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mercoledì 4 luglio 2012


Tanya Vlach: "Una mini-camera nell'occhio, ma non sono cyborg" - Intervista alla donna che ha vissuto un'esperienza di crowdfunding in rete fuori dal comune: il Web l'ha aiutata a diventare «bionica», DILETTA PARLANGELI, 4/7/2012


La chiamano la donna bionica, ma lei va in giro per il mondo a spiegare quale e quanta differenza c’è tra i film e la realtà. Per Tanya Valch la tecnologia non è solo un mezzo, ma un punto di partenza e, si spera, di arrivo. Nel 2005 ha perso un occhio in un incidente e oggi, grazie ad una campagna di crowdfunding in rete porta avanti il suo obiettivo, ovvero quello di impiantare una mini camera nella protesi dell’occhio artificiale.

Tutto è partito da un blog: “Ho cominciato a raccontare quello che mi era successo, come un diario personale. Pensavo non mi leggesse nessuno”, racconta. E invece la seguivano eccome.

Il suo sogno ha attratto l’attenzione di molti, un suo video è finito in una Ted Conference da lì il progetto è decollata. Ora eccola qui, Tanya, da San Francisco all’altra parte del mondo, a suon di partecipazioni internazionali, come quella a Frontiers of Interaction 2012 di Roma. Seguita dagli sguardi attoniti di chi l’ha vista mostrare il suo occhio davanti alla platea, racconta sorridente e paziente il ruolo fondamentale della rete (“Cosa vuol dire per me il web? Santo Cielo, è il perché sono qui!”).

Per tutti è una “cyborg artist”, ma che cosa fa?
Sono un'artista multidisciplinare, mi muovo tra teatro e design, ma nel mio background ci sono danza e fotografia. Curo eventi per artisti e insegno film making nei licei. Mi piace combinare tutte le arti e fare in modo di espanderle: movimento, video proiezioni. Ecco, non so cantare.

Quindi niente American Idol?
No! Non voglio farmi nemici nel pubblico che mi segue!

A proposito di antagonisti, per lei lo sono stati i media?
I media spesso parlano delle “cyborg women” giocando anche sul tema sessista, su come le donne possano essere controllate, così come la tecnologia posseduta. Sono ritratte come killer letali o come prostitute. E proprio perché il mio progetto parla dell’unione tra corpo e tecnologia, sono stata descritta abbastanza spesso come un cyborg. All’inizio è stato frustrante. Poi, visto che non rientravo in nessuna delle due categorie sopra descritte e ho voluto spiegarlo, anche se all’inizio la cosa mi spaventava.

Com’è nata l’idea del crowdfunding?
Scrivevo sul blog cercando di capire come potessi essere “ricostruita” e, dal momento che sono una donna geek, che ama la science fiction (anche a me in fondo piacciono “La Donna Bionica” e “Bladerunner”) per me aveva assolutamente senso l'idea di inserire una videocamera nel mio occhio.

Meglio, perché poi dalla fantasia è passata alla realtà.
Quando ho capito che poteva essere possibile, ho iniziato a parlarne, ho incontrato alcune persone e a viaggiare in lungo e in largo per internet. Ho scoperto che avevo un certo seguito e dopo la proiezione di un mio video a un evento del Ted e la conseguente esposizione mediatica, ho deciso di lanciare la campagna su un sito di crowdfunding Kickstarter.

Adesso la prima parte della raccolta fondi è conclusa.
Sì e i soldi raccolti non bastano a creare l'occhio che voglio, ma sicuramente sono sufficienti per la costruzione di un prototipo, un “basic eye” con cui posso iniziare a sperimentare.

E quindi qual è il prossimo grande passo?
Dipende dall’ingegnere che mi segue. Sta lavorando alla prima fase con gli altri membri dello staff, insieme cercano di capire a che punto è la tecnologia, cosa si può fare. Credo che farà in fretta perché questa non è la prima volta che si dedica a un progetto simile, e perché è giovane e pieno di energie!

Insomma, più che una cyborg artist, è una “tech evangelist”!
Gli altri mi chiamano cyborg artist, ma io non mi definisco necessariamente così. Ora la tecnologia è ovunque e ci sono grandi opportunità attraverso la bionica per aiutare le persone con disabilità. Credo ci debba essere una voce che parli per quelle persone, perché devono poter determinare le loro vite in prima persona. Io ci provo, ed è anche molto divertente.

venerdì 1 giugno 2012


L'INDAGINE/ La “sfida” di Facebook e Twitter a famiglia e Benedetto XVI di Giuseppe Porro, Stefano M. Iacus, venerdì 1 giugno 2012, http://www.ilsussidiario.net/

PAPA A MILANO. Milano ospita in queste ore il settimo Incontro mondiale delle famiglie, che vedrà la presenza del Pontefice nella città della Madonnina. Molti milanesi – sindaco compreso – hanno aperto le loro case ad ospitare i partecipanti all’evento. Ma che posto occupa la famiglia nelle opinioni e nei desideri dei milanesi (e del resto degli italiani)? E che ruolo assume l’istituzione familiare nella vita privata e sociale? E ancora: con quale spirito il Papa viene accolto a Milano, in un momento non proprio sereno della vita della Chiesa?
Se lo è chiesto “Voices from the Blogs” (http://voicesfromtheblogs.com/), l’osservatorio permanente sulle opinioni della rete dell’Università di Milano, che da diversi mesi sta monitorando sentimenti, umori e pareri della popolazione italiana attraverso l’analisi di blog e social network.
L’indagine, svolta attraverso la classificazione di oltre 4000 messaggi di Twitter, rivela anzitutto che la famiglia come luogo di stabilità affettiva è in cima alla lista dei desideri degli italiani: circa la metà dei messaggi associano la famiglia all’idea di affetto e di amore; altri la identificano con il luogo del sostegno reciproco. Un messaggio su dieci mette in relazione la famiglia al significato della vita. Per questo diversi post chiedono che la famiglia venga difesa o sostenuta anche da opportune politiche.
Sembra dunque che il desiderio di intensa vita affettiva non registri rallentamenti o battute d’arresto e che sia robusto a qualsiasi evoluzione socio-culturale e ai terremoti della crisi economica (c’è anzi chi pensa che la crisi rinforzi i legami familiari e il desiderio di coltivarli). Non mancano, va detto, segni di disagio: circa il 15% dei tweet si dichiarano in qualche modo “oppressi” dalle relazioni familiari: si va dalle tensioni adolescenziali alle manifestazioni di problemi relazionali più radicali.
Anche il desiderio di avere figli è decisamente vivo nelle parole di chi scrive in rete. Quasi la metà degli italiani desidera avere figli e uno su cinque fa di questo desiderio una priorità. Su questo fronte, tuttavia, emergono anche ben note difficoltà: i figli costano. E dunque, se circa il 60% dei messaggi contiene, in relazione ai figli, espressioni di gioia o di orgoglio dell’essere genitori, non mancano quanti lamentano che crescere un figlio sia un’impresa difficile (anche dal punto di vista della sostenibilità economica. E qui la crisi non ha certo reso le cose più facili. Ecco un messaggio emblematico: “Oh guenda non sai quanto vorrei farmi una famiglia bella come la tua… Ma senza lavoro come si fa!?? Bah”). E - se già sono state avanzate le richieste di un maggior sostegno da parte delle politiche pubbliche - qualcuno ne approfitta anche per rimproverare i pargoli, che – a torto o a ragione – vengono accusati di essere “mammoni”.
E sulla visita di Sua Santità a Milano? Qui le cose si fanno più complesse. Chi parla di Benedetto XVI in relazione all’Incontro delle famiglie – e rappresenta un quarto dei messaggi  lo fa per sottolineare che per Milano è un onore accogliere il Pontefice o per rimarcare il ruolo del Papa nella difesa della famiglia e dei valori che ad essa si associano. Una parte, invero minoritaria, dei commenti si concentra sui possibili disagi organizzativi dell’evento. Sono già note alcune polemiche in merito, che peraltro accompagnano quasi tutti gli eventi di massa: qualcuno teme disagi per il traffico, qualcun altro chiede mezzi pubblici gratuiti in occasione delle manifestazioni, qualcuno dichiara che scapperà dalla folla. C’è persino chi conta sulle positive ricadute economiche dell’afflusso di partecipanti da ogni parte del mondo.
Ma l’evidenza che colpisce di più è che oltre la metà dei post che si pronunciano sull’argomento fanno riferimento - più che alla visita del Papa o all’Incontro delle famiglie – alla recente ondata di scandali che ha scosso (e ancora scuote) il Vaticano e la Chiesa italiana: il cosiddetto “vatileaks”. Solo una minoranza ritiene che questi scandali siano montati ad arte, per danneggiare la reputazione della Chiesa. La larga maggioranza, invece, esprime giudizi negativi che, per estensione, investono la figura del Pontefice e anche l’evento milanese. Un esempio eloquente: “Entrando nella settimana della famiglia, il Vaticano ha bisogno di dare un messaggio chiaro su governance interna e trasparenza. Dubito.”.
Nell’ambito di questi commenti, l’Incontro mondiale rischia di rimanere sullo sfondo e a farla da padrone sembrano essere, più frequentemente, le letture scandalistiche che hanno affollato quotidiani e librerie. Tempi duri per la reputazione della Chiesa: Papa Ratzinger sbarca a Milano con un compito probabilmente più difficile del previsto. Una ragione di più, forse, per prestare attenzione a quello che dirà.


