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lunedì 22 giugno 2015

Londra. Professore ebreo: altro che «diritti Lgbt», questa è «persecuzione religiosa», giugno 22, 2015 Benedetta Frigerio, http://www.tempi.it/


omofobia-ansa
Secondo Geoffrey Alderman, ebreo britannico e noto professore di storia per diverse università in Inghilterra e Stati Uniti (dalla University of London al Touro College di New York), ci sono casi di discriminazione verso i cristiani in Gran Bretagna che hanno «tutti i tratti distintivi della persecuzione religiosa». Lo ha scritto in un articolo per il Jewish Chronicle tre settimane fa, e adesso ha accettato di spiegarlo anche a tempi.it. E comincia compilando questo elenco: «La compagnia Asher Baking, di proprietà della famiglia McArthur, è stata messa sotto accusa per essersi rifiutata di scrivere su una torta uno slogan a favore delle unioni fra persone dello stesso sesso. Lillian Ladele è stata licenziata dall’Islington Council per le sue posizioni sul matrimonio. Un’insegnante cattolica è stata licenziata per essersi rifiutata di leggere una storia che parla di coppie dello stesso sesso con figli. Un’agenzia adottiva cattolica ha dovuto chiudere i battenti perché si rifiutava di accettare di privare i bambini della madre o del padre. Daintree Paper è stato costretto a chiudere i battenti del suo negozio per non aver posto sopra una torta nuziale le sagome di due uomini. Adrian Smith ha avuto lo stipendio decurtato del 40 per cento per aver detto che il cambiamento della legge sul matrimonio si spingeva troppo in là. Peter e Hazelmary Bull hanno pagato una multa salata perché nel loro bed & breakfast a Cornwall offrivano stanze matrimoniali solo alle coppie sposate. L’infermiera Sarah Mbuyi di Londra è stata licenziata per aver risposto a una domanda sul matrimonio a partire dalla sua fede. Su un rapporto della Commissione inglese per l’uguaglianza emerge il caso di un bambino umiliato fino alle lacrime e rimproverato dal suo maestro dopo aver detto che il matrimonio è solo fra uomo e donna. Andrew McClintock è stato costretto a dimettersi da magistrato perché convinto che un bambino non possa essere cresciuto da persone dello stesso sesso. L’autista di pullman Arthur McGeorge ha subìto un’azione disciplinare per aver condiviso una petizione a sostegno del matrimonio naturale. Gordon Wilson è stato allontanato dal board di un’associazione no profit per aver criticato la ridefinizione del matrimonio da parte del governo scozzese. Bryan Barkley, volontario da 18 anni della Croce Rossa, da quando ha esposto un cartello con scritto “no same-sex marriage” non può più prestare servizio. Ma l’elenco è ancora lungo».
Professor Alderman, lei ha deciso di denunciare «la persecuzione religiosa subita dai cristiani in Gran Bretagna in questi anni». Non teme ritorsioni?
Quando ho visto com’è finito il caso del pasticciere condannato in Nord Irlanda ho capito che era stata davvero oltrepassata la linea. Credevo che le unioni civili servissero a tutelare i diritti delle persone, ma ora è palese che l’obiettivo è un altro: imporre una visione univoca attraverso il loro ottenimento.

Stando agli annunci, l’intenzione del legislatore è sempre quella di intervenire contro la discriminazione delle persone con tendenze omosessuali, non contro i cristiani. Ma allora come si giustificano gli episodi elencati?
Non c’è nessuna legge esplicita contro i cristiani, ma il fatto che ne esista una, l’Equality Act, in cui si ritiene discriminatorio pensare che lo stile di vita di questa minoranza di persone sia errato, di fatto mette in pericolo la loro libertà di espressione. L’odio, per essere precisi, è verso i cristiani che esprimono il proprio credo pubblicamente. Non li ho citati, ma ci sono casi dove le persone sono state licenziate solo per il fatto di indossare simboli religiosi. A dimostrare che l’accanimento è verso i cristiani c’è anche il fatto che, ad esempio, nessun musulmano è mai stato discriminato per le sue idee o per i simboli che indossa.

Eppure alcuni attivisti Lgbt arrivano a sostenere di essere i nuovi ebrei.
Questa propaganda è spazzatura! È falsa e offensiva. È vero il contrario. La minoranza Lgbt sta ingaggiando una vera e propria persecuzione nei confronti di altri gruppi religiosi. Sono tanti ad accorgersene: so che persino alcuni omosessuali, che non sposano le idee della lobby Lgbt, non sono contenti delle leggi sul matrimonio e non pensano di essere discriminati. Ma la lobby lo fa credere a tanti, e attraverso queste imposizioni normative vuole imporre la sua visione, senza che nessuno possa dissentire. Il fascismo è questo.

Oltre alle campagne per i “diritti”, con quali strumenti imporrebbero la loro visione?
Con la paura: per silenziare i dibatti basta accusare gli altri di omofobia. Voglio aggiungere che il primo ministro Cameron porta la responsabilità di tutto questo, perché lo ha permesso introducendo il matrimonio fra persone dello stesso sesso. E a questa colpa se ne aggiunge un’altra: nel 2010, in un’intervista a Sky, disse che non aveva la minima intenzione di legiferare in questo senso. Ci ha ingannati.

Perché i governi avrebbero interesse a fare proprie queste pretese e a permettere la discriminazione dei cristiani?
È l’imposizione del “politically correct”. Il fascismo serve a controllare le persone.

@frigeriobenedet
Foto Ansa

martedì 29 gennaio 2013


Il cittadino americano Abedini condannato a 8 anni di carcere in Iran per «attività cristiane »
gennaio 29, 2013 Leone Grotti- http://www.tempi.it/

Saeed Abedini, americano di origini iraniane, è stato condannato a 8 anni di carcere in Iran «per avere minacciato la sicurezza nazionale del paese esercitando la sua leadership nei confronti delle comunità cristiane». Abedini, sposato con due figli e musulmano convertito al cristianesimo, è stato arrestato per la prima volta nel 2009 dopo essere tornato nel suo paese per un viaggio. Costretto a firmare un figlio dove si impegnava a non fare proselitismo, dopo diversi altri viaggi in Iran, durante i quali ha anche fondato un orfanotrofio, a settembre 2012 è stato arrestato ancora con l’accusa di avere violato il documento.
PROCESSO IRREGOLARE. L’uomo è stato condannato da Pir-Abassi, considerato un «giudice spietato», responsabile di numerose impiccagioni, nonostante le promesse di rilasciarlo su cauzione. Le “attività cristiane” per cui è stato condannato Abedini, sarebbero state compiute nei primi anni 2000, quando era presidente Khatami, che lasciava più spazio alla libertà religiosa. Nonostante la legge iraniana richieda un verdetto scritto, nel caso di Abedini non c’è alcun documento ma solo una sentenza orale.

TORTURA PSICOLOGICA. La moglie di Abedini ha dichiarato al Centro americano per la giustizia e la legge (Aclj), in costante contatto con la famiglia: «Avevano promesso di rilasciarlo, hanno mentito. La falsa speranza che il governo iraniano ci ha lasciato è come una tortura psicologica. Ora sono devastato, ma tenterò con ogni sforzo di riportare mio marito in America».

TESTIMONI MINACCIATI. Al processo, durato neanche una settimana, l’avvocato di Abedini non è stato ammesso in aula, i testimoni sono stati minacciati e lo stesso Abedini, che temeva di «essere impiccato», è stato più volte picchiato in prigione. Ora dovrà scontare la pena nella prigione di Evin, una tra le più brutali nella capitale dell’Iran, mentre Aclj continua a chiedere al governo americano di fare pressione sul regime iraniano per ottenere il suo rilascio.
@LeoneGrotti

martedì 22 gennaio 2013


In Europa la libertà di coscienza vale per tutti. Eccetto i cristiani 
gennaio 22, 2013 Davide Rondoni - http://www.tempi.it

Tratto da clandestinozoom.it Uno può pensare il peggio possibile dei cristiani. O dei finlandesi, o dei gay o degli amanti del bridge. Ma una delle acquisizioni della civiltà moderna – o che così ama chiamarsi- era l’intangibilità della coscienza personale. Principio su cui si basa anche la scelta individuale di una donna di ricorrere all’aborto, come sancito in molte leggi.
Però ora apprendiamo che la Corte europea dei diritti dell’uomo ha sancito che per i cristiani non vale lo stesso principio che vale per gli altri. La loro coscienza forse vale di meno.

La sentenza con cui si sono condannati alcuni funzionari pubblici che in base al principio di obiezione di coscienza si erano astenuti da certe prestazioni (e non si stava parlando certo di servizi essenziali o di emergenza) stabilisce in modo scandaloso che certe coscienze hanno meno diritti di altre.

