanicistico dominante ormai da secoli. L’uomo non si può accontentare di “interpretazioni” indifferenti a come stanno veramente le cose. La questione quindi è, più propriamente, una questione di conoscenza: capiamo di più il mondo e noi stessi se eliminiamo i fini? La risposta di Spaemann è un secco “no”.

Vi è tuttavia un’altra implicazione della mossa spaemanniana la quale è, dal punto di vista culturale ed esistenziale, altrettanto radicale: censurare la piena consistenza finalistica della natura comporta per l’uomo la condanna a non riuscire a comprendere se stesso, a consegnarsi senza difesa ad uno sguardo – quello della scienza antiteleologica moderna – il cui interesse fondamentale non è quello di comprendere, ma quello di dominare e di trasformare ciò che essa tratta. Sergio Belardinelli, nel suo intervento, ha ricordato, proprio a tale riguardo, la diffusa inquietudine che oggi suscitano in noi le conquiste delle biotecnologie. Spaemann ritiene l’interesse tecnico-scientifico un interesse strutturale della ragione e necessario alla sopravvivenza dell’uomo. Esso però non può e non deve pretendere di ampliare se stesso fino al punto di sentenziare l’irrilevanza dell’altro interesse, altrettanto connaturale, della ragione umana, quello per la scoperta del senso del mondo che abita e per la familiarità con esso.

La sfida di Spaemnn a favore della riscoperta del pensiero teleologico si propone quindi come un invito alla ragionevolezza e al gusto di una rinnovata contemplazione della identità ultimamente indisponibile propria delle realtà naturali. Una sfida che argomenta in favore di una natura non-naturalistica e, allo stesso tempo, propone uno sguardo non-spiritualistico sulla spiritualità dell’uomo.

Riscoprire le ragioni della teleologia naturale conduce infatti a manifestarsi l’identità, l’“esser-sé” dell’essere umano nel suo connaturale tendere oltre sé. Luis Romera, introducendo i lavori della giornata di studio romana, ha parlato del pensiero di Spaemann come di una riflessione che aiuta ad “orientarsi in una società emotiva” che, perdendo il senso dell’identità, ha perso anche la capacità di gestire le emozioni stesse. E il cardinal Ruini ha messo in evidenza la profonda assonanza della “critica della ragione positivistica” articolata da Spaemann con le diagnosi di Benedetto XVI sulla crisi dell’ethos contemporaneo, in particolare con quella del discorso al Reichstag di Berlino del settembre 2011. La riscoperta dell’identità finalisticamente orientata dell’uomo costituisce infatti per Spaemann proprio la premessa necessaria e feconda per un’etica della felicità nella quale la qualità di bene in cui consiste il fine più proprio e profondo dell’uomo può essere approfondita, indagata e difesa in modo più adeguato e persuasivo. Allo stesso tempo la sua antropologia culmina in una immagine di “persona” radicata proprio in quella eccedenza costitutiva inscritta e indicata nella natura teleologica dell’uomo.


Un altro volume, da poco pubblicato per i tipi di Rosenberg & Sellier e curato da Ugo Perone, consente di vedere in azione il prezioso intreccio che Spaemann tesse tra questi temi. Si intitola Cos’è il naturale. Natura, persona, agire morale e raccoglie, oltre alle lezioni che il filosofo tedesco ha tenuto nell’ottobre 2011 a Torino, nell’ambito del X ciclo della Scuola di Alta Formazione Filosofica, anche gli approfondimenti frutto del dibattito tra il pensatore e i partecipanti ai seminari. Si tratta di un ulteriore importante contributo, non solo alla comprensione della riflessione spaemanniana sul tema della natura, ma anche al prendere familiarità con la peculiare caratteristica del filosofare spaemanniano. Come anche nei loro interventi a Roma Sergio Belardinelli e Leonardo Allodi hanno evidenziato, proprio il fatto di concepire la filosofia come una difesa e un approfondimento dell’esperienza spontanea (e teleologica) che ogni uomo immediatamente fa del mondo, degli altri e di sé, Spaemann è capace tanto di forza speculativa e critica, quanto, contemporaneamente, di mantenere alla propria parola e al proprio testo un connotato irriducibilmente “ingenuo”. Quella ingenuità carica di ragioni necessaria a difenderci − come si legge nelle righe iniziali di Fini naturali – dal “pregiudizio divenuto caro alla scienza, il pregiudizio che il senso sia una variabile del non senso, che la ragione sia una variante della non ragione e che l'uomo stesso sia un antropomorfismo”.
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mercoledì 4 gennaio 2012

