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sabato 25 maggio 2013


Boston, Stoccolma, Londra: la guerra è cominciata di Stefano Magni - 25-05-2013 - http://www.lanuovabq.it/

Gli incidenti di Stoccolma

Boston, Stoccolma, Londra, sono le tappe di una nuova guerra di religione nel cuore dell’Occidente. 
Due bombe a Boston hanno risvegliato l’opinione pubblica sul fatto che il terrorismo jihadista esiste. Gli autori erano due fratelli ceceni, musulmani, uno dei quali era diventato un radicale islamico, “attenzionato” dai servizi segreti russi che lo avevano segnalato, invano, ai colleghi statunitensi.

Questa settimana i quartieri a maggioranza musulmana di Stoccolma, a partire da Husby, sono stati messi a ferro e fuoco. Gli assalitori che attaccano la polizia, bruciano auto e locali, lanciano molotov, gridano “Allah Akhbar”, come si può udire molto bene in più di un filmato mandato (da loro stessi) su YouTube. La scintilla è stata provocata dall’uccisione, da parte della polizia, di un violento armato di machete, che minacciava la vita di una donna e aveva aggredito gli stessi agenti.

Altri due uomini armati di machete, radicali islamici, a Londra hanno ucciso, sgozzandolo, un soldato britannico, Lee Rigby. Uno dei due, Michael Abedolajo, ha dichiarato nella sua estemporanea rivendicazione filmata con un cellulare: “Nessuno di voi potrà dirsi al sicuro (…) Noi abbiamo fede in Allah e non finiremo mai di combattervi”. 

E solo ora ri-scopriamo, dopo anni di sonno, che esiste un nemico interno. Nemmeno un appassionato di teorie cospirative arriverebbe a ipotizzare uno scenario come quello che stiamo vivendo in quest’ultimo mese. Tre grandi attacchi, in tre città occidentali, sempre condotti da radicali islamici. Sembrerebbe un’offensiva coordinata. Invece non la è. E quindi è molto peggio.

A unire i puntini di questo mosaico di eventi non è un unico piano. Ma un’unica cultura. Che è quella dell’islam fondamentalista. Non c’è un disegno coordinato, ma ci sono tanti manifesti. Abedolajo, per esempio, si è convertito dal cristianesimo all’islam, convinto dall’imam radicale Anjem Choudary. Il quale, in un discorso tenuto in un anniversario dell’11 settembre, aveva proclamato: “L’islam è superiore e non sarà mai sorpassato. La bandiera dell’islam sarà issata a Downing Street”. Come? Molto semplice: con la procreazione e il proselitismo. Procreazione: l’islam radicale, secondo l’imam, può vincere anche solo figliando. A Londra abita circa 1 milione di musulmani su una popolazione di 8. In alcuni quartieri, i musulmani sono già maggioranza. Proselitismo: dopo l’11 settembre i convertiti all’islam sono raddoppiati rispetto agli anni precedenti. In questi dodici anni di guerra al terrorismo si sono moltiplicati i fondamentalisti fra quelli che, fino a poco prima, erano musulmani non militanti. Vale lo stesso discorso per la Svezia, dove l’immigrazione, più che sul lavoro, è fondata sull’asilo politico. Non esistono statistiche sulla filiazione ideologica di quanti hanno ottenuto rifugio nel Paese scandinavo, non sappiamo, in percentuale, quanti di questi sono fuggiti dagli Stati che li opprimevano perché troppo jihadisti. Ma vediamo gli effetti: Stoccolma ne è un esempio.

“Nessuno di voi potrà dirsi al sicuro”, dichiarava Abedolajo con le mani grondanti del sangue del soldato appena ucciso. Questa frase non è solo sua. E’ dello stratega di Al Qaeda Abu Bakar Naji, autore di un altro dei manifesti fondamentali del moderno jihadismo: “Governare alla macchia” (Ederat al Wahsh). Naji ritiene che la guerra santa debba essere condotta in tutto il mondo, ovunque vi sia una presenza musulmana. Predica la costituzione di “aree islamiche” all’interno delle società occidentali. Non vuole che venga creato alcun governo, che potrebbe avere problemi con lo Stato occidentale che lo ospita, ma “società parallele”, con le proprie leggi e istituzioni, con le proprie forze dell’ordine ed eserciti, all’interno delle città che le ospitano. Sotto il naso delle autorità. 

Questa strategia è pericolosa non solo per i cristiani, che si troverebbero perseguitati dai vicini islamici come avviene in Nigeria o in altre società “miste” dell’Africa. E’ pericolosa anche per gli stessi musulmani che vivono all’estero e non vogliono avere nulla a che vedere con il fondamentalismo. Naji si rivolge soprattutto a loro. La sua strategia è stata concepita apposta per riportarli all’ordine, per evitare che si facciano attrarre troppo dalle tentazioni di una società “infedele”.

Queste ideologie si nutrono del multiculturalismo che gli viene offerto dalle società europee e nordamericane. I leader radicali islamici, convinti di colonizzarci, sanno che possono chiedere e ottenere, uno dopo l’altro, tutto quello che vogliono. Possono avere loro tribunali che giudicano in base alla Sharia e corpi di polizia ausiliari controllati da musulmani (come nel caso della Gran Bretagna). Possono ottenere quartieri tutti loro, dove imporre il costume islamico (come avviene in molti quartieri di città inglesi e svedesi). Sanno che un governo occidentale, se deve decidere di dialogare con un’organizzazione musulmana liberale o con una fondamentalista, sceglie di parlare con (e magari anche finanziare) quest’ultima, come avviene regolarmente negli Usa. 

Perché il musulmano liberale è dato per scontato, è “inutile”, mentre il dialogo viene orientato solo con chi predica l’odio, nel vano tentativo di convincerlo a diventare un interlocutore. L’islam fondamentalista sa di vivere in società che rifiutano la propria identità e stanno cercando di imporre la loro.

domenica 1 aprile 2012


Laicità: l’errore di Paolo Flores d’Arcais di Luigi Baldi, dottore di ricerca in Filosofia, 1 aprile, 2012, http://www.uccronline.it

Di grande interesse risulta il dibattito suscitato da un intervento del Card. Angelo Scola (“La presunta laicità della politica”), pubblicato su “Repubblica” del 26/2/2012, stralcio di una conferenza tenuta nello stesso giorno nella cattedrale Notre-Dame di Parigi, e dalla lettera di risposta del Prof. Paolo Flores d’Arcais, pubblicata sempre su “Repubblica” il 28/2/2012.

Scola parte dalla constatazione di una crisi comunicativa epocale, dovuta all’incapacità dei diversi codici universali secolarizzati di elaborare una piattaforma di valori comune agli uomini. E’ la sfiducia nella possibilità stessa di una domanda fondata su un logos, quindi, comunicabile e condivisibile da tutti gli uomini, in quanto dotati di ragione. La sfiducia nel logos si traduce inevitabilmente nella difficoltà di comunicare, negando il fondamento della democrazia, come ricerca dialogica del bene comune della polis. Se ogni opinione è vera ne consegue che la verità è un fatto privato: pubblico è solo lo spazio vuoto, il contenitore neutro. La democrazia si risolve, allora, in una procedura di garanzia del “rispetto delle regole” (innanzitutto quella della maggioranza), che implica la neutralità dello spazio pubblico, ovverosia l’azzeramento di qualunque pretesa di cercare il vero e il bene universale.

Per Scola, invece, la politica è «l’ambito in cui tutti i “diversi” debbono avere la possibilità di contribuire responsabilmente al bene comune della comunicazione», in quanto è «veramente pubblico, e perciò sanamente laico, solo quello spazio che scommette sulla libertà dei cittadini, credenti e non credenti, di mettersi nel gioco di una “narrazione reciproca». Flores d’Arcais obbietta che la laicità della polis si misura sull’assenza di ogni «riferimento religioso nello spazio pubblico»;, ovverosia in «quel processo permanente di formazione dell´opinione pubblica e deliberazione istituzionale, che mette capo alla promulgazione di una legge». Il fatto è che per Scola il senso religioso è un fatto pubblico per definizione e si radica in quell’esperienza di apertura trascendentale all’essere, che sta alla base anche della filosofia, dell’arte, della scienza, in una parola dell’uomo. L’uomo come persona è per natura “politico”, aperto alla relazione e alla condivisione con gli altri, quindi alla ricerca in comune del bene della polis. Il pubblico, da questo punto di vista, non è una zona franca rispetto alla realizzazione di questa dinamica umana, ma è, al contrario, proprio il luogo della sua attuazione, del farsi della sua storia: è un pieno, non un vuoto. Laicità, dunque, significa apertura alla ricchezza dell’umano, non chiusura in uno spazio autosufficiente e puro perché “bianco”. Il pubblico è laico nella misura in cui pone le condizioni affinchè l’uomo possa svilupparsi e attuare in pienezza le proprie potenzialità naturali di essere razionale e relazionale.

La religione, quindi, ha una dimensione pubblica perché il senso religioso costituisce storicamente il principio ispiratore della cultura umana in tutte le sue espressioni. Possono esistere stati atei ma non popoli senza una tradizione religiosa. Tenere conto della tradizione religiosa del suo popolo è cosa ben diversa per uno stato da imporre una religione ai cittadini o discriminare in virtù dell’appartenenza religiosa. Non si può obiettare che lo stato deve essere neutro, altrimenti discrimina necessariamente. Una neutralità di tal fatta è solo una finzione, che nasconde semplicemente il tentativo scorretto e surrettizio di sostituire la propria concezione a un’altra concorrente. Ciò che conta è il rispetto dei diritti inviolabili della persona umana, tra i quali c’è proprio la libertà da coercizioni nella ricerca della verità, cioè la libertà della volontà sulla base del giudizio della coscienza, specialmente in materia religiosa. Flores d’Arcais parte, invece, da una identificazione tra pubblico e privato, in cui il primo si identifica con una sua dimensione fondamentale ma parziale, cioè lo stato. In tale quadro tutti i soggetti diversi dallo stato perdono il carattere di “pubblico” e divengono automaticamente privati, legittimati a esistere per concessione dello stato, ma privati.

