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lunedì 9 febbraio 2015

E' persino troppo banale smentire l'ideologia gender di Rino Cammilleri, 09-02-2015, http://www.lanuovabq.it/

Il Paradosso Norvegese
Le cose sono andate suppergiù così. C’è uno che vive nel Paese più avanzato del mondo e da poco una nuova scoperta sta invadendo i media e le scuole: la terra è piatta. Il tizio allora si mette in viaggio verso Ovest, per vedere quand’è che cadrà di sotto. Invece, viaggia che ti viaggia, si ritrova al punto di partenza. Così, pensa: ma come, qui ci insegnano la gran novità della terra piatta, e che l’idea che sia tonda, come si è sempre creduto fin dai tempi di Eratostene, ci viene in realtà inculcata fin dall’infanzia; ma allora com’è che viaggiando sempre a Ovest sono arrivato a Est?

Ebbene, una cosa del genere è accaduta in Norvegia, il posto in cui la parità tra i sessi è massima. Il comico Harald Meldal Eia, star televisiva locale, si è incuriosito quando ha visto le statistiche nazionali, secondo le quali il 90% degli infermieri è femmina, mentre il 90% degli ingegneri è maschio. Secondo l’ideologia gender le cifre dovrebbero essere fifty-fifty in ogni mestiere. Invece, proprio dove l’accesso alle professioni è più libero e uno può scegliere quella che vuole, le femmine si indirizzano verso lavori classicamente femminili e i maschi verso lavori classicamente maschili. Avendone le possibilità, Harald ha confezionato un documentario intitolato (traduco): «Lavaggio del cervello. Il paradosso dell’eguaglianza di genere». Se avete quaranta minuti, guardatelo su YouTube sottotitolato in italiano (qui). Io l’ho trovato in un articolo di Federici Cenci su Zenit.org.

Harald, con la faccia di Bertoldo ma in assoluta buona fede, è andato a chiedere lumi alla ricercatrice Cathrine Egeland, esperta di temi di lavoro, e a Jorgen Lorentzen del Centro di Ricerca Interdisciplinare sul Genere dell’università di Oslo. I due hanno risposto unanimi che gli studi sulla diversità biologica tra maschio e femmina sono da ritenersi superati e che, in realtà, lo «stereotipo» viene inculcato alle creature per via culturale. Stesso discorso una ex ministro per le pari opportunità. Harald, perplesso, intervista i suoi bambini, due femmine e un maschio, e quelli rispondono che loro sono nati così. Per riprova li porta in un negozio di giocattoli e chiede al bimbo perché la bambola non gli piace. Quello replica che lui non è mica una femminuccia. Sarà, pensa Harald, però gli esperti dicono che sono stato io a mettervelo in testa, anche se a me non risulta.

Poiché ad Harald la tivù paga le inchieste, prende l’aereo e va a San Francisco e poi a Cambridge, dove interroga i massimi esperti mondiali di biologia umana. Di più: gli fa vedere il video delle interviste che ha fatto agli esperti norvegesi di gender. Visti e ascoltati i video, a san Francisco e a Cambridge restano allibiti. Gli fanno vedere gli studi «superati» e gli dicono che in verità sono i più recenti e accreditati. Dai quali risulta che un neonato di un giorno (avete letto bene: un giorno) è attratto dai giocattoli maschili, mentre una neonata della stessa età è attratta dalle facce delle persone. Gli mostrano bambini di nove mesi lasciati liberi di gattonare tra i giochi: stesso risultato. Harald fa perfidamente notare agli spettatori che dal Trinity College di Cambridge (dove è andato) sono usciti ben 32 premi Nobel. Poi torna in Norvegia e mostra agli esperti di prima i risultati della sua inchiesta. Questi, ovviamente, se ne fanno un baffo e rispondono con slogan. Anzi, si chiedono stizziti perché mai ci sia gente che insiste con la biologia, disciplina che è «superato» ritenere che abbia qualcosa a che fare con le differenze tra maschi e femmine. Harald saluta e se ne va.

