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venerdì 13 novembre 2015

Ecco fin dove può arrivare la furia laicista: vietare Chagall e Van Gogh perché turbano i “non cattolici” di Alfredo Mantovano, 13-11-2015, http://www.lanuovabq.it/

La Crocifissione bianca di Marc Chagall e la Pietà di Van Gogh
Lo si può anche liquidare come sublime esempio di stupidità, spinto fino al disprezzo del ridicolo. Però è successo, e non è una novità nel suo genere. Ai bambini della terza elementare della scuola Matteotti di Firenze viene impedito, nel giro programmato alla città, di visitare le opere della mostra Divina Bellezza allestita nel capoluogo toscano: fra esse, la Crocifissione bianca di Chagall, ammirato da Papa Francesco qualche giorno fa a margine del convegno ecclesiale, la Pietà di Van Gogh, la Crocifissione di Guttuso, l'Angelus di Millet e numerose altre opere. Per quale ragione? É spiegato nel verbale del consiglio interclasse, che si è tenuto lo scorso 9 novembre (riportato da QN-La Nazione): «la visita è stata annullata», così è stato messo per iscritto, «per tutte le terze per venire incontro alla sensibilità delle famiglie non cattoliche visto il tema religioso della mostra»; la mostra ha infatti come filo conduttore il rapporto tra arte e sacro.

Quando accade un fatto del genere, più che ripetersi «signora mia, a che punto siamo giunti», è lecito chiedersi perché si è giunti a questo. Perché, cioè, anche in Italia il rispetto della libertà religiosa, che è qualcosa in sé positivo, viene declinato, e da tempo, nei termini dell’abolizione di ogni simbolo che richiami la confessione religiosa, e perché questo accada soprattutto quando la confessione è quella cristiana. In nome della laicità, i Crocifissi nei luoghi pubblici sono diventati merce rara, in tante scuole il ricordo del Natale è sostituito dalle feste più improbabili e più disancorate dalla realtà, e l’abitudine di segnarsi prima di cena o prima di prendere un volo viene guardato con un misto di sospetto e di commiserazione.

Perché? Ci sono almeno due ragioni. La prima chiama in causa ciascuno di noi, in quanto italiani; la seconda la fascia di coloro che si riconoscono cristiani. Sfugge in modo sempre più diffuso che il cristianesimo è indissolubilmente correlato alla nostra storia, al nostro modo di pensare, alla nostra vita “laica” quotidiana; al punto che se l’opzione della scuola Matteotti di Firenze fosse portata alle sue logiche conseguenze la vita diventerebbe veramente complicata. Per restare alla patria di Dante, gli scuolabus dovrebbero rigorosamente evitare i percorsi che incrociano chiese, o lambire solo gli edifici sacri realizzati più di recente: somigliando più a fabbriche o a discoteche, non generano turbamento; un automezzo che transiti davanti a Santa Maria Novella rischia seriamente di collidere non con altri veicoli, ma con la «sensibilità delle famiglie non cattoliche». 

A scuola si dovrebbe rifiutare l’iscrizione degli alunni il cui nome richiama con maggiore evidenza figure cardine della nostra fede: Maria, Giuseppe, Francesco, financo Matteo; la semplice pronuncia in classe di quei nomi durante l’appello, col richiamo al motivo per cui sono stati scelti, è causa di sicuro turbamento. Perché poi far coincidere il giorno di riposo a scuola con la domenica, il cui stesso nome costituisce “reato”, richiamando quel Dominus che non si vuole in alcun modo nobiscum? Che dire poi della toponomastica? Via, il prima possibile, i nomi delle strade dedicati ai Santi o che richiamino simboli religiosi… Per concludere che se una persona vuole mostrarsi veramente di buon senso, anche se non crede, non può immaginare che siano cancellati duemila anni di una storia al cui interno - piaccia o non piaccia - la fede ha avuto un ruolo centrale.

Per il cristiano la riflessione è ancora più rapida: quanto c’è di nostra inerzia e indifferenza nel mancato rispetto dei simboli della nostra confessione? La prima volta - ormai molti anni fa - in cui in una scuola elementare la recita della Nascita di Gesù è stata sostituita dalla rappresentazione di Cappuccetto rosso abbiamo pensato che fosse una stranezza, ma comunque qualcosa cui non conferire tanto peso. Ogni qual volta abbiamo visto immagini sacre dileggiate e oltraggiate in manifestazioni pubbliche siamo stati propensi a rubricarle come folklore. L’abitudine a non considerare il patrimonio delle nostra religione come un tesoro prezioso, da tutelare - è il minimo sindacale -, da valorizzare e da rilanciare, come fa a Firenze la mostra Divina Bellezza e come ci esorta a fare il Magistero dei Pontefici, un bel giorno concorre a generare il divieto rivolto ai bambini a stupirsi di fronte allo splendore dell’arte, e dell’arte fondata sulla fede. 

Non è sufficiente meravigliarsi della stupidità laicista e gridare allo scandalo; per cominciare, per non restare nel generico e per rimanere al caso dal quale si è partiti, perché non organizzare una visita alla mostra di Firenze per gli sfortunati bambini delle terze classi della scuola Matteotti e per i rispettivi genitori?

mercoledì 26 agosto 2015

Il gender nella "Buona Scuola" c'è eccome, di Gianfranco Amato, 26-08-2015, la nuova bussola quotidiana

Esiste o no un riferimento al “gender” nella legge sulla cosiddetta “Buona Scuola”? Cerchiamo di rispondere a questa che pare essere la domanda del momento.
Il pericolo gender, in realtà, si annida nel sedicesimo comma dell’art. 1 della legge, che testualmente recita così: «Il piano triennale dell'offerta formativa assicura l'attuazione dei principi di pari opportunità promuovendo nelle scuole di ogni ordine e grado l'educazione alla parità tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni, al fine di informare e di sensibilizzare gli studenti, i docenti e i genitori sulle tematiche indicate dall'articolo 5, comma 2, del decreto-legge 14 agosto 2013, n. 93, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 ottobre 2013, n.119, nel rispetto dei limiti di spesa di cui all'articolo 5-bis, comma 1, primo periodo, del  predetto decreto-legge n. 93 del 2013».
L’insidia sta in due punti di questa disposizione normativa: il termine «violenza di genere» e il richiamo all’art. 5 della Legge 119/2013, la cosiddetta “Legge sul femminicidio”. Vediamo attentamente come stanno le cose.
Violenza di genere

L’esperienza ha ampiamente dimostrato che è proprio attraverso questa espressione che vengono surrettiziamente introdotti nelle scuole i corsi sulla teoria gender. La “violenza di genere” è diventata quello che il Cardinal Angelo Bagnasco, con un’espressione efficacemente evocativa, ha lucidamente denunciato come un cavallo di Troia. Qualcuno sostiene che il Cardinale abbia preso lucciole per lanterne, ma non è così. Che non si tratti di un abbaglio del Presidente della Conferenza Episcopale Italiana lo dimostra l’ordine del giorno n. 9/2994-B/5 approvato dalla Camera dei Deputati lo scorso 8 luglio. Con quel documento parlamentare, infatti, la Camera dei Deputati, dopo aver preso atto, nella premessa, del fatto che proprio il concetto di “violenza di genere” del citato comma 16, «ha comportato una serie di storture applicative, che sono andate ben al di là dell’istanza, da tutti condivisa, di prevenire la violenza di genere e le discriminazioni», ha impegnato il Governo «in sede di applicazione del comma 16 del provvedimento in esame, ad escludere ogni interpretazione che apra alle cosiddette “teorie del gender”». Per gli increduli ed i negazionisti facciamo presente che il citato ordine del giorno si trova pubblicato a pagina 87 dell’allegato “A” ai resoconti stenografici della Camera dei Deputati relativi alla seduta dell’8 luglio 2015.
La Legge sul Femminicidio

La seconda insidia sta nel richiamo espresso all’art.5 della cosiddetta “Legge sul femminicidio”, articolo che porta il titolo di “Piano d’azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere”. In pratica la legge sulla “Buona Scuola” dice che il piano triennale dell’offerta formativa deve «informare e sensibilizzare gli studenti, i docenti  e  i  genitori sulle tematiche indicate nel Piano d’azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere». Ma cosa prevede quel Piano d’azione espressamente richiamato nel sedicesimo comma dell’art.1? Al punto 5.2 (Educazione), il Piano recita testualmente così: «(…) Obiettivo prioritario deve essere quello di educare alla parità e al rispetto delle differenze, in particolare per superare gli stereotipi che riguardano il ruolo sociale, la rappresentazione e il significato dell’essere donne e uomini, ragazzi e ragazze, bambine e bambini nel rispetto dell’identità di genere, culturale, religiosa, dell’orientamento sessuale (…) sia attraverso la formazione del personale della scuola e dei docenti, sia mediante l’inserimento di un approccio di genere nella pratica educativa e didattica».
Identità di genere