Proprio nel Cristianesimo, del resto, è l’origine del concetto di laicità («il mio regno non è di questo mondo», Gv 18, 36). La tentazione di arrivare alla Resurrezione senza passare attraverso la Croce è all’origine di ogni fondamentalismo religioso. L’alterità irriducibile di Dio rispetto al mondo impedisce di confondere il Regno di Dio con qualunque realizzazione umana, per quanto cristiana sia (“Gaudium et Spes” 39). Se Dio è trascendente e creatore, il potere non può essere divinizzato e la politica appartiene all’ambito delle realtà penultime, “cause seconde” (San Tommaso) o “fini infravalenti” (Maritain).  Qualunque concezione immanentistica che collochi la causa prima nel mondo, giungendo, perciò, a divinizzarlo, finisce, invece, per assolutizzare e divinizzare anche il potere politico. Ne sono esempi il totalitarismo, vera religione secolare, e lo stesso fondamentalismo religioso, che, al di là dell’apparente rivendicazione anti-moderna del primato di Dio sul “secolo”, assomiglia a una forma molto moderna di politicizzazione del religioso. Il cristiano si muove nell’ambito delle realtà penultime con la capacità di argomentazione fondata sulla propria natura di creatura razionale, consapevole che il senso del penultimo sta nelle realtà ultime. La Chiesa è competente su “come si va in cielo”, non certamente su “come va il cielo”: il fatto è che a volte chi è competente in quest’ultimo ambito pretende, sulla base del suo metodo di argomentazione, di parlare del primo. Essa, quindi, non può tacere quando le questioni tecniche coinvolgono problemi morali e toccano la verità rivelata su Dio e sull’uomo; né si vede perché dovrebbe farlo nel legittimo e “laico” confronto delle idee.

Non sono mancati tra i cristiani in diversi momenti storici cedimenti alla tentazione di scambiare il Regno di Cristo con il potere temporale e ciò può ancora accadere. E’, tuttavia, segno di profonda intolleranza e arroganza pretendere di imporre ai credenti di separare la propria fede dalla vita; sarebbe come pretendere da un ateo di separare il proprio ateismo dall’impegno pubblico. L’uomo non è fatto a moduli o a compartimenti stagni, in modo tale che se ne possa frantumare l’unità di vita, scindendo irrimediabilmente la vita privata da quella pubblica. In un contesto di trasformazioni ed emergenze epocali come il nostro è più che mai indispensabile il contributo di tutte le energie alla soluzione di problemi planetari e inediti. In tale quadro un’idea di separazione tra religione e vita pubblica, che cerchi di chiudere la fede nel privato delle coscienze appare molto limitante. Dalle parole del prof. Flores d’Arcais, invece, risulta con evidenza il timore che il contributo delle religioni alle determinazioni della vita pubblica possa portare all’imposizione di una certa concezione o modello di vita personale e sociale sugli altri. L’equivoco di fondo è dato dalla confusione tra verità e sua imposizione. Il Cristiano, proprio perché sa che il regno di Dio non è di questo mondo e che lo stile di Gesù Cristo non conosce forzature e imposizioni, non può imporre niente a nessuno: quando lo ha fatto e lo fa ha sbagliato e sbaglia, confondendo errore ed errante e dimenticando, altresì, che «omne verum, a quocumque dicatur, a Spiritu Sancto est»(San Tommaso).

Lo stesso Dottore Angelico, pur non usando i termini “laicità” e “laicismo”, afferma che la legge umana e legge morale naturale non si sovrappongono, per cui la prima non necessariamente proibisce tutto ciò che proibisce la seconda. Essa non può imporre la virtù perché, così facendo, imporrebbe un livello di tensione etica, che molti non sarebbero in grado di sostenere; per questo si limita a vietare soltanto i comportamenti più gravi, che mettono direttamente in pericolo la conservazione della comunità umana (per es. omicidi, furti e simili) (S.Th. I-II, 96, 2). La vera intolleranza sembra essere oggi quella di chi pretende, con le armi spuntate di una ragione cartesiano-spinoziana, di ergersi a giudice inflessibile e inappellabile dei contenuti della rivelazione cristiana, tanto da decretarne l’ostracismo dalla comunità civile. Il prof. Flores d’Arcais sottolinea che mai un credente può utilizzare Dio nel processo di formazione di una legge, per se stessa generale, cioè valida per tutti. Tale affermazione, però, presuppone una concezione della fede forse propria della riforma, certamente del fondamentalismo religioso o del “New Age”, irriducibilmente separata dalla cultura e non “fides quaerens intellectum”, secondo la tradizione cattolica. La fede cristiana è una delle fonti ispiratrici primarie della nostra cultura e questo vale anche per le categorie concettuali di coloro che la contestano: l’idea di laicità che professano, i diritti umani e la libertà di cui parlano, le università in cui molti insegnano, l’assistenza e gli ospedali dove anche loro si curano, i centri storici medioevali, le cattedrali e l’arte che anche loro, si spera, ammirano, la stessa Costituzione italiana vigente (relativamente al contributo, peraltro determinante, dei cattolici) sono tutti prodotti della cultura ispirata da una fede pensata e vissuta, come non può non essere la fede cristiana e che non avremmo se i credenti l’avessero riservata al privato.

Il fatto è che spesso un’argomentazione razionale, se proposta da un credente, ancora più se ecclesiastico, è valutata in modo pregiudizialmente negativo, mentre egli è chiamato, proprio in virtù della propria fede, a “rendere ragione della speranza” (1Pt 3, 15). L’argomentazione, allora, non è e non può essere il “Dio lo vuole” o il “perché sì!”, ma la dignità dell’uomo, creato come imago dei, senza che questo significhi per il credente aver «già messo tra parentesi la sua fede e il suo vissuto religioso, … cioè già esiliato il suo Dio dalla sfera pubblica». E’ la scelta tra un’idea di famiglia come soggetto meritevole di tutela dal punto di vista pubblico, per la sua rilevanza in relazione all’educazione dell’uomo e del cittadino, oppure come soggetto privato, in cui è prioritaria la salvaguardia degli interessi degli individui che la compongono. Si deve intendere per famiglia una “società naturale fondata sul matrimonio” (art. 29 Cost.), cioè una formazione sociale “originaria”, proprio perchè precedente lo Stato e, perciò, dotata di diritti ad esso preesistenti, come avviene per i diritti inviolabili dell’uomo (art. 2 Cost.) oppure una qualunque comunità tra persone fondata sul sentimento reciproco e sul desiderio di stare insieme, come soggetto privato che prescinde da ogni distinzione di sesso? E’ l’opzione tra un’idea di uomo come individuo, dotato di diritti e interessi tendenzialmente illimitati perché fondati sulla sua costituzione biologica, in cui il desiderio e la volontà assumono valore normativo e la cui libertà significa assenza di legami e l’idea di uomo come persona, singolo irripetibile e originario, ma naturalmente relazionale  e sociale, la cui libertà è responsabilità verso l’altro, mai assoluta ma sempre relativa a un ordine di valori oggettivo, basato sulla dignità della persona umana. E’ la scelta tra il riconoscimento che a partire dal concepimento, con la formazione del corredo genetico, si è in presenza di un essere umano, che va trattato come persona e il primato della volontà individuale e collettiva, che sceglie di determinare convenzionalmente il momento dell’emergere di una vita umana degna di tutela. E’ l’opzione tra disponibilità e indisponibilità della vita umana. E’ di questo che si discute.

mercoledì 14 marzo 2012


Niente croci, siamo inglesi di Rino Cammilleri, 14-03-2012, http://www.labussolaquotidiana.it/

Sul sito CNSnews.com il 12 marzo 2012 un articolo a firma di Patrick Goodenough (segnalatomi da un lettore, che ringrazio) commentava la stravagante deriva anticristiana del governo “di destra” Cameron (il quale, com’è noto, ha in programma l’introduzione del matrimonio omosessuale). Ma il Sunday Telegraph - citato da Goodenough - comunica anche quest’altra “lotta” del governo britannico risalente alle amministrazioni precedenti: la proibizione di indossare croci sul luogo di lavoro per i dipendenti pubblici inglesi.

La cosa è attualmente all’attenzione del tribunale europeo di Strasburgo, adito da un paio di cittadine britanniche. Una è Nadia Eweida, cristiana copta impiegata della British Airways nell’aeroporto di Heathrow. Nel 2006 la società le aveva chiesto di togliersi dal collo la piccola croce che portava. La donna aveva rifiutato ed era stata mandata a casa. Invano aveva fatto presente che i lavoratori islamici, sikh e buddisti portano turbanti, veli sul capo e braccialetti religiosi. In seguito la Eweida era stata riammessa al lavoro ma lei aveva chiesto gli arretrati, cioè lo stipendio per il periodo in cui era stata ingiustamente allontanata. La cosa è finita in tribunale, il quale ha investito la corte suprema britannica. Non avendo ricevuto soddisfazione, la Eweida si è rivolta alla Corte europea dei Diritti Umani.

Lo stesso ha fatto Shirley Chaplin, infermiera, il cui ospedale le ha vietato la crocetta che portava al collo, sul lavoro, da trent’anni. Il servizio sanitario nazionale britannico, suo datore di lavoro, l’ha licenziata in base all’argomento che portare croci al collo non è un requisito di fede per i cristiani, come, per esempio, lo è il turbante per un sikh. La Corte di Strasburgo deve occuparsi anche di altri due cittadini britannici che hanno perso il posto per motivi di coscienza: una funzionaria che nel 2007 si è rifiutata di registrare l’unione civile di due gay e un consultore che non ha voluto somministrare una terapia sessuale a una coppia omosex. 