Però manda in onda il documentario sulla tivù nazionale. La quale è vista in tutta la Scandinavia. Ne è nato un dibattito che è durato mesi ed è finito così: nel 2011 i governi locali hanno sospeso i finanziamenti al Nordic Gender Institute, punta di lancia dell’ideologia omonima. Ma, come sappiamo, i sostenitori della terra piatta hanno soldi e appoggi internazionali potenti. La novità perciò verrà diffusa nelle scuole e sarà messo in galera chi oserà affermare che la terra è tonda. Personalmente, mi preoccuperei più per la seconda minaccia. Infatti, i pargoli, pur indottrinati, che la terra è sferica prima o poi lo scopriranno da soli. 

lunedì 12 maggio 2014

Dna sintetico. Ed ora l’uomo potrà giocare a fare Dio? «Pura fantascienza», Maggio 12, 2014, Leone Grotti, http://www.tempi.it/

dnaIntervista al genetista Domenico Coviello sulla scoperta pubblicata su Nature: «Chi dice che con questa scoperta creeremo organismi complessi come l’uomo vive nel regno della fantasia»
dnaÈ l’alba di un nuovo mondo? La vita artificiale è più vicina? L’uomo è a un passo dal creare nuovi esseri viventi? «No», risponde secco a tempi.it il genetista Domenico Coviello, copresidente di Scienza e vita, commentando una ricerca americana appena pubblicata su Nature e ampiamente ripresa dai media internazionali. Per la prima volta un gruppo di scienziati ha ottenuto un organismo vivente con Dna “potenziato”: oltre alle quattro tradizionali lettere (A, C, G, T) che compongono il Dna, i ricercatori ne hanno aggiunte altre due e l’organismo, un comune batterio Escherichia Coli, è sopravvissuto e si è replicato. Per il direttore del Laboratorio di genetica all’ospedale Galliera di Genova si tratta di «una rivoluzione, ma il taglio che ha dato la stampa alla notizia è pura fantascienza».
Il Tg1 ha detto che l’uomo ora sarà in grado di creare altri esseri viventi.
Purtroppo stampa e tv non riescono ad attenersi alle notizie puramente scientifiche ma danno sempre un taglio fantascientifico per fare audience.
Quindi è una bufala?
La supposta creazione di nuovi organismi ha poche basi scientifiche ed è futuristica. Questa ricerca però è un grande passo avanti, si può anche parlare di rivoluzione, per quanto riguarda la modifica del Dna. Per la prima volta si introducono infatti modifiche chimiche nuove ma non ci sono dati scientifici che confermino la creazione di nuovi organismi.
Neanche migliorando la tecnica?
La vicenda della pecora Dolly insegna: doveva essere chissà cosa e invece non ha avuto conseguenze pratiche perché la pecora moriva. Parliamo di organismi complessi così equilibrati che è difficile riprodurli quando si va a togliere l’equilibrio. Noi stiamo parlando di una grande rivoluzione, uno scalino nuovo, che potrà portare alla creazione di nuove proteine e batteri.
E cosa ce ne facciamo di nuove proteine o batteri?
Un gene produce una proteina e cambiando le basi si possono produrre nuove proteine: questo può avere utilissime applicazioni in agricoltura, ad esempio, per rendere un determinato prodotto agricolo più resistente agli agenti atmosferici. Allo stesso modo si possono creare nuovi farmaci. Ma c’è anche il rovescio della medaglia.
Cioè?
Si possono produrre anche nuovi veleni e armi chimiche da usare in guerra. Come in ogni scoperta scientifica, la cosa importante è che la società ne controlli l’utilizzo. È come l’energia nucleare: serve a produrre elettricità ma anche a fare la bomba atomica. I governi devono sorvegliare su queste scoperte perché vengano utilizzate in modo corretto.
I titoli dei giornali fantascientifici non fanno ben sperare da questo punto di vista.
Gonfiare le notizie non fa bene all’opinione pubblica, io però non sono pessimista. In Occidente siamo sempre più attenti all’ambiente, quindi penso che anche questa scoperta verrà utilizzata bene. Ma è fondamentale educare le persone.
Quali? Quelle che abbiamo conosciuto finora o quelle che verranno, come dicono i giornali?
Chi dice che con questa scoperta potremo creare organismi complessi come l’uomo vive nel regno della fantasia.
@LeoneGrotti


martedì 5 novembre 2013

Giusto il rispetto degli animali ma... La tutela di cani, gatti o scimmie non deve andare contro l'interesse dell'uomo


Roma, 03 Novembre 2013 (Zenit.org) Carlo Bellieni | 172 hits

La cura degli animali è un dovere dell’uomo, in quanto custode del creato, come ama ripetere il Papa Francesco. Pertanto la vita animale deve essere oggetto di rispetto in tutti gli ambiti in cui l’uomo interferisce con essa.


