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martedì 4 dicembre 2012


Spinta verso l’aborto nelle Filippine: la Chiesa combatte con le “armi” del digiuno e della preghiera 

dicembre 4, 2012 Benedetta Frigerio - http://www.tempi.it
Anche nella cattolicissime Filippine si spinge affinché la piaga dell’aborto sia diffusa. E se in Europa la norma che legalizzava l’aborto venne approvata Stato dopo Stato con un nome che potesse ridurne l’impatto, “Norme per la tutela sociale della maternità sull’interruzione volontaria della gravidanza”, nelle isole del Pacifico il testo di legge è stato presentato come “Reproductive health Bill” (“Legge sulla salute riproduttiva”). A leggere il testo si capisce che per “tutela della salute” si intendono l’aborto, la contraccezione, i metodi di controllo delle nascite e la pianificazione familiare.
DUE ANNI DI BATTAGLIA. Finora l’opposizione della Chiesa, che per due anni si è appellata alle norme della Costituzione in cui si proteggono esplicitamente la vita e la famiglia, era bastata a frenare la volontà del presidente Benigno Aquino. Ieri, però, il presidente ha riunito la Camera e la coalizione politica che lo sostiene chiedendo un processo breve di approvazione del testo, che dovrebbe compiere un iter di appena una settimana. I vescovi non hanno trovato altro strumento umano con cui combattere il provvedimento se non implorando l’aiuto di Dio. Infatti, anche se Juan Ponce-Enrile, presidente dell’altro ramo del Parlamento, ha dichiarato di non voler cedere, tanto più che la legge per i contenuti delicati che tratta dovrebbe passare per ben tre volte all’esame delle Camere e solo successivamente essere votata, la nuova spinta in avanti di Aquino ha fatto capire ai cattolici che il presidente, in carica per altri quattro anni, non si fermerà.
PREGHIERE E DIGIUNI. La Chiesa ha quindi scelto di giocare su un altro terreno, chiedendo ai fedeli di «usare le armi della preghiera e del digiuno contro il provvedimento». Il presidente della Commissione per la famiglia e per la vita della Conferenza episcopale delle filippine, Gabriel Reyes, ha inviato all’agenzia Fides una nota in cui scrive che i cristiani «pregheranno e digiuneranno a partire da oggi e nei giorni successivi». I vescovi poi hanno chiesto il voto aperto e non segreto, così che i cittadini sappiano chi ha votato e cosa. Ugualmente aveva sbalordito la reazione della Chiesa nigeriana che il 4 novembre scorso, davanti alla dissacrazione di una chiesa nel Sud, aveva deciso di vivere «una settimana di preghiera, digiuno e penitenza in riparazione delle offese subite e per la conversione dei propri persecutori».
Allo stesso modo, dopo mesi di lotta politico-culturale, sta rispondendo la Chiesa americana all’attacco all’obiezione di coscienza del presidente Obama: proprio il 12 novembre scorso, di fronte a tutti i vescovi riuniti, il capo della Conferenza episcopale americana, Timothy Dolan, ha chiesto di accostarsi più spesso possibile al sacramento della Confessione e di tornare a fare penitenza ogni venerdì. Spiegando che per sfidare un male tanto grande l’unica via per fortificarsi è la conversione personale.

PAPA BENEDETTO XVI. E se in tempi bui per sé la Chiesa sta tornando alla preghiera e alle pratiche penitenziali si può intuire perché leggendo quanto papa Benedetto XVI disse il 21 febbraio del 2007, in occasione nell’Omelia del mercoledì delle Ceneri: «Il digiuno e le altre pratiche quaresimali sono considerate dalla tradizione cristiana “armi” spirituali per combattere il male».Al riguardo, aveva detto «mi piace riascoltare insieme a voi un breve commento di san Giovanni Crisostomo. “Come al finir dell’inverno – egli scrive – torna la stagione estiva e il navigante trascina in mare la nave, il soldato ripulisce le armi e allena il cavallo per la lotta, l’agricoltore affila la falce, il viandante rinvigorito si accinge al lungo viaggio e l’atleta depone le vesti e si prepara alle gare; così anche noi, all’inizio di questo digiuno, quasi al ritorno di una primavera spirituale forbiamo le armi come i soldati, affiliamo la falce come gli agricoltori, e come nocchieri riassettiamo la nave del nostro spirito per affrontare i flutti delle assurde passioni, come viandanti riprendiamo il viaggio verso il cielo e come atleti ci prepariamo alla lotta con lo spogliamento di tutto».

lunedì 16 aprile 2012


La conversione di Devin Rose: come rinascere “sfidando” Dio di Antonio Ballarò, 15 aprile, 2012, http://www.uccronline.it http://www.uccronline.it

Devin Rose è un normale ragazzo, con una vita molto simile a quella che ognuno vive ai giorni nostri. Nasce in una famiglia cristiana, ma lo era solo di nome perché dirsi cristiani in fondo, ormai va di moda. Tutti si definiscono così per poi dimostrare la loro completa estraneità alla fede in Gesù Cristo.

E’ normale che con il passare degli anni Devin abbia deciso durante il liceo di professarsi non credente. Giunto all’università, Devin, nonostante la sua vita normale accompagnata anche da buoni voti, una fidanzata e una numerosa presenza di amici, ha cominciato a sentire che qualcosa non funzionava: “Ho iniziato a essere divorato dall’ansia … ero nervoso nelle aggregazioni sociali, nei cinema o nei ristoranti …”, afferma . Più i giorni passavano e più l’ansia aumentava, quasi a trasformarsi in veri e propri attacchi di panico, perlopiù senza un apparente motivo, fino ad arrivare al desiderio di morire.

In questa drammatica situazione si è sentito solo, nonostante l’immenso amore dimostratogli dalla sua famiglia e dagli amici. La decisione che prese fu quella di “affrontare” il suo ateismo, diventato secondo lui il sinonimo della sua situazione. Decise così di parlarne con sua madre, e assieme si sono rivolti ad uno psicologo. La terapia diede qualche risultato, ma in realtà era uno stato soltanto parzialmente positivo, venne aiutato solo in modo limitato: «Ero clinicamente depresso, soffrivo di attacchi di panico frequenti, e combattevo una lotta titanica con le mie angosce infinite», racconta. Ed ecco la svolta: l’intuizione che la sua “infallibile” ragione “aveva fallito”, seguita dalla drammatica e tragica decisione: uccidersi o credere in Dio.

Era però consapevole di non poter fingere di “credere”,  e ha voluto domandare sinceramente aiuto: «Dio, tu sai che io non credo in Te, ma io sono nei guai e ho bisogno di aiuto. Se sei reale, aiutami». Dio risponde sempre, spesso non come pensiamo noi (“i miei pensieri non sono i vostri pensieri, nè le vostre vie sono le mie vie”, Is55, 1-11) e questo ci porta a lamentarci piuttosto che aprire meglio gli occhi. Non accadde nulla, infatti, ma Devin ha persistito a domandare e infine una risposta è arrivata: «È stato qualcosa che non avevo mai sperimentato», racconta oggi. «Mi ha dato il coraggio e la forza di affrontare le mie ansie paralizzanti e cominciare a superarle». Molto è servita l’amicizia con il suo compagno di stanza al college, di fede Battista: è sempre attraverso un altro che si può incontrare il cristianesimo. Ma non si è fermato qui: ha voluto capire il motivo delle divisioni all’interno del cristianesimo e imbattendosi nella storia della Chiesa cattolica, ha capito dove stesse l’autenticità. Dopo una breve catechesi è stato battezzato nel 2001. Oggi è ingegnere informatico e afferma: «posso dire che, dopo aver vissuto la fede cattolica per dieci anni, la mia fiducia in Cristo e la Sua Chiesa è diventata sempre più forte».

mercoledì 28 marzo 2012


Gran Bretagna: vietato credere ai miracoli di Gianfranco Amato, Corrispondenza romana, 27 marzo 2012, 1235, Politica estera

(di Gianfranco Amato) In Gran Bretagna sulla tutela dei consumatori in tema di pubblicità ingannevole vigila severa la Advertising Standards Authority (ASA). Paiono davvero inflessibili gli occhiuti censori di quell’autorità, che non intendono far sconti a nessuno, neppure al Padreterno. Sì perché l’ultimo provvedimento dell’ASA riguarda un’ingiunzione notificata ad un’organizzazione cristiana, con la quale si proibisce di comunicare pubblicamente il fatto che attraverso la preghiera sia possibile ottenere una guarigione fisica.