Se questa è l’Europa laica che ci aspetta, beh, qui siamo in presenza di uno dei peggiori assolutismi mai apparsi nella storia. E forse a tutti i politici che in queste ore si appellano all’Europa come a un criterio “insindacabile” di valore politico forse qualche dubbio potrebbe venire. A meno che l’Europa sia, in nome del dio euro, una teocrazia travestita e dura da cui i devoti a un altro Dio devono guardarsi.

giovedì 17 gennaio 2013


Cinque chiese attaccate in Pakistan nel 2012. «Giudici non fanno niente per andare in Paradiso »
gennaio 17, 2013 Leone Grotti - http://www.tempi.it/

Nel 2012 in Pakistan sono state attaccate cinque chiese, tre templi Indù sono stati saccheggiati e un minareto di una moschea Ahmadi è stato distrutto. Gli Ahmadi sono musulmani di estrazione sunnita, giudicati eretici perché il fondatore ha affermato di essere il nuovo profeta. Questo l’elenco delle violenze ai danni delle minoranze religiose in Pakistan stilato dalla Commissione giustizia e pace della Conferenza episcopale pakistana. Tutti gli attacchi sono stati commessi da “persone non identificate”, a parte il minareto che è stato demolito dalla stessa polizia del Punjab, lo Stato pakistano dove avvengono più violenze settarie.
«GOVERNO CONNIVENTE». La Costituzione pakistana difende in teoria la libertà religiosa e di culto ma secondo la Commissione diritti umani del Pakistan, guidata da Hussain Naqi, se le violenze sono aumentate nel paese a stragrande maggioranza islamica rispetto agli anni precedenti la colpa è di un «misto di assenza di buon governo, connivenza e paura sempre da parte del governo». Tutti gli attacchi, infatti, sono stati effettuati da folle di estremisti islamici fomentati da imam con discorsi infuocati contro gli infedeli.

ATTACCATI 27 TEMPLI IN 4 ANNI. Secondo la Corte Suprema «le minoranze sono discriminate perché la polizia non investiga abbastanza quando si verificano questi casi. Nessuno si interessa di condannare gli assalitori e così viviamo nell’impunità». Il problema dunque, secondo l’avvocato costituzionale Salman Akram Raja, «non è la mancanza di leggi ma di applicazione della legge. I politici hanno paura di difendere le minoranze e poi non vogliono perdere voti». Anche per questo negli ultimi quattro anni in Pakistan sono stati attaccati 27 luoghi di preghiera, senza che mai venisse trovato un colpevole.

GIUDICI IN PARADISO. Senza parlare poi della legge sulla blasfemia, le cui accuse si rivelano secondo le statistiche nel 95 per cento dei casi false e strumentali (basti pensare a Rimsha Masih e Asia Bibi). Eppure, come dice Naeem Shakir, avvocato che ha difeso in tribunale molti cristiani falsamente accusati, soprattutto nel Punjab, i giudici islamici condannano e gli avvocati si rifiutano di difendere le minoranze «perché credono che se lo faranno avranno una posizione inferiore agli altri in Paradiso». Secondo il direttore del Ncjp Peter Jacob, l’unico modo per migliorare la situazione sarebbe «approvare una legge che punisca esplicitamente la violenza contro le minoranze», in modo che non possa essere ignorata da polizia, avvocati e giudici.
@LeoneGrotti

martedì 11 dicembre 2012


I “discorsi di odio”: un reato per reprimere la libertà di espressione dei cristiani - http://www.nocristianofobia.org

(di Roberto de Mattei) La libertà di espressione si restringe sempre di più per i cristiani in Europa. Anche Paesi di antica tradizione cattolica hanno iniziato ad inserire nelle loro legislazioni un nuovo tipo di crimine, i “discorsi ispirati dall’odio” (in inglese hate speeches), che si riferiscono alla discriminazione e all’ostilità verso un individuo, a causa di caratteristiche particolari, come il suo orientamento sessuale o “l’identità di genere”.
In dodici Stati membri dell’Unione Europea (Belgio, Danimarca, Germania, Estonia, Spagna, Francia, Irlanda, Lettonia, Paesi Bassi, Portogallo, Romania e Svezia) più l’Irlanda del Nord nel Regno Unito, è considerato reato incitare all’odio o alla discriminazione in base all’orientamento sessuale. In quattro Stati membri (Austria, Bulgaria, Italia e Malta) i discorsi ispirati dall’odio sono considerati reati se espressi nei confronti di gruppi specifici, ma gli omosessuali non sono inclusi tra questi. Negli altri Stati membri, i discorsi ispirati dall’odio contro le persone lesbiche, gay, bisessuali e transessuali non sono definiti specificatamente come reato. Le lobbies relativiste vorrebbero una legislazione europea uniforme, che reprima ogni forma di discriminazione, anche solo verbale. Il 24 maggio 2012 il Parlamento europeo ha votato una risoluzione contro l’omofobia e la transfobia in Europa (con 430 voti a favore, 105 contrari e 59 astensioni). Il testo «condanna con forza tutte le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere» ed esorta gli Stati membri a garantire la protezione di lesbiche, gay e transgender dai discorsi omofobi di incitamento all’odio e dalla violenza. Con ciò si intende impedire ogni forma esplicita di critica della condizione omo o transessuale. Si inizia così ad applicare rigorosamente la categoria giuridica di “non discriminazione”, introdotta dall’art. 21 del Trattato di Nizza, recepito dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea.
Il principio è solo apparentemente nuovo: in realtà non si tratta altro che del vecchio concetto giacobino di uguaglianza assoluta, riproposto con nuovo linguaggio e adattato alla sensibilità contemporanea. E’ difficile infatti trovare un termine ambiguo come quello di discriminazione. L’idea stessa di giustizia, che nella sua formulazione tradizionale significa attribuire a ciascuno quello che gli è proprio (suum cuique tribuere) implica qualche forma di “discriminazione”.Ogni legge è costretta in qualche modo a “discriminare”, per il fatto stesso che stabilisce che cosa è giusto e ingiusto, lecito o proibito, favorendo gli uni ed ostacolando gli altri. La pretesa di non discriminare gli orientamenti sessuali significa applicare un criterio rigorosamente ugualitario a tutte le scelte, quali esse siano, relative alla sessualità umana. Un coerente criterio ugualitario porterà a proteggere giuridicamente ogni forma di disordine morale, dalle unioni omosessuali alla pedofilia e all’incesto, almeno quando siano tra soggetti consenzienti ed escludano una violenza esplicita. Inoltre, ogni critica pubblica di un comportamento ritenuto disordinato e immorale costituisce una forma di “discriminazione”. E’ previsto perciò il divieto e la pesante repressione penale di ogni tipo di attività e di espressione che comporti la critica dell’omosessualismo e dell’abortismo. Un sacerdote dal pulpito o un professore dalla cattedra non possono presentare la famiglia naturale e cristiana come “superiore” alle “unioni di fatto” etero o omosessuali, senza che questo costituisca una “discriminazione” degna di sanzione penale. Una istituzione religiosa, una scuola privata, un’associazione cristiana non potranno allontanare dei membri che all’interno di essa propaghino o pratichino comportamenti ritenuti immorali, senza che questo costituisca una colpevole discriminazione. Tutto questo in nome della condanna dei “discorsi di odio”. Ma l’odio è necessariamente un male?
L’amore e l’odio sono i due sentimenti che guidano la vita degli uomini e dei popoli, Meditando sulla caduta dell’Impero romano, sant’Agostino esponeva nella sua celebre Città di Dio, la visione teologica della storia cristiana, secondo cui l’amore e l’odio guidano la storia del mondo: l’amore di sé fino all’odio di Dio e l’amore di Dio fino all’odio di sé. Amore e odio sono inseparabili nella vita. Non si può amare il bene senza odiare il male e non si può difendere e diffondere la verità senza criticare l’errore. A meno di non credere che verità ed errore siano solo opinioni soggettive e intercambiabili. Oggi però il Parlamento europeo, e molti governi nazionali vorrebbero ammettere come legittima una sola forma di odio, quella al Cristianesimo. Gesù l’aveva detto: «Sarete odiati da tutti a causa del Mio nome» (Mt 10, 16-23). In occasione della Giornata mondiale della Pace del gennaio 2011, Benedetto XVI ha affermato che i cristiani sono attualmente il gruppo religioso che soffre il maggior numero di persecuzioni a motivo della propria fede. Lo scorso 9 novembre l’Osservatorio sull’intolleranza e la discriminazione contro i cristiani in Europa ha fatto pervenire all’Osce (Organizzazione per la cooperazione e la sicurezza in Europa) un rapporto sulla situazione della libertà religiosa nel continente. L’Osservatorio ha documentato negli ultimi sei anni più di ottocento casi in Europa nei quali la libertà dei cristiani di esprimere pubblicamente le loro idee è pesantemente violata. Molti di questi casi si riferiscono al divieto di manifestare pubblicamente la contrarietà all’aborto o al “matrimonio” omosessuale.
L’odio al nome cristiano accompagna fin dai primi secoli la vita della Chiesa.Oggi l’odio contro i cristiani si manifesta sotto forma di persecuzioni violente e di discriminazioni e va sotto il nome improprio, ma efficace, di cristianofobia, che nel suo significato etimologico è paura del Cristianesimo. L’imposizione dell’unione contro natura tra persone dello stesso sesso; l’introduzione del reato di “omofobia”, che proibisce ogni forma di difesa della famiglia naturale; il tentativo di reprimere giuridicamente l’obiezione di coscienza di coloro che rifiutano di cooperare ad omicidi quali l’aborto e l’eutanasia; la promozione della blasfemia nella pubblicità e nelle opere cinematografiche e teatrali sono forme di odio e di intolleranza verso i princìpi e le istituzioni cristiane, realizzate dalla dittatura del relativismo contemporanea. Tutto ciò non può essere tollerato. I cristiani non rimarranno inerti. (di Roberto de Mattei)

