lunedì 9 marzo 2015
Il ragazzo curato a ormoni per diventare ragazza Ecco a quali inferni arriva l'ossessione gender di Roberto Marchesini, 09-03-2015, http://www.lanuovabq.it/
mercoledì 12 novembre 2014
Asili nido a Roma conquistati dalla lobby gay di Costanza Signorelli, 12-11-2014, http://www.lanuovabq.it/
martedì 16 settembre 2014
Mamma è femminile, papà è maschile. Perché è così di Roberto Marchesini 16-09-2014, http://www.lanuovabq.it
L'ideologia di genere ha avuto, tra i pochi, il merito di focalizzare l'attenzione di alcuni osservatori sulla figura del padre e della madre, sul ruolo paterno e materno, e sulla loro importanza nella formazione dell'identità di genere. È importante, si osserva, che ci siano entrambi i genitori, il padre e la madre; ma è ancora più importante che, nei confronti del bambino, siano presenti il ruolo paterno e materno, al di là di chi li riveste: non è necessario che il ruolo paterno sia esercitato dal padre e quello materno dalla madre; un ruolo paterno può essere esercitato anche da altri uomini (uno zio, un nonno, un prete...) e addirittura da una donna (dalla madre, ad esempio nel caso della vedovanza). Questa affermazione è di solito corroborata da casi in cui un bambino orfano di padre è cresciuto senza alcun problema di identità di genere; oppure di ottime famiglie nelle quali il ruolo tradizionalmente paterno è stato svolto dalla madre e viceversa. Personalmente, credo che la questione sia semplicemente una riproposizione del dibattito sul genere. Si discute, infatti, del sesso dei genitori (padre e madre) e del loro ruolo di genere (ruolo paterno o materno). L'ideologia di genere sostiene che non esista alcun legame tra sesso e genere; e che il genere, essendo una pura costruzione sociale, deve (per qualche motivo mai chiarito) essere decostruito. Nel nostro caso abbiamo padri (di sesso maschile) che cambiano i pannolini (ruolo di genere materno) e madri (di sesso femminile) che hanno un ruolo normativo (ruolo di genere paterno); bambini che crescono senza qualcuno che svolga un ruolo paterno (necessario solo, dunque, per convenzione sociale); e casi in cui i ruoli genitoriali di genere sono state stravolte e i bambini non ne hanno avuto alcun danno (e che dovrebbero dimostrare come sia possibile decostruire tali ruoli). Proviamo dunque ad affrontare le domande poste dall'ideologia di genere, per poi applicarle alla relazione tra sesso dei genitori e i loro ruoli genitoriali di genere. Molti ritengono che le questioni relative al genere possano essere affrontate dal punto di vista scientifico. È senz'altro vero che la scienza (cioè l'utilizzo della misurazione come metodo di conoscenza) è un valido strumento per conoscere la realtà, ma non tutta la realtà può essere misurata (quindi conosciuta attraverso la scienza): l'uomo, ad esempio, nella sua profonda identità, non può essere misurato. Lo strumento che fino alla metà dell'Ottocento (cioè fino al Positivismo) è stato utilizzato con successo per conoscere l'uomo è la filosofia, in particolare l'antropologia. L'antropologia può aiutarci a dipanare le questioni poste dall'ideologia di genere? Personalmente credo di sì; credo, in particolare, che alcuni strumenti antropologici della filosofia aristotelico-tomista possano essere particolarmente utili per affrontare tali interrogativi. Nel IX libro della Metafisica, Aristotele sostiene che il movimento, il divenire, il mutamento consiste nel passaggio dallo stato di “potenza” a quello di “atto”. La potenza è la capacità di un ente di essere ciò che ancora non è; l'atto è, invece, la realizzazione di ciò che precedentemente era solamente in potenza. La “natura” è il principio, insito negli enti, che guida il divenire dallo stato di potenza a quello di atto. Il termine “natura”, dunque, non indica semplicemente ciò che esiste, la realtà; né può indicare generalmente ciò che fanno gli animali o i vegetali, semplicemente perché ogni specie ha una propria natura, ossia un proprio progetto, diverso da quello di altre specie. In termini correnti potremmo definire la natura come il “progetto” che guida lo sviluppo di ciò che esiste, la sua realizzazione. In che modo la dottrina del movimento di Aristotele riguarda l'ideologia di genere? Mentre l'identità sessuale (cioè l'essere maschio