Ecco cosa è accaduto. A Bath, nella celebre città termale della contea del Somerset, l’associazione cristiana Healing On The Streets (HOTS), composta da volontari che si offrono di pregare per le persone ammalate, ha avuto la malaugurata idea di scrivere sul proprio sito web, e su alcuni volantini distribuiti pubblicamente, che attraverso la preghiera si può guarire. Pubblicità truffaldina ed ingannevole secondo i funzionari della draconiana ASA. A denunciare l’asserito raggiro ha provveduto un’attivista atea, Hayley Stevens, la quale si è sentita profondamente offesa dal cinismo con cui i cristiani «promettono false speranze alle persone ammalate».

Hayley Stevens, nel suo esposto inoltrato alla  Advertising Standards Authority, ha anche evidenziato i rischi di quella «pericolosa impostura», sottolineando gli effetti negativi che si potrebbero avere «nei confronti di soggetti affetti da gravi patologie, qualora questi rinunciassero alle cure mediche per rifugiarsi nell’illusione religiosa». La Advertising Standards Authority, ritenendo inaccettabile un simile broglio, e nella convinzione di dover tutelare i cittadini britannici da ogni possibile frode comunicativa, ha deciso di accogliere le doglianze della Stevens, ed ha conseguentemente emesso un provvedimento inibitorio a carico dell’associazione cristiana Healing On The Streets, il cui comportamento è stato definito, oltre che illegittimo, anche «irresponsabile».

Paul Skelton, il fondatore di HOTS, si è dichiarato allibito per quanto successo, ritenendo «assurda la pretesa dell’ASA di impedire la comunicazione, attraverso il sito web, di un principio religioso cristiano, come quello della possibilità di guarigione attraverso la preghiera». «La Advertising Standards Authority ‒ ha precisato Skelton ‒ ci ha persino imposto di sottoscrivere un documento in cui ci saremmo impegnati a non dare più, in futuro, quella comunicazione». Sembra di essere tornati ai tempi antichi delle persecuzioni, quando ai cristiani veniva intimata la denuntiatio, ovvero la diffida a non divulgare il loro credo (“ne loquerentur in nomine Iesu”), cui seguiva, successivamente, l’imposizione della abiuratio.

Nonostante le intimidazioni subite, Paul Skelton ha deciso, a nome dell’associazione che rappresenta, di ricorrere contro la decisione della Advertising Standards Authority, per cui sarà interessante vedere cosa deciderà in merito l’autorità giudiziaria. Se davvero si riterrà di dover applicare all’annuncio cristiano gli advertising standard dell’ASA, e quindi di sottoporre quella fede alle ferree leggi del codice pubblicitario britannico, qualche interrogativo si imporrà.

Sarà ancora lecito affermare, ad esempio, che i peccati possono essere perdonati? Che è possibile guadagnarsi il Paradiso dopo la morte? Che i miracoli esistono? Non oso neppure immaginare cosa potrebbe accadere, in caso di conferma della decisione dell’ASA, ai volontari della Catholic Association, l’organizzazione cattolica britannica che da più di cento anni organizza pellegrinaggi di malati a Lourdes. Ora l’assurda e prepotente logica del politically correct oltre alla fede intende uccidere anche la speranza. 

lunedì 9 gennaio 2012


La fede e il benessere psicofisico: correlazioni e distinzioni dall’“effetto placebo”, 8 gennaio, 2012, di Maria Beatrice Toro, psicologa e psicoterapeuta (mariabeatricetoro.wordpress.com), http://www.uccronline.it

“Con questo articolo diamo avvio alla collaborazione con Maria Beatrice Toro, psicologa, psicoterapeuta, psicodiagnosta esperta nel test di Rorschach, laureata in Filosofia e in Psicologia, svolge la professione di psicoterapeuta, ricercatrice e docente presso l’Università Sapienza di Roma, l’università LUMSA, diverse Scuole di specializzazione in Psicoterapia e presso il Centro Europeo di Criminologia CEPIC. Dal 2008 è Direttore Didattico della Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Cognitivo Interpersonale SCINT di Roma, dal 2010 Coordinatore scientifico e Ricercatrice Clinica presso l’Istituto di Terapia Cognitivo Interpersonale (ITCI). Membro del board editoriale della rivista “Idee in Psicoterapia” (Alpes Edizioni) e Coordinatore Scientifico della rivista “Modelli per la mente” (CIC edizioni), collabora con vari istituti di ricerca affrontando tematiche relative prevalentemente all’infanzia. È autrice di diversi articoli e libri pubblicati con diversi editori e di numerose pubblicazioni scientifiche su riviste nazionali e internazionali”.


Gli studi che individuano maggiori livelli di benessere e di salute nei credenti colgono diversi aspetti di un fenomeno affascinante e complesso, che tocca stili di vita, modi di pensare, assetti affettivi ed emotivi, pratiche quali la preghiera e la meditazione, la frequentazione regolare di funzioni e celebrazioni religiose, l’abitudine a effettuare esercizi spirituali. Se è vero, infatti, che le persone religiose potrebbero godere di maggiore salute – come riporta la letteratura scientifica sull’argomento – poiché tendono ad assumere stili di vita più sani (in conseguenza all’accettazione di prescrizioni e regole di vita che scoraggiano una serie di pratiche dannose), sembra, tuttavia, importante sottolineare come non tutto si possa spiegare in base a questo tipo di  premessa. Non sono in molti a dubitare seriamente che uno stile di vita salutare contribuisca a migliorare il benessere ed è altamente probabile che condividere il medesimo stile moderato con la collettività dei credenti rafforzi la propria determinazione e la fermezza nel mantenere i propositi. Fin qui niente di illuminante, se non la constatazione che chi crede ha maggiore motivazione nel seguire delle buone pratiche ed è incline ad autodisciplinarsi in modo più efficace rispetto a chi non crede. Un altro dato che può in parte spiegare il benessere delle persone religiose riguarda la minore vulnerabilità alla depressione; questa si lega, probabilmente, al contrasto del sentimento di disperazione e a una buona capacità di riconoscere i momenti in cui si ha bisogno di aiuto, che distingue i religiosi dagli scettici. I credenti hanno un maggiore sentimento di fiducia nel poter ricevere aiuto. La cosiddetta “inaiutabilità”, una percezione che è caratteristica di chi tende a sviluppare disturbi depressivi, viene mitigata, nei credenti, dal messaggio che si può fidarsi e che quando si è in difficoltà si può chiedere, con la preghiera, ma anche con il ricorso agli altri.

Ciò che mi appare interessante è tentare di sondare il senso di tali specificità di pensiero e comportamento, introducendo elementi propriamente psico-biologici e correlandoli al maggior benessere psicofisico. Torno, allora, come primo esempio, alla capacità di autodisciplina, provando a delineare il motivo grazie a cui i credenti risultano in grado di controllarsi di più, come riporta una gran mole di letteratura scientifica sull’argomento. Una delle ragioni può risiedere nel fatto di mettere grande impegno ed energia nel perseguire obiettivi, allorché questi obiettivi vengano percepiti come fondamentali, o, ancor più, come sacri. Non si tratterebbe, però, di una specificità esclusiva delle persone religiose, ma riguarderebbe, piuttosto, tutte quelle persone che possiamo definire “molto determinate”.  Il discorso si approfondisce se si vanno ad osservare gli effetti dei sentimenti e delle attività tipiche dei credenti, cercando di individuare quale sia il loro impatto sulla mente umana e sulla qualità della vita. Un passo importante è, allora, sottolineare il senso di speranza e fiducia che caratterizza chi dà una prospettiva positiva e un senso alle cose. È una sorta di “nutrimento spirituale”, che, nella maggior parte dei casi, può migliorare l’affettività, innalzare l’autostima e promuovere atteggiamenti costruttivi.