L'evoluzionismo che divide di Lorenzo Albacete, mercoledì 4 gennaio 2012, http://www.ilsussidiario.net

Passato il periodo delle feste, la politica è tornata a essere il tema principale di discussione sui media. L’attenzione è concentrata sulle primarie per scegliere il candidato Repubblicano da opporre a Obama nelle elezioni presidenziali del prossimo autunno e su chi controllerà il Senato e la Camera dei Rappresentanti per i due anni successivi alle elezioni. Questo però non è tutto. Molti singoli stati hanno altri argomenti in discussione per le prossime elezioni, argomenti che potrebbero avere peso e interesse anche sul piano nazionale. Ad esempio, sembra che stia iniziando un altro dibattito sull’insegnamento dell’evoluzionismo nelle scuole pubbliche.
Come riporta Stephanie Pappas su MSNBC (notiziario via cavo, NdR.): “Il nuovo anno sta portando nuove discussioni sull’insegnamento dell’evoluzione nelle scuole pubbliche, con due disegni di legge nello New Hampshire diretti a esigere che gli insegnanti presentino l’evoluzione come una teoria più filosofica che scientifica. Intanto, un senatore dello stato dell’Indiana ha presentato una proposta di legge che consentirebbe ai consigli scolastici di pretendere l’insegnamento del creazionismo”.
Nel New Hampshire una delle proposte prescrive “che l’evoluzione sia insegnata nelle scuole pubbliche dello Stato come una teoria, includendo anche le posizioni politiche e ideologiche dei suoi sostenitori e la loro posizione riguardo all’ateismo”. Il secondo disegno di legge non cita esplicitamente l’evoluzionismo, ma dispone che “i docenti di materie scientifiche insegnino ai loro studenti che un metodo scientifico appropriato prevede che non ci si impegni definitivamente con nessuna particolare teoria o ipotesi, quantunque possa risultare assodata, e che innovazioni scientifiche e tecnologiche basate su nuove prove possono mettere in discussione teorie o ipotesi scientifiche ritenute certe”.
Il disegno di legge “trasforma un atteggiamento scettico in confusione”, dice Zen Faulkes, professore di biologia all’Università del Texas, Pan America.“Si dovrebbe allora chiedere ai docenti di dire agli studenti di non ritenersi vincolati all’ipotesi che l’uranio ha più protoni del carbonio. Oppure: “Ricordatevi, ragazzi, che domani potremmo scoprire che il DNA non è la molecola principale per trasmettere l’informazione genetica”. L’evoluzione è un dato di fatto né più, né meno che le altre due cose citate, e dovrebbe quindi essere insegnata con lo stesso grado di certezza”.
La teoria dell’evoluzione è diventata un tema chiave per i conservatori religiosi, molti dei quali sostengono che l’idea che la vita si sia evoluta lungo miliardi di anni insegna agli studenti che la vita non è altro che un incidente. Chi vi si oppone vuole comunicare ai bambini l’idea che hanno uno scopo per essere al mondo. Per questo, molti conservatori religiosi vorrebbero che nelle scuole venisse insegnato il “disegno intelligente” o l’idea che un creatore ha acceso lo sviluppo della vita.
Jerry Bergevin, uno dei Repubblicani che ha presentato la proposta di legge, ha detto al Concord Monitor che l’ateismo era legato al nazismo e alla sparatoria alla scuola Colombine nel 1999. “Voglio che venga presentata una descrizione completa dell’evoluzionismo e delle persone che sono alla base della teoria”, ha detto Bergevin, “È una visione del mondo che è priva di Dio”.
Secondo Pappas, “il New Hampshire non è il solo Stato dove il fronte è stato stabilito sull’evoluzione. Nel 2011, almeno sette stati hanno discusso proposte per limitare l’insegnamento dell’evoluzionismo nelle scuole pubbliche. Le proposte anti evoluzione negli ultimi anni sono tutte fallite, tranne in Louisiana”. Il disegno di legge in Louisiana esige che “gli organi di gestione di un’istituzione scolastica possano pretendere che vengano insegnate all’interno dell’istituzione diverse teorie sull’origine della vita, compreso il creazionismo scientifico”. “Si tratta di una proposta che promuove direttamente l’insegnamento del creazionismo”, dice Eugenie Scott, executive director del National Center for Science Education, organizzazione non profit di Oakland, California, che difende l’insegnamento nelle scuole pubbliche dell’evoluzione e del cambiamento climatico.
Gli oppositori dell’insegnamento dell’evoluzionismo che chiedono leggi che riflettano le loro opinioni devono trovare il modo di aggirare la sentenza del 1987 della Corte Suprema, che definì anticostituzionale l’insegnamento del creazionismo come scienza nelle scuole pubbliche. Perciò, ogni legge approvata che contemplasse l’insegnamento del creazionismo verrebbe cancellata dai tribunali.
Non vi è dubbio che il tema dominante questo anno politico continuerà a essere l’economia e la disoccupazione. Tuttavia, argomenti come il dibattito sull’evoluzione sono indicazioni significative di come gli elettori affrontano il significato e lo scopo della vita e, quindi, di come si costruiscono le loro opinioni circa l’economia, il lavoro e i diritti umani.