Ora, chi pretende di trovare nella legge la parola inglese “gender” è destinato a rimanere inesorabilmente deluso. Per il semplice fatto che in Italia i documenti del governo e le leggi vengono redatte rigorosamente in lingua italiana. Nonostante l’ostentata anglofilia del Premier Renzi e la sua spiccata propensione per l’idioma di Shakespeare – in cui, però, è bravo negli scritti ma zoppicante in orale – oggi nel nostro Paese le leggi vengono ancora scritte con la lingua di Dante. La traduzione ufficiale della parola “gender” che il governo ed il legislatore utilizza è “identità di genere”.
Lo spiega bene, ad esempio, il documento governativo intitolato “Linee guida per un’informazione rispettosa delle persone LGBT”, redatto dall’U.N.A.R., Ufficio Nazionale Antidiscriminazione Razziale, un ufficio del Dipartimento delle Pari Opportunità presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri. A pagina 7, quel documento del Governo definisce l’identità di genere come «il senso intimo, profondo e soggettivo di appartenenza alle categorie sociali e culturali di uomo e donna, ovvero ciò che permette a un individuo di dire: “Io sono un uomo, io sono una donna”, indipendentemente dal sesso anatomico di nascita».
Quel documento del governo specifica bene la differenza tra genere e sesso, precisando che mentre il sesso è costituito dalle «caratteristiche biologiche e anatomiche del maschio e della femmina, determinate dai cromosomi sessuali», il genere è, appunto, «la percezione soggettiva di appartenere ad una delle categorie sociali e culturali di uomo e donna, indipendentemente dal sesso anatomico».
Utile evidenziare anche quanto si leggeva all’art.1, lett. b), del testo unificato adottato come testo base il 9 luglio 2013 dalla Commissione Giustizia della Camera dei Deputati, recante norme in materia di discriminazioni motivate dall’orientamento sessuale o dall’identità di genere. Questo era il tenore letterale di quella disposizione: «Ai fini della legge penale si intende per “identità di genere” la percezione che una persona ha di sé come appartenente al genere femminile o maschile, anche se opposto al proprio sesso biologico». Anche in questo caso, increduli e negazionisti possono trovare il testo a pagina 73 del Bollettino delle Giunte e delle Commissioni parlamentari del 9 luglio 2013.
In realtà è proprio l’erronea considerazione che uomo e donna siano semplici categorie sociali e culturali, unita all’idea che si possa scegliere di appartenere all’una o all’altra categoria indipendentemente dal sesso biologico, che sta alla base della teoria gender, così duramente ed aspramente condannata da Papa Francesco, al punto da essere stata da lui definita «uno sbaglio della mente umana che crea tanta confusione», il 21 aprile 2015 durante il suo incontro con i giovani di Napoli nel Lungomare Caracciolo.
All’Udienza Generale tenuta in Piazza San Pietro il 15 aprile 2015, il Santo Padre si è chiesto pubblicamente quanto segue: «Io mi domando, se la cosiddetta teoria del gender non sia anche espressione di una frustrazione e di una rassegnazione, che mira a cancellare la differenza sessuale perché non sa più confrontarsi con essa. Sì, rischiamo di fare un passo indietro. La rimozione della differenza, infatti, è il problema, non la soluzione».
Ed è proprio il tentativo odioso di indottrinamento di questa teoria nelle scuole che continua ad essere una costante preoccupazione di Papa Francesco, che non perde occasione per esprimere la sua dura denuncia a riguardo. Durante il discorso alla Delegazione dell’Ufficio Internazionale Cattolico dell’Infanzia (BICE) tenuto l’11 aprile 2015, il Santo Padre ha affermato che «occorre sostenere il diritto dei genitori all’educazione dei propri figli, e rifiutare ogni tipo di sperimentazione educativa sui bambini e giovani, usati come cavie da laboratorio, in scuole che somigliano sempre di più a campi di rieducazione e che ricordano gli orrori della manipolazione educativa già vissuta nelle grandi dittature genocide del secolo XX, oggi sostitute dalla dittatura del “pensiero unico”».
Nel suo viaggio di ritorno dalle Filippine, il 19 gennaio 2015, Papa Francesco, rispondendo ad una domanda di Jan-Christoph Kitzler, giornalista della radio tedesca Ard, è tornato ancora una volta a parlare della teoria gender definendola «una colonizzazione ideologica» identica a quella praticata attraverso l’indottrinamento della «Gioventù Hitleriana» durante gli anni bui del regime nazionalsocialista del Terzo Reich. Queste le sue parole testuali pronunciate rievocando un ricordo personale: «Vent’anni fa, nel 1995, una Ministro dell’Istruzione Pubblica aveva chiesto un grosso prestito per fare la costruzione di scuole per i poveri. Le hanno dato il prestito a condizione che nelle scuole ci fosse un libro per i bambini di un certo grado di scuola. Era un libro di scuola, un libro preparato bene didatticamente, dove si insegnava la teoria del gender. (…) Questa è la colonizzazione ideologica: entrano in un popolo con un’idea che non ha niente a che fare col popolo; con gruppi del popolo sì, ma non col popolo, e colonizzano il popolo con un’idea che cambia o vuol cambiare una mentalità o una struttura. (…) Perché dico “colonizzazione ideologica”? Perché prendono proprio il bisogno di un popolo o l’opportunità di entrare e rafforzarsi, per mezzo dei bambini. Ma non è una novità questa. Lo stesso hanno fatto le dittature del secolo scorso. Sono entrate con la loro dottrina. Pensate ai “Balilla”, pensate alla Gioventù Hitleriana... Hanno colonizzato il popolo, volevano farlo. Ma quanta sofferenza!».
Papa Francesco ha, inoltre, ben chiara quale sia l’attuale situazione delle scuole italiane riguardo all’indottrinamento gender. Lo ha dimostrato quando, nel discorso di apertura del convegno ecclesiale della Diocesi di Roma, tenuto in Piazza San Pietro il 14 giugno 2015, ha pronunciato queste parole: «I nostri ragazzi, ragazzini, che cominciano a sentire queste idee strane, queste colonizzazioni ideologiche che avvelenano l’anima e la famiglia: si deve agire contro questo. Mi diceva, due settimane fa, una persona, un uomo molto cattolico, bravo, giovane, che i suoi ragazzini andavano in prima e seconda elementare e che la sera, lui e sua moglie tante volte dovevano “ri-catechizzare” i bambini, i ragazzi, per quello che riportavano da alcuni professori della scuola o per quello che dicevano i libri che davano lì. Queste colonizzazioni ideologiche, che fanno tanto male e distruggono una società, un Paese, una famiglia. E per questo abbiamo bisogno di una vera e propria rinascita morale e spirituale».
Abbiamo appreso che la Diocesi di Padova, con un proprio comunicato, ha rassicurato i fedeli sul fatto che la legge sulla cosiddetta “Buona Scuola” non contenga alcun riferimento al “gender”. Colpisce il fatto che questa affermazione non si sia basata su un’attenta analisi critica del testo normativo ma sulle rassicurazioni ottenute dagli esponenti del governo. Una Chiesa che non vaglia la realtà alla luce della fede e della ragione ma si affida alle rassicurazioni del potere civile, forse non è una Chiesa attenta agli ammonimenti del Vicario di Cristo. La Diocesi di Padova afferma, confidando sulle parole del governo, che nelle scuole non viene e non verrà mai introdotta alcuna teoria gender, mentre il Papa denuncia il fatto che già oggi genitori siano costretti a “ri-catechizzare” «i bambini, i ragazzi, per quello che riportano da alcuni professori della scuola o per quello che dicono i libri che danno lì». Uno dei due non ha l’esatta percezione di quello che sta accadendo. E noi non abbiamo alcun dubbio che, in questo caso, a sbagliare sia la Diocesi di Padova e non Papa Francesco.

mercoledì 29 aprile 2015

La gender theory rientra nella scuola con il cavallo di Troia delle direttive anti-bullismo di Tommaso Scandroglio, 29-04-2015, http://www.lanuovabq.it/

La copertina di Whistle Blower: il Cavallo di Troia dei movimenti dei diritti gay
Ve li ricordate i libretti “Educare alla diversità”? Servivano per indottrinare, tra i banchi di scuola, bambini e ragazzi al credo gender. Pensati dall’Ufficio nazionale anti-discriminazioni razziali (Unar) vennero ritirati dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca (Miur) per il polverone mediatico che sollevarono.

Ora, se una prima volta un truffatore ha tentato di gabbarti, ma tu lo hai scoperto perché, ad esempio, vestiva trasandato, stai pure sicuro che se è furbo si ripresenterà a te sotto altre spoglie. Magari in giacca e cravatta, sbarbato e con dei baffi posticci per non farsi riconoscere. Insomma più presentabile di prima.

Questo è quello che sta cercando di fare il Miur a spese degli studenti delle scuole di ogni ordine e grado. Il Ddl Fedeli  dal titolo “Introduzione dell'educazione di genere e della prospettiva di genere nelle attività e nei materiali didattici delle scuole del sistema nazionale di istruzione e nelle università” è già vigente.

Vi sono due operazioni fresche fresche messe in campo dal Ministero per far salire in cattedra la teoria del gender. La prima si chiama “Linee di orientamento per azioni di prevenzione e di contrasto al bullismo e al cyberbullismo” dell’aprile del 2015 che reca il marchio Miur. Si tratta in buona sostanza di alcune iniziative per prevenire e combattere il bullismo a scuola e in rete: numeri verdi per segnalare atti di bullismo, così come chat, sms, skype etc. Oltre a questo ci sono anche corsi di formazione per docenti. Per il Miur il bullo di oggi non se la prende più solo con il secchione, il ragazzino sovrappeso e quello troppo gracilino e pure bruttarello. La nuova vittima è l’adolescente omosessuale e transessuale. In queste linee si dice infatti che gli atti di bullismo prendono di mira anche chi è differente per “genere, identità di genere, per orientamento sessuale. […] Il considerare, per esempio, ‘diverso’ un compagno di classe perché ha un orientamento sessuale o un’identità di genere reale o percepita differente dalla propria poggia le sue basi sulla disinformazione e su pregiudizi molto diffusi”.

Fermiamoci un attimo a riflettere. Bene che si fermi la mano del violento contro il ragazzino omosessuale; bene che si riconosca pari dignità a tutte le persone; male che si consideri l’omosessualità e la transessualità come orientamenti naturali. Siamo al solito giochetto: il rifiuto della violenza non deve portare all’accettazione dell’omosessualità. Insomma si usa il bullismo come cavallo di troia per innaffiare i giovani virgulti con l’acqua che scende dal monte gender. Annotiamo a margine, ma non troppo, che i genitori non sono stati avvisati dell’attivazione di queste linee di orientamento gay friendly.

Simboli di genere

Passiamo alla seconda iniziativa ancor più capillare ed efficace. Per parlare di questa seconda iniziativa dobbiamo tirare in ballo la Soroptimist. Si tratta di un organizzazione internazionale tutta al femminile, legata ai Lions Club, presente anche in Italia con 145 club. E’ rappresentata all’Onu e al Consiglio d’Europa. Scopo di questa organizzazione è promuovere la condizione femminile nel mondo. Nell’aprile del 2014 questi signori, anzi, queste signore firmano un protocollo con il Miur dal titolo “Promuovere l’avanzamento della condizione femminile e prevenire e contrastare la violenza la discriminazione di genere mediante un corretto percorso formativo in ambito scolastico”. Il protocollo entra d’imperio nel Piano di offerta formativa, cioè quel piano che detta legge nella formazione ed educazione dei nostri figli a scuola. Viene anche istituito un Comitato attuativo paritetico – Miur/Soroptimist – perché gli intenti comuni non restino sulla carta.

A fine novembre dell’anno scorso il protocollo partorisce un progetto pilota rivolto ai docenti, ma non ai genitori, dal nome "Prevenzione della violenza contro le donne: percorsi di formazione-educazione al rispetto delle differenze". Si tratta di dieci moduli formativi da svolgersi in venti province ed altrettanti incontri. La finalità è la seguente: “favorire la consapevolezza del ruolo docente nella formazione dell’identità di genere delle giovani generazioni allo scopo di rendere più agevole il loro percorso verso la costruzione di identità libere e consapevoli”. I titoli dei moduli sono assolutamente in linea con tali scopi. Ne citiamo qui solo alcuni: “Costruire l'identità di genere a scuola”; “Pedagogia e orientamento di genere”; “Lingua, linguaggi e genere”; “Percorsi di genere nei territori”. 