In tutti questi casi, parte in causa è il governo britannico. Il quale è attualmente guidato dal conservatore Cameron, che è seriamente intenzionato, come sappiamo, a introdurre il matrimonio gay in Inghilterra e nel Galles nel 2015 dopo una consultazione popolare. Ora, l’articolo 9 della Convenzione europea sui diritti umani recita: «Ognuno ha diritto alla libertà di pensiero, coscienza e religione; questo diritto include la libertà di cambiare la propria religione o credo e la libertà, sia da soli che insieme ad altri e in pubblico o in privato, di manifestare la propria religione o credo». Ma il governo britannico ha intenzione di difendersi insistendo sul solito argomento: indossare croci sul lavoro non è un «requisito» della fede cristiana.

Intervistati, diversi esponenti dell’episcopato inglese hanno fatto osservare che è obbligatorio per il cristiano non nascondere la propria fede in pubblico. In effetti, seguendo una logica strettamente giuridica (cosa che la Corte di Strasburgo non potrà non fare), non si sa quanto intrinseco alla fede musulmana sia il velo delle donne o il braccialetto-rosario per un buddista. Ma forse la migliore argomentazione è quella esternata da John Sentamu, arcivescovo anglicano di York e seconda figura per importanza nella gerarchia dell’anglicanesimo. Alla Bbc ha dichiarato che il governo britannico «sta cominciando a immischiarsi in aree che non gli competono». In effetti, è questo il punto. E qualcuno dovrebbe approfondire l’analisi di un establishment inglese (sia di destra che di sinistra) che, nascondendosi dietro il dito della tutela delle minoranze, persegue con pervicacia degna di miglior causa la demolizione a tutti i livelli del cristianesimo e della sua civiltà. Quasi che la cristofobia sia diventato il requisito fondamentale per la cooptazione nel ceto dirigente.

Ci sarà da ridere, comunque, quando a qualche politicamente corretto verrà in mente di ricorrere a Strasburgo contro la Union Jack, la bandiera britannica. Che di croci ne ha due.

Le aberrazioni del politicamente corretto - Toglietemi tutto. Dante no di Alessandro D'Avenia, http://www.avvenire.it

Io sono lì che aspetto da anni una circolare ministeriale che mi costringa a leggere e commentare la Divina Commedia per intero – sì perché i programmi prevedono la lettura di una ventina di canti in tutto nel triennio – e dei "consulenti speciali" del Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite propongono di depurare la Commedia da ciò che non è politicamente corretto. Un po’ come mettere le mutande ai personaggi della Sistina o il bikini alla Venere di Milo. Io sto a lì a lottare terzina dopo terzina, cercando di evidenziare la grandezza profetica e poetica del poema, nonostante i suoi limiti storici spesso valicati (un suicida a guardia del Purgatorio, più di un non cristiano in Paradiso...), senza bisogno di nascondere nulla, e questi mi vogliono rubare terzine. Mi vogliono togliere Giuda dal XXXIV dell’Inferno perché dicono che «Giuda per antonomasia è persona falsa, traditore... e giudeo è termine comune dispregiativo secondo un antico pregiudizio antisemita che indica chi è avido di denaro, traditore. Il significato negativo di giudeo è esteso a tutto il popolo ebraico. Il Giuda dantesco è la rappresentazione del Giuda dei Vangeli, fonte dell’antisemitismo».

A parte l’evidente e brutale semplificazione, mi sembra che anche Gesù fosse ebreo, anche Maria, anche i discepoli. Che facciamo per par condicio depuriamo anche loro? Dicono che se proprio non eliminiamo queste terzine dobbiamo almeno spiegarle come si deve, noi professori, che proprio non lo sappiamo fare: «Studiando la Divina Commedia i giovani sono costretti, senza filtri e spiegazioni, ad apprezzare un’opera che calunnia il popolo ebraico, imparano a convalidarne il messaggio di condanna antisemita, reiterato ancora oggi nelle messe, nelle omelie, nei sermoni e nelle prediche e costato al popolo ebraico dolori e lutti». Io sono un professore, mica una SS. Chissà se chi avanza queste «purificazioni» dantesche ha mai aperto i commenti alla Commedia in uso nelle scuole, o se ha aperto anche la Commedia. Per rimanere in tema: Giuda all’Inferno è insieme a Bruto e Cassio. Giuda è punito come esemplare traditore in ambito spirituale (Cristo è fondatore della Chiesa) così come Bruto e Cassio in ambito politico (per Dante, Cesare è il primo Imperatore). Siamo infatti tra i traditori.

Qualsiasi commento serio e professore sano di mente questo lo sa e lo spiega. Non ne approfitta certo per fare apologia nazista. Io do retta piuttosto a un ebreo come George Steiner che, in apertura del suo testo più bello, Vere Presenze, afferma che «ogni discussione seria sulla natura dell’immaginazione poetica e sulle sue relazioni con l’interrogazione filosofica e la spiritualità è una postilla a Dante».

Io do retta piuttosto a un ebreo come Primo Levi che pone in esergo al suo capolavoro le parole «Considerate se questo è un uomo», dedicando poi un intero capitolo ai versi danteschi su Ulisse, che ne costituiscono l’appiglio di umanità proprio quando l’umano è del tutto naufragato. Proprio lui, in fila per un tozzo di pane, nel tentativo di ricordare versi sepolti nella memoria riesce a estraniarsi dall’inferno del lager: «Come se anch’io sentissi per la prima volta: come uno squillo di tromba, come la voce di Dio. Per un momento ho dimenticato chi sono e dove sono». E sarebbe disposto a rinunciare alla zuppa, pur di saldare i lacerti di versi che ricorda appena.

Io do retta a un ebreo come David Grossman, che nel suo testo «Conoscere l’altro dall’interno», nel tentativo di capire le ragioni del nemico che gli ha ucciso il figlio in guerra, spiega che solo quando riusciamo a leggere la realtà «con gli occhi del nemico, allora quella realtà in cui noi e il nostro nemico viviamo e agiamo diventa improvvisamente più complessa, realistica; possiamo riprenderci parti che avevamo espunto dal nostro quadro del mondo». Non è "purificare" Dante che ci guarirà dall’odio e dai nostri eventuali pregiudizi, ma saranno proprio le sue terzine, spesso scomode, ad aprire il nostro sguardo «aumentando – continua Grossman – così le nostre probabilità di evitare errori fatali, e diminuendo quelle di incorrere in una visione egocentrica, chiusa e limitata». Magari solo per contrasto. Ogni ideologia tende alla chiusura, all’espunzione, all’eliminazione. Solo chi affronta tutto senza paura, anche il pensiero del presunto "nemico", può avviare una vera conciliazione. Mentre i "consulenti speciali" delle Nazioni Unite depurano Dante, io sono ancora qui che aspetto la circolare ministeriale.

venerdì 9 marzo 2012

Etica, basta la maggioranza?




Transgender: la dignità delle vite dei cinesi non vale i nostri affari di Danilo Quinto, Corrispondenza romana | 1232, Politica Italiana, 8 marzo 2012, http://www.corrispondenzaromana.it

E’ istruttiva l’affermazione di qualche giorno fa del Presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, il quale ha affermato: “Nell’epoca in cui molti evocano la paura della Cina, noi lavoriamo per abbattere qualunque muro di pregiudizio e per intensificare questi rapporti. Il futuro della Cina è il nostro futuro così come il nostro futuro è anche il futuro della Cina”.

Il leader di Sinistra e Libertà ha inteso esprimersi così al termine di un lungo incontro che si è svolto a Bari con la delegazione cinese guidata dall’ambasciatore cinese in Italia S.E. Ding Wei e composta da Liu Xiaotian (consorte dell’Ambasciatore), Cesare Romiti (presidente della Fondazione Italia- Cina), Margherita Barberis (direttore generale fondazione Italia-Cina) e Han Qiang (capo ufficio politico e interprete).

Nel corso dell’incontro, si è parlato della possibile individuazione di Bari quale sede di un nuovo Istituto Confucio in Italia, in collaborazione con il sistema universitario pugliese, della preannunciata scelta del governo provinciale del Guang Dong di destinare un quartiere dell’area metropolitana di Canton ad un progetto pilota di riqualificazione urbanistica ed ambientale, da sviluppare insieme al sistema dei distretti pugliesi e della possibile sinergia per l’utilizzo delle infrastrutture aeroportuali pugliesi come una grande piattaforma logistica della Cina in Europa. Di affari, insomma.

Promossi da uno degli ultimi epigoni del comunismo italiano nei confronti di un Paese che rappresenta certamente una delle più grandi economie del mondo, ma anche – e contemporaneamente – una delle realtà più negative per quanto riguarda il rispetto dei diritti umani e della dignità della persona umana.

Sono in pochissimi, ad esempio, a chiedersi, come mai i prodotti cinesi sono venduti sui mercati occidentali sotto costo. Accade semplicemente perchè buona parte di quei prodotti proviene dai laogai. Veri e propri campi di concentramento, dove sono rinchiusi, insieme a criminali comuni, dissidenti, Cristiani, Buddisti, Falun Gong. Tutti coloro che il regime considera “pericolosi sovversivi”: lavorano per 16 ore al giorno, senza nessuna regola, subendo punizioni corporali per inadempienze, con un tempo limitato e cronometrato perfino per espletare i propri bisogni fisiologici.

Un esempio, è il carcere dove è rinchiuso il dissidente Liu Xiaobo, che nel 2010 ha vinto il Premo Nobel per la Pace e che sta scontando una condanna a 11 anni di reclusione, inflittagli per aver promosso il documento “pro-democrazia Carta08”, che è stato firmato da migliaia di cittadini cinesi. Come denuncia la Laogai Research Foundation, il carcere è la Juzhou Prison, situata al n. 86 nanshanli, di Jinzhou City, New Switch Co., Ltd, presente nel database business Dun&Bradstreet, che si fa pubblicità all’indirizzo www.foreintrade.com. Perché i laogai, spesso, hanno due nomi: uno come carcere, l’altro come impresa che agisce sul mercato, interno e internazionale.