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giovedì 3 novembre 2011


Il filosofo della scienza Evandro Agazzi: «errato escludere a priori l’idea di finalità» -Agazzi ha criticato il creazionismo, il Disegno Intelligente e anche il positivismo - http://www.uccronline.it/

3 novembre, 2011
Su “Avvenire” sono recentemente apparsi alcuni stralci del contributo di Evandro Agazzi, prestigioso filosofo della scienza e già docente all’Università di Genova ad un recente convegno promosso dall’Associazione medici cattolici della diocesi ambrosiana. L’intervento è inserito, assieme a quelli di altri relatori (card. Gianfranco Ravasi, il biologo Giorgio Manzi ecc.), nel volume L’evoluzione biologica. Dialogo tra scienza, filosofia e teologia (San Paolo 2011).
Agazzi  è intervenuto dicendo che «la contrapposizione di scienza e religione è un fenomeno recente (se misurato con il metro della storia). Esso è l’arma di cui si serve oggi di preferenza unaposizione ideologica che, questa sì, esiste in certo senso da sempre dentro tutte le culture, ossia la concezione antireligiosa del mondo e della vita. Si tratta in sostanza di una fede atea che cerca di convincere la gente che la scienza contraddice la religione e che questa cerca di contrastare il progresso scientifico». Secondo il filosofo della scienza fu il positivismo ottocentesco -«movimento di scarso spessore filosofico»- a preparare il terreno. Esso «si presentò come paladino della scienza contro le remore oscurantiste delle religioni e delle filosofie “metafisiche”». Ma in realtà -continua Agazzi- il positivismo era “il parassita” della scienza.
Oggi non è molto diverso: «I sostenitori dell’incompatibilità fra scienza e religione si riducono a far leva su due esempi storici, il processo di Galileo e l’evoluzionismo. Nel primo si assistette per davvero ad un intervento censorio dell’autorità ecclesiastica nei confronti di una teoria scientifica. Si trattò comunque di un episodio isolato. Nel caso dell’evoluzionismo non ci fu mai una contrapposizione intrinseca con la religione, poiché sin dagli inizi ci furono fautori e oppositori delle teorie dell’evoluzione tanto religiosi quanto atei. Invece parecchi intellettuali antireligiosi, diedero un’interpretazione in senso ateomaterialista che pretesero di far passare per una conseguenza logica delle conoscenze scientifiche, anche se in realtà non lo è».
Il filosofo affronta poi proprio l’ingarbugliata questione dell’evoluzione: «Proprio il fatto che spesso la teoria darwiniana dell’evoluzione viene presentata come confutazione scientifica della religione, in quanto ha confutato il “creazionismo”, ha prodotto una reazione di segno opposto (non meno scorretta). Infatti alcuni gruppi di credenti, impegnati a  difendere la tesi della creazione divina del mondo, ritennero di doverlo fare attaccando l’evoluzionismo». E negli Stati Uniti è emersa una vera propria guerra tra avvocati. Il problema del “creazionismo scientifico” è quello di«estrapolare in campo scientifico un concetto teologico, facendogli svolgere un ruolo non corrispondente alle sue caratteristiche definitorie e quindi, alla fine, scientificamente improprio (in sostanza perché introduceva cause soprannaturali nel discorso scientifico)». La critica passa poi verso il Disegno Intelligente«Proprio di fronte alle