Visualizzazione post con etichetta differenza sessuale. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta differenza sessuale. Mostra tutti i post

lunedì 9 marzo 2015

Il ragazzo curato a ormoni per diventare ragazza Ecco a quali inferni arriva l'ossessione gender di Roberto Marchesini, 09-03-2015, http://www.lanuovabq.it/

Ritratto di un ragazzo diventato ragazza di Sara  Whong“Così aiutiamo nostro figlio 15enne diventare una ragazza” è titolo di un articolo comparso qualche giorno fa sul Corriere della Sera. Racconta l’odissea di due genitori, Massimo e Rita, davanti alla confessione del figlio tredicenne che quando aveva otto anni si sente una ragazza nel corpo di un ragazzo. «Non ce la faccio più», scrive il ragazzo, «a sognare ogni notte al femminile e poi a svegliarmi non essendolo». Ecco fino dove può arrivare l’ideologia di genere. 

Non amo commentare vicende che non mi riguardano, soprattutto quando non conosco bene le persone coinvolte e sono delicate come questa. Ci sono però altre osservazioni che si possono fare a proposito di questo articolo. Partiamo dal titolo, e chiediamoci: davvero è possibile che un ragazzo diventi una ragazza? No, non è possibile. Il nostro sesso è determinato fin dal momento del concepimento: se il papà lascia il cromosoma Y siamo maschi, altrimenti siamo femmine, che ci piaccia o no. Non importa se ci sono due cromosomi Y, o un cromosoma Y e due X: se c'è il cromosoma Y siamo maschi, punto. E non è questione di organi genitali: siamo maschi o femmine in tutto il nostro corpo, perché ogni cellula del nostro corpo ha quel benedetto cromosoma. Possiamo mutilarci, possiamo aggiungerci appendici siliconiche in ogni parte del corpo, depilarci, limarci la mascella e sottoporci a qualsiasi altra tortura, ma resteremo maschi. Senza genitali, magari, con protesi sul petto, ma sempre maschi. Quindi non è possibile che questo ragazzo diventi una ragazza. Qualcuno ha mentito ai genitori e a lui. Ma ovviamente le conseguenze del loro progetto saranno tutte esclusivamente di questa famiglia, nessuno le dividerà con loro. Quali conseguenze? Consiglio di leggere il libro di Walt Heyer (ex transessuale) intitolato Paper genders. Il mito del cambiamento di sesso (Sugarco 2013) per averne una idea; oppure la vicenda di Nancy Verhelst (clicca qui); o anche la (definitiva) opinione del dottor McHug (clicca qui)  

Passiamo ora ad una seconda questione. Questo ragazzo (“Irene”) verrà sottoposto a trattamenti molto violenti perché afferma di essere una ragazza in un corpo di un ragazzo. Ok, fermiamoci un istante. Irene ha i genitali maschili e una conformazione fisica maschile; quindi, alla vista, appare un maschio. La medicina afferma che è un maschio. Ma afferma di essere una ragazza in un corpo di ragazzo. Può dimostrare di avere un'anima femminile? No. C'è modo di vedere quale sia il sesso della sua anima? No. Immaginiamo (mi è accaduto realmente) che incontri un uomo che afferma di avere un'anima angelica in un corpo umano. Nessuno può vederlo, ma egli è un arcangelo imprigionato in un corpo umano. Cosa penseremmo? Gli crederemmo? Prenderemmo seriamente le sue parole, al punto da impiantargli un paio d'ali? Il suo dramma finirebbe sul blog del Corriere della Sera? Eppure egli afferma le stesse cose che afferma “Irene”, con la differenza che “Irene” è un ragazzino, mentre l'altro un uomo adulto, che lavora ed è inserito in parrocchia. Dunque: perché “Irene” sarà sottoposta a quei trattamenti?

Semplice: a causa dell'ideologia di genere. É l'ideologia di genere che ci fa credere una cosa assurda, cioè che sia possibile “cambiare sesso”. Si chiama ideologia proprio per questo. È l'ideologia di genere che ci fa credere che un ragazzino di quindici anni sia qualcosa di diverso da quello che tutti possono vedere (e la scienza può dimostrare). È l'ideologia di genere che mette queste storie sul blog del principale quotidiano nazionale. È a causa dell'ideologia di genere che “Irene” verrà sottoposta a trattamenti degni del dottor Mengele. Tra l'altro: non ci hanno insegnato ad inorridire e a sdegnarci quando leggiamo che nel secolo scorso dei luminari della medicina sottoponevano le persone con tendenze omosessuali a trattamenti ormonali? Nel loro caso è una tortura, nel caso di un ragazzino quindicenne è una bella cosa? Sarebbe più facile credere a Michael Jackson rapito dagli alieni, piuttosto che ad un ragazzino il quale dice di essere una cosa diversa da quello che tutti vedono, non può dimostrarlo, ma tutti gli credono ugualmente.

Sembra un incubo, vero? Ma come è possibile? Non dimentichiamo l'alleato più forte dell'ideologia di genere, l'alleato migliore di qualsiasi ideologia: il conformismo. Nel 1956 lo psicologo Solomon Asch condusse un celebre esperimento. Il protocollo prevedeva che si radunassero in una stanza 8 soggetti, dei quali 7 erano complici dello sperimentatore. Al gruppo veniva mostrato un cartoncino con tre linee di altezza decrescente, accanto ad una linea solitaria alta quanto la prima delle tre linee. Veniva loro chiesto di indicare quale linea del gruppo di tre avesse una lunghezza uguale a quella solitaria. I sette complici rispondevano sempre in maniera errata; così come il vero soggetto, che rispondeva (quasi) sempre adeguandosi al gruppo. Oggi tutti credono ad un angelo senza ali per adeguarsi ai complici dello sperimentatore. “Irene” non è l'unica vittima dell'ideologia di genere; lo è anche la nostra intelligenza, la nostra dignità, e il destino della nostra società.

mercoledì 12 novembre 2014

Asili nido a Roma conquistati dalla lobby gay di Costanza Signorelli, 12-11-2014, http://www.lanuovabq.it/

Libriccino per asilo nido«Mery e Franci si amavano e volevano una famiglia. (…) Ma mancava il semino! In Olanda c’è una clinica dove dei signori gentili donano i loro semini per chi non ne ha. Franci si è fatta dare un semino nella clinica olandese e… l’ha messo nella pancia di Mery. Margherita ha cominciato a crescere! Margherita ha due mamme: solo una l’ha portata nella pancia ma entrambe, insieme, l’hanno messa al mondo. Sono i suoi genitori».  Le scritte grandi e ben scandite campeggiano su pagine dai colori pastello dove le figure di due donnine, che si scambiano bacini e cuoricini, completano l’«idillio fiabesco». Ebbene sì, perché quanto riportato qui sopra, è lo stralcio proprio di un racconto per bambini, Piccola storia di una famiglia, casa editrice Stampatello. 

Ma il peggio deve ancora venire. Perché, il manualetto per infanti non occupa solamente gli scaffali delle librerie più attive in tema di propaganda gender, ma fa parte della progetto educativo, all'insaputa dei genitori, di un asilo nido comunale di Roma, il Castello Incantato, zona Buffalotta.

Al testo in questione si aggiungono una lunga serie di altri simili: Perché hai due papà? – «un libro che in modo semplice e lineare spiega come nascono i bambini dall’amore di due uomini» – oppure, Qual è il segreto di papà?, dove si racconta ai piccoli che loro padre potrebbe avere un fidanzato. E ancora Il bell’anatroccolo, la storia di Elmar (maschio) che scopre di essere «femminuccia ed è orgoglioso di esserlo». E via dicendo. La lista è  lunga ed è stata affissa sulla bacheca del nido in questione con il titolo: «Vogliamo leggerli ai nostri “bambini” (scritto in rosa, ndr) e “bambine” (scritto in azzuro, ndr), chi ce li regala?».

Una bacheca sì, una semplice bacheca di quelle che si usano per comunicare feste di compleanno, variazioni del menù scolastico o colonie di virus in agguato. E però, è proprio questo il metodo che si ripete: con il cavallo di Troia della lotta alla discriminazione, con il pretesto dell'educazione sessuale o più semplicemente, appunto, con escamotage che sfruttano la distrazione dei genitori, si spalancano le porte degli istituti scolastici ad una valanga di "progetti educativi" di stampo gender. Il nido di Roma non è certo un caso isolato. Lo denuncia un comitato di genitori - comitatoarticolo26.it - nato proprio con lo spirito di rispondere all’emergenza educativa che, sotterranea ma violenta, si sta imponendo nelle strutture scolastiche della capitale ed anche di tutto il territorio nazionale. 