Recentemente l’Italia ha recepito la direttiva europea 2010/63/EU“sulla protezione degli animali utilizzati a fini scientifici”, che mette dei paletti in questo campo. La direttiva ammette che “sono disponibili nuove conoscenze scientifiche con riguardo ai fattori che influenzano il benessere degli animali nonché alla loro capacità di provare ed esprimere dolore, sofferenza, angoscia e danno prolungato. Per tale motivo è necessario migliorare il benessere degli animali utilizzati nelle procedure scientifiche rafforzando le norme minime per la loro tutela in linea con i più recenti sviluppi scientifici”. Ma servono davvero gli animali per il progresso scientifico? “Benché sia auspicabile – vi si legge - sostituire nelle procedure l’uso di animali vivi con altri metodi che non ne prevedano l’uso, l’impiego di animali vivi continua ad essere necessario per tutelare la salute umana e animale e l’ambiente. Tuttavia, la presente direttiva rappresenta un passo importante verso il conseguimento dell’obiettivo finale della completa sostituzione delle procedure su animali vivi a fini scientifici ed educativi non appena ciò sia scientificamente possibile. A tal fine, essa cerca di agevolare e di promuovere lo sviluppo di approcci alternativi”. Dunque la direttiva è ben lontana dal vietare del tutto gli esperimenti con animali, ma li disciplina.

Restano tuttavia dei dubbi: ad esempio, perché le scimmie, i cani e i gatti godono di uno status diverso dagli altri animali? Per i primi si adduce il fatto di una loro vicinanza genetica con l’uomo, per gli altri, “l’alto grado di interesse nell’opinione pubblica” verso queste due specie rispetto alle altre. Queste spiegazioni ci sembrano insufficienti e discriminatorie nei confronti di altre specie, anche tenendo conto che le differenze genetiche tra uomo e altri animali non sono sostanzialmente maggiori che con i primati (e questa bassa differenza con l’uomo non riesce a spiegare invece l’alta differenza morale e spirituale e artistica), e che non pare giusto trattar meglio cani e gatti solo perché “amati” dai più. Insomma, una visione animalistica antropocentrica, cioè basata sulla somiglianza o l’affetto dell’uomo, che però paradossalmente finisce con lo smussare la specificità umana rispetto al mondo animale.

Già, perché l’altro dubbio è che per rispettare l’animale si finisca con il non fare più l’interesse dell’uomo. No, nessuno “sfruttamento dell’animale”, ma ci deve essere attenzione da parte della scienza a riservare alle persone e in particolare a quelle svantaggiate e malate il diritto di essere curate e avvalersi anche della ricerca animale. Recenti critiche sono venute da parte del mondo scientifico alle applicative italiane della normativa europea che sono ancor più restrittive di quelle contenute nella normativa europea. Si rischierebbe, per non nuocere agli animali, di rendere impraticabile il loro impiego nella ricerca, se le procedure per l’analgesia diventano farraginose, se il criterio per limitare gli xenotrapianti diventa troppo vasto: ma quando sono preservate le garanzie basilari imprescindibili - chiedono gli scienziati italiani - la ricerca sull’animale non può essere inibita, e non solo nell’interesse dell’uomo: va fatto anche nell’interesse di altri animali che ne potranno trarre giovamento, perché esiste anche una medicina veterinaria che deve progredire e la garanzia per gli animali non può essere un percorso ad ostacoli insuperabili.

Attenti allora alla discrepanza di diritti tra animali e fasce più svantaggiate dell’umanità, perché a fronte di animalisti che ben sono motivati a non nuocere agli animali, ci sono anche filosofi che ritengono il diritto di certi animali essere maggiore di quello degli esseri umani più deboli e svantaggiati. Il “diritto” animale può surclassare quello umano, e non è storia nuova: i diritti dei bambini – sfruttati nelle miniere e nelle fabbriche - furono fatti valere nei tribunali dell’Inghilterra dell’800 dalla società per i diritti degli animali, dal momento che la società britannica all’epoca proteggeva maggiormente i cani che i bambini.