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giovedì 3 maggio 2012


FACEBOOK/ L'esperto: l'opzione per i donatori di organi apre altri problemi di privacy - INT. Andrea Stazi, mercoledì 2 maggio 2012, http://www.ilsussidiario.net

FACEBOOK L'ESPERTO: L'OPZIONE PER I DONATORI DI ORGANI PORTA ALTRI PROBLEMI DI PRIVACY - Il profilo dell'utente Facebook aggiunge una nuova opzione. Per il momento già operativa solo negli Stati Uniti e nel Regno Unito, sarà possibile in breve tempo anche nel nostro Paese aggiungere un dato relativo alla propria identità. Quello di "donatore di organi". Il fondatore e proprietario del social network, Mark Zuckenberg, ha definito l'iniziativa un modo per contribuire a risolvere il grande problema della donazione degli organi. Un problema sempre molto pressante dato che secondo certi dati ogni anno morirebbero 7mila persone al mondo a causa di mancanza di organi da trapiantare. Se alcuni esponenti del mondo medico stanno esultando alla notizia  ("Una giornata storica" quella dell'introduzione dello status di "donatore di organi" l'ha definita il responsabile dei trapianti del John Hopkins Hospital negli Stati Uniti), c'è chi si domanda se invece un argomento così delicato meritava di essere sbandierato ai circa 900 milioni di iscritti di Facebook. Per il professor Andrea Stazi contattato da IlSussidiario.net l'iniziativa di Zuckerberg è "da un lato positiva in quanto può dare un contributo alla discussione sull'informazione di un tema così importante come il trapianto degli organi". Da un altro punto di vista però avverte Stazi "esiste tutta una normativa europea e nazionale che tutela la privacy del donatore e del ricevente. Donare organi è una decisione forte che incide molto sulla persona che lo fa, e iniziative come queste invece potrebbero dimostrarsi nocive e anche discriminatorie sul piano personale e professionale".
Come giudica la decisione di Facebook di dare la possibilità di identificarsi come donatore di organi?
Credo che da una parte la finalità, stando alle dichiarazioni rilasciate dai responsabili, possa risultare positiva nel dare un contributo alla discussione sull'informazione di un tema così importante. Si sa quante persone sono in attesa di un trapianto in tutto il mondo.
Ritiene ci sia un altro aspetto?
Sì, perché da un'altra parte è evidente l'intenzione della piattaforma di superare il confine del social network per andare a costituire uno strumento di informazioni globalizzata che consenta di reperire dati sull'individuo su un ambito ben più vasto. A costituire una sorta di alternativa ai motori di ricerca tradizionali che sono più mirati e più specifici e che naturalmente sono utili in termini pubblicitari.
Dunque una mossa anche con scopi di sfruttamento.
Ultimamente, da quanto si deduce da Facebook, c'è la tendenza a tendere verso una ingegneria sociale, un social engineering come si dice in questo campo.
Cioè?
Il tradizionale concetto di social networking che sta alla base dei social network con il passare del tempo si sta allargando a un strumento di studio del comportamento individuale delle persone per avere più informazioni possibili su di loro. Esso può dare risultati utili, ma è anche uno strumento di uso del comportamento che sappiamo bene quanto sia utile a livello pubblicitario.
Non c'è il rischio di un attacco alla privacy della persona, con questa nuova possibilità di arricchire il proprio profilo su Facebook?
Diciamo che dal punto di vista strettamente giuridico, il provvedimento più importante che c'è a livello europeo è una direttiva del 2010, la numero 2010/53/UE, che interviene sul tema specifico delle norme sulla qualità e la sicurezza degli organi umani con finalità dei trapianti. In particolare l'articolo 16 rende evidente come la finalità della funzione dell'informazione su chi ha intenzione di essere donatore si vada a scontrare con un apparato normativo che è piuttosto restrittivo e dettagliato in materia.
Ci spieghi meglio.
La direttiva prevede che si è tenuti a tutelare il diritto alla protezione dei dati personali pienamente ed efficacemente in tutta l'attività che riguarda la donazione degli organi. Questo in conformità con le norme europee sulla protezione della privacy. In particolare che i dati elaborati e forniti dal soggetto siano custoditi in termini di riservatezza e sicurezza in modo che sembrerebbe invece diverso da quanto sta facendo Facebook. Che ci sia una tutela dell'identità del donatore e del ricevente. In sostanza il corpo normativo europeo si muove evidentemente in un'altra direzione rispetto a Facebook.
Le sembra giusto che si proceda in questo modo, a livello di normative?
Direi che situazioni così importanti come la donazione degli organi siano gestite meglio a livello pubblico, dove tutte le garanzie si possono pienamente rispettare. Non so quanto sia opportuno per una impresa privata andarsi sostituirsi al ruolo trascinatore che deve avere il pubblico. Piuttosto bisognerebbe ripensare le modalità migliori da parte del sistema pubblico per informare su questo tema nel miglior modo possibile.
Un tale tipo di informazione data pubblicamente su un social network potrebbe anche avere effetti discriminatori, non trova? Dividere tra buoni e cattivi, ad esempio.
Sono d'accordo. Potrebbe spingere all'effetto emulazione che da una parte può dare atto a discriminazioni anche in ambito professionale. Per questo si sono pensate tante norme  a tutela dei dati del ricevente, ma anche del donatore. Questo perché scegliere di donare organi  è una scelta forte che incide sul proprio generale stato di salute e non solo. Lo stesso nostro codice ha previsto una autorizzazione molto specifica e restrittiva. Si sostiene cioè che solo i soggetti abilitati possano usare certi dati e spinge a mantenere anonimi i dati di donatori e riceventi. 
In conclusione?
In conclusione esiste un principio generale sulla privacy nazionale ed europea che è diverso da questo pur interessante contributo che propone Facebook. Io credo che questo tipo di opzione vada valutata dalle autorità sulla privacy a livello europeo e nazionale. Ritengo anche però che l'importanza di questa novità sia a livello di contributo operativo come contributo al dibattito sul tema.


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lunedì 16 aprile 2012


Per un umanesimo planetario di Armando Massarenti, 15 aprile 2012, http://www.ilsole24ore.com

