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venerdì 13 settembre 2013

La lezione di Caffarra su matrimonio e (omo)sessualità. «Ci hanno scippato la parola amore» 13 settembre 2013 di Carlo Caffarra

Testo integrale della lectio magistralis su “Verità e bontà della coniugalità” pronunciata ieri, 12 settembre, al Teatro Manzoni di Bologna dal cardinale Carlo Caffarra, arcivescovo della diocesi emiliana, in occasione dell’apertura dell’”Itinerario di educazione cattolica per insegnanti”.

Vorrei intrattenermi con voi su una questione che spero il corso della riflessione dimostrerà essere una questione importante.

Sullo sfondo del nostro discorso dimora una domanda alla quale non risponderò direttamente, ma che ci accompagnerà. La domanda è la seguente: il matrimonio è una realtà a totale disposizione degli uomini oppure ha in sé uno “zoccolo duro” indisponibile? Poiché sappiamo, senza essere studiosi di logica, che la definizione e.g. di A è la risposta alla domanda “che cosa è A?”, potremmo riformulare la domanda di fondo nel modo seguente: la definizione del matrimonio – ciò che il matrimonio è – è esclusivamente dipendente dal consenso sociale? E’ il consenso sociale che decide che cosa è il matrimonio?

Se io ora comincio a parlarvi della verità della coniugalità, lo posso fare in quanto penso che la definizione del matrimonio, la sua intima natura, non è esclusivamente frutto del consenso sociale. Non avrebbe altrimenti senso tutta la riflessione che stiamo facendo. Alla domanda “che cosa è la coniugalità?” tutto si risolverebbe, alla fine, nel rispondere: ciò che il consenso sociale decide che sia.

1. La verità della coniugalità

Partiamo pure dal fatto attuale: è stata introdotta in molti ordinamenti statuali il riconoscimento di una “coniugalità omosessuale”. Cioè: la differenziazione sessuale è irrilevante in ordine alla definizione della coniugalità. I coniugi che stabiliscono il patto coniugale possono essere anche dello stesso sesso.

Nello stesso tempo, tuttavia, l’amicizia coniugale, è pur sempre un’affezione che ha una dimensione sessuale. E’ questo che distingue l’amicizia coniugale da ogni altra forma di amicizia.

Oggettivamente – cioè: lo si pensi o non lo si pensi; lo si voglia o non lo si voglia – la definizione di coniugalità, implicata nel riconoscimento della coppia omosessuale, sconnette totalmente la medesima coniugalità dall’origine della persona umana. La coniugalità omosessuale è incapace di porre le condizioni del sorgere di una nuova vita umana. Pertanto delle due l’una: o non possiamo pensare la coniugalità nelle forma omosessuale o l’origine di nuove persone umane non ha nulla a che fare colla coniugalità.

Proviamo a riflettere su questa sconnessione. Essa sembra contraddetta dal fatto che gli stessi ordinamenti giuridici che hanno riconosciuto la coniugalità omosessuale, hanno riconosciuto alla medesima il diritto all’adozione o dal ricorso alla procreazione artificiale. Pertanto delle due l’una. O questo diritto riconosciuto fa si che ciò che è stato cacciato dalla porta, entri dalla finestra. Cioè: esiste una percezione indistruttibile, un’evidenza del legame procreazione-coniugalità. Oppure è ritenuto eticamente neutrale il modo con cui la nuova persona umana viene introdotta nella vita. E’ cioè indifferente che essa sia generata o prodotta.

Fermiamoci un momento, per riflettere sul cammino fatto. La nostra riflessione ha fatto il seguente percorso. Mentre fino a pochi anni orsono, il termine “coniugalità” era univoco, aveva solo un significato, e veicolava la rappresentazione di una sola realtà, l’affezione sessuale fra uomo e donna, oggi il termine è diventato ambiguo, perché può significare anche una coniugalità omosessuale. Da questa ambiguità deriva una totale ed oggettiva sconnessione dell’inizio di una nuova vita umana dalla coniugalità. Questo è il percorso fatto dunque finora: (a) il termine coniugalità è stato reso ambiguo; (b) l’Origine di una nuova persona umana è stata sconnessa dalla coniugalità. Riflettiamo ora un momento su questa sconnessione.

Essa è un vero e proprio sisma nelle categorie della genealogia della persona. E’ una cosa molto seria. Sono costretto dal tempo ad essere breve.

Scompare la categoria della paternità-maternità, sostituita dalla generica categoria della genitorialità. Scompare la dimensione biologica come elemento [non unico!] costitutivo della genealogia mentre la genealogia della persona è inscritta nella biologia della persona. Il concepimento – l’evento che ti costituisce in relazione ontologica con padre e madre – può essere un fatto puramente artificiale. La categoria della generazione diventa opzionale nel “racconto della genealogia”.

Che ne è allora della persona umana che entra nel mondo? E’ una persona intimamente sola, perché privata delle relazioni che la fanno essere.

L’avere percorso il cammino che molte società occidentali stanno percorrendo, ci conduce ad una conclusione. La seguente: ritenere che la coniugalità sia un termine vuoto di senso, al quale il consenso sociale può dare il significato che decide, è la devastazione del tessuto fondamentale del sociale umano: la genealogia della persona.

E’ in questo contesto culturale che dobbiamo interrogarci sulla vera natura della coniugalità; scoprire la verità della coniugalità.

La mascolinità e la femminilità sono diversificazioni espressive della persona umana. Non è che esista una persona umana che ha un sesso maschile o femminile, ma esiste una persona umana che è uomo o donna.

Non possiamo dimenticare neppure per un momento che il corpo non è semplicemente qualcosa di posseduto, un possesso della persona. La persona umana è il suo corpo: è una persona-corpo. Ed il corpo è la persona: è un corpo-persona.

La femminilità/mascolinità non sono meri dati biologici. Esse configurano il volto della persona; ne sono la “forma”. La persona è “formata”, edificata femminilmente o mascolinamente.

Perché esistono due “forme” di umanità, la forma maschile e la forma femminile? La S. Scrittura, che trova per altro conferma nella nostra esperienza più profonda, risponde nel modo seguente: perché ciascuno dei due possa uscire dalla sua “solitudine originaria”, e realizzarsi nella comunione con l’altro [cfr. Gen 2].

Essendo radicati nella stessa umanità, uomo e donna sono capaci al contempo di costituire una comunione di persone e di trovare in questa comunione la pienezza di sé stessi in quanto persone umane.

Questa capacità, caratteristica dell’uomo in quanto persona, la capacità del dono di sé, ha una dimensione spirituale e corporea assieme. E’ anche attraverso il corpo che l’uomo e la donna sono predisposti a formare quella comunione di persone, nella quale consiste la coniugalità. E’ il corpo maschile/femminile il linguaggio non solo espressivo, ma anche performativo della coniugalità.

Nella coniugalità così intesa è radicata, inscritta la paternità e la maternità. E’ solo nel contesto della coniugalità che la nuova persona umana può essere introdotta nell’universo dell’essere in modo adeguato alla sua dignità. Non è prodotta, ma generata. E’ attesa come dono, non esigita come un diritto.

Prima di terminare la nostra riflessione sulla verità della coniugalità, vorrei sottoporre alla vostra attenzione tre conclusioni. Esse meriterebbero di essere lungamente riflettute. Le enuncio solamente.