Un ultimo appunto: sembra che a fronte di tanti giusti diritti animali, i progressi nei diritti delle fasce umane più deboli siano in ritardo, tra tutte la lotta al dolore infantile e la lotta per i diritti delle persone disabili di fronte al sistema sanitario nazionale; o le riservate all’uomo in epoca prenatale. Si legge nella normativa europea, infatti, che “È opportuno che la presente direttiva includa anche forme fetali di mammiferi poiché è scientificamente dimostrato che nell’ultimo terzo del periodo del loro sviluppo vi sono maggiori rischi che tali forme provino dolore, sofferenza e angoscia”; e pensare che in vari Paesi l’aborto viene compiuto anche nel terzo trimestre di gravidanza, senza che venga nemmeno lontanamente fatta un’anestesia. Ma è giusto che si possano fare esperimenti su embrioni umani e non sui girini di rana? Paradossalmente viene da chiedere di applicare ad ogni stadio della vita umana le garanzie accordate agli animali.

(03 Novembre 2013) © Innovative Media Inc.

lunedì 19 agosto 2013

Ciò che il buon senso già sa, la scienza conferma - 18 agosto, 2013 - di Stefano Bruni, pediatra - http://www.uccronline.it/

Feto umano

Tanto per cominciare, sgombriamo subito il campo da possibili equivoci. La vita umana è tale, e come tale va rispettata, dal momento del concepimento al momento del suo termine ultimo.

Ciò che viene a determinarsi a seguito dell’unione di uno spermatozoo e di una cellula uovo umani è un nuovo essere umano vivente, unico ed irripetibile che, in un susseguirsi progressivo di quotidiani e meravigliosi eventi maturativi arriva ad essere, in condizioni fisiologiche in un periodo di nove mesi, quella meravigliosa creatura che è il neonato. Il quale, a sua volta, è solo uno stadio intermedio, ma non per questo meno perfetto o meno umano, di ciò che progressivamente diventerà un bambino, poi un adolescente, quindi un giovane uomo e un adulto e infine un anziano.

In questo continuo processo di sviluppo, lo zigote unicellulare di 0,1 mm di diametro circa (concepito nell’utero materno in maniera naturale ma anche prodotto in laboratorio e poi congelato), il feto in ogni stadio della sua progressiva maturazione, il neonato medio di 3,500 kg di peso per 50 cm di lunghezza, l’adulto di 70 kg e 175 cm e persino il malato terminale sceso a 35 kg di peso, tutto pelle e ossa e sofferenza, tutti sono espressione dello stesso essere umano la cui vita NON è nella disponibilità degli altri esseri umani, nemmeno in quella dei suoi cari, in primis della sua mamma.

La dignità dell’essere umano è indipendente dal numero di cellule da cui è composto il suo corpo o dal grado di maturazione dei suoi organi ed apparati, ivi incluso il sistema nervoso centrale (che, lo ricordo, non è completamente maturo fino all’età adulta, come, tra gli altri e solo a mero scopo esemplificativo, gli studi della dottoressa Sarah-Jayne Blakemore, dell’University College di Londra, hanno ampiamente dimostrato). Così come è indipendente dalle sue competenze, dalla sua coscienza di se stesso, dalla sua abilità a sopravvivere autonomamente, dalle sue capacità di rapportarsi con l’ambiente e gli altri esseri umani, dal suo stato di salute.

Dunque sopprimere la vita di un essere umano, anche se ancora in sviluppo nel grembo materno, magari da alcuni anni non è più considerato un omicidio grazie ad una legge che lo permette e lo rende “legale”, ma resta un assassinio intollerabile, tanto più perché atto violento compiuto contro un essere umano indifeso e per di più proprio da coloro (genitori e medici) che della vita umana dovrebbero maggiormente avere cura. E lo stesso vale per l’uccisione di un bambino nei primi mesi di vita, da alcuni teorizzato sulla base delle supposte “incompetenze” di quest’ultimo, sano o malato che sia (personaggi come Singer o la Warren o Tooley, sono arrivati a teorizzare l’eticità dell’uccisione di bambini dopo la nascita così come quella dei feti prima della nascita e le loro teorie hanno portato, tra l’altro, ad aberrazioni come il Protocollo di Groningen proposto da Eduard Verhagen nel 2005).