Non posso resistere alla tentazione di proporre a Edgar Morin i temi del nostro Manifesto per la cultura. L'idea di riattivare «il circolo virtuoso tra conoscenza, ricerca, arte, tutela e occupazione» trova più di una consonanza nel suo ultimo libro, La via. Per l'avvenire dell'umanità. Da cosa partire per ridefinire il benessere collettivo mettendo al primo posto i valori della conoscenza e della cultura? «Oggi – risponde Morin – è più che mai necessaria una confluenza tra diverse riforme. Una riforma educativa che permetta di affrontare in tutta la loro complessità i problemi fondamentali delle persone in un tempo radicalmente nuovo come l'era planetaria. Sono i problemi che ho indicato nel mio libro I sette saperi necessari all'educazione del futuro: la natura complessa della conoscenza e il suo rapporto con l'incertezza, l'unità bio-psico-antropologica della condizione umana, il pianeta Terra come destino comune dell'umanità, l'etica della comprensione... Sono problemi che oggi richiedono una nuova formazione, anzitutto, dei formatori: la connessione fra la cultura umanistica (filosofia, letteratura, poesia, arti), le scienze dell'uomo e le scienze naturali per elaborare nuovo umanesimo, un umanesimo planetario, e per dare vita a un nuovo Rinascimento. E poi il superamento dell'attuale organizzazione del sapere, frammentato in tanti ambiti disciplinari unidimensionali che non comunicano fra loro, attraverso un pensiero complesso, capace di concepire la multidimensionalità di tutti i problemi importanti che si pongono con l'affermarsi vorticoso dell'era planetaria».
L'Italia è particolarmente affetta da uno dei mali denunciati nel libro: la burocratizzazione. Quali sono i suoi disvalori per il sapere e la scuola? E quali invece i valori da coltivare per contrastarla? «La necessità di deburocratizzare la vita sociale va di pari passo con quella di valorizzare la responsabilità e la solidarietà. I processi di burocratizzazione estendono al mondo dell'educazione la logica anonimizzante, frammentatrice e gerarchizzante della tecnica. Dev'essere rigenerato il valore della missione educativa, si deve ritrovare quell'Eros che, come diceva Platone, è il requisito fondamentale per saper insegnare. E si deve promuovere il valore dell'unità del pensiero coinvolto nel processo educativo, che oggi soffre gravemente di due mali: il male della disgiunzione tra i problemi e tra i saperi, e il male del riduzionismo». Cosa pensare allora dell'uso delle nuove tecnologie? Oggi i "nativi digitali" sviluppano capacità cognitive che se opportunamente indirizzate potrebbero anche avverare il sogno di John Dewey di una educazione democratica, volta a formare individui critici attenti ai reali problemi comuni. Le nuove tecnologie sembra che portino una maggiore propensione al problem solving e alla socializzazione, e si basano su un senso di gratuità contrario agli atteggiamenti egoistici o autointeressati. «Sono del tutto d'accordo – risponde Morin –. Oggi è più che mai necessario saper combinare la presenza concreta dell'educatore, del formatore, con le straordinarie possibilità cognitive offerte da Internet, Google, Wikipedia, eccetera. Per raggiungere questo obiettivo è necessaria quella riforma del pensiero di cui abbiamo parlato, perché occorre saper unire, connettere, combinare fonti del sapere che rimangono frammentate e separate. Con lo sviluppo della tecno-scienza e della società dell'informazione, diventa cruciale la sfida di quella che in varie occasioni ho chiamato la democrazia cognitiva. Con Internet si è ormai formata una sorta di gigantesco sistema neurocerebrale semi-artificiale, in espansione progressiva, del quale tutti siamo parte attiva. Non abbiamo soltanto un problema di strumenti educativi nuovi e più potenti, ma anche un problema di comprensione e di insegnamento di una nuova condizione umana, nella quale esseri umani e sistemi artificiali sono fortemente interconnessi tra loro in una nuova società unificata. Nonostante rischi notevoli per la libertà personale, Internet crea beni cognitivi comuni e apre la possibilità di fruire democraticamente di beni culturali fino a ora riservati a un'élite: beni d'immagini artistiche, beni musicali, beni letterari. Le riforme cognitive e educative che noi auspichiamo possono realizzarsi, almeno in parte, utilizzando le vie della rete. Esse sono in grado di contribuire alla costituzione di beni cognitivi e culturali comuni per la società-mondo in gestazione, che siamo chiamati ad aiutare a nascere, per diventarne cittadini».
Il nostro Manifesto sottolinea che saperi umanistici e ricerca scientifica non vanno intese come antagoniste. Si è anche visto che i ragazzi che sviluppano pratiche artistiche (pittura, musica, recitazione) raggiungono risultati migliori anche nelle materie scientifiche. «La cultura umanistica e scientifica hanno le medesime fonti storiche (dalla civiltà greca al Rinascimento), obbediscono alle stesse regole fondamentali della dialogica argomentativa e della discussione critica, hanno lo stesso ideale etico della conoscenza della verità. Ma, a partire dall'800, vi è stata la grande disgiunzione, per cui ognuna delle due culture possiede ormai le sue istituzioni, le sue modalità organizzative, i suoi esperti. E questa istituzionalizzazione delle due culture ha moltiplicato i saperi frammentati, chiusi su se stessi, monodimensionali, producendo la figura dell'"esperto", produttore di un sapere calcolatore e strettamente specializzato. Tuttavia le profonde metamorfosi delle scienze fisiche, cosmologiche, biologiche nel corso del '900 hanno creato le condizioni di una "rivoluzione paradigmatica", con la crisi del paradigma di separazione e di riduzione proprio della scienza classica e la gestazione ancora incompiuta di un paradigma di complessità (cumplexus: ciò che è intrecciato). Per questa strada, la scienza ha ritrovato le questioni fondamentali che si poneva la cultura umanistica e nella conoscenza complessa della scienza nuova l'uomo è riapparso come essere fisico-bio-antropologico-sociale. Così è divenuto possibile non solo il dialogo fra le due culture, ma lo stesso superamento della loro grave rottura, che è condizione indispensabile per produrre un sapere che sia all'altezza della sfide del nostro tempo. La vera cultura di cui abbiamo bisogno è una cultura della complementarità, e non più della disgiunzione, una cultura della dialogica tra homo prosaicus e homo poeticus, tra homo faber e homo ludens, tra homo oeconomicus e homo imaginarius».

mercoledì 28 marzo 2012


La nostalgia globale di Federica Rampini, La Repubblica, 28 marzo 2012, http://www.dirittiglobali.it

Nell´era delle migrazioni "2.0", senza frontiere e senza distanze, il mal di casa è una vera e propria malattia. E Internet, spesso, non aiuta. Mai prima d´ora l´umanità aveva avuto tanta facilità a spostarsi e a comunicare. I costi psicologici del nomadismo planetario sono però in aumento. La nostalgia è diventata la nuova patologia della globalizzazione. Sono molti gli espatriati che soffrono di depressione. Ma pochi ne parlanoIn totale sono 215 milioni le persone che si sono trasferite all´estero Ci sentiamo cosmopoliti, eppure non siamo così facilmente sradicabiliSkype, Facebook e email danno l´illusione che basti poco per annullare le distanze In tanti invece stanno peggio proprio dopo una videochiamata con i propri familiari