E’ proprio il caso di domandarsi: che genere di incontri saranno questi? Facendo un’operazione di carotaggio andiamo a vedere cosa hanno detto le emissarie del Miur/Soroptimist in uno di questi incontri, precisamente in quello che si è svolto lo scorso 23 aprile presso l’ICT Schiapparelli. Presenti tra le altre anche una nostra recente conoscenza: la dott.ssa Irene Biemmi, ricercatrice presso l’Università di Firenze. Secondo la dottoressa gli stereotipi di genere continuano a permeare i libri di testo. Cosa vuol dire? Vuol dire ad esempio che in questi libri scolastici e per l’infanzia le donne fanno solo certi lavori e gli uomini solo certi altri. Vuol dire che alcuni aggettivi li troviamo più spesso riferiti solo ai maschi -  sicuro, coraggioso, serio, onesto, ambizioso, minaccioso, pensieroso, bruto, fiero, egoista, saggio, deciso, audace, libero, impudente – ed altri aggettivi attribuiti solo alle femmine - antipatica, pettegola, smorfiosa, vanitosa, civetta, altezzosa, affettuosa, angosciata, premurosa, paziente, buona, vergognosa, docile, deliziosa, disperata, ipersensibile, dolce, innocente. Inoltre vuol dire che le femminucce vengono descritte più pacate e contemplative, mentre i maschietti più attivi e votati all’azione. Forse perché, chiediamo noi, le cose stanno proprio così? 

Per niente, protesta la Biemmi e afferma che credere che vi siano tratti psicologici, caratteriali, di temperamento e capacità peculiari dell’uomo e della donna è un errore. In realtà sono tutti condizionamenti ambientali e culturali. La Biemmi aggiunge che occorre offrire a bambini e bambine un catalogo aperto di identità di genere, ignorando il sesso di riferimento, come fa il genero con la suocera petulante. Per questo bisogna tirare fuori dal cassetto il progetto Polite. Trattasi di un codice di autoregolamentazione, siglato tra gli altri anche dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri- Dipartimento Pari opportunità e dall’Associazione italiana editori, per la promozione e adozione tra gli editori di libri di testo per l’educazione alle pari opportunità.

L’operazione messa in campo dal Miur e dalla Soroptimist è la seguente: con la scusa di difendere la donna da ingiuste discriminazioni – fine sacrosanto – anche in questo caso si vuole diffondere il dogma del gender. Queste sono le tappe ben individuabili nei documenti e negli incontri citati. Tu donna non devi fare solo la donna, ma anche il maschio o chi vuoi tu. L’identità di genere è un vestito in 100% elastane. Assume le forme che desideri, si adatta alla perfezione all’idea sessuale che hai in testa per te. Ergo il dato di natura non esiste, è uno stereotipo, una costruzione artificiosa ideata per mettere all’angolo la donna. Un vecchio retaggio di un machismo che fu.  La differenza sessuale è una gabbia perché significa incasellare la donna, ma anche l’uomo, in parti già assegnate da un perfido regista, forse chiamato Dio. Invece i ruoli sono e debbono essere fluidi e ce li possiamo inventare di sana pianta. Ne consegue che non c’è più maschio, né femmina, non ci sono più pareti divisorie, ma è tutto è un grande open space della pan-identità di genere. Ecco, questa è proprio la teoria del gender.

In breve, la lotta al bullismo e alla discriminazione contro le donne è solo un espediente per diseducare le verdissime generazione alla gender theory. E così un giorno accadrà che il piccolo Marco sarà punito dalla sua maestra perché avrà osato mettersi il grembiulino azzurro per andare a scuola. E la punizione consisterà nello scrivere alla lavagna cento volte: “Io non sono un maschio”.

lunedì 23 marzo 2015

«W l'amore». Ecco il modello Emilia-Romagna per la rieducazione dei bambini al gender di Andrea Zambrano, 23-03-2015, http://www.lanuovabq.it/

Lezione a scuola

L'ideologia gender prosegue la sua marcia inarrestabile nella formazione di una nuova antropologia. E lo fa con i soldi pubblici e con il cavallo di Troia dello spauracchio delle malattie sessualmente trasmissibili. La paura di contrarre l'Aids è il concetto cardine attraverso il quale le scuole statali iniziano ad anticipare gender theory, omofobia, aborto e preservativo già dalle scuole medie, abbassando l'asticella dell'informazione sessuale dalle Superiori alle Medie. Peccato che anche in questo caso i genitori siano completamente impotenti. Anche perché a proporre una rivoluzione antropologica a suon di omofobia sono addirittura le Asl, che grazie all'autorevolezza scientifica di cui godono possono essere utilizzate dalle lobby gay per introdurre tra i banchi l'ideologia relativista secondo cui l'amore non è altro che un coacervo di sentimenti ed emozioni che vanno assecondati a seconda delle sensazioni.

È il caso dell'opuscolo “Viva l'amore”, un libretto che la Regione Emilia Romagna ha promosso all'interno del XV Programma per la prevenzione e la lotta all'Aids. E poco importa se nelle oltre 150 pagine del libretto in uso ai docenti e rivolto ai ragazzi, di Aids si parli in poche sole pagine. Tutto deve servire a portare acqua al mulino della gender strategy. Come?

Presentando i cambiamenti adolescenziali come assolutamente neutri. E sottoponendo i giovani alle sperimentazioni. Il tutto mentre Papa Francesco ribadisce che «con i bambini e i giovani non si può sperimentare. Non sono cavie da laboratorio, gli orrori delle dittature li abbiamo visti nelle grandi dittature genocide del '900 e costringono i ragazzi a camminare sulla strada dittatoriale del pensiero unico».

Qui non ci sono esperimenti scientifici a fare da corollario a idee genocide, ma teorie che la Scienza non ha mai fatto sue sulla natura dell'uomo che a seconda del contesto può sentirsi maschio o femmina. La sperimentazione parte dalla rossa Emilia, che gode di un blocco ideologico forte che va dalla politica, attraverso la Regione, la quale sceglie i vertici e quindi le indicazioni sanitarie alle scuole complici e distratte.

Attualmente le Asl coinvolte nel progetto e che hanno adottato l'opuscolo sono tre: Forlì, Reggio Emilia e Bologna. Presto si aggiungerà Modena. Ma durante il corrente anno scolastico 2014-2015 a “godere” dell'educazione sessuale di “Viva l'amore” sono circa 800 studenti delle Medie. E a Reggio è stato sperimentato alla Media Leonardo da Vinci mentre lo scorso anno è stata la volta della Media Fermi, che però non ha rinnovato il progetto non essendo rimasta soddisfatta. Qualche genitore ha protestato perché la sessualità viene presentata come un qualcosa di cui approfittare. L’iniziativa era stata presentata come gratuita a differenza delle altre proposte. Per forza, è stata finanziata coi soldi della Regione. Ed è anche per questo che il vescovo di Reggio Emilia Massimo Camisasca ha benedetto la nascita in diocesi del primo Osservatorio sul gender a scuola, gestito dal Forumfamiglie e dall'Age per monitorare e denunciare il pericolo di indottrinamento delle masse giovanili.

Alcuni genitori hanno informato la Nuova BQ. I loro nomi non sono pubblicabili perché identificherebbero i figli minori, costringendo i ragazzi ad essere nel mirino di ritorsioni e vendette. Quindi ci facciamo carico noi di questa protesta, denunciando un sistema che, se la sperimentazione dovesse avere buoni frutti (chissà con quali criteri verrà effettuata la valutazione?), potrebbe diffondersi già dal prossimo anno a macchia d'olio. Con un ulteriore dispendio di soldi pubblici, cioè nostri.

L'opuscolo è stato tradotto da un'equipe di professionisti delle Asl dall'originale edito nei Paesi Bassi Soa Aids Nederland e Rutgers Wpf ed è promosso dalla Regione Emilia Romagna dove tra i banchi della Maggioranza siedono anche parecchi cattolici in quota Pd.

La sessualità? «Esprime l'aspetto fondamentale dell'essere umano e comprende il sesso, le identità, l'orientamento sessuale e i ruoli di genere. Viene sperimentata ed espressa in pensieri, fantasie, desideri, scelte, convinzioni, atteggiamenti, valori, pratiche e relazioni». Che cosa manca? Il protagonista del titolo, cioè l'amore. Che evidentemente non è funzionale.

La masturbazione? «È uno dei modi per conoscere il proprio corpo e provare piacere». Completamente assenti le ricadute psicologiche in termini di autostima per i ragazzi mentre la mano che illustra il capitolo fa capire che l'obiettivo è quello di presentare una sessualità sganciata dalla relazione, un ripiegamento fine a se stesso, per il piacere. Come la Nutella, che però non crea problemi di autostima.

E se rimani incinta? Nessun problema, c'è l'aborto, si legge a pagina 131 dove è evidente che la vera malattia da cui ci si deve difendere non è l'Hiv, ma la gravidanza. 

Molto, moltissimo spazio è dedicato ai contraccettivi. Si scopre che il vantaggio della pillola è la sua comodità, mentre l'unico svantaggio è che «potresti dimenticarti di prenderla tutti i giorni», ovviamente tralasciando le conseguenze sul corpo della donna per l'uso prolungato della pillola. Poi ci sono l'anello e il cerotto, che ha come vantaggio il fatto che ci devi pensare solo una volta alla settimana, ma ahimè ha come controindicazione il fatto che sia antiestetico dato che «può essere visibile». 

Tralasciamo le pagine in cui si spiega come si infila un preservativo. Giova solo ricordare che il saggio educatore prevede che esso però possa rompersi. E allora che si fa? «In questo caso si può ricorrere alla pillola del giorno dopo, cioè ad un contraccettivo d'emergenza».

Inutile aggiungere che la gran parte delle pagine è rivolta all'orientamento sessuale. Che cosa c'entra con la lotta all'Aids promessa nell'incipit? Non si sa, però è chiaro che il libello sa bene che cosa vuole far capire ai bambini, i quali a quell'età di solito fanno a gara per avere la figurina di Tevez doppia per poterla scambiare con dieci giocatori del Genoa. «Spesso ci vuole un po' di tempo per capire se si è attratti dai ragazzi o dalle ragazze o da entrambi». Già, giusto il tempo che serve perché qualcuno si presenti in classe con “Viva l'amore”. E ancora: «Si calcola che la popolazione non eterosessuale nel mondo sia compresa tra il 5 e il 10%. Non in tutti i Paesi si può esprimere o vivere apertamente l'omosessualità». Primo messaggio politico al futuro elettore. Quand'ecco che zac! «In Italia non è possibile né il matrimonio né l'adozione per le coppie omosessuali». Secondo messaggio occulto. Il bambino capirà, non appena avrà staccato dalla cameretta il poster di Cr7.