Date le suddette premesse trovo comunque molto interessanti i risultati dei nuovi studi scientifici che, in maniera assolutamente rigorosa, ogni giorno vengono pubblicati e ci spiegano come il bambino piccolo o il feto abbiano, a dispetto di quanto qualche loro detrattore si ostina a voler far credere, competenze assolutamente meravigliose se contestualizzate alle loro “proporzioni”, piccole se paragonate a quelle di un essere umano adulto. Semplicemente, oggi chi sostiene che un feto o un neonato o un bambino piccolo possono essere ammazzati in quanto non hanno competenze che si vorrebbero appannaggio solo dell’età adulta, deve prendere atto che le basi su cui poggia il proprio ragionamento non sussistono più (sempre che siano mai state una giustificazione accettabile, il che non è). Ogni giorno, nuove acquisizioni scientifiche ci dicono che l’essere umano è uno solo in tutte le fasi del suo sviluppo che sono un continuum e non c’è un dopo senza un prima; dunque non si può stabilire una “gradazione” di dignità o personalità o diritto alla vita. Almeno non se si è in buona fede.

Lo scorso Aprile, su Science (credo di non dover specificare che si tratta di una rivista scientifica peer reviewed  tra le più prestigiose) un gruppo europeo di esperti nel campo delle neuroscienze ha pubblicato i risultati di un interessante studio effettuato su un gruppo di bambini di 5, 12 e 15 mesi di vita, volto all’individuazione di un marker neurologico di coscienza percettiva. L’articolo è un po’ complesso per i non esperti ma in estrema sintesi proverò in modo semplice a spiegare cos’hanno fatto gli autori e quali sono stati i loro risultati.

Come nell’introduzione al loro lavoro dicono gli autori stessi, oggi sappiamo bene che i bambini, già dai primi mesi di vita, hanno un sofisticato repertorio comportamentale e cognitivo suggestivo della loro abilità a presentare riflessi coscienti. Tuttavia nel bimbo, che non può ancora parlare e manifestare chiaramente i propri pensieri, la dimostrazione di ciò è complicata. Questi ricercatori dunque hanno pensato di applicare ai bambini una tecnica già consolidata negli adulti per dimostrare la presenza della coscienza attraverso l’evidenza di uno specifico dato elettrofisiologico; nello specifico questa “firma” elettrofisiologica corrisponde ad una risposta corticale tardiva non lineare che viene attivata dalla visualizzazione di immagini mostrate al soggetto in studio per un breve periodo.

Nel soggetto adulto la risposta del cervello ad uno stimolo visivo (registrabile con opportuni strumenti non invasivi) si caratterizza per una prima fase (entro i primi 200-300 ms dallo stimolo) in cui l’attivazione della corteccia procede linearmente con l’intensità dello stimolo e in una seconda fase ( dopo i primi 300 ms, nei soggetti con coscienza intatta) con una nuova risposta più complessa, non lineare, appunto, espressione dell’attivazione di più aree cerebrali. Questa seconda fase permette il mantenimento della rappresentazione percettiva anche molto tempo dopo che la somministrazione dello  stimolo è cessata e corrisponde ai report soggettivi di visione. In altre parole solo la presenza della seconda fase descritta abilita l’individuo all’esperienza visiva cosciente.

Ebbene, applicando la stessa tecnica a bambini di 5, 12 e 15 mesi di età i ricercatori hanno trovato le stesse dinamiche note per l’adulto. Unica differenza: tempi di latenza (un po’ più lunghi), picchi di voltaggio e “forma” delle componenti del riflesso sono quantitativamente un po’ diverse rispetto a quanto evidenziato nei bimbi di 12-15 mesi che hanno caratteristiche più vicine a quelle dell’adulto. Ciò è evidentemente da mettere in relazione con lo stato maturativo (progressivo) delle strutture cerebrali e in particolare con la mielinizzazione di strutture che sappiamo bene comunque essere già presenti nel lattante e, prima ancora, nel feto, e con lo sviluppo dei dendriti e la sinaptogenesi che, iniziate ben prima della nascita, presentano un particolare incremento alla fine del primo anno di vita (per poi continuare per molto tempo successivamente). Questo studio dimostra quindi come anche i bambini molto piccoli sono dotati degli stessi meccanismi cerebrali responsabili della percezione cosciente la quale dunque è già presente in epoche molto precoci dello sviluppo e continua ed accelera durante lo sviluppo postnatale.