È il vero male del secolo, la nuova patologia diffusa dalla globalizzazione? Ha un nome antico: "Nostalgia di casa". Nell´Ottocento, all´alba delle migrazioni mondiali legate alla prima rivoluzione industriale, era un termine medico, usato nelle riviste scientifiche come descrizione di una vera malattia. Oggi viviamo nell´epoca delle migrazioni "2.0", un salto di civiltà ci ha trasportati in un universo senza frontiere e senza distanze. Mai prima d´ora l´umanità ha avuto tanta facilità a spostarsi e a comunicare. Emigranti poveri in fuga dal sottosviluppo o dalle guerre; espatriati di professione; "cervelli" che si spostano all´estero in cerca di migliori opportunità scientifiche. La tipologia è vasta, ma si scopre che non siamo così facilmente sradicabili, esportabili, adattabili. I costi psicologici del nomadismo globale sono in aumento. I numeri delle nuove migrazioni sono impressionanti, fantastici o spaventosi, di certo senza precedenti nella storia. I dati della Organizzazione internazionale per le migrazioni rilevano solo per gli Stati Uniti un flusso in ingresso superiore a un milione di nuovi immigrati ogni anno. A livello planetario il numero totale degli emigrati viene censito in 215 milioni di persone; con una crescita di 25 milioni nell´ultimo quindicennio. E questa cifra non include le migrazioni interne, che possono comportare ugualmente spostamenti su grandi distanze, esperienze di sradicamento estremo. Basti pensare ai 10 milioni di contadini cinesi che ogni anno abbandonano le campagne e si riversano nelle metropoli costiere come Pechino o Shanghai. Anche il lavoratore americano licenziato a Detroit che si sposta per cercare un´occupazione in Arizona, fa un salto di qualche migliaio di chilometri, a grande distanza da dov´è cresciuto e da dove vivono i suoi affetti. Gli immigrati "interni" sono 740 milioni.
In totale, in questo istante un miliardo di abitanti del pianeta vivono l´esperienza dell´emigrazione: un essere umano su sette. E diventeremo molto più numerosi, ben presto. L´ultimo sondaggio Gallup World Poll rivela infatti che sono un miliardo e cento milioni coloro che «vogliono spostarsi temporaneamente all´estero nella speranza di trovare un lavoro migliore». Altre 630 milioni di persone vorrebbero «trasferirsi all´estero in modo permanente». Un terzo dell´umanità si sente psicologicamente sul piede di partenza, disponibile o costretto, attirato o rassegnato a doversi rifare una vita "altrove". Ai due estremi del ventaglio delle migrazioni, ci sono disperazione e libertà. Le diseguaglianze crescenti aumentano la pressione per abbandonare i luoghi più miseri e inospitali. Al tempo stesso è diventato più facile andarsene, e viviamo in una cultura che esalta la mobilità come un valore positivo. Il giovane italiano neolaureato, che ha assaggiato l´esperienza dell´estero con un programma Erasmus di studio in una facoltà straniera, sente dire che «i migliori se ne vanno», vede talenti che si affermano dopo avere spiccato il volo verso gli Stati Uniti.
Ma è proprio vero che il XXI secolo ci ha reso tutti cittadini del mondo, cosmopoliti e flessibili? Una studiosa americana delle migrazioni, Susan Matt della Weber State University, dimostra che è una forzatura. «Il cosmopolitismo - spiega la Matt - e cioè l´idea che gli individui possono e debbono sentirsi a casa propria in ogni angolo del mondo, risale nientemeno che all´Illuminismo. Solo ora però è diventata senso comune, valore di massa, come un ingrediente costitutivo dell´economia globale. Tuttavia dopo un decennio di ricerche sulle esperienze e le emozioni degli immigrati, ho scoperto che molti di coloro che lasciano casa in cerca di un futuro migliore finiscono per subìre uno spaesamento dagli effetti depressivi. Pochi ne parlano apertamente». Gli effetti collaterali possono variare a seconda dello status socio-professionale: non vivono la stessa vita il messicano immigrato a Los Angeles per lavorare come cameriere o giardiniere, e il giovane matematico italiano che ha vinto una cattedra a Berkeley. La Matt però ha scoperto che la sindrome nostalgica è interclassista, colpisce anche chi vive in condizioni migliori. «Skype, Facebook, le email e i cellulari traggono in inganno - sostiene la ricercatrice - perché danno l´illusione che migrare sia diventato indolore, che le conseguenze siano irrilevanti perché ormai basta un clic sulla tastiera per cancellare le distanze».
Le tecnologie hanno aiutato anche i più poveri. Per l´espatriato di élite, già trent´anni fa viaggiare era facile. Oggi con le compagnie aeree lowcost il volo intercontinentale è accessibile a masse sempre più vaste. La videotelefonata internazionale gratuita con Skype è nelle case di tutti, compresi i latinos che arrivano in California per lavorare negli aranceti e nella raccolta dei pomodori. La velocità di diffusione "democratica" di queste tecnologie è strepitosa. Lo documenta una ricerca della fondazione Carnegie: ancora nel 2002 solo il 28% degli immigrati qui negli Stati Uniti telefonava ai familiari almeno una volta alla settimana; oggi oltre il 66%. E tuttavia uno studio pubblicato nella rivista scientifica Archives of General Psychiatry dimostra che i messicani immigrati negli Usa hanno tassi di depressione superiori del 40% ai loro familiari rimasti in Messico. «Una imponente mole di ricerche - conferma Susan Matt - documenta lo stesso fenomeno in altre comunità etniche. Tutti i nuovi arrivati in America soffrono di alte percentuali di depressione e sindromi da stress di acculturazione».
Nonostante il maggiore benessere che spesso premia coloro che imboccano la strada dell´emigrazione, le percentuali di ritorno sono più elevate di quanto si creda. «Dal 20% al 40% di tutti gli immigrati negli Stati Uniti, finiscono per ritornare al paese d´origine». Tutto ciò non stupiva affatto gli psicologi dell´Ottocento. Nell´epoca dei pionieri, dopo la conquista del Far West e la febbre dell´oro (il primo boom d´immigrazione globale verso la California nel 1848), i medici studiavano sistematicamente le "malattie da emigranti", e il termine "nostalgia" ricorreva nel vocabolario clinico, come una sindrome precisa e talvolta fatale. Un articolo del 1887 sull´Evening Bulletin di San Francisco descriveva in modo dettagliato e struggente gli ultimi giorni di vita di un sacerdote irlandese, il reverendo McHale, «ucciso dai dolori della nostalgia di casa». Le riviste mediche americane di quell´epoca erano piene di una casistica simile. Parlare di nostalgia non era un tabù, nonostante che l´America fosse stata costruita su una visione gloriosa e positiva della mobilità, dello spirito di avventura, della voglia di conquista di nuovi territori.
«Oggi invece - osserva Susan Matt - le discussioni esplicite di questo fenomeno sono rare, anche nella comunità scientifica. Sembra quasi che le emozioni e i danni affettivi dell´emigrare siano un ostacolo imbarazzante, sulla strada del progresso e della prosperità individuale. L´idea che sia facile sentirsi a casa propria in ogni angolo del pianeta, deriva da una visione dell´umanità che celebra l´individuo solitario, mobile, facilmente separabile dalla sua famiglia, dalle sue radici, dal suo passato». In quanto all´illusione che le tecnologie abbiano abbattuto frontiere e distanze, la psicologa messicana Maria Elena Rivera ha raggiunto la conclusione opposta: molti suoi pazienti soffrono ancora più acutamente la lontananza da casa, dopo avere "assaggiato" l´atmosfera di una cena tra familiari e amici... osservata a mille chilometri di distanza sullo schermo di un computer o di un´iPhone via Skype.

lunedì 5 marzo 2012


IDEE & OPINIONI - quando è Google e non il Medico a Rivelarci se la Malattia è grave - Ripamonti Luigi, (4 marzo 2012) - Corriere della Sera, http://archiviostorico.corriere.it/

Dominic Stacey junior, un bambino inglese di otto anni, ha saputo da Internet di dover morire presto. Gli è bastato digitare su un motore di ricerca «gambe stanche», sensazione che lo affliggeva spesso, per scoprire di essere affetto da una rara malattia degenerativa. La diagnosi online, come ha raccontato il quotidiano inglese Daily Mail , ha cambiato, e non in meglio, la vita di Dominic e della sua famiglia. Il caso colpisce perché coinvolge un bambino, ma si replica migliaia di volte ogni giorno, specie per malati di tumore o altre patologie gravi. Una volta (pochissimo tempo fa, in realtà) in casi come questi la verità poteva essere distillata dal medico alle dosi ritenute opportune a seconda del profilo psicologico del paziente o in considerazione di altre valutazioni. Internet ha cancellato questo filtro. Google non sa se chi cerca vuole davvero sentirsi dire tutto. Un medico oltre a saper parlare, almeno in teoria, dovrebbe saper ascoltare, per capire quanto il paziente è pronto a «ricevere» in quel momento, dal momento che ognuno, di fronte a malattia o dolore, reagisce in modo diverso. Sul New England Journal of Medicine , la più prestigiosa rivista medica del mondo, specialisti dell' università di Rochester (Usa) hanno scritto che esistono condizioni nelle quali il paziente non deve essere informato in maniera completa e dettagliata su diagnosi, prognosi e trattamento. E tra queste condizioni c' è quella in cui, più o meno direttamente, il paziente fa capire di non voler conoscere la prognosi della propria patologia, cioè ciò che lo aspetta. In particolare, il dettaglio più difficile da affrontare è il tempo che resta da vivere. Chi è colpito da una malattia a prognosi infausta spesso si aggrappa a qualche motivo di ottimismo. E lasciare questa possibilità fa parte della terapia che il medico può decidere di adottare. Ma a Google questo non interessa.


mercoledì 8 febbraio 2012


Adolescenti in Rete - Per 8 genitori su 10 non corrono pericoli, di Alessandra Mangiarotti, Corriere della Sera, 8 febbraio 2012

Antonio Brighenti ha 49 anni e due figli adolescenti: «La raccomandazione che faccio loro più di frequente quando escono di casa? Casco in testa e se fate tardi telefonate». Scusi, e quanto a Internet? «Beh, cosa devo raccomandare? Di non starci troppo, forse».

La strada virtuale fa meno paura di quella reale. Almeno ai genitori italiani. Illusi, analfabeti digitali o solo meno apprensivi rispetto agli altri europei? Otto su dieci (e qualcosa di più, l’82% rispetto a una media comunitaria di circa il 70%) lo hanno dichiarato ai ricercatori del progetto Eu Kids Online (leggete qui la sintesi della ricerca):

«È altamente improbabile che mio figlio possa imbattersi in una situazione spiacevole su Internet».

L’indagine, finanziata dall’Unione europea e coordinata dalla London School of Economics and Political Science, ha fotografato il rapporto con Internet di oltre 25 mila ragazzi (e loro genitori) di 25 Paesi Ue. Abitudini e rischi presentati ieri per il Safer Internet Day: dalla pornografia al bullismo, dal sexting (l’invio di messaggi a sfondo sessuale) agli incontri con persone conosciute online. Sei ragazzi italiani su dieci, tra i 9 e i 16 anni, navigano tutti i giorni in Internet o quasi. Per fare i compiti (85%), giocare (83), guardare video (76) o «parlare» con gli amici (62): il 57% ha un profilo su un social network. E navigare è spesso un’esperienza privata: il 62% (media Ue del 49) lo fa nella propria camera.