mercoledì 21 novembre 2012


PERSECUZIONI/ Bhatti: l’assoluzione di Rimsha è una vittoria per tutti i cristiani

mercoledì 21 novembre 2012 - http://www.ilsussidiario.net
Si conclude finalmente l’incubo per Rimsha Masih, la 14enne pakistana arrestata per blasfemia in quanto, secondo chi l’aveva denunciata, avrebbe bruciato alcune pagine del Corano. L’Alta corte di Islamabad ha cancellato ogni accusa nei suoi confronti, dopo che nel corso delle indagini della polizia era emerso che si era trattato di accuse fabbricate ad arte dall’imam Khalid Jadoon Chrishti. Il ministro pakistano per l’Armonia nazionale, Paul Bhatti, nominato custode di Rimsha Masih che ha anche seguito personalmente per l’intera durata del caso giudiziario, sottolinea: “Sono soddisfatto per il fatto che questo caso di blasfemia si sia risolto nel migliore dei modi, senza agitazioni, proteste o violenze. E’ un segnale positivo che viene dalla società pakistana, e che dimostra come il sacrificio e l’impegno di mio fratello Shahbaz non sono stati vani. Desidero dedicargli questa vittoria, che è innanzitutto una vittoria della giustizia”.
Ministro Bhatti, finalmente le minoranze religiose in Pakistan hanno ottenuto una sentenza a loro favore …
Sono contento per questa decisione dell’Alta corte, che ci aspettavamo in quanto da tutte le indagini era emerso che la bambina è innocente. Quanto avvenuto dà due grandi messaggi alla comunità internazionale e a quella pakistana. Il primo è che può essere fatta giustizia anche in Pakistan. I nostri giudici sono trasparenti e non si sono basati sul fatto che una delle due parti in causa era cristiana e l’altra musulmana, ma soltanto sul merito del processo e hanno deciso di conseguenza. L’accusatore di Rimsha Masih, l’imam Khalid Jadoon Chrishti, è stato inoltre arrestato e accusato a sua volta di blasfemia. Il messaggio che emerge da questa sentenza è che anche in futuro chiunque cercherà di utilizzare la legge sulla blasfemia per i suoi fini personali sarà punito. E’ un segnale positivo, che scoraggia chiunque intenda ricorrere a questa legge in modo arbitrario.
Come ha vissuto la battaglia, che ha condotto in prima persona, per la liberazione di Rimsha Masih?
La strada che ha portato alla cancellazione dell’accusa nei confronti di Rimsha Masih è stata segnata anche da momenti molto difficili, ma siamo riusciti a superarli e sono quindi contento del fatto che la bambina oggi è libera e che tutte le accuse nei suoi confronti si sono rivelate false.
Rimsha Masih potrà tornare a casa o dovrà vivere nascosta per paura di ritorsioni?
Non penso che si debba nascondere, ma dobbiamo comunque stare attenti. C’è sempre una piccola minoranza che può reagire negativamente, degli estremisti che la pensano diversamente dagli altri. Poiché Rimsha è sotto la mia custodia, vorrei fare il possibile per proteggerla. Ora si trova quindi in un posto sicuro all’interno del Pakistan, e prima che possa tornare a farsi vedere in pubblico ci vorrà un po’ di tempo.
Quali sono stati i commenti in Pakistan dopo la decisione dell’Alta corte?
Ho ricevuto una serie di telefonate da ogni angolo del Pakistan, da parte dei leader religiosi cristiani e musulmani, oltre che dai miei amici della comunità internazionale, che desideravano congratularsi ed esprimere la loro soddisfazione. Tutti i ministri musulmani del governo del Pakistan mi hanno comunicato personalmente la loro contentezza per il fatto che il nostro Paese possa dare questo tipo di messaggio e prendere questo tipo di decisione nella quale prevale la giustizia.
E’ anche il segno del fatto che il Pakistan sta cambiando?
Io sono ottimista e ritengo che questa ondata di terrorismo, estremismo e fanatismo che ha colpito il Pakistan prima o poi sia destinata a scomparire. Interventi come quello dell’Alta corte di Islamabad danno una luce positiva a una società come la nostra che sta ancora soffrendo per diversi problemi. E non si tratta solo dei cristiani o di altre minoranze, ma anche di tantissime altre persone. Casi come quello di Rimsha Masih, pur lasciando una triste realtà, danno anche un messaggio di coraggio e di speranza.
Si tratta dell’unico caso positivo nel Pakistan degli ultimi anni?
No, di recente c’è stata anche la vicenda di Malala Yousafzai, la ragazzina oggi 15enne attaccata dai talebani quando aveva solo nove anni. Si era opposta infatti al divieto per le bambine di andare a scuola, dicendo con grande coraggio agli estremisti: “Dateci i libri, non le mitragliatrici”. Un giorno il capo dei talebani l’ha colpita alla testa, ma la piccola è sopravvissuta. Siamo riusciti a trasferirla in Inghilterra, in un centro dove sono trattati i feriti di guerra, e Malala Yousafzai si è ristabilita. In seguito a questo attacco, l’intero Pakistan si è unito per esprimere solidarietà alla 15enne e condannare i suoi aggressori, insieme a qualsiasi mentalità che ostacola l’educazione delle donne e i loro diritti.
Intanto Asia Bibi è ancora in carcere con l’accusa di blasfemia …
E’ stato un caso diverso, che è stato complicato dall’assassinio di mio fratello Shahbaz, e prima ancora del governatore del Punjab, Salman Taseer. Asia Bibi si trova quindi ancora agli arresti. Diverse Ong si sono interessate al suo caso e per loro è diventato un business, in quanto raccolgono fondi per conto suo. La considero una fonte di rammarico personale, anche perché mi sono offerto di aiutarla ma mi è stato opposto un rifiuto, motivato dal fatto che se ne stanno occupando altre associazioni che però finora non hanno fatto nulla di concreto.
(Pietro Vernizzi)
© Riproduzione riservata.

venerdì 5 ottobre 2012


La Corea è il paese che ha più conversioni al mondo - di Alessandro Cristofari, 4 ottobre 2012 - http://www.documentazione.info


In un articolo su Vita e Pensiero , Piero Gheddo, uno dei massimi esperti delle missioni cattoliche nel mondo, spiega come in Corea i cattolici siano oggi il 10% e che nel 2020 arriveranno al 20%. 

Nel suo studio Gheddo illustra come il ’68 - tempo di allontanamento dalla fede cristiana in altre regioni -  è stato un periodo benefico per la fede in Corea. La Chiesa in quel periodo stava praticamente nascendo dopo una serie di persecuzioni e guerre. Ed è interessante notare che l'efficacia della diffusione del messagio evengelico è avvenuta principalmente attraverso la presa di coscienza dei laici. Oggi l'espansione continua grazie anche alla perfetta integrazione che c’è tra i movimenti ecclesiali e pastorale ordinaria.

Per quanto riguarda il clero, in Corea ci sono 4.455 sacerdoti coreani e 166 stranieri; 34 vescovi, e un cardinale. Il 69% dei preti coreani ha tra i 23 e i 40 anni. Significativo il dato dei futuri sacerdoti: 1.587 in sette seminari.

L'articolo affronta anche la situazione della Corea del Nord tra persecuzioni e fede messa alla prova.
Per leggere l'articolo integrale cliccare qui .

lunedì 1 ottobre 2012


L'ATTACCO ALLA CHIESA IN KENYA - Introvigne, dell'Osservatorio della Libertà Religiosa: «È la nuova strategia di al-Qa'ida, va fermata in Somalia»

ZI12100119 - 01/10/2012

ROMA, lunedì, 1 ottobre 2012 (ZENIT.org) – Sull'attacco terroristico di domenica 30 settembre contro la parrocchia anglicana di San Policarpo a Nairobi, in Kenya, dove una bomba lanciata contro un'aula di catechismo ha ucciso un bambino di nove anni, John Ian Maina, e ne ha feriti altri otto, interviene con una nota il sociologo torinese Massimo Introvigne, coordinatore dell'Osservatorio della Libertà Religiosa promosso dal Ministero degli Esteri italiano.
«Non si tratta di un attacco casuale - spiega Introvigne -, né solo di una ritorsione per il contributo delle truppe del Kenya alle sconfitte subite dalle milizie ultra-fondamentaliste islamiche in Somalia, ma del frutto di una lucida strategia di "pulizia religiosa" che mira a espellere totalmente i cristiani da aree e quartieri a maggioranza islamica, come la parte del quartiere di Pangani a Nairobi dov'è avvenuto l'attacco e dove vivono molti rifugiati somali».
«Nell'identificare i responsabili - precisa ancora Introvigne - non è sufficiente parlare di Shabaab, il Movimento della Gioventù Combattente che rappresenta la parte più radicale del fondamentalismo islamico somalo. L'attentato viene infatti da una delle due fazioni in cui si è diviso nel febbraio 2012 il movimento Shabaab, una fazione che si è perfettamente integrata in al-Qa'ida e ha assunto il nome di AQEA, al-Qa'ida in Est Africa, e che ha anche militanti kenyani. Questo gruppo si è posto sotto la direzione personale del leader internazionale di al-Qa'ida e successore di Bin Laden, Ayman al-Zawahiri, e ha stipulato nel maggio 2012 un patto di coordinamento operativo con i nigeriani del movimento Boko Haram e AQMI, al-Qa'ida nel Maghreb Islamico, che ha la sua direzione in Mali e opera soprattutto in Libia e in Algeria. La novità è che gli attacchi ai cristiani nell'agenda di al-Qa'ida sono ora al primo posto, e la retorica anticristiana ha assunto toni di una virulenza inaudita».
Che fare, allora? «Ha qualche responsabilità - accusa Introvigne - chi ha voluto far credere, con analisi clamorosamente sbagliate o dettate da calcoli politici ed elettorali, che al-Qa'ida fosse morta con Bin Laden. Da un certo punto di vista, non è mai stata così forte e va fermata sul piano militare, specie in Mali e in Somalia».
«Occorre anche continuare - conclude Introvigne - l'azione diplomatica di sostegno, in cui l'Italia è particolarmente impegnata, al nuovo governo federale della Somalia, che cerca faticosamente di controllare il suo territorio. Ma a questo governo occorre anche chiedere di cambiare gli articoli 2 e 17 della nuova costituzione somala, i quali ripetono due volte che "nessuna religione diversa dall'islam può essere predicata nel territorio della Repubblica Federale di Somalia". Senza libertà religiosa non ci sarà mai una vera pacificazione».