Sarebbe ora che il Parlamento italiano discutesse e approvasse la proposta di legge n. 3887 – riguarda il divieto di produzione, importazione e commercio di merci prodotte mediante l’impiego di manodopera forzata e in schiavitù e l’applicazione rigorosa ed effettiva delle norme sulle etichettature e sulla tracciabilità del prodotto all’origine – presentata il 29 ottobre 2010 grazie all’impegno della sezione italiana della Laogai Research Foundation.

Chissà cosa ne pensa in merito il Governo dei tecnici e chissà se il Presidente della Regione Puglia, nel prossimo incontro, porrà questo tema all’ordine del giorno e dirà una parola su come trattati i diritti umani nel Paese che viene scelto come interlocutore privilegiato per rilanciare l’economia del suo territorio.

giovedì 1 marzo 2012


La forza del dialogo tra le religioni antidoto all'odio degli scontri globali, Arrigo Levi, 1 marzo 2012, http://www.corriere.it

Un termine nuovo e molto di moda, globalizzazione (il mio vecchio computer lo sottolinea ancora, giudicandolo parola non italiana), rischia di confondere, anziché chiarire le idee sul tempo che stiamo vivendo, per la molteplicità dei suoi significati. Il più semplice e concreto riguarda l'economia: in questa «era della globalizzazione», è nato il mercato «globale»; nel senso che non ci sono più specializzazioni. Non più l'Occidente avanzato che produce idee, scienza, tecnologia, e macchinari da esportare, e tutti gli altri «in via di sviluppo» che offrono soprattutto materie prime. Oggi tutti fanno tutto, producono tutto, investono, comprano e vendono dappertutto. Il mondo, ripetiamolo, è tutto Occidente. Questa la realtà del quadro economico globale.

Ma globalizzazione vuol anche dire mercato mondiale delle idee. E questo pone alle grandi religioni problemi nuovi. Le grandi religioni, soprattutto il cristianesimo con le sue radici ebraiche e l'islamismo con le sue radici ebraico-cristiane, propongono, per loro natura, a tutti i popoli verità universali. In passato hanno anche cercato di imporle con la forza a chi non le riconosceva come tali, e l'uso della violenza per diffondere e difendere ciascuna il proprio credo non è del tutto passato di moda. Anzi, la nascita di un mercato globale delle idee, mentre offre loro un nuovo illimitato campo d'azione, è anche una sfida, proponendo nuovi confronti e conflitti fra di loro.

Beninteso, non è soltanto nelle religioni il seme oscuro della violenza. Anzi, nelle religioni è anche il seme dell'amore universale. Se il Novecento è stato il secolo dei grandi massacri non è stato per colpa di nessuna delle grandi religioni: ma di religioni laiche, che tali erano fascismo, nazismo, comunismo, più spietate di quanto fossero mai state le religioni storiche, con la loro fede in una divinità suprema. Tutto sommato, anche se dobbiamo a loro molte guerre, molto sangue sparso, hanno avuto anche, e oggi forse più che mai continuano ad avere, una funzione determinante nel «civilizzare» il mondo. Sono state portatrici, e forse lo sono oggi ancor più che in passato, di grandi valori, capaci di confrontarsi con l'ideologia, anch'essa presente in tutto il mondo, dell'umanesimo laico, per sua natura tollerante ed aperto a tutte le idee, che ha del resto una buona parte delle sue radici nelle grandi visioni del pensiero religioso.

Ma la società globale pone anche le grandi religioni a confronto diretto l'una con l'altra in tutti i continenti, come non è mai accaduto prima. Afghanistan, Pakistan o Indonesia sono società geograficamente remote, per il cristianesimo come per l'islamismo delle origini. Oggi comunità che si ispirano all'una o all'altra religione vi si trovano a confronto diretto, e il confronto è spesso violento. Bisogna pur dire che in verità, ai tempi nostri, a un cristianesimo più mite e tollerante di quanto sia mai stato in passato (e il merito va in buona parte al contagio e all'influenza delle tolleranti idealità liberali), si contrappone, in verità, un islamismo che sembra aver ritrovato, in alcune sue espressioni, l'intolleranza superba e la violenza di un lontano passato. E la novità sta nel fatto che teatro di questi scontri possono essere Paesi d'ogni continente, che la globalizzazione culturale ha reso vicini, anche se così lontani nel tempo e nello spazio.

Ma l'era nucleare in cui viviamo e vivremo non tollera conflitti: non solo conflitti d'interesse, o storico-politici, ma anche conflitti tra idealità e religioni diverse. Non possiamo permetterceli. È necessario capirsi, non odiarsi, se vogliamo sopravvivere. Così si spiega lo storico discorso d'apertura di Barack Obama, al Cairo, nei confronti dell'islamismo. Così si giustifica l'ansia con la quale un Papa come Benedetto XVI, pur non privo, per la sua formazione, di qualche antico pregiudizio, cerca con disperato impegno un dialogo col mondo, a cominciare dal dialogo con le altre religioni. Non sono mancati analoghi esempi di mano tesa all'Occidente cristiano da autorevoli esponenti islamici. Incontri fra le religioni non sono più l'eccezione.

Tuttavia, rimane la sensazione inquietante che ciò non basti, che occorrano più clamorosi e continui slanci di pace che insorgano e facciano sentire la voce dell'amore reciproco in incontri solenni fra chi parla a Dio con nomi diversi, e comuni categoriche condanne di chi traduce la propria fede in atti d'odio e di violenza: queste sono ancora rare. Ma com'è difficile vivere in pace in questo mondo globale!

martedì 10 gennaio 2012


LA NIGERIA DEVE AGIRE PER FERMARE LA VIOLENZA - Il dialogo tra i leader religiosi è cruciale, dice il direttore britannico di Aiuto alla Chiesa che Soffre

ZI12010914 - 09/01/2012
Permalink: http://www.zenit.org/article-29196?l=italian

ROMA, lunedì, 9 gennaio 2012 (ZENIT.org) - Il direttore di Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS) in Gran Bretagna, Neville Kyrke-Smith, ha detto che le autorità della Nigeria devono aumentare gli sforzi per fermare la violenza nel nord del Paese, e ha avvertito che ci saranno altri morti.
Come riferito dal sito ACN News (9 gennaio), Kyrke-Smith ha esortato i capi religiosi - sia musulmani che cristiani - al dialogo e a lavorare per la pace.
Il direttore britannico dell’organizzazione caritatevole che difende gli interessi dei cristiani perseguitati e in difficoltà ha fatto la sua dichiarazione dopo l’ultima ondata di violenza, in cui 30 persone sono rimaste uccise in vari attacchi contro cristiani nello Stato di Adamawa, nel nord-est del Paese.
Gli attacchi dello scorso fine settimana (dal 6 all’8 gennaio) si sono verificati dopo i cinque attentati che a Natale avevano provocato almeno 40 vittime in tutta la Nigeria.
“Il governo, la polizia e la sicurezza devono agire ora prima che ci sia un’ulteriore discesa nel caos con ancora più morti”, ha dichiarato Kyrke-Smith in reazione alle minacce del gruppo estremista islamico Boko Haram di lanciare ulteriori attacchi se i cristiani e gli animisti non lasceranno il Nord.
Le sue dichiarazioni arrivano dopo le minacce di una guerra civile in Nigeria, le notizie di migliaia di cristiani ed animisti in fuga dal Nord e l’imposizione del coprifuoco in alcuni Stati settentrionali da parte del presidente della Nigeria, Goodluck Jonathan.
Durante il fine settimana, il presidente nigeriano ha dichiarato di sospettare che ci siano simpatizzanti di Boko Haram nel suo governo, nella polizia e nelle altre agenzie di sicurezza.
Kyrke-Smith ha anche sottolineato la necessità di un’azione rapida da parte dei capi religiosi musulmani e cristiani per condannare la violenza e migliorare i rapporti interreligiosi.
“Tutti i leader religiosi devono fare tutto quello che è nel loro potere per impegnarsi nel dialogo, rivolgere appelli alla calma tra i loro seguaci e cercare l’impegno di preghiera delle comunità più ampie per la pace”, ha detto Kyrke-Smith.
Kyrke-Smith ha continuato a lanciare appelli alla preghiera per porre fine alla violenza e migliorare i rapporti fra i gruppi religiosi.
Le sue parole seguono l’intervista della scorsa settimana di monsignor John Onaiyekan, arcivescovo di Abuja, il quale aveva detto ad ACN News che in Nigeria cristiani e musulmani provengono dalle stesse famiglie e hanno una lunga storia di vita ed opere insieme.
L’arcivescovo cattolico della capitale aveva ribadito che dopo gli attacchi a Natale molti musulmani gli hanno scritto per esprimere la loro simpatia e che otto imam lo hanno visitato per porgere le loro condoglianze.
Ad alimentare i timori per un aggravarsi del ciclo di violenza, vi è uno sciopero generale contro il caro benzina nel primo Paese produttore di petrolio dell’Africa subsahariana.
Secondo i media, alcune parti del Paese sono paralizzate, con negozi, uffici, scuole e benzinai chiusi.
Il direttore di ACS in Gran Bretagna ha detto che il nord della Nigeria è una priorità per la sua organizzazione, soprattutto a causa delle scarse relazioni interreligiose e dei decenni di attacchi contro i cristiani.
La Nigeria conta 63 milioni di cristiani e ogni anno ACS fornisce aiuti per almeno 500.000 euro.
L’anno scorso l’organizzazione ha sostenuto 51 progetti, in particolare nel campo della formazione di seminaristi e di religiose, della costruzione di chiese, centri pastorali o conventi e dell’educazione cristiana.
“Aiuto alla Chiesa che Soffre si impegna ad aiutare la Chiesa cattolica in Nigeria, in particolare dove i fedeli devono affrontare una minaccia da politici e radicali islamisti”, ha concluso Kyrke-Smith.

mercoledì 4 gennaio 2012


Il dialogo fitto tra un neonato ed una malata terminale - Pubblicato da Giorgio Gibertini 03/01/12 bioetica, Editoriale, 03/01/12, http://frewslvb.blogspot.com