Così, spesso all'insaputa dei genitori, si va affermando una linea ben precisa. Si impone, in modo più o meno limpido, una cultura insidiosa, che mira alla decostituzione dei modelli di genere, alla sovversione delle evidenze di natura e allo stravolgimento del senso di famiglia e di genitorialità. Detto in altre parole, si insegna ai bambini, sin dalla più tenerà età, che non si nasce maschi o femmine ma che «sei quello che senti di essere», senza differenza. Che non esistono una mamma e un papà, ma un genitore 1 e 2. E che perciò la famiglia può essere tutto e il suo contrario. E via discorrendo. Un “progetto educativo” ben architettato che nasce in seno alle associazioni Lgbt e si serve del patrocinio del governo e degli enti locali, come più volte abbiamo dimostrato spiegando ad esempio il progetto del governo che va sotto il nome di "Strategia Nazionale per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni basate sull'orientamento sessuale e sulle discriminazioni", che ha nella scuola il principale obiettivo (clicca qui).

Per capire meglio lo scenario su cui si muovono casi come quello del Nido Castello Incantato, è sufficiente guardare quanto successo a Roma lo scorso 20 e 21 settembre, giorni in cui si è tenuto un convegno nazionale dal titolo “Educare alle differenze”. Organizzato da duecento realtà co-promotrici – per lo più associazioni Lgbt sparse su tutto il territorio nazionale –, l'incontro ha visto la partecipazione di centinaia di attivisti, tra cui psicologi e docenti di scuola pubblica di ogni ordine e grado. Sono questi ultimi, infatti, i destinatari prediletti, perché lo scopo dell’ideologia cosiddetta gender, è quello di formare ed educare le future generazioni a «cambiare idee, concetti e visioni del mondo mettendo in crisi il pensiero unico della nostra cultura, fatta spesso di stereotipi e modelli culturali di genere normativi limitanti». Questo quanto si legge nella “mission” di Progetto Alice, uno dei principali gruppi promotori dell’evento. E se i più grandi sono difficili da convincere, meglio partire dai piccini: «Abbiamo individuato nella decostruzione degli stereotipi dei modelli familiari nella primissima infanzia un intervento strategico per il lavoro educativo», ha dichiarato un’esponente dell’associazione Scosse nell’ambito della presentazione del progetto “Leggere senza stereotipi”, un’idea che a Venezia è già diventata realtà grazie ai finanziamenti del Comune e che prevede la fornitura agli asili e alle scuole dell’infanzia di libretti sul calibro di quelli citati in partenza.

Ma vi è di più. Il convegno nazionale “Educare alle differenze” è stato patrocinato dell’Assessorato alla Scuola di Roma Capitale. E infatti Scosse, l’ideatrice dell’evento, è la medesima associazione che l’anno scorso ha ricevuto da Roma Capitale il mandato di formare le educatrici degli asili nido e delle scuole dell’infanzia di Roma, attraverso specifici seminari sulle tematiche gender (clicca qui). Simili corsi di formazione rientrano oggi a tutti gli effetti nei “Percorsi didattici per le scuole di Roma Capitale” che l’assessore alla Scuola, Infanzia, Giovani e Pari Opportunità, Alessandra Cattoi, ha presentato ai dirigenti scolastici per l’anno scolastico 2014/2015 (clicca qui).

La verità è che spesso questi tipi di inziative si nascondono sotto le vesti della lotta alla discriminazione, della battaglia avverso la violenza omofoba, della campagna di sensibilizzazione alle “diversità” ma nulla hanno a che fare con la difesa di questi diritti. E perciò, chi prova a contrastare siffatte iniziative viene subito tacciato come omofobo. Ma è tutto il contrario. Anzitutto perché, proprio trattandosi di temi estremamente delicati, quali l’affettività e la sessualità, meriterebbero per questo di essere affrontati con altrettanta delicatezza e rispetto. Non già, come invece accade, strumentalizzati per portare avanti battaglie puramente ideologiche sulla pelle di chi soffre.

Ma il punto è un altro e non ha nulla a che vedere con l’omofobia. Ha invece a che fare con la tutela degli innocenti, con la protezione dei più deboli e indifesi: i nostri bambini. Perché dire a un piccolo che può nascere da due mamme, che papà e mamma non esistono, che nasce maschio ma potrebbe scoprire di essere femmina, che non conta «ciò che è e ciò che vede», ma «ciò che sente e pensa di essere»; dirgli tutto questo significa ingannarlo sfruttando la sua innocenza; significa raccontargli menzogne abusando della sua fiducia; significa educarlo ad un modo stravolto ed estremamente pericoloso di rapportarsi con la realtà. E i danni sono devastanti. Per tutti. 

«Quando si abolisce il principio di evidenza naturale, la mente compensa con squilibri psicotici gravissimi. Per questo pensare di introdurre l’uguaglianza dei sessi come normale significa attentare alla psiche di tutti. Penso poi ai più deboli: i bambini. Se gli si insegna sin da piccoli che quel che vedono non è come appare, li si rovina. Non sono solito fare affermazioni dure, dato che gli omosessuali sono persone spesso duramente discriminate, ma non posso non dire che introdurre l’idea che la differenza sessuale non esiste, e che quindi non ha rilevanza, è da criminali. Non conosciamo ancora gli scenari di un mondo disposto a stravolgere la normalità ma li prevedo terribili: l’uomo che obbedisce alla sua volontà e non alla norma si distrugge». Così disse Italo Carta, rinomato psichiatra già ordinario di psichiatria e direttore della Scuola di specializzazione in Psichiatria all’Università degli studi di Milano. Ora dite voi: chi sono i violenti?

martedì 16 settembre 2014

Mamma è femminile, papà è maschile. Perché è così di Roberto Marchesini 16-09-2014, http://www.lanuovabq.it

