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mercoledì 11 luglio 2012


FERTILITÀ - Grassi, fumo, caffè - i nemici della fecondazione - Nuovi fattori di rischio emergono dal summit europeo sulla procreazione medicalmente assistita: la qualità di ovociti e spermatozoi dipenderebbe dallo stile di vita e dalle abitudini alimentari. Ci si interroga sulle restrizioni all'accesso alle cure per obesi e tabacco-dipendenti - dal nostro inviato ELVIRA NASELLI, 10 luglio 2012, http://www.repubblica.it

ISTANBUL - L'effetto della crisi economica arriva anche nel mondo della procreazione assistita. E se al ventottesimo convegno dell'Eshre (Società europea di riproduzione umana ed embriologia), che si è appena concluso ad Istanbul, si festeggiano i 5 milioni di bambini nati dalla provetta, non si può non fare un punto sui fondi messi a disposizione nei vari Paesi a donne e uomini infertili. La Grecia, per esempio, ha già registrato un meno 20 per cento di cicli. E la tendenza è la stessa anche in Spagna, dove però le coppie straniere evitano una flessione così marcata.

Al contrario, lì dove la politica sanitaria di un Paese è più generosa con i rimborsi sanitari, si riescono ad avere più cicli, e più bambini nati, come dimostra uno studio dell'economista Mark Connolly, dell'università di Groningen, nei Paesi Bassi. Non è solo una questione di investimenti, però. O di età delle donne che accedono alla Pma (procreazione medicalmente assistita), sempre più elevata, anche se l'Italia è ai livelli più alti, e dunque con meno probabilità di una maternità. Importante, anche più di quanto si pensasse finora, è lo stile di vita, come più di uno studio presentato all'Eshre dimostra.

Alimentazione, soprattutto, ma anche fumo di sigaretta, alcol e forte consumo di caffè. Secondo lo studio danese di Ulrick Schioler Kesmodel, della Fertility Clinic di Aarhus, su 3.959 donne, almeno cinque tazze di caffè americano al giorno (una tazza di caffè americano contiene circa 120 mg di caffeina, una tazzina di moka da 50 ml ne contiene circa 80 mg) ridurrebbero le chance di successo della fertilizzazione in vitro di circa il 50 per cento. "Ma non è chiaro - spiega il ricercatore - se l'effetto è dovuto alla caffeina, perché se fosse così dovremmo considerare anche il tè, il cioccolato, alcuni soft drinks. Il legame tra caffeina e fertilità è stato studiato in passato, con risultati divergenti".

Il rapporto tra status nutrizionale e fertilità è molto stretto e infatti - come ha sottolineato Wajit S. Dhillo, dell'Imperial College di Londra - maschi e femmine sottonutriti hanno problemi di infertilità. Così come all'opposto, la qualità di ovociti e spermatozoi peggiora con l'aumento di peso, tanto che Didier Dewailly dell'ospedale di Lille, in Francia, chiede provocatoriamente se le donne obese debbano ricevere trattamenti per l'infertilità. "L'obesità e l'insulinoresistenza - spiega Dewailly - hanno un forte impatto sulla salute riproduttiva tanto che ci si deve porre domande forse scioccanti. Il Bmi (indice di massa corporea) deve essere un criterio di esclusione per i trattamenti? E i rischi associati ad una gravidanza in una donna obesa non giustificano forse una chirurgia bariatrica prima di sottoporsi a fecondazione?". Domanda scioccante fino ad un certo punto, se si considera che Malta ha posto come limite per l'accesso alle terapie di Pma che la donna non fumi da almeno sei mesi e che il Bmi sia entro la norma.

Secondo altri studiosi, inoltre, non è tanto il peso eccessivo o una generica cattiva alimentazione ad essere sotto accusa. Ma - secondo i risultati dello studio Earth della Harvard School of Public Health - un livello di assunzione elevato di alcune tipologie di grassi, non solo fa diminuire il numero di ovociti da utilizzare, ma provoca un peggioramento della qualità dell'embrione nella fertilizzazione in vitro.

Il consumo di grassi era già stato oggetto di altri studi che riguardavano però l'effetto sulla concentrazione degli spermatozoi e sull'infertilità ovulatoria. "Il nostro studio invece - precisa Jorge Navarro, professore di Nutrizione ed Epidemiologia alla Harvard School of Public Health - riguarda 147 donne che si sono sottoposte a 198 trattamenti di fertilizzazione in vitro con il monitoraggio dello sviluppo degli ovociti, la fertilizzazione, la qualità degli embrioni, le gravidanze e le nascite. Le donne con il consumo più elevato (circa il 25% delle calorie totali) di grassi saturi, per esempio, producevano circa 3 ovociti maturi in meno rispetto a quelle con il consumo minore, e gli ovociti maturi sono gli unici che possono essere utilizzati per l'Ivf. Inoltre il consumo di grassi polinsaturi era inversamente correlato con la qualità dell'embrione. Sappiamo che diversi tipi di grassi hanno effetti differenti sui processi biologici che possono influenzare la riproduzione assistita ma non è chiaro qual è il meccanismo". E dunque non si possono dare raccomandazioni, se non generali.

giovedì 28 giugno 2012


DIETA MISTICA – Fonte di Mariapia Veladiano – La Repubblica, 28 GIUGNO 2012, http://www.dirittiglobali.it/