La prima. Solo una tale visione della coniugalità rispetta tutta la realtà della nostra umanità; essa cioè ci introduce in una vera antropologia adeguata. Non riduce il corpo ad una realtà priva senso, che non sia quello liberamente attribuitogli dal singolo. Ma vede la persona umana come persona-corpo ed il corpo come corpo-persona, e quindi come persona-uomo e come persona-donna.

La seconda. Una tale visione della coniugalità afferma al contempo la più alta autonomia dell’Io nel dono di sé, e l’intrinseca relazione al “diverso”, nel senso più profondo del termine. La “coniugalità” [si fa per dire] omosessuale in fondo trasmette oggettivamente questo messaggio: “di metà dell’umanità non so che farne, in ordine alla più intima realizzazione di me stesso è superflua”.

La terza. Una tale visione della coniugalità radica la socialità umana nella natura stessa della persona umana: prima societas in coniugo. Prima, non in senso cronologico, ma ontologico ed assiologico. Ed impedisce la riduzione del sociale umano al contratto.

2. Il bene della coniugalità

Visto che cosa è la coniugalità, ora ci chiediamo quale è il suo valore, la sua propria e specifica preziosità. In una parola: la sua bontà

Prima di addentrarci nella seconda parte della nostra riflessione, devo fare una premessa assai importante. Esiste una verità sul bene della persona, che è condivisibile da ogni persona ragionevole. Che sa cosa significa “verità sul bene”? Non significa in primo luogo ciò che devi/non devi fare. E’ la percezione del valore proprio di una realtà [nel nostro caso la coniugalità].

Faccio un esempio. Vedendo la Pietà di Michelangelo, noi “vediamo” una bellezza sublime, la quale fa sì che quel pezzo di marmo sia unico: ha in sé un suo proprio valore. In questo caso: un valore estetico.

Alla domanda che cosa è il bene/che cosa è il male, la risposta non è semplicisticamente: ciò che ciascuno pensa sia bene/sia male, senza possibilità di una condivisione ragionevole di una stessa risposta da parte di più persone. Esiste invece una verità sul bene, che può essere scoperta e condivisa da ogni persona ragionevole. Noi ci chiediamo quale è il valore proprio della coniugalità, la sua preziosità specifica, la sua bellezza inconfondibile. Il bene che è la coniugalità ha due aspetti fondamentali.

Il primo. La coniugalità è una communio personarum. La bontà propria della coniugalità è una bontà comunionale. Vorrei ora farvi notare alcune dimensioni.

(a) Una tale relazione può darsi solo tra persone, e la base è la percezione della bontà, della preziosità propria della persona. I coniugi sono l’uno per l’altro persone.

(b) La communio personarum che costituisce il bene della coniugalità non è basata su emozioni, su mera attrazione psico-fisica: di legami basati su questi fatti sono capaci anche gli animali. Solo le persone sono capaci della seguente promessa: «prometto di esserti fedele sempre, … tutti i giorni della mia vita». Solo le persone sono capaci di vivere in comunione, perché sono capaci di scegliersi in modo libero e consapevole.

(c) Solo la persona è capace di fare dono di se stessa e solo la persona è capace di accogliere il dono. La persona – e solo la persona – è capace di autodonazione, perché è capace di auto-possesso, in forza della sua libertà. E’ evidente che non puoi donare ciò che non possiedi, e la persona può possedere se stessa in forza della sua libertà. Ma la persona può anche rinunciare alla sua libertà, e mantenersi al livello di chi ultimamente si lascia condurre o dal mainstream sociale o dalle proprie pulsioni. La coniugalità è particolarmente esposta a questa insidia.

(d) La communio personarum coniugale – autodonazione ed accoglienza reciproca – scende fino all’intimità della persona: al proprio Io. E’ la persona come tale che viene donata/accolta. Si ha qui forse il mistero più profondo della coniugalità. Voi sapete bene che la S. Scrittura indica il rapporto sessuale uomo-donna col verbo “conoscere”. Si vive una rivelazione di uno all’altro nella loro intima identità.

E’ in questo evento che può introdursi una sorta di indolenza, di pigrizia spirituale che impedisce ai coniugi di compiere quell’atto che può nascere solo dal loro centro spirituale e libero. A questo punto la comunione della persona si intorpidisce.

Il secondo aspetto della preziosità etica che è propria della coniugalità, è la capacità intrinseca ad essa di dare origine ad una nuova persona umana.

La possibilità di dare inizio alla vita di una nuova persona è inscritta nella natura stessa della coniugalità. E’ questa, nell’universo creato, la più alta capacità e responsabilità che l’uomo e la donna hanno. E’ uno dei “punti” dove l’azione creatrice di Dio entra nel nostro universo creato. Il tempo a disposizione non mi consente di prolungare la riflessione su questo tema sublime.

Conclusione

Due semplici riflessioni conclusive. La prima. Avete notato che mi sono ben guardato dall’usare la parola amore. Come mai? Perché è avvenuto come… uno scippo. Una delle parole chiavi della proposta cristiana, appunto amore, è stata presa dalla cultura moderna ed è diventata un termine vuoto, una specie di recipiente dove ciascuno vi mette ciò che sente. La verità dell’amore è oggi difficilmente condivisibile. «Senza verità, la carità scivola nel sentimentalismo. L’amore diventa un guscio vuoto, da riempire arbitrariamente. E’ il fatale rischio dell’amore in una cultura senza verità» [Benedetto XVI, Lett. Enc. Caritas in veritate 3].

La seconda. I testimoni della verità della coniugalità avranno vita difficile, come non raramente accade ai testimoni della verità. Ma questo è il più urgente compito dell’educatore.

Bagnasco in campo contro l'ideologia di genere di Massimo Introvigne - 13-09-2013 - http://www.lanuovabq.it/



Il cardinale Angelo Bagnasco

La 47ma Settimana Sociale dei Cattolici Italiani di Torino, dedicata alla famiglia, si è aperta il 12 settembre in un buon clima, che contrasta un po’ con la timidezza di un programma dove non sono state previste sessioni né gruppi di lavoro espliciti su quello che è il maggiore attacco alla famiglia in corso oggi in Italia, incentrato sull’ideologia del gender – che Benedetto XVI definì la più grave sfida cui la Chiesa deve oggi fare fronte – e articolato nelle proposte di legge sull’omofobia, sul riconoscimento delle unioni tra persone dello stesso sesso, sul matrimonio e sulle adozioni omosessuali. Al Teatro Regio di Torino incontro molte persone che si complimentano per le battaglie condotte a proposito di questi temi su La Nuova Bussola quotidiana e altrove – proprio oggi Avvenire pubblica (a pagamento) l’appello di Alleanza Cattolica contro la legge sull’omofobia – e incitano ad andare avanti senza paura.

Il buon clima è stato certamente alimentato dal messaggio di Papa Francesco e dalla prolusione iniziale del presidente della Conferenza Episcopale Italiana, il cardinale Angelo Bagnasco. Nella sua lettera, il Papa ricorda anzitutto che alle origini immediate delle Settimane Sociali c’è un laico recentemente beatificato, Giuseppe Toniolo (1845-1918), ma certamente l’impegno sociale dei cattolici italiani affonda le sue radici nella schiera dei santi sociali, particolarmente numerosa e feconda nella città di Torino. Per i cattolici, scrive il Pontefice, «la famiglia è ben più che “tema”: è vita, è tessuto quotidiano, è cammino di generazioni che si trasmettono la fede insieme con l’amore e con i valori morali fondamentali, è solidarietà concreta, fatica, pazienza, e anche progetto, speranza, futuro». Un popolo che disprezza la famiglia, «un popolo che non si prende cura degli anziani e dei bambini e dei giovani non ha futuro, perché maltratta la memoria e la promessa».