L'ideologia di genere ha avuto, tra i pochi, il merito di focalizzare l'attenzione di alcuni osservatori sulla figura del padre e della madre, sul ruolo paterno e materno, e sulla loro importanza nella formazione dell'identità di genere. È importante, si osserva, che ci siano entrambi i genitori, il padre e la madre; ma è ancora più importante che, nei confronti del bambino, siano presenti il ruolo paterno e materno, al di là di chi li riveste: non è necessario che il ruolo paterno sia esercitato dal padre e quello materno dalla madre; un ruolo paterno può essere esercitato anche da altri uomini (uno zio, un nonno, un prete...) e addirittura da una donna (dalla madre, ad esempio nel caso della vedovanza). Questa affermazione è di solito corroborata da casi in cui un bambino orfano di padre è cresciuto senza alcun problema di identità di genere; oppure di ottime famiglie nelle quali il ruolo tradizionalmente paterno è stato svolto dalla madre e viceversa. Personalmente, credo che la questione sia semplicemente una riproposizione del dibattito sul genere. Si discute, infatti, del sesso dei genitori (padre e madre) e del loro ruolo di genere (ruolo paterno o materno). L'ideologia di genere sostiene che non esista alcun legame tra sesso e genere; e che il genere, essendo una pura costruzione sociale, deve (per qualche motivo mai chiarito) essere decostruito. Nel nostro caso abbiamo padri (di sesso maschile) che cambiano i pannolini (ruolo di genere materno) e madri (di sesso femminile) che hanno un ruolo normativo (ruolo di genere paterno); bambini che crescono senza qualcuno che svolga un ruolo paterno (necessario solo, dunque, per convenzione sociale); e casi in cui i ruoli genitoriali di genere sono state stravolte e i bambini non ne hanno avuto alcun danno (e che dovrebbero dimostrare come sia possibile decostruire tali ruoli). Proviamo dunque ad affrontare le domande poste dall'ideologia di genere, per poi applicarle alla relazione tra sesso dei genitori e i loro ruoli genitoriali di genere. Molti ritengono che le questioni relative al genere possano essere affrontate dal punto di vista scientifico. È senz'altro vero che la scienza (cioè l'utilizzo della misurazione come metodo di conoscenza) è un valido strumento per conoscere la realtà, ma non tutta la realtà può essere misurata (quindi conosciuta attraverso la scienza): l'uomo, ad esempio, nella sua profonda identità, non può essere misurato. Lo strumento che fino alla metà dell'Ottocento (cioè fino al Positivismo) è stato utilizzato con successo per conoscere l'uomo è la filosofia, in particolare l'antropologia. L'antropologia può aiutarci a dipanare le questioni poste dall'ideologia di genere? Personalmente credo di sì; credo, in particolare, che alcuni strumenti antropologici della filosofia aristotelico-tomista possano essere particolarmente utili per affrontare tali interrogativi. Nel IX libro della Metafisica, Aristotele sostiene che il movimento, il divenire, il mutamento consiste nel passaggio dallo stato di “potenza” a quello di “atto”. La potenza è la capacità di un ente di essere ciò che ancora non è; l'atto è, invece, la realizzazione di ciò che precedentemente era solamente in potenza. La “natura” è il principio, insito negli enti, che guida il divenire dallo stato di potenza a quello di atto. Il termine “natura”, dunque, non indica semplicemente ciò che esiste, la realtà; né può indicare generalmente ciò che fanno gli animali o i vegetali, semplicemente perché ogni specie ha una propria natura, ossia un proprio progetto, diverso da quello di altre specie. In termini correnti potremmo definire la natura come il “progetto” che guida lo sviluppo di ciò che esiste, la sua realizzazione. In che modo la dottrina del movimento di Aristotele riguarda l'ideologia di genere? Mentre l'identità sessuale (cioè l'essere maschio o femmina) è definita sin dal concepimento – il momento dal quale ogni cellula del corpo umano è caratterizzata dai cromosomi XX nella femmina e XY nel maschio -; l'identità di genere (cioè l'essere uomo o donna), invece, si acquista con lo sviluppo. Parafrasando la Bibbia si potrebbe dire che “maschio e femmina li creò” (Gn 1, 27), ma uomo e donna si diventa. Potremmo quindi descrivere il sesso e il genere in termini aristotelici, definendo il sesso come “potenza” e il genere come “atto”, cioè la realizzazione di un progetto (la “natura”) presente fin dal concepimento ma che si realizza nel corso della vita. Il compimento della propria identità sessuale consiste quindi nell'acquisire pienamente l'identità di genere, ossia nel diventare pienamente uomini (se maschi) e donne (se femmine). Sorge spontanea, a questo punto, un'obiezione: esistono situazioni nelle quali le persone nascono maschi o femmine, ma non raggiungono la piena identità di uomini e di donne. Questo significa che queste persone non hanno un progetto che li conduce a diventare uomini e donne se concepiti maschi e femmine? Affrontiamo questa difficoltà con un esempio. Se noi andassimo al mercato e comprassimo una piantina di limone, lo faremmo perché fiduciosi che quella piantina darà dei limoni, ossia confideremmo nel fatto che la piantina di limone abbia una natura, un progetto che prevede la produzione di frutti, e nemmeno frutti qualsiasi (ad esempio angurie o ciliegie) ma proprio dei limoni. Può tuttavia accadere che, giunto il periodo appropriato, la piantina non fruttifichi: forse non ha ricevuto abbastanza acqua o luce, forse è stata assalita dai parassiti, forse era in una posizione non adeguata. Ciò non significa, ovviamente, che la natura della pianta non prevedesse la presenza di frutti, bensì che l'ambiente ha ostacolato lo sviluppo della piantina secondo la sua natura. Questo è, infatti, secondo la filosofia aristotelica, il ruolo dell'ambiente; quello di permettere od ostacolare lo sviluppo della natura delle cose. Tornando all'uomo, questo significa che esiste una natura che guida la realizzazione del progetto della persona; e che se una persona non riesce a sviluppare pienamente le sue potenzialità non significa che non ne avesse, ma solamente che l'ambiente e le esperienze che ha vissuto (la cultura) non glielo hanno permesso. Tutto ciò non deve far pensare che la cultura abbia solamente un ruolo negativo nello sviluppo dell'identità, come sosteneva Rousseau. È vero piuttosto il contrario: le relazioni sono lo strumento essenziale per la propria realizzazione, e l'uomo non può vivere senza relazioni. Aristotele, nel primo libro de La politica, definiva infatti l'uomo zòon politikòn, animale sociale; e san Tommaso, ne La politica dei principi cristiani, ribadisce che «agli uomini è necessario vivere in società». La necessità delle relazioni per la vita umana è testimoniata anche da un esperimento condotto da Federico II di Svevia e riportato nelle Cronache di fra Salimbene da Parma. Volendo l'imperatore scoprire quale fosse la lingua orginaria dell'uomo, fece rinchiudere dei neonati in una torre, ordinando che fossero nutriti e lavati, senza tuttavia parlargli, cullarli o cantare loro canzoni, ossia privandoli di alcun tipo di relazione; i bambini morirono tutti. Torniamo all'ideologia di genere. Essa sostiene l'assoluta indipendenza della parte biologica della sessualità (il sesso) da quella non-biologica (il genere). Per l'antropologia artistotelico-tomista ogni cosa esistente è un “sinolo” - ossia una unione – di materia e forma; nel caso dell'uomo la materia è il corpo e la forma è l'anima. L'anima e il corpo sono inscindibili, tanto che la separazione dell'anima dal corpo comporta la morte dell'uomo; e il loro rapporto non è una “somma”, quanto piuttosto un “prodotto”. Che differenza c'è tra la somma di anima e corpo e la loro unione? Più o meno la differenza che passa tra gli ingredienti per fare una torta e la torta. Quando noi abbiamo la somma degli ingredienti per fare una torta – ad esempio ammucchiati in un sacchetto per la spesa – essi sono separabili l'uno dall'altro, e ognuno mantiene le sue caratteristiche: le uova sono fragili, la farina svolazza se soffiata, il cioccolato si scioglie al calore. Una volta che noi abbiamo impastato e cotto la torta (ne abbiamo fatto dunque un sinolo) non ci è più possibile separare gli ingredienti, o togliere dalla torta la farina o le uova; e la torta ha caratteristiche diverse dalle caratteristiche dei singoli ingredienti che la compongono: non è fragile, non svolazza e non si scioglie. Questo è, secondo l'antropologia aristotelico-tomista, la relazione che lega anima e corpo nell'uomo: esse sono unite indissolubilmente. Per questo motivo è lecito, ed anche utile distinguere la componente biologica della sessualità da quella psicologica e relazionale; ma esse sono le due facce della stessa medaglia, inscindibili se non al prezzo di annientare l'uomo. Spero che quanto scritto finora abbia convinto il lettore che l'antropologia aristotelico-tomista può fornire gli strumenti che permettono non solo di capire con semplicità e lucidità l'ideologia di genere, ma anche di dare ad essa una risposta convincente ed efficace. Detto questo, come possiamo affrontare il dilemma iniziale? È necessario che il padre eserciti un ruolo paterno e la madre uno materno? Eppure talvolta accade, coma mai? Perché alcuni bambini non sono cresciuti in questa situazione e non hanno riportato dei problemi nello sviluppo dell'identità di genere? Diciamo (senza ripetere tutto) che essere padre è la potenza, esercitare un ruolo paterno l'atto, che la natura (il progetto) di un padre è quello di esercitare il ruolo paterno. La realizzazione del progetto è potenziale, non obbligatoria; quindi può accadere che un padre non eserciti un ruolo paterno, e che qualcun altro (uomo o donna) si sostituisca a lui in questo ruolo. Ciò non toglie che l'esercitare un ruolo paterno è legato all'essere padre, ne è lo sviluppo, ne costituisce la natura. Consideriamo adesso il bambino. Anch'esso ha una natura, cioè un progetto. Il fatto che una persona diversa dal padre abbia svolto per lui un ruolo paterno può essere un ostacolo alla realizzazione del suo progetto (sicuramente non è un vantaggio); ma può trovare nell'ambiente sociale altre risorse (cioè altre persone che, bene o male, ricoprano tale ruolo) che lo aiutino nella propria realizzazione. Riassumendo: essere padre ed esercitare un ruolo paterno non sono due cose avulse, ma la seconda è il compimento della prima; compimento potenziale, in quanto può darsi che un padre non possa o non riesca ad esercitare il suo ruolo naturale. In questo caso, il bambino può trovare un ruolo paterno in figure vicarie (che, per questo, sono sostituti della figura paterna, naturale interprete del ruolo educativo paterno.

lunedì 14 aprile 2014

Fine di un eccezionalismo di Nicoletta Tiliacos in “Il Foglio” del 10 aprile 2014