POLITICO, RELIGIOSO E PROFANO LE MILLE ANIME DEL DIGIUNO

Paradossale nell’età e nelle terre dell’opulenza il tempo speso a parlare di diete, a leggere libri di diete, ad acquistare “cibi senza” (grassi, zuccheri, calorie comunque) che costano più dei “cibi con”. A cercare la più “veloce”, a non temere dolori e allucinazioni. Diete-digiuno che ci seducono, parlano a qualcosa di profondo e insuperabile. Quanto tempo della nostra unica vita se ne va così?
In natura il digiuno non è una scelta. Può essere strategico: il letargo, per non disperdere le energie alla ricerca di cibo che d’inverno non c’è. Oppure necessario: si digiuna se non si trova di che mangiare. Oppure ancora è sintomo: non si mangia quando si sta male, nel corpo e nello spirito. E basta convivere con un animale da compagnia e lo si sa per certo che non solo di noi umani questo si può dire. Anche se un po’ bisogna intenderci sui termini.
Di certo tutti conosciamo l’inappetenza da dolore: inflitto, subito, temuto, pena d’amore.
Solo per noi uomini il digiuno può esser scelta. A volte strumento, drammatico, di protesta: dalle suffragette che rifiutavano il cibo per affermare il diritto di voto, ai digiuni per i diritti civili nei nostri anni ancora così segnati dall’ingiustizia.
Digiuno con valore politico e culturale e, spesso, strettamente culturale, legato alla religione: nella forma attenuata dell’astensione da alcuni cibi oppure in forme più radicali che hanno attraversato anche la storia del cristianesimo portandosi appresso un sospetto di patologia. Sì, perché il cibo è vita, benedizione,
salute, ospitalità, allegria condivisa, dono di Dio, Dio stesso addirittura. Il profeta Ezechiele che mangia il rotolo della Parola è sia realtà dell’uomo che assimila quel che Dio gli dà sia, visto dalla parte di Dio, un consegnarsi senza trattenere nulla di sé.
Per questo gli ordini monastici e la tradizione della chiesa sono sempre stati prudenti sul digiuno. Gli eccessi erano sospettati di autocompiacimento, di un voler accampar meriti davanti a Dio.
Oggi molte di quelle che chiamano diete somigliano a un laico, ostinato digiunare.
Certo che la dieta non è un digiuno, in senso stretto. O almeno non dovrebbe esserlo. È un mangiar corretto. Come un mangiar corretto doveva essere quello di Adamo ed Eva. Tutto tranne il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male. Dieta di salute spirituale, molto prudente. In realtà esercizio di fiducia in Dio: tutto bene è stato fatto nella creazione, possiamo fidarci di un divieto dal senso oscuro? La Bibbia è attraversata da cibi fatali. Se il frutto di Adamo ed Eva e il piatto di lenticchie di Esaù sono stati infausti, i pani e i pesci del Vangelo o la meravigliosa manna dell’Antico Testamento, che si trovava al mattino nella misura giusta e non si poteva conservare per il giorno dopo, ci raccontano invece la bontà del cibo, vero e metaforico. La libertà di saper vivere il giorno che ci è dato nella fiducia di un pane che viene.
La dieta di oggi sembra il contrario, un digiuno appunto che è un giocar d’anticipo per la paura del pane che non verrà. Forse perché non è venuto e temo che non verrà. Ho paura e allora lo rifiuto. Non verrà e allora non mi serve, angelo divento.
Certo che nel parlare di cibo oggi si deve essere prudenti, perché anoressia e bulimia sono malattie vere, che devastano il corpo e lo spirito, se stessi e gli altri.
Eppure, tutto intorno a questi abissi della malattia, c’è un collettivo “giocare con il pane” che, ci è stato detto fin da piccoli a tavola, non si fa, non si dovrebbe fare.
Ma quale pane? Il pane-cibo o il pane-affetto? Se il primo affetto per tutti noi passa attraverso la cura del corpo, e attraverso il cibo che lo fa vivere, quando questo manca allora il rifiuto del cibo diventa insieme rifiuto del corpo e protesta, potere con cui punire chi il cibo non ha dato. O non abbastanza, senza colpa, o non nel momento giusto, per incapacità o impossibilità.
Forse qualcosa di quel che è capitato alle “sante anoressiche”, secondo l’espressione di Rudolph Bell, può raccontarci un pezzo di noi. Il digiuno da “preghiera del corpo”, come era inteso dalla tradizione cristiana sia occidentale che orientale, diventa in loro un mezzo per esercitare il “potere attraverso il corpo”.
Il controllo del corpo era una delle pochissime forme di potere in mano anche alle donne in un tempo di guerre sante e santi poteri maschili. E infatti sono soprattutto le donne a praticare l’ascesi del cibo nella storia passata, e anche recente: da S. Caterina da Siena (muore nel 1380) a Teresa Neumann (muore nel 1962, dopo aver vissuto per 35 anni di solo pane eucaristico). Una scelta che sfiora il sogno di anticipare, nel corpo fatto sottile quasi come l’anima, la sua stessa incorruttibilità.
Forse le donne lo conoscono per natura il potere del corpo. Che possono esser mangiate lo sanno da sempre. Esser cibo senza che sia una metafora. Lo sanno ben prima che il corpo lo insegni con la maternità. Il trattenersi dal cibo le sottraeva a questa storia scritta, sia nella realtà che nella metafora.
Anche oggi un sogno anoressico accompagna consapevolmente tanti giovanissimi e inconsapevolmente un po’ tutti, senza più guardare al genere. Le diete-digiuno che ammiccano dalle classifiche dei libri, dai reparti light dei supermercati, dalle vetrine tutte taglie-mini dei negozi, ci raccontano un desiderio ormai nostro.
Forse ancora c’entra il potere, che non sappiamo ben più dove risieda, ma certo non in noi. E c’entra anche la fiducia, che non coltiviamo più, per paura. E certamente il corpo. Assillo presente oggi come nel medioevo. Una diversa, strumentale, malata, costruita e bugiarda devozione del corpo ci obbliga ancora. Corpo esibito, giudicato, rifatto, perfetto sennò rifiutato. Un’ossessione che ci rende giudicati e infelici. E allora forse proprio il corpo che ci occupa, invade l’esistenza fino all’ultimo interstizio, conquista il pensiero, ci impedisce la vita sociale, sempre visto con gli occhi degli altri e soppesato, non nostro, non alleato in quel che desideriamo, e noi a percepire ogni centimetro che deborda dalla cintura, dai pantaloni che pure vogliamo mettere stretti come tutti, proprio il corpo è il nemico. Un altro paradosso, e non solo del nostro oggi ma della vita tutta che è corpo in noi, di certo. Quale che sia la nostra speranza che ci porta oltre. Così il tempo della dieta in forma di digiuno diventa un tempo del bisogno dei bisogni, quello dell’affetto in forma di cibo, sentito potentemente e negato, per non sentirlo più un giorno. Fame d’amore, di esser visti, amati, riconosciuti. Di potersi fidare e affidare a un futuro di pane che c’è. La manna del credere. Ma se prevale la paura, ci resta allora il potere sul corpo. Pieni del proprio essere vuoti, nemici a se stessi per diventare forse finalmente amici, un giorno. Nella forma di una leggerezza sognata. E così, angeli diventiamo. Come le sante mistiche anoressiche. Leggerissimi da volare via.

martedì 12 giugno 2012


OGM/ "Formidabili" quei campi di kiwi non ideologici... di Piero Morandini, martedì 12 giugno 2012, http://www.ilsussidiario.net/