La nonna non sta bene. Supera abbondantemente gli 80 anni ma gli ultimi cinque li sta passando in un letto di una casa di cura: l'alzheimer non le sta lasciando scampo ed assieme la tiene in vita e la uccide lentamente. La nonna ora è solo una testa fuori dalle lenzuola, due occhi sempre sbarrati, una lingua frenetica che cerca saliva anche fuori dalla bocca e qualche vocale in dialetto che ogni tanto a noi ricorda la parola "amore" ma spesso ci sembra che anche lei dica mamma.
Mi vergogno di andare a visitarla così poco ed anche quel poco mi sembra nulla e fatico a venire via sapendo che passeranno per lei altre ore interminabili, giornate lunghissime, forse mesi prima di sentir raccogliere le sue vocali da qualche nipote.
Dicono che non morirà mai: qui dentro è ben curata, tutte le analisi a posto, temperatura esterna ed interna ideali per vivere a lungo. Così.
Ho in braccio il mio Matteo, poco più di un anno.
Ad un certo punto ecco la magia dell'incontro tra un neonato ed una persona malata incosciente. Matteo sembra rispondere ai vocalizzi di nonna con le sue di vocali e pure nonna sembra instaurare un dialogo fitto e sereno con lui: i due dialogano, parlano, sembrano comprendersi più di noi.
Per qualche minuto osservo attonito questo scena e mi viene in mente il richiamo evangelico: "se non tornerere come bambini" ma ancor di più mi risuonano le parole di quel professore che invitava a considerare gli ammalati in coma, o comunque in stato di incoscienza, come dei neonati: "i neonati - diceva - non sappiamo cosa pensano, cosa vogliono dire eppure ci fanno tenerezza e non li uccidiamo perchè sappiamo che sono vivi: ecco, così le persone in coma vanno considerati come loro".
La vedo poco la nonna di Acquasanta ma quella manciata di minuti sono sempre un pugno alle mie certezze, alle mie domande, al mio star bene però mai mi ha sfiorato il desiderio di "farla fuori": come potrei pensarlo ora dopo il dialogo fitto con mio figlio Matteo?
Giorgio Gibertini Jolly

martedì 13 dicembre 2011


«Luca era gay» e il tabù della conversione di Chiara Mantovani, 13-12-2011, http://www.labussolaquotidiana.it

L’incontro con un ragazzo che, dopo aver trascorso molta parte della propria vita comportandosi da omosessuale, ha deciso di guardarsi dentro, ha ricevuto una forte motivazione religiosa e ha cambiato stile di vita è, evidentemente, un messaggio troppo forte da accettare. Così, l’ennesima conferenza di Luca (che "era gay e adesso sta con lei"), a Ferrara la settimana scorsa, ha ancora una volta sollevato il problema del cambiamento radicale da omosessuale a eterosessuale, ricevendo una tanto accesa contestazione da suscitare almeno alcuni “perché?”.  Perché non è possibile ascoltare senza polemiche il racconto di una conversione? Perché non sopire i toni contestatori e smettere di negare un fatto solo perché è in contrasto con la propria vita? Perché c’è sempre qualcuno che parla di sopruso e discriminazione verso gli omosessuali, quando la prima cosa che si dichiara è che il rispetto verso le singole persone è pieno e sincero?

Con un titolo che non lasciava spazio alle illazioni: “Ero gay, con Maria ho ritrovato me stesso”, il racconto di Luca si è svolto in una parrocchia,  organizzato da associazioni dichiaratamente cattoliche, preceduto e concluso da una preghiera: nessun dubbio, si era in una prospettiva di fede, in un contesto culturale che dichiara di credere nella legge naturale, accetta i dati biologici senza per questo idolatrarli, consapevole che gli esseri umani sono degli spiriti incarnati, corpi ma non solo, anime immortali ma intessute di fisicità.

Il racconto di Luca è filato liscio, anche se qualche commento sarcastico ha sottolineato i passaggi più fideistici, ma fin qui nessuna meraviglia. Il folto gruppo di rappresentanti dell’ARCI gay cittadina aveva iniziato già il giorno prima a promettere la contestazione del relatore e ad esigere di essere ascoltati, inoltrando tramite i giornali locali l’invito a intervenire per esternare le proprie posizioni e a “picchettare” l’ingresso. Se si fosse trattato di un pubblico dibattito sulle teorie scientifiche e psicologiche dell’omosessualità, ci sarebbe stato qualche motivo per chiedere la parola, ma il contesto di testimonianza, e i toni accesi della lettera ai quotidiani, consigliava di accettare solo domande scritte. A detta dei contestatori, questo era inaccettabile e ha dato origine ad intolleranze verbali. Ma la ribalta alle rivendicazioni gay e alle derisioni del cattolicesimo è francamente abbondante sui media e persino nei consessi internazionali: l’accusa di non avere spazi di espressione appare davvero risibile.

Avendo scorso tutti i foglietti delle domande (ma avendone potuto leggere ad alta voce solo tre prima dell’interruzione), resto sempre più profondamente persuasa che il problema non sia tanto (e solo) l’omosessualità: il primo, decisivo, problema è la concezione stessa di persona. Cui deriva, immediatamente, quella di libertà. Ho visto ragazzi arrabbiati perché convinti che è giusto comportarsi come suggerisce un desiderio o una pulsione, che non c’è un modo giusto e uno sbagliato di vivere, che non c’è nulla di radicabile in una giustizia che abbia fondamento al di fuori della soggettività, che la libertà da rivendicare consiste nell’agire come si vuole.

Luca è stato toccante mentre raccontava i profondi disagi che la sua precedente condizione gli procurava, il dolore per la morte degli amici, il vuoto di senso che accompagnava la sua vita brillante e lussuosa: disagi tipici di ogni storia di conversione; ma la dimensione religiosa non è stata riconosciuta, è stata stigmatizzata come disprezzo, come illusione, come violenza verso chi non la condivide.

La serata non è finita male, perché i frati ospitanti e molti intervenuti hanno intavolato un dialogo personale con i contestatori e così è emerso una volta di più che è il rapporto interpersonale che consente un dialogo vero, sincero, libero dagli ideologismi, altrimenti quasi obbligati se si è schierati da una certa parte. E perché nel parlare a tu per tu emerge che si può discutere anche veementemente quando si confrontano le idee, ma che il rispetto reciproco è realizzabile solo faccia a faccia, in un rapporto interpersonale.

A me resta una profonda tristezza nel vedere il disastro educativo e la nefanda influenza del “dogma” relativistico: abbiamo ancora molto da crescere, da studiare e da pregare per testimoniare efficacemente che la libertà vera non è quella di fare tutto, ma solo quella di fare il bene.

venerdì 11 novembre 2011


Avvenire.it, 11 novembre 2011, Blair: «Libertà religiosa nodo del XXI secolo» di Alessandro Zaccuri

MILANO
Quando arrivano le domande sulla crisi italiana, Tony Blair fa subito ricorso alla miglior tradizione diplomatica: siete un Paese con straordinarie risorse, siete persone di eccezionale talento, questa è un’opportunità, una sfida che vincerete.

Se però si prova a insistere, chiedendogli per esempio come si comporterebbe nei panni di Mario Monti, l’ex premier britannico lascia sfuggire un impercettibile sospiro e prova a sottolineare qualche concetto fondamentale. «Non si può risolvere una situazione come l’attuale facendo ricorso a categorie tradizionali quali destra e sinistra – ribadisce –, né tanto meno ragionare su provvedimenti a breve termine. Ogni decisione va inserita in un contesto più ampio.

E il contesto è questo: se i conflitti del XX secolo sono stati causati dall’ideologia, il XXI secolo si è aperto nel segno di un diverso contrasto, nel quale sono cruciali le differenze di tipo religioso e culturale. Da qui dobbiamo partire, nella consapevolezza che senza libertà religiosa non esiste libertà e quindi non esiste democrazia».

Parola di statista, certo, ma anche di credente. Nel 2007, pochi mesi dopo la fine del suo ultimo mandato a Downing Street, Blair è stato protagonista di una conversione al cattolicesimo che, dal suo punto di vista, non ha avuto nulla di clamoroso: «Da anni accompagnavo mia moglie a Messa – ricorda –, ormai mi sentivo a casa». Da allora si dedica con passione alla Tony Blair Faith Foundation, (Tbff) che promuove in tutto il mondo azioni di dialogo e convivenza tra le fedi. Anche in Italia, come dimostra il programma «Faith To Face», destinato a studenti tra gli 11 e i 16 anni, che ora approda nel nostro Paese grazie a un accordo con il ministero dell’Istruzione.

E come dimostrano ancora di più i seminari sui tema del secolarismo e della laicità che hanno fatto tappa ieri all’Università Cattolica di Milano sotto forma di un dialogo tra lo stesso Blair e il rettore Lorenzo Ornaghi, i cui interventi sono stati introdotti dal presidente della Fondazione per la Sussidiarietà, Giorgio Vittadini, che da tempo collabora con la Tbff. La premessa su cui si fonda la riflessione di Blair può essere sintetizzata in una formula semplice quanto accattivante: «La religione conta».

Anche a dispetto delle previsioni che, fino a qualche decennio fa, ci portavano a ritenere che lo sviluppo di una società sarebbe andato di pari passo con l’affievolirsi dell’importanza assegnata alla fede. «Non è andata così – ripete Blair –. Al contrario, il numero dei credenti è cresciuto di più proprio in quelle parti del mondo dove riscontriamo oggi le maggiori prospettive di sviluppo».

Un fenomeno imponente, ma anche complesso. Blair insiste sul dramma delle persecuzioni religiose («Attenzione – avverte – in Medio Oriente e Nord Africa sono proprio i musulmani a essere più minacciati, almeno in termini percentuali»), torna sulla frattura dell’11 settembre 2001, ma non per questo è propenso ad accettare la logica dello "scontro di civiltà". «L’esperienza di rinnovamento che la Chiesa ha vissuto all’epoca del Concilio Vaticano II – suggerisce – può fare da modello per il mondo islamico, specie nell’attuale contesto delle cosiddette primavere arabe». Il nodo, in definitiva, rimane quello della prassi politica e dunque dell’estensione dei princìpi democratici.