Giovanna Mascheroni, referente italiana del progetto Eu Kids Online e ricercatrice dell’Università Cattolica, spiega: «Il 63% dei genitori si autopromuove sostenendo di suggerire ai ragazzi come comportarsi su Internet, parlando di quello che può turbarli (56%) o li ha turbati (26%)». Il 70% ha fiducia nelle capacità di autodifesa dei propri ragazzi anche se il 39% di loro ignora però ogni consiglio. «Ma quello che più ci allontana dal resto d’Europa è proprio la convinzione che su Internet non possa capitare nulla di male. Non solo: molti genitori sovrastimano i rischi legati alla pornografia e ne ignorano altri come il bullismo online (sconosciuto all’81%), giudicato esperienza molto dolorosa dai due terzi dei ragazzi».

Il direttore generale di Save the Children Italia, Valerio Neri, pone l’accento sulla scarsa alfabetizzazione dei genitori e sui numeri degli adescamenti online: «Se solo sapessero… Dalla ricerca Eu Kids Online emerge che il 4% dei nostri ragazzi (9% la media Ue) incontra persone conosciute online. I nostri dati Ipsos parlano di un 14%: anche se solo la verità sta nel mezzo, sono tantissimi. I genitori devono parlare di più ma anche il governo deve inserire nell’agenda digitale percorsi di tutela».

Negli Usa sono stati inseriti filtri antiporno nelle scuole e biblioteche. Nel Regno Unito David Cameron ha proposto un filtraggio preventivo, quando si sottoscrive dell’abbonamento ad Internet. «In Italia sistemi di controllo parentale esistono da anni ma non c’è una grande cultura in questo senso, soprattutto per i social network», afferma Antonio Apruzzese, direttore della polizia postale.

«Anche perché in Italia bisogna fare attenzione a non ridurre l’accesso a Internet — aggiunge Giovanna Mascheroni —: i nostri ragazzi hanno meno competenze rispetto ai coetanei europei: solo i giovani turchi sono meno alfabetizzati». Contro l’«incompetenza» anche dei genitori punta il dito Gianni Nicolì, pedagogista e responsabile scuola e università dell’Age (Associazione italiana genitori): «Vent’anni fa abbiamo iniziato con i primi corsi per genitori e figli, poi abbiamo stretto accordi con le aziende per ottenere dei filtri dinamici per la navigazione differenziata: per conoscere i rischi i genitori devono conoscere Internet».

 Aggiunge lo psicoterapeuta Gustavo Pietropolli Charmet: «I genitori sono convinti che i loro ragazzi sanno fare meglio di loro sulla Rete ma la loro tranquillità nasce anche dal modello educativo che punta tutto sulla socializzazione precoce: hanno bisogno di credere che i loro figli sanno cavarsela.

mercoledì 25 gennaio 2012


«Anche il silenzio è comunicazione» di Massimo Introvigne, 25-01-2012, http://www.labussolaquotidiana.it

Il 24 gennaio la Santa Sede ha diffuso il testo del messaggio di Benedetto XVI per la  Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali 2012, che contiene una riflessione davvero profonda sul ruolo e il valore del silenzio nell'epoca di Internet. Il Papa vuole richiamare la nostra attenzione «su un aspetto del processo umano della comunicazione che a volte è dimenticato, pur essendo molto importante, e che oggi appare particolarmente necessario richiamare. Si tratta del rapporto tra silenzio e parola: due momenti della comunicazione che devono equilibrarsi, succedersi e integrarsi per ottenere un autentico dialogo e una profonda vicinanza tra le persone. Quando parola e silenzio si escludono a vicenda, la comunicazione si deteriora, o perché provoca un certo stordimento, o perché, al contrario, crea un clima di freddezza; quando, invece, si integrano reciprocamente, la comunicazione acquista valore e significato».

Nell'epoca di Facebook e degli smartphone, in cui si «parla» continuamente e per ventiquattro ore su ventiquattro, il Papa invita a riscoprire il silenzio.

«Il silenzio - scrive il Pontefice - è parte integrante della comunicazione e senza di esso non esistono parole dense di contenuto. Nel silenzio ascoltiamo e conosciamo meglio noi stessi, nasce e si approfondisce il pensiero, comprendiamo con maggiore chiarezza ciò che desideriamo dire o ciò che ci attendiamo dall’altro, scegliamo come esprimerci. Tacendo si permette all’altra persona di parlare, di esprimere se stessa, e a noi di non rimanere legati, senza un opportuno confronto, soltanto alle nostre parole o alle nostre idee».

Il silenzio non è dunque un'alternativa alla comunicazione, ma è parte della comunicazione. Solo con il silenzio si apre «uno spazio di ascolto reciproco e diventa possibile una relazione umana più piena. Nel silenzio, ad esempio, si colgono i momenti più autentici della comunicazione tra coloro che si amano: il gesto, l’espressione del volto, il corpo come segni che manifestano la persona. Nel silenzio parlano la gioia, le preoccupazioni, la sofferenza, che proprio in esso trovano una forma di espressione particolarmente intensa. Dal silenzio, dunque, deriva una comunicazione ancora più esigente, che chiama in causa la sensibilità e quella capacità di ascolto che spesso rivela la misura e la natura dei legami».

Si tratta di nostalgie di epoche passate, nell'epoca di Internet? È precisamente il contrario. «Là dove i messaggi e l’informazione sono abbondanti, il silenzio diventa essenziale per discernere ciò che è importante da ciò che è inutile o accessorio. Una profonda riflessione ci aiuta a scoprire la relazione esistente tra avvenimenti che a prima vista sembrano slegati tra loro, a valutare, ad analizzare i messaggi; e ciò fa sì che si possano condividere opinioni ponderate e pertinenti, dando vita ad un’autentica conoscenza condivisa. Per questo è necessario creare un ambiente propizio, quasi una sorta di "ecosistema" che sappia equilibrare silenzio, parola, immagini e suoni».

Il Papa entra direttamente nella dinamica della comunicazione attuale su Internet, che da tempo è oggetto delle sue riflessioni. Oggi quando vogliamo sapere qualcosa lanciamo una ricerca su Google o consultiamo Wikipedia, anche se i più giovani spesso conducono le loro ricerche direttamente su Facebook. «Gran parte della dinamica attuale della comunicazione è orientata da domande alla ricerca di risposte. I motori di ricerca e le reti sociali sono il punto di partenza della comunicazione per molte persone che cercano consigli, suggerimenti, informazioni, risposte. Ai nostri giorni, la Rete sta diventando sempre di più il luogo delle domande e delle risposte».

Ma sorge un  problema. Spesso non si trovano troppo poche risposte, se ne trovano troppe: è quello che i sociologi che studiano Internet chiamano «information overload».  «Anzi, spesso l’uomo contemporaneo è bombardato da risposte a quesiti che egli non si è mai posto e a bisogni che non avverte». La risposta a questo problema, da molti segnalato, è proprio il silenzio. «Il silenzio è prezioso per favorire il necessario discernimento tra i tanti stimoli e le tante risposte che riceviamo, proprio per riconoscere e focalizzare le domande veramente importanti».

Non si deve però credere, cedendo a un facile pessimismo, aggiunge il Papa, che nell'epoca dei social network e di Google siano scomparse le domande cruciali dell'uomo. Queste rimangono, sempre. «Nel complesso e variegato mondo della comunicazione emerge, comunque, l’attenzione di molti verso le domande ultime dell’esistenza umana: chi sono? che cosa posso sapere? che cosa devo fare? che cosa posso sperare?». Sì, queste domande ci sono ancora.

«Questo incessante flusso di domande manifesta, in fondo, l’inquietudine dell’essere umano sempre alla ricerca di verità, piccole o grandi, che diano senso e speranza all’esistenza. L’uomo non può accontentarsi di un semplice e tollerante scambio di scettiche opinioni ed esperienze di vita: tutti siamo cercatori di verità e condividiamo questo profondo anelito, tanto più nel nostro tempo in cui "quando le persone si scambiano informazioni, stanno già condividendo se stesse, la loro visione del mondo, le loro speranze, i loro ideali" (Messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali 2011)».

Per cominciare a rispondere ai tanti che cercano su Internet la risposta alle domande fondamentali della vita, il Papa non suggerisce di fuggire dalla Rete ma di farne terreno di evangelizzazione. «Sono da considerare con interesse le varie forme di siti, applicazioni e reti sociali che possono aiutare l’uomo di oggi a vivere momenti di riflessione e di autentica domanda, ma anche a trovare spazi di silenzio, occasioni di preghiera, meditazione o condivisione della Parola di Dio. Nella essenzialità di brevi messaggi, spesso non più lunghi di un versetto biblico, si possono esprimere pensieri profondi se ciascuno non trascura di coltivare la propria interiorità».