inadeguatezze emerse nell’esecuzione del loro progetto, i difensori del creazionismo scientifico vollero mitigarne il riferimento esplicitamente religioso e lo vennero sostituendo con la dottrina del “disegno intelligente”. Questa conserva le caratteristiche di una concezione metafisica, e in essa è altresì chiara l’intenzione di giustificare il riferimento a Dio come autore di tale “disegno”, pur senza alcun riferimento esplicito a una concreta religione. Essa è stata altresì formulata utilizzando un corredo non banale di concettualizzazioni, argomentazioni teoriche e riferimenti empirici conformi allo stile della ricerca scientifica che si compie in biologia; tuttavia non ha incontrato sinora il credito della maggior parte della comunità scientifica dei biologi».
Evandro Agazzi però non intende «esprimere un giudizio sulla validità scientifica di questa dottrina». Certo, non ha credenziali scientifiche serie ma questo non intacca «la legittimità di parlare di un disegno intelligente a livello di interpretazione filosofica del mondo naturale e neppure la legittimità di operare un “conferimento di senso” di natura religiosa a questo disegno». Bisognerebbe, secondo il filosofo, capire se il rigetto della dottrina del “disegno intelligente” sia fondato su una critica tecnica o parta da un «rifiuto aprioristico della categoria di finalità che fa catalogare automaticamente come “scientificamente errato” o semplicemente “non scientifico” ogni discorso in cui traspaia la categoria di finalità». Sarebbe più ragionevole, conclude Agazzi, «l’accettazione del concetto di disegno intelligente utilizzato sul terreno filosofico e teologico, senza lasciarlo debordare sul terreno scientifico. Il che, d’altro canto, non esclude che anche in campo scientifico si possa tentare di darne una precisazione accurata e scevra da riferimenti espliciti ad interpretazioni filosofiche o ad immagini antropomorfiche, come è stato fatto nella scienza per tanti concetti, e potrebbero derivarne allargamenti fecondi di prospettive teoriche e linee di ricerca fuori da ogni ibrida mescolanza di scienza, filosofia e fede, le quali possono reciprocamente arricchirsi nella misura in cui siano chiare le loro specifiche differenze non meno che i possibili punti d’incontro».

martedì 24 maggio 2011

Il nuovo superuomo col destino nel sangue di Tommaso Scandroglio, 24-05-2011, http://www.labussolaquotidiana.it/

Ce la portiamo dentro di noi la data della nostra morte. Sì è proprio così: è scritto nella nostra carne quanto dobbiamo durare su questa “aiuola che ci fa tanto feroci”, per rubare una celebre espressione a Dante. Un pool di scienziati spagnoli ha messo a punto una particolare analisi del sangue grazie alla quale potremo capire quanto il nostro corpo velocemente invecchia. Ce lo dicono i telomeri, cioè le estremità del nostro cromosoma. Curioso: telos in greco vuole dire termine. Ecco perché telo-meri: cioè posti al termine del cromosoma. Ma l’accezione di “termine” oltre a quello spaziale rimanda anche a quello temporale: la fine, il traguardo ultimo. Telos altresì indica anche il fine. E allora misteriosamente i due significati si intrecciano: la fine della nostra vita deve avere un fine, uno scopo ultimo, un destino pieno di senso. La fine ci fa accedere al fine ultimo, a Dio che è infinto, cioè senza fine.