All’Italia, continua Francesco, «come Chiesa offriamo una concezione della famiglia, che è quella del Libro della Genesi, dell’unità nella differenza tra uomo e donna, e della sua fecondità. In questa realtà, inoltre, riconosciamo un bene per tutti, la prima società naturale, come recepito anche nella Costituzione della Repubblica Italiana. Infine, vogliamo riaffermare che la famiglia così intesa rimane il primo e principale soggetto costruttore della società e di un’economia a misura d’uomo, e come tale merita di essere fattivamente sostenuta». Si tratta dunque della famiglia «così intesa», fondata sulla differenza e sull’incontro fra un uomo e una donna: non di altri modelli. E «le conseguenze, positive o negative, delle scelte di carattere culturale, anzitutto, e politico riguardanti la famiglia toccano i diversi ambiti della vita di una società e di un Paese: dal problema demografico – che è grave per tutto il continente europeo e in modo particolare per l’Italia – alle altre questioni relative al lavoro e all’economia in generale, alla crescita dei figli, fino a quelle che riguardano la stessa visione antropologica che è alla base della nostra civiltà».

Francesco cita due testi di Benedetto XVI che sono alla radice della critica, fondata sulla nozione di diritto naturale, della «rivoluzione antropologica» contro la famiglia e la morale: l’enciclica Caritas in Veritate e il discorso al Parlamento tedesco a Berlino del 22 settembre 2011. Il Papa spezza pure una lancia per la libertà di educazione, denunciando come tante famiglie italiane vivano una «impossibilità pratica di attuare liberamente le proprie scelte educative», e chiede più attenzione alla famiglia nelle politiche economiche. Ma soprattutto alla Settimana Sociale raccomanda di «mettere in evidenza il legame che unisce il bene comune alla promozione della famiglia fondata sul matrimonio, al di là di pregiudizi e ideologie. Si tratta di un debito di speranza che tutti hanno nei confronti del Paese, in modo particolare dei giovani».

A declinare nella pratica italiana la raccomandazione del Pontefice ci ha pensato il cardinale Bagnasco, con un discorso apprezzabile perché è subito partito – senza le interminabili premesse consuete in un certo gergo «ecclesialese» tante volte criticato da Papa Francesco – dal cuore del problema, cioè dalla sfida che la rivoluzione antropologica pone alla Chiesa e al bene comune. Il cardinale ha iniziato leggendo una citazione della psichiatra Catherine Ternynck, che riecheggia la denuncia di Benedetto XVI su un’ecologia che si preoccupa dell’ultima pianta e dell’ultimo animale prima che della vita e della famiglia umana: «Da ogni parte ci esortavano a salvare il pianeta. Non si doveva, con la stessa urgenza, venire in soccorso all’umano? Se l’aria doveva restare pura, se l’erba doveva restare verde, non bisognava anche che il mondo degli umani restasse abitabile? Che cosa si faceva della terra degli uomini?». Si tratta proprio, ha affermato Bagnasco, «del suolo umano che si è impoverito, si è svuotato del suo humus di relazioni, legami, responsabilità e così è divenuto friabile ed inconsistente. Al punto che l’uomo stesso, su questo terreno incerto, finisce per diventare “di sabbia”, una figura fluida, impastata di contraddizioni e con una caratteristica evidente: la sensazione di stanchezza. È un uomo “dalla testa pesante” che fatica a portare avanti la sua vita, dubita del tragitto e del senso».

Non si tratta di depressione psicologica, ma dell’opera maligna di ideologie che non vogliono riconoscere di avere fallito e si fanno invece più aggressive: «Il grande sogno dell’individualismo, che ha segnato di sé l’uomo moderno, lo ha condotto nella post-modernità ad una imbarazzante scoperta: il grande sogno non ha tenuto!». Tra i «luoghi deteriorati» dalle ideologie, il più in pericolo è la famiglia, perché si attacca la roccia su cui è costruita, la differenza originaria fra uomo e donna. «La roccia della differenza è fondamentale per ritessere l’umano che rischia diversamente di essere polverizzato in un indistinto egualitarismo che cancella la differenza sessuale e quella generazionale, eliminando così la possibilità di essere padre e madre, figlio e figlia».

La differenza fra i sessi da «evidenza» è diventata, a partire dagli anni 1970, «problema». Com’è successo? Come già Benedetto XVI, il cardinale Bagnasco ricostruisce la storia dell’ideologia del gender, ricordando come «partendo dalla celebre espressione di Simone de Beauvoir [1908-1986] – “Non si nasce donna, lo si diventa” – si comincia a distinguere il sesso dal genere, come due realtà non sovrapponibili».La categoria del genere diventa «sempre più autonoma rispetto alla categorie di “sesso biologico”, fino a separarsi e a contrapporsi rivendicando un’autonomia assoluta, dichiarando la fine del “dato naturale” e instaurando il primato del “culturale”, della cifra “storica”, della preferenza soggettiva, individuale». Alla fine, si arriva «a negare anche il dato di partenza: la persona nasce sessuata», e ad affermare che non si «è» uomo o donna, ma ci si inventa la propria identità a seconda del desiderio. Bagnasco cita la filosofa del gender Judith Butler, secondo cui oggi «il genere stesso diventa un artificio libero da vincoli. Di conseguenza, uomo e maschile potrebbero riferirsi sia a un corpo femminile sia a uno maschile; donna e femminile, sia a un corpo maschile sia a uno femminile».

Non si capisce l’ideologia del gender, ammonisce il cardinale, se non nel quadro più generale della dittatura del relativismo. Il «capovolgimento dall’oggettivo al soggettivo, dalla natura alla cultura, non è limitato alla dimensione della sessualità, ma rientra in una visione ben più ampia che tocca la stessa visione antropologica: la persona stessa – nella sua complessità – è considerata come risultato mutevole della storia, anziché un dato oggettivo e imprescindibile». 

In Italia, oggi, l’ideologia del gender non si contenta di egemonizzare la cultura. Vuole diventare legge. Ma – afferma con chiarezza il cardinale - «quando, attraverso una decisione politica, vengono giuridicamente equiparate forme di vita in se stesse differenti – come la relazione tra l’uomo e la donna e quella tra due persone dello stesso sesso – si misconosce la specificità della famiglia e se ne preclude l’autentica valorizzazione nel contesto sociale, trattando in modo uguale realtà diverse. Si appiattisce così il concetto di uguaglianza, che non consiste nel dare a tutti la stessa cosa, ma nel dare a ognuno ciò che gli è coerente». Per essere ancora più chiaro Bagnasco cita quanto aveva già affermato lo scorso 23 maggio: «La famiglia non può essere umiliata e modellata da rappresentazioni similari che in modo felpato costituiscono un “vulnus” progressivo alla sua specifica identità e che non sono necessarie per tutelare diritti individuali in larga misura già garantiti dall’ordinamento».

Tutto questo dovrebbe essere ragionevole, ma in Italia «ci si oppone alle ragionevoli considerazioni della Chiesa per motivi ideologici. Nei mesi scorsi, il dibattito sulla legge contro l’omofobia ha manifestato con chiarezza questa tendenza». Certo, «nessuno discute il crimine e l’odiosità della violenza contro ogni persona, qualunque ne sia il motivo». Ma «per lo stesso senso di civiltà, nessuno dovrebbe discriminare, né tanto meno poter incriminare in alcun modo, chi sostenga pubblicamente ad esempio che la famiglia è solo quella tra un uomo e una donna fondata sul matrimonio, o che la dimensione sessuata è un fatto di natura e non di cultura».