Emerge un essere umano in balia di sé, succube delle emozioni e in preda ai pensieri estemporanei sganciati dal dato biologico. Un uomo in formazione al quale viene detto che l'amore non è altro che un «provare un sentimento forte per una persona e desiderare di stare sempre con lei», ben sapendo che il modo più trendy per farlo è la bisessualità presentata come variante assolutamente neutrale. 

La vita che nasce da una gravidanza? Un problema da evitare. E se qualcosa va storto? Ma quali genitori! Cercate un operatore esperto di cui fidarsi. L'amore come incontro nella diversità tra uomo e donna che sprigiona un potenziale generativo? Vintagerie del passato. Adesso ci sono gli stereotipi di genere, spiegati magistralmente a pagina 27: «Rappresentazioni di come dovrebbero essere i maschi e le femmine. Cosa non può fare una donna? Cosa non può fare un uomo? Cosa fa meglio una donna e cosa fa meglio un uomo?». Tutto questo adesso va abbattuto. Perché non è vero che le ragazze sono più brave a scuola, ma non capiscono la matematica. Però è vero, e dimostrateci il contrario se ci riuscite, che in sala parto l'uomo è sempre quell'essere inutile, che il più delle volte mette agitazione e ansia. Salvo poi piangere come un pulcino appena la vita si presenta visibile all'appuntamento.

Benvenuti nella nuova era della rieducazione forzata garantita dal protocollo sanitario e pagata coi nostri soldi.

mercoledì 4 marzo 2015

Gender, omosessuali, omosessualismo: chiariamoci le idee, 3.3.2015, http://www.notizieprovita.it/

gender
Una gentile lettrice ci invia il seguente commento :

“Teoria del gender” è il nome che avete dato a un nemico immaginario. Usate il tipico “argomento dell’uomo di paglia”, ben noto in logica informale e in retorica: fornire una rappresentazione falsa e deformata delle idee dell’avversario per poterle confutare meglio. In nessuna scuola italiana, infatti, si tengono corsi dai contenuti istericamente descritti dalla madre nel video. La vostra è una strategia argomentativa disonesta, un po’ come quando si diceva che i comunisti mangiavano i bambini. Ma è una tecnica che vi si sta ritorcendo contro, perché la gente (almeno, la maggior parte) non è stupida e riconosce le manipolazioni. È inoltre riduttivo dire che il video ha fatto infuriare “il mondo LGBT”. Io non sono LGBT, e nemmeno la maggior parte delle persone che trovano questo video disonesto e grottesco.” (Lettera firmata)  


Ringraziamo questa signora perché ci dà l’opportunità di chiarire questi dubbi, convinti come siamo della sua buonafede.

Ebbene, l’origine della “teoria del genere” (gender) risale agli inizi del 1900, quando Magnus Hirschfeld, un medico berlinese, pubblica il libro “Die Trasvestiten” inaugurando la categoria del travestitismo, ipotizzando già di sostituire la “fittizia” divisione binaria dei sessi con un continuum cambiabile. La prima operazione di cambiamento di sesso venne svolta proprio sotto gli occhi di Hirschfeld .

Si trattava di un pittore olandese trasformato in donna (da Einar Mogens Wegener a Elbe) dopo cinque operazioni in 2 anni. Il quinto intervento si concluse con una crisi di rigetto e la morte del paziente. D’altronde sappiamo, da fonti transessualiste, che i suicidi delle persone che cambiano sesso arriva al 50%.

Nel 1949 Simone de Beauvoir scrive “Donna non si nasce ma si diventa”, nel “Deuxième sexe”, dove afferma che il genere viene costruito socialmente dalla cultura, a prescindere dal dato sessuale.

Nel 1953 Harry Benjamin pubblica “Transvestitism and Transsexualism”, inaugurando quella che sarebbe diventata una nuova categoria clinica. Infatti, il transessualismo è definito come disturbo dell’ identità di genere (Gender Identity Disorder), dall’ultima revisione del DSM V (dell’American Psychology Association). Negli stessi anni, l’entomologo, Alfred Kinsey, considerato il padre della sessuologia moderna, pubblica due libri sul comportamento sessuale dell’uomo e della donna, teorizzando che ogni orientamento sessuale (non solo la trans e omosessualità ma anche la pedofilia e la zoofilia) non fosse perversione ma variante normale della sessualità umana e creando “I generi Kinsey” (Lesbian, Gay, Bisexual e Transgender). Al riguardo, consigliamo a tutti la lettura del testo di Mario Mieli, primo ideologo omosessualista italiano, “Elementi di critica omosessuale”. 

Ora continuiamo la storia della “teoria del gender”: un discepolo di Kinsey, l’endocrinologo John Money, tristemente noto per la storia di Bruce/Brenda/David Reimer, suicidatosi come il fratello gemello Brian, fondò nel 1965 la Gender Identity Clinic nel John Hopkins Hospital. Il suo libro “Uomo, donna, ragazzo e ragazza” diventa testo universitario sebbene in seguito la sua teoria si sia rivelata scientificamente errata e la clinica venne chiusa anche perché Money falsifica i rapporti sul successo delle sue operazioni.  Blu-Dental

Poco dopo lo psichiatra e psicoanalista Robert Stoller nel suo “Sex and gender – the development of Mascunility and Feminility” (1968) teorizza la differenza fra sesso e genere e nasce così il concetto d’identità di genere.

Nel 1972, Ann Oakley pubblica “Sex, Gender and Society” che rappresenta la ripresa della teoria Gender da parte del femminismo americano e, poco a poco, i ”Women Studies” diventano “Gender Studies” nelle università.

Nel 1986, la leader femminista Joan W. Scott scrive in “Le genre : une categorie utile de l’analyse historique” che il genere “è un elemento costitutivo delle relazioni sociali basate sulle differenze percepite tra i sessi”.

Nel 1990 un’altra leader femminista Judith Butler scrive “Gender Trouble” dove inaugura un nuovo pensiero : il queer, un “paradigma” dove l’individuo può autorappresentarsi attraverso una serie di maschere e artifici, a volte lesbica, altre volte drag, altre transgender, ecc,.. Insomma, il genere  è performativo e precede il sesso.

Vi sono numerosi altri testi che andrebbero letti per rendersi conto che l’attuale  rivoluzione del gender è la più radicale, la più pericolosa rivoluzione antropologica che il mondo abbia mai visto. Consigliamo la lettura di Alice Domurat Dreger “Hermaphrodites and the medical invention of sex” (1998); i principi di Joyakarta riguardo all’identità di genere;  gli scritti di Donna Haraway secondo cui oggi – per la prima volta nell’umanità – la tecnologia può consentire agli esseri umani di prescindere dal proprio corpo e molti altri testi.

Spero quindi che la signora che ci ha scritto si renda conto che l’ideologia del gender non l’abbiamo esattamente inventata noi.

Riguardo all’affermazione che “In nessuna scuola italiana, infatti, si tengono corsi dai contenuti istericamente descritti dalla madre nel video” , ricordiamo chel’ideologia del genere è entrata in numerosissimi asili nido e scuole a nel Lazio, in Piemonte, Lombardia, Veneto, Umbria, Emilia Romagna ed altre regioni ed è sufficiente fare una breve ricerca sul web. Le denunce dei genitori fioccano. Comunque stiamo preparando una lista dei casi principali per una prossima pubblicazione. Tutte queste iniziative pro-LGBT e pro-gender sono attuate con milioni di Euro dei contribuenti dalle autorità comunali, provinciali e regionali della rete RE.A.DY, ed altri Comuni indipendenti dalla stessa come Brescia e Siena.  Solo a titolo di esempio: i 425.000 EURO del MIUR e i 120.000 EURO erogati da Zingaretti, presidente della regione Lazio.

Margherita ha due mamme_fiaba_gay_gender_Roma
E i libretti della casa editrice “Stampatello” dove si dice insegna che è bello, è normale, comprare un figlio dopo aver affittato un utero di una schiava? (Il che tra l’altro è ancora reato, in Italia). O che mentiscono sapendo di mentire quando dicono che due mamme (o due papà) hanno “messo al mondo” il bambino? (ancora, nonostante tanti “progressi”, per fare un bambino ci vuole 1 ovulo e 1 spermatozoo). E’ giusto insegnare falsità fin dagli asili?

Tutte le suddette iniziative non sono ancora direttive del Governo, ma se passa il disegno di legge Fedeli che vuole erogare 200 milioni di EURO per introdurre “l’educazione al genere” nelle scuole e nelle università, diverranno obbligatorie ed è proprio per questo che abbiamo pubblicato il nostro video per avvertire gli Italiani di cosa ci riserva il futuro se non blocchiamo questa tragica e dannosa ideologia.

Inoltre ci permettiamo di chiedere se sia giusto che si spendano milioni di EURO per propagare l’ ideologia del gender nelle scuole mentre le stesse cadono a pezzi ed i nostri figli devono spesso portarsi la carta igienica da casa.

Un’ ultima osservazione: come mai i grandi media e la maggior parte dei politici sostengono questa teoria del gender e l’ideologia omosessualista ad essa contigua? L’unica risposta logica che possiamo offrire è che dietro all’ideologia del gender ed alla sessualizzazione precoce dei nostri bambini vi sono gli interessi finanziari enormi delle industrie interessate a veri e propri business (fecondazione artificiale, condom, uteri in affitto, cambiamento di sesso, aborto). Miliardi di profitti, spesso prodotti con soldi dei contribuenti e mediante cliniche private, e fatti letteralmente sulla pelle ed il sangue di milioni di uomini, donne e bambini!  Si tratta solo di business e consumismo.

Oggi, infatti, tutti noi, omosessuali o eterosessuali, siamo soggetti al marketing delle multinazionali e dei grandi brand che continuamente creano – attraverso la pubblicità – dei bisogni non necessari. Non mi stupisce che lei non sia omosessuale: non tutti gli omosessuali sono omosessualisti e non tutti gli omosessualisti sono omosessuali. Anzi. E sono una netta minoranza le persone LGBT che “pensano” di “volere figli” e sono vittime di questa propaganda consumistica.

La maggior parte degli omosessuali concorda con noi che un figlio ha diritto ad avere un padre ed una madre.

Lei non ci crederà. Ma noi non siamo affatto omofobi, se per omofobia si intendesse letteralmente “odio (o paura) per gli omosessuali”. Non abbiamo proprio niente contro le persone LGBT.  Il guaio è che oggi sono considerati omofobi tutti quelli che cercano di tutelare e difendere gli interessi e i diritti dei bambini. E sicuramente, questa nostra gentile lettrice li ha a cuore quanto noi.