Un processo che deve guardarsi non soltanto dalle derive del fondamentalismo, ma anche dal rischio, forse più insidioso ma non per questo meno concreto, di un secolarismo che si ostina a negare ogni rilevanza politica all’esperienza religiosa. «Un’umanità senza fede sarebbe profondamente impoverita, anche se si progredisse materialmente», dichiara Blair. Sostenere il contrario significa trincerarsi in una chiusura mentale da cui discendono appunto violenza e pregiudizio.

L’apertura verso l’altro, i percorsi di comprensione e condivisione di cui tanto si avverte la necessità configurano un compito che, secondo Blair, «non può essere lasciato solo alla politica», tanto meno se la politica stessa cede alla tentazione di arroccarsi in tecnicismi procedurali. «I leader religiosi – invita l’ex primo ministro – devono trarre dalle loro tradizioni e dai loro testi sacri i valori e la visione necessari a creare una cultura della democrazia». Ognuno con i suoi mezzi, ma tutti insieme, perché «la fede appartiene al mondo e il mondo ne ha bisogno». E anche in questa formula, ammettiamolo, risulta difficile separare il credente Tony dallo statista Blair.

giovedì 27 ottobre 2011


ASSISI/ Quella lezione del Papa che "sfida" il dialogo (e anche certi cattolici) di Massimo Camisasca, giovedì 27 ottobre 2011, http://www.ilsussidiario.net

Perché Benedetto XVI va ad Assisi? C’è una parola che può aiutarci a comprendere il significato di questo gesto, ed è la parola “cammino”. Quello di Assisi è un cammino nel tempo, una storia. Il gesto di oggi illumina e sviluppa i due precedenti pellegrinaggi di Giovanni Paolo II.
Sono passati 25 anni dal primo incontro tra Papa Wojtyla e i leader mondiali delle religioni. Un incontro che resta tra le immagini più note ed evocative del suo pontificato. La giornata del 27 ottobre 1986 rivelò il primato morale del successore di Pietro. Ma suscitò anche le contestazioni dei tradizionalisti e le critiche di personalità come Divo Barsotti e Giuseppe Dossetti (in particolare, annota Andrea Riccardi nel suo libro su Giovanni Paolo II, fecero discutere la preghiera buddista in una chiesa della città e la recita finale di preghiere in comune). Da allora si iniziò a parlare di “spirito di Assisi”, di dialogo con le altre religioni nella consapevolezza della radice “spirituale” della pace e della convivenza tra i popoli.
Nel gennaio 2002, all’indomani degli attentati dell’11 settembre, fu spontaneo incontrarsi nuovamente ad Assisi, per rendere visibile la condanna del terrorismo di matrice fondamentalista e per testimoniare l’impegno delle religioni alla pace e alla giustizia.
Questa è dunque la “terza Assisi”, la terza tappa di una storia iniziata 25 anni fa. Il Papa si colloca in questa storia, che matura e si approfondisce nel tempo. «Mi recherò pellegrino nella città di San Francesco» - aveva annunciato Benedetto nell’Angelus del 1° gennaio «allo scopo di fare memoria di quel gesto storico voluto dal mio predecessore e di rinnovare solennemente l’impegno dei credenti di ogni religione a vivere la propria fede religiosa come servizio per la causa della pace».
Cosa aggiunge questa nuova giornata allo sviluppo dello spirito di Assisi? Torniamo alla parola cammino. «Mi recherò pellegrino», dice il Papa. E il tema della giornata è «Pellegrini della verità, pellegrini della pace».  «L’immagine del pellegrinaggio riassume il senso dell’evento che si celebrerà» ha poi spiegato una nota del Vaticano. Tale immagine, come anche il gesto del silenzio, sembra essere più accentuata rispetto alla preghiera. Perché? Io credo che il Papa voglia indicare che il compito di Assisi sia innanzitutto creare uno spazio comune. Viaggiare insieme, camminare insieme, ricordare insieme il cammino fatto, consumare un pasto insieme: tutto ci apre a Dio, e quindi agli altri. Ci ricorda la comune figliolanza da un unico Padre, la somiglianza del cuore dell’uomo in ogni latitudine.
Nello stesso tempo, in questo spazio si mantengono le proprie identità, le proprie specificità. Ho trovato ben chiarito questo aspetto negli interventi del cardinal Bertone e del cardinal Tauran, pubblicati sull’«Osservatore Romano». Bertone cita la lettera di Papa Benedetto al vescovo di Assisi per il ventesimo anniversario dell’evento, nel 2006: «Anche quando ci si trova insieme a pregare per la pace, occorre che la preghiera si svolga secondo quei cammini distinti che sono propri delle varie religioni (...). La convergenza dei diversi non deve dare l’impressione di un cedimento a quel relativismo che nega il senso stesso della verità e la possibilità di attingerla». E aggiunge: «È questa l’interpretazione corretta dello spirito di Assisi».
Capiamo così il vero significato della parola dialogo: come scrive Tauran, esso non è una conversazione, né una trattativa; non è un compromesso, né un hobby; non mira a creare una religione globale né vuole giocare sull’ambiguità delle parole.  Il dialogo vero è «uno spazio per la testimonianza reciproca».
Si capisce così perché Benedetto XVI, la sera prima dell’incontro di Assisi, presiederà una veglia di preghiera con i fedeli di Roma nella Basilica di San Pietro. «Proprio quando uno entra nella profondità dell’incontro con Cristo si apre anche lo spazio vasto per il dialogo», ha detto il Papa nel 2008. «Quando uno incontra la luce della verità, si accorge che è una luce per tutti; scompaiono le polemiche e diventa possibile avvicinarsi. Il cammino del dialogo è proprio l’essere vicini in Cristo nella profondità dell’incontro con Lui, nell’esperienza della verità che ci apre alla luce e ci aiuta ad andare incontro agli altri: la luce della verità, la luce dell’amore». Questo è il cammino di Assisi.

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venerdì 23 settembre 2011


L'incontro ecumenico: testimoniare assieme senza annacquare la fede di Massimo Introvigne, 23-09-2011, http://www.labussolaquotidiana.it

La seconda giornata del viaggio in Germania di Benedetto XVI - che si conclude, in modo simbolicamente significativo, con un omaggio alla Madonna, i vespri mariani nella Wallfahrtskapelle di Etzelsbach, testimonianza delle radici mariane cui la Chiesa non vuole e non può rinunciare - è stata dedicata al dialogo ecumenico e interreligioso.

Il contesto è sempre quello di una società dove Dio è diventato per molti irrilevante. Che senso ha che le religioni, in un simile contesto, dialoghino tra loro? Benedetto XVI ha sottolineato tre diversi aspetti. Anzitutto - ha detto il Papa nella celebrazione ecumenica nella cappella del Convento degli Agostiniani di Erfurt - i credenti possono rispondere insieme alla domanda: «L’uomo ha bisogno di Dio, oppure le cose vanno abbastanza bene anche senza di Lui? Quando, in una prima fase dell’assenza di Dio, la sua luce continua ancora a mandare i suoi riflessi e tiene insieme l’ordine dell’esistenza umana, si ha l’impressione che le cose funzionino anche senza Dio. Ma quanto più il mondo si allontana da Dio, tanto più diventa chiaro che l’uomo, nell’hybris del potere, nel vuoto del cuore e nella brama di soddisfazione e di felicità, “perde” sempre di più la vita. La sete di infinito è presente nell’uomo in modo inestirpabile. L’uomo è stato creato per la relazione con Dio e ha bisogno di Lui».

A Berlino, il Papa ha incontrato i rappresentanti musulmani. Il Pontefice ha riconosciuto che «molti musulmani attribuiscono grande importanza alla dimensione religiosa» e che questo «a volte, è interpretato come una provocazione in una società che tende ad emarginare questo aspetto o ad ammetterlo tutt’al più nella sfera delle scelte individuali dei singoli». Questa testimonianza pubblica dell’importanza della religione in una società secolarizzata che danno i musulmani è positiva. «La Chiesa cattolica si impegna fermamente perché venga dato il giusto riconoscimento alla dimensione pubblica dell’appartenenza religiosa. Si tratta di un’esigenza che non diventa irrilevante nel contesto di una società maggiormente pluralista». E tuttavia non tutto quello che si presenta come dimensione pubblica della religione è accettabile. «Va fatta, però, attenzione che il rispetto verso l’altro sia sempre mantenuto».

In secondo luogo, le religioni possono e devono testimoniare insieme per i valori del diritto naturale, oggetto della magnifica lezione di giovedì al Parlamento Federale, che in quanto fondati sulla natura e riconosciuti dalla ragione non sono né cattolici, né protestanti né musulmani, ma sono per tutti e s’impongono a tutti. Riprendendo ancora una volta il tema centrale del discorso di Ratisbona del 2006, Benedetto XVI ha ripetuto ai musulmani che - tra religioni che professano credenze evidentemente inconciliabili sul piano teologico - il dialogo più urgente è quello sulla ragione, sul diritto naturale sui valori comuni che non derivano dalle rispettive Sacre Scritture ma dalla natura umana. «Il rispetto reciproco cresce solo sulla base dell’intesa su alcuni valori inalienabili, propri della natura umana, soprattutto l’inviolabile dignità di ogni persona. Tale intesa non limita l’espressione delle singole religioni; al contrario, permette a ciascuno di testimoniare in modo propositivo ciò in cui crede, non sottraendosi al confronto con l’altro».