Per la fortuna di noi tutti, e soprattutto dei soggetti più ansiosi, il test ematico non potrà fornire l’indicazione precisa del giorno-mese-anno della nostra elezione tra la schiera dei più, però sarà in grado di mostrare quanto il nostro organismo si deperirà nel tempo. Quest’ultima scoperta scientifica apre ad alcuni scenari non proprio tranquillizzanti. Uno dei rischi maggiori sono le derive eugenetiche. Tale test potrà essere utilizzato dalle compagnie assicuratrici per aumentare i premi ai soggetti che hanno una data di scadenza sanguigna troppo precoce; dai datori di lavoro al fine di inserire nei motivi di giusta causa di licenziamento la prevedibile scarsa durata del rapporto di lavoro; per i colloqui di assunzione per privilegiare i più longevi; dagli ospedali in merito ai trattamenti sanitari: in stato di necessità si prediligerà chi il destino ha beneficiato con una manciata di anni in più; dalle fidanzate e fidanzati come elemento aggiuntivo da mettere nel paniere di giudizio sulle qualità del futuro coniuge.

Dietro questa scoperta si cela in realtà il solito mito del superuomo che tutto vuole conoscere per poter tutto dominare. L’apprendista stregone di Goethe oggi si è tecnologizzato ed ha trovato una nuova forma di manipolazione dell’uomo: tentare di prevedere quanti respiri ancora il destino gli concede, per ricattarlo, per spaventarlo, per indurlo a curarsi sempre più nel vano tentativo di fargli dimenticare che un giorno sarà cibo per i vermi.

Ma questa scoperta, d’altra parte, conferma una sensazione che il nostro buon senso aveva ben chiara da sempre: non siamo eterni. In noi, vergato a sangue, è inscritto un calendario che impietosamente sgrana i suoi giorni, minuti e secondi incessantemente, senza sosta. Un conto alla rovescia che nessun tecnica prodigiosa sarà mai in grado di arrestare. Come non ricordare a tale proposito le parole di Gesù: “Chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un'ora sola alla sua vita?”. Allora la scienza ci ha fornito una notizia vecchia quanto l’uomo, ma sempre scomoda: l’esistenza di ciascuno di noi su questa terra è a tempo determinato. L’aspetto interessante e nuovo sta nel fatto che il “momento del trapasso” è impresso nella nostra carne. La data di morte di ognuno di noi scorre nelle nostre vene, scorre come la sabbia in una clessidra. E’ nel sangue che è nascosto il personalissimo timer della nostra esistenza. Proprio lui che è sempre stato in tutte le culture segno di vita. Ma a ben pensarci anche di morte. Nel cristianesimo questi due significati si uniscono: Cristo muore versando il suo sangue, e con questo stesso sangue noi accediamo alla vita eterna. Il sangue di ogni uomo scorre allora verso un destino mortale, ma se si innesta in quello salvifico di Cristo ci conduce all’immortalità, ad una vita non più finita, ma senza fine.

Però la chiosa è d’obbligo: fin quando siamo pellegrini quaggiù è forse bene non preoccuparsi troppo non solo di ciò che mangeremo e berremo e di cosa vestiremo, ma altresì di quando cadrà esattamente il nostro dies natalis in cielo. Preoccupiamoci solo di trovarci pronti a quel giorno, a quel compleanno che unicamente Dio conosce quando arriverà: «Vigilate dunque, perché non sapete quando il padrone di casa verrà: se a sera, o a mezzanotte, o al canto del gallo, o al mattino».

mercoledì 20 aprile 2011

UN ALTRO CASO Englaro? CERTAMENTE SI' di Giacomo Rocchi - Comitato Verità e Vita http://www.comitatoveritaevita.it