o femmina) è definita sin dal concepimento – il momento dal quale ogni cellula del corpo umano è caratterizzata dai cromosomi XX nella femmina e XY nel maschio -; l'identità di genere (cioè l'essere uomo o donna), invece, si acquista con lo sviluppo. Parafrasando la Bibbia si potrebbe dire che “maschio e femmina li creò” (Gn 1, 27), ma uomo e donna si diventa. Potremmo quindi descrivere il sesso e il genere in termini aristotelici, definendo il sesso come “potenza” e il genere come “atto”, cioè la realizzazione di un progetto (la “natura”) presente fin dal concepimento ma che si realizza nel corso della vita. Il compimento della propria identità sessuale consiste quindi nell'acquisire pienamente l'identità di genere, ossia nel diventare pienamente uomini (se maschi) e donne (se femmine). Sorge spontanea, a questo punto, un'obiezione: esistono situazioni nelle quali le persone nascono maschi o femmine, ma non raggiungono la piena identità di uomini e di donne. Questo significa che queste persone non hanno un progetto che li conduce a diventare uomini e donne se concepiti maschi e femmine? Affrontiamo questa difficoltà con un esempio. Se noi andassimo al mercato e comprassimo una piantina di limone, lo faremmo perché fiduciosi che quella piantina darà dei limoni, ossia confideremmo nel fatto che la piantina di limone abbia una natura, un progetto che prevede la produzione di frutti, e nemmeno frutti qualsiasi (ad esempio angurie o ciliegie) ma proprio dei limoni. Può tuttavia accadere che, giunto il periodo appropriato, la piantina non fruttifichi: forse non ha ricevuto abbastanza acqua o luce, forse è stata assalita dai parassiti, forse era in una posizione non adeguata. Ciò non significa, ovviamente, che la natura della pianta non prevedesse la presenza di frutti, bensì che l'ambiente ha ostacolato lo sviluppo della piantina secondo la sua natura. Questo è, infatti, secondo la filosofia aristotelica, il ruolo dell'ambiente; quello di permettere od ostacolare lo sviluppo della natura delle cose. Tornando all'uomo, questo significa che esiste una natura che guida la realizzazione del progetto della persona; e che se una persona non riesce a sviluppare pienamente le sue potenzialità non significa che non ne avesse, ma solamente che l'ambiente e le esperienze che ha vissuto (la cultura) non glielo hanno permesso. Tutto ciò non deve far pensare che la cultura abbia solamente un ruolo negativo nello sviluppo dell'identità, come sosteneva Rousseau. È vero piuttosto il contrario: le relazioni sono lo strumento essenziale per la propria realizzazione, e l'uomo non può vivere senza relazioni. Aristotele, nel primo libro de La politica, definiva infatti l'uomo zòon politikòn, animale sociale; e san Tommaso, ne La politica dei principi cristiani, ribadisce che «agli uomini è necessario vivere in società». La necessità delle relazioni per la vita umana è testimoniata anche da un esperimento condotto da Federico II di Svevia e riportato nelle Cronache di fra Salimbene da Parma. Volendo l'imperatore scoprire quale fosse la lingua orginaria dell'uomo, fece rinchiudere dei neonati in una torre, ordinando che fossero nutriti e lavati, senza tuttavia parlargli, cullarli o cantare loro canzoni, ossia privandoli di alcun tipo di relazione; i bambini morirono tutti. Torniamo all'ideologia di genere. Essa sostiene l'assoluta indipendenza della parte biologica della sessualità (il sesso) da quella non-biologica (il genere). Per l'antropologia artistotelico-tomista ogni cosa esistente è un “sinolo” - ossia una unione – di materia e forma; nel caso dell'uomo la materia è il corpo e la forma è l'anima. L'anima e il corpo sono inscindibili, tanto che la separazione dell'anima dal corpo comporta la morte dell'uomo; e il loro rapporto non è una “somma”, quanto piuttosto un “prodotto”. Che differenza c'è tra la somma di anima e corpo e la loro unione? Più o meno la differenza che passa tra gli ingredienti per fare una torta e la torta. Quando noi abbiamo la somma degli ingredienti per fare una torta – ad esempio ammucchiati in un sacchetto per la spesa – essi sono separabili l'uno dall'altro, e ognuno mantiene le sue caratteristiche: le uova sono fragili, la farina svolazza se soffiata, il cioccolato si scioglie al calore. Una volta che noi abbiamo