venerdì 7 settembre 2012


Bangladesh: quasi 300 bambini tribali cristiani rapiti e costretti a convertirsi all’islam - Intermediari li prelevano dai villaggi e chiedono soldi ai genitori per pagare le rette di fantomatici "ostelli". In realtà, i piccoli sono portati in varie madrasse (scuole islamiche), dove gli imam li costringono ad abiurare il cristianesimo. Un caso a lieto fine: dopo sei mesi di prigionia, 11 bambini sono fuggiti -  06/09/2012 di Nozrul Islam

Dhaka (AsiaNews) - Bambini tribali cristiani di etnia Tripura prelevati dai loro villaggi e costretti a convertirsi all'islam, in Bangladesh. Secondo fonti cattoliche locali di AsiaNews, che preferiscono l'anonimato, sarebbero quasi 300 i piccoli rinchiusi in varie "madrasse" (scuole islamiche). La dinamica è semplice: sfruttando la grande povertà di queste comunità, intermediari della stessa etnia prelevano i giovani dalle loro case, con la scusa di portarli in una "missione di studio", obbligando i genitori a pagare tra le 6mila e le 15mila takha (57-145 euro circa) per la retta di fantomatici ostelli. In realtà, gli intermediari si intascano i soldi e consegnano i bambini a scuole islamiche, sparse per tutto il Paese. L'ultimo caso simile riguarda 11 bambini - 10 maschi e una femmina - originari dei villaggi di Thanchi, Ruma e Lama (Chittagong Hill Tracts). La loro però è una storia a lieto fine: dopo sei mesi, nei quali non sono mancate minacce e violenze, i piccoli sono riusciti a fuggire, grazie all'aiuto di Hotline, organizzazione per i diritti civili e la difesa delle minoranze con sede a Dhaka, il cui direttore esecutivo è una cattolica, Rosaline Costa.

I Tripura sono una della tante etnie tribali del Bangladesh. Per lo più cristiani - cattolici o protestanti - essi si trovano in particolare nella Chittagong Hill Tracts, zona collinare a sudest del Bangladesh. Da tempo nell'area è in corso una campagna contro le conversioni al cristianesimo, portata avanti dai musulmani più radicali, che accusano i missionari di fare proselitismo e conversioni forzate, per creare una regione a maggioranza cristiana da annettere all'India.

L'odissea è iniziata tra gennaio e febbraio scorsi. I primi otto bambini sono stati portati nella madrassa Darul Huda Islami, nel villaggio di Mia Para (Gazipur). La bambina è stata rinchiusa in una scuola islamica (di cui non sa il nome) di Muhammadpur, vicino Dhaka. Gli ultimi due maschi si trovavano nella Darul Huda Islami di Maddha Badda (Gulshan, Dhaka). Le loro giornate prevedevano lezioni di arabo (dalle 8 alle 12), lettura del Corano (Nurani Shikkha, dalle 14 alle 17), e cinque preghiere obbligatorie al giorno. Nelle diverse madrasse, i ragazzini hanno trovato altri tribali cristiani, molti anche più piccoli di loro. Nel tempo, non sono mancati episodi di violenza fisica, quando i bambini mancavano alle preghiere o rifiutavano di partecipare a una delle lezioni. Una volta in salvo, la bambina riportava evidenti cicatrici sulle mani, lì dove era stata colpita con una canna.

La voglia di fuggire ha trovato nuova forza verso giugno, quando gli imam hanno annunciato che i ragazzi sarebbero stati circoncisi, e che se erano pronti a "dare la loro vita" all'islam, sarebbero stati ricompensati nel Behestha (Paradiso), perché nessun altra religione avrebbe mai potuto condurli lì. Spaventati, i primi otto ragazzi hanno chiesto aiuto a una famiglia indù che viveva vicino alla madrassa. Hanno raccontato la loro storia, chiedendo poi di chiamare i loro genitori: questi, scoperta la sorte dei figli, hanno contattato Hotline perché li salvasse. Quattro bambini sono scappati il 4 luglio scorso; gli altri quattro nella notte del 13 luglio.

Venuti a sapere della fuga degli otto, gli altri due maschi (un po' più grandi, ndr) sono scappati e hanno contattato da soli Hotline.

Più complesso il salvataggio della bambina, trovata solo dopo la fuga di una compagna, che ha raccontato al villaggio cosa accadeva nella scuola. La famiglia si è allora messa in contatto con l'huju (insegnante) della madrassa, perché lasciasse andare la piccola, ma il musulmano ha imposto che il padre venisse a riprenderla. Una volta arrivato, l'huju ha tentato di provocare l'uomo, offendendo la Bibbia e accusando i cristiani di essere adulteri e immorali. Senza cedere agli insulti, il padre è riuscito a portare via la figlia il 13 luglio scorso.


mercoledì 5 settembre 2012


«Nascondi la croce»: parte a Strasburgo il processo sui cristiani discriminati in Gran Bretagna, settembre 4, 2012, Leone Grotti, http://www.tempi.it

La Corte europea dei diritti dell’uomo comincia oggi ad esaminare il caso di quattro cittadini britannici che hanno fatto ricorso contro lo Stato perché discriminati per la loro religione cristiana sul posto di lavoro.

LA CROCE VA NASCOSTA. Nadia Eweida, impiegata della compagnia aerea British Airways al check-in, ha smesso di lavorare per la compagnia nel 2006 perché il “dress code” non prevedeva che i dipendenti portassero niente al collo. Quando nel 2007 il codice è cambiato, Nadia è tornata al lavoro e ha fatto causa alla compagnia per discriminazione. Shirley Chaplin, infermiera geriatrica del Royal Devon and Exeter Foundation NHS Trust, ha indossato la croce sopra il camice al lavoro per 30 anni. Un giorno le hanno chiesto di non portare più la catenina o almeno di nasconderla sotto la casacca, lei si è rifiutata. Poi le hanno chiesto di farlo per motivi di sicurezza dei pazienti, lei ha fornito una soluzione pratica, che è stata rifiutata. A quel punto i superiori l’hanno trasferita a un lavoro dietro la scrivania, impedendole di stare con i pazienti. Così, Shirley ha fatto ricorso per discriminazione.

COPPIE OMOSESSUALI. Lilian Ladele, impiegata al Islington Borough Council di Londra come impiegata all’anagrafe per la registrazione dei matrimoni, quando la legge inglese nel 2004 ha approvato le unioni civili si è rifiutata di partecipare come impiegata-testimone a matrimoni omosessuali. Nel 2007 è stata obbligata a partecipare alle cerimonie e per questo ha fatto causa al datore di lavoro. Gary McFarlane, infine, consulente nel campo di disturbi e patologie sessuali alla Relate Avon, è stato licenziato nel 2008 perché aveva annunciato ai suoi superiori che, nel caso si fosse presentata una coppia omosessuale, avrebbe preferito non assisterla, perché questo sarebbe andato contro «i miei principi cristiani».

LIBERTÀ RELIGIOSA. Tutti e quattro si sono appellati agli articoli 9 (libertà religiosa) e 14 (divieto di discriminazione) della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Il caso della discriminazione dei cristiani, destinato a far discutere, vedrà svolgersi oggi la prima udienza.
@LeoneGrotti

martedì 4 settembre 2012


Il martirio in Pakistan di Suneel Masih, il 30 agosto 2012, http://www.corrispondenzaromana.it

(di Cristina Siccardi) Si chiamava Suneel Masih e aveva 14 anni. È stato assassinato in Pakistan per la sua Fede in Cristo. Era orfano, viveva a Faisalabad con i suoi parenti e frequentava la quinta classe. Il 19 agosto si era recato in un negozio del Liberty Market per acquistare una maglietta e poi non è più rientrato a casa… Due giorni dopo, gli agenti della polizia, durante le ricerche del ragazzo, hanno rinvenuto in un’area industriale isolata un cadavere orribilmente mutilato. Era lui.