Nella presente situazione di crisi, sia economica che generale di speranza in un futuro migliore, ciò di cui abbiamo meno bisogno è l’ideologia, cioè di quel modo di guardare il mondo dove le cose diventano irrilevanti, dove l’unica “cosa” che conta è l’idea preconcetta che uno si è costruito.
L’ideologia dominante che andava per la maggiore quando ero ragazzo era il marxismo. Tanti, anche fra i cattolici, sentivano l’attrattiva di questo “modo di non-vedere la realtà” (permettetemi questa sintetica, anche se brutta, definizione di ideologia) al punto che, pur mantenendo la fede in una serie di contenuti evangelici, percepivano il marxismo come l’unica modalità possibile per muoversi nella società, per regolare i rapporti tra le classi. Circa 35 anni dopo quegli “anni formidabili” farei fatica a identificare con chiarezza l’ideologia oggi dominante, se una dominante esiste; ma mi colpisce ancora e sempre più l’incapacità di guardare la realtà, l’assenza di disponibilità a farsi interrogare dai fatti.
Queste considerazioni mi vengono naturali nel leggere la vicenda del campo sperimentale della Tuscia, un piccolo lembo di terra vicino a Viterbo dove l’Università della Tuscia ha alcuni campi in cui fa le sperimentazioni sulle piante. Nell’ormai lontano 1998 il prof. Eddo Rugini, docente, tra le altre cose, di coltivazioni arboree e con un curriculum di tutto rispetto, aveva ottenuto dalle autorità competenti il permesso per piantare in campo aperto un certo numero di piante transgeniche di kiwi, olivo e ciliegio. Le piante in questione erano state create per modificarne la forma (mantenendoli di dimensioni ridotte) o per cercare di aumentarne la resistenza ai patogeni.
Occorre sottolineare che questi caratteri sono ricercati da molti decenni; il primo (le dimensioni ridotte) perchè un albero da frutto di grosse dimensioni rende molto costosa e pericolosa la raccolta dei frutti. L’importanza del secondo carattere (resistenza ai patogeni) è evidente se si considerano un semplice dato: circa un terzo del raccolto va perso in buona parte a causa di patogeni come funghi e batteri.
Chi sviluppa nuove varietà ha sempre cercato piante più resistenti per limitare il ricorso ai fitofarmaci (senza i quali, peraltro, le perdite di raccolto sarebbero più che doppie rispetto alle attuali) e per fare questo ha sempre “pacioccato” con i geni e lo ha fatto con metodi molto più invasivi e grossolani della transgenesi, come ad esempio la mutagenesi con radioattività, le ibridazioni forzate, la coltura di antere e molti altri ancora. Senza tutto il lavoro dei miglioratori genetici che hanno aumentato la produttività, facilitato la raccolta e migliorato la qualità, oggi il cibo costerebbe di più e molte meno persone avrebbero accesso a una sana alimentazione; anche se non è detto che di fatto si nutrano correttamente, ma questo è lasciato alla libertà di ciascuno.
Il campo sperimentale e le ricerche di Rugini si collocano quindi a pieno titolo nella tradizione di sperimentazione iniziata con la nascita dell’agricoltura e delle piante coltivate circa 12.000 anni fa.  Non solo. Chiunque affermi che la transgenesi rappresenta un metodo innaturale e invasivo per operare una modifica genetica non dice il vero. Chiunque sostenga che i metodi convenzionali di sviluppo delle nuove varietà (in uso da millenni e affinati dagli scienziati a partire da un secolo e mezzo) non comportino modifiche genetiche, tradisce solo la sua ignoranza.
Il campo sperimentale - autorizzato, lo ripetiamo, nel 1998 - è andato avanti per 10 anni, perchè tale era la durata del permesso. Purtroppo per alcune specie arboree 10 anni sono ancora poco perchè alcune iniziano a produrre fiori e frutti in tempi più lunghi; inoltre per alcuni caratteri è opportuno raccogliere dati in più annate; non ultimo - in un momento dove la ricerca in generale è fortemente sotto-finanziata e quella sulle piante lo è in maniera sistematica, se non osteggiata o distrutta quando coinvolge l’uso di piante transgeniche - mancano fondi per continuare le ricerche e confermare i dati positivi finora ottenuti.
Allo scadere del permesso, Rugini ha fatto richiesta di poter continuare la ricerca, cioè di poter lasciare le piante dove erano in attesa di tempi e fondi migliori. Distruggerle avrebbe significato distruggere un patrimonio costruito in tempi lunghi e con fatica, con finanziamenti pubblici e per il bene pubblico. La prima richiesta di proroga presentata nel 2009 è stata respinta per impossibilità di ottemperare alla normativa regionale vigente in merito al confinamento dei campi transgenici. La normativa regionale (con un regolamento approvato nel 2007 e quindi emanato ben dopo che era stata approvata la sperimentazione) è infatti talmente draconiana per le prove in campo che non è più possibile chiamarle “prove di campo”, perchè occorre costruire intorno alle piante strutture dotate di tetto, pavimento e filtri per impedire la dispersione del polline.
La normativa nazionale è ancora in alto mare in quanto i ministeri non vogliono (o non riescono) ad emanare i protocolli necessari a dare il via alla sperimentazione. Tali protocolli, vale la pena di ricordare, esistono, ma non sono mai stati approvati per il veto di questo o quel ministro. Rugini ha risposto cercando di argomentare ulteriormente che:
1) non esisteva alcun problema di dispersione di polline perchè i ciliegi e gli olivi transgenici o sono sterili o non hanno raggiunto la maturità sessuale, mentre alle piante di kiwi maschio, le uniche a produrre polline, venivano rimossi tutti i fiori;
2) che in queste condizioni sarebbe stato sensato continuare a mantenere il campo in attesa di trovare i fondi per finire la la sperimentazione. A questa seconda richiesta non è stata data risposta.
A questo punto è però intervenuto Mario Capanna, un laureato in filosofia (e lo dico senza disprezzo alcuno per lui o per la filosofia) che ha iniziato un’intensa campagna perché si arrivi alla distruzione del sito sperimentale: «È una situazione di stupefacente illegalità che va sanata al più presto – dice Capanna, presidente della fondazione dei Diritti genetici, a L’Espresso -. Per questo abbiamo chiesto ai ministeri dell’Ambiente e dell’Agricoltura e alla Regione Lazio di procedere allo smantellamento del campo. E, prima, di avviare rapidamente un programma «di ricerca sull’impatto di quelle stesse piante transgeniche».
Tralascio la consistenza del programma di ricerca proposto dal filosofo e mi soffermo sulle motivazioni. Secondo Capanna «...il procrastinarsi di tale situazione pone seri rischi di contaminazione genica di varietà tradizionali di ciliegio ed olivo che abbondano nella zona immediatamente a ridosso dell’azienda universitaria». Eppure, come sopra descritto, né i ciliegi né gli olivi producono polline! (i lettori possono leggere l’intervista a Rugini che espone nel dettaglio le sue  argomentazioni). Riguardo al kiwi, la premessa della lettera di Capanna è stupefacente perché inizia sottolineando «...l’assenza nell’area di sperimentazione di coltivazioni di kiwi...», facendo dunque presagire, secondo logica, che non esista alcun rischio di contaminazione (che non esisteva comunque visto che i fiori venivano rimossi, ma tant’è) e che quindi almeno il kiwi transgenico si potrebbe lasciar stare. Ebbene, sulla base di quella premessa, la conclusione a cui giunge è la seguente: «si propone di procedere alla loro immediata dismissione». (Domanda retorica: chi era il docente di logica all’Università Cattolica nel ’68? Se il pericolo, a sua detta, è la contaminazione delle colture circostanti, ma questa contaminazione non può tecnicamente avvenire, dov’è il pericolo?).
Questo fa pensare che a Capanna non interessino i rischi per l’ambiente o per la salute (rischi che, in questo caso, dopo circa 25 anni di lavoro e ricerca nel settore della genetica molecolare e della biologia vegetale non riesco neanche a formulare o immaginare) ma questi vengano solo paventati al fine di acquisire visibilità mediatica.
La lettera testimonia quindi la filosofia di fondo della Fondazione di Capanna e la posizione di molti movimenti di difesa dell’ambiente. Sottolineano il rischio. Parlano di contaminazione irreversibile. Argomentano di agricoltura e di biologia vegetale e discettano di miglioramento genetico senza mai averle praticate. Ma questa filosofia e questa posizione dimenticano la realtà, sia quella testimoniata dalla pratica agricola che quella enucleata dalle scienze che si occupano di questi argomenti (biologia, biotecnologia, genetica, tossicologia...), realtà che provo a condensare in due affermazioni.

a) Tutte le colture attuali sono state pesantemente modificate dal punto di vista genetico; senza tali modifiche sarebbero inadatte alla coltivazione, spesso immangiabili perchè tossiche e con una resa ridicola. Senza le colture dovremmo tornare a fare i cacciatori e raccoglitori per nutrirci di ciò che spontaneamente la natura ci fornisce. Peccato che solo una persona su mille potrebbe sopravvivere e a stento.
b) Tutte le colture sono piante deboli e non sopravvivono senza l’aiuto dell’uomo; se noi smettessimo di coltivarle, scomparirebbero nel giro di pochi anni. Questo permette di affermare con sicurezza che nessuna pianta coltivata, transgenica o meno, comporta rischi superiori a quelli posti dalle piante selvatiche.
A far maggiormente riflettere è l’acquiescenza dei ministeri alle richieste di distruzione. Nella lettera del Ministero per l’ambiente si legge: «...questo ministero ha provveduto ancora una volta ad invitare l'Università degli Studi della Tuscia a procedere all'immediata dismissione del sito di sperimentazione...». Nella lettera si parla di «...prioritaria necessità di assicurare la dismissione e la bonifica del sito...». Perchè prioritaria? Per uccidere del tutto la ricerca pubblica italiana nel settore? I migliori alleati che permettono alle multinazionali di mantenere il quasi monopolio del settore sono i burocrati ministeriali, i legislatori italiani ed europei e i movimenti ambientalisti. Senza questi attori la normativa sarebbe più sensata o applicata più sensatamente e lo spazio per la ricerca pubblica sicuramente maggiore.
La distruzione del campo sperimentale sarà un segnale chiarissimo mandato a tutto il mondo della ricerca pubblica: «è inutile lavorare su queste cose, tanto ogni ricerca non può uscire fuori dai laboratori e quindi non può produrre niente di veramente utile per il mondo». Ma quale ricercatore serio di fronte a questa prospettiva continuerà a lavorare in questo ambito?
Uccidendo la ricerca in campo ci stiamo non solo negando le (enormi) possibilità già sperimentate in laboratorio, ma probabilmente anche quelle in attesa di essere scoperte o inventate. Molte ricerche verranno terminate o nel migliore dei casi emigreranno verso paesi più accoglienti.
Purtroppo la scienza non è come un rubinetto che si apre e si chiude quando si abbia bisogno dell’acqua. Una volta chiuso il rubinetto, non si riapre se non dopo anni, perchè tutto un patrimonio di conoscenze, competenze, personale e strumentazioni è andato disperso e rimetterlo insieme può richiedere molto tempo, molto più di quello che possiamo permetterci. Solo per fare un esempio, se ci fossimo accontentati delle varietà di frumento e di mais di 100 anni fa, la nostra produzione agricola di queste due colture sarebbe tra 1/4 ed 1/6 di quella attuale, con conseguenze che vi lascio immaginare. Bloccare la ricerca rischia di causare enormi danni in un futuro non troppo lontano.