I problemi della famiglia, ha concluso Bagnasco, sono tanti. Manca «un fisco a misura di famiglia». È in crisi ovunque l’educazione, a causa di un problema più generale  che ha le sue radici «in quella “morte del padre” che ha caratterizzato, a partire dal ’68, le società occidentali, ridefinendo le coordinate dei rapporti non solo all’interno della famiglia, ma anche della scuola, della Chiesa, dell’intera società». Ma tutto parte e torna alla questione cruciale, evocata nel brano dell’enciclica «Lumen fidei» letto all’inizio della Settimana Sociale: per il cattolico la differenza fra uomo e donna è stata iscritta da Dio nella natura, ed è un dato fondamentale e positivo; per l’ideologia di genere è un semplice pregiudizio culturale, da aggredire a colpi di pessime leggi per instaurare sulle macerie della famiglia l’ultima tappa della dittatura del relativismo.

martedì 19 marzo 2013


Se lo scienziato ha «paura» dell'embrione di Lorenzo Bertocchi - 19-03-2013 - http://www.lanuovabq.it/

Embrione
    
J.B. Gurdon, premio Nobel per la medicina 2012, stupisce per alcune dichiarazioni rilasciate in un'intervista concessa al mensile “Le Scienze” nel numero di marzo. Insieme allo scienziato giapponese Yamanaka, Gurdon è stato giustamente premiato per le ricerche sulle staminali ottenute da cellule adulte: una grande possibilità aperta dalla scienza, soprattutto perchè permette di raggiungere il risultato evitando lo sterminio di embrioni umani. Peccato che su questa considerazione Gurdon e l'intervistatrice de “Le Scienze” sembrano avere strane idee.

L'intervistatrice, infatti, si sente in dovere di informare lo scienziato del fatto che in Italia “una parte del mondo cattolico ha festeggiato il vostro Nobel anche come riconoscimento a certi dettami religiosi”. Ma quali sarebbero questi “dettami”? Che “per le persone religiose l'embrione è vita, mentre le singole cellule no”. Direi che qui si fa parecchia confusione sia dal punto di vista “religioso”, che “scientifico”. Mi sembra che questa sia una mistificazione, più che un servizio alla divulgazione, perché non c'è bisogno di alcun “dettame religioso” per sostenere dal punto di vista scientifico che l'embrione umano non solo vive in senso biologico, ma è una persona in quanto porta in sé un'identità irripetibile che si autocostruisce in un processo di sviluppo senza soluzione di continuità.

Come diceva il celebre scienziato Lejeune l'embrione può essere definito un “giovanissimo essere umano”. Purtroppo anche il premio Nobel Gurdon mostra di fare un po' di confusione, infatti, alla sollecitazione dell'intervistatrice risponde affermando che “un embrione precoce non è un potenziale essere umano, perché a meno che non venga impiantato nei tessuti della madre non potrà mai formare un individuo”. 
Il punto è sempre lo stesso, anche Gurdon concede all'embrione di essere soltanto “un potenziale essere umano” e non un essere umano tutto intero. Eppure proprio la biologia insegna che l'embrione, con un processo intrinseco coordinato e continuo, diviene ciò che in realtà è già. L'adulto che sarà è il frutto di un succedersi di forme che sono momenti diversi dello sviluppo di un unico e irripetibile essere.

Purtroppo, pur mascherata da nobili fini, spesso vince quella tentazione prometeica che vuole fare di tutto un semplice mezzo, anche dell'essere umano. 
L'embrione è un soggetto, non una cosa, non una qualsiasi cellula vivente. Infine per rispondere all'osservazione di Gurdon ci permettiamo di ricordare un fatto piuttosto ovvio: normalmente un embrione è impiantato nei tessuti della madre, se no è perchè qualcuno si è intromesso per giocare ad esser come Dio. Gioco estremamente pericoloso che Yamanaka, il collega di Gurdon, mostra di aver compreso piuttosto bene se nel 2007 dichiarava al New York Times :“Quando ho visto l’embrione, mi sono reso conto all’improvviso che c’era solo una piccola differenza fra lui e mia figlia. Ho pensato che non possiamo continuare a distruggere embrioni per la nostra ricerca. Ci deve essere un’altra strada”.
FESTA DEL PAPA’/ Così l'asilo di mio figlio festeggia le mamme "uccidendo" la famiglia - martedì 19 marzo 2013 -http://www.ilsussidiario.net

FESTA DEL PAPA’/ Così l'asilo di mio figlio festeggia le mamme uccidendo la famiglia

Di mamma ce n’è una sola, dice un vecchio adagio popolare. E il 19 marzo, festa di San Giuseppe, tradizionalmente è la giornata dedicata a tutti i papà. Espressioni che fanno riferimento ad un vecchio modo di pensare, a quanto pare. Perché oggi succede che di mamme nella stessa famiglia ce ne siano due, e di papà, invece, nessuno; e succede, perciò, che anche la festa del papà diventi motivo di conflitto. In una scuola di Roma, due madri omosessuali di una bambina hanno chiesto alle maestre di non festeggiare la festa del papà, considerata poco opportuna.

Scoppiano le polemiche, e i commenti su una questione che mette in rilievo i valori fondamentali della famiglia, e della paternità. Indignazione e amarezza nelle parole di un avvocato, padre di un compagno di classe della bambina attorno a cui ruota la vicenda, che ci racconta come è andata. “Un paio di settimane fa le maestre della scuola del mio terzo figlio ci hanno detto che sarebbe stata indetta una riunione per decidere cosa fare per la festa del papà: due signore, mamme di una bambina che sta in classe con mio figlio, avevano sollecitato di non festeggiare, perché la bambina non aveva una figura genitoriale paterna. Ho appreso poi che, in seguito all’intervento di una psicologa del Municipio, si era deciso di proporre una generica festa della famiglia, per non urtare la sensibilità della bambina. I bambini, allora, hanno fatto dei disegni, un po’ diversi da quelli che si possono vedere in tutte le classi: sono quadretti coperti, che non permettono far vedere a tutti cosa rappresentano, per non far emergere così in maniera evidente la diversità tra le altre famiglie e la famiglia della bambina”.

Perché difendere la tradizione della festa del papà rispetto a qualsiasi altra scelta?

La festa del papà è una consuetudine del nostro paese, è un uso sociale oramai diffuso e ripetuto e stabilizzatosi nel tempo: rientra quindi fra gli interessi legittimi, fra le consuetudini. Oggi si cerca di abolirla, e mettere in discussione il principio di base della paternità, per affermare il valore di una scelta particolare, che comporta un’assunzione di responsabilità. Un totem delle copie omosessuali, e di chi sostiene le loro richieste, è che la loro libertà non incide sulla libertà degli altri, che le loro scelte non vanno mai a toccare i diritti degli altri.

Questo caso è particolarmente rilevante perché dimostra che questo principio non è vero: in questa vicenda la scelta di due donne incide sulle libertà e i diritti della maggioranza. Non viene discriminata una bambina, e bisogna usare una certa sensibilità, ma 30 bambini. Pensare che la scelta e la libertà di alcuni soggetti non incida sulla libertà degli altri è pura utopia: la nostra società è fatta legami , relazioni e rapporti che si intrecciano tra di loro. In questo caso la rivendicazione di un diritto va a conculcare una mia libertà, una scelta va ad incidere sulla storia e sulla felicità di una bambina, ma anche sulla libertà e i diritti degli altri, e sulle identità, sulla cultura, su una storia, su un’antropologia. È un processo inarrestabile.