Al silenzio il cristiano non può rinunciare. «Se Dio parla all’uomo anche nel silenzio, pure l’uomo scopre nel silenzio la possibilità di parlare con Dio e di Dio. "Abbiamo bisogno di quel silenzio che diventa contemplazione, che ci fa entrare nel silenzio di Dio e così arrivare al punto dove nasce la Parola, la Parola redentrice" (Omelia, S. Messa con i Membri della Commissione Teologica Internazionale, 6 ottobre 2006)». La chiave della vita interiore cristiana è la «contemplazione silenziosa», dove «emerge poi, ancora più forte, quella Parola eterna per mezzo della quale fu fatto il mondo, e si coglie quel disegno di salvezza che Dio realizza attraverso parole e gesti in tutta la storia dell’umanità» e che culmina nella persona di Gesù Cristo.

«Parola e silenzio», dunque.. «Educarsi alla comunicazione vuol dire imparare ad ascoltare, a contemplare, oltre che a parlare, e questo è particolarmente importante per gli agenti dell’evangelizzazione: silenzio e parola sono entrambi elementi essenziali e integranti dell’agire comunicativo della Chiesa, per un rinnovato annuncio di Cristo nel mondo contemporaneo». Coniugare parola e silenzio non è sempre facile. Ma possiamo, con fiducia, affidarci «a Maria, il cui silenzio "ascolta e fa fiorire la Parola" (Preghiera per l’Agorà dei Giovani a Loreto, 1-2 settembre 2007)».

venerdì 20 gennaio 2012


DIBATTITO/ Barcellona: meglio Facebook o la vecchia catena di montaggio? - Pietro Barcellona, venerdì 20 gennaio 2012, il sussidiario.net

La progressiva oggettivazione dell’Io e di ogni rappresentazione del soggetto di fronte al mondo, e la progressiva riduzione delle relazioni fra i comportamenti individuali a pure connessioni funzionali, definibili secondo sequenze automatiche, ha lentamente portato all’assorbimento della realtà e delle pratiche effettive degli esseri umani dentro la sfera di un mondo semivirtuale.
La perdita del mondo come realtà che ci sta di fronte, sia pure attraverso le mille relazioni significative tra oggetti e persone, tocca essenzialmente il rapporto tra l’uomo e la natura. Poiché tale rapporto sta alla base di quella che siamo soliti chiamare economia, è proprio alle trasformazioni del modo di produrre e consumare che bisogna guardare per cercare di capire il rapporto tra la nostra vita materiale e la rappresentazione della società come un flusso liquido e come una somma di paure e di isolamenti individuali.
L’economia rappresenta infatti il modo in cui l’uomo entra in rapporto con la natura per realizzare, attraverso al sua “utilizzazione”, la riproduzione di se stesso e del proprio gruppo sociale. Se produzione e riproduzione del gruppo sociale sono le basi elementari di ogni costituzione di società, è evidente che le modalità in cui si realizza la produzione e la riproduzione sono decisive per capire il senso di ciò che accade in ogni epoca della nostra storia. Non si vuol dire con questo che l’economia ha un primato assoluto nella configurazione delle persone e del loro mondo giacché, se non si rappresenta l’economia come una pura appropriazione della natura, ci si rende conto che in essa è implicata una forma di vita, una gerarchia di valori e l’intero processo sociale complessivo.
Ciò che è accaduto in questi ultimi decenni, che pone in modo inedito i problemi relativi all’identità dell’individuo e del gruppo al quale appartiene, è una totale trasformazione del rapporto tra economia e società fino al totale assorbimento della vita delle persone nella sfera della produzione e del consumo.
Pensiamo alla vita. Non era mai accaduto, come ha sottolineato Sara Ongaro in un libretto di alcuni anni fa sulle donne nella globalizzazione, che la stessa creazione della vita, la fecondazione e la procreazione diventassero un affare economico che fa ormai parte della contabilità come qualsiasi altra produzione di merci. La nascita di nuovi esseri umani, trasformata in parte integrante del ciclo di valorizzazione del capitale, costituisce il punto estremo di assorbimento della nostra esperienza e vita individuale nei paradigmi del funzionamento dell’economia capitalistica.
In questo esempio estremo si vede come il modo di produrre e consumare capitalistico sia penetrato in modo molecolare nella vita quotidiana e abbia determinato contestualmente una estraniazione della realtà concreta delle persone e degli affetti rispetto a ciò che essi continuano a provare nelle condizioni della quotidianità, apparentemente spontanea, dei rapporti umani.
L’assoluta novità della fase che stiamo vivendo risiede appunto in una totale estraniazione delle pratiche affettive (che strutturano ancora la vita concreta) dal paradigma astratto dei modi di funzionamento del capitale e del denaro, che appaiono sempre più gli unici ordinatori di una realtà che non sembra consentire distinzioni fra sfere diverse: la sfera degli affetti e delle relazioni tra le persone, e la sfera della produzione e circolazione delle merci e del denaro.
Che la procreazione possa diventare un processo economico, composto da banche di ovuli e gameti, di strutture sanitarie che gestiscono le inseminazioni, e di investimenti sulla ricerca e sull’innovazione, è certamente un salto di qualità nell’immaginario collettivo di eventi tradizionalmente avvolti nel mistero come il concepimento e la nascita.
Similmente, nell’organizzazione del lavoro della grande fabbrica fordista (si pensi alla Fiat degli anni sessanta con migliaia e migliaia di operai), i tempi di lavoro e le mansioni erano definiti e lineari, e la realtà della fabbrica, rappresentata dalla catena di montaggio, costituiva uno spazio opaco tra il luogo della produzione e i luoghi esterni della commercializzazione e della formazione della domanda sociale di merci. Questa relativa opacità del luogo di produzione dagli altri luoghi sociali consentiva una relativa autonomia del lavoro produttivo rispetto alla vita dell’operaio e rispetto all’intera società che elaborava i propri bisogni da soddisfare al mercato delle merci.
 Oggi invece la fabbrica si configura come un luogo di lettura e utilizzazione di informazioni provenienti dall’esterno (dai lettori ottici dei grandi punti vendita all’uso di carte di credito che censiscono i gusti del consumatore-utente, ecc.) e l’insieme dei flussi informativi che attraversano la società entrano direttamente in produzione. Le nuove tecnologie informatiche incidono direttamente sul modo di lavorare di qualunque lavoratore di una moderna azienda che deve essere in grado di espletare tutte le funzioni necessarie alla produzione in tempo reale, just in time.
L’azienda si riorganizza secondo un sistema a rete che tende a tagliare drasticamente i costi del lavoro e ad occupare soltanto lavoro flessibile e precario. Al posto dell’operaio della catena tende a subentrare un lavoratore polivalente in grado di comunicare continuamente con tutto ciò che si trova fuori dalla sua attività e relazionandosi così attraverso la comunicazione con l’intero mondo esterno e in particolare con il cliente consumatore. La condizione del lavoratore diventa un continuo spaesamento che ne modifica profondamente i connotati culturali per renderlo sempre più disponibile alla connessione dei flussi informativi che interagiscono direttamente con la propria attività lavorativa. 
Oggi la vita concreta del lavoratore e l’insieme del contesto sociale nel quale sembra iscriversi sono diventati astratti. Il lavoro manuale è diventato anche lavoro cognitivo, e cioè basato sul saper utilizzare le informazioni ed arricchirle persino con la propria intelligenza, ma tutto ciò si svolge in una autoreferenzialità della produzione capitalistica che non sembra incontrare più alcun luogo opaco rispetto alla sua penetrazione. L’intera società è diventata un flusso di informazioni utilizzabili per produrre incrementi di valore monetario che non hanno alcun rapporto con le reali condizioni di vita.
La fine dell’impresa fordista e la smaterializzazione dei fattori produttivi tradizionali (il cosiddetto capitale fisso), inaugura l’epoca della finanziarizzazione, l’epoca cioè in cui il capitale adotta strategie di valorizzazione di se stesso occupando interamente la sfera della circolazione e dello scambio delle merci, e della stessa riproduzione della forza lavoro, uomini e donne. La finanziarizzazione dell’economia contemporanea consente al capitale di disinvestire dai salari degli operai e dal capitale direttamente produttivo a favore di una produzione di ricchezza a mezzo di denaro, dirottando cioè i profitti sul mercato finanziario a scapito della creazione di occupazione e della domanda di salario. Il capitalismo finanziario proprio in questa fase sembra trasformarsi in quello che è stato definito “biocapitalismo”, o “capitalismo cognitivo”. Esso non investe più in salari e in macchine di produzione ma nella costruzione di meccanismi finanziari che permettono di rendere la creazione di rendite finanziarie sempre più indipendenti dall’economia reale. Il profitto che si realizza all’esterno della sfera produttiva tende infatti a diventare rendita.
Naturalmente su questo tema del rapporto tra rendita e profitto occorrerebbe un approfondimento ulteriore. Ciò che invece mi interessa sottolineare in questa sede è come le trasformazioni del lavoro e della produzione realizzino un effetto di evaporazione della realtà, cioè di scomparsa della sfera delle pratiche affettive attraverso cui le donne e gli uomini entrano in rapporto. Proprio questo livello di astrazione estremo è alla base delle crisi che si stanno producendo a ritmo sempre più accelerato sia nella vita quotidiana sia nella vita degli Stati nazionali. Più la vita concreta degli esseri umani viene pervasa dalla logica strumentale della produzione di denaro a mezzo di denaro, più le persone concrete sono svuotate di ogni capacità di comprensione e di ogni autonomia nella ricerca del senso della propria esistenza.
Attraverso il controllo dell’intero ciclo economico, la maggior parte dei bisogni umani appare oggi prodotta e quasi imposta dal funzionamento dell’intero sistema mediatico che determina la stessa forma dei desideri e dei bisogni. Si pensi al fenomeno delle mode che spingono intere masse all’acquisto e al consumo di beni privi di qualsiasi qualità e utilità. L’intera società viene cioè estraniata dal processo primario di rappresentazione ed elaborazione dei propri bisogni, che non sono più il frutto di un’autonoma e consapevole rappresentazione del rapporto fra se stessi e il mondo, ma sono invece eterodiretti ed eteroformati dalla macchina produttiva di ricchezza monetaria.
L’astrazione dalla concreta esperienza della vita di ciascuno dal proprio contesto pratico-affettivo si risolve in questo caso in una alienazione totale. È questa alienazione che oggi emerge drammaticamente nelle condizioni della crisi che stiamo attraversando, che non è appunto soltanto una crisi economica, ma la crisi, come abbiamo orami spiegato tante volte, di una intera forma di vita.