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giovedì 7 giugno 2012


Anoressia, nuova ipotesi sulle cause - Dal lavoro scientifico di due ricercatori italiani una nuova ipotesi sulle cause dell’anoressia nervosa, 05/06/2012 - http://www3.lastampa.it/

Le cause che stanno dietro all’anoressia nervosa non sono mai state del tutto comprese. Sebbene si siano condotti diversi studi e si siano fatte numerose ipotesi, la malattia che colpisce in prevalenza il genere femminile non è ancora stata sconfitta; per questo motivo la ricerca continua.

Oggi, tuttavia, un nuovo studio a opera di ricercatori italiani e pubblicato sulla rivista internazionale Medical Hypotheses suggerisce che una possibile causa dell’anoressia nervosa si possa trovare in un’alterazione delle aree cerebrali che integrano le percezioni e le sensazioni che partono dal nostro corpo. A motivo di ciò, le pazienti con anoressia nervosa perderebbero la consapevolezza del proprio corpo reale e si troverebbero ancorate alla memoria di un “corpo virtuale”, che nemmeno drastici cambiamenti del proprio corpo reale, come quelli indotti da una dieta, sarebbero in grado di mutare. Un po’ come a dire che la paziente non si rende conto in quali condizioni versa oggi il proprio fisico perché conserva l’immagine di come era prima.

In questo nuovo lavoro il prof. Giuseppe Riva, dell’Istituto Auxologico di Milano e lo psichiatra Santino Gaudio, dell’Università Campus Bio-Medico di Roma forniscono le basi per una maggiore comprensione di questo grave disturbo alimentare. E una risposta si potrebbe proprio trovare in quello che è stato battezzato “blocco allocentrico” (o allocentric lock), così come confermato da una serie di recenti studi eseguiti con tecniche di risonanza magnetica su campioni di soggetti anoressici.
E’ noto da tempo – spiegano gli scienziati – che la rappresentazione del nostro corpo prende forma da due diversi sistemi di riferimento spaziale: il sistema di riferimento egocentrico, che integra le percezioni e le sensazioni che partono dal nostro corpo, e il sistema di riferimento allocentrico, che immagazzina la nostra immagine per come la percepiamo dall’esterno – come avviene allo specchio.

Secondo il lavoro dei due ricercatori italiani un deficit nel processo di conversione delle informazioni corporee da egocentriche ad allocentriche, dovuto all’alterazione delle aree cerebrali deputate a questa funzione, impedirebbe alle pazienti di aggiornare la propria immagine del corpo immagazzinata nella memoria a lungo termine (“blocco allocentrico”).
In altre parole, la percezione del proprio corpo reale non riuscirebbe più a modificare la rappresentazione del proprio corpo rivissuta in terza persona attraverso la memoria: il soggetto si troverebbe ancorato a un corpo virtuale che nemmeno drastici cambiamenti del proprio corpo reale sono in grado di mutare. Questo spiegherebbe perché le pazienti con anoressia nervosa temono di ingrassare anche quando sono in condizioni di grave deperimento psico-fisico.

Se dunque il motivo, o uno dei motivi, può essere questo, le cure e i trattamenti – al di là del semplice intervento di “sostentamento” fisico – dovranno essere indirizzate alla possibilità di intervenire sul cervello in modo da offrire la possibilità alle pazienti di “vedere” quale sia la realtà, e quale quella “virtuale” che le sta lentamente uccidendo.

mercoledì 6 giugno 2012


Nubi artificiali e super semi - Idee per salvare il mondo - I sedici progetti più sensati secondo un gruppo di scienziati e quattro premi Nobel da realizzare con 75 miliardi, 5 giugno 2012, http://www.corriere.it

E se stabilissimo che i maggiori agenti inquinanti del pianeta sono la povertà e la miseria? Che se un contadino del Terzo mondo ha freddo taglierà anche l'ultimo albero? Che se i suoi figli hanno fame disboscherà un pezzo di foresta per coltivare? Che l'indigenza e l'ignoranza nelle quali sono costrette milioni di persone non permettono loro nemmeno di immaginare cosa sia il rispetto dell'ambiente? Non difenderemmo i grandi inquinatori, gli aggressori scriteriati delle risorse: sono già, giustamente, messi sotto accusa ogni giorno. Forse però faremmo un passo avanti in direzione della razionalità. Perché essere «verdi», anche in occasione del World Environment Day delle Nazioni Unite, non può non significare andare oltre la buona volontà: si tratta anche di essere efficienti.

APPROCCIO DIVERSO - Un approccio diverso dal solito ai problemi planetari ha scelto di seguirlo il progetto , un'iniziativa portata avanti dall'«ambientalista scettico» (dal titolo di un suo famoso libro) Bjørn Lomborg. Un gruppo di lavoro di scienziati si è in sostanza chiesto cosa sarebbe razionale fare se si potessero spendere 75 miliardi di dollari in quattro anni: cioè quali interventi sarebbe sensato effettuare in termini di costi/benefici. I risultati forniscono una mappa possibile per interventi efficaci. Gli esperti, tra i quali quattro premi Nobel, hanno stabilito che il modo più efficace di usare il denaro a disposizione è investire sei miliardi l'anno in progetti di micronutrizione e interventi contro la malaria, la tubercolosi e i vermi nei bambini; due miliardi nella ricerca finalizzata a incrementare i rendimenti delle coltivazioni, fondamentale per fermare la deforestazione; un miliardo per mettere in opera sistemi di allarme contro i disastri naturali; un miliardo per la ricerca geo-ingegneristica allo scopo di abbassare nel breve periodo il surriscaldamento globale (nubi artificiali sul Pacifico e altro); e così via per progetti di sanità e di educazione fino a una spesa annua di 18,75 miliardi di dollari.

DIECI GRANDI PROBLEMI - Un approccio umile, poco sexy per convegni e conferenze internazionali, ma probabilmente utile a quelle organizzazioni pubbliche e private che cercano, con i loro interventi integrati su ambiente-salute-educazione-povertà, di fare davvero la differenza. Per arrivare alle sue conclusioni, il Copenhagen Consensus ha incaricato una serie di scienziati internazionali di preparare documenti su dieci grandi problemi dell'umanità. E di stilare una serie di proposte (ne sono uscite 39) con relativi costi. Questi paper di studio sono poi stati «sfidati» da contro-tesi di altri scienziati. Dopo 18 mesi di lavoro, un panel di esperti - i quattro premi Nobel Robert Mundell, Vernon Smith, Finn Kydland, Thomas Schelling e l'economista Nancy Stokey - ha valutato i progetti e stilato la classifica dei sedici interventi raccomandati.