Questa vicenda ha sollevato molte polemiche. Qualcuno potrebbe parlare di omofobia…

Posso pensare ad una forma di omofobia al contrario, fatta da chi vuole cancellare una figura presente in natura come quella del papà e della mamma, verso chi invece vuole che questa figura non venga nascosta, in virtù di un principio fondamentale e bellissimo, cioè che i bambini nascono dall’amore di un uomo e una donna.

Nei cartoni animati che i bambini vedono in televisione, nei libri di scuola, si parla di madre e padre: seguendo queste rivendicazioni, arriveremo ad abolire dai testi scolastici i concetti di madre e padre, ad abolire i cartoni che ricordano e fanno riferimento a figure genitoriali definite; ci sarà poi chi chiederà la cancellazione della figura della madre, e arriveremo a parlare genericamente di genitore A e B, genitore 1 e 2. In questo modo camminiamo nella menzogna, nella bugia, togliendo di mezzo la verità. Chi discrimina in questo caso è chi vuole occultare o cancellare la realtà.

Dobbiamo relativizzare anche il concetto di famiglia?

Si dice che ci sono molti modelli di famiglia: io di modello ne conosco solo uno, che è quello della famiglia formata da un uomo e da una donna. Se invece affermiamo che esistono più tipi di famiglia, si devono mostrare tutti: mi chiedo perché deve essere un problema, allora, festeggiare la festa del papà, perché si debba omettere o nascondere qualcosa. La verità è che si vuole in maniera folle nascondere la realtà, nascondere gli effetti delle proprie scelte, nella consapevolezza che forse possono danneggiare i bambini. Se penso di aver fatto una scelta profonda e giusta, non nociva alla crescita del bambino come quella di creare famiglie senza la presenza del padre, non devo nasconderne gli effetti. Qui si cerca di affermare un principio, mettendo da parte la figura del papà, ed è assolutamente inaccettabile. Non possiamo arretrare ancora nella rivendicazione della nostra identità e della nostra cultura, di una nostra antropologia, della nostra libertà.

Avete intrapreso azioni legali?

Dal punto di vista legale non faremo nulla: sono state avvertite le istituzioni cittadine, del Municipio e del Comune, e ci aspettiamo che da loro venga una soluzione di questa vicenda. Peraltro ormai la festa del papa è vicina, quindi c’è poco da fare ancora. Occorre sollevare la questione, e far capire che il problema non è la mancanza di carità nei confronti di una bambina, ma permettere che non venga messo in discussione il principio fondamentale della paternità.

Le mamme hanno intimato di non festeggiare la festa del papà, perché a loro detta nel Programma di Offerta Formativa della scuola, questa festa è non è contemplata. Allo stesso modo però, molto ipocritamente, si sono trovate d’accordo a festeggiare la festa della mamma. Secondo convenienza.

Cosa spera per il futuro dei suoi figli?

Spero che tra tante inadeguatezze ed errori di noi genitori, anche in un mondo che va verso un baratro antropologico, possano rivivere un’educazione cristiana, e sappiano distinguere e riconoscere il bene e il male, perché non è vero che una scelta vale l’altra, e non ha conseguenze. La speranza è che una Chiesa più autentica e vicina ai bisogni reali possa essere voce credibile che guidi l’uomo nei cammino di vita.

(Maria Elena Rosati)

© Riproduzione Riservata. 

mercoledì 13 febbraio 2013


I sostenitori delle nozze gay mischiano le carte. E scambiano una “coppia” per un “matrimonio ”
febbraio 12, 2013 Fabrice Hadjadj - http://www.tempi.it


Pubblichiamo un articolo di Fabrice Hadjadj, tratto dall’edizione odierna dell’Osservatore Romano 
C’è un gioco di carte, la brisque, dove i giocatori hanno come fine quello di fare dei “matrimoni”, vale a dire di riunire nelle proprie mani un re e una regina di cuori, per esempio. Quando si hanno solo due re, o due regine, non li si chiama “matrimonio” ma “coppia” e, in tal caso, perché non arrivare fino al tris o al poker…

Certo, noi non giochiamo più molto alla brisque, ma riconosceremmo facilmente il gioco di prestigio che consiste nel fare passare una “coppia” come un “matrimonio”. Un giocatore ha tutto il diritto di giocare a un altro gioco, come il poker, dove la coppia vince: ma se intende continuare a giocare alla brisque, sta barando, e ci si chiede il perché.

È ciò che sta accadendo con gli attuali governi. Non smettono di brandire il termine “uguaglianza” mentre si tratta solo di cambiare il significato della parola “matrimonio”. Indubbiamente l’uguaglianza dei diritti, in fatto di matrimonio, è sempre esistita: ogni uomo aveva il diritto di sposare una donna, ogni donna aveva il diritto di sposare un uomo (con restrizioni legate all’età, alla consanguineità, alla salute mentale). Perché dunque non si ha l’onestà di ammettere che qui non si tratta di promuovere l’uguaglianza (cosa che si sarebbe potuta fare estendendo le prerogative dei Pacs o creando un’“unione libera”), ma di decidere di agire sul linguaggio?

Se ci si riflette un po’, è invece il preteso “matrimonio per tutti” a produrre una situazione d’ineguaglianza. Da una parte, quanti hanno scelto il matrimonio come unione legittima di un uomo e di una donna si rendono improvvisamente conto di aver contratto un’altra cosa e sono costretti ad ammettere che la differenza sessuale implicata fino a poco tempo prima dalla loro scelta, era irrilevante. Dall’altra, per i diritti che derivano dal matrimonio, alcuni bambini avranno un padre e una madre, mentre altri avranno straordinariamente due padri o due madri (o un coniuge numero 1 e un coniuge numero 2), il che genera un’evidente disuguaglianza nei loro confronti: salta agli occhi che tra una situazione e l’altra c’è una complicazione dell’origine e un necessario ricorso a un dispositivo di correzione giuridica e persino di manipolazione demiurgica.

Diciamo, a discolpa del Governo Hollande, che quest’ultimo è meno attore in quanto, in questa storia, agisce trascinato da un’onda anomala. Il governo precedente ha forse aggiunto il termine damoiseau? No, ha fatto sopprimere quello di mademoiselle giudicato discriminatorio, come se la lingua non avesse come fine proprio quello di discriminare, nel senso di discernere, e di permetterci così di percepire meglio le differenze. La tolleranza, di fatto, non consiste nell’attenuarle, ma nel riconoscerle.

Ebbene, si sta facendo proprio il contrario: la normalizzazione che si opera sugli omosessuali è il segno che non li si tollera per il loro modo di turbare un certo ordine borghese; occorre quindi che s’imborghesiscano, che diventino “come gli altri”. È il principio ormai vecchio della political correctness (né politico né corretto, nel senso nobile di questi due termini): si cancellano le differenze nel campo lessicale, perché non si riesce a farle comunicare nel campo sociale.