Un ufficiale della polizia, interpellato dall’organo di informazione “AsiaNews”, ha così commentato la tragedia: «è la prima volta che mi trovo al cospetto di un simile assassinio». Non riusciamo a narrare ciò che hanno fatto al povero Suneel, basti dire che sarebbe accaduto lo stesso scempio se il giovane cristiano fosse stato introdotto in un’arena di belve feroci, come facevano i persecutori dei primi cristiani. Per le vie di Faisalabad si implora giustizia, ma la polizia pakistana non ha nemmeno aperto un’inchiesta ufficiale. Fiumi di sangue sono stati versati nei primi secoli, ancora tempeste di sangue nel XX secolo sotto la tirannia comunista, quando la Chiesa si illuse che con il “dialogo”, ovvero silenziando gli errori e le menzogne, fosse possibile il rispetto reciproco. Ed oggi, nell’era della “libertà religiosa”, sono in tanti coloro che nel mondo vengono perseguitati e uccisi.

Secondo il Cristianesimo, i martiri (dal greco μάρτυς, “testimone”) sono quei fedeli che per diffondere il messaggio evangelico sono incorsi in pene e torture, fino alla pena capitale, sull’esempio del sacrificio di Cristo. La figura del martire è antitetica a quella dell’apostata, di colui cioè che tradisce la Fede nel Vangelo. Oggi l’apostasia è diffusa sia nel clero che tra i fedeli: si pensa di credere in Cristo, spesso si ha realmente un sentimento religioso, ma la vita condotta e gli insegnamenti impartiti ne sono antitetici. La dottrina e le sue conseguenze, in molti ambienti, sono state cancellate.

Dal concetto di martire, in epoca successiva alle persecuzioni, si è evoluto il concetto di santo. Ancora adesso l’elenco di tutti i santi canonizzati è detto martirologio. Per un cristiano autentico il martirio è una eventualità da considerare all’interno della propria Fede. Per i primi cristiani dare la propria vita per Cristo era l’unico modo possibile per contraccambiare il Salvatore degli uomini, che aveva offerto sull’altare del Calvario tutto il suo dolore, fino al martirio.

Sant’Ignazio di Antiochia arriva ad implorare gli altri cristiani a non intercedere presso l’imperatore per salvargli l’esistenza. In molte passio il martire va spontaneamente al sacrificio anche avendo la possibilità di evitarlo. Con il termine delle persecuzioni, la ricerca del martirio come dimostrazione di Fede tende a diminuire, sostituita dalla ricerca della santità. Ancora di san Martino (IV secolo), primo non martire ad essere considerato santo, si dice, nell’Ufficio composto per la sua festa: «anima beata, se la spada non ti ha colpito non hai perso la gloria del martirio», quasi a scusare il fatto che non abbia subito la pena del supplizio.

Nel Concilio Vaticano II si è spostato il baricentro: dalla tolleranza religiosa si è passati alla libertà religiosa con il risultato pratico che la Cristianità è continuamente minacciata, mentre le altre religioni propagano le loro idee come meglio credono, con orgoglio e disinvoltura. Oggi siamo costretti persino ad udire vescovi “cattolici” che salutano l’arrivo e la fine del Ramadan… a tanto siamo arrivati. La libertà religiosa è un evidente prodotto-trappola, sorto da quel liberalismo, dalla maschera buonista, che ha seminato micidiali errori fra i cattolici.

Valgano per il nostro fratello in Cristo, il battezzato Suneel Masihle, queste affermazioni: «non vi meravigliate, fratelli, se il mondo vi odia. Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte. Chiunque odia il proprio fratello è omicida, e voi sapete che nessun omicida possiede in se stesso la vita eterna. Da questo abbiamo conosciuto l’amore: Egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli. (…). Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma coi fatti e nella verità» (1Gv. 3, 13-18). (Cristina Siccardi)

venerdì 31 agosto 2012


PAKISTAN/ Rafique (Apma): gli islamisti vogliono uccidere Rimsha, 14 anni, solo perché cristiana - INT. Pervaiz Rafique - venerdì 31 agosto 2012 - http://www.ilsussidiario.net

Nel corso dell’udienza di fronte al tribunale di Islamabad per il caso della minorenne cristiana Rimsha Masih accusata di blasfemia, ieri gli avvocati dei religiosi musulmani si sono opposti alla scarcerazione e hanno presentato ricorso contro i risultati della Commissione medica. Il fronte islamista ha sostenuto che la ragazzina avrebbe non meno di 14 anni e non sarebbe affetta da disturbi mentali. I termini per la carcerazione preventiva di Rimsha scadono il primo settembre, ma non è chiaro quale posizione prenderà il tribunale. IlSussidiario.net ha intervistati Pervaiz Rafique, presidente e fondatore dell’All Pakistan Minorities Alliance (Apma) e parlamentare cristiano dell’assemblea provinciale.

Perché i giudici pachistani continuano a tenere agli arresti Rimsha Masih, anche se è una ragazzina di 14 anni analfabeta e con problemi mentali?

E' per la sua salvezza, la stanno proteggendo dagli estremisti religiosi che hanno tentato di bruciarla viva. I rapporti medici hanno confermato che non è sana di mente, ma non è stato ancora stabilito se sia effettivamente incapace di leggere e scrivere. Secondo alcune informazioni che ho ricevuto, sarebbe in grado di leggere.

Come viene discusso in Pakistan questo caso? Vi sono politici od opinionisti musulmani che difendono Rimsha, o tutti i musulmani sono contro di lei?

Il partito religioso musulmano Namos-e-Raisalat l'ha difesa, sostenendo che è minorenne e che non dovrebbe essere accusata in base alla legge sulla blasfemia. Il Pakistan Christian Post ha scritto che Muqadas Kainat, una ragazza cristiana di 12 anni, è stata stuprata e uccisa vicino a Sahiwal.

Cosa sa attorno a questo tragico fatto e la notizia, secondo lei, è attendibile?

Ho letto la notizia e sto conducendo indagini su di essa, quindi per il momento non sono in grado di confermarla. Molti giornali e giornalisti cristiani sono incorsi in qualche esagerazione nel riportarla. Per quanto mi riguarda, non voglio pronunciarmi prima di aver accertato i fatti.

Secondo lei, comunque, si sarebbe trattato di una discriminazione religiosa contro i cristiani o di un crimine comune?
Si tratta di discriminazione religiosa, i cristiani e le altre minoranze religiose sono discriminate ogni giorno in ogni aspetto della vita. Il continuo riproporsi di questi gravi fatti sta ponendo molte riserve sul futuro delle minoranze religiose in Pakistan.

Quindi stupri e assassini di ragazze cristiane sono frequenti in Pakistan?

Sì, questi crimini stanno diventando purtroppo frequenti in Pakistan. Il governo non è capace di proteggere le vite e le proprietà dei cristiani e una delle principali ragioni è che i leader, autoproclamatisi tali e imposti alla nostra comunità, non osano dire la verità sulla situazione. Durante le loro visite all'estero, continuano a dire che in Pakistan le minoranze religiose hanno uguali diritti, ma la realtà è ben altra.

Come vivono i cristiani pachistani in questa situazione di continua discriminazione?

Vivono in una continua paura, essendo discriminati ogni giorno nella vita quotidiana. Hanno cercato di far sentire la loro voce in pubblico e in Parlamento, ma i nostri rapresentanti ci sono stati imposti, proclamano di rappresentare le minoranze, ma in realtà non osano opporsi a queste discriminazioni.

Cosa dà ai cristiani la forza di continuare a restare in Pakistan e perché non cercano invece di espatriare?

Questa è la nostra terra, siamo nati qui. Malgrado l'accusa frequente di essere agenti dell'Occidente, siamo sempre stati leali verso la nostra patria. Molti però cercano di andarsene e se questa tragica situazione continua, temo che saremo costretti, come gli indù, ad emigrare.

(Pietro Vernizzi)


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lunedì 13 agosto 2012


CRISTIANI PERSEGUITATI/ La straordinaria confessione del diacono Tochtuev di Marta Dell'Asta, lunedì 13 agosto 2012, http://www.ilsussidiario.net