RISULTATI - Lomborg sostiene che quello che si sta facendo per l'ambiente spesso non produce risultati perché ha vizi di fondo per così dire ideologici. E fa l'esempio dei cambiamenti climatici. Ha senso che la Germania, cioè il maggior consumatore procapite di energia solare, abbia investito 130 miliardi di dollari in sovvenzioni per produrre l'equivalente di 12 miliardi di energia? È evidente che in questo modo non si va da nessuna parte (Angela Merkel, infatti, deve rivedere le sue politiche). Piuttosto - dice l'«ambientalista scettico» - sarebbe il caso di investire seriamente nella ricerca di tecnologie solari e del vento molto più efficienti. Inoltre - sostiene - il surriscaldamento globale non è la crisi ambientale più urgente al mondo. Anzi. Tra l'inizio del 1900 e oggi i tassi di mortalità dovuti ad allagamenti, siccità, uragani sono crollati di oltre il 90 per cento. Oggi solo lo 0,06 per cento delle morti nei Paesi in via di sviluppo è dovuto a fattori climatici estremi. In confronto, almeno il sette per cento delle morti deriva dall'inquinamento: dell'aria delle città, ma soprattutto da ciò che si respira nelle case dove per cucinare, riscaldare e fare luce si usano residui di coltivazioni o legna. Altrettante morti derivano dall'acqua inquinata. È ridurre la povertà il primo modo per migliorare l'ambiente.

venerdì 1 giugno 2012


Grasso a chi? Ci vediamo in tribunale, Elisabetta Longo, Giugno 1, 2012, http://www.tempi.it

Alcuni parlamentari britannici hanno sollevato il problema del sovrappeso. Non inteso come minaccia alla salute, problema che quotidianamente milioni di inglesi si trovano a dover affrontare a causa di un’alimentazione sbagliata, bensì come insulto. Una ricerca dimostra infatti come un quarto delle bambine sotto i dieci anni abbia il problema di non sentirsi al top della forma fisica, di voler perdere peso e di affrontare una dieta.
In quest’ottica dare del grasso a qualcuno diventerebbe un vero e proprio crimine. Una discriminazione grave tanto quanto quelle razziali o sessuali. Inoltre, secondo il gruppo di parlamentari, i bambini che si sentono vittime di queste discriminazioni sono figli di genitori che li hanno lasciati soli con il proprio appetito. Gli stessi che acconsentono senza problemi a richieste di interventi chirurgici per superare certi complessi fisici, che aumentano del 20 per cento ogni anno. La colpa è anche della società, che fa passare messaggi sbagliati, a cominciare come al solito dalla pubblicità che propone donne e uomini magrissimi. Insomma, se proprio dovete insultare qualcuno, non dategli del grasso, al massimo dategli del pubblicitario senza nuove idee.
Nel frattempo, per ovviare al problema dei bambini grassi, gli Stati Uniti adoperano altri rimedi. Il classico pulmino giallo per portare gli studenti a scuola, che così tante volte è stato ripreso nei film, è stato oggetto di prese in giro per molti bambini grassocci. Per questo motivo l’azienda che li produce, la Bluebird, ha allargato i sedili e il corridoio centrale apposta, per permettere a tutti di riuscire a passare e prendere posto. Le stesse precauzioni sono state prese da parte dei produttori dei treni dei pendolari, con posti più larghi di 5,6 centimetri rispetto a prima, e così è stato fatto anche negli stadi dove giocano gli Yankees e i Mets. Magari la prossima mossa potrebbe essere quella di sostituire i distributori ambulanti di hotdog con distributori di macedonia.



giovedì 31 maggio 2012


Così gli oversize cambiano il mondo di Elena Dusi, La Repubblica, 31 Maggio 2012, http://www.dirittiglobali.it/

La bilancia dell´umanità punta sempre più in alto. Il sovrappeso colpisce in tutto un miliardo e mezzo tra adulti e bambini Colpa di cattiva alimentazione e vita sedentaria. Dagli autobus agli stadi, dai letti di ospedale ai sedili degli aerei: l´America si adatta alle nuove maxi taglie E l´Italia ne segue l´esempio Gli standard dei mezzi pubblici risalgono agli Anni ´60, ma verranno adeguatiLe aziende private sono state più veloci delle agenzie federali a ristrutturarsi
Se gli uomini non riescono a dimagrire, sarà il mondo ad allargarsi per loro. Sedili di autobus, aerei e stadi. Gabinetti, sedie a rotelle e letti d´ospedale. Perfino le porte degli scuolabus, perché l´epidemia di obesità coinvolge anche i bambini. Tutto diventa più largo e robusto per inseguire un rigonfiamento del ventre e dei glutei che niente e nessuno sembrano in grado di frenare. E se gli Stati Uniti sono il paese che si sta riorganizzando più in fretta, anche l´Italia ha cominciato ad adattare i suoi mezzi di trasporto e ospedali alla presenza di 6 milioni di obesi, 700mila dei quali gravi. A New York, sui treni per i pendolari, le nuove carrozze saranno dotate di sedili capaci di reggere 180 chili. I vagoni appena ordinati dall´agenzia di trasporti New Jersey Transit hanno comodi posti da 50 centimetri (5,6 in più dei precedenti). I due nuovi stadi delle squadre locali di baseball - gli Yankee e i New York Mets - hanno seggiolini più ampi di 2 centimetri e mezzo. E i tradizionali scuolabus della Blue Bird hanno dovuto allargare le porte di accesso perché i bimbi più rotondi (il tasso di obesità sotto ai 17 anni negli Usa è del 17 per cento) faticavano a passarci e venivano presi in giro dai compagni. Due notizie, di recente, hanno convinto l´America che era davvero arrivato il momento di fare qualcosa. La prima è l´incidente subito l´anno scorso da un piccolo aereo privato il cui pilota era talmente voluminoso da impedire all´airbag di gonfiarsi. Le autorità federali per l´aviazione civile hanno iniziato a interrogarsi se anche i grandi velivoli di linea, pensati negli anni ´60 per un passeggero tipo di 77 chili, fossero ancora adatti a un americano medio di oggi, che di chili ne raggiunge 88. La seconda è stato l´ultimo rapporto dei Centers for Disease Control, che agli inizi di maggio ha gettato nello sconforto tutti coloro che si occupano di lotta alla cattiva alimentazione. Nonostante le strategie che gli Usa stanno adottando per ridurre un´epidemia le cui conseguenze sulla salute ormai costano più del fumo (150 miliardi all´anno), il girovita non cessa di allargarsi, e continuerà a espandersi almeno per i prossimi quindici anni. Il tasso di persone obese negli States è triplicato dal 1960 a oggi, arrivando a toccare il 34 per cento. Le persone con obesità grave (un indice di massa corporea superiore a 40) sono cresciute di 6 volte e oggi raggiungono il 6 per cento. E nel 2030 la diffusione del problema raggiungerà il 42 per cento. Tutto questo nonostante le campagne di informazione, le iniziative salutiste in scuole e ristoranti, le tabelle con i valori nutritivi stampati su tutti i prodotti, la diffusione della chirurgia per ridurre le dimensioni dello stomaco e perfino l´arrivo, previsto prossimamente, delle prime pillole per combattere il grasso attraverso la chimica.
Non c´è nulla da fare. La bilancia dell´umanità continua a puntare sempre più in alto. Secondo i dati dell´Organizzazione mondiale della Sanità ormai si muore più di troppo mangiare che non di fame. Gli individui in sovrappeso sono 1 miliardo e mezzo in tutto il globo: il doppio rispetto al 1980. Le donne sono il 50% in più degli uomini. I bambini con meno di 5 anni ma già in sovrappeso sono 40 milioni. Alla fine dell´anno scorso un articolo sul New England Journal of Medicine spiegava che quando si rispetta una dieta e si perde peso, nel nostro organismo si innesca un complicato gioco di ormoni che porta l´appetito ad aumentare di nuovo per recuperare il nutrimento perduto. Milioni di anni di evoluzione hanno portato la specie umana ad adattarsi alla mancanza di cibo, non alla sua sovrabbondanza. Tutti i nostri meccanismi cellulari si sono affinati per conservare energia anziché dissiparla.
Il risultato, secondo i calcoli di Sheldon Jacobson, ingegnere dell´università dell´Illinois, è che ogni anno le auto private americane consumano 4,3 miliardi di litri di carburante in più a causa dell´aumento di peso di conducenti e passeggeri fra 1960 e oggi. La massa in eccesso si fa sentire anche su freni e volante. Il 14 marzo del 2011 la Federal Transit Authority, un´agenzia del Dipartimento dei Trasporti americano, ha proposto di riadattare gli standard di sicurezza degli autobus pubblici da 68 a 79 chili per passeggero medio e di ricalcolare il numero massimo di persone a bordo alla luce della maggiore superficie occupata (0,16 metri quadri invece di 0,13). Ancora una volta, gli standard risalivano agli anni ´60. I nuovi automezzi dovranno essere costruiti tenendo conto dei nuovi livelli di stress per freni e sterzo.
Una procedura simile è in corso anche presso la Federal Aviation Authority, l´agenzia che sovrintende all´aviazione civile. Sedili e cinture di sicurezza sono infatti costruiti da 60 anni per sopportare il peso di un passeggero tipo da 77 chili. Ma oggi la media degli utenti dei voli americani è di 74 chili per gli uomini e 88 per le donne. E quando le compagnie aeree hanno scelto di far pagare il doppio biglietto ai clienti oversize si sono puntualmente ritrovate in un labirinto di ricorsi legali. «La forza è il prodotto di massa per accelerazione - ha spiegato al New York Times Dietrich Jehle, che insegna Medicina dell´emergenza all´università di Buffalo. «Se un passeggero è più pesante e non indossa la cintura di sicurezza, la forza dell´impatto sarà necessariamente maggiore».
In Italia sui sedili dei mezzi pubblici si è intervenuti con posti a sedere extralarge. «A richiesta, sui nostri autobus possiamo sostituire alcuni sedili tradizionali con quelli Jumbo» spiega Emanuela De Vita di Irisbus-Iveco, che rifornisce di mezzi pubblici molti comuni italiani. Nelle città più importanti questi posti larghi 63 centimetri (circa una volta e mezzo rispetto al normale) sono già diffusi da diversi anni (Roma dal 2004, poi anche Bologna, Torino, Milano, Padova, Mantova). Nella capitale sono montati oggi su 700 bus urbani dell´Atac. Ma più svelte ad adattarsi delle aziende pubbliche erano state le ditte private. Pochi anni fa trovare una bilancia che superasse i 130 chili era quasi impossibile. Oggi la Siltec Ws1000 raggiunge i 450 chili e può essere acquistata via Internet. La ditta americana "Big John" è specializzata invece in gabinetti extra-large, con piedistalli di rinforzo, cerniere in acciaio e "ammortizzatori" di gomma tra il sedile e la ceramica. Il modello estremo raggiunge i 50 centimetri di larghezza e può reggere il peso record di 544 chili.
Riadattare una nazione all´epidemia di obesità può sembrare una dichiarazione di resa. «In realtà di iniziative simili ne servirebbero di più, soprattutto in Italia» sostiene Marcello Lucchese, presidente dell´Associazione italiana obesità e direttore della Chirurgia bariatrica al policlinico di Careggi a Firenze. «Le persone obese hanno bisogno di vivere in strutture riadattate ai loro bisogni. Perfino fare una doccia è difficile, con le dimensioni delle cabine normali». La struttura di Chirurgia bariatrica di Firenze è una delle poche in Italia a essersi attrezzata per l´assistenza di pazienti di dimensioni fuori dal comune. «Un letto normale d´ospedale - spiega Lucchese - sostiene 130 chili. Nel nostro reparto abbiamo letti rinforzati da 170 chili, ma spesso non bastano e siamo costretti ad affittarne alcuni da 227. I tavoli operatori invece arrivano a 350 chili». Le normali poltrone con i braccioli - inutilizzabili - sono state sostituite l´anno scorso a Careggi con divani più comodi. Un sollevatore (un arco di metallo cui viene agganciata un´imbracatura) serve a far alzare i pazienti quando le braccia degli infermieri non bastano.
Delle vere e proprie gru in miniatura accanto ai letti di degenza sono state installate anche in quella che forse è la struttura modello nel mondo per le persone oversize: l´ospedale dell´università dell´Alabama a Birmingham, il quarto più grande degli Stati Uniti. Qui l´intero edificio è stato revisionato per fare posto alle persone di taglia extra. Porte allargate, gabinetti fissati sul pavimento capaci di sopportare 120 chili, sedie a rotelle più larghe e rinforzate. Il tutto, concentrato fra quattro mura, offre uno scorcio del mondo extralarge che verrà.