Un asilo di Stoccolma ha spinto questo sistema all’estremo: perché i bambini non fossero vittime del sessismo, il suo personale, non accontentandosi di evitare di raccontare loro vecchie fiabe di principi e principesse, ha deciso di non chiamarli più con il pronome “lui” (han) o “lei” (hon), ma con il pronome neutro (hen), creato per l’occasione, senza rendersi conto che il neutro, come l’it inglese, tende a indicare le cose, piuttosto che le persone. Questa indifferenziazione permette in seguito di accettare meglio le differenze? Forse occorre anche che il bambino sia libero di scegliere in seguito il suo “orientamento sessuale” e pertanto non bisogna imporgli “linguisticamente” il suo sesso “biologico”. Ma se questo è il prezzo, tanto vale dire che non si deve imporre a un bambino una lingua, e non gli si deve parlare affatto, affinché possa sceglierla da solo più tardi.

Dov’è il nuovo Molière, il nuovo Orwell capace di descrivere queste manipolazioni? Siamo però lontani da Le preziose ridicole e persino da Il grande fratello, in quanto il movimento che subiamo non è mondano né totalitario. Negli Scritti corsari, Pasolini osservava che la società consumistica aveva fatto di più per distruggere la lingua italiana del fascismo. In effetti, sembra di stare in un’era post-ideologica. Non si tratta più tanto di torcere le parole per fare la propaganda di una dottrina. È una propaganda a vuoto — e avida — a essere diventata essa stessa la dottrina.

Non siamo più sotto la logica di un’idea, ma sotto la logistica di una tecnica. Se le parole non vengono più riconosciute nella loro differenziazione che apre alla varietà del reale, ma come strumenti di potere, non è perché un’ideologia particolare se ne impossessa, ma perché il potere prevale sul sapere, e il dato della natura, della carne, della lingua, non appare più in primo luogo come una realtà da contemplare o da ascoltare, ma come un materiale da sfruttare.

Ciò che questo regno dell’efficienza tende sempre più a negare, sono tutte le figure del dato: il dato naturale della nascita, che implica un padre e una madre, o il dato tradizionale della lingua, che implica un significato delle parole che ci precede. Di fatto, il sesso e la lingua hanno proprio questo in comune: non li si è scelti, e vi si diviene fecondi solo nella misura in cui si accetta prima di tutto di riceverli. In più, essi si articolano l’uno all’altro: tutte le parole della nostra lingua sono femminili o maschili, come se l’esperienza della differenza sessuale fosse all’origine della nostra prima percezione linguistica delle differenze tra le cose. Del resto, la vera differenza coincide con il dato, con ciò che sfugge alle nostre costruzioni. Ebbene, è proprio questo dato a essere rifiutato, in vista di non so quale “trans-umano”.

Domani, Proust sarà illeggibile, ma Platone avrà sempre più ragione: «non parlare come conviene non costituisce solo una mancanza verso ciò che si deve dire, ma è anche mettere in pericolo l’essenza stessa dell’uomo».

venerdì 30 novembre 2012


LETTURE/ Tutto è lecito finché non fa male agli altri? - http://www.ilsussidiario.net/

Giovanni Maddalena
venerdì 30 novembre 2012
È lecito offrire soldi (3500 dollari negli Stati Uniti e 300 in India) a donne drogate per non mettere al mondo dei figli? È giusto dare un incentivo economico ai bambini delle elementari per ogni libro letto? Si può pagare un homeless per fare la coda al posto nostro e prendere i biglietti che la città di New York offre gratis per lo spettacolo shakespeariano a Central Park? C’è qualche problema nel fare del bagarinaggio sulla messa del Papa al Yankee Stadium? Una società può mettere una polizza assicurativa sulla vita dei suoi dipendenti – che ha formato e per cui ha speso dei soldi – a loro insaputa? Si può mettere in vendita il nome da dare al proprio figlio?
Sono alcune delle centinaia di questioni che compaiono nell’ultimo libro di Michael Sandel: “Quello che i soldi non possono comprare”.
Michael Sandel è da sempre un pensatore interessante. Dagli attacchi degli anni 70 alla concezione liberal-kantiana di un io indipendente dalla società fino al bestseller di tre anni fa Justice, il professore di Harvard ha il dono di far pensare attraverso casi semplici e concreti.
Nel caso qualcuno volesse delle risposte: esiste un Project Prevention che paga donne drogate per la sterilizzazione, l’amministrazione Obama ha promosso un programma per la lettura con incentivo in Texas, gli homeless in fila erano moltissimi, nonostante le proteste della Chiesa la messa papale poteva costare più di 200 dollari, Walmart ha guadagnato 300mila dollari dalla morte di un suo dipendente (mentre la famiglia non ha avuto niente), il nome in vendita – per 500mila dollari – non ha trovato acquirente.
Il ragionamento di Sandel è semplice: il mercato ha invaso sfere della società che non gli competevano. Si è passati da un’economia di mercato a una società di mercato. Partendo dall’assunto che la morale è una questione privata e non è materia di dibattito pubblico, abbiamo lasciato che il mercato invadesse quasi ogni area della vita e i tecnici del mercato sono così diventati gli unici veri arbitri della società. Ciò che Sandel propone ha in fondo la più classica matrice aristotelica. Il metodo di valutazione di un oggetto dipende dalla natura dell’oggetto. Se il mercato va bene per giudicare inflazione, disoccupazione, depressione non è detto che esso debba entrare a valutare amicizia, educazione, amore, vita e morte. L’economia ha un’applicazione limitata e non è la scienza che studia l’intera gamma delle interazioni umane. Lo scotto che si paga a non rispettare la natura degli oggetti e a piegarli alle regole di mercato, è che si ottiene l’effetto contrario: i beni si corrompono e la società diventa ingiusta.
Visivamente, Sandel identifica questa trasformazione della società con lo skybox(il palco riservato) degli stadi: lo skybox è una creazione della mercificazione dello sport che non è più stato considerato – senza dibattito – un valore sociale non soggetto al mercato. D’altro canto, la creazione dello skybox, con la distanza che genera fra spettatori ricchi e poveri, incrementa a ogni partita la possibilità che lo sport non sia un luogo comune e corrompe la concezione dello sport stesso che diventa occasione di sfoggiare uno status symbol più che di godere del gioco.
L’osservazione di per sé non è originale (oltre ad Aristotele, l’economista Hirsch l’aveva già avanzata nel 1976) ma richiama a pensare a quale sia la natura degli oggetti in questione. Il punto originale è invece il dire che, visto che la natura, anche solo funzionale, degli oggetti non è sempre (e non è più) chiara, occorre una società che favorisca un dibattito acceso su tale natura. La finta discrezione e neutralità liberale sulle scelte morali ha di fatto privato la società di uno spazio comune. Partita dall’idea che qualsiasi scelta morale vada bene purché non leda la libertà altrui, e quindi purché non entri nel sacro spazio pubblico, la società liberale si è ritrovata ad avere un solo signore dello spazio pubblico – il mercato – che alla fine ha invaso anche lo spazio delle scelte private.
L’osservazione è acuta. Lascia più perplessi, invece, il tono moralista e un po’ nostalgico di molti giudizi – lo sport ha davvero qualcosa di sacro che non può essere alterato da uno skybox? – che in fondo tradisce qualche pregiudizio di troppo e una certa incomprensione della radice della libertà umana che sta anche al fondo dello sfrenato liberismo denunciato. È la libertà in quanto capacità del bene e del possesso che è anche all’origine del mercato. È la stessa libertà che ci fa premere per qualcosa di migliore. Non si calmerà la spinta del mercato solo dicendo che il mondo sarebbe più giusto e buono se dialogassimo sulla natura degli oggetti. Il dialogo proposto da Sandel diventa un calmante razionale interessante solo per certe persone già convinte della validità di alcuni valori.
Occorrerebbe, invece, capire come quel dialogo risponderebbe di più all’esigenza di qualcosa di meglio e di buono. È la natura totalizzante della libertà – e quindi l’assolutezza della verità e del bene – che andrebbero tematizzate e affrontate.Ma questa natura totalizzante e questa assolutezza dei beni a cui la libertà tende (imperfettamente) sono ben più impopolari del dire che il mercato non è tutto.
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giovedì 29 novembre 2012

Per i giudici meglio l'adultero del marito
di Tommaso Scandroglio29-11-2012 - http://www.lanuovabq.it
Corte di CassazioneNell’immaginario collettivo l’amante, all’arrivo inaspettato del marito in casa, si nasconde sempre nell’armadio. Ora a dare retta alla Corte di Cassazione nell’armadio è bene che ci finisca il marito per sfuggire a condanne penali pesanti. Pare incredibile ma negli anni la Cassazione ha inanellato una serie di sentenze che strizzano l’occhio agli adulteri e castigano il coniuge non libertino. Vediamone qualcuna.