La Consulta ha deciso, ribaltando tutte le decisioni degli ultimi anni in materia e il risultato del referendum abrogativo del 2005, che il divieto di fecondazione eterologa, pilastro fondamentale della legge italiana sulla procreazione medicalmente assistita, è incostituzionale. Le motivazioni non sono ancora note, e bisognerà capire come sarà riempito il vuoto legislativo che si è aperto. Ma la cosa più importante ed evidente è che stanno cadendo, uno dopo l’altro, gli argini che l’ormai morente “eccezione italiana” aveva messo a difesa di un’idea di umanità non subordinata alla tecnoscienza e alla legge del desiderio. Prendiamone atto: da ieri anche qui il “diritto al figlio” vince alla grande sul diritto del figlio – diritto alla certezza dell’origine, per esempio – e gli scenari che si aprono si avvicinano a grandi passi a quel Mondo Nuovo alla Huxley che ha bisogno, prima di ogni altra cosa, di scardinare il valore della differenza sessuale, della solidità e della certezza della filiazione da un uomo e da una donna, del principio della difesa del più indifeso. Di questo, non di altro, ci parla anche la sentenza del tribunale milanese che martedì, anticipando nella logica quella ben più pesante della Consulta, ha mandato sostanzialmente assolta una coppia (lei 54 anni, lui 46) che si è fabbricata un figlio grazie a una venditrice di ovociti e a una donna indiana che ha affittato il proprio utero e ha partorito il bambino. Cosa fatta capo ha, dicono i giudici, i quali informano testualmente nella sentenza che, visti gli avanzamenti tecnologici, “la stessa definizione della maternità è ormai controversa”. E allora tanto vale accordarla alla committente, anche se quel figlio non è suo se non come prodotto a pagamento. Si è parlato, anche giustamente, di resa del diritto al mercato, al business planetario e miliardario del figlio in provetta fornito a chiunque dietro compenso. Ma la vera resa è quella che il biologo francese Jacques Testart, fecondatore in vitro alquanto pentito, aveva previsto già molto tempo fa: tutto quello che la tecnica (non parliamo di scienza, non è il caso) rende possibile, sarà prima o poi autorizzato, senza che sia più credibile fissare limiti. E’ troppo forte la logica del desiderio, la vertigine dell’indifferenziazione che si fa onnipotenza. Le due donne inglesi, conviventi ora separate, che si litigano la custodia delle due bambine nate dagli ovociti di una e dalle gestazioni dell’altra – il Salomone postmoderno ha davvero di che almanaccare – proprio perché la sfida era quella della condivisione totale delle creature messe al mondo, non sono nemmeno il caso più spaventoso di disprezzo per i diritti di quelle creature. Il giudice milanese parla nella sua sentenza di “genitori tecnologici”, ai quali è opportuno affidare il bambino nato in India da maternità surrogata, per tutelarne i diritti. Un po’ di pazienza, e anche a lui toccheranno casi come quello inglese. Converrà farsene una ragione: così come l’eterologa diventa anche in Italia una “cura per la sterilità”, lo sarà presto anche l’utero in affitto: vogliamo discriminare chi ha solo quel sistema per diventare madre o padre? Non è nemmeno questione di secolarizzazione, categoria anch’essa insufficiente a descrivere i confini del Mondo Nuovo. Nella Francia ultrasecolarizzata, che ha approvato il “mariage pour tous” come logico prolungamento dei Pacs, un inaspettato movimento di opposizione a forte componente laica, poco disposto a rassegnarsi alla sostanziale latitanza della Conferenza episcopale francese, è riuscito comunque a far rimandare il progetto di una nuova legge sulla famiglia, già pronto con il suo pacchetto di fecondazione in vitro per coppie lesbiche, possibilità di adozione del figlio del partner nelle coppie omosessuali (arriva la tri e la quadrigenitorialità legale, ce ne eravamo accorti?) e altri provvedimenti dello stesso tenore. Il rapporto sul quale doveva basarsi la legge – solo accantonata – è stato diffuso ieri dal Nouvel Observateur. I relatori scrivono a chiare lettere nelle loro conclusioni che la filiazione naturale deve lasciare definitivamente il passo a quella sociale; che “l’adozione per tutte le coppie, sposate, in regime di Pacs o conviventi, di sesso differente o dello stesso sesso, appare semplicemente logica”; che il “modello di matrimonio tradizionale (eterosessuale e procreativo)” ha lasciato ormai campo libero a un nuovo “diritto della coppia: egalitario, comune e pluralista. Coniugati, pacsati e conviventi, di sesso diverso o dello stesso sesso, coabitano ormai in seno al diritto civile della famiglia”.

domenica 13 aprile 2014

Spinta globale verso il linguaggio dell'“identità di genere”- L'orientamento sessuale, l'identità di genere e il diritto all'aborto continuano a figurare nel diritto internazionale, avvertono gli avvocati - Catholic News Agency 12.04.2014 - Jeffrey Beall - http://www.aleteia.org/

Gli avvocati che lavorano a favore dei diritti umani alle Nazioni Unite e in altre organizzazioni globali notano una tendenza crescente a introdurre nel diritto internazionale un linguaggio che comprende definizioni come “orientamento sessuale” e “identità di genere” - così come il diritto all'aborto.

Un “nuovo tema che constatiamo nel diritto internazionale è quello che definiamo movimento SOGI, o Sexual Orientation Gender Identity movement”, ha dichiarato l'avvocato britannico Paul Coleman alla CNA il 23 marzo.

“È nell'aria nell'ultimo decennio e cerca di promuovere le definizioni 'orientamento sessuale' e 'identità di genere' a livello internazionale, cercando di fornire protezione, di cambiare il diritto internazionale per includere quei termini e di avere una serie di effetti a catena in una serie di settori diversi”.

Coleman, esperto in controversie internazionali con un'attenzione particolare al diritto europeo, esercita la difesa legale in istituzioni internazionali di governance come le Nazioni Unite, la Corte Europea dei Diritti Umani e l'Unione Europea.

“Le definizioni 'orientamento sessuale' e 'identità di genere' non sono particolarmente ben comprese”, ha spiegato l'avvocato, che è consulente legale presso l'ufficio di Vienna dell'organizzazione internazionale Alliance Defending Freedom.

“È parte della questione con questo tipo di terminologia – così fluida, mutevole –, può significare qualsiasi cosa la gente vuole che significhi”.

Come risultato, il linguaggio diventa una sorta di strumento per incorporare nel diritto certe convinzioni.

“In effetti, 'orientamento sessuale' è un 'codice', per così dire, per omosessualità e comportamento omosessuale, e 'identità di genere' è un 'codice' per transessualità o per quelle persone che sentono di non essere maschio o femmina, ma qualcosa di diverso, qualcosa a metà, o niente del tutto”, ha osservato Coleman.

Oltre al movimento SOGI, l'avvocato ha notato un “tentativo di creare un diritto all'aborto” nell'ambito del diritto internazionale, già presente agli inizi degli anni Novanta e che continua a crescere fortemente ogni anno.

“È una delle tendenze principali a cui assistiamo in questo momento. Ci sono molti documenti in discussione alle Nazioni Unite in cui le definizioni 'salute e diritti riproduttivi' e 'salute e diritti riproduttivi sessuali' appaiono costantemente”.

“Non importa quale sia la questione al centro della discussione, troveranno sempre un modo per includere questi argomenti”.

Neydy Casillas, avvocato ed ex docente di Diritto messicano che lavora presso l'Organizzazione degli Stati Americani e dell'America Latina, ha lamentato la forte concentrazione internazionale sulle questioni relative alla sessualità piuttosto che sui problemi che attanagliano le persone.

“Purtroppo in queste organizzazioni, dove bisognerebbe parlare dei problemi nel mondo, come la povertà, la mancanza di accesso all'assistenza sanitaria in generale, la mancanza di istruzione eccetera – problemi che influiranno sullo sviluppo delle Nazioni –, la discussione si è concentrata solo sulla questione relativa a ciò che è la vita, per cercare di legalizzare l'aborto in ogni circostanza”.

“Si lavora sodo anche sull'agenda omosessuale”, ha aggiunto l'avvocato, che lavora anche per Alliance Defending Freedom, “come se fossero questi i problemi del mondo, ignorandone completamente altri che esistono e influiscono su tutti e aiutano davvero lo sviluppo”.

Coleman ha citato tre gruppi diversi alle Nazioni Unite che promuovono il linguaggio e gli obiettivi dell'“orientamento sessuale” e dell'“identità di genere”.

I “conducenti primari” sono le “organizzazioni di attivisti”, seguiti dai “Paesi liberali, soprattutto occidentali”, e poi dalle “istituzioni stesse all'interno dell'ONU: gente che lavora per la stessa ONU”.

Quando le posizioni dei tre gruppi sono allineate, ha avvertito Coleman, i risultati sono notevoli.