La critica dell´extralarge condanna l´uomo moderno di Marino Niola, La Repubblica, 31 maggio 2012, http://www.dirittiglobali.it

Oggi il peso eccessivo è una colpa. Ma nella storia era il segno tangibile di potere e prestigio Sedili più larghi, toilette supercomode, letti oversize. Tutto si fa spazio. Perché gli obesi sono in aumento. E reclamano comfort 

Nella società della leggerezza il peso è un handicap. E l´obesità una colpa. È un vero stigma quello che oggi marchia gli over-size, additandoli alla pubblica condanna. Le accuse? Voracità bulimica, mancanza di autocontrollo, improduttività lavorativa, analfabetismo alimentare, sublimazione libidica. I drop out della taglia estrema devono fare i conti con una diffusa presunzione di colpevolezza che ne fa i nuovi paria del villaggio globale. Umiliati e obesi. E pure puniti. Tant´è vero che guadagnano in media il 18 per cento in meno dei normopeso. Lo rivela, cifre alla mano, una recentissima ricerca svedese. Non c´è bisogno di scomodare le veneri di Tiziano e Rubens per rendersi conto di come maniglie dell´amore e cuscinetti adiposi servissero ad aumentare l´appeal femminile. Mentre gote rubizze, ventri prominenti e maestosi doppi menti erano il contrassegno del potere e del prestigio maschili. Peso sociale tradotto in massa corporea. Fustacci e maggiorate, uomini di panza e matrone come la Saraghina di Fellini erano i simboli estetici ed erotici di un´umanità che sognava l´abbondanza. Del resto è ancora così in tutte quelle parti del mondo dove l´emergenza alimentare non è ancora finita. È il caso dei lavoratori indiani che emigrano dalle regioni più povere del subcontinente e fanno fortuna a Dubai. Nuovi ricchi che hanno l´obesità come mission. Perché i clienti misurano il loro successo e la loro solvibilità sulla stazza più che sui report delle agenzie di rating. Per la stessa ragione i capi polinesiani e i re africani dovevano avere fisici debordanti che facessero da contrappeso simbolico ai loro privilegi. Non a caso venivano chiamati big men. E gli abitanti delle isole Salomone dicevano che un vero leader deve colare lardo.
Ma perfino dove grasso è bello esiste una soglia che non si deve superare. Si può dire infatti che la condanna dell´eccessiva pinguedine sia antica quanto l´uomo. A fare la differenza però sono i pesi e le misure che in tempi e luoghi diversi fissano la soglia della normalità. È vero insomma che tutte le società disapprovano la dismisura. Ma è altrettanto vero che la dismisura non ha una taglia fissa. Anche dove la grassezza è segno di importanza e di forza, superato quel limite cambia di segno. E diventa sintomo di intemperanza, di gola, di avidità. Un vizio capitale che porta dritto dritto all´inferno. Come nell´Europa medievale. È proprio allora che nasce lo stereotipo dell´ebreo obeso, figlio primogenito del ricco Epulone evangelico. Un pregiudizio che viene rispolverato dall´antisemitismo otto-novecentesco, soprattutto dal nazismo, che lo trasforma nella metafora politica del giudeo parassita, che ingrassa a spese della società. Le tragiche conseguenze di questa ideologia devono mettere in guardia da facili semplificazioni o da giudizi sommari. Perché spesso dal salutismo al razzismo il passo è breve. Ora come allora.
Anche se anticamente ad essere condannata non è tanto la stazza in se stessa quanto gli appetiti smodati di cui essa è prova evidente. Ragioni etiche più che estetiche. Ideologiche più che fisiologiche. Ad essere davvero in questione, infatti, non è il corpo ma l´anima, non è la salute ma la salvezza. È la nostra modernità a cambiare le carte in tavola facendo del sovrappeso un problema individuale, la spia di un disagio interiore. È così che l´obesità smette di essere un peccato per diventare una malattia. Definita da parametri scientifici sempre più esatti. Oggi ci sembra scontato sapere quanti chili siamo, ma fino ai primi del Novecento quasi nessuno montava sulla bilancia. Insomma in poco più di un secolo l´obesità è passata dal mondo del pressappoco all´universo della precisione. Fino a inventare un parametro come l´Imc, ovvero l´indice di massa corporea. Che prende le misure alla nostra vita, oltre che al girovita. E ci restituisce l´immagine inquietante di un pianeta sempre più smisurato. Stando alle previsioni dell´Ocse in Paesi come Usa e Regno Unito fra dieci anni quasi il 70 per cento dei cittadini sarà in sovrappeso e l´obesità raggiungerà livelli da capogiro. E così le carni tremule degli over size diventano l´ologramma di un mondo schizofrenicamente diviso tra chi non ha abbastanza e chi ha troppo. Tra quelli che hanno un bisogno disperato di mangiare e quelli che hanno un bisogno disperato di non mangiare.
E se nelle pagelle scolastiche statunitensi il peso corporeo determina il voto di condotta, il costo delle polizze assicurative oscilla con l´ago della bilancia. Insomma se il corpo è l´indicatore del rapporto tra individuo e società, peso e misura ne sono l´algoritmo. Sempre variabile nel tempo. Fino agli Anni Sessanta, infatti, con la fame della guerra ancora impressa nella mente, il grasso era una manna dal cielo. Essere pasciuti, ancor meglio se panciuti, era il segno tangibile dell´opulenza. E dunque del benessere e della bellezza.