Antonio Brandi

mercoledì 26 novembre 2014

Dirigenti scolastici a scuola di omosessualismo di Riccardo Cascioli, 25-11-2014, http://www.lanuovabq.it

Dirigenti scolastici di tutta Italia convocati a Roma il 26 e 27 novembre. Scopo: una full immersion per imparare la “dottrina gender” e riproporla in tutte le scuole d’Italia. Così la dittatura omosessualista avanza a tappe forzate per conquistare la scuola e le nuove generazioni, in attuazione di quella “Strategia nazionale 2013-2015 per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere”, che fu adottata dal governo Monti nell’aprile 2013 (decreto del ministro Fornero, sotto la cui direzione agiva il Dipartimento per le Pari Opportunità).

Il corso di formazione – ma sarebbe più corretto dire “di rieducazione” – è organizzato dal MIUR (Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca) e dall’UNAR (l’Ufficio Nazionale Anti-discriminazioni Razziali ormai votatosi alla diffusione dell’ideologia di genere) con la collaborazione del Servizio LGBT di Torino e della Rete RE.A.DY (clicca qui), ovvero la Rete nazionale delle Pubbliche Amministrazioni impegnate nella promozione dell’ideologia omosessualista.

È la più clamorosa smentita alla pretesa - espressa in una lettera al nostro giornale - del sottosegretario all’Istruzione Gabriele Toccafondi di scaricare la responsabilità di certi programmi “educativi” lontano dal proprio ministero. Ma è anche la dimostrazione della inattendibilità delle promesse del ministro Stefania Giannini che in un question time alla Camera lo scorso 5 giugno – secondo quanto riportato da Avvenire - aveva affermato: «Mai più gender nelle scuole». Erano i giorni dello scandalo al Liceo Giulio Cesare di Roma e del Liceo Muratori di Modena, il ministro Giannini aveva assicurato che «sarà evitato il ripetersi di tali eventi», di cui aveva attribuito la responsabilità proprio a quella “Strategia nazionale eccetera…”, che oggi viene riproposta come fonte di questi corsi di formazione che hanno come obiettivo tutte le scuole di ogni ordine e grado.

Sui contenuti dei corsi non c’è alcun dubbio: sono divisi in cinque sezioni: la prima è curata dal Servizio LGBT di Torino (Torino è la città che funge da segreteria nazionale del RE.A.DY) e consiste nell’illustrazione della posizione dell’Italia quanto al riconoscimento dei diritti e delle politiche LGBT rispetto all’Europa (possiamo immaginare che dovremo muoverci rapidamente per metterci al passo con gli altri paesi). A seguire la presentazione dell’indagine ISTAT su “La popolazione omosessuale nella società italiana”, finanziata dal Dipartimento per le pari opportunità (ovviamente con i soldi delle nostre tasse). Si passa poi a una lezione su “Lessico e stereotipi”, vale a dire l’imposizione di un linguaggio gay-friendly così che già dalla scuola materna – tanto per fare un esempio - si dovrà insegnare che non c’è una sola famiglia, ma tante famiglie diverse (forse che la diversità non è una ricchezza?). E guai al bambino che dirà “papà” e “mamma” e a chi oserà ripetere quella terribile affermazione sentita in casa “Di mamma ce n’è una sola”. E poi ancora un focus sul ruolo del MIUR e degli Uffici scolastici regionali in questa bella campagna di rieducazione nelle scuole, con «strumenti di governance per l’inclusione delle tematiche LGBT nel mondo della scuola» e presentazione della campagna “Tante diversità uguali diritti”. Né potrebbe ovviamente mancare l’affronto del «fenomeno del bullismo omofobico e transfobico a scuola», tanto più che sono già pronte le linee guida in materia, come abbiamo scritto alcuni giorni fa.

Ma non è finita, perché altre due ore di lavoro saranno dedicate alla presentazione di “buone pratiche” realizzate con alcune associazioni LGBT in ambito educativo e scolastico, cui seguiranno tre workshop.

Per chi va a scuola dunque non pare esserci scampo, il processo di trasformazione delle scuole in “campi di rieducazione” – espressione ripresa da papa Francesco – è ormai ben avviato. Fatta salva la possibilità di interventi politici che blocchino questa deriva, ai genitori che vogliono ancora esercitare il proprio diritto/dovere di educazione dei figli non resta che cercare tutele giuridiche per sottrarre i propri figli a lezioni non volute. Qui vi linkiamo due modelli di lettere – preparate dai Giuristi per la Vita, li trovate in fondo all'articolo - per chiedere per i propri figli l’esonero da eventuali lezioni “speciali” in questa settimana dedicata alla lotta contro la violenza e la discriminazione, ma anche nel corso dell’anno.

Resta un’ultima breve considerazione: si avvicina rapidamente il momento in cui saranno le scuole paritarie a entrare nel mirino. Si vincolerà l’eventuale contributo statale o comunale all’adozione o alla produzione di programmi che veicolano l’ideologia di genere. E molte scuole cattoliche si troveranno allora davanti all’alternativa: chiudere o adottare programmi “inclusivi” che contraddicono apertamente il Magistero della Chiesa. Forse bisognerebbe cominciare a pensarci.

martedì 4 novembre 2014

«Gay malati? Non l'ho mai detto né pensato» Parla la prof di religione finita nella bufera, di Gianfranco Amato, 04-11-2014, http://www.lanuovabq.it/

Itis Moncalieri«Ho solo risposto a una domanda. Non sono omofoba e non ho fatto nessuna lezione sulla cura degli omosessuali». Adele Caramico, la professoressa di religione di Moncalieri finita nella bufera per le frasi sulle terapie per guarire dall'omosessualità (clicca qui), non ci sta a passare per quello che non è. La lezione di venerdì scorso doveva trattare altri temi e non la sfera della sessualità.

Che è successo professoressa?
Avevo appena chiesto agli alunni di fare alcune riflessioni scritte su come le problematiche bioetiche possano influenzare la nostra società quando un ragazzo mi ha posto una domanda sull’omosessualità. Non era inerente alla lezione la domanda, ma ho ritenuto opportuno rispondere vista l’insistenza con cui mi veniva chiesto un giudizio in materia.

Cos'ha risposto quindi?
Ho ripetuto più volte che ho amici gay e che con loro ho un tranquillo e profondo rapporto di amicizia che dura da anni. Ho sottolineato che la persona umana, indipendentemente da come essa sia, va rispettata sempre e si è innescata con quell’alunno una discussione sull’argomento. 

Ha detto che i gay si possono curare?
Quando mi hanno fatto una domanda specifica ho spiegato che le persone omosessuali che vivono con sofferenza la loro condizione e desiderano cambiare – solo queste, e non altre categorie di persone omosessuali soddisfatte del loro orientamento – talora si rivolgono a terapisti che, con un accompagnamento insieme psicologico e spirituale, possono venire incontro al loro desiderio. Ma solo queste, e non altre categorie di persone omosessuali soddisfatte del loro orientamento.

Sono teorie molto controverse. Era opportuno parlarne in classe?
Conosco la letteratura in materia e so bene che si tratta di teorie controverse e non da tutti accettate né nella comunità scientifica né nel mondo cattolico. Mi sono anche premurata di sottolineare, più volte, che in ogni caso l’omosessualità non è una malattia o una patologia.

Perché parlare di teorie riparative?
Mi sono limitata a segnalare la loro esistenza. E per completezza ho raccontato loro che in merito al problema molto dibattuto dell’origine dell’omosessualità ci sono due teorie, una che la vede come un dato naturale, l’altra che la riconduce a problemi e traumi subiti di solito durante l’infanzia. C'è chi dice che le due teorie spieghino l’esistenza di due diverse categorie di omosessuali, di cui la prima vive l’omosessualità così com’è è in modo naturale, mentre la seconda la vive con disagio.

Cosa ha detto a quest’ultimo riguardo?
Ho ritenuto corretto raccontare la vicenda realmente accaduta di un giovane medico che aveva superato, attraverso un adeguato percorso psicologico, il disagio che provava per le persone del sesso opposto.

Quanti la ascoltavano?
Sinceramente non mi è sembrato che gli studenti seguissero con molta attenzione. Non era un dibattito con tutta la classe, ma più un dialogo fra me e un solo allievo.

Quale?
Quello che aveva innescato la discussione con la domanda e quello stesso alunno mi ha rivelato di essere omosessuale e mi ha chiesto cosa vedessi di sbagliato in lui.

È sicura non fosse un altro?
Si, e gli ho risposto che per me lui è come tutti quanti gli altri. Non sapevo nulla della sua omosessualità. Ho anche fatto una battuta, quando lui è sembrato sorpreso del fatto che io non lo sapessi, dicendogli scherzosamente: “Mica chi è omosessuale lo porta scritto con un timbro sulla fronte!”.

Si è sentita provocata?
Quando mi ha chiesto se rispetterei pure Hitler si, ma gli ho chiesto se si fosse mai sentito trattato in in maniera diversa da me e lui ha risposto di no.

Quali sono le sue posizioni su questi temi?
Io aderisco pienamente al Magistero della Chiesa Cattolica, che ci invita ad accogliere le persone omosessuali con «rispetto, compassione e delicatezza».

Quindi è d'accordo con le posizioni del Papa e con quanto espresso nell'ultimo Sinodo?Certo, Papa Francesco ci chiede di non giudicare le persone in quanto tali, ma la dottrina distingue in modo molto accurato fra le persone, che non vanno giudicate, e i comportamenti, che per evitare forme di relativismo etico possono e devono essere oggetto di un giudizio morale.

Qualcosa l'ha irritata di questa discussione?
Un altro studente ha detto “il Papa ha benedetto le nozze gay” e gli ho risposto di non mettere in bocca al Papa cose che lui non ha mai detto.

Lei odia gli omosessuali?
No. L'ho detto a loro e lo dico ora: gli omosessuali non vanno giudicati, ma vanno accolti così come sono. Ho anche detto che anche nella Chiesa ci sono persone omosessuali e che vengono trattate come tutte le altre, senza alcuna discriminazione.

Rifarebbe questa discussione con gli studenti?
Non vedo perché non dovrei. Anche se sono sempre più convinta, e i fatti me ne danno ragione, che affrontare questa delicata tematica è come attraversare un campo minato. Non c’è un clima sereno. E’ sempre in agguato il rischio di essere fraintesi e la mala fede di chi strumentalizza e manipola le parole per fini ideologici. Quando si parla di clima da “caccia alle streghe” non si dice una cosa molto lontana dalla realtà.

lunedì 3 novembre 2014

I veri discriminati siamo noi, ex gay di Luca Di Tolve*, 03-11-2014, http://www.lanuovabq.it/


Quanto accaduto a Moncalieri è l’ennesima dimostrazione del carattere menzognero e illiberale dei gruppi organizzati Lgbt. L’insegnante di religione finita nella gogna mediatica non ha solo espresso un’opinione ma ha anche fatto riferimento a fatti concreti, scientifici, relativi all’omosessualità.