Ci si può soffermare, poi, sul contributo apportato da pratiche fondamentali collegate alla fede, quali la preghiera, solitaria o collettiva, la meditazione, la partecipazione alle celebrazioni, per andare a vedere nel dettaglio come possano incidere su stati psicofisici e qualità mentali, quali la volizione e l’autocontrollo. Tutti questi atteggiamenti e comportamenti si ripercuotono, infatti, nel funzionamento cerebrale in modo peculiare, favorendo lo sviluppo di alcune caratteristiche. Gli effetti maggiori riguardano l’attivazione di aree importanti, nei lobi parietali e temporali, nella corteccia anteriore del giro del cingolo e nella corteccia prefrontale mediale. Tali aree hanno a che fare con le cosiddette “capacità meta cognitive”:  riflessione, empatia, capacità di auto-regolazione. La fede e la preghiera comportano, in particolare, modalità di attivazione cerebrali molto diverse dalle attivazioni che si osservano nei fenomeni di suggestione, che passano per altre vie neurali e altri sistemi psicofisiologici. Gli effetti, che oggi si sa essere benefici, della preghiera e della meditazione vanno distinti da quelli del rilassamento, delle pratiche suggestive e ipnotiche, dell’effetto placebo.

Nell’effetto placebo, infatti, i meccanismi neurofisiologici che sono attivi nei soggetti altamente suggestionabili non risultano sovrapponibili a fenomeni osservati nei credenti. I meccanismi della suggestione coinvolgono, anche qui, aree specifiche del cervello, che hanno a che fare con i cosiddetti “sistemi del reward”, quei circuiti neurali che si attivano in base a quanto un’attività sia gratificante. In particolare, una serie di studi ha approfondito il meccanismo psicofisico indotto nel paziente in seguito alla somministrazione di sostanze che non hanno nessuna reale proprietà farmacologica, ma che in molti casi dimostrati riesce ad alleviare un dolore o addirittura a migliorare lo stato fisico. Secondo la definizione di Shapiro: «Placebo è ogni procedura deliberatamente attuata per ottenere un effetto o che, anche senza che se ne abbia nozione, svolge un’azione sul paziente o sul sintomo o sulla malattia, ma che oggettivamente è priva di ogni attività specifica nei confronti della condizione oggetto di trattamento. Tale procedura può essere attuata con o senza consapevolezza che si tratti di un placebo». Si tratta di un fenomeno che ha molto a che fare con la suggestione, ma ha caratteristiche peculiari che lo distinguono dagli altri tipi di suggestione, quali l’ipnosi e l’autoipnosi. Una ricerca condotta dai di neurologi del Department of Psychiatry and Molecular and Behavioral Neuroscience Institute dell’Università del Michigan, coordinati da Jon Kar Zubieta, ha individuato, in particolare, un settore del sistema limbico, il Nucleus Accumbens che viene potentemente coinvolto quando si attiva l’effetto placebo. Questo nucleo e il sistema endorfinico della dopamina intervengono, infatti, quando ci si aspetta di ricevere un aiuto e influenzano la risposta alle cure mediche. La pratica religiosa attiva meccanismi cerebrali differenti e sovrapporre l’effetto placebo ai fenomeni legati alla fede, al di là della propria personale posizione sull’argomento, sarebbe, comunque, un errore scientifico abbastanza grossolano.

Fatta, dunque, questa importante distinzione, vorrei concludere questa breve riflessione con un approfondimento, suggerito dagli studi di Andrew Newborg e Eugene d’Aquili, pionieri nella ricerca dei meccanismi neurobiologici della fede. I due studiosi affermano, riportando l’ampia letteratura in materia, che i comportamenti religiosi contribuiscono alla buona salute per la loro capacità di riduzione dello stress. Una preghiera silenziosa, o una meditazione, o la partecipazione a una celebrazione attivano la funzione parasimpatica, rafforzando la risposta immunitaria agli agenti patogeni, riducendo frequenza cardiaca e pressione sanguigna, nonchè la concentrazione ematica di ormoni quali il cortisolo.

C’è, però, anche un tipo di attivazione ulteriore, che può essere innescato dalla preghiera intensa e continuativa. Questa pratica favorisce il raggiungimento della percezione che le cose abbiano un senso unitario. E’ il cuore spirituale dell’esperienza religiosa, il momento in cui si nella mente si apre lo spiraglio della trascendenza, reso possibile dalla struttura stessa del nostro cervello. Le specificità umane rendono infatti possibile questo tipo di intuizione e di dialogo, in cui si trascende se stessi; i suoi complessi effetti non si spiegano agevolmente ricorrendo a sovrapposizioni con altre attività e stati mentali.  Se vogliamo indagare la natura di questa capacità di auto trascendenza dell’essere umano ed i suoi effetti, spesso benefici, è importante partire dall’ipotesi che si tratti di qualcosa di diverso, di un fenomeno originale, una peculiarità di funzionamento assunta dalla coscienza umana quando entra in gioco l’esperienza di Dio.

martedì 29 novembre 2011


Con il Rosario salviamo i bambini di Andrea Zambrano, 29-11-2011, http://www.labussolaquotidiana.it

“CON la perseveranza salverete la vostra vita”. Andrea Mazzi, 45 anni (nella foto), una moglie e due figli, ingegnere della multiutility di Modena e si definisce "obiettore fiscale" perché non vuole “che lo Stato finanzi l'aborto con i miei soldi”, ha preso la frase evangelica e l’ha fatta propria. Però ci ha aggiunto qualcosa: “... Salverete anche la vita degli altri, specie se a rischio di non nascere”. Come? Seguendo alla lettera una frase profetica del suo padre spirituale, don Oreste Benzi. Eccola: «Ho trovato il modo per far cessare gli aborti in tutta Italia: andare a pregare di fronte agli ospedali». Mazzi racconta che quando nel 1998 il sacerdote riminese propose la cosa ai “ragazzi” della comunità Papa Giovanni XXIII era già chiaro fin da subito che per quell’intuizione profetica serviva principalmente la faccia tosta di chi sa di perdere tutto per trovare tutto. Così ogni lunedì a Modena e in altri giorni in altre 6 città (Rimini, Ancona, Faenza, Forlì, Bologna e Madrid) il servizio “Maternità difficile e vita” della comunità si ritrova da quasi 13 anni davanti agli ospedali per recitare il Rosario. L’ora è improba: alle 6.45.

Perché così presto?
«Perché quello è l’orario in cui le donne entrano in day hospital per abortire.

Ma scusi, perché non vi trovate nelle cappelle degli ospedali?
«Don Benzi lo ripeteva sempre: “Noi dobbiamo rendere pubblico quello che avviene nel silenzio degli ospedali”. Il fatto è che la società è anestetizzata. Che cosa accadrebbe se un giornale domani titolasse a sei colonne: “Ieri cinque bambini uccisi nell'ospedale della nostra città”. Direbbe una cosa vera?»

Sì, vera, ma scomoda. Eppure non si fa...
«Lo vede che la nostra società è addormentata? Un motivo della preghiera pubblica è questo. La preghiera è una forma di denuncia pubblica di una grave ingiustizia che si sta compiendo, noi preghiamo Dio ma anche la società affinché cessi».

Esclusivamente pubblico. Una provocazione.
«No. Siamo spinti dalla preghiera come principale dimensione spirituale. L’immagine è molto semplice: sotto la croce c’era Maria, che non poteva far nulla per togliere suo figlio da quel supplizio, ma stava lì e pregava. Ecco, noi facciamo lo stesso. Siamo lì, nell’ora in cui questi bambini vengono uccisi: non possiamo impedire la loro morte, ma stiamo vicino a loro e preghiamo per loro, ci ricordiamo di loro e delle loro madri, anch'esse vittime».

L’ideologia dominante parla di autodeterminazione della donna: guai a chi tocca questo principio. Faccio l’avvocato del diavolo: come vi permettete di giudicare la scelta di queste donne?              «Lo abbiamo sempre detto pubblicamente: non siamo contro le donne, non giudichiamo nessuno. Anzi, la nostra preghiera nasce sempre dalla constatazione del fatto che tutti siamo complici e quindi che la prima necessità è quella della nostra conversione».

Che cosa volete ottenere?
«Preghiamo per le mamme di questi bambini sperando che qualcuna vedendoci pregare possa ritornare sui suoi passi e decidere di accoglierli. Non siamo su un piedistallo a giudicare le “donne peccatrici”, questo lo pensano i tanti che ci attaccano e ci ostacolano anche con la violenza e la forza».

Addirittura?
«Cominciarono quando don Oreste era ancora in vita. Nel ’99 a Rimini venne a pregare anche il sindaco, così nacque un movimento che andò avanti per un certo periodo».

Che facevano?
«Osteggiavano la preghiera. A Bologna arrivarono con gli striscioni per buttarci fuori dai marciapiedi del Sant’Orsola. Altre volte chiamavano i carabinieri. Lo sa cosa disse loro don Oreste?»