impastato e cotto la torta (ne abbiamo fatto dunque un sinolo) non ci è più possibile separare gli ingredienti, o togliere dalla torta la farina o le uova; e la torta ha caratteristiche diverse dalle caratteristiche dei singoli ingredienti che la compongono: non è fragile, non svolazza e non si scioglie. Questo è, secondo l'antropologia aristotelico-tomista, la relazione che lega anima e corpo nell'uomo: esse sono unite indissolubilmente. Per questo motivo è lecito, ed anche utile distinguere la componente biologica della sessualità da quella psicologica e relazionale; ma esse sono le due facce della stessa medaglia, inscindibili se non al prezzo di annientare l'uomo. Spero che quanto scritto finora abbia convinto il lettore che l'antropologia aristotelico-tomista può fornire gli strumenti che permettono non solo di capire con semplicità e lucidità l'ideologia di genere, ma anche di dare ad essa una risposta convincente ed efficace. Detto questo, come possiamo affrontare il dilemma iniziale? È necessario che il padre eserciti un ruolo paterno e la madre uno materno? Eppure talvolta accade, coma mai? Perché alcuni bambini non sono cresciuti in questa situazione e non hanno riportato dei problemi nello sviluppo dell'identità di genere? Diciamo (senza ripetere tutto) che essere padre è la potenza, esercitare un ruolo paterno l'atto, che la natura (il progetto) di un padre è quello di esercitare il ruolo paterno. La realizzazione del progetto è potenziale, non obbligatoria; quindi può accadere che un padre non eserciti un ruolo paterno, e che qualcun altro (uomo o donna) si sostituisca a lui in questo ruolo. Ciò non toglie che l'esercitare un ruolo paterno è legato all'essere padre, ne è lo sviluppo, ne costituisce la natura. Consideriamo adesso il bambino. Anch'esso ha una natura, cioè un progetto. Il fatto che una persona diversa dal padre abbia svolto per lui un ruolo paterno può essere un ostacolo alla realizzazione del suo progetto (sicuramente non è un vantaggio); ma può trovare nell'ambiente sociale altre risorse (cioè altre persone che, bene o male, ricoprano tale ruolo) che lo aiutino nella propria realizzazione. Riassumendo: essere padre ed esercitare un ruolo paterno non sono due cose avulse, ma la seconda è il compimento della prima; compimento potenziale, in quanto può darsi che un padre non possa o non riesca ad esercitare il suo ruolo naturale. In questo caso, il bambino può trovare un ruolo paterno in figure vicarie (che, per questo, sono sostituti della figura paterna, naturale interprete del ruolo educativo paterno.
lunedì 14 aprile 2014
Fine di un eccezionalismo di Nicoletta Tiliacos in “Il Foglio” del 10 aprile 2014
domenica 13 aprile 2014
Spinta globale verso il linguaggio dell'“identità di genere”- L'orientamento sessuale, l'identità di genere e il diritto all'aborto continuano a figurare nel diritto internazionale, avvertono gli avvocati - Catholic News Agency 12.04.2014 - Jeffrey Beall - http://www.aleteia.org/
lunedì 7 aprile 2014
Omofobia, si riparte. Prove tecniche di dittatura di Massimo Introvigne, 07-04-2014, www.lanuovabq.it
Ci risiamo. Mercoledì riparte in Senato l'esame del disegno di legge Scalfarotto sull'omofobia. I nostri lettori sanno a memoria di che si tratta, ma magari qualcuno condividerà questo articolo con amici meno informati. Ecco dunque un riassunto. Capita che persone omosessuali - come tante altre persone - siano picchiate, minacciate o insultate. È giusto punire i responsabili. Sono già puniti dalle leggi in vigore. Si dice che è necessaria un'aggravante, per scoraggiare i teppisti che vanno in cerca di omosessuali cui «dare una lezione». Non si sa quanti siano questi teppisti, ma quello che si sa con certezza è che l'aggravante c'è già. Se una persona omosessuale è picchiata in un ristorante non perché non ha pagato il conto ma in odio alla sua condizione di omosessuale i nostri tribunali applicano l'aggravante dei «motivi abietti». Non è un'aggravante riferita specificamente agli omosessuali. Colpisce chi picchia un cattolico non perché non gli ha saldato un debito ma perché è cattolico, o un nigeriano non perché gli ha dato uno spintone ma in quanto nigeriano, conformemente alle convenzioni internazionali sui cosiddetti «crimini di odio» che anche l'Italia ha sottoscritto.