Sono millecinquecento, più o meno, i martiri e confessori della fede uccisi dai bolscevichi e canonizzati finora dalla Chiesa ortodossa russa. Ma questa cifra, che non ha uguali in tutta la storia della cristianità per mole e per concentrazione temporale, è solo una minima parte della schiera di ignoti credenti che hanno dato la vita per Cristo nel XX secolo in Urss.
La Commissione martiri del Patriarcato di Mosca lavora a pieno regime perché si possa dare la dovuta venerazione alla schiera incalcolabile dei “nuovi martiri” ortodossi, anche se la progressiva chiusura degli archivi rende sempre più difficile, ormai quasi impossibile, studiare a fondo i materiali di ogni singolo caso.
Del resto, il lavoro negli archivi è assolutamente indispensabile per stabilire se ci sia stato o no martirio, poiché, contrariamente al tradizionale stile di canonizzazione ortodosso, che teneva conto innanzitutto della presenza di spoglie mortali incorrotte e della venerazione popolare, le nuove regole stabilite dall’autorità ecclesiastica sono molto rigorose e prevedono, oltre alla stesura di una “vita” del candidato martire, anche l’acquisizione di tutti i materiali dell’inchiesta: il mandato di arresto, tutti i verbali degli interrogatori e dei confronti, l’atto di accusa, la sentenza, l’atto di esecuzione. Inoltre, affinché la canonizzazione possa avere luogo è necessario verificare che, durante l’inchiesta, il cristiano non abbia, con le proprie deposizioni, coinvolto nessun altro innocente. Una condizione, questa, che molti ritengono fin troppo esigente data la tremenda pressione psicologica, la violenza fisica e il ricatto subito dalle povere vittime.
La presenza di queste precondizioni consente comunque di sgombrare il terreno da una venerazione dei martiri generica e sentimentale, dalle agiografie stilizzate. Dopo un vaglio così rigoroso resta soltanto il valore autentico, e infatti troviamo delle storie di martiri spoglie, antieroiche ma proprio per questo impressionanti.
Come quella di Nikolaj Tochtuev, consacrato diacono nel 1922 proprio nel pieno della prima persecuzione antireligiosa del giovane Stato sovietico. Viene arrestato quasi subito e mandato al confino; quando torna riesce a svolgere il suo ministero in un paese della periferia moscovita, Bolševo.
Il venerdì santo del 1940 viene convocato nell’ufficio dell’Nkvd a Mytiši, dove un giudice inquirente gli prospetta 8 anni di prigione se non accetta di fare l’informatore della polizia. Il diacono accetta, forse si spaventa, e firma l’impegno; torna a casa ma deve ripresentarsi il lunedì successivo. Possiamo immaginare lo stato d’animo di padre Nikolaj durante le celebrazioni pasquali, conscio di essersi impegnato per iscritto… Tuttavia esce dalla liturgia pasquale con una decisione.
Il lunedì dell’angelo raccoglie quel che gli può servire in prigione e si presenta all’ufficio dell’Nkvd con una dichiarazione scritta: «Compagno comandante, sconfesso la mia precedente firma, che ho fatto solo per poter celebrare la Pasqua e dire addio alla famiglia. Le mie convinzioni religiose e il mio abito non mi permettono di tradire neppure il mio peggior nemico…».
L’ufficiale dell’Nkvd, pensando che sia ancora tentennante, lo lascia tornare a casa e gli dà del tempo per riflettere; ma padre Nikolaj ha ormai deciso e cerca di spiegare la propria posizione in una nuova dichiarazione che è una vera confessione di fede: f«Compagno comandante, mi permetta una spiegazione scritta. Non so parlare bene perché ho poca istruzione. Non posso fare quello che Lei mi chiede. È la mia decisione ultima e definitiva. Molti acconsentono per salvare se stessi a spese del prossimo, ma a me una vita del genere non serve. Voglio essere puro davanti a Dio e agli uomini, perché quando la coscienza è pulita si è tranquilli, mentre quando la coscienza è sporca non si trova pace. Una coscienza ce l’abbiamo tutti, e soltanto le azioni indegne la soffocano; per questo non posso essere come Lei vorrebbe… Ho famiglia, ma per essere onesto davanti a Dio, per amor Suo lascio anche la famiglia… Cosa crede, che non mi pesi lasciare otto persone di cui nessuna in grado di lavorare? Ma Colui per il quale accetto di soffrire mi dà la forza e sostiene il mio spirito, e sono certo che non mi abbandonerà fino all’ultimo respiro, se Gli sarò fedele. Tutti dovremo rendere conto di come abbiamo vissuto su questa terra…
Accetto la purificazione attraverso le sofferenze che Lei mi infliggerà. Le accetterò con amore perché so di averle meritate. Voi ci considerate nemici perché crediamo in Dio, e noi vi consideriamo nemici perché non credete in Dio. Ma se guardiamo più a fondo e cristianamente, voi non siete i nostri nemici ma i nostri salvatori: ci spingete a viva forza nel Regno dei cieli e noi non lo vogliamo capire: come buoi testardi cerchiamo di scansare le sofferenze; è stato Dio, infatti, a darci un governo che ci purifica, mentre eravamo così schizzinosi… Non così dovevamo vivere, secondo il volere di Cristo. Mille volte no, per questo bisogna frustarci, ancora e ancora, perché ci convertiamo. Dato che non siamo capaci di farlo da soli… il Signore ha fatto in modo che voi ci spingeste a forza nel Regno della gloria. Per questo non posso che ringraziarvi».
Il 5 luglio 1940 lo arrestano; il 2 settembre la Seduta Speciale dell’Nkvd lo condanna a 8 anni di prigione, dove morirà il 17 maggio 1943, pochi giorni prima del suo quarantesimo compleanno.



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sabato 11 agosto 2012


CRISTIANI PERSEGUITATI/ Dalla Cina agli Usa, ecco la mappa - INT. Daniel Philpott - venerdì 10 agosto 2012 - http://www.ilsussidiario.net


Il Dipartimento di Stato americano ha recentemente pubblicato l'International Religious Freedom Report per il 2011, che evidenzia la diminuzione di libertà religiosa nel mondo. Ilsussidiario.net ha chiesto al professor Daniel Philpott, dell'Università di Notre Dame nell’Indiana, la sua opinione sul rapporto e sullo stato della libertà religiosa, anche in Europa e negli Stati Uniti. Se la Primavera Araba ci lascia “numerose domande su come verranno trattate le minoranze sotto i nuovi governi”, negli USA “l'Amministrazione Obama ha intaccato pericolosamente la libertà religiosa” afferma Philpott, che sottolinea inoltre l'importanza di questa essenziale libertà sia per “la dignità delle singole persone” che per “la stabilità e la pace del Paese”.

Il recente Rapporto Internazionale sulla Libertà Religiosa per il 2011 mostra un declino della libertà religiosa in molti Paesi, per esempio in Cina ed Egitto. Cosa ne pensa?

Concordo con i risultati del rapporto sulla mancanza di libertà di religione nel mondo. In Cina si registrano nuovi casi di repressione, per esempio con il vescovo Ma Da Qin agli arresti domiciliari, con il continuo rifiuto del governo cinese di riconoscere i vescovi validamente ordinati dalla Chiesa di Roma e la costante pretesa di avere ordinazioni governative mediante la Chiesa patriottica. Non si può dire, quindi, che in Cina la situazione stia migliorando. In Egitto, come in molti Paesi della Primavera Araba, il problema è come le minoranze verranno trattate dai nuovi governi islamici. E in Egitto la minoranza cristiana rappresenta il 10% della popolazione. In Siria, se cade il regime di Assad si apre la questione delle minoranze, sia cristiane che musulmane. Vi sono, quindi, numerosi punti interrogativi e pericoli per la libertà religiosa nel mondo.

Come è cambiata la situazione a seguito dei movimenti in favore della democrazia, come la Primavera Araba?

Credo che vi sia una serie di domande aperte sul fatto che la Primavera Araba porti effettivamente la democrazia. Inoltre, se per democrazia si intende libere elezioni, ciò di per sé non garantisce la libertà religiosa: un governo eletto dalla maggioranza potrebbe anche decidere di non rispettare le libertà civili e i diritti delle minoranze. Nel caso della Primavera Araba, penso che non dovremmo trarre conclusioni affrettate. Per esempio, in Egitto il nuovo governo sotto Mohamed Morsi ha finora dato segni di voler rispettare le minoranze religiose, anche se c'è chi pensa che sia solo per timore dell'esercito. Non penso, comunque, che si debba tornare al tempo delle dittature e ripristinare regimi come quelli di Assad, Mubarak o Gheddafi, anche se i cristiani sembravano più protetti. Occorre invece cercare di sviluppare un modello di democrazia che includa la libertà religiosa, anche con un governo islamico.

L'Occidente può far qualcosa per aiutare a incrementare la libertà di religione negli altri Paesi?
Non dobbiamo correre il rischio di dare l'impressione di voler imporre qualcosa a questi Paesi, perché otterremmo un rifiuto, qualunque cosa proponessimo. Penso però possibile agire sui governi per spingerli nella direzione voluta. Così, spero che i musulmani della Primavera Araba si rendano conto che uno Stato in cui la libertà religiosa esiste ed è rispettata è anche uno Stato in cui l'islam può fiorire, è quello che hanno chiesto loro stessi sotto i regimi dittatoriali. Ciò contribuirebbe a stabilizzare i loro governi e a renderli durevoli, mentre la scelta di un regime repressivo gli si ritorcerebbe contro, danneggiando la loro stessa causa. Da parte nostra, dovremmo adottare un modello di relazioni basato sul coinvolgimento, offrendo amicizia se si muovono verso la libertà religiosa, mentre una scelta contraria porterebbe a danneggiare le relazioni.

In “Il secolo di Dio”, il libro uscito l'anno scorso e di cui lei è coautore, si parla di una ripresa della religione in molti Paesi, compreso il secolarizzato Occidente. Come si pone questo fenomeno di fronte al parallelo incremento di intolleranza religiosa?

Uno dei punti che abbiamo evidenziato nel nostro libro è che il recupero di religiosità nel mondo ha molte facce. Da un lato, questo recupero è responsabile per buona parte di quella che è definita la “ terza ondata” della democratizzazione, in quanto movimenti religiosi sono stati alla base dei processi democratici che hanno portato alla caduta di dittature. Si pensi a Giovanni Paolo II in Polonia, la Chiesa cattolica nelle Filippine o in Cile, l'islam in Indonesia, fondamentale nella rivoluzione democratica che ha abbattuto la dittatura di Suharto. Movimenti religiosi sono spesso dietro le commissioni per la ricerca della verità e la riconciliazione e gli sforzi per portare la pace, così come spesso leader religiosi riescono a mediare nelle guerre civili. Dall'altro lato, però, dal 1980 è aumentato drammaticamente il terrorismo di matrice religiosa, mentre prima il terrorismo aveva quasi sempre un'origine laica. Si riscontra anche un aumento di guerre civili a sfondo religioso, o in parte derivanti da motivi religiosi, come la lunga guerra civile in Sudan.