giovedì 17 maggio 2012


Dukan radiato dall’ordine dei medici Di Silvana, in News e società su diete & perdita di peso - http://www.dietaland.com

Pierre Dukan sembrava il signore incontrastato del dimagrimento. La dieta che porta il suo nome, la arcinota dieta Dukan, è stata infatti la più seguita e discussa di tutto il 2011. Un successo su scala planetaria che oggi appare destinato a tramontare in un mare di polemiche. Già da diverso tempo infatti gli stessi colleghi del nutrizionista francese l’avevano messa sotto torchio tacciandola di causare squilibri alimentari e, dunque, mettere a repentaglio la salute dei pazienti.

Ed oggi è arrivata la svolta: il dottor Dukan è stato radiato con disonore dall’ordine dei medici di Parigi, una decisione che lo stesso nutrizionista aveva chiesto fosse presa già lo scorso Aprile, forse nel tentativo di mettersi al riparo dai provvedimenti disciplinari a suo carico (che comunque non verranno sospesi).

Perchè Dukan è stato radiato dall’albo

I medici francesi accusano Dukan di aver violato il codice deontologico spinto da un’avidità smodata che lo avrebbe condotto a rendere dichiarazioni pubbliche giudicate imprudenti, a promuovere la propria immagine come un marchio e ad aver esercitato la professione medica come se si trattasse di un mestiere.

Come se non bastasse, la sua proposta di assegnare punteggi più elevati agli studenti che fossero riusciti a mantenere il peso nei due anni precedenti al diploma aveva suscitato un vespaio di polemiche e gli era valsa l’accusa di discriminare i giovani con problemi di peso e, cosa ancora peggiore, affetti da disturbi del comportameno alimentare.

Tuttavia, la vita professionale di Pierre Dukan non sarà certamente stravolta in seguito a questa epurazione: il guru della dieta iperproteica è in pensione già dal 2008 e non riceve nuovi pazienti limitando al massimo le consulenze.

Poco male visto che il suo libro, Je ne sais pas maigrir (Io non so dimagrire), pubblicato nel 2000, ha venduto oltre quattro milioni di copie solo in Francia.

giovedì 10 maggio 2012


A mangiare di fretta si rischia il diabete - L’abitudine a mangiare veloce aumenta significativamente le probabilità di sviluppare il diabete di tipo 2, il più diffuso, 10/05/2012 - RALLENTARE http://www3.lastampa.it

Chi non mangia di fretta alzi la mano.
È probabile che di mani alzate ce ne siano davvero poche. Oggigiorno, la fretta è la caratteristica che accompagna le nostre giornate: che sia sul lavoro, che sia anche in quella che dovrebbe essere una pausa, ossia il pranzo.

Mangiare veloce pertanto, per molti, è divenuta dapprima un’esigenza e poi un’abitudine tanto che anche quando non ve ne sarebbe necessità ci si ritrova a ingurgitare il cibo alla velocità della luce.
Questo atteggiamento, se da un lato permette di sbrigarsi a mangiare e tornare alle proprie faccende, ha tuttavia i suoi lati negativi. Secondo uno studio degli scienziati della Lithuanian University of Health Sciences, i quali hanno presentato il loro lavoro al XV Congresso Internazionale di Endocrinologia, e XIV Congresso Europeo di Endocrinologia, tenutosi a Firenze dal 5 al 9 maggio 2012, mangiare veloce favorisce l’aumento di peso che, a sua volta, favorisce l’insorgere del diabete di tipo 2.

Per arrivare alle loro conclusioni, i ricercatori coordinati dalla dottoressa Lina Radzeviciene, hanno seguito 702 persone, di cui 234 con una recente diagnosi di diabete di tipo 2.
I partecipanti hanno dovuto compilare un questionario con domande incentrate sulle proprie abitudini e stile di vita. Tra le domande alcune riguardavano la dieta seguita, l’abitudine a tavola, il praticare o meno esercizio fisico, il vizio del fumo o alcol e, ovviamente, qual era la rapidità nel mangiare: se era la stessa degli altri o se più veloce o lenta.
Oltre al questionario, i volontari sono stati oggetto di visita medica ed è stato loro misurato il peso corporeo, per poi determinare il BMI (indice di massa corporea).

Dopo aver raccolto tutte le informazioni necessarie Radzeviciene e colleghi hanno scoperto che i partecipanti che avevano ammesso di mangiare più rapidamente degli altri avevano 2,5 maggiori probabilità di soffrire di diabete di tipo 2.
La tendenza sviluppare il diabete poi restava anche quando erano prese in considerazione altre cause come, per esempio, l’obesità, il vizio del fumo o la familiarità.

«La prevalenza del diabete di tipo 2 è in aumento a livello globale e sta diventando una pandemia mondiale – ha commentato Radzeviciene – Sembra coinvolgere l’interazione tra sensibili background genetici e fattori ambientali. E’ importante identificare i fattori di rischio modificabili che possono aiutare le persone a ridurre le loro probabilità di sviluppare la malattia».
Sebbene gli scienziati stessi non hanno saputo spiegare il perché vi sia una correlazione tra il mangiare veloce e lo sviluppo del diabete di tipo 2 – come d’altronde mostrato dai dati raccolti – hanno ribadito che ingrassare è un fattore di rischio e mangiare veloce può far aumentare di peso perché la velocità non permette al cervello di elaborare i segnali di sazietà.

Poiché lo studio era di piccole dimensioni, i ricercatori ricordano che saranno necessari altri studi più approfonditi al fine di confermare quanto suggerito.
In ogni caso, per quanto possa essere reale o meno il rischio di sviluppare il diabete è indubbio che mangiare veloce non fa bene, soprattutto a livello digestivo e, da qui, possono insorgere altri problemi per l’organismo.

venerdì 27 aprile 2012


Drunkoressia: il male del nuovo millennio, 23 aprile 2012, http://saluteedintorni.wordpress.com

Tra i disturbi del comportamento alimentare, ecco spuntare una nuova malattia, fresca fresca di neologismo, ovvero la drunkoressia o drunkorexia, come la chiamano a New York. L’etimologia della parola trova origine nel verbo “drink” che significa “bere”. Secondo le notizie fornite dal Ministero della Sanità, la drunkoressia rappresenta il nuovo male che colpisce i giovani e che si sta pericolosamente diffondendo a macchia d’olio.
Si tratta di un disturbo alimentare che porta a sostituire le calorie del cibo con quelle dell’alcool e rappresenta un fenomeno estremamente pericoloso, considerando che in Italia ci sono tre milioni di persone che soffrono di disturbi del comportamento alimentare che vanno dall’anoressia alla bulimia. Quindi, rappresenta un grave problema che tra queste due conclamate malattie si inserisca questa nuova condizione, che avrebbe già raggiunto circa mezzo milione di persone, soprattutto di giovane età.

Drunkoressia: una sindrome estremamente pericolosa

La drunkoressia rappresenta una condizione davvero pericolosa per la salute, poiché, come afferma Emanuele Scafato, ricercatore dell’Istituto Superiore di Sanità e direttore dell’Osservatorio Nazionale sull’alcol, “in soggetti già sottopeso la drunkoressia provoca un dimagrimento patologico e crea dipendenza da alcol, che, a sua volta, può portare nel lungo periodo a cirrosi epatica, tumori del fegato e lesioni cancerose al seno, oltre ad una grave sindrome psicologica in questi ragazzi”.