Dovrebbe essere, dunque, tutto chiaro. Picchiare, insultare, minacciare una persona omosessuale - come chiunque altro - è un crimine che va punito. Ma è già punito, e anche l'aggravante c'è già. Perché, allora, si chiede una legge contro l'omofobia? Che cosa prevede che nelle leggi attuali non ci sia già? Introduce un delitto di opinione: chiunque manifesta idee che «istigano alla discriminazione» nei confronti di omosessuali e transessuali è punito con la reclusione fino a un anno e mezzo. Se partecipa ad associazioni che promuovono queste idee, la pena sale fino a quattro anni, mentre chi addirittura fondasse o dirigesse tali associazioni rischia di rimanere in prigione sei anni. È vero che all'ultimo momento è stato introdotto un emendamento che dovrebbe proteggere chi esprime queste idee all'interno di chiese e sedi associative - non fuori -, ma l'eccezione è così vaga che l'interpretazione è lasciata al buon cuore dei giudici, e comunque in Senato già si propone di cancellarla.
Manifestare idee che «istigano alla discriminazione» è un tipico reato di opinione, una museruola messa alla libertà di espressione. Per esempio, sostenere che il «matrimonio» fra persone dello stesso sesso non va riconosciuto, o che i bambini non vanno consegnati per l'adozione a coppie omosessuali, è certamente una «discriminazione» nel senso letterale del termine, e di fatto è stata considerata tale dalla Corte Suprema degli Stati Uniti. Ecco dunque spiegato a che cosa serve la legge Scalfarotto: a imbavagliare, con lo spauracchio di severissime pene detentive, chi osasse opporsi al «matrimonio» o alle adozioni omosessuali, o peggio continuare a sostenere che il comportamento omosessuale, come insegna il «Catechismo della Chiesa Cattolica» è «intrinsecamente disordinato» e «in nessun caso può essere approvato».
Timori eccessivi del nostro giornale, dei comitati "Sì alla famiglia" o delle Sentinelle in piedi che - incuranti delle provocazioni e degli insulti - continuano a manifestare in tutta Italia? Ma no, che le cose stiano così non lo dice «La Nuova Bussola Quotidiana» ma lo stesso Scalfarotto, il quale giorni fa lo ha ripetuto nel programma televisivo «Le invasioni barbariche». Dove ha spiegato come la legge sull'omofobia sia la prima tappa in un itinerario che porterà al «matrimonio» omosessuale - che all'inizio si chiamerà «unione civile» per lucrare l'appoggio di qualche cattolico e magari anche di qualche sacerdote - e poi, ma solo poi, alle adozioni dei bambini da parte delle coppie dello stesso sesso.
I rischi, però, sono ancora peggiori. Un modello sociologico - di cui confesso di essere all'origine, e che oggi è citato anche in documenti di organizzazioni internazionali - prevede che le minoranze sgradite a certi «poteri forti» siano vittima di una «spirale dell'intolleranza» che prevede tre tappe. La prima è appunto l'intolleranza, che è un fatto culturale: chi sostiene certe posizioni è offeso e messo in ridicolo dai media, e presentato come un ostacolo da rimuovere alla pubblica felicità. Segue la discriminazione, che è un fatto giuridico: contro chi osa affermare certe idee scattano le leggi e la prigione. Il terzo stadio è la cultura dell'odio, che va anche oltre le leggi. Senza bisogno di attendere i giudici - qualche volta, anzi, violando la legge - i privati si fanno «giustizia» da soli, escludendo dai posti di lavoro e qualche volta malmenando i sostenitori di idee considerate «tossiche» e pericolose.
In Italia, almeno per questa settimana, siamo ancora nella prima fase, l'intolleranza. Chi si oppone al «matrimonio» e alle adozioni omosessuali, o sostiene che gli atti omosessuali sono «intrinsecamente disordinati», è offeso e ridicolizzato sui media, escluso dai dibattiti televisivi, minacciato dagli opuscoli dell'UNAR, l'Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali. Ma, per ora, non va in prigione.