“È per questo che definizioni come 'identità di genere' erano del tutto sconosciute fino a dieci anni fa mentre ora vengono spinte su più livelli anche se non c'è un unico trattato dell'ONU che menzioni le definizioni 'orientamento sessuale' o 'identità di genere'”, ha spiegato.

Quanti sostengono il movimento SOGI lavorano “giorno e notte” per “convincere i delegati o i rappresentanti dei Paesi che partecipano a queste organizzazioni che è ciò che la gente vuole”, ha detto Casillas.

Il risultato è che molti Paesi “cambiano il proprio diritto”.

Coleman ha notato che un processo di questo tipo è spesso molto complesso, dato che coinvolge la reinterpretazione dei trattati internazionali.

“Dove, ad esempio, i trattati internazionali dicono che la gente ha il diritto alla salute, viene interpretato come se si dicesse 'Bene, la salute include la salute riproduttiva, la salute riproduttiva include l'aborto – quindi c'è un diritto all'aborto'”.

“O ad esempio”, ha continuato, “quando un trattato afferma che chiunque ha il diritto di sposarsi: i trattati dicono realmente che gli uomini e le donne in età matrimoniale hanno il diritto di sposarsi, e questo viene reinterpretato come se si dicesse 'Bene, anche se si dice 'uomini e donne' dovremmo interpretare questa disposizione in base alle circostanze moderne, per cui dovrebbe essere 'uomini e uomini' e 'donne e donne'”.

I trattati, ha dichiarato Coleman, vengono non solo reinterpretati, ma a volte completamente ignorati.

“Anziché questi trattati firmati dalle Nazioni, approvati al massimo livello, troviamo che moltissimi altri documenti sono elaborati e approvati con uno scarsissimo esame, con un minimo input dall'esterno – e sicuramente non dai cittadini dei vari Paesi”.

Molti di questi documenti “non sono strettamente vincolanti”, ma “hanno l'aria di essere ufficiali e vengono usati come uno strumento, in un certo senso, per costringere le Nazioni a cambiare le proprie leggi”, ha commentato Coleman.

Anche se le Nazioni si possono rifiutare, molte “vogliono far vedere che tengono il passo con i loro 'doveri sui diritti umani' – non vogliono essere costantemente molestate dalle Nazioni Unite o dall'Unione Europea”.

L'influenza dei Paesi occidentali, poi, può essere notevole.

L'avvocato britannico ha affermato che “il Regno Unito ha detto che bloccherà gli aiuti ai Paesi del terzo mondo se questi non cambieranno le proprie leggi sull'omosessualità”.

“In America vediamo il Presidente Obama dire che è una priorità della politica estera promuovere l'omosessualità nel mondo. Si tratta di Paesi potenti con notevoli budget di aiuti internazionali, e stanno aiutando a promuovere la questione in tutto il mondo”.

“Se alle Nazioni viene detto costantemente: 'Dovete cambiare le vostre leggi sull'aborto. Dovete cambiare le vostre leggi sull'omosessualità', quella pressione può portare a cambiamenti a livello interno”.

Queste idee hanno inoltre un significato molto pratico, o meglio un “effetto a catena”, ha detto Coleman, citando la recente decisione di Facebook di includere 50 diverse opzioni di genere per i profili anziché maschio o femmina o una cosa come i giochi olimpici invernali. “Sono definiti come competizioni maschili e competizioni femminili. Che fare se c'è qualcuno che vuole partecipare alle competizioni femminili e non è una donna?”.

“A un livello più profondo, a un altro livello, può avere un grande impatto sulla libertà religiosa”, ha aggiunto, citando un caso in Gran Bretagna in cui è stata fatta causa a una diocesi per 50.000 sterline perché il vescovo non ha voluto assumere un uomo omosessuale per un incarico come ministro giovanile.

La gente che crede che l'umanità si divida in uomini e donne, e che vuole agire in base a queste convinzioni, affronterà “un conflitto nella legge”, ha dichiarato Coleman.

“Assisteremo a più casi di libertà religiosa in cui la gente viene citata in giudizio, venendo minacciata legalmente perché si aggrappa alla convinzione che esistano solo maschio e femmina”.

[Traduzione a cura di Roberta Sciamplicotti]

lunedì 7 aprile 2014

Omofobia, si riparte. Prove tecniche di dittatura di Massimo Introvigne, 07-04-2014, www.lanuovabq.it

Ci risiamo. Mercoledì riparte in Senato l'esame del disegno di legge Scalfarotto sull'omofobia. I nostri lettori sanno a memoria di che si tratta, ma magari qualcuno condividerà questo articolo con amici meno informati. Ecco dunque un riassunto. Capita che persone omosessuali - come tante altre persone - siano picchiate, minacciate o insultate. È giusto punire i responsabili. Sono già puniti dalle leggi in vigore. Si dice che è necessaria un'aggravante, per scoraggiare i teppisti che vanno in cerca di omosessuali cui «dare una lezione». Non si sa quanti siano questi teppisti, ma quello che si sa con certezza è che l'aggravante c'è già. Se una persona omosessuale è picchiata in un ristorante non perché non ha pagato il conto ma in odio alla sua condizione di omosessuale i nostri tribunali applicano l'aggravante dei «motivi abietti». Non è un'aggravante riferita specificamente agli omosessuali. Colpisce chi picchia un cattolico non perché non gli ha saldato un debito ma perché è cattolico, o un nigeriano non perché gli ha dato uno spintone ma in quanto nigeriano, conformemente alle convenzioni internazionali sui cosiddetti «crimini di odio» che anche l'Italia ha sottoscritto.

Dovrebbe essere, dunque, tutto chiaro. Picchiare, insultare, minacciare una persona omosessuale - come chiunque altro - è un crimine che va punito. Ma è già punito, e anche l'aggravante c'è già. Perché, allora, si chiede una legge contro l'omofobia? Che cosa prevede che nelle leggi attuali non ci sia già? Introduce un delitto di opinione: chiunque manifesta idee che «istigano alla discriminazione» nei confronti di omosessuali e transessuali è punito con la reclusione fino a un anno e mezzo. Se partecipa ad associazioni che promuovono queste idee, la pena sale fino a quattro anni, mentre chi addirittura fondasse o dirigesse tali associazioni rischia di rimanere in prigione sei anni. È vero che all'ultimo momento è stato introdotto un emendamento che dovrebbe proteggere chi esprime queste idee all'interno di chiese e sedi associative - non fuori -, ma l'eccezione è così vaga che l'interpretazione è lasciata al buon cuore dei giudici,  e comunque in Senato già si propone di cancellarla.

Manifestare idee che «istigano alla discriminazione» è un tipico reato di opinione, una museruola messa alla libertà di espressione. Per esempio, sostenere che il «matrimonio» fra persone dello stesso sesso non va riconosciuto, o che i bambini non vanno consegnati per l'adozione a coppie omosessuali, è certamente una «discriminazione» nel senso letterale del termine, e di fatto è stata considerata tale dalla Corte Suprema degli Stati Uniti. Ecco dunque spiegato a che cosa serve la legge Scalfarotto: a imbavagliare, con lo spauracchio di severissime pene detentive, chi osasse opporsi al «matrimonio» o alle adozioni omosessuali, o peggio continuare a sostenere che il comportamento omosessuale, come insegna il «Catechismo della Chiesa Cattolica» è «intrinsecamente disordinato» e «in nessun caso può essere approvato».

Timori eccessivi del nostro giornale, dei comitati "Sì alla famiglia" o delle Sentinelle in piedi che - incuranti delle provocazioni e degli insulti - continuano a manifestare in tutta Italia? Ma no, che le cose stiano così non lo dice «La Nuova Bussola Quotidiana» ma lo stesso Scalfarotto, il quale giorni fa lo ha ripetuto nel programma televisivo «Le invasioni barbariche». Dove ha spiegato come la legge sull'omofobia sia la prima tappa in un itinerario che porterà  al «matrimonio» omosessuale - che all'inizio si chiamerà «unione civile» per lucrare l'appoggio di qualche cattolico e magari anche di qualche sacerdote - e poi, ma solo poi, alle adozioni dei bambini da parte delle coppie dello stesso sesso.