Vi sono religioni più a rischio di altre? E quali gli effetti della crescita del relativismo e dell'ateismo dichiarato?
La persecuzione contro i cristiani è maggiore rispetto ad altre religioni, ma anche le altre religioni vengono perseguitate, per esempio le minoranze all'interno dell'islam, come gli ahmadi in Pakistan e Indonesia, soggetti a una forte persecuzione da parte della maggioranza ortodossa sunnita, o i bahai in Iran. In effetti, la persecuzione religiosa proviene da due parti. In primo luogo, vi è la persecuzione da parte degli appartenenti ad altre religioni, o ad altre sette all'interno della stessa religione. L'altro aspetto è la persecuzione da parte di regimi atei. I regimi comunisti hanno perseguitato tenacemente i cristiani e, anche se oggi è discutibile se il regime cinese possa essere ancora definito comunista, esso mantiene l'approccio ateo e laicista per cui la religione deve essere strettamente controllata dal governo. Vi sono poi quelle forme di nazionalismo modellate sulla Rivoluzione Francese, diventate il modello prevalente nel mondo arabo dopo la Seconda Guerra mondiale, fino alla Primavera Araba. Anche questo nazionalismo laicizzato si è dimostrato un avversario della religione, che ha spesso perseguitato. Un altro esempio è dato dal Messico degli anni '20 e '30, con governi fortemente anticlericali anch'essi sul modello della Rivoluzione Francese.

Anche in Occidente vi sono problemi, forse meno gravi. Hilary Clinton ha preso posizione contro la diminuzione della libertà religiosa, ma è stata a sua volta criticata per gli attacchi alla libertà religiosa negli stessi Stati Uniti, per esempio sulla riforma sanitaria. Qual è la sua opinione in proposito?

La mia opinione è che l'Amministrazione Obama, soprattutto attraverso atti amministrativi, ha pericolosamente intaccato la libertà religiosa, che costituisce uno dei principi base della Costituzione americana e il motivo per cui molti sono venuti in America. Penso che essa sia uno dei migliori prodotti di esportazione del mio Paese, una delle influenze migliori degli Stati Uniti sul resto del mondo. Non lo dico per cieco patriottismo, perché vi sono molte cose per cui l'America è tutt'altro che un buon modello, ma la libertà religiosa nella nostra Costituzione e nel nostro sistema è una delle cose per cui possiamo essere orgogliosi. Purtroppo, ho l'impressione che l'Amministrazione Obama si sia allontanata da questa tradizione in un modo che non ha precedenti storici. Credo che Il caso peggiore sia quello del mandato con cui si impone l'assicurazione per contraccezione e processi abortivi senza tener conto delle obiezioni derivanti dal credo religioso cui si rifanno le organizzazioni coinvolte. Ovviamente le riduzioni di libertà religiosa negli Usa o nei Paesi europei non possono essere comparate alle violente persecuzioni in Sudan, Cina o Pachistan. Tuttavia devono essere prese seriamente, perché rappresentano restrizioni a un diritto umano fondamentale e spero che si possa invertire questa tendenza.

Il Consiglio Europeo per i Diritti Umani ha pubblicato un rapporto sullo stato della integrazione dei musulmani in Europa, segnalando episodi di intolleranza. Cosa pensa di come l'Europa sta affrontando il problema della tolleranza religiosa?
Credo che il rapporto abbia ragione. La libertà religiosa comporta che le persone abbiano il diritto di culto e di espressione della loro fede da un punto di vista legale, ma vi è anche ciò che potremmo chiamare lo spirito della libertà religiosa, che significa evitare tutto ciò che può essere provocatorio o irrispettoso verso una religione. Io sono un deciso sostenitore della libertà di parola e non appoggio leggi contro la bestemmia che restringano tale diritto, ma se si prende in considerazione il caso delle vignette danesi che hanno causato tanti problemi con i musulmani, è innegabile il diritto a pubblicarle, ma da un punto di vista etico la cosa non è così pacifica. Quelle vignette erano cattive e irrispettose verso i musulmani e in, tal senso, erano una violazione dello spirito della libertà religiosa. Penso che in Europa vi sia una certa intolleranza nei confronti dei musulmani. Qui in USA, nel Tennessee, il governo ha cercato di limitare una moschea e credo sia stata una buona cosa che molti sostenitori della libertà religiosa, oppositori del mandato di Obama, abbiano condannato questo fatto. La libertà di religione non è solo per i cristiani e questo è un principio fondamentale.

Cosa può fare l'Occidente per promuovere la tolleranza religiosa?

Penso che sia importante aumentare la conoscenza e l'educazione. La libertà religiosa va intesa su più livelli, e il primo è quello morale. Quando la Chiesa cattolica emanò nel 1965 il documento Dignitatis Humanae, affermò che il rispetto della libertà religiosa è parte del rispetto della dignità della persona. Il senso della dignità della persona è il fondamento morale della democrazia liberale occidentale. L'Occidente ha un ruolo molto importante nella diffusione dei diritti umani e questo ruolo viene danneggiato se si lascia da parte un principio importante come la libertà di religione. Vi è poi un principio di reciprocità: se vogliamo che sia rispettata la nostra libertà religiosa, dobbiamo rispettare quella degli altri. Infine, uno dei punti che abbiamo affrontato in “Il secolo di Dio” è che la libertà religiosa è un'importante fattore di stabilità e pace, di stabilità nelle democrazie e di pace in Paesi che altrimenti sarebbero in guerra. La negazione della libertà religiosa è una delle maggiori fonti di guerra nel mondo e produce terrorismo e violenza, destabilizzando le democrazie e privandole della loro legittimazione. Permettendo a ognuno di praticare liberamente la propria religione, è più probabile che le persone religiose diventino leali cittadini e sostenitori della democrazia. Se tentiamo di restringere la libertà di chi ha un credo diverso dal nostro, diamo luogo a un processo che ci travolgerà tutti.


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giovedì 12 luglio 2012


Continua il massacro di cattolici sotto il regime ateo del Vietnam- Altre chiese devastate e sacerdoti picchiati da parte delle autorità statali – 11 luglio, 2012, http://www.uccronline.it

Non c’è spazio per chi ha fede sotto i governi ufficialmente atei, lo dimostrano Cina, Corea del Nord ed anche Vietnam. Attenzione: si parla di oggi, luglio 2012, e non di secoli bui illuministi o Medioevo, per intenderci.

Dal 1954 in Vietnam del Nord e dal 1976 per tutto il Vietnam, l’ateismo di Stato è la religione ufficiale e le persecuzioni verso i credenti, come abbiamo segnalato altre volte, sono innumerevoli, nel compiacente silenzio dei sedicenti paladini dei diritti umani di casa nostra -da Corrado Augias a Giuseppe Cruciani, fino a Marco Politi-, che si guadagnano la pagnotta di aspiranti Nobel per la pace solo quando c’è da parlare delle nozze gay, che nemmeno sono considerate un diritto.

Stefano Magni su “L’Opinione” fa il resoconto della situazione: «Chiese devastate, terreni espropriati, sacerdoti picchiati, fedeli intimiditi, teppisti pagati dalle autorità locali per malmenare e devastare, polizia che non interviene. O agisce con violenza dalla parte degli aggressori. Sono queste le caratteristiche della persecuzione dei cattolici in Vietnam». Un Paese in cui «formalmente, nella sua costituzione, garantisce libertà di culto a tutti i suoi cittadini. Ma che, nei fatti, impedisce a chiunque di avere fede per qualsiasi religione che contrasti dell’ateismo marxista. I cattolici sono le vittime predestinate della lunga campagna del terrore di Stato, perché le conversioni, specie nelle zone rurali, sono in aumento». Non solo aumentano le conversioni, ma anche le ordinazioni sacerdotali: nei 7 seminari maggiori ci sono attualmente oltre 1.500 giovani seminaristi.

Domenica scorsa, riporta il quotidiano online, nella provincia di Nghe An (Vietnam settentrionale), un gruppo di picchiatori (che hanno confessato ad alcuni testimoni di esser stati pagati dalle autorità, con 25 dollari a testa) ha intimato il parroco locale, Nguyen Dinh Thuc, di non celebrare la messa per poi picchiarlo selvaggiamente, vittime anche i fedeli accorsi in suo aiuto. Una donna è in fin di vita, mentre la polizia è intervenuta solo per arrestare diversi fedeli cattolici e assecondare la devastazione della chiesa locale da parte della banda di picchiatori. In questi mesi, continua il giornalista, stando a fonti dell’agenzia missionaria Asia News, i funzionari del distretto girano in jeep fra le case lanciando slogan contro la religione, oppure intimando ai fedeli di non andare a messa, il regime vietnamita promuove anche continue campagne di diffamazione mediatica contro la religione e arresta gli attivisti che si battono per la libertà di religione.