Ex gayIntanto va affermato con chiarezza che l’insegnante ha tutto il diritto di esprimere la propria opinione anche riguardo all’omosessualità: è un diritto sancito dalla Costituzione e non ci sono giustificazioni per chi vuole far tacere delle opinioni. Questo purtroppo è ormai un tratto caratteristico delle organizzazioni Lgbt, ci provano in continuazione e per fare questo mentono riguardo alla legge e riguardo alla scienza, usando anche un linguaggio volutamente tendenzioso per demonizzare chi la pensa diversamente.

L’insegnante di Moncalieri, ad esempio, ha parlato di problema psicologico, ma è stata accusata di parlare di “cure”, facendo intendere che considera l’omosessualità una malattia. È la solita mistificazione: quando si parla di disturbo, o disagio psicologico non parliamo di una malattia da curare ma di un disagio che richiede un lavoro interiore.

E pensare che sono loro stessi che sostengono la terapia affermativa, ovvero il supporto psicologico che porta all’accettazione dell’omosessualità. È segno che allora il disagio esiste, che un problema psicologico c’è. 

Del resto è la stessa Organizzazione Mondiale della Sanità ad affermarlo: nel Manuale diagnostico ICD10, l’omosessualità egodistonica è definita come un disturbo psicologico (catalogato come F66) per cui «l’individuo desidererebbe che (la preferenza sessuale) fosse diversa a causa di disordini psicologici e del comportamento associati, e può cercare un trattamento per cambiarla».

Dunque, è l’Organizzazione Mondiale della Sanità a dirlo, non la Chiesa cattolica: coloro che pur avendo una tendenza omosessuale vogliono esplorare altre modalità, perché – come è accaduto a me – si trovano a disagio nella loro condizione, devono avere questa possibilità. E invece si vuole negare alle persone che lo desiderano la possibilità di intraprendere un percorso psicologico diverso, che le porti a riscoprire l’eterosessualità. 

Così se qualcuno a un certo punto della sua vita “scopre” la propria omosessualità diventa una celebrità, un eroe popolare (il caso di Alessandro Cecchi Paone è solo un esempio); se invece, come è accaduto al sottoscritto, si vuole fare il percorso inverso allora vieni bollato come un pericoloso omofobo.

Per imporre questa teoria mentono sulla realtà e sulla scienza. La realtà è che ormai sono tantissimi i casi di ex omosessuali che hanno recuperato la loro identità eterosessuale, si sono sposati, vivono relazioni stabili e hanno figli. Negli Stati Uniti c’è una casistica che va indietro almeno trent’anni. E sempre negli Stati Uniti c’è una comunità, “People can change” (Le persone possono cambiare), con un sito internet che raccoglie tantissime testimonianze di ex omosessuali. E anche in Italia nella nostra associazione, che ha appena sei anni, ci sono almeno una quindicina di persone che già si sono sposate ed hanno figli. Quest’anno abbiamo anche fatto una festa della famiglia, per testimoniare la bellezza di questo cammino che viviamo. Non sono forse dati scientifici questi? Non sono dati inoppugnabili? Non siamo forse persone che vivono un reale cambiamento? Eppure ci negano il diritto di esistere.

La cosa scioccante è che questi personaggi continuano a mentire, e media e autorità istituzionali chiamano il presidente dell’Arcigay come se spettasse a lui decidere cosa deve entrare nella scuola e cosa deve rimanere fuori. È un’assurdità.

E poi continuano a ripetere un’altra menzogna: che la terapia riparativa in Italia non si può fare. Non è vero, si può fare benissimo. Lo dicono solo per spaventare la gente e intimidire quanti lo desiderassero. C’è un codice deontologico che fissa le modalità. Non è lo psicologo che decide, è la persona che va dallo psicologo e dice che prova un disagio. Prima si guarda il disagio poi la persona decide quale percorso vuole fare. Se io non sono felice come omosessuale, come dice l’Organizzazione Mondiale della sanità, ho il diritto di avere tutti gli strumenti per fare il percorso psicologico che desidero.

*Fondatore Associazione Gruppo Lot Regina della Pace

mercoledì 29 ottobre 2014

Francia, qui la pedofilia è finanziata dallo Stato di Tommaso Scandroglio, 29-10-2014, www.lanuovabq.it

Il manifesto della mostra
Premi un pedale ed un pene diventerà eretto. Premilo ancora ed eiaculerà. Non si tratta di un gadget di un pornoshop bensì di uno “strumento interattivo educativo” per bambini, uno dei tanti presenti alla mostra “Zizi sexuel” che si tiene presso i padiglioni del Museo della Scienza e dell'Industria di Parigi. La parola francese “zizi” potrebbe essere da noi tradotta come “pisellino”. La mostra è rivolta ai bambini tra i 9 e 14 anni e vuole introdurre queste anime candide alla scoperta del sesso. Come se questi bambini una volta diventati ragazzini non diventeranno dei veri e propri sommozzatori nel mare magnum del sesso.

Dunque, oltre al manichino che si eccita se il bimbo pigia un pedale – e così gli imberbi penseranno che schiacciarsi un piede sia la cosa più eccitante che esista – vi sono altre curiosità pedopornografiche. C'è una campana con moltissimi profilattici colorati e ben gonfiati, una sagoma di una donna nuda senza testa dove le bambine possono metterci la loro di testa per provare l’”ebbrezza” di mostrarsi nude davanti a tutti, un letto dove i bambini guardano scene di sesso. In una stanza poi c’è la possibilità di ascoltare la descrizione di cosa sia la masturbazione o l’omosessualità. In questa stanza è vietato l’ingresso degli adulti, perché l’innocente non sa difendersi, ma papà e mamma invece monterebbero su tutte le furie se sapessero cosa passa in quelle cuffie e dunque è bene tenerli a distanza.

Vi è poi un libretto fornito a tutti i piccoli visitatori in cui accanto a scene di sesso esplicito ci sono anche scene violente. Per gli insegnanti più puritani esiste invece un vademecum sulla mostra e al fine di preservarli dallo scandalo vi sono contenute affermazioni rassicuranti come «la pornografia non recherà disturbo in merito alle condotte della futura vita sessuale dei bambini».

Il ministero dell’Educazione ha patrocinato l’iniziativa finanziandola e si è premurato di invitare migliaia di classi a questa mostra, o “mostro”, spesso all’insaputa dei genitori. All’ombra della Torre Eiffel la pedofilia è affare di Stato. Naturalmente chi ha organizzato l’evento non trova nulla da ridire sui messaggi espliciti e pornografici a cui sono esposte le verdissime coscienze del giovane pubblico. «La mostra cerca di veicolare i valori essenziali e universali: l'amore, l'amicizia, il consenso e l'uguaglianza tra l'uomo e la donna. Cerca di rispondere alle domande tipiche dei più piccoli, come nascono i bambini, che cosa è l'amore», ha spiegato la curatrice della mostra, Maud Gouy. «Penso che sia importante», ha continuato la Gouy, «che l'esposizione parli di omosessualità e che spieghi che gli insulti sessisti sono un reato. É una parte importante dell'educazione civica e alla sessualità. Chi viene alla mostra non troverà nulla di scioccante». E a proposito di reati, l’associazione Sos Education ha lanciato una petizione contro questa esposizione, anzi: esibizione. Petizione che ha raccolto sin ora 35mila firme.

Stessa aria di violenza psico-sessuale a danno dei minori la respiriamo a Trondheim, in Norvegia. Presso l’istituto Breidablkk, ai bambini di prima elementare è stato chiesto di scrivere sotto l’immagine di un elefante quale animale vedessero. Peccato che – e ci scuseranno i lettori per tanta crudezza di descrizione - l’elefante con la propria proboscide stia aspirando sperma dal pene eretto di un uomo nudo appoggiato a un albero di mele. Il compito era da fare a casa e a casa non pochi genitori sono saltati sulla loro sedia Ikea (che è svedese ma poco importa). Norvegesi liberal e disinibiti sì, ma fino ad un certo punto. Henri Merge, l’autrice del disegno, ovviamente ha detto che non ne sapeva nulla, che questo bozzetto come tanti altri è in rete e dunque a disposizione di tutti. Proprio tutti, tanto che il ministro della Cultura realizzò tempo fa anche una mostra con questi disegni.

Morale della favola. I mostri esistono e stanno presso i ministeri dell’Educazione e nelle scuole. Pare banale sottolinearlo, ma queste due vicende a tinte foschissime stanno a dimostrare che una lobby pedofila esiste, eccome, ed opera ormai alla luce del sole ed ad altissimi livelli. Dietro al pretesto di fare educazione sessuale ai bambini – intento già da censurare per mille motivi – si cela il vero intento: corrompere i bambini, abituarli alla sessualità precoce, renderli disinibiti e quindi ridurli a prede sessuali per gli adulti. A furia di maneggiare peni finti, vedere scene di sesso anche omosessuale, toccare ed essere toccati, guardare ed essere guardati, maschietti e femminucce saranno stati cucinati a dovere, pronti per essere divorati dai pedofili di Stato.

martedì 22 luglio 2014

Comunicato stampa - Giuristi per la Vita e Associazione Pro Vita Onlus, 22 luglio 2014

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COMUNICATO STAMPA

I Giuristi per la Vita e l’associazione Pro Vita Onlus esprimono la propria posizione a riguardo dell’incresciosa vicenda che ha coinvolto l’Istituto Sacro Cuore di Trento.

Com’è noto, infatti, una virulenta campagna mediatica diffamatoria – ormai giunta a livello nazionale – ha insinuato che i responsabili della scuola paritaria trentina avessero licenziato una giovane insegnante a causa del suo orientamento sessuale.

La FLC CGIL di Trento ha parlato di «ennesimo episodio di discriminazione e di violazione della dignità delle persone in Istituti paritari che colpisce tutto il mondo della scuola», chiedendo la «revoca del licenziamento e il ripristino dei diritti civili e sociali», e minacciando non solo «iniziative legali» ma anche «la richiesta di revocare i finanziamenti pubblici». Il Ministro dell’Istruzione in un comunicato ufficiale diramato il 20 luglio scorso ha dichiarato che interverrà sulla vicenda dell’Istituto del Sacro Cuore di Trento «con la dovuta severità».