Il caso:
Beppino Englaro è stato autorizzato dalla Corte d’Appello di Milano, su indicazione della Cassazione, a sospendere la nutrizione e l’idratazione artificiale alla figlia Eluana (di cui era stato nominato tutore), provocandone la morte. Egli ha più volte affermato di avere ritenuto la figlia – che si trovava in stato vegetativo persistente – morta fin dal giorno dell’incidente stradale.
La Cassazione aveva affermato che, poiché non vi era nessuna possibilità che la disabile tornasse allo stato di coscienza, il padre/tutore poteva esprimere il rifiuto alla nutrizione e idratazione artificiale – considerati terapia e non sostegno vitale – in sua vece, sia pure rispettando la sua volontà presunta.
Cosa succederà con la nuova legge?
Il tutore può rifiutare ogni forma di terapia per il soggetto in stato vegetativo (che, in quanto mancante di coscienza, può essere interdetto).
Può quindi rifiutare:
l’inserimento e l’avvio di qualsiasi forma di nutrizione artificiale (ad esempio, la piccola operazione necessaria per l’inserimento della PEG);
qualunque altra terapia (ad esempio antibiotici in caso di influenza). Il suo rifiuto – anche se porta alla morte del disabile – è direttamente efficace, senza alcuna necessità di promuovere una causa.
Prima che il soggetto cada nella condizione di stato vegetativo, quando è ancora in coma, il genitore o il tutore può rifiutare respirazione artificiale e terapie di rianimazione.
Il tutore non può chiedere che alimentazione e idratazione artificiale già intraprese vengano interrotte. Tuttavia i medici autonomamente o su azione giudiziaria del tutore possono sospendere la nutrizione e idratazione artificiale se non sono più efficaci.
Ancora: i medici in autonomia (o costretti da un’azione giudiziaria del tutore) possono (o debbono) sospendere ogni terapia nei confronti del disabile incosciente se ritenuti “trattamenti straordinari non proporzionati, non efficaci o non tecnicamente adeguati”.
Motivazione giuridica.
Tra le tante forzature del “caso Englaro” vi era quella di attribuire al padre/tutore il potere di decidere di terapie e sostegno vitale per l’interdetto, anche con conseguenze mortali, come se non si trattasse di diritto “personalissimo”, che quindi può essere esercitato solo dal diretto interessato.
Il progetto di legge conferma questa forzatura e sancisce che i medici, di fronte al rifiuto del legale rappresentante dell’incapace e alla sua richiesta di interrompere le terapie, devono ottemperare, salvo ricorrere al Giudice (se lo ritengono opportuno: ma se medici e tutore saranno d’accordo, non ci sarà nessun ricorso al Giudice).
Come si è detto, il rifiuto del legale rappresentante può anche portare alla morte dell’assistito: è vero che la legge gli impone di avere come “scopo esclusivo la salvaguardia della salute e della vita dell’incapace” (articolo 2 comma 6, ultima frase) ma, ancora una volta, chi giudicherà delle motivazioni che lo spingono, se il ricorso al Giudice non è obbligatorio?
La legge fa un’eccezione quanto al mantenimento dell’alimentazione e idratazione per via artificiale che “devono essere mantenute fino al termine della vita” (articolo 3 comma 5): è una “norma simbolo” per impedire il ripetersi di un altro caso Englaro. Ma, quanto all’attivazione dell’alimentazione e idratazione, conterà il rifiuto opposto dai genitori o dal tutore.
Insomma: si tratta di un’eccezione isolata (un “paletto”) destinato ben presto a cadere; e infatti, alla Camera dei Deputati è già stata approvata l’eccezione alla regola, così generica che, si può presumere, sarà molto ampliata nella sua attuazione.

Più in generale, nei confronti di disabili che si trovano nello stato in cui si trovava Eluana Englaro, ma anche di altre “categorie” di soggetti in stato di incoscienza (ad esempio: neonati prematuri, anziani in stato di demenza), la legge – che li definisce in stato di “fine vita”, anche se non sono affatto in punto di morte – attribuisce ai medici il potere/dovere di “astenersi da trattamenti straordinari non proporzionati, non efficaci o non tecnicamente adeguati rispetto alle condizioni cliniche del paziente o agli obbiettivi di cura” (articolo 1 comma 1 lettera e). Insomma: i medici possono smettere di curarli (in tutto o in parte) sulla base di questa valutazione. Non solo: i legali rappresentanti degli incapaci – se non riusciranno a far interrompere le terapie – potranno far causa ai medici, accusandoli di accanimento terapeutico e ottenendo dai Giudici l’ordine di interruzione delle terapie.
Questo potere/dovere dei medici di interrompere terapie “sproporzionate” rispetto agli “obbiettivi di cura” vale anche se, nella Dichiarazione anticipata di trattamento, il soggetto avrà dato il consenso (o l’ordine) di usare tutti i mezzi e i medicinali utili a mantenerlo in vita!