I rischi, però, sono ancora peggiori. Un modello sociologico - di cui confesso di essere all'origine, e che oggi è citato anche in documenti di organizzazioni internazionali - prevede che le minoranze sgradite a certi «poteri forti» siano vittima di una «spirale dell'intolleranza» che prevede tre tappe. La prima è appunto l'intolleranza, che è un fatto culturale: chi sostiene certe posizioni è offeso e messo in ridicolo dai media, e presentato come un ostacolo da rimuovere alla pubblica felicità. Segue la discriminazione, che è un fatto giuridico: contro chi osa affermare certe idee scattano le leggi e la prigione. Il terzo stadio è la cultura dell'odio, che va anche oltre le leggi. Senza bisogno di attendere i giudici - qualche volta, anzi, violando la legge - i privati si fanno «giustizia» da soli, escludendo dai posti di lavoro e qualche volta malmenando i sostenitori di idee considerate «tossiche» e pericolose.

In Italia, almeno per questa settimana, siamo ancora nella prima fase, l'intolleranza. Chi si oppone al «matrimonio» e alle adozioni omosessuali, o sostiene che gli atti omosessuali sono «intrinsecamente disordinati», è offeso e ridicolizzato sui media, escluso dai dibattiti televisivi, minacciato dagli opuscoli dell'UNAR, l'Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali. Ma, per ora, non va in prigione.

Con l'approvazione della legge Scalfarotto passeremo anche noi alla seconda fase, la discriminazione. Chi manifesta idee contrarie all'ideologia di genere finirà in prigione. Gli esempi dei Paesi dove le leggi sull'omofobia ci sono già ci mostrano che basta molto poco. In Francia qualcuno è stato arrestato solo perché indossava una maglietta della Manif pour Tous, la manifestazione contro il «matrimonio» omosessuale. In Spagna il cardinale Sebastián è stato iscritto nel registro degli indagati per avere affermato che l'omosessualità è una forma «deficiente» - nel senso, e lo ha spiegato, che le «manca» (in latino «deficit») qualcosa - di esprimere la propria sessualità.

Le leggi creano clima e costume. Datele qualche mese, e la legge sull'omofobia genererà inesorabilmente la terza fase, quella della cultura dell'odio. All'estero è andata così. Perché in Italia dovrebbe essere diverso? Gli esempi arrivano al ritmo di uno al giorno. Eccone due, dell'ultima settimana.

Esempio numero uno: Stati Uniti. Brendan Eich è considerato uno dei migliori e più geniali manager del mondo di Internet. Grazie a lui il browser Mozilla ha sfidato con successo il colosso Internet Explorer. La sua azienda  lo nomina amministratore delegato. Ma ha fatto i conti senza la cultura dell'odio creata dalle leggi sull'omofobia. Un sito di attivisti gay scova il nome del manager tra decine di migliaia di americani che hanno sostenuto con una donazione la campagna per il referendum che, in California, ha introdotto nella Costituzione dello Stato la nozione che il matrimonio è solo tra un uomo e una donna. La vittoria degli elettori californiani nelle urne è stata poi cancellata dai giudici della Corte Suprema. Ma non è questo che interessa ai gay. Per avere donato mille dollari ai promotori del referendum, Eich è stato attaccato come omofobo impenitente. Non gli è bastato dichiararsi contrario alla discriminazione degli omosessuali. Si voleva che chiedesse scusa e inneggiasse al «matrimonio» fra persone dello stesso sesso. Dimostrando che Mozilla non fa sempre rima con Barilla, ha tenuto la schiena dritta e non si è piegato. È stato buttato fuori, costretto a dimettersi in quarantotto ore. L'azienda ha emesso un comunicato da cui emerge che chi è contrario al «matrimonio» omosessuale in futuro non sarà più assunto non solo come dirigente, ma neppure come addetto alle pulizie dei gabinetti. Gli altri giganti della Silicon Valley - Google, Microsoft, Apple - hanno fatto sapere che loro queste politiche le applicano già.

Chi fa parte di una minoranza discriminata: il manager geniale che si ritrova senza lavoro o gli attivisti gay che lo hanno - come ha scritto un quotidiano americano - «scotennato»? Anzi, la domanda è mal posta. Quel referendum era stato votato dalla maggioranza dei californiani, referendum analoghi in altri Stati dalla maggioranza degli americani. Ormai non si discriminano neanche più le minoranze. Si discriminano le maggioranze, in nome della superiorità morale di minoranze dichiarate «illuminate» da una piccola élite di padroni del vapore.

Esempio numero due: Germania. Una regione, il Baden-Württemberg, introduce nelle scuole corsi obbligatori di educazione sessuale che esaltano l'omosessualità. Molti genitori cristiani non ci stanno e scendono in piazza. Del tutto pacificamente, talora anzi silenziosamente come le Sentinelle in piedi. Attivisti LGBT li aggrediscono, sputano loro addosso, li accecano con gli spray al pepe e, se tutto questo non basta a fermare le dimostrazioni, li picchiano fino a mandarli in ospedale. La reazione della polizia è piuttosto blanda, gli arresti e le condanne dei violenti praticamente inesistenti. Tutto documentato, anche con video, dall'autorevole Osservatorio dell'Intolleranza contro i Cristiani di Vienna (sito Internet: www.intoleranceagainstchristians.eu).

Sono i frutti inevitabili delle leggi sull'omofobia. Se chi si oppone al «matrimonio» omosessuale è un criminale che deve andare in prigione, come può un'azienda dargli lavoro? E come si può tollerare che dei criminali commettano il loro delitto - «istigare alla discriminazione», come dice la legge Scalfarotto - addirittura in piazza?  Come stupirsi se «buoni» cittadini li riempiono di sputi e di botte, e la polizia e i giudici guardano dall'altra parte? Dopo tutto, se la mafia manifestasse in piazza a favore del racket e i cittadini picchiassero i mafiosi, la polizia da che parte starebbe?  Con la legge Scalfarotto, la pena per chi promuove e dirige associazioni che «istigano alla discriminazione» - fino a sei anni di galera - è più alta di quella concretamente inflitta a molti mafiosi. Se la legge sarà approvata, sarà un messaggio chiaro per tutti - media, giudici, poliziotti - su quanto pericolosi lo Stato ritenga questi criminali che osano opporsi al «matrimonio» e alle adozioni omosessuali, o considerano l'omosessualità non una festa o qualcosa da promuovere ma un disordine e un disagio.

Qualche giorno fa l'Arcivescovo di Torino ha pubblicato una nota sulla «dittatura del 'genere'» che si sta instaurando anche in Italia. Repubblica ha trovato, senza troppe difficoltà, due preti - uno, per la verità, ex prete - cui far dire in un'intervista che sono esagerate le preoccupazioni dell'Arcivescovo. Esagerate? Lo chiedano a Mister Eich o ai genitori del Baden-Württemberg. Forse è l'ultima settimana utile. Se non vogliamo perdere il lavoro, farci coprire di sputi e picchiare in piazza - come alternativa a finire «semplicemente» in prigione per qualche anno - fermiamo la legge Scalfarotto, e fermiamola adesso.

sabato 5 aprile 2014

«A Mozilla crediamo nella libertà di parola». Ma epurano il genio del web perché crede nel matrimonio uomo-donna, 4 aprile 2014 di Redazione, www.tempi.it

Chiamatelo “Guido Barilla d’America”, anzi peggio. Perché alla fine Brendan Eich è stato costretto a dimettersi. Nominato solo lo scorso 24 marzo amministratore delegato di Mozilla, la società che ha sviluppato il browser per internet Firefox, Eich ha già lasciato il suo posto.

UNA PECCA NEL CURRICULUM. Non perché non fosse capace. Anzi. Eich ha un curriculum da favola: programmatore da 16 anni in seno all’azienda, ha contribuito alla creazione di Firefox ed è fra gli inventori del linguaggio javascript. Però c’è qualcosa che non va in lui: pensa che il matrimonio debba essere tra uomo e donna.
Appena è stato nominato, le lobby Lgbt hanno condotto contro di lui una campagna feroce perché nel 2008, cioè sei anni fa, ha donato mille dollari alla campagna “Proposition 8” in favore del “sì” al referendum della California anti-matrimoni gay.

DELITTO DI OPINIONE. Eich non ha mai parlato di questi temi e ha sempre detto di «lasciare le convinzioni personali fuori dalla porta quando entro al lavoro». Inoltre «non ho mai trattato nessuno in modo meno rispettoso per via dell’affinità a un certo gruppo o per la sua identità personale». Ma che Eich non sia omofobo o non abbia mai discriminato nessuno non basta. Il problema è quello che pensa. Ecco quindi che il sito di incontri OkCupid ha invitato i suoi utenti a boicottare Firefox.