No.
«“Ma guardate che i bambini li stanno uccidendo là, dentro l’ospedale, non qua”».

Contestazioni sulla sua pelle?
«A Modena c'è sempre stato chi ha criticato questa preghiera, abbiamo avuto una forte attenzione mediatica anche perché siamo piuttosto numerosi (agli inizi eravamo una cinquantina). Nell’ultimo anno gli attacchi sono diventati più forti».

Da parte di chi?
«Principalmente L’Udi (Unione donne in Italia), area cosiddetta “femminista”, oggi vicina a Sel».

Campagne mediatiche ostili?
«Non solo, attacchi diretti. Un anno fa c’è stato un “salto di qualità”, hanno alzato il tiro».

Perché?
«Dapprima hanno fatto un reclamo alla polizia municipale sostenendo che creavamo confusione e molestavamo le persone. Gli agenti sono venuti e hanno riscontrato l’infondatezza della segnalazione. Quindi hanno diffuso un comunicato dicendo che avremmo molestato una donna che si recava in ospedale, ma si erano basati su una telefonata anonima che loro sostenevano di aver ricevuto: così ci hanno accusato pubblicamente di una cosa assolutamente infondata. Non proprio carino...»

Come andò a finire?
«Con un nulla di fatto, ovviamente. L’Udi lo ha detto pubblicamente: “vogliamo che i “pregatori”  se ne vadano” e per questo “andremo fino in fondo”, fino a quando cioè non troveranno il modo di farla smettere».

Ci sono mai andati vicini?
«Noi non ci siamo mai fermati, e dire che di ostacoli ne hanno messi sulla strada. Le ho già detto dell’assemblea pubblica?»

No...
«Dopo il comunicato hanno organizzato un incontro pubblico per chiedere alle istituzioni di avviare una serie di azioni per impedirci di pregare. Lì hanno rivelato che da anni hanno una forma di attenzione periodica su di noi».

In che modo?
«Di tanto in tanto vengono a controllare quello che facciamo».

Ma voi continuate a pregare anche se siete sotto controllo dei "guardiani della rivoluzione"?
«Certo, l’unica cosa che abbiamo fatto è stato togliere temporaneamente alcuni cartelli che spiegavano le ragioni della nostra iniziativa per far risaltare meglio che siamo solo un gruppo di preghiera e non facciamo manifestazioni politiche. Così è rimasta solo la croce. Ma c’è anche un altro gruppo».

Quale?
«A ruota dell’Udi si sono mossi anche gli autonomi e i collettivi anarchici. A Modena c’è il Guernica, poi c’è un coordinamento donne di Rifondazione comunista, insieme hanno messo in campo azioni per attaccare la preghiera. Lo scorso aprile sono venuti due volte e con i megafoni, mentre noi pregavamo, ci hanno urlato ogni sorta di “complimento”».

E voi?
«E noi continuavamo a pregare...! Soltanto un amico si staccò dal rosario per scattare una foto e documentare la cosa».

Immagino, non l’avesse mai fatto...
«Un autonomo lo ha minacciato: “Se scatti un’altra foto, ti spezzo le gambe”. Ma noi abbiamo sempre mantenuto uno stile mite e nonviolento: abbiamo anche dato loro una lettera e ci siamo resi disponibili per un incontro, che però loro hanno rifutato. Alcuni giorni dopo hanno fatto anche una manifestazione davanti al consultorio e una in piazza».

Contestazioni a parte, c’è qualche risultato?
«Sì, abbiamo tante belle storie a “lieto fine”. Una volta una mamma a Rimini si stava recando ad abortire e poi...»

...e poi?
«E poi il miracolo della preghiera. Entrammo in contatto, le parlammo del bambino che aveva dentro di sé, la incoraggiammo che i suoi problemi si sarebbero pututi risolvere. Lei scoppiò a piangere e decise che non avrebbe abortito. E dopo settimane di angoscia provò finalmente un grande sollievo».

Che cosa le avete detto?
«Che è giusto dare al proprio bambino la possibilità di nascere e di conoscere la vita».

Questo è bastato a convoncerla?
«Non c’era bisogno di convincerla. Lei, come ci raccontò successivamente, sentiva già che doveva dare una possibilità al suo bambino, lui non aveva colpe e non doveva pagare per i suoi sbagli».

C'è qualche donna che cambia idea e torna indietro a ringraziare come nei casi evangelici dei miracoli?                                                                                                                               «Sì, tante. Addirittura a volte succede che qualcuna decida nonostante il nostro aiuto di abortire e poi ci ringrazi perché “almeno voi ci avete provato ad aiutarmi”. La preghiera raggiunge gli angoli più disparati. Ho ancora negli occhi quello che accadde ad una coppia ghanese».

Che cosa?
«Una mamma ci aveva notato durante il Rosario, le lasciammo un volantino. C'era una foto di un bambino nel grembo e la scritta “Why don't you let me live?” (perché non mi lasci vivere?). Salì in reparto e lasciò quel volantino su un comodino della stanza dove c’erano le donne in attesa di abortire. A fianco c'era una coppia di ghanesi. Lei non avrebbe voluto abortire, ma lui l’aveva convinta a farlo. Quando però lui guardò il volantino, rimase folgorato. Guardò la moglie e le disse: “Ma cosa stiamo facendo?”. Si alzarono di scatto e se ne andarono. Dopo pochi minuti sarebbe arrivato l'infermiere a prendere la donna per portarla in sala operatoria».

Folgorati?
«Sì. Abbiamo offerto loro un percorso di affiancamento, ma dopo un po’ abbiamo capito che preferivano muoversi autonomamente. E abbiamo perso i contatti».

Intanto una vita era stata salvata...
«Un paio di anni dopo andiamo a trovare in ospedale un'altra mamma ghanese e vi troviamo una sua amica: era la donna che scappò a pochi passi dall'aborto, Ci riconobbe. Mi disse una frase che non dimenticherò mai: “Ogni volta che guardo mio figlio penso a voi e a quello che avete fatto per me”. Certe storie ti riempiono il cuore, ma facendo questa attività devi confrontarti anche con tanti lutti».

Che cosa dice la Chiesa locale?
«La Chiesa deve essere il punto di riferimento. Don Oreste prima di dare avvio a questa preghiera, ne parlava sempre prima con il vescovo di quella diocesi. Così è stato anche a Modena, e anche il nuovo vescovo è a conoscenza di questa nostra iniziativa. Quando sono partiti gli attacchi alla preghiera il settimanale diocesano ha avviato una raccolta di firme a nostro sostegno».

Come reagiscono i medici e gli infermieri?
«Dentro agli ospedali c'è un grande disagio in chi opera nei vari percorsi per arrivare all'aborto. E' un disagio interiore che si oggettiva nel fatto che sono sempre di più le obiezioni di coscienza.

Non c'è il rischio che siano di comodo? Di chi dice: “Ma chi me lo fa fare?”».
«Quella che è cresciuta molto in questi ultimi anni è un’obiezione di coscienza “da saturazione”. Posso testimoniare con i miei occhi e le mie orecchie: ci sono medici, ostetriche e infermieri che non ne possono più di fare aborti. Capiscono di essere solo ingranaggi di un’orrenda macchina di morte e che non possono andare avanti per sempre a farsi scudo dietro al fatto che c'è una legge da applicare. Certe cose le vedono meglio di altri e faticano a tenerle nascoste perché li costringono a interrogarsi su quello che vedono».

Che cosa vedono?
«Soprattutto l'aborto in fase avanzata, è un piccolo parto. Il bambino nasce vivo ma non ha gli organi pronti per respirare e muore entro qualche ora, salvo casi come quello di Rossano Calabro (aborto alla 26esima settimana, il feto vivrà per un giorno dimenticato dal personale sanitario). Una volta terminato, quelle stesse ostetriche si girano nel letto a fianco e devono assistere un altro bambino, nato alla stessa settimana di gestazione, o poco più, che sta lottando per sopravvivere e si fa di tutto per salvarlo».

Dunque con il feto delle stesse dimensioni...
«E vedono l'orrore! L'orrore di una prassi ospedaliera che di fronte a due neonati uguali lascia morire chi non è destinato a vivere. Un operatore ospedaliero un giorno si recò in cella frigorifera e vide un feto che ancora respirava. E' l'orrore che si aggiunge all'orrore».