Anche nella capitale Hanoi, una banda di picchiatori (appoggiata dalla polizia) ha assaltato un orfanotrofio gestito da religiosi, colpendo anche i bambini ospiti e lasciando in coma il sacerdote che si prendeva cura di loro, padre Van Binh.  In mezzo tutto questo odio verso chi ha fede in Dio, vive anche Padre Vincent Peter Khoi Pham Van, il quale è riuscito a vincere l’ostilità verso i credenti, anche grazie al suo aiuto quotidiano alla popolazione, lavorando gratuitamente nei campi, fianco a fianco con  i suoi concittadini.

martedì 3 luglio 2012


ESTERI - CRISTIANI PERSEGUITATI/ Samir: così Usa ed Europa finanziano i terroristi - INT. Samir Khalil Samir, martedì 3 luglio 2012, http://www.ilsussidiario.net

"C'è una responsabilità indiretta, ma reale, dei Paesi occidentali, dell'Europa e dell'America sul sangue versato dai martiri cristiani in Africa". A dire così è padre Samir Khalil Samir, gesuita, filosofo, teologo ed esperto del mondo islamico, in una conversazione con IlSussidiario.net. "Esiste un gioco mondiale dove l'ideologia radicale islamica" dice ancora padre Samir "che proviene dall'Arabia Saudita e dagli altri Paesi della penisola araba, viene sostenuta finanziariamente e dunque anche con le armi dalla tecnologia e dai soldi americani ed europei. Tutti i Paesi cercano di essere amici dell'Arabia per averne vantaggi, per il petrolio, il gas, per progetti multimiliardari di vario tipo, e dunque indirettamente c'è una intesa tra Arabia, altri Paesi islamici, Europa e America nel finanziare  i terroristi. I quali andranno a distruggere le chiese cristiane sempre più spesso, al pari dei mausolei dei santi musulmani". Lo spunto per queste dichiarazioni è dato dai recenti drammatici episodi che stanno insanguinando l'Africa. La scorsa domenica alcune bombe hanno devastato una cattedrale cattolica e una chiesa protestante in Kenya. Non solo: fondamentalisti islamici si sono resi protagonisti in Mali della distruzione di alcuni mausolei dedicati a santi musulmani e anche alcune moschee. Che sta succedendo in Africa lo spiega padre Samir.

Padre Samir, c'è un continuo aumento degli attentati terroristici in Africa, che assume risvolti sempre più ampi. Non solo i cristiani ne sono vittime, ma adesso anche gli islamici moderati.

Quanto è successo nel Mali è tipico dell'azione dei musulmani salafiti in tutto il mondo, non solo in Africa. Questi musulmani pretendono di incarnare l'Islam puro, quello autentico delle origini. Salafita vuol dire chi segue gli antenati. Pretendono dunque di seguire la tradizione degli antichi in modo letterale.

Ma perché hanno distrutto queste tombe di appartenenti all'Islam?

Hanno distrutto tombe e una delle tre più belle mosche del Mali perché in questi luoghi si veneravano i santi musulmani, esattamente come i santi della religione cattolica.  In tutto il mondo islamico ritroviamo queste tombe: in Egitto, in Siria, in Iraq, in Giordania. Quando un uomo santo che ha fatto del bene muore, viene messo sulla sua tomba un monumento e la gente forma delle congregazioni religiose, come nel cattolicesimo, che vanno a pregare sulla tomba e a invocarlo per avere un soccorso, un aiuto, una grazia.

Perché i salafiti non approvano?

E' considerato un atto di idolatria dai salafiti, perché la definizione dell'Islam rigoroso è l'assoluta unicità di Dio. E' come un protestantesimo all'estremo che dice: i santi no, c'è solo Cristo. Per i salafiti anche la tomba di Maometto a Medina, o la moschea di suo nipote al-Husain al Cairo, non andrebbero onorate e visitate. E' un atto contrario all'unicità divina, un atto di idolatria inaccettabile. Il loro progetto ovunque nel mondo è di distruggere queste tombe, lo hanno fatto l'anno scorso in Giordania quando si stava radunando un gruppo di mistici a pregare, e lo hanno fatto in Egitto. Lo fanno dappertutto.

Dove hanno la loro comunità più numerosa?

I salafiti non hanno una patria, è un movimento partito dall'Arabia Saudita ma ormai è diffuso a livello mondiale. Basta un predicatore (di solito barbuto vestito di una tunica bianca e molto lunga in modo da imitare anche nei più piccoli particolari l'atteggiamento del profeta dell'Islam), per dare vita a un fenomeno del genere. In questi giorni abbiamo un problema simile anche noi nel Libano del Sud, fortunatamente ancora sotto controllo, dove un predicatore salafita, Al-Assir, fa un sit-in con i suoi seguaci e proclama parole durissime contro Hezbollah. Non si appella alla violenza, al momento, ma usa parole violente, per imporre ciò che il governo libanese non vuole imporre. In Tunisia recentemente hanno distrutto una esposizione di pitture chiedendo che i due pittori venissero condannati alla prigione perché avevano rappresentato qualcosa che hanno definito blasfemo. I salafiti sono contro i disegni, sono gli stessi che hanno distrutto in Afghanistan le statue del Buddha.

Sono come i talebani?

I talebani sono una forma di salafiti.

E nel nuovo Egitto? C'è il rischio che passino al'azione?

La presenza salafita esiste, ed è potente! Poco tempo fa hanno fatto una manifestazione pubblica con decine di migliaia di persone.  Però i Fratelli musulmani sono oggi molto più moderati e così i salafiti sono diventati nemici anche dei Fratelli musulmani.

Parliamo degli attentati nelle chiese del Kenya e della Nigeria.

La situazione è simile a quella del Mali, attualmente occupato in parte da salafiti venuti dal sud. E adesso, nel Kenya, hanno attaccato una cattedrale cattolica e una grande chiesa protestante.

Perché?

La città di Garissa, in Kenya, dove sono avvenuti gli attentati è assai vicina al confine con la Somalia ed è popolata da gruppi somali radicali. In Somalia c'è la situazione più drammatica dell'intera Africa. Da anni vige il terrore, vi abitano solo musulmani. Ci sono azioni terroristiche di musulmani, che si fanno chiamare shabaab (cioè “giovani”), contro altri musulmani. Anche qui questi gruppi si presentano come l'autentico Islam. Teniamo poi conto che in Kenya ci sono pochissimi musulmani, il 10% della popolazione. Ci vivono una maggioranza di cristiani protestanti, il 50%, un 35% di cattolici e un 2% di pagani.

Dunque starebbero cercando di portare l'islam radicale anche in Kenya?

Proprio a Garissa si trova un nucleo di estremisti radicali somali che provengono dal vicino campo  di rifugiati che confina con la Somalia. Il Kenya in passato era intervenuto militarmente in Somalia proprio per combattere questi estremisti, che adesso hanno sconfinato e hanno fatto questi attentati. E rischiano di farne altri perché per loro è un obbligo distruggere il cristianesimo, considerato come un'idolatria a causa della Trinità.

In tutto questo scenario drammatico il mondo occidentale che cosa fa? E' possibile qualche forma di dialogo?

No, il dialogo con loro non è possibile. E in Somalia le potenze occidentali non ci pensano neppure a entrarci, dicono che devono arrangiarsi tra di loro, tra musulmani. Hanno provato ad intervenire, ma i “shabaab” hanno piratato le navi occidentali e preso ostaggi per avere soldi e acquistare armi.

Ma cosa si può fare per difendere i cristiani in Kenya e in Nigeria?

In Nigeria c'è un problema diverso, più grave. La Nigeria è il più grande Paese africano e anche uno dei più ricchi. Radicali islamici, sostenuti economicamente dall'Arabia Saudita (e prima dalla Libia), stanno cercando di costituire stati islamici indipendenti all'interno della Nigeria, che è una confederazione. Hanno cominciato con una regione del Nord, hanno introdotto la sharia nel modo più duro lapidando donne, e adesso gli Stati islamici interni alla Nigeria sono dodici. Cercano di aggredire i nuclei cristiani che si trovano in quelle zone, usando il terrore per farli fuggire verso il Sud, e proclamare tutto il Nord uno stato islamico indipendente.

Il mondo occidentale dovrebbe alzare la voce davanti a questo sterminio.

Certo, ma non succede. L'origine di tutto questo sta nella penisola arabica: senza armi e senza soldi i terroristi non possono fare nulla. I soldi vengono dall'Arabia Saudita e da Paesi musulmani ricchissimi e allo stesso tempo radicali. Questi Paesi dicono: “noi stiamo con l'occidente”. Purtroppo l'occidente come sempre parla di diritti umani, ma quando si tratta dei propri interessi contano solo i soldi. Sono l'America e l'Europa che sostengono l'Arabia Saudita e altri principati della penisola come il Qatar. Sono tutti in commercio con questi Paesi terroristici.

Il sangue dei martiri ricade sull'occidente?

Indirettamente sì. Nel senso che l'ipocrisia, il desiderio dei soldi e della ricchezza rovinano l'uomo e rovinano i popoli. L'Arabia Saudita non fa guerra perché sarebbe la sua fine. Avendo però soldi in quantità, usa una parte dei soldi per costruire moschee ovunque nel mondo: decine di migliaia di moschee. Così ogni moschea diventa un centro di propaganda islamica dell’islam più oscurantista: il wahhabismo saudita.

Anche in Europa.

Anche in Italia certo, e in tutta Europa. La più importante associazione islamica, l’Ucoii, è finanziata dall'Arabia. Indirettamente l'Arabia impone il suo modo di vivere l'Islam, un modo radicale. Non sono terroristi, ma hanno una visione conservatrice radicale e dunque non dialogante. Altrove in Africa e altri Paesi sostengono i terroristi, non a caso Osama bin Laden veniva dall'Arabia Saudita.


(Paolo Vites)



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