I “Comitati per l’altra Europa con Tsipras” hanno formalmente chiesto al presidente della Provincia, Ugo Rossi, che ha delega all’istruzione, «un intervento di pubbliche scuse alla docente discriminata», e insieme al partito “Sinistra Ecologia e Libertà”, hanno colto l’occasione per invocare un’accelerazione dell’iter parlamentare del disegno di legge Scalfarotto contro l’omofobia, e l’introduzione della propaganda gender nelle scuole. Tutto ciò, mentre le associazioni omosessualiste Arcilesbica, Agedo, Equality Italia e Famiglie Arcobaleno continuano un intollerabile e vergognoso linciaggio morale nei confronti del responsabile dell’istituto, Madre Eugenia Libratore.

L’inutile polemica si potrebbe tranquillamente chiudere precisando che nel caso in questione non si è trattato di alcun licenziamento, in quanto il contratto a tempo determinato con l’insegnante è cessato in data 30 giugno 2014, contratto nel quale, peraltro, la stessa docente aveva dichiarato di «essere consapevole dell’indirizzo educativo e del carattere cattolico dell’istituzione e di collaborare alla realizzazione di detto indirizzo educativo». 

I Giuristi per la Vita, Pro Vita Onlus e il Coordinamento delle Famiglie Trentine colgono l’occasione per evidenziare:
Il diritto, sancito in una nota sentenza della Corte Costituzionale (29 dicembre 1972, n. 195), e ribadito nel 2011 da una pronuncia della Corte europea dei Diritti dell’uomo, di una struttura scolastica paritaria a «scegliere i propri docenti in base a una valutazione della loro personalità», e di «recedere dal rapporto di lavoro ove gli indirizzi religiosi o ideologici del docente siano divenuti contrastanti con quelli che caratterizzano la scuola»;
il principio sancito dall’art. 26, terzo comma, della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, il quale testualmente prevede che «i genitori hanno diritto di priorità nella scelta di istruzione da impartire ai loro figli»;

l’evidente strumentalità della risibile richiesta avanzata dal segretario generale della FLC CGIL, Mimmo Pantaleo, di revoca del contributo pubblico erogato dalla Provincia di Trento all’Istituto Sacro Cuore, in quanto tale contributo, essenziale per la stessa sopravvivenza dell’Istituto, non può far venir meno i summenzionati principi di autonomia, né determinare un’indebita ingerenza della pubblica amministrazione nella gestione della scuola, o un’imposizione di scelte incompatibili con l’ispirazione religiosa che connota l’Istituto medesimo. 

I Giuristi per la Vita e Pro Vita Onlus esprimono la propria sincera e piena solidarietà a Madre Eugenia Libratore e a tutto l’Istituto Sacro Cuore di Trento, auspicando che il Ministro Giannini sappia valutare questo caso in modo imparziale, senza lasciarsi trasportare da indebite pressioni ideologiche, e chiedono al Presidente della Provincia di Trento, Ugo Rossi, di denunciare senza indugi i metodi intimidatori, diffamatori, e intolleranti di tutti coloro che tentano operazioni di bassa speculazione demagogica, travisando i fatti di questa vicenda in maniera vergognosamente strumentale.

GIURISTI PER LA VITA                                         PRO VITA ONLUS
     Il Presidente                                                               Il Presidente
(avv. Gianfranco Amato)                                             (Antonio Brandi)

martedì 22 aprile 2014

Lafforgue: «Educazione repubblicana perversa e totalitaria: vuole trasformare l’uomo. Meglio fondare scuole libere, come ho fatto io», 22 aprile 2014, Leone Grotti, www.tempi.it

Intervista al grande matematico e premio Fields francese sul declino di un sistema di istruzione ormai devastato da una laicità dogmatica
«La scuola in Francia è stata oggettivamente snaturata e ora è in piena crisi. Il governo Hollande l’ha usata in modo totalitario per trasformare a suo piacimento non solo la società ma l’uomo stesso e il risultato è sotto gli occhi di tutti». Laurent Lafforgue, 47 anni, allievo della Scuola normale superiore, ente costituito per creare la classe dirigente francese, vincitore nel 2002 della medaglia Fields, l’equivalente del Nobel per i matematici, docente permanente presso il prestigioso Istituto degli alti studi scientifici, è una delle teste più fini e brillanti di tutta la République. Eccellente matematico, non è certo un neofita in tema di educazione. Nel 2005 l’allora presidente della Repubblica Jacques Chirac lo ha nominato membro dell’Alto consiglio dell’educazione per riformare la scuola, ruolo da cui si è dimesso dopo appena dieci giorni in forte polemica con gli “esperti” del ministero.
Laurent LafforgueLafforgue è in Italia per tenere un corso di matematica all’università degli Studi di Milano e l’abbiamo raggiunto a margine di un incontro al liceo Don Gnocchi di Carate Brianza, dove il professore ha parlato davanti a un centinaio di studenti della sua esperienza di matematico. Agli studenti si è presentato così: «Non ho mai deciso di fare il matematico, da giovane preferivo letteratura e filosofia. Dopo il liceo ho intrapreso gli studi scientifici solo perché la matematica mi riusciva in modo naturale e mi richiedeva meno sforzo. Sono le circostanze della vita ad avermi portato al mio lavoro, è una cosa che mi è stata donata e oggi sono felice di essere quello che sono. Studiare matematica è interessante perché è un aspetto della verità, è una grande avventura umana cominciata da grandi uomini oltre duemila anni fa e che altri porteranno avanti dopo di me».
Professor Lafforgue, lei dice che la scuola in Francia è stata «oggettivamente» snaturata; agli studenti parla di «verità» e di «dono»: ma tutti questi argomenti non sono più in voga da un pezzo, ormai.
Questo fa parte del problema della scuola. Come matematici, qualunque siano le nostre convinzioni filosofiche o religiose, noi facciamo l’esperienza dell’oggettività. È semplice: noi vediamo che quando una cosa è dimostrata, vale per sempre. In matematica, al contrario di altre scienze, non si arriva alla conoscenza attraverso delle rivoluzioni: se una cosa è stata scoperta come vera duemila anni fa, non c’è modo di metterla in discussione oggi. Certo, l’approfondimento è continuo, l’arricchimento costante, ma i risultati ottenuti dai nostri predecessori sono ancora veri e lo saranno sempre. Noi abbiamo fiducia nella verità.

Voi sì, ma la cultura europea no. Al contrario, è sempre più relativista e la scuola sembra destinata ad andare di pari passo.

La società è relativista ma la scuola non è obbligata a seguire la società, perché è un luogo particolare dove si crescono i giovani. E i giovani stessi non sono il prodotto della società, sono spiriti liberi e non manipolabili. Ma gli studenti hanno fiducia negli adulti e questo è il problema della scuola.

La fiducia?
No, gli adulti. Oggi i professori, i rappresentanti del sapere, gli intellettuali, nutrono profondi dubbi sul valore di quello che insegnano e della verità. Mi sembra chiaro che se non c’è la verità, allora non c’è più niente da insegnare. E senza insegnamento, non c’è scuola.

Perché?
Perché l’obiettivo della scuola è la trasmissione della conoscenza. Questa è la sua ragion d’essere, anche se per rispondere a questa missione sono necessarie delle condizioni: bisogna rispettare una certa disciplina collettiva, bisogna imparare a essere attenti, a lavorare, a rispettarsi con gli altri, ad ascoltare, a essere pazienti, ad aiutarsi. Questi non sono i principali obiettivi della scuola, ma sono cose che si apprendono in modo collaterale e fanno parte dell’educazione.
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Questo non è quello che pensa l’ex ministro dell’Educazione nazionale di Hollande, Vincent Peillon, appena sostituito nel rimpasto di governo. A gennaio 2013 ha scritto a tutti i presidi: «Il governo si è impegnato a lavorare sui giovani per cambiare la loro mentalità». E ancora: «Bisogna strappare il bambino da tutti i suoi legami pre-repubblicani per insegnargli a diventare un cittadino. È come una nuova nascita».
Questo pensiero è totalitario. Secondo Peillon la scuola è il luogo dove finalmente si può trasformare non solo la società ma l’uomo stesso. Ma così si snatura la scuola e la si rovina in modo irreparabile. Da tempo in Francia si è cercato di fare della scuola prima di tutto un luogo di socializzazione, dove i giovani possano imparare a vivere in società: questo è stato considerato più importante dell’insegnamento. Quindi fior fiori di teorici hanno scritto che il primo obiettivo della scuola deve essere quello di creare le condizioni della pace nella società, che oggi torna a essere minacciata dalla guerra di tutti contro tutti. E tutti ne paghiamo le conseguenze.

Quali conseguenze?
La nuova scuola voluta per realizzare la pace è estremamente conflittuale. C’è tantissima violenza tra i giovani, che sono gli uni contro gli altri, per non parlare di quella subita dai professori, spesso vittime di violenze fisiche da parte degli alunni. Abbiamo voluto una scuola della pace, e non più del sapere, e il risultato è una scuola dove non c’è più la pace e non si impara.

Perché questo risultato?
Perché quanto più si forza una cosa ad andare contro natura tanto più questa diventerà perversa. Non si può trasformare la realtà in modo arbitrario. Peillon pensa che non esista la realtà, che possiamo modificarla a piacimento. Ma questo non è vero.

Le famiglie come la pensano?
Molti genitori sono inquieti ma la maggior parte di loro non è cosciente dello stato di distruzione della scuola oggi. Io noto due fenomeni. Il primo è che tantissime persone, in ogni ambito della società, hanno cominciato a reagire e parlo di rettori, professori, genitori, persino studenti. Questi però sono ancora una minoranza. La seconda cosa che noto, e che mi sconvolge, è il fatto che i professori abbiano ceduto e accettato questa situazione: come si può essere così rassegnati?

Il governo di Hollande ha lanciato l’insegnamento della teoria di genere nelle scuole primarie. Le famiglie però non sembrano entusiaste, almeno a giudicare dal successo della “Giornata di ritiro dalla scuola”: una protesta che ha portato ben 18 mila bambini a disertare le proprie classi.
L’imposizione della teoria di genere è un’iniziativa di Peillon, che ha portato avanti un programma del governo precedente. Non dimentichiamo che il ministro dell’Educazione nazionale di Nicolas Sarkozy, Luc Chatel, aveva per la prima volta introdotto ufficialmente nei licei la teoria di genere nei corsi di biologia. Questo mi sembra aberrante, perché posso ancora capire nei corsi di filosofia, dove si discute di diverse teorie e può trovare il suo spazio anche quella di genere. Ma in biologia è assurdo perché la differenza tra uomo e donna è radicata nella natura e non c’è spazio per teorie. Ultimamente, però, la gente si è come risvegliata, basta pensare alle proteste della società francese durante il dibattito sull’approvazione della legge Taubira sul matrimonio gay. Io credo che si possa parlare della teoria di genere, magari in filosofia, ma cercare di imporla in modo autoritario nella scuola primaria negando le differenze tra femmine e maschi, questo significa negare la realtà. Quello che si sta cercando di fare oggi è stabilire attraverso la scuola il primato della volontà sulla realtà. Al fondo della teoria di genere, infatti, c’è questa idea: non c’è più verità, non c’è più realtà, solo volontà. Anzi, la sola realtà è la volontà. Penso che la scuola debba resistere.