domenica 10 aprile 2011

L’antropologo Facchini: «biologia dimostra finalismo e teleologia evolutiva», 9 aprile, 2011, da http://www.uccronline.it

E’ inevitabile che l’interesse verso la scienza, ai limiti dell’idolatria, sia spronato dal voler appagare gli interrogativi che sorgono sul senso della esistenza. Alla faccia di chi vuole illudersi aver risolto il problema una volta per tutte. Fiorenzo Facchini, sacerdote e ordinario di Antropologia presso l’Università di Bologna, docente di Paleontologia Umana nella Scuola di specializzazione in Archeologia, membro di varie Società scientifiche italiane e internazionali, tra cui l’Istituto Italiano di Antropologia, l’Accademia delle Scienze di Bologna e la New York Academy of Sciences. Si è soffermato ancora una volta sul dibattuto argomento dell’evoluzione, tra i più usati per estrapolazioni filosofiche ed esistenzialiste, interessandosi in particolare sull’innegabile direzione presente nella crescita della complessità. Lo aveva già fatto recentemente, come segnalato in Ultimissima 28/3/11 e lo ha ribadito in questi giorni sul quotidiano Avvenire.

Dice: «Nella crescita della complessità è fuori discussione che vi siano delle direzioni [...]. Tuttavia la pura casualità degli eventi non può spiegare la crescita della complessità». Infatti, alla base dei processi evolutivi, ci sono leggi e regole d’ordine, come viene sempre più messo in evidenza dagli studi della biologia dello sviluppo. Facchini avverte che «il problema è complesso e dovrebbero evitarsi certe semplificazioni in cui cadono molti darwinisti riferendo tutta l’evoluzione a un modello evolutivo che ben si adatta alla genetica di popolazioni (microevoluzione)». La casualità esiste certamente, anche se non è un Legge evolutiva. Inoltre, a volte ci sono eventi che «consideriamo casuali perché non ne conosciamo le cause o non sono prevedibili con i mezzi a disposizione (come le mutazioni geniche)». Questa casualità però può acquisire un significato: «la conformazione spaziale delle molecole che consentono la vita, le strutture ordinate o programmate, il rapporto tra struttura e funzione, presuppongono un principio finalistico o teleologico che nessuno può contestare». Monod e Jacob parlano di teleonomia per evitare possibili riferimenti a un finalismo della natura, Ayala ammette una teleologia interna, escludendo una intenzionalità esterna. Non usa mezzi termini l’antropologo: «Se vi sono leggi è da ammettersi una intenzionalità esterna riconducibile al Creatore. Il naturalismo riduzionista lo esclude, ma non con delle prove scientifiche».

D’altraparte, ricorda Facchini, è la stessa opinione di molti celebri filosofi e scienziati: Einstein, Flew, Davies, Barrow, Lennox, Collins, eccetera, i quali non esitano a riferire la realtà a una mente superiore. Così, «la natura dimostra una razionalità intrinseca e potenzialità di cambiamento in relazione anche all’ambiente. L’insieme che ne risulta finisce per acquistare un senso aprendo a una visione finalistica». E’ certo un’interpretazione filosofica, ma emerge inevitabilmente se guardiamo all’uomo: la sua direzione evolutiva è tutta peculiare ed è segnata da una crescita di cerebralizzazione che non ha confronti con le altre specie (cfr. Teilhard de Chardin, Jean Piveteau, Dobzhansky ecc…). Ad essa si congiunge il comportamento segnato dalla cultura, che denota intelligenza astrattiva e autodeterminazione e fa dell’uomo l’unico essere che ha coscienza di sé e delle cose. Conclude Facchini: «in una visione teologica che riconosce alla creazione un’autonomia nelle cause seconde, si può cogliere a posteriori un finalismo generale che si realizza secondo un progetto superiore, inclusivo della casualità. Resta la peculiarità dell’evento uomo in cui le causalità di ordine naturale vengono arricchite da Dio della dimensione spirituale con modalità non descrivibili dalle scienze naturali».