DIVENTA UN ATTIVISTA LGBT. E nonostante Eich sia stato costretto a scusarsi perché crede nel matrimonio tra uomo e donna e abbia promesso di incontrare i leader Lgbt americani e di lavorare con loro per rendere l’azienda ancora più inclusiva, i suoi dipendenti hanno pubblicato frasi su Facebook e Twitter dove affermano di «vergognarsi» di lavorare per Mozilla.
Di più, Valleywag, sezione tecnologica del sito Gawker, riporta: «Smettila di dire che la donazione era solo una questione privata che non avrà effetti sul tuo lavoro di Ceo a Mozilla. Dì invece che qualunque logica ti abbia condotto a sostenere la Proposition 8 era sbagliata, scorretta, errata. E spingiti anche più in là. Spiega che sostieni il diritto a sposarsi con persone dello stesso sesso ovunque. Spiega che non sosterrai soltanto i gay negli Stati Uniti ma che combatterai per i diritti civili dei tuoi dipendenti che lavorano in società con visioni meno progressiste».

LIBERTÀ DI PAROLA. Non basta insomma accettare tutti, non basta accettare la rieducazione, rinunciare alle proprie convinzioni e convertirsi a quelle degli altri: per fare il proprio lavoro ad alti livelli bisogna anche diventare degli attivisti Lgbt. Così ieri Eich si è dovuto dimettere e la presidente di Mozilla, Mitchell Baker, invece che scusarsi con lui, si è scusata così con gli utenti: «Mozilla crede nell’uguaglianza e nella libertà di parola». Ce ne siamo accorti.

venerdì 4 aprile 2014

Differenze sessuali nel cervello umano: "uguale" non significa "lo stesso" di Alberto e Riccardo Carrara, venerdì 4 aprile 2014, http://acarrara.blogspot.it/



Larry Cahill, Ph.D., professore di Neurobiologia e Comportamento presso il Dipartimento di Scienze Biologiche dell’Università della California (Irvine, USA), è l’autore dello studio intitolatoEqual ≠ The Same: Sex Differences in the Human Brain pubblicato suCerebrum la prestigiosa rivista mensile della DANA Foundation il 1° aprile 2014.

“Uguale” è diverso da “lo stesso”: le differenze sessuali nel cervello umano, è una preziosa sintesi sulle evidenze neuroscientifiche, particolarmente frutto dell’imaging cerebrale, che stanno confermando sempre più le differenze a livello cerebrale tra “cervello maschile” e “cervello femminile”.

Ricordiamo che Larry Cahill, è l’autore del recente commento Fundamental sex difference in human brain architecture, uscito su PNAS vol. 111, n. 2, 2014, pp. 577-578, all’articolo Sex differences in the structural connectome of the human brain pubblicato sullo stesso volume a firma di Ingalhalikar, M. et al. (PNAS, 2014; 111, 2, 823-828).

Lo studio su Cerebrum riprende in maniera più articolata la tesi già espressa dall’autore secondo cui “la ricerca biomedica in generale, e quella neuroscientifica in particolare, sono state fondate su una premessa falsa che è proprio quella che le differenze sessuali maschio/femmina (nell’animale) e uomo/donna (nell’essere umano), possano venir tranquillamente ignorate.

Così si esprimeva Cahill su PNAS (2014, vol. 111, n. 2, p. 577): “In PNAS, a report by Ingalhalikar et al. has the makings of a landmark paper. Here I would like to briefly suggest why. Biomedical research in general, and neuroscience in particular, has been built on a false assumption. I refer to the assumption that one may safely ignore potential sex influences, for essentially every domain outside sexual functions and sex-specific issues like prostate function, and still learn everything fundamental there is to learn”.

Per Cahill c’è un’accettazione sostanziale e diffusa, anche tra i neuroscienziati, di tale falsa premessa che fa si che nella pratica della ricerca, vengano prevalentemente impiegati modelli animali maschi: “Widespread acceptance of this false assumption among neuroscientists is the reason they still overwhelmingly use only males in their animal experiments while implying that their results will apply equally to females and why potential sex influences are still routinely ignored or dismissed even when both sexes are studied, as in many human subject and knockout mouse studies”(PNAS, 2014, vol. 111, n. 2, p. 577).

Questa è la tesi ripresa e sviluppata sullo studio Equal ≠ The Same: Sex Differences in the Human Brain pubblicato suCerebrum (portale della DANA Foundation) lo scorso 1° aprile 2014.

La precisazione o “nota iniziale dell’editore” è significativa e ne riassume il contenuto: “mentre gli sviluppi dell’imaging cerebrale confermano che l’uomo e la donna pensano secondo un modo loro proprio e che i loro cervelli sono diversi, la comunità biomedica impiega principalmente animali maschi quali modelli di esperimenti assumendo che le differenze sessuali a livello cerebrale non siano per nulla significative. Cerebrum di questo mese, sottolinea alcuni dei risultati e delle ricerche che rendono invalida tale premessa” (la traduzione è nostra e proviene dalla versione inglese ufficiale che afferma letteralmente: “Editor’s Note: While advances in brain imaging confirm that men and women think in their own way and that their brains are different, the biomedical community mainly uses male animals as testing subjects with the assumption that sex differences in the brain hardly matter. This month’s Cerebrum highlights some of the thinking and research that invalidates that assumption”).

Il campo delle differenze sessuali è sempre stato straripante di problemi e discussioni, poiché, se da un lato le differenze tra cervello maschile e femminile stanno emergendo sempre più grazie a nuovi studi neuroscientificila relazione tra queste e il comportamento è ancora da indagare ed è il più delle volte una correlazione stereotipata e che semplicemente porta avanti miti e congetture.

Per tale ragione, l’indagine in questa direzione deve essere approfondita e la ricerca neuroscientifica deve tenere conto di queste differenze nei diversi studi. Grazie a questa valutazione, ossia liberandosi della falsa premessa di cui parla L. Cahill, si potrebbero trovare nuove e interessanti ipotesi e soluzioni a disturbi neurologici, non solo alle problematiche riguardanti direttamente la sessualità.

Per fare un esempio, tenendo in considerazione queste differenze tra cervello maschile e femminile,Simon Baron-CohenFellow della British Academy,  attualmente professore di psicopatologia dello sviluppo presso l’Università di Cambridge e direttore dell’Autism Research Centre (ARC), ha presentato la controversa ipotesi dell’“extreme male brain” per spiegare l’autismo, idea ripresa in diverse riviste scientifiche dallo stesso autore (come negli articoli: The extreme male brain theory of autismTrends in Cognitive Science, 1 Jun 2002;Sex differencesin the brain: implications for explaining autismScience, 4 Nov 2005 e "Biological sex affects the neurobiology of autism"BRAIN, 27 Ago 2013). 

L’idea, ancora oggi presa in considerazione e analizzata (vedi l’articolo del 31 gennaio 2014 Sexuality and gender role in autism spectrum disorder: a casecontrol study su PLoS One), afferma che l’autismo possa essere una forma estrema del profilo cognitivo maschile.

La psicologa canadese Cordelia Fine, nata in Inghilterra, autrice dell’introduzione alla Britannica Guide to the Brain e del libro Delusion of Gender, fortemente criticato da diversi ricercatori e neuroscienziati e che di certo non ha aiutato, negli ultimi anni, la ricerca neuroscientifica applicata allo studio delle differenze di sesso, afferma: “La complessità del cervello ha reso un compito molto difficile l’interpretazione e la comprensione del significato di eventuali differenze di sesso”, e aggiungiamo noi, in linea con quanto affermato da Cahill:non per questo tali differenze devono essere ignorate, anzi devono diventare una vera sfida per ogni neuroscienziato.

Nei prossimi giorni riassumeremo lo studio e continueremo a riflettere sulle implicazioni antropologiche e di neuroetica relative alla sessualità umana e alla sua dualità (uomo/donna) dalla prospettiva delle recenti evidenze scientifiche, in particolare, neuroscientifiche. 