È di quest’anno un pronunciamento dell’alta corte che infligge la custodia cautelare in carcere ad un coniuge tradito che le aveva date di santa ragione all’amante. Fin qui nulla di strano – anche se il carcere forse ci pare un po’ eccessivo per un paio di ceffoni. Ma la cosa che stupisce è il reato per cui il malcapitato è finito dietro le sbarre: non lesioni personali bensì “maltrattamenti in famiglia”. Gli ermellini hanno sostenuto che la caratteristica di stabilità di alcune relazioni extraconiugali le fa assomigliare a relazioni familiari. È come se i giudici sostenessero che le persone con i baffi sono un po’ gatti. Ergo se picchi l’adultero è un po’ come se tu alzassi le mani contro un tuo parente acquisito. In effetti come dare torto ai magistrati? L’amante almeno per certi aspetti fa le veci del marito. Si conia quindi un nuovo concetto di famiglia: quella adulterina – anzi adulterata – che deve essere tutelata a danno di quella naturale.

Se poi il tradito non vuole passare dalle parole ai fatti, ma decide prudentemente di fermarsi alle parole il poveretto non potrà comunque sottrarsi alla dura censura dei tribunali. Una signora tempo fa si arrischiò ad apostrofare l’amante del marito con l’epiteto “cesso”. La perifrasi testuale fu: “Sei un cesso! Ma ti sei vista?  - e rivolta agli astanti - Sono la moglie di… e questo cesso è la sua amante”. La destinataria degli apprezzamenti non gradì la patente di “sanitario”. Decise dunque di andar per vie legali ed ottenne ragione. Infatti anche le sottili questioni di estetica interessano i giudici di Roma i quali  comminarono alla donna dalla lingua puntuta una bella sanzione penale per ingiuria. Questo reato, insieme a quello di diffamazione, è degno di nota: infatti quello che importa per meritarsi il carcere o la multa non è tanto la verità dell’affermazione ingiuriosa, bensì il fatto che abbia leso “l’onore e il decoro di una persona”. Cioè per i giudici nulla esclude che l’amante fosse davvero “un cesso”, ma purtroppo anche gli amanti hanno un cuore e una sensibilità propria che lo Stato deve tutelare. A parti rovesciate viene da chiedersi se “l’onore e il decoro” del coniuge tradito non fossero stati infangati in modo assai più grave dai rapporti adulterini della rivale. Ma, ce ne rendiamo conto, questi sono sofismi.

Continuando in questo tunnel degli orrori/errori giuridici, ci imbattiamo nel caso di Angelo che, bontà sua, una volta ha avuto la malsana idea di impedire con la forza all’amante di entrare in casa propria per consumare l’atto adulterino con la moglie Stefania. In aula il marito si è giustificato così: ''Volevo solo impedire che mia moglie uscisse con l'amante e si intrattenesse con lui in casa nostra''. Ma il buon senso dell’ingenuo Angelo non è stato preso in considerazione e questi è stato condannato per violenza privata. Il reato consiste in questo: “Chiunque, con violenza o minaccia costringe altri a fare, tollerare od omettere qualche cosa è punito con la reclusione fino a quattro anni”. Insomma la colpa del marito è stata quella di aver costretto l’amante ad omettere l’abituale tradimento e per questo si merita il carcere. E così il portatore di corna viene sbattuto fuori di casa e finisce in un altro tipo di casa, quella circondariale, ed invece l’artefice delle corna altrui ha libero accesso nella dimora di questi.

Da aggiungere che la parte lesa in questa vicenda non era solo il terzo incomodo ma la stessa moglie. La sentenza infatti specificava che Angelo doveva essere punito per ''esercizio arbitrario delle proprie ragioni ai danni della moglie Stefania''. La vittima diventa carnefice e i fedifraghi chiedono i danni.

Da notare infine che la condanna era stata inflitta grazie alla deposizione della moglie, la quale poteva benissimo essersi inventata tutto o perlomeno aver ceduto alla tentazione di calcare un po’ la mano nel racconto degli avvenimenti. Ma la fede della Corte nei fedifraghi è stata cieca e assoluta: ''la deposizione della persona offesa dal reato, pur se non può essere equiparata a quella del testimone estraneo, può tuttavia anche da sola essere assunta come fonte di prova, non richiedendo neppure riscontri esterni quando non sussistano situazioni che indicano a dubitare della sua attendibilità”. È proprio vero: come si fa dubitare di una donna che tradisce?

Il delirio giuridico poi arriva al suo apice nella vicenda del signor M. che si è visto obbligato a foraggiare economicamente la moglie che era fuggita con l’amante. Anzi, nel caso in cui la donna avesse deciso di divorziare, l’ex coniuge era vivamente pregato di pagarle gli alimenti. Perché, si sa, che le scappatelle sono dispendiose e d’altronde il marito non aveva promesso di esserle fedele nella buona ma anche nella cattiva sorte? E quale peggiore sorte si può immaginare che essere traditi? Così suo malgrado il signor M. è stato costretto a diventare benefattore dei festini a luci rosse imbastiti a suo danno. La solidarietà per i giudici di Roma non conosce i confini della pubblica decenza.

Il divino Dante ha messo nell’ultimo cerchio dell’Inferno chi ha tradito la fiducia altrui. Tra questi troviamo Giuda. I tempi son cambiati e i giudici oggi premiano i novelli Giuda che si danno ad attività amatorie extra-talamo nuziale e mandano al fresco il coniuge umiliato e offeso. Si premia l’adulterio e si umilia il vincolo matrimoniale. Decisioni togate che ci spingono a dire che oltre ai questi poveri coniugi anche la giustizia appare essere essa stessa tradita dai suoi stessi amministratori, adornata di un paio di indecenti corna che di certo non meritava.