La drunkoressia va ad inserirsi in un quadro già di per sé grave, in quanto nella nostra penisola sono circa tre milioni le persone affette da disturbi del comportamento alimentare che soffrono di anoressia, bulimia e disturbo da alimentazione incontrollata, con un drastico abbassamento dell’età di esordio di queste malattie, che iniziano infatti a colpire bambini tra gli 8 e i 10 anni.

Nonostante questa impellente emergenza sanitaria, i centri per la cura dei disturbi del comportamento alimentari sono ancora troppo pochi in Italia. Quello più grande è Villa Miralago a Varese, dove sono ricoverati 46 tra ragazzi e ragazze, anche minorenni, che vi soggiornano anche più di un anno, assistiti da un’equipe di 53 specialisti tra psicologi, nutrizionisti ed educatori. Le liste d’attesa sono lunghe mesi e nel frattempo la malattia può portare alla morte, in quanto di anoressia si muore, sia a causa di suicidio sia per effetti collaterali importanti.

sabato 17 marzo 2012


IL COMMENTO - Se la Paura fa Ombra alla Scienza di Boncinelli Edoardo, 16 marzo 2012, http://archiviostorico.corriere.it/

Di tanto in tanto ritorna in ballo l' argomento degli Ogm, della loro supposta pericolosità e della loro utilità. Passano gli anni, ma dal punto di vista scientifico non è cambiato niente, anzi le sicurezze si sono rafforzate nel tempo. In sintesi questi organismi non sono pericolosi né in teoria né in pratica. In teoria non c' è alcuna possibilità che nuocciano perché non può essere un gene in più o in meno, oltre alle decine di migliaia che questi esseri già contengono, che li rende pericolosi, a meno che non si introduca di proposito un gene che produce una tossina. In pratica non si è osservato un solo caso di pericolosità, bassa o alta, in tutti questi anni, più di venti, nei quali molte popolazioni si sono nutrite in questa maniera. Il discorso della pericolosità per la salute dell' uomo quindi è escluso completamente. Alcuni d' altra parte invocano una pericolosità per l' ambiente. Certi organismi cioè potrebbero sfuggire al controllo e andare a invadere altri campi o allevamenti. Ciò non è impossibile, ma estremamente improbabile, perché nella competizione con gli organismi «naturali», quelli modificati perdono inevitabilmente. Sono infatti più fragili e meno bilanciati. In tanti anni comunque non si è mai osservato niente del genere in nessuna parte del mondo. Completamente diverso è il discorso dell' utilità, che cambia da Paese a Paese e da economia e economia. Probabilmente oggi noi non abbiamo bisogno di questi organismi, ma occorre considerare che le bocche che mangiano sono sempre di più e le braccia che coltivano sempre di meno. È quindi molto probabile che presto questa diventerà una pressante esigenza anche per il nostro Paese e sarebbe saggio pensarci per tempo, piuttosto che farsi trovare impreparati e dover fare le cose con precipitazione e a costo superiore. Un discorso a parte merito il problema del cosiddetto «tipico». L' Italia eccelle nella produzione e nella commercializzazione del tipico e molti ritengono che ciò sia in contrasto con l' introduzione degli Ogm. È esattamente il contrario: il tipico va protetto e difeso più di altre produzioni e potrebbe essere quindi la soluzione finale, almeno per il nostro Paese, la coniugazione del tipico e degli Ogm. È chiaro comunque che la paura è la peggiore delle consigliere. Occorre, oggi come ieri, essere razionali e pragmatici.

domenica 11 dicembre 2011


Un delfino è più umano di un disabile di Carlo Bellieni, http://carlobellieni.com/

Il «Financial Times» lo dice chiaramente: in tempo di crisi il mercato del cibo è in stagnazione, ma quello specifico del cibo per animali continua a crescere, con una previsione di un aumento del sei per cento annuo fino al 2016. Solo l’anno scorso negli Stati Uniti sono stati spesi quarantacinque miliardi di dollari per gli animali, di cui diciotto per il cibo, e nei supermercati lo spazio riservato a cibo e oggetti per animali supera quello per i bambini. «Il mercato di cibo per animali negli Usa è tre volte maggiore di quello per bambini e va meglio. Varie nazioni coccolano di più gli animali che i bambini, compreso il Giappone e la Gran Bretagna», scrive il «Financial Times». E la maggior ditta mondiale di alimenti, tradizionalmente rivolta in buona parte al settore infantile, lancia in Austria degli spot televisivi particolari: reclamizzano cibo per animali, e sono fatti in modo di essere avvertiti specificamente dall’udito dei cani, che reagendo a suoni e ultrasuoni influenzerebbero i proprietari nell’acquisto del cibo. Fiorisce anche il commercio di cibi biologici per cani e addirittura a gennaio è nato a Rio de Janeiro il primo bio-ristorante per cani. Ma non solo di cibo si parla: nascono antidepressivi e ansiolitici per cani e anche la moda dei vestiti per animali non va male.

È un dato paradossale, in tempo di crisi: calano tutti i consumi, ma non calano quelli per i cani, succedanei dei bambini nelle attenzioni della classe media occidentale. Un triste paradosso. Perché il rischio è che mettere le priorità animali sullo stesso piano di quelle uomini e donne, finisca col distrarre risorse economiche e soprattutto distrarre l’attenzione dalla povertà e dalle grandi malattie. E si arriva ad adeguarsi in modo inconscio a questo modo di vedere il rapporto con gli animali, o addirittura a teorizzarlo. Un adeguamento inconscio lo troviamo in una recente normativa dell’Unione europea, che invita a trattare gli animali nelle condizioni più “umanitarie”, espressione perlomeno paradossale,

dato che si parla di animali. La teorizzazione la fa una certa filosofia utilitarista, che pretende che si usi appellare alcuni animali (delfini e scimmie, ma non i cani e le giraffe) “persone non umane”, mentre a bambini e disabili mentali sarebbe da riservare il titolo e il trattamento di “umani non-persone”.Ma non sarà che si preferisce dare sempre più spazio agli animali perché la gente ha perso la voglia di riconoscere incondizionatamente il giusto rispetto da dare all’uomo? Se l’uomo è un animale tra gli altri, perché trattarlo con incondizionato rispetto, invece che con rispetto subordinato alla sua utilità?

Già, perché il metro dei rapporti è troppo spesso l’utilità. Anche il rispetto verso gli animali ne riguarda solo alcuni, quelli “più uguali degli altri”, parafrasando George Orwell: gli animali “non belli” o “non utili” o “non intelligenti” restano di serie B. Ad esempio, le norme dell’Unione europea di cui sopra dettano di limitare gli esperimenti

sulle “grandi scimmie”, lasciando meno restrizioni agli esperimenti su altri animali. Su che base, dato che la differenza genetica di un pollo o un topo dall’uomo è solo infinitesimamente diversa da quella dell’orango? Potremmo chiamare questo modo di comportarsi: animalismo estetico o utilitarista. Trascura le specie meno gradite, ed è parente del comportamento barbaro costituito dall’abbandono dei cani da appartamento, quando non sono più “utili”. Cosa diversa è l’animalismo vero, che rispetta l’animale in quanto tale, che non sopporta le cattive condizioni di certi allevamenti intensivi, o lo stress degli animali usati in certi spettacoli televisivi tra riflettori e altoparlanti, anche se non riguardano animali di serie A. In fondo non c’è da stupirci: tutta la società ha come parola d’ordine quella di accogliere solo chi è perfetto tra gli umani, figuriamoci tra gli animali. Non ci stupisce allora che l’industria investa più per i cani che ci fanno fare bella figura o ci fanno compagnia, che per i bambini, talora indesiderati, e comunque sempre fonte di imprevisti. L’industria segue le priorità della gente; e nei comportamenti dei popoli occidentali — basta guardarsi intorno — bambini e malati non sono certo “la” priorità.