Con l'approvazione della legge Scalfarotto passeremo anche noi alla seconda fase, la discriminazione. Chi manifesta idee contrarie all'ideologia di genere finirà in prigione. Gli esempi dei Paesi dove le leggi sull'omofobia ci sono già ci mostrano che basta molto poco. In Francia qualcuno è stato arrestato solo perché indossava una maglietta della Manif pour Tous, la manifestazione contro il «matrimonio» omosessuale. In Spagna il cardinale Sebastián è stato iscritto nel registro degli indagati per avere affermato che l'omosessualità è una forma «deficiente» - nel senso, e lo ha spiegato, che le «manca» (in latino «deficit») qualcosa - di esprimere la propria sessualità.
Le leggi creano clima e costume. Datele qualche mese, e la legge sull'omofobia genererà inesorabilmente la terza fase, quella della cultura dell'odio. All'estero è andata così. Perché in Italia dovrebbe essere diverso? Gli esempi arrivano al ritmo di uno al giorno. Eccone due, dell'ultima settimana.
Esempio numero uno: Stati Uniti. Brendan Eich è considerato uno dei migliori e più geniali manager del mondo di Internet. Grazie a lui il browser Mozilla ha sfidato con successo il colosso Internet Explorer. La sua azienda lo nomina amministratore delegato. Ma ha fatto i conti senza la cultura dell'odio creata dalle leggi sull'omofobia. Un sito di attivisti gay scova il nome del manager tra decine di migliaia di americani che hanno sostenuto con una donazione la campagna per il referendum che, in California, ha introdotto nella Costituzione dello Stato la nozione che il matrimonio è solo tra un uomo e una donna. La vittoria degli elettori californiani nelle urne è stata poi cancellata dai giudici della Corte Suprema. Ma non è questo che interessa ai gay. Per avere donato mille dollari ai promotori del referendum, Eich è stato attaccato come omofobo impenitente. Non gli è bastato dichiararsi contrario alla discriminazione degli omosessuali. Si voleva che chiedesse scusa e inneggiasse al «matrimonio» fra persone dello stesso sesso. Dimostrando che Mozilla non fa sempre rima con Barilla, ha tenuto la schiena dritta e non si è piegato. È stato buttato fuori, costretto a dimettersi in quarantotto ore. L'azienda ha emesso un comunicato da cui emerge che chi è contrario al «matrimonio» omosessuale in futuro non sarà più assunto non solo come dirigente, ma neppure come addetto alle pulizie dei gabinetti. Gli altri giganti della Silicon Valley - Google, Microsoft, Apple - hanno fatto sapere che loro queste politiche le applicano già.
Chi fa parte di una minoranza discriminata: il manager geniale che si ritrova senza lavoro o gli attivisti gay che lo hanno - come ha scritto un quotidiano americano - «scotennato»? Anzi, la domanda è mal posta. Quel referendum era stato votato dalla maggioranza dei californiani, referendum analoghi in altri Stati dalla maggioranza degli americani. Ormai non si discriminano neanche più le minoranze. Si discriminano le maggioranze, in nome della superiorità morale di minoranze dichiarate «illuminate» da una piccola élite di padroni del vapore.
Esempio numero due: Germania. Una regione, il Baden-Württemberg, introduce nelle scuole corsi obbligatori di educazione sessuale che esaltano l'omosessualità. Molti genitori cristiani non ci stanno e scendono in piazza. Del tutto pacificamente, talora anzi silenziosamente come le Sentinelle in piedi. Attivisti LGBT li aggrediscono, sputano loro addosso, li accecano con gli spray al pepe e, se tutto questo non basta a fermare le dimostrazioni, li picchiano fino a mandarli in ospedale. La reazione della polizia è piuttosto blanda, gli arresti e le condanne dei violenti praticamente inesistenti. Tutto documentato, anche con video, dall'autorevole Osservatorio dell'Intolleranza contro i Cristiani di Vienna (sito Internet: www.intoleranceagainstchristians.eu).
Sono i frutti inevitabili delle leggi sull'omofobia. Se chi si oppone al «matrimonio» omosessuale è un criminale che deve andare in prigione, come può un'azienda dargli lavoro? E come si può tollerare che dei criminali commettano il loro delitto - «istigare alla discriminazione», come dice la legge Scalfarotto - addirittura in piazza? Come stupirsi se «buoni» cittadini li riempiono di sputi e di botte, e la polizia e i giudici guardano dall'altra parte? Dopo tutto, se la mafia manifestasse in piazza a favore del racket e i cittadini picchiassero i mafiosi, la polizia da che parte starebbe? Con la legge Scalfarotto, la pena per chi promuove e dirige associazioni che «istigano alla discriminazione» - fino a sei anni di galera - è più alta di quella concretamente inflitta a molti mafiosi. Se la legge sarà approvata, sarà un messaggio chiaro per tutti - media, giudici, poliziotti - su quanto pericolosi lo Stato ritenga questi criminali che osano opporsi al «matrimonio» e alle adozioni omosessuali, o considerano l'omosessualità non una festa o qualcosa da promuovere ma un disordine e un disagio.