Insomma queste sentenze validano in nome del Popolo Italiano il detto “cornuto e mazziato”. E tanto per rimanere in tema di detti popolari ci viene da suggerire ai giudici della Cassazione il vecchio e sempre valido adagio: “Tra moglie e marito non mettere il dito”.










martedì 18 settembre 2012


Tre professionisti coerenti ed amanti della vita umana- Tre belle testimonianza: Mario Melazzini, Elvira Parravicini e Angelo Vescovi - http://www.uccronline.it/
18 settembre 2012


*pediatra

Ho raccolto, e mi sembra bello condividerle con voi, le esperienze di alcuni personaggi italiani cui la stampa ha dato di recente una seppur timida eco. Queste testimonianze mostrano che al mondo c’è ancora qualcuno che dà il giusto valore alla vita umana e che non si lascia confondere dal rumore assordante che ci circonda e che vorrebbe farci credere che una vita che soffre o che è malformata o che è semplicemente troppo giovane o troppo vecchia non è vita o può comunque essere tranquillamente, talvolta persino “legalmente”, interrotta.
In un articolo pubblicato il 21 agosto scorso su Avvenire, il Dott. Mario Melazzini, medico oncologo, affetto da Sclerosi Laterale Amiotrofica, la gravissima, progressiva e letale malattia che tutti noi conosciamo bene, si esprimeva come segue: «La ricerca scientifica riveste un ruolo imprescindibile nella lotta alle malattie considerate al momento inguaribili. […] E’ solo dalla ricerca che possono giungere le risposte terapeutiche che malati e famiglie si attendono. Tutti ci auguriamo che arrivino al più presto, tuttavia la ricerca ha tempi precisi per arrivare a esiti concreti: va portata avanti in maniera corretta e responsabile, senza strumentalizzazioni e in maniera etica, nel rispetto dei criteri e delle procedure validate, senza lasciare spazio a false illusioni e “viaggi della speranza”.» Quanta differenza nell’approccio di questo grande medico, costretto sulla sedia a rotelle, rispetto alle polemiche e alle strumentalizzazioni, cui di recente abbiamo assistito , del caso di Celeste, la piccola bimba ammalata di atrofia muscolare spinale.
Ma mi preme riportarvi una parte ancora più bella dell’articolo del dott. Melazzini: «Ma nel contempo si vuole e si deve continuare a vivere: ancora troppe volte ci si dimentica che l’efficace presa in carico e il continuo sviluppo della tecnologia possono realmente consentire anche a chi è stato colpito da patologie inguaribili di continuare a guardare alla vita come a un dono ricco di opportunità e di percorsi inesplorati prima della malattia. Quest’ultima, dopotutto, non porta via emozioni e sentimenti, ma fa comprendere che l’essere conta più del fare. È questa la vera speranza: il medico può cercarla e trasmetterla anche quando prevalgono i dubbi e l’angoscia, imparando dai pazienti come proprio la speranza sia il vero e proprio cuore della guarigione.» E ancora: «La ricerca è linfa vitale che alimenta la speranza di una vita migliore per chi, oggi, è costretto a vivere con la malattia. Ma non dobbiamo dimenticarci che un corpo malato non può diventare in nessun caso un fattore di isolamento, esclusione ed emarginazione dal mondo. È inaccettabile avallare l’idea che alcune condizioni di salute rendano indegna la vita e trasformino il malato in un peso sociale. Si tratta di un’offesa per tutti, ma in particolar modo per chi vive una condizione di malattia. Questa idea, infatti, aumenta la solitudine dei malati e delle loro famiglie, e introduce nelle persone più fragili il dubbio di poter essere vittima di un programmato disinteresse da parte della società. La domanda di senso di un’esistenza è strettamente correlata alla possibilità di esprimersi e, soprattutto, al fatto che ci sia o meno qualcuno a raccogliere i messaggi. Non bisogna lasciare che siano la trascuratezza, l’abbandono e la solitudine a decretare una vita degna o meno di essere vissuta.»
Il quotidiano Libero, il 30 agosto scorso, pubblicava invece un articolo sulla Dott.ssa Elvira Parravicini, una neonatologa italiana che negli Stati Uniti, in un grande ospedale pubblico, accoglie i neonati con seri problemi che tuttavia i genitori hanno deciso di non abortire, anche grazie alla consapevolezza che c’èuna squadra di esperti disponibile a farsene carico. Questo team di medici e infermieri accoglie questi bimbi e cerca di rendere loro la vita, quei brevi istanti di vita che magari hanno a disposizione, la più confortevole possibile. Perché è vita anche quella di un bambino malformato o gravemente prematuro. Ed essere amati da una famiglia, fosse anche per poche ore, è un diritto e un bisogno primario di questi bimbi. La dott.ssa Parravicini ha raccontato la sua esperienza nel corso dell’ultimo meeting di CL a Rimini.
Vi confesso che da Pediatra non sono riuscito ad ascoltare questa bellissima esperienza senza provare emozioni fortissime ed un’ammirazione grande per questa persona. Si decide di diventare medici perché si desidera salvare i propri simili, aiutarli a vivere meglio. La morte di un paziente, per un medico, è sempre fonte di frustrazione. La dott.ssa Parravicini ci dimostra che un medico è sempre a favore della vita, anche di quella che ai più non sembra nemmeno degna di essere vissuta; ci dimostra che un medico deve accompagnare con grande disponibilità, delicatezza e amore ogni vita, accogliendola nel momento della nascita o della “rinascita” a seguito di una guarigione, ma anche sostenendola nel momento della fine. Perché, in fondo, come dice la dott.ssa Parravicini: «Di cosa ha bisogno un bambino? Di avere accanto la mamma e il papà. Qual è il suo piacere principale? Mangiare. Ecco, partiamo da qui: devono poterlo fare, fosse anche per i soli cinque minuti che stanno al mondo». In fondo è semplice: «Non c’è strada, se non la realtà. Il bambino ci dà tutti i segni di cui abbiamo bisogno. Perché lui è dato, ai genitori e a me: a noi, che non possiamo definire il suo destino. A noi è chiesto di osservare e seguire la realtà.».
Qui sotto l’intervento della dott.ssa Parravicini al Meeting di Rimini
Infine, a dimostrazione che si può essere ottimi ricercatori continuando a rispettare la vita fin dal suo inizio, credo sia bello citare le parole del Dott. Angelo Vescovi, neurobiologo, dichiaratamente agnostico, sostenitore dellaricerca sulle cellule staminali adulte. Di recente ha iniziato una sperimentazione trapiantando nel cervello di due malati di Sclerosi laterale amiotrofica le cellule staminali cerebrali ingegnerizzate di un feto abortito spontaneamente donate dai genitori del bimbo (nello stesso modo in cui due genitori potrebbero donare gli organi del proprio figlio deceduto prematuramente). Intervistato da Francesco Ognibene su Avvenire lo scorso 1 agosto , alla domanda sul perché della sua scelta etica di non lavorare con cellule staminali embrionali, ha risposto quanto segue: «Non per motivi religiosi, ribadisco che sono agnostico: le mie motivazioni nascono da convinzioni personali di scienziato, sulle quali resto coerente. Ho un enorme rispetto per la vita, in tutte le sue forme. A rigor di logica e di scienza, dimostrabile e verificabile, la vita comincia all’atto del concepimento e finisce con la morte naturale. L’intervallo tra i due istanti è lo spazio della vita umana, ed è uno spazio sacro, laicamente sacro: quanto di più grande ci sia nella considerazione di uno scienziato, e certamente nel mio sistema di valori. Non credo in una scienza che viola il diritto a esistere della vita, e in particolare della vita umana».
E infine: «Non credo in una scienza che crea vita umana per poi distruggerla al solo scopo di ricavarne cellule embrionali. Così facendo la scienza calpesta la regola più elementare della morale universale, ovvero il rispetto della vita umana, per soddisfare le necessità che derivano dall’insufficienza delle sue capacità tecniche. Il vero scienziato davanti a un problema cerca la soluzione, non la scorciatoia. Il lavoro che stiamo conducendo dimostra una volta in più che esiste la soluzione al problema dell’uso delle staminali nel pieno rispetto della vita».