In Germania, ha ricordato il Pontefice, «tale quadro di riferimento comune è rappresentato dalla Costituzione, il cui contenuto giuridico è vincolante per ogni cittadino, che sia appartenente o meno ad una confessione religiosa. Naturalmente il dibattito sulla migliore formulazione di principi come la libertà di culto pubblico, è vasto e sempre aperto, tuttavia è significativo il fatto che la Legge Fondamentale li esprima in un modo ancora oggi valido, a distanza di più di 60 anni (cfr art. 4, 2). In essa troviamo espresso prima di tutto quell’ethos comune che è alla base della convivenza civile e che in qualche modo segna anche le regole apparentemente solo formali del funzionamento degli organi istituzionali e della vita democratica».

Qualcuno potrebbe chiedersi, a proposito della Costituzione, «come possa un tale testo, elaborato in un’epoca storica radicalmente diversa, in una situazione culturale quasi uniformemente cristiana, essere adatto alla Germania di oggi, che vive nel contesto di un mondo globalizzato ed è segnata da un notevole pluralismo in materia di convinzioni religiose». La risposta è che, elaborata in gran parte da cristiani, la Costituzione volle porsi sul terreno comune - ai cattolici, ai protestanti, agli ebrei, ai non credenti e oggi anche ai musulmani - di valori e principi che la ragione può riconoscere come naturali e inalienabili. «La ragione di ciò, mi pare – ha detto il Papa –, si trova nel fatto che i padri della Legge Fondamentale ebbero la piena consapevolezza, in quel momento importante, di dover cercare un solido terreno, nel quale tutti i cittadini potessero riconoscersi. Nel fare ciò essi non prescindevano dalla propria appartenenza religiosa; per molti di loro, anzi, la visione cristiana dell’uomo era la vera forza ispiratrice. Tuttavia sapevano di doversi confrontare con uomini con una base confessionale diversa o addirittura non religiosa: il terreno comune fu trovato nel riconoscimento di alcuni diritti inalienabili, che sono propri della natura umana e che precedono ogni formulazione positiva».

Il Papa ha così ribadito ai musulmani la nozione esposta nel memorabile discorso al Parlamento Federale: è la legge naturale «il fondamento che oggi riconosciamo valido per un mondo segnato dal pluralismo. Fondamento che, in realtà, indica anche degli evidenti confini a tale pluralismo: non è pensabile, infatti, che una società possa sostenersi nel lungo termine senza un consenso sui valori etici fondamentali».

Così, il Papa ha richiamato i musulmani a una testimonianza comune - che ciascuno dà animato dalla sua fede, diversa per il cristiano e per il musulmano, ma consapevole di proporre qualcosa che, in quanto riconoscibile dalla ragione, vale per tutti - proprio per i valori della legge naturale, oltre che per la rilevanza pubblica della religione. «In quanto uomini religiosi, a partire dalle rispettive convinzioni possiamo dare una testimonianza importante in molti settori cruciali della vita sociale. Penso, ad esempio, alla tutela della famiglia fondata sul matrimonio, al rispetto della vita in ogni fase del suo naturale decorso o alla promozione di una più ampia giustizia sociale». Così, il Papa fissa anche l’agenda del prossimo incontro di Assisi: «per questo ritengo importante celebrare una Giornata di riflessione, dialogo e preghiera per la pace e la giustizia del mondo; e vogliamo fare questo il prossimo 27 ottobre, a 25 anni dallo storico incontro di Assisi guidato dal mio Predecessore, il Beato Giovanni Paolo II [1920-2005]».

Anche ai protestanti, tra le cui fila - è inutile negarlo - si levano voci favorevoli all’aborto, all’eutanasia o al matrimonio omosessuali, il Papa ha chiesto di collaborare alla testimonianza comune che le persone di fede offrono al mondo per i principi non negoziabili del diritto naturale. Nella cappella del Convento di Erfurt, Benedetto XVI ha ricordato che l’impegno per Dio non può non tradursi «nell’impegno per quella creatura che Egli volle a sua immagine, per l’uomo. Viviamo in un tempo in cui i criteri dell’essere uomini sono diventati incerti. L’etica viene sostituita con il calcolo delle conseguenze. Di fronte a ciò noi come cristiani dobbiamo difendere la dignità inviolabile dell’uomo, dal concepimento fino alla morte - nelle questioni della diagnosi pre-impiantatoria fino all’eutanasia». E questo non riguarda solo la vita privata ma la politica e le leggi: deve attuarsi non solo nella chiese ma «nella comunità di un popolo e di uno Stato».

C’è un terzo aspetto. Oltre all’importanza della religione - in una società dove molti la giudicano irrilevante - e ai valori del diritto naturale, che la Chiesa Cattolica testimonia insieme a uomini di qualunque fede, la testimonianza comune con i protestanti include molto di più. Cattolici e protestanti possono proclamare insieme non solo che Dio c’è, ma che la Sacra Scrittura è la sua Parola e che Gesù Cristo è Dio. Possono anche condividere - ha voluto aggiungere il Papa -, se non tutte le risposte, almeno le domande drammatiche che Martin Lutero (1483-1546) si pose all’alba dell’epoca moderna.

Da anni raffinato studioso di Lutero, Benedetto XVI ha definito «momento emozionante» la sua visita al convento agostiniano di Erfurt, dove ha incontrato i rappresentanti dei luterani tedeschi. «Qui Lutero ha studiato teologia. Qui è stato ordinato sacerdote nel 1507. Contro il desiderio del padre, egli non continuò gli studi di giurisprudenza, ma studiò teologia e si incamminò verso il sacerdozio nell’Ordine di sant’Agostino [354-430]». L’esperienza di Lutero, già moderna e insieme di reazione alla modernità che nasce, si presenta come un insieme di domande pressanti. «In questo cammino non gli interessava questo o quello. Ciò che non gli dava pace era la questione su Dio, che fu la passione profonda e la molla della sua vita e dell’intero suo cammino. “Come posso avere un Dio misericordioso?”: questa domanda gli penetrava nel cuore e stava dietro ogni sua ricerca teologica e ogni lotta interiore». Per Lutero «la teologia non era una questione accademica, ma la lotta interiore con se stesso, e questo, poi, era una lotta riguardo a Dio e con Dio».

Le domande di Lutero sarebbero di grande attualità, ma il nuovo ateismo dell’indifferenza, che contagia anche tanti cristiani tiepidi, va oltre senza nemmeno più porsele. «“Come posso avere un Dio misericordioso?”. Che questa domanda sia stata la forza motrice di tutto il suo cammino mi colpisce sempre nuovamente. Chi, infatti, si preoccupa oggi di questo, anche tra i cristiani? Che cosa significa la questione su Dio nella nostra vita? Nel nostro annuncio? La maggior parte della gente, anche dei cristiani, oggi dà per scontato che Dio, in ultima analisi, non si interessa dei nostri peccati e delle nostre virtù. Egli sa, appunto, che tutti siamo soltanto carne. Se oggi si crede ancora in un al di là e in un giudizio di Dio, allora quasi tutti presupponiamo in pratica che Dio debba essere generoso e, alla fine, nella sua misericordia, ignorerà le nostre piccole mancanze».

Invece, la questione del peccato che tormentava Lutero non ha smesso di essere molto seria, anche se i peccati sono in parte cambiati. «Ma sono veramente così piccole le nostre mancanze? Non viene forse devastato il mondo a causa della corruzione dei grandi, ma anche dei piccoli, che pensano soltanto al proprio tornaconto? Non viene forse devastato a causa del potere della droga, che vive, da una parte, della brama di vita e di denaro e, dall’altra, dell’avidità di piacere delle persone dedite ad essa? Non è forse minacciato dalla crescente disposizione alla violenza che, non di rado, si maschera con l’apparenza della religiosità? La fame e la povertà potrebbero devastare a tal punto intere parti del mondo se in noi l’amore di Dio e, a partire da Lui, l’amore per il prossimo, per le creature di Dio, gli uomini, fosse più vivo? Le domande in questo senso potrebbero continuare. No, il male non è un’inezia».

Sembra, anzi, che il male sia oggi dominante: ma «esso non potrebbe essere così potente se noi mettessimo Dio veramente al centro della nostra vita». In questo senso è utile «l’incontro con Martin Lutero»: perché «la domanda: Qual è la posizione di Dio nei miei confronti, come mi trovo io davanti a Dio? – questa scottante domanda di Martin Lutero deve diventare di nuovo, e certamente in forma nuova, anche la nostra domanda».

La risposta di Lutero inizia in un senso che è comune a protestanti e cattolici. Di fronte alla modernità, Lutero ribadisce che «Dio, l’unico Dio, il Creatore del cielo e della terra, è qualcosa di diverso da un’ipotesi filosofica sull’origine del cosmo. Questo Dio ha un volto e ci ha parlato. Nell’uomo Gesù Cristo è diventato uno di noi – insieme vero Dio e vero uomo. Il pensiero di Lutero, l’intera sua spiritualità era del tutto cristocentrica: “Ciò che promuove la causa di Cristo” era per Lutero il criterio ermeneutico decisivo nell’interpretazione della Sacra Scrittura. Questo, però, presuppone che Cristo sia il centro della nostra spiritualità e che l’amore per Lui, il vivere insieme con Lui orienti la nostra vita».

Naturalmente, il Papa non si nasconde che la risposta di Lutero non finisce qui. Né finisce qui la storia del protestantesimo. Da Lutero inizia un processo di allontanamento protestante dalla Chiesa Cattolica che oggi si esprime in «due aspetti» nuovi, che il riformatore tedesco non aveva previsto. Il primo è che le comunità protestanti storiche oggi sono minoritarie rispetto a un nuovo protestantesimo, di tipo principalmente pentecostale, i cui numeri – il Papa non ha citato statistiche precise ma il grande esperto di statistica religiosa scomparso il mese scorso, David B. Barrett (1927-2011), parlava di mezzo miliardo di credenti – sono impressionanti. « Negli ultimi tempi – ha detto Benedetto XVI – la geografia del cristianesimo è profondamente cambiata e sta cambiando ulteriormente. Davanti ad una forma nuova di cristianesimo, che si diffonde con un immenso dinamismo missionario, a volte preoccupante nelle sue forme, le Chiese confessionali storiche restano spesso perplesse». Il giudizio della Chiesa Cattolica su queste nuove forme rimane anch’esso perplesso, ma non è soltanto negativo. « È un cristianesimo di scarsa densità istituzionale, con poco bagaglio razionale e ancora meno bagaglio dogmatico e anche con poca stabilità. Questo fenomeno mondiale ci pone tutti davanti alla domanda: che cosa ha da dire a noi di positivo e di negativo questa nuova forma di cristianesimo?».