giovedì 5 gennaio 2012


Facebook riabilita il profilo abortista di Raffaella Frullone, 05-01-2012, http://www.labussolaquotidiana.it

Facebook  viola la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e del cittadino e va denunciata. Problemi di privacy, penseranno i più, e invece no, la gravidanza è il problema, e le “istruzioni per l’uso” in tema d'aborto, l'oggetto del contendere.

L’accusa arriva dall’Olanda, dalla fondatrice di “Women on waves”, ovvero “Donne sulle onde”, Rebecca Gomperts che sul sito dell’associazione si dichiara medico, artista, attivista per i diritti delle donne. Dev’essere stato l’inusuale mix di discipline, la medicina e l’arte, a ispirare Rebecca nel postare sul suo profilo del più popolare social network, un foglietto di istruzioni così che le donne potessero abortire  «in tutta sicurezza fino alla nona settimana di gravidanza », immagine che poco dopo è sparita dal profilo e alla Gomperts è stato bloccato l’accesso a Facebook per due giorni.

Furiosa, l’attivista ha spiegato che l’immagine soppressa era semplicemente: « un’immagine che conteneva le indicazioni per abortire con il Misoprostol (che si trova generalmente in vendita in farmacia), completo di posologia, metodo di somministrazione, lo svolgimento dell’aborto, l’illustrazione di eventuali complicazioni e perfino il comportamento da adottare nel caso in cui fosse necessario rivolgersi a un medico», pacchetto completo insomma, condito dallo stupore nel vedere censurata un’immagine così innocua.

L’azione di Rebecca Gomperts non è altro che l’espressione del movimento da lei fondato che porta avanti una battaglia a favore delle donne che vivono in paesi in cui l’aborto è vietato, e ha l’obiettivo di proporre loro delle procedure mediche per aggirare la legge in tutta sicurezza e – sottolinea la Gompterts, in perfetta linea con le raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.
Ma come, chi denuncia la violazione dei diritti, poi cerca di aggirare la legge? Ebbene sì, è tutto spiegato sul sito di Woman on Waves, presentato come lo spot di una crema dimagrante, come la più irrinunciabile offerta di Natale.

“Gravidanza indesiderata? Clicca qui. Questo servizio online di aborto medico aiuta le donne ad avere accesso all’aborto sicuro attraverso la pillola, e ha l’obiettivo di ridurre le morti causate da abortion sicuri”. Poi precisa: “Soltanto le donne  che vivono in paesi in cui non sono presenti servizi per l’aborto sicuro, possono usare questo servizio. L’aborto con la pillola è sicuro, milioni di donne lo hanno provato e possono testimoniare di avere fatto tutto a casa da sole con una piccola supervisione medica”.

Non sappiamo quale sia stata la ragione per la quale il social network abbia rimosso l’immagine, forse perché chiede ai suoi utenti di non postare contenuti che “incitino alla violenza”? Certamente sappiamo che poco dopo l’associazione della Gomperts ha gridato alla censura, e alla mobilitazione generale contro la soppressione di un “oggetto che doveva favorire il dialogo”.

Come ormai sappiamo, le lobby abortiste sono molto potenti, anche più di un social network che conta 750 milioni di utenti e, tempo qualche giorno, e le istruzioni per l’uso sono riapparse belle  e pronte sul profilo dalla quale erano state rimosse, condite da tante scuse da parte di Facebook.

“Gentile dottoressa, la foto che è stata rimossa non violava il nostro statuto di diritti e responsabilità, certamente si è trattato di un errore.. Ci scusiamo per la rimozione e i disagi che le abbiamo provocato […] Non avrà problemi se desidererà postarla nuovamente. Tanti auguri per il nuovo anno”.

Scuse che hanno accontentato la Gomperts  e anche un centinaio di “amici” che compulsivamente cliccano MI PIACE. Nell’esprimere soddisfazione la Gomperts  ha rimarcato come Facebook abbia una grande responsabilità sociale del garantire e proteggere i diritti umani.

Non quelli garantiti dalla legge e non quelli del concepito, evidentemente.

lunedì 2 gennaio 2012


Malato, cerca rene su Internet Lo dona un'amica di Facebook  - Negli Usa uomo ha pubblicato l'appello e tra i 1.400 followers risponde una donna, salvandogli la vita. Domani il trapianto, 2 gennaio 2012

Oltre che vecchi amici da tutto il mondo su Facebook si può trovare anche altro: un rene, per esempio. Il sito di social networking è infatti diventato, almeno negli Stati Uniti, un forum dove pubblicare richieste di aiuto e sono sempre di più le persone con malattie renali a sfruttarlo per cercare una soluzione. Damon Brown di Seattle ha trovato un rene tramite Facebook dopo aver raccontato la sua storia su un profilo creato appositamente da lui e dalla moglie. Amici e familiari di Brown hanno diffuso il link tra conoscenti e il sito ha presto raggiunto 1.400 followers.

Qualche tempo dopo Jacqueline Ryall, una donna che Brown e la moglie conoscono da anni ma non era un'amica stretta, ha offerto di donare un rene per salvarlo."Ha detto che non lo sta facendo per me, ma per i miei figli che meritano di avere un padre", ha raccontato il 38enne Brown. "Sono contenta della mia vita, ho ricevuto molto e ora ho la responsabilità di regalare qualcosa a qualcuno", ha spiegato la 45enne Ryall. Spero, ha aggiunto, che la mia decisione convincerà altre persone a fare una scelta simile. Quando il trapianto, che sarà effettuato domani, è stato confermato Brown ha pubblicato la notizia sul profilo di Facebook. Più di 300 persone hanno risposto congratulandosi con lui: "Wow, che meraviglioso regalo di Natale", ha scritto Kelly L. Hallissey. La storia di Damon Brown non è isolata, ha spiegato April Paschke dello United Network for Organ Sharing, un'ong privata che gestisce il sistema di trapianti per il governo federale Usa.