Qualche giorno fa l'Arcivescovo di Torino ha pubblicato una nota sulla «dittatura del 'genere'» che si sta instaurando anche in Italia. Repubblica ha trovato, senza troppe difficoltà, due preti - uno, per la verità, ex prete - cui far dire in un'intervista che sono esagerate le preoccupazioni dell'Arcivescovo. Esagerate? Lo chiedano a Mister Eich o ai genitori del Baden-Württemberg. Forse è l'ultima settimana utile. Se non vogliamo perdere il lavoro, farci coprire di sputi e picchiare in piazza - come alternativa a finire «semplicemente» in prigione per qualche anno - fermiamo la legge Scalfarotto, e fermiamola adesso.
sabato 5 aprile 2014
«A Mozilla crediamo nella libertà di parola». Ma epurano il genio del web perché crede nel matrimonio uomo-donna, 4 aprile 2014 di Redazione, www.tempi.it
Chiamatelo “Guido Barilla d’America”, anzi peggio. Perché alla fine Brendan Eich è stato costretto a dimettersi. Nominato solo lo scorso 24 marzo amministratore delegato di Mozilla, la società che ha sviluppato il browser per internet Firefox, Eich ha già lasciato il suo posto.
UNA PECCA NEL CURRICULUM. Non perché non fosse capace. Anzi. Eich ha un curriculum da favola: programmatore da 16 anni in seno all’azienda, ha contribuito alla creazione di Firefox ed è fra gli inventori del linguaggio javascript. Però c’è qualcosa che non va in lui: pensa che il matrimonio debba essere tra uomo e donna.
Appena è stato nominato, le lobby Lgbt hanno condotto contro di lui una campagna feroce perché nel 2008, cioè sei anni fa, ha donato mille dollari alla campagna “Proposition 8” in favore del “sì” al referendum della California anti-matrimoni gay.
DELITTO DI OPINIONE. Eich non ha mai parlato di questi temi e ha sempre detto di «lasciare le convinzioni personali fuori dalla porta quando entro al lavoro». Inoltre «non ho mai trattato nessuno in modo meno rispettoso per via dell’affinità a un certo gruppo o per la sua identità personale». Ma che Eich non sia omofobo o non abbia mai discriminato nessuno non basta. Il problema è quello che pensa. Ecco quindi che il sito di incontri OkCupid ha invitato i suoi utenti a boicottare Firefox.
DIVENTA UN ATTIVISTA LGBT. E nonostante Eich sia stato costretto a scusarsi perché crede nel matrimonio tra uomo e donna e abbia promesso di incontrare i leader Lgbt americani e di lavorare con loro per rendere l’azienda ancora più inclusiva, i suoi dipendenti hanno pubblicato frasi su Facebook e Twitter dove affermano di «vergognarsi» di lavorare per Mozilla.
Di più, Valleywag, sezione tecnologica del sito Gawker, riporta: «Smettila di dire che la donazione era solo una questione privata che non avrà effetti sul tuo lavoro di Ceo a Mozilla. Dì invece che qualunque logica ti abbia condotto a sostenere la Proposition 8 era sbagliata, scorretta, errata. E spingiti anche più in là. Spiega che sostieni il diritto a sposarsi con persone dello stesso sesso ovunque. Spiega che non sosterrai soltanto i gay negli Stati Uniti ma che combatterai per i diritti civili dei tuoi dipendenti che lavorano in società con visioni meno progressiste».
LIBERTÀ DI PAROLA. Non basta insomma accettare tutti, non basta accettare la rieducazione, rinunciare alle proprie convinzioni e convertirsi a quelle degli altri: per fare il proprio lavoro ad alti livelli bisogna anche diventare degli attivisti Lgbt. Così ieri Eich si è dovuto dimettere e la presidente di Mozilla, Mitchell Baker, invece che scusarsi con lui, si è scusata così con gli utenti: «Mozilla crede nell’uguaglianza e nella libertà di parola». Ce ne siamo accorti.