Il secondo fenomeno nuovo è il cedimento di molte comunità cristiane al secolarismo. Ci sono comunità protestanti che si schierano su posizioni antitetiche a quelle della Chiesa Cattolica sui temi della vita e della famiglia, spesso peraltro perdendo di conseguenza fedeli che passano alle nuove forme di tipo pentecostale. «Più profonda e nel nostro Paese più scottante - ha detto il Pontefice - è la seconda sfida per l’intera cristianità», che riguarda la risposta da dare al «contesto secolarizzato». Adattarsi al contesto significa annacquare la fede cristiana. «L’assenza di Dio nella nostra società si fa più pesante, la storia della sua rivelazione, di cui ci parla la Scrittura, sembra collocata in un passato che si allontana sempre di più. Occorre forse cedere alla pressione della secolarizzazione, diventare moderni mediante un annacquamento della fede? Naturalmente, la fede deve essere ripensata e soprattutto rivissuta oggi in modo nuovo per diventare una cosa che appartiene al presente. Ma non è l’annacquamento della fede che aiuta, bensì solo il viverla interamente nel nostro oggi».

«Non saranno le tattiche a salvarci, a salvare il cristianesimo - ha ricordato in modo accorato il Papa ai dirigenti protestanti -, ma una fede ripensata e rivissuta in modo nuovo, mediante la quale Cristo, e con Lui il Dio vivente, entri in questo nostro mondo. Come i martiri dell’epoca nazista ci hanno condotti gli uni verso gli altri e hanno suscitato la prima grande apertura ecumenica, così anche oggi la fede, vissuta a partire dell’intimo di se stessi, in un mondo secolarizzato, è la forza ecumenica più forte che ci ricongiunge, guidandoci verso l’unità nell’unico Signore».

Nella cappella del Convento di Erfurt, e in un contesto di preghiera, il Pontefice ha ripetuto che «la cosa più necessaria per l’ecumenismo è innanzitutto che, sotto la pressione della secolarizzazione, non perdiamo quasi inavvertitamente le grandi cose che abbiamo in comune, che di per sé ci rendono cristiani e che ci sono restate come dono e compito. È stato l’errore dell’età confessionale aver visto per lo più soltanto ciò che separa, e non aver percepito in modo esistenziale ciò che abbiamo in comune nelle grandi direttive della Sacra Scrittura e nelle professioni di fede del cristianesimo antico. È questo il grande progresso ecumenico degli ultimi decenni». Ma di questa fede comune dobbiamo anche dire con franchezza che «il pericolo di perderla, purtroppo, non è irreale». Ci sono forme di «annacquamento» che non permettono neppure più di riconoscere la fede cristiana come tale.

Il discorso del Pontefice ai protestanti è stato molto franco, e ha coinvolto anche un certo cattolicesimo progressista che chiedeva al Papa un «dono ecumenico» che segnalasse ai luterani che la Chiesa Cattolica era pronta ad andare incontro alle critiche di taluni di loro su materie come la bioetica, il celibato dei sacerdoti o l’ordinazione delle donne. «Alla vigilia della visita del Papa - ha detto Benedetto XVI - si è parlato diverse volte di un dono ecumenico dell’ospite, che ci si aspettava da questa visita. Non c’è bisogno che io specifichi i doni menzionati in tale contesto». Il Pontefice ha risposto, senza giri di parole, «che questo costituisce un fraintendimento politico della fede e dell’ecumenismo. Quando un Capo di Stato visita un Paese amico, generalmente precedono contatti tra le istanze, che preparano la stipulazione di uno o anche di più accordi tra i due Stati: nella ponderazione dei vantaggi e degli svantaggi si arriva al compromesso che, alla fine, appare vantaggioso per ambedue le parti, così che poi il trattato può essere firmato». Immaginare così l’ecumenismo implica un completo fraintendimento della fede cristiana, che non è un’invenzione della Chiesa sottoposta a un continuo negoziato politico che tiene conto del contesto sociale, ma si fonda sull’insegnamento immutabile di Gesù Cristo. No, «la fede dei cristiani non si basa su una ponderazione dei nostri vantaggi e svantaggi. Una fede autocostruita è priva di valore. La fede non è una cosa che noi escogitiamo o concordiamo. È il fondamento su cui viviamo. L’unità cresce non mediante la ponderazione di vantaggi e svantaggi, bensì solo attraverso un sempre più profondo penetrare nella fede mediante il pensiero e la vita».

martedì 13 settembre 2011


A cinque anni da Ratisbona: Ratzinger e il dialogo con l’islam - IL PAPA A RATISBONA - Il 12 settembre 2006 il Papa tenne la famosa lezione nella sua università che scatenò violente reazioni nel mondo musulmano di ANDREA TORNIELLI, 12/09/2011
CITTÀ DEL VATICANO
Cinque anni fa, il pomeriggio del 12 settembre 2006, Benedetto XVI tornava nella sua università, a Ratisbona, per pronunciare un discorso davanti ai rappresentanti del mondo della scienza«Fede, ragione e università. Ricordi e riflessioni» era il titolo della sua lectio magistralis.

Entrando nel vivo del suo discorso, il parlando del legame che esiste tra religione e ragione, volle spiegare che è ragionevole credere e non si può credere contro la ragione. Un’affermazione che accompagnò da un esempio, citando il dialogo che il dotto imperatore bizantino Manuele II Paleoloo ebbe nel 1391 con un colto persiano su cristianesimo e islam.

Manuele II Paleologo, spiegò il Papa, «in modo sorprendentemente brusco che ci stupisce, si rivolge al suo interlocutore semplicemente con la domanda centrale sul rapporto tra religione e violenza in genere, dicendo: “Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava”. L’imperatore, dopo essersi pronunciato in modo così pesante, spiega poi minuziosamente le ragioni per cui la diffusione della fede mediante la violenza è cosa irragionevole…. L’affermazione decisiva in questa argomentazione contro la conversione mediante la violenza è: non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio».

Il discorso di Benedetto XVI prosegui, per altre dodici cartelle, tutto incentrato sul concetto di ragione e sul suo legame con la religione. Ratzinger spiegò come una certa mentalità sia penetrata anche nella sfera religiosa, dove la ragione è percepita come un ostacolo alla fede: la fede da sola, senza bisogno d’interrogarsi e di verificarsi con l’aiuto della ragione metafisica, sarebbe più che sufficiente per fondare la vita del singolo credente e della comunità in cui vive.

Quel passaggio con la citazione dell’imperatore bizantino venne rilanciato con grande enfasi. La frase fece il giro del mondo, e il messaggio che passò fu il seguente: per il Papa l’islam è una religione violenta, votata alla guerra santa. Tante, tantissime furono le reazioni di parte islamica, accompagnate dalla richiesta di ritirare quelle parole e di scusarsi. Le proteste chiamarono altre proteste. In molti paesi musulmani si riempirono le piazze e si organizzarono manifestazioni. Non mancarono minacce di morte nei confronti di Benedetto XVI da parte di gruppi estremisti. Tra questi: al-Qaida, Iraq al-Jihadiyya, e l’Esercito dei Mujahidin. E a Mogadiscio perse la vita una suora italiana, Leonella Sgorbati, il cui omicidio venne da più parti legato all’indignazione islamica per le parole del Pontefice.

Qualcosa non aveva funzionato nell’entourage papale, dato che i giornalisti al seguito, in possesso del testo fin dalla mattina presto, avevano fatto presente che quel passaggio poteva prestarsi a interpretazioni malevole e strumentalizzazioni. Più volte Benedetto XVI e i suoi collaboratori chiariranno il senso di quelle parole, che era, come disse il Papa già il 17 settembre, quello di invitare «al dialogo franco e simcero, con grade rispetto reciproco». La citazione di Manuele II Paleologo non aveva alcun intento offensivo nei confronti dell’islam e soprattutto non esprimeva il pensiero del Pontefice.

Una settimana dopo, Ratzinger avrebbe aggiunto: «Questa citazione, purtroppo, ha potuto prestarsi ad essere fraintesa. Per il lettore attento del mio testo, però, risulta chiaro che non volevo in nessun modo far mie le parole negative pronunciate dall'imperatore medievale in questo dialogo e che il loro contenuto polemico non esprime la mia convinzione personale». Il Papa convocherà un incontro con esponenti del mondo islamico a Castel Gandolfo. L’incidente di Ratisbona si potrà dire definitivamente chiuso durante la visita in Turchia, avvenuta due mesi dopo, quando Benedetto XVI entrerà nella stupenda Moschea Blu di Istanbul e invitato dall’imam a fermarsi un istante in preghiera, lo farà accanto a lui.

C’è chi ritiene, come il gesuita islamologo Samir Khalil Samir, che la lezione di Ratisbona considerata «da cristiani e musulmani come un passo falso» abbia invece rappresentato una base per instaurare un dialogo più vero con l’islam. «Il Papa ha tracciato le basi di un vero dialogo fra cristiani e musulmani, diventando voce di molti musulmani riformisti e suggerendo all’Islam e ai cristiani i passi da fare». Un mese dopo la lezione di Benedetto XVI, 38 personalità musulmane scrissero al Papa una lettera aperta nella quale in parte concordavano e in parte dissentivano con le posizioni da lui sostenute. I 38 divennero un anno dopo 138 e resero pubblica una seconda lettera, in coincidenza con la fine del Ramadan, chiamata «Una parola comune fra noi». Nelle lettere si sostenevanno posizioni molto nette a favore della libertà di professare la fede «senza costrizioni», rivendicando al contempo la razionalità dell’islam pur tenendo ferma l’assoluta trascendenza di Dio.