Avete conosciuto medici o paramedici che sono diventati obiettori?
«Sì, Un'operatrice ci ha raccontato di una frase che si dicono tra colleghe: “Andremo tutte all'inferno”. Loro lo sanno che è un mestiere tremendo, parlo ovviamente di coloro che fanno parte dell'equipe che segue gli aborti. Di altri sappiamo che sono andati molto in crisi.Dentro gli ospedali c'è un dramma fortissimo. E in tanti arrivano a dire: “Non ce la faccio più”. Anche da questo nasce la Ru 486, che ha lo scopo di aggirare il problema...»

Come accompagnate le donne che si avvicinano a voi?
«Anzitutto bisogna riconoscere, come diceva don Oreste che dietro ad una donna che vuole abortire, c'è sempre qualcuno che la fa abortire. L'aborto è un pensiero estraneo alla donna, è indotto.
Dal padre del bambino...?»

Certo: ricatti, violenza e inviti pressanti sono sempre più frequenti, ma non ci sono solo i compagni.
Ad esempio?
«L'atteggiamento ostile del datore di lavoro, l'ambiente circostante con le pressioni dei genitori o tutori che fanno leva su ragazze minorenni o donne con problemi psichici».

E gli assistenti sociali?
«Ci sono assistenti sociali che di fronte a casi di povertà si permettono di dire: “Pensaci bene, hai già altri bambini...”. E poi ci sono le spinte dei medici».

Che invitano ad abortire?
«Certi responsi di esami prenatali sono tremendi, perché identificano il malato con la malattia. Come si fa a dire a una donna: “Signora, lei aspetta un down?”. E a questo punto tante volte è il medico stesso a suggerire l’aborto. Senza neanche offrire alla coppia la possibilità di incontrare famiglie che hanno bambini con lo stesso problema, per capire realmente di cosa si tratta».

Quindi oltre che una mentalità abortista c'è anche una sorta di induzione sociale all'aborto, come se la donna dovesse affrontare un protocollo ulteriore?
«Altroché. Ecco perché ora l'urgenza è fare campagna di sensibilizzazione su questo tema. Fino ad ora abbiamo visto le campagne sulla libertà della donna di abortire, ma la verità è che loro abortiscono perché non vedono davanti a sé alcuna alternativa, hanno pressioni micidiali attorno che le spingono a farlo».

Avete già idee?
«Prendere a modello quello che accade in diversi stati del nord America.

Che cosa?
«In 12 stati degli USA sono state approvate leggi che prevedono l’obbligo di informare le donne che non devono essere indotte da nessuno. In Missouri e Idaho ci sono già leggi severe che prevedono sanzioni contro chi induce ad abortire. Oppure in Canada è stata presentata la “Roxanne’s Law”, che proponeva sanzioni pesanti dopo il caso di una donna immigrata, uccisa dal compagno perché si era rifiutata di abortire. Il progetto di legge è stato bocciato, ma è già un passo avanti che se ne parli. Una speranza in più, da alimentare con il Rosario del lunedì».

mercoledì 12 ottobre 2011


Il Papa: «La vera gioia è la fiducia in Dio» di Massimo Introvigne, 12-10-2011, http://www.labussolaquotidiana.it

All'udienza generale del 12 ottobre - oltre a rivolgere un toccante appello a favore della comunità copta egiziana - Benedetto XVI ha proseguito nella parte della sua «scuola della preghiera» dedicata ai Salmi, passando dallo scenario tragico dei testi commentati nelle settimane precedenti a «un Salmo dalle note festose, una preghiera che, nella gioia, canta le meraviglie di Dio». Si tratta del Salmo 126 - secondo la numerazione greco-latina 125 -, che celebra l'opera meravigliosa del Signore sia nella storia d'Israele sia nella storia personale di ogni credente.

Così inizia il Salmista:
«Quando il Signore ristabilì la sorte di Sion, ci sembrava di sognare.
Allora la nostra bocca si riempì di sorriso, la nostra lingua di gioia» (vv. 1-2a).
Il Papa attira la nostra attenzione sull'uso, che non è casuale, del verbo «ristabilire». Una situazione è «ristabilita» quando è «restituita allo stato originario, in tutta la sua precedente positività».
Questa restaurazione nello stato primordiale voluto da Dio di una situazione che il peccato e la storia hanno compromesso è frequente nella Sacra Scrittura. La ritroviamo nella vicenda di Giobbe, quando «il Signore gli ridona tutto quanto aveva perduto, raddoppiandolo ed elargendo una benedizione ancora maggiore (cfr Gb 42,10-13)»;  ed è «quanto sperimenta il popolo d’Israele ritornando in patria dall’esilio babilonese».

Anzi, «è proprio in riferimento alla fine della deportazione in terra straniera che viene interpretato questo Salmo: l’espressione “ristabilire la sorte di Sion” è letta e compresa dalla tradizione come un “far tornare i prigionieri di Sion”».

Come al solito nei Salmi, c'è un significato legato alla storia d'Israele, e uno universale che coinvolge tutti noi. «In effetti, il ritorno dall’esilio è paradigma di ogni intervento divino di salvezza perché la caduta di Gerusalemme e la deportazione a Babilonia sono state un’esperienza devastante per il popolo eletto, non solo sul piano politico e sociale, ma anche e soprattutto sul piano religioso e spirituale. La perdita della terra, la fine della monarchia davidica e la distruzione del Tempio appaiono come una smentita delle promesse divine, e il popolo dell’alleanza, disperso tra i pagani, si interroga dolorosamente su un Dio che sembra averlo abbandonato. Perciò, la fine della deportazione e il ritorno in patria sono sperimentati come un meraviglioso ritorno alla fede, alla fiducia, alla comunione con il Signore».

Qui, afferma il Papa, è importante che noi comprendiamo - dopo avere meditato nelle scorse settimane su Salmi ispirati al dolore e alla tragedia - che nella storia talora Dio offre pure, come in questo caso, «un'esperienza di gioia straripante, di sorrisi e grida di giubilo, talmente bella che “sembra di sognare”. Gli interventi divini hanno spesso forme inaspettate, che vanno al di là di quanto l’uomo possa immaginare; ecco allora la meraviglia e la letizia che si esprimono nella lode: “Il Signore ha fatto grandi cose”». Così, infatti, prosegue il Salmo:
«Allora si diceva tra le genti:
“Il Signore ha fatto grandi cose per loro”.
Grandi cose ha fatto il Signore per noi:
eravamo pieni di gioia» (vv. 2b-3).

Per quanto in certi momenti ci possa sembrare difficile da credere, questa verità rimane: «Dio fa meraviglie nella storia degli uomini». Anche le nazioni pagane, le «genti», si rendono conto che a favore del popolo ebraico dev'esserci stato un qualche intervento straordinario e divino, e «Israele fa eco alla proclamazione delle nazioni, e la riprende ripetendola, ma da protagonista, come diretto destinatario dell’azione divina: «Grandi cose ha fatto il Signore per noi»; “per noi”, o ancor più precisamente, “con noi”, in ebraico "‘immanû", affermando così quel rapporto privilegiato che il Signore intrattiene con i suoi eletti e che troverà nel nome Immanuel, “Dio con noi”, con cui viene chiamato Gesù, il suo culmine e la sua piena manifestazione».

La preghiera può essere certo - il Papa ne ha parlato nelle scorse settimane - un grido di angoscia che si leva a Dio da una situazione difficile. E tuttavia è anche vero che «nella nostra preghiera dovremmo guardare più spesso a come, nelle vicende della nostra vita, il Signore ci ha protetti, guidati, aiutati e lodarlo per quanto ha fatto e fa per noi. Dobbiamo essere più attenti alle cose buone che il Signore ci dà».

Rischiamo spesso di perdere il senso della gratitudine verso Dio. «Siamo sempre attenti ai problemi, alle difficoltà e quasi non vogliamo percepire che ci sono cose belle che vengono dal Signore. Questa attenzione, che diventa gratitudine, è molto importante per noi e ci crea una memoria del bene che ci aiuta anche nelle ore buie. Dio compie cose grandi, e chi ne fa esperienza - attento alla bontà del Signore con l'attenzione del cuore - è ricolmo di gioia».

I benefici del Signore devono dunque essere occasione di una gratitudine che ci dà l'autentica gioia. Ma è lecito chiedere a Dio che continui ad elargirci i suoi benefici, e dunque così continua il Salmo:
«Ristabilisci, Signore, la nostra sorte, come i torrenti del Negheb.
Chi semina nelle lacrime mieterà nella gioia.
Nell’andare, se ne va piangendo,
portando la semente da gettare,
ma nel tornare, viene con gioia,
portando i suoi covoni» (vv. 4-6).