In che modo?
È estremamente complesso. La scuola dipende dai ministeri e da sovrastrutture difficili da cambiare, su questo ho poca speranza. Si possono però fare due cose: la prima è prendere coscienza di quello che sta succedendo, un passo richiesto innanzitutto ai professori; la seconda è fondare delle scuole diverse. In Francia i privati possono aprire degli istituti e questo è un rimedio al disastro della scuola pubblica e a quello di tante scuole cattoliche associate allo Stato che purtroppo di cattolico hanno mantenuto solamente il nome. Anch’io ho partecipato con alcuni amici alla fondazione di una scuola.

Com’è successo?
Qualche anno fa parlavo del disastro dell’educazione nazionale ad alcuni miei amici: loro mi ascoltavano ma pensavano che esagerassi. Poi hanno cominciato a mandare i figli a scuola e li ho visti sempre più inquieti e arrabbiati. Sono arrivati a un punto tale che hanno deciso di mettersi insieme con altri genitori e fondare una scuola. E anch’io ho deciso di investirci. Queste persone hanno convinzioni diverse, ma la maggior parte di loro ha radici cristiane. La scuola che hanno costruito è un’opera radicata nella fede ma al servizio di tutti: laica e aperta a tutte le confessioni.

Come vi differenziate dalla scuola repubblicana?
Cerchiamo di educare alla libertà, che in un certo senso è il vero scopo della scuola. Mi spiego: perché trasmettere la conoscenza, perché apprendere, scrivere, leggere? È per forgiare spiriti liberi, perché crescano degli uomini. Noi doniamo loro i mezzi affinché possano crescere e sviluppare il loro modo di pensare, aiutandoli a essere critici ed educando il loro senso estetico. Questo è importante: le strutture devono essere belle, i libri belli, le storie belle. Lo scopo finale è la libertà, non inculcare dei concetti.

Il contrario di quello che ha cercato di fare ancora una volta Peillon affiggendo in tutte le scuole la Carta della laicità?
Se si prende il testo letterale della Carta della laicità si scopre che in sé è abbastanza corretto. Più o meno, insomma. Il problema è che in Francia la parola “laicità” ormai è ambigua. Tutti ne parlano ma dando alla parola significati completamente diversi. Peillon, ad esempio, mentre diffonde il suo manifesto, scrive nei libri che con “laicità” intende una nuova religione che debba sostituirsi alla vecchia, distruggendo il cattolicesimo. Ormai in Francia il dibattito sulla laicità è marcio.
@Leone

lunedì 10 marzo 2014

Francia, gli insegnanti si mobilitano per «salvare la scuola» da Hollande e dal gender: «Noi non facciamo propaganda», 10 marzo 2014 di Leone Grotti, www.tempi.it

Insegnanti, genitori, cittadini comuni uniti con l’obiettivo di «salvare la scuola». Sono gli “Insegnanti per i bambini”, organizzazione nata l’anno scorso in Francia dopo che «il 4 gennaio 2013 il ministro dell’Educazione Vincent Peillon ha inviato una lettera a tutti i presidi, che cominciava così: “Il governo si è impegnato a lavorare sui giovani per cambiare la loro mentalità”. Più avanti si parlava di “identità di genere“. È allora che abbiamo capito che dovevamo avvertire i genitori e vigilare sugli alunni, perché stavamo per diventare strumenti di propaganda». A raccontare a tempi.it la battaglia dei francesi contro «l’introduzione subdola» a scuola dell’ideologia di genere è Olivier Gosset, presidente dell’associazione.

Quanti insegnanti compongono la vostra associazione?
La nostra associazione comprende 250 membri: una sessantina di iscritti, più di 150 aderenti non iscritti e una trentina di simpatizzanti, genitori di alunni o amici che ci sostengono. Il nostro obiettivo è che l’ideologia di genere scompaia dalla scuola.

Che cosa fate per raggiungere questo obiettivo?
Noi informiamo prima di tutto gli aderenti a questo progetto sul contenuto di questa ideologia, così che ognuno possa constatare e comprendere l’incompatibilità di questa dottrina con le prerogative della scuola. Noi facciamo anche incontri a Lione e in tutta la Francia.

Solo questo?
No, ci facciamo anche sentire manifestando: è tempo di far vedere ai nostri politici che una parte degli insegnanti non è d’accordo e si rifiuta di diventare uno strumento di una causa particolare. Anche per questo lavoriamo con dei giuristi. Bisogna mettere la scuola davanti alle sue responsabilità: il genere viene infatti inserito a scuola in modo illegale.

Quando è nata l’associazione?
È nata dopo che il 4 gennaio 2013 il ministro dell’Educazione Vincent Peillon ha inviato una lettera a tutti i presidi, che cominciava così: «Il governo si è impegnato a lavorare sui giovani per cambiare la loro mentalità». Più avanti si parlava dell’identità di genere. Allora abbiamo capito che dovevamo cominciare a vigilare sui nostri alunni e avvertire i genitori della strumentalizzazione che stava per essere introdotta. In più, abbiamo capito che il ministero voleva farci diventare strumenti di propaganda. Abbiamo deciso di proteggere il nostro mestiere e la nostra vocazione.

Che cosa pensate del programma ABCD dell’uguaglianza?
Questo programma è la prima fessura dalla quale si cerca di introdurre l’ideologia di genere nella scuola: con la scusa di promuovere l’uguaglianza dei sessi, si cerca di negarli. Gli esercizi che questo programma propone incitano i bambini a sperimentare il cambio di sesso. L’esercizio “Danser le Petit Chaperon rouge” propone ai piccoli di mimare il celebre conte di Perrault e chiede ai bambini di fare le bambine e alle bambine di fare il personaggio del lupo. Come si vede, è la nozione di arbitrarietà dei generi che viene utilizzata per lottare contro le disuguaglianze. Questa variazione dell’identità e i presunti benefici che dovrebbe portare sono il cuore della dottrina di genere.

Come si difendono i genitori francesi?
Credo che la prima cosa sia conoscere l’avversario contro cui ci si batte. Il genere è una pseudo-teoria artificiale e complessa che può essere imposta solo con la menzogna e quindi bisogna conoscerla per capire i sotterfugi con cui la si vuole far passare. Bisogna poi essere convinti dei fondamentali: l’alterità sessuale è una realtà ontologica che fa parte del nostro essere umani. Non c’è bisogno di essere cristiani per affermarlo. Lo stesso Marx scriveva: «Il rapporto tra uomo e donna è il più naturale tra esseri umani». Il genere impone dunque una nuova soggettività che vuole fabbricare un’umanità a sua immagine e somiglianza. Bisogna perciò riscoprire che cosa fa di noi uomini e donne per ostacolare l’utopia della indifferenziazione. Infine, questa ideologia che entra a scuola in modo subdolo viola i diritti fondamentali iscritti al cuore delle repubbliche moderne: inviolabilità della coscienza, neutralità dello Stato, libertà educativa lasciata ai genitori. Queste cose dobbiamo conoscerle. La lotta contro il gender è quindi teorica, antropologica e giuridica e ci chiede di diventare più consapevole, più informati e più attivi. Questo compito può sembrare faticoso ma ne va dell’avvenire della nostra società.

I genitori hanno il diritto di decidere l’educazione che la scuola dà ai loro figli?
Sì, questo è un diritto garantito dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo che all’articolo 26 stipula: «I genitori hanno il diritto…». In Francia il codice civile afferma che «lo Stato garantisce il rispetto della personalità del bambino e dell’azione educativa delle famiglie». Il gender, che vuole far credere che la differenziazione dei sessi sia un costrutto sociale, fa entrare a scuola un’opinione che viola il principio di neutralità dello Stato. Il nostro governo, del resto, ne è del tutto cosciente e per questo si impegna a negare l’esistenza di questa dottrina nelle misure educative che propone. Questo è quasi comico perché i documenti ufficiali non smettono, da due mesi, di essere riscritti: cancellano da tutti sistematicamente il termine “genere”. Questo mi ricorda il celebre romanzo 1984. E per tornare seri, noi sappiamo da Annah Arendt che il tentativo di falsificare il passato è proprio il processo che distingue un regime totalitario. È chiaro quindi che non siamo più in una situazione normale, dove le cose possono essere esposte, dibattute e decise in modo oggettivo. L’utopia del gender non può affermarsi che attraverso la dissimulazione, la menzogna e la violenza legislativa.

E ora che il governo sta sperimentando l’ABCD dell’uguaglianza?
È per questo che stiamo combattendo: perché una volta che questo programma pilota sarà approvato dal ministro, noi saremmo costretti a insegnarlo. È per questo che mettiamo in guardia l’opinione pubblica, i giornalisti e i politici su quello che sta succedendo. La nostra prima missione, in questo senso, è rendere testimonianza alla verità.

Anche in Italia questa ideologia comincia a imporsi. Che consiglio dà ai nostri insegnanti e genitori?
Sono contento di questa domanda perché si può resistere solamente se stiamo uniti. Lo Stato, nel suo tentativo egemonico, cerca di separare gli uni dagli altri: ai genitori nasconde questo obiettivo, agli insegnanti lo impone. Essere uniti vuol dire che gli insegnanti devono informare i genitori, che devono proteggere i loro figli. Solo così potremo salvare la scuola. Da noi poi è stata organizzata da una donna, Farida Belghoul, una protesta particolare: la “Giornata di ritiro dalla scuola”: 18 mila bambini non vanno in classe un giorno al mese. Questa iniziativa radicale ha smosso le acque e ha costretto il governo a tornare indietro sull’introduzione del gender nelle scuole, cercando di minimizzare la cosa. Ma questo gesto ha fatto capire che sono i genitori i primi responsabili dell’educazione dei loro figli. È venuto il momento di rivendicare l’autorità dei genitori sui figli, che viene prima dello Stato. Questa dignità ci fa grandi. Dante, il vostro grande poeta, scriveva: «Lo maggior don che Dio per sua larghezza/ fesse creando, e a la sua bontate/ più conformato, e quel ch’e’ più apprezza,/ fu de la volontà la libertate;/ di che le creature intelligenti,/ e tutte e sole, fuoro e son dotate».

@LeoneGrotti