"Vediamo sempre più persone che trovano una soluzione tramite siti di social networking", ha riferito Paschke. "È - ha aggiunto - un'estensione del modo in cui comunichiamo. Prima che arrivasse internet la gente comunicava in altri modi: per passaparola, tramite annunci letti in chiesa o pubblicità". Molte persone non sanno che reni e fegato possono essere prelevati da donatori viventi e non soltanto da persone decedute. Dei 16.800 reni trapiantati negli Usa nel 2010, 6.277 provenivano da persone viventi.

lunedì 9 maggio 2011

Pazienti  2.0 - Sociel network e blog stanno rivoluzionando il rapporto fra malati, malattia e medici - Internet - Come l'evoluzione del web cambia la vita di chi ha un problema di salute - Reti sociali e blogterapia - Cosi la medicina sta diventando «2.0» di Adriana Bazzi, Corriere della Sera, 8 maggio 2011

Addio Hercy! scrive Mamiga e continua: «L’ultimo Hercy è la fine delle terapie in infusione per il tumore. É un capitolo che si chiude, prima che se ne apra un altro, quello dei controlli periodici».
Hercy é l’Herceptin, uno dei farmaci più usati nella cura del cancro al seno. Mamiga é una mamma di due bambini
che racconta un anno di convivenza con la sua malattia nel blog oltreilcancro.it, insieme ad altre (per lo più) giovani malate. Con lei c’é Innoallavita che ci dice: «Vogliamo parlare delle nostre difficoltà e angosce quotidiane. La blogterapia é una grande risorsa per patologie come la nostra».
Blogterapia, anche il web può aiutare i pazienti: olireilcancro.it è un esempio, ma ce ne sono molti altri.
Ma perché le persone parlano online dei loro mali?
«Il sentirsi protagonisti aiuta a uscire meglio dalla malattia - commenta Claudio Mencacci, direttore del Dipartimento di Neuroscienze all'Ospedale Fatebenefratelli di Milano. — Quest'ultima costringe all’impotenza e alla solitudine, mentre il rapporto con gli altri, attraverso i social network, può aiutare a ricreare la stima di sé». Uno dei blog più famosi, negli Usa, e CarePages,com: pazienti ricoverati in ospedale, ad esempio, aggiornano familiari e amici sulle loro condizioni.
Blog, forum e social network (come Facebook, Twitter o YouTube), tutti strumenti del «web 2.0», stanno rivoluzionando la vita dei pazienti, il la-oro dei medici, l'attività di ricerca scientifica, il rapporto medico-paziente, l’informazione in sanità.
Tutto é cominciato nel 2006 negli Stati Uniti e, da noi, più o meno l‘anno scorso, con il passaggio dal web tradizionale (il «web 1.0») al web 2.0.
Se il web 1.0 era qualcosa di statico e il flusso dell’informazione era unidirezionale, con il web 2.0 le cose cambiano: l'utente viene messo al centro dei servizi e può interagire con altri.
«I blog sono stati i primi a partire — spiega Eugenio Santoro responsabile del Laboratorio di Informatica Medica all' Istituto Mario Negri di Milano —. Sono spesso gestiti da pazienti e consentono, sostanzialmente, uno scambio di storie e di esperienze. Offrono un supporto che i medici difficilmente garantiscono dopo le dimissioni all’ospedale».
Uno degli svantaggi del blog é che gli spunti di discussione nascono da chi lo gestisce. I social network (reti sociali), sono piu democratici: chiunque può lanciare uno spunto che diventa argomento di discussione della "community".
«Quando si parla di social network — continua Santoro che ha appena pubblicato il libro «Facebook, Twitter e la
Medicina» (Pensiero Scientifico Editore) — si pensa subito a quelli generalisti tipo Facebook, ma i social network in
ambito medico non sono questi; sono realizzati su piattaforme più controllate (per esempio Ning) e mettono a disposizione strumenti capaci di facilitare l'interazione di varie persone con uno stesso problema».
Persone che, in genere, sono affette da qualche malattia, spesso cronica, come il diabete, come l’asma. Un esempio per tutti: Pazienti.org, nato sulla falsariga dell’inglese PatientOpinion.org.
Ma non ci sono solo siti che aggregano pazienti. Ci sono anche quelli come Mammeonline.net che parlano di gravidanze e neonati, come Traineo.com o FatSecret.com o Diettv.com che suggeriscono diete a chi vuole perdere peso.
In Italia stanno cominciando a nascere, negli Stati Uniti sono già una realtà consolidata. Uno dei social network americani più famosi é PatientsLikeMe.com che raccoglie quasi 100 mila pazienti.
«I social network sono l’evoluzione dei forum (gestiti da qualcuno che risponde a delle domande ndr)» puntualizza Santoro. Questi ultimi sono rigidi, permettono di partecipare a una discussione, ma non consentono una interazione fra pari al contrario dei social network, che, inoltre, sono più flessibili: permettono di linkare un video di YouTube, un’immagine di Flickr, una serie di diapositive di SlideShare, di rilanciare un articolo letto su una rivista scientifica, sempre attraverso un link. La novità del web 2.0 é, dunque, la condivisione dell'informazione attraverso strumenti altamente tecnologici.
Anche Facebook ospita pagine mediche (una si chiama "cellula cancerosa") che sono pubbliche: possono, cioè, essere viste da tutti e non richiedono l"‘amicizia" (per accedere, invece, a una pagina "personale" del tizio X o del gruppo Y, occorre chiedere la possibilità di accesso, cioè l’amicizia, al tizio X o a Y). E Facebook ha un grande impatto in termini di informazione sanitaria. Ai tempi dell’influenza H1N1, questo social network, in Italia, ha contribuito al flop della vaccinazione (nella discussione è prevalsa la paura degli effetti collaterali da vaccino).
Oggi, però — continua Santoro — Facebook e Twitter sono più utilizzati come social media, cioè come strumenti di propagazione dell`informazione, anche medico-sanitaria, che ha origine da altri media, compresi quelli tradizionali, come giornali e canali TV (che infatti hanno aperto pagine su Facebook per diffondere i propri contenuti ndr)»,
«L'informazione rimbalza attraverso le reti di amicizia — spiega Santoro —. Ecco perché chi fa informazione sanitaria ha interesse ad aprire un canale Facebook o Twitter».
Twitter funziona come Facebook, ma con due vantaggi: i suoi canali sono pubblici (non si deve chiedere l"’amicizia") e i messaggi sono al massimo di 140 caratteri per questo possono viaggiare sotto forma di Sms anche attraverso i cellulari di vecchia generazione.
Le associazioni di pazienti, per esempio, usano molto Facebook e Twitter per cercare nuovi adepti o per farsi conoscere. E anche per la raccolta fondi: il sistema funziona.
I SOCIAL  NETWORK NUOVI MEDIATORI NEL RAPPORTO MEDICO PAZIENTE - Corriere Della Sera, 9 maggio 2011, di Adriana Bazzi

C`era una volta il medico di fiducia. E non parliamo del medico «romantico» alla Archibald Cronin che si prende a cuore la salute dei minatori del Galles (nel romanzo La cittadella) e nemmeno del dottore, uscito dal pennello del
pittore e disegnatore americano Norman Rockwell, che visita anche la bambola di una sua piccola paziente (il quadro si chiama Doctor and Doll). Parliamo dei medici d’oggi, finora unici depositari dell'informazione sanitaria e indiscussi intermediari di quest’ultima con il paziente. Tipologie di dottori che (forse) si stanno avviando sul viale del tramonto, rimpiazzati da Internet e dagli strumenti del web 2.0, social network (come Facebook o Twitter) in testa.
Oggi i pazienti che discutono online delle loro malattie, attraverso blog e forum, e danno persino i voti a ospedali e
medici, sono in costante aumento (come dimostra il dossier del Corriere Salute di ieri . E qualcuno comincia a parlare di «disintermediazione» della medicina. Chi fornisce informazioni su salute e malattie non è più soltanto il medico (il mediatore tradizionale), ma é Internet e sono i social network che assumono così il ruolo di «apomediatori»: guidano il paziente, ma se ne stanno da parte e non forniscono il «servizio», come fa, invece, il medico.
Questa nuova situazione pone una serie di problemi. Eccone almeno quattro.
Primo: il cambiamento del rapporto medico-paziente. Il medico, oggi, deve affrontare un paziente molto più informato e deve imparare a gestire questa nuova realtà. Un piccolo esempio: é opportuno o no che conceda l‘«amicizia» su Facebook a un assistito? Secondo: la scelta (e il modo) di dire la verità al malato, soprattutto di fronte a condizioni gravi, deve fare i conti con quello che Internet può sbattere in faccia, senza mezzi termini. Terzo: i giudizi su medici e ospedali che cominciano a circolare sul web (un po` come succede per gli hotel con "Trip/Advisor) sono attendibili?
Ultimo: la manipolazione dell'informazione é dietro l’angolo, il marketing informatico é una realtà e gli interessi in gioco sono enormi. Come difendersi? Domande che dovranno trovare risposte in un dibattito tutto da costruire.