Sembrerebbe che ci sia qui una contraddizione. «Se all’inizio della sua preghiera, il Salmista celebrava la gioia di una sorte ormai ristabilita dal Signore, ora invece la chiede come qualcosa ancora da realizzare. Se si applica questo Salmo al ritorno dall’esilio, questa apparente contraddizione si spiegherebbe con l’esperienza storica, fatta da Israele, di un ritorno in patria difficile, solo parziale, che induce l’orante a sollecitare un ulteriore intervento divino per portare a pienezza la restaurazione del popolo».

Ricordiamo però che la Sacra Scrittura ha sempre un valore universale: non è mera cronaca delle vicende del popolo ebraico ma intende trasmettere un messaggio di salvezza anche a noi. E dunque «il Salmo va oltre il dato puramente storico per aprirsi a dimensioni più ampie, di tipo teologico. L’esperienza consolante della liberazione da Babilonia è comunque ancora incompiuta, “già” avvenuta, ma “non ancora” contrassegnata dalla definitiva pienezza. Così, mentre nella gioia celebra la salvezza ricevuta, la preghiera si apre all’attesa della realizzazione piena».

La coesistenza di un «già» e di un «non ancora» caratterizza tutta la vita del credente. «Per questo il Salmo utilizza immagini particolari, che, con la loro complessità, rimandano alla realtà misteriosa della redenzione, in cui si intrecciano dono ricevuto e ancora da attendere, vita e morte, gioia sognante e lacrime penose».

Le immagini usate sono radicate nell'esperienza storica d'Israele, ma insieme hanno un significato universale. La prima immagine «fa riferimento ai torrenti secchi del deserto del Neghev, che con le piogge si riempiono di acqua impetuosa che ridà vita al terreno inaridito e lo fa rifiorire. La richiesta del Salmista è dunque che il ristabilimento della sorte del popolo e il ritorno dall’esilio siano come quell’acqua, travolgente e inarrestabile, e capace di trasformare il deserto in una immensa distesa di erba verde e di fiori».

La seconda immagine «si sposta dalle colline aride e rocciose del Neghev ai campi che i contadini coltivano per trarne il cibo. Per parlare della salvezza, si richiama qui l’esperienza che ogni anno si rinnova nel mondo agricolo: il momento difficile e faticoso della semina e poi la gioia prorompente del raccolto. Una semina che è accompagnata dalle lacrime, perché si getta ciò che potrebbe ancora diventare pane, esponendosi a un’attesa piena di incertezze: il contadino lavora, prepara il terreno, sparge il seme, ma, come illustra bene la parabola del seminatore, non sa dove questo seme cadrà, se gli uccelli lo mangeranno, se attecchirà, se metterà radici, se diventerà spiga».

Per noi l'esperienza dell'agricoltura e diventata meno consueta, ma tutti ancora comprendiamo che «gettare il seme è un gesto di fiducia e di speranza; è necessaria l’operosità dell’uomo, ma poi si deve entrare in un’attesa impotente, ben sapendo che molti fattori saranno determinanti per il buon esito del raccolto e che il rischio di un fallimento è sempre in agguato. Eppure, anno dopo anno, il contadino ripete il suo gesto e getta il suo seme. E quando questo diventa spiga, e i campi si riempiono di messi, ecco la gioia di chi è davanti a un prodigio straordinario».

Come sempre, ai Salmi fa eco Gesù nel Vangelo. «Diceva: “Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa» (Mc 4,26-27)». È «il mistero nascosto della vita, sono le meravigliose “grandi cose” della salvezza che il Signore opera nella storia degli uomini e di cui gli uomini ignorano il segreto. L’intervento divino, quando si manifesta in pienezza, mostra una dimensione prorompente, come i torrenti del Neghev e come il grano nei campi, evocatore quest’ultimo anche di una sproporzione tipica delle cose di Dio: sproporzione tra la fatica della semina e l’immensa gioia del raccolto, tra l’ansia dell’attesa e la rasserenante visione dei granai ricolmi, tra i piccoli semi gettati a terra e i grandi cumuli di covoni dorati dal sole. Alla mietitura, tutto è trasformato, il pianto è finito, ha lasciato il posto a grida di gioia esultante».

Ma in che senso tutto questo scenario pastorale e agricolo è rilevante per noi oggi? Il Salmista vuole «parlare della salvezza, della liberazione, del ristabilimento della sorte, del ritorno dall’esilio. La deportazione a Babilonia, come ogni altra situazione di sofferenza e di crisi, con il suo buio doloroso fatto di dubbi e di apparente lontananza di Dio, in realtà, dice il nostro Salmo, è come una semina». In verità, solo «nel Mistero di Cristo, alla luce del Nuovo Testamento, il messaggio si fa ancora più esplicito e chiaro: il credente che attraversa quel buio è come il chicco di grano caduto in terra che muore, ma per dare molto frutto (cfr Gv 12,24); oppure, riprendendo un’altra immagine cara a Gesù, è come la donna che soffre nelle doglie del parto per poter giungere alla gioia di aver dato alla luce una nuova vita (cfr Gv 16,21)».

Questo Salmo molto consolante «ci insegna che, nella nostra preghiera, dobbiamo rimanere sempre aperti alla speranza e saldi nella fede in Dio. La nostra storia, anche se segnata spesso da dolore, da incertezze, da momenti di crisi, è una storia di salvezza e di “ristabilimento delle sorti”. In Gesù, ogni nostro esilio finisce, e ogni lacrima è asciugata, nel mistero della sua Croce, della morte trasformata in vita, come il chicco di grano che si spezza nella terra e diventa spiga».
La preghiera cui il Papa ci invita ha due aspetti. Anzitutto, non dobbiamo dimenticare di ringraziare il Signore. In secondo luogo, la meditazione sui benefici del Signore deve spingerci a operare per il bene e per trasformare il mondo. E a non disperare quando le difficoltà si presenteranno di nuovo. «Come coloro che - ritornati da Babilonia pieni di gioia – hanno trovato una terra impoverita, devastata, come pure la difficoltà della seminagione e hanno sofferto piangendo non sapendo se realmente alla fine ci sarebbe stata la raccolta, così anche noi, dopo la grande scoperta di Gesù Cristo - la nostra vita, la verità, il cammino - entrando nel terreno della fede, nella “terra della fede”, troviamo anche spesso una vita buia, dura, difficile, una seminagione con lacrime, ma sicuri che la luce di Cristo ci dona, alla fine, realmente, la grande raccolta».
E dunque «dobbiamo imparare questo anche nelle notti buie; non dimenticare che la luce c'è, che Dio è già in mezzo alla nostra vita e che possiamo seminare con la grande fiducia che il “sì” di Dio è più forte di tutti noi. È importante non perdere questo ricordo della presenza di Dio nella nostra vita, questa gioia profonda che Dio è entrato nella nostra vita, liberandoci: è la gratitudine per la scoperta di Gesù Cristo, che è venuto da noi. E questa gratitudine si trasforma in speranza, è stella della speranza che ci dà la fiducia, è la luce, perché proprio i dolori della seminagione sono l'inizio della nuova vita, della grande e definitiva gioia di Dio».

Benedetto XVI - UDIENZA GENERALE, 12.10.2011

Nel discorso in lingua italiana, continuando il ciclo di catechesi sulla preghiera, il Papa ha incentrato la sua meditazione sul Salmo 126.
Dopo aver riassunto la Sua catechesi in diverse lingue, il Santo Padre Benedetto XVI ha rivolto particolari espressioni di saluto ai gruppi di fedeli presenti. Infine ha pronunciato un appello per la drammatica situazione delle popolazioni dell’Egitto.

CATECHESI DEL SANTO PADRE IN LINGUA ITALIANA

Salmo 126

Cari fratelli e sorelle,

nelle precedenti catechesi abbiamo meditato su alcuni Salmi di lamento e di fiducia. Quest’oggi vorrei riflettere con voi su un Salmo dalle note festose, una preghiera che, nella gioia, canta le meraviglie di Dio.
È il Salmo 126 - secondo la numerazione greco latina 125 -, che celebra le grandi cose che il Signore ha operato con il suo popolo e che continuamente opera con ogni credente.

Il Salmista, a nome di tutto Israele, inizia la sua preghiera ricordando l’esperienza esaltante della salvezza:

«Quando il Signore ristabilì la sorte di Sion,

ci sembrava di sognare.