Riccardo e Alberto Carrara
Gruppo di Ricerca in Neurobioetica

lunedì 13 gennaio 2014

L’amore, da solo, non basta. Perché un figlio ha bisogno di un padre e una madre che gli dicano: «Vai !» gennaio 12, 2014 Benedetta Frigerio, www.tempi.it

«Per vincere la sfida della famiglia bisogna giocare in attacco. Ci vogliono testimoni della bellezza di ciò che può nascere dall’amore fra un uomo e una donna». È per questo che lo psicoanalista Luigi Campagner ha intitolato il suo libro sulla famiglia Figli! O del vantaggio di essere genitori (Lindau, 13 euro, 155 pagine). «Perché ai miei figli insegno a vivere: amando mia moglie, lavorando per la mia crescita, coltivando le mie passioni. Ma da loro imparo anche a desiderare il massimo. Ad amare come un bambino, a guardare le cose in modo puro, per quelle che sono e non per quello che la maggioranza dice che siano».

campagner-figli-o-del-vantaggio-di-essere-genitoriDottor Campagner, nel suo libro lei parla della distinzione in relazione al sesso, la prima che il bambino coglie. Sottolinea che questa diversità è arricchente, ma che spesso oggi nell’esperienza si configura come difficoltà e, in casi estremi, come obiezione di principio. Può spiegare perché la differenza sessuale arricchisce e come mai oggi è vista come una cosa negativa?
La differenza sessuale è una cosa da riconoscere più che da spiegare. Se oggi, invece, ci si riduce a parlare del rapporto fra uomo e donna stando “sulla difensiva” è perché spesso manca il fascino di una madre e un padre che sappiano accogliere la differenza tra loro come arricchente. Che sappiano dare, ma accettando anche di ricevere, di dipendere. Mi viene in mente l’abbraccio fra Adamo e Eva di Jan Gossaert, un’opera che ho visto nel Palazzo Abatellis di Palermo (nella foto in basso). I due si guardano come complici. In questo dipinto la differenza appare come un bene. Essa, infatti, è necessaria all’uomo per rispondere al suo bisogno naturale di completarsi e di generare, per crescere e costruire. Il problema è che oggi chi vive così è una minoranza di cui la maggioranza dei media non parla.

adamo ed eva Come si può negare una differenza evidente?Le differenze biologiche esistono e le vedono tutti. Anche chi le nega ideologicamente, pur provandoci, non può eliminarle. Ma l’evidenza non basta da sola, insieme a questa dobbiamo usare l’arma del fascino: far venire invidia della famiglia naturale, l’uomo e la donna devono provare a costruire delle vere e proprie opere familiari.
Perché non possono costruirne anche due uomini o due donne?
Il bambino ha bisogno di una mamma e un papà diversi e complementari. Per la psicoanalisi, come disse già Freud, è necessario che il bambino attraversi la cosiddetta fase fallica, importantissima per lo sviluppo equilibrato di una persona. In questa fase il bambino impara ad accettare la propria identità, attraverso l’accettazione del genitore dello stesso sesso. Se non avviene questo processo il bambino resterà frustrato, non si sentirà voluto e cercherà continue conferme dalle persone del proprio sesso, che si percepiranno poi come antagonisti. Invece, quando la propria identità viene accolta, il bambino diventa stabile e crescendo cercherà il compimento nell’altro sesso.

Abbiamo bisogno della diversità per completarci. Cosa implica questo?
Ad esempio, lasciare da parte l’orgoglio: accettare di farsi accogliere oltre che di dare. Spesso, invece, siamo nella posizione di chi vuole solo dare. Questo succede con i figli, non solo fra coniugi. È un peccato, perché il lasciarsi accogliere è necessario e bello, completa: dove manco io farai tu e viceversa, questo aiuta a costruire una bella famiglia e quindi una bella società.

Cosa pensa della campagna per la promozione delle adozioni fra coppie dello stesso sesso? Basta l’affetto?
I sentimenti non sono sufficienti a crescere un bambino. E poi perché una persona desidera un figlio? Le ragioni possono essere due. La prima è la volontà pericolosa di soddisfare una proiezione di sé che ci confermi, pensando di colmare dei vuoti. La seconda è il desiderio di dare, educando un soggetto ad amare ed essere amato, comprendendo e accogliendo la diversità dei sessi. Una mamma e un papà possono cadere nell’errore di trattare un figlio come una proiezione di sé che li soddisfi, ma è una possibilità che non si può predire a priori. Mentre legalizzando le adozioni di persone dello stesso sesso l’errore sarebbe approvato legalmente il fatto che queste coppie non potranno mai dare al figlio ciò di cui ha bisogno. La natura poi è un segnale che sta lì a dire: «Per questa via non puoi generare un uomo. Fermati!».

Eppure a qualcuno sembra impossibile rinunciare ai figli che desidera.
Io lavoro in alcune comunità, vedo genitori che volontariamente rinunciano a tenere con sé i figli se capiscono che per un po’ è meglio così. Non è facile, ma questo è un atto d’amore enorme. Mi viene in mente la madre dell’episodio biblico di Salomone, che pur di non vedere il figlio morire è disposta a lasciarlo alla donna che mente, dicendo che il bambino è suo.

Non si perde qualcosa così?No, perché la vera felicità di un genitore è quella del figlio.
Si sente ripetere sempre più spesso che ciò che conta è solo l’amore.
La parola amore è abusata, intesa come un sentimento generico. Ai figli non bastano i soldi, l’affetto, le attenzioni. Oggi i bambini sono pieni di cose materiali e di protezioni. Li immergiamo in vasi di miele in cui soffocano. Ma se li teniamo sempre in braccio non impareranno mai a camminare. Il bambino stesso desidera essere lanciato nel mondo dall’adulto che vuole imitare. C’è un cartone africano, Kiriku e la strega karabà, che spiega cosa intendo. Kiriku chiede alla madre: «Ma perché la strega è cattiva?». La madre non gli spiega perché, ma gli dice che esistono persone cattive. Cioè gli dà degli argini entro cui muoversi e poi lo lascia andare.

Nel libro parla del rischio di alcune campagne pubblicitarie come quelle sulla pedofilia. Quali pericoli vede?
Se gli adulti appaiono come orchi si continua a separare il loro mondo da quello dei bimbi. Così il piccolo diventa un idolo, che alla fine rimane solo, senza rapporti: i grandi vedono i bambini come un fardello a cui bisogna dare senza ricevere, mentre nei piccoli si introduce un sospetto sull’adulto. Oggi bisogna muoversi al contrario, riavvicinando due mondi che hanno assoluto bisogno di dare e ricevere l’uno all’altro.

Lei scrive che aumenta l’intelligenza teorica delle nuove generazioni, mentre il pensiero pratico sta regredendo. Da dove deriva questa separazione?
Vedo tantissimi pazienti colti, bravissimi professionisti, ma assolutamente fragili nei rapporti, incapaci di gestirli. Come mai? Il bambino per crescere deve essere abituato a un lavoro continuo di costruzione di sé, di cambiamento di fronte all’altro, di accettazione del bene o di rifiuto del male. Se i genitori non hanno fatto questo lavoro continuo, se non hanno fatto squadra, anche nelle difficoltà, per costruire qualcosa, il figlio non sarà capace di fare altrettanto.

Nel suo libro spiega che spesso si parla ai figli senza tener conto del peso delle parole, che i genitori li sgridano senza mai confermarli, si irrigidiscono in un ruolo… Come riparare a questi sbagli che possono segnare i figli?
Siamo madri e padri, ma siamo innanzitutto uomini e donne e questo non va nascosto ai figli. Siamo esseri umani che sbagliano, hanno sbagliato, hanno delle passioni. La bussola per muoversi è la riflessione su di sé e sull’altro. Il far spazio a ciò che accade, a ciò che i figli ci dicono, lasciandoci interrogare. La tristezza in questo senso è un aiuto. Quando si introduce nel rapporto significa che c’è qualcosa che non andava, è quindi un bene che arrivi. Cosa fare? Attendere con pazienza e pensare a come cambiare, ricreare, riprovare in un altro modo. Siccome poi il rapporto di reciproca crescita è drammatico, si può anche arrivare a capire, come dicevo prima, che per un po’ è meglio che il figlio si riferisca ad altri. I veri genitori sono anche capaci di dire: «Vai, se serve, purché tu sia felice!». E qui si capisce come l’amore non sia un sentimento. Si può continuare a ripetere: ”Ti voglio bene”, come è giusto fare, ma servono anche i fatti. L’amore non è un enunciato generico, è un rapporto di dipendenza e di scambio reciproco, di errori e riprese, soprattutto fra i coniugi. E l’amore non si dice soltanto, si deve vivere: i bambini non imparano l’italiano se facciamo loro delle lezioni, ma se la mamma e il papà lo parlano fra loro e con lui.

Molti figli oggi sono in difficoltà perché non hanno davanti padri e madri come quelli che riporta a modello. Che risorse hanno?Tutti, anche chi ha avuto bravi genitori, a un certo punto abbiamo cercato madri e padri spirituali che ci hanno sostenuto, consigliato. A volte guardiamo più a loro che ai genitori biologici. Anzi spesso sono i padri spirituali a farci riabbracciare anche quelli biologici. Ai ragazzi dico che devono cercare padri e madri, a scuola, al lavoro, dappertutto. Esistono.