Allora la nostra bocca si riempì di sorriso,

la nostra lingua di gioia» (vv. 1-2a).

Il Salmo parla di una "sorte ristabilita", cioè restituita allo stato originario, in tutta la sua precedente positività. Si parte, cioè, da una situazione di sofferenza e di bisogno a cui Dio risponde operando salvezza e riportando l’orante alla condizione di prima, anzi arricchita e cambiata in meglio. È quello che avviene a Giobbe, quando il Signore gli ridona tutto quanto aveva perduto, raddoppiandolo ed elargendo una benedizione ancora maggiore (cfr Gb 42,10-13), ed è quanto sperimenta il popolo d’Israele ritornando in patria dall’esilio babilonese. E’ proprio in riferimento alla fine della deportazione in terra straniera che viene interpretato questo Salmo: l’espressione "ristabilire la sorte di Sion" è letta e compresa dalla tradizione come un "far tornare i prigionieri di Sion".

In effetti, il ritorno dall’esilio è paradigma di ogni intervento divino di salvezza perché la caduta di Gerusalemme e la deportazione a Babilonia sono state un’esperienza devastante per il popolo eletto, non solo sul piano politico e sociale, ma anche e soprattutto sul piano religioso e spirituale. La perdita della terra, la fine della monarchia davidica e la distruzione del Tempio appaiono come una smentita delle promesse divine, e il popolo dell’alleanza, disperso tra i pagani, si interroga dolorosamente su un Dio che sembra averlo abbandonato. Perciò, la fine della deportazione e il ritorno in patria sono sperimentati come un meraviglioso ritorno alla fede, alla fiducia, alla comunione con il Signore; è un "ristabilimento della sorte" che implica anche conversione del cuore, perdono, ritrovata amicizia con Dio, consapevolezza della sua misericordia e rinnovata possibilità di lodarLo (cfr Ger 29,12-14; 30,18-20; 33,6-11; Ez 39,25-29). Si tratta di un’esperienza di gioia straripante, di sorrisi e grida di giubilo, talmente bella che "sembra di sognare". Gli interventi divini hanno spesso forme inaspettate, che vanno al di là di quanto l’uomo possa immaginare; ecco allora la meraviglia e la letizia che si esprimono nella lode: "Il Signore ha fatto grandi cose". È quanto dicono le nazioni, ed è quanto proclama Israele:

«Allora si diceva tra le genti:

"Il Signore ha fatto grandi cose per loro".

Grandi cose ha fatto il Signore per noi:

eravamo pieni di gioia» (vv. 2b-3).

Dio fa meraviglie nella storia degli uomini. Operando la salvezza, si rivela a tutti come Signore potente e misericordioso, rifugio dell’oppresso, che non dimentica il grido dei poveri (cfr Sal 9,10.13), che ama la giustizia e il diritto e del cui amore è piena la terra (cfr Sal 33,5). Perciò, davanti alla liberazione del popolo di Israele, tutte le genti riconoscono le cose grandi e stupende che Dio compie per il suo popolo e celebrano il Signore nella sua realtà di Salvatore. E Israele fa eco alla proclamazione delle nazioni, e la riprende ripetendola, ma da protagonista, come diretto destinatario dell’azione divina: «Grandi cose ha fatto il Signore per noi»; "per noi", o ancor più precisamente, "con noi", in ebraico ‘immanû, affermando così quel rapporto privilegiato che il Signore intrattiene con i suoi eletti e che troverà nel nome Immanuel, "Dio con noi", con cui viene chiamato Gesù, il suo culmine e la sua piena manifestazione (cfr Mt 1,23).

Cari fratelli e sorelle, nella nostra preghiera dovremmo guardare più spesso a come, nelle vicende della nostra vita, il Signore ci ha protetti, guidati, aiutati e lodarlo per quanto ha fatto e fa per noi. Dobbiamo essere più attenti alle cose buone che il Signore ci dà. Siamo sempre attenti ai problemi, alle difficoltà e quasi non vogliamo percepire che ci sono cose belle che vengono dal Signore. Questa attenzione, che diventa gratitudine, è molto importante per noi e ci crea una memoria del bene che ci aiuta anche nelle ore buie. Dio compie cose grandi, e chi ne fa esperienza - attento alla bontà del Signore con l'attenzione del cuore - è ricolmo di gioia. Su questa nota festosa si conclude la prima parte del Salmo. Essere salvati e tornare in patria dall’esilio è come essere ritornati alla vita: la liberazione apre al sorriso, ma insieme all’attesa di un compimento ancora da desiderare e da domandare. È questa la seconda parte del nostro Salmo che suona così:

«Ristabilisci, Signore, la nostra sorte,

come i torrenti del Negheb.

Chi semina nelle lacrime mieterà nella gioia.

Nell’andare, se ne va piangendo,

portando la semente da gettare,

ma nel tornare, viene con gioia,

portando i suoi covoni» (vv. 4-6).

Se all’inizio della sua preghiera, il Salmista celebrava la gioia di una sorte ormai ristabilita dal Signore, ora invece la chiede come qualcosa ancora da realizzare. Se si applica questo Salmo al ritorno dall’esilio, questa apparente contraddizione si spiegherebbe con l’esperienza storica, fatta da Israele, di un ritorno in patria difficile, solo parziale, che induce l’orante a sollecitare un ulteriore intervento divino per portare a pienezza la restaurazione del popolo.

Ma il Salmo va oltre il dato puramente storico per aprirsi a dimensioni più ampie, di tipo teologico. L’esperienza consolante della liberazione da Babilonia è comunque ancora incompiuta, "già" avvenuta, ma "non ancora" contrassegnata dalla definitiva pienezza. Così, mentre nella gioia celebra la salvezza ricevuta, la preghiera si apre all’attesa della realizzazione piena. Per questo il Salmo utilizza immagini particolari, che, con la loro complessità, rimandano alla realtà misteriosa della redenzione, in cui si intrecciano dono ricevuto e ancora da attendere, vita e morte, gioia sognante e lacrime penose. La prima immagine fa riferimento ai torrenti secchi del deserto del Neghev, che con le piogge si riempiono di acqua impetuosa che ridà vita al terreno inaridito e lo fa rifiorire. La richiesta del Salmista è dunque che il ristabilimento della sorte del popolo e il ritorno dall’esilio siano come quell’acqua, travolgente e inarrestabile, e capace di trasformare il deserto in una immensa distesa di erba verde e di fiori.

La seconda immagine si sposta dalle colline aride e rocciose del Neghev ai campi che i contadini coltivano per trarne il cibo. Per parlare della salvezza, si richiama qui l’esperienza che ogni anno si rinnova nel mondo agricolo: il momento difficile e faticoso della semina e poi la gioia prorompente del raccolto.

Una semina che è accompagnata dalle lacrime, perché si getta ciò che potrebbe ancora diventare pane, esponendosi a un’attesa piena di incertezze: il contadino lavora, prepara il terreno, sparge il seme, ma, come illustra bene la parabola del seminatore, non sa dove questo seme cadrà, se gli uccelli lo mangeranno, se attecchirà, se metterà radici, se diventerà spiga (cfr Mt 13,3-9; Mc 4,2-9; Lc 8,4-8). Gettare il seme è un gesto di fiducia e di speranza; è necessaria l’operosità dell’uomo, ma poi si deve entrare in un’attesa impotente, ben sapendo che molti fattori saranno determinanti per il buon esito del raccolto e che il rischio di un fallimento è sempre in agguato. Eppure, anno dopo anno, il contadino ripete il suo gesto e getta il suo seme. E quando questo diventa spiga, e i campi si riempiono di messi, ecco la gioia di chi è davanti a un prodigio straordinario. Gesù conosceva bene questa esperienza e ne parlava con i suoi: «Diceva: "Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa» (Mc 4,26-27). È il mistero nascosto della vita, sono le meravigliose "grandi cose" della salvezza che il Signore opera nella storia degli uomini e di cui gli uomini ignorano il segreto. L’intervento divino, quando si manifesta in pienezza, mostra una dimensione prorompente, come i torrenti del Neghev e come il grano nei campi, evocatore quest’ultimo anche di una sproporzione tipica delle cose di Dio: sproporzione tra la fatica della semina e l’immensa gioia del raccolto, tra l’ansia dell’attesa e la rasserenante visione dei granai ricolmi, tra i piccoli semi gettati a terra e i grandi cumuli di covoni dorati dal sole. Alla mietitura, tutto è trasformato, il pianto è finito, ha lasciato il posto a grida di gioia esultante.

A tutto questo fa riferimento il Salmista per parlare della salvezza, della liberazione, del ristabilimento della sorte, del ritorno dall’esilio. La deportazione a Babilonia, come ogni altra situazione di sofferenza e di crisi, con il suo buio doloroso fatto di dubbi e di apparente lontananza di Dio, in realtà, dice il nostro Salmo, è come una semina. Nel Mistero di Cristo, alla luce del Nuovo Testamento, il messaggio si fa ancora più esplicito e chiaro: il credente che attraversa quel buio è come il chicco di grano caduto in terra che muore, ma per dare molto frutto (cfr Gv 12,24); oppure, riprendendo un’altra immagine cara a Gesù, è come la donna che soffre nelle doglie del parto per poter giungere alla gioia di aver dato alla luce una nuova vita (cfr Gv 16,21).

Cari fratelli e sorelle, questo Salmo ci insegna che, nella nostra preghiera, dobbiamo rimanere sempre aperti alla speranza e saldi nella fede in Dio. La nostra storia, anche se segnata spesso da dolore, da incertezze, da momenti di crisi, è una storia di salvezza e di "ristabilimento delle sorti".

In Gesù, ogni nostro esilio finisce, e ogni lacrima è asciugata, nel mistero della sua Croce, della morte trasformata in vita, come il chicco di grano che si spezza nella terra e diventa spiga. Anche per noi questa scoperta di Gesù Cristo è la grande gioia del "sì" di Dio, del ristabilimento della nostra sorte. Ma come coloro che - ritornati da Babilonia pieni di gioia – hanno trovato una terra impoverita, devastata, come pure la difficoltà della seminagione e hanno sofferto piangendo non sapendo se realmente alla fine ci sarebbe stata la raccolta, così anche noi, dopo la grande scoperta di Gesù Cristo - la nostra vita, la verità, il cammino - entrando nel terreno della fede, nella "terra della fede", troviamo anche spesso una vita buia, dura, difficile, una seminagione con lacrime, ma sicuri che la luce di Cristo ci dona, alla fine, realmente, la grande raccolta.

E dobbiamo imparare questo anche nelle notti buie; non dimenticare che la luce c'è, che Dio è già in mezzo alla nostra vita e che possiamo seminare con la grande fiducia che il "sì" di Dio è più forte di tutti noi. E' importante non perdere questo ricordo della presenza di Dio nella nostra vita, questa gioia profonda che Dio è entrato nella nostra vita, liberandoci: è la gratitudine per la scoperta di Gesù Cristo, che è venuto da noi. E questa gratitudine si trasforma in speranza, è stella della speranza che ci dà la fiducia, è la luce, perché proprio i dolori della seminagione sono l'inizio della nuova vita, della grande e definitiva gioia di Dio.
Grazie

© Copyright 2011 - Libreria Editrice Vaticana

APPELLO DEL SANTO PADRE

Sono profondamente rattristato dagli episodi di violenza, che sono stati commessi a Il Cairo domenica scorsa. Mi unisco al dolore delle famiglie delle vittime e dell’intero popolo egiziano, lacerato dai tentativi di minare la coesistenza pacifica fra le sue comunità, che è invece essenziale salvaguardare, soprattutto in questo momento di transizione. Esorto i fedeli a pregare affinché quella società goda di una vera pace, basata sulla giustizia, sul rispetto della libertà e della dignità di ogni cittadino. Inoltre, sostengo gli sforzi delle autorità egiziane, civili e religiose, in favore di una società nella quale siano rispettati i diritti umani di tutti e, in particolare, delle minoranze, a beneficio dell’unità nazionale.

© Copyright 2011 - Libreria Editrice Vaticana

giovedì 14 luglio 2011

Un neurochirurgo americano si converte e scopre la potenza della preghiera, 13 luglio, 2011, http://www.uccronline.it

Tutto è iniziato dal dentista: egli guardava il viso teso del suo paziente mentre preparava l’ago per iniziare l’operazione. Allora il dentista ha detto qualcosa di insolito: “Vuole che dica una preghiera?”. Sorpreso, il paziente ha acconsentito. Il medico gli ha così messo gentilmente una mano sulla spalla e ha chiesto a Dio di preservarlo nella salute.

Il paziente era un neurochirurgo, David Levy, medico altamente specializzato di San Diego. E’ stato il primo momento in cui ha capito di volersi convertire. Ha così iniziato un percorso -in un primo momento incerto e goffo- di approfondimento dell’aspetto metafisico e spirituale dei suoi pazienti. Anche lui, come il suo dentista, è arrivato nel tempo a proporre una preghiera ai pazienti più in difficoltà. La maggior parte di essi si è mostrata riconoscente, e in tanti lo hanno ringraziato.

Questa vicenda è descritta nel suo libro “Gray Matter: un neurochirurgo scopre il potere della preghiera” (Tyndale House Publishers 2011), da poco nelle librerie americane. Ormai è diventato abituale per lui, dopo aver visitato inizialmente un paziente, chiudere la visita dicendo: «E’ mia abitudine pregare con i pazienti. Le dispiacerebbe se io pregassi con lei?«.

Ultimamente, dice, anche il suo team si unisce a lui nella preghiera prima di iniziare un intervento chirurgico. Nel libro racconta tante storie, incontri particolari e amicizie che ha instaurato con i suoi ex pazienti.

Saturday, June 18, 2011
A Surgeon Discovers the Power of Prayer
By Aubrey Beauchamp, R.N.
Special to ASSIST News Service
CAPISTRANO BEACH, CA (ANS) -- It all started in the dentist chair. Poised with a syringe in his hand, the dentist looked at his patient’s tense face as he braced himself for the needle to hit his tender gum.
Then the dentist said something unusual.
“Would you like me to say a prayer?”
Startled, the patient consented.
The dentist gently put his hand on his patient’s shoulder and offered a brief prayer, asking God to put him at ease and help him successfully finish the procedure.
The patient was Dr. David Levy, a neurosurgeon in San Diego. After that brief incident in the dentist chair, something began to stir in his heart. God began to prompt him to pray for his patients, just as the dentist had done.
Trouble was, he just could not get up the nerve to actually do it. How do you begin? How do you lead up to a topic like prayer? Medical School did not have classes on the subject. Although he felt the urge to pray, he also realized this was way out of his comfort zone.
And so began a journey - hesitant and awkward at first – of probing beyond the physical into his patients’ spiritual needs. The results astounded him. His patients didn’t laugh or get angry. On the contrary, they were appreciative. Many cried and thanked him.
In his recently published book, “Gray Matter: A Neurosurgeon Discovers the Power of Prayer . . . One Patient at a Time”, Dr. David recounts his first awkward moments of introducing prayer into his practice. After a while, it became easier.
Now, when seeing a patient in his office, after initial examination and discussions are done, he closes the visit by saying, “It is my practice to pray with patients. Would you mind if I pray with you?”
Although responses vary, many patients are grateful, especially when their surgeon prays for them just before surgery.
Although self-conscious of other personnel around him at first, soon he also began praying with his surgical team before a procedure.
After a while, praying with patients, family members, and his own surgical staff became routine.
Then, something interesting happened. One day, Dr. David was led to ask a troubled patient if there was anything in her life that was bothering her, some unfinished business. Suddenly, the atmosphere in the room changed as she broke down and, sobbing, related some serious family problems. There were hurts, unforgiveness, bitterness, resentment. After some discussion, the doctor gently led her through a prayer of forgiveness and repentance. It was a life-changing experience for both of them.
Today, Dr. David frequently pursues this line of questioning when seeing patients. Many times countenances light up, peace replaces tension and physical symptoms improve.
“Forgiveness,” he explains to his patients, “is not pretending evil never happened, and it is not calling evil good. Forgiveness is setting yourself free by not giving others the power to hurt you again every time you think about them. It is the best way I know to help your body continue to heal.”
In his book, Dr. David noted that many patients, who won’t listen to relatives or religious leaders, are often open to reconnecting with God when encouraged by their doctors.
“Gray Matter”, with its many detailed and interesting case histories, makes fascinating reading. Although written by a highly specialized medical professional - with some easy to understand technical explanations thrown in – his book is not only a page-turner, it has spiritual principles and guidelines that all of us can benefit from.