In un mio articolo precedente avevo riferito di analoghe prove, dirette e indirette, che ci permettono di affermare scientificamente che anche nel feto questa percezione cosciente è evidenziabile in epoche molto precoci dello sviluppo. Certo le suddette informazioni non possono e non devono costituire il presupposto per la scelta di un termine, del tutto arbitrario e pretestuoso, prima del quale si possa considerare lecito sopprimere una vita umana: mai è lecito sopprimere una vita umana, come già sottolineato in precedenza, perché (e questo è il valore degli studi che ho riportato) ogni momento del suo sviluppo chiaramente e inconfutabilmente rappresenta una tappa di un continuum che è la vita umana.

Non è certo perché lo dice la scienza che io credo che l’embrione, il feto, il bambino piccolo non possono essere uccisi. È semplicemente il buon senso che mi dice che io sono stato un embrione e che quell’embrione era semplicemente e meravigliosamente il primo stadio del mio sviluppo; e poi sono stato un neonato, incapace di compiere calcoli matematici o imparare poesie a memoria o guadagnarmi da vivere, dipendente com’ero per la mia stessa sopravvivenza dalla mia mamma; e poi sono stato un adolescente brufoloso, spesso più istintivo che razionale, ombroso; ed ora sono un adulto (nemmeno più troppo giovane, ahimè!). Sono stato tutto questo e tanto altro ancora dovrò essere: in altre parole sono stato, sono e sempre sarò uomo. E mi seccherebbe parecchio, ora, se qualcuno, ormai diversi anni fa, avesse deciso che non ero degno di vivere perché “incompetente”.

Il buon senso mi convince già abbastanza, dunque. Però la scienza, che alcuni vorrebbero usare per sostenere la liceità di aborto e infanticidio, al contrario mi sembra chiaro che contribuisce a rafforzare l’idea opposta.

mercoledì 17 luglio 2013

EMBRIONI/ La Francia approva la liberalizzazione inquadrata della ricerca - mercoledì 17 luglio 2013 - http://www.ilsussidiario.net/


Sarebbero troppo vaghe le normative contenute nella legge approvata dall'Assemblea nazionale francese sulla ricerca sugli embrioni. Si tratta della "liberalizzazione inquadrata" della ricerca che fino a oggi era vietata. A denunciare la gravità di tale normativa scienziati e associazioni che da tempo combattono contro un uso non etico degli embrioni. Nella normativa approvata adesso vengono inseriti alcuni limiti, ad esempio il fatto che la ricerca "non può essere condotta senza ricorrere a questi embrioni o a queste cellule staminali embrionali" e che è obbligatorio rispettare "i principi etici relativi alla ricerca sull’embrione e sulle cellule staminali embrionali". Perché troppo vaghe queste restrizioni? Perché lascerebbero per la loro vaghezza il campo libero a problemi di controllo che sarebbero anche praticamente impossibili. Ecco cosa si prevede: che i ricercatori possano accedere solo ad embrioni provenienti dai laboratori per la fecondazione in vitro solo dopo consenso della coppia di donatori che avrà diritto al ripensamento fino all'inizio delle ricerche dopo di che il trasferimento diventerà irreversibile. Il parlamento francese ha approvato con 314 sì e 223 no: i contrari lamentano un iter legislativo inesistente definendolo un "capolavoro di dissimulazione". Tra l'altro l'intera normativa è ridotta a un solo articolo in modo da favorirne l'approvazione. I neogollisti hanno adesso annunciato ricorso al Consiglio costituzionale. Anche la Chiesa è scesa in campo denunciando l'inesistenza di un autentico dibattito scientifico ed etico sul caso. Monsignor Pierre d’Ornellas, coordinatore episcopale per le questioni bioetiche, ha commentato: "La scienza non può guidare le scelte politiche. Queste debbono discernere il modo in cui è promosso l’ecosistema umano, che precede lo Stato. L’ecologia, così necessaria e urgente, è anche umana".  

© Riproduzione Riservata. 

martedì 9 luglio 2013

IL CASO/ Prodotto il "bimbo senza malattie", ora si tratta solo di venderlo... - martedì 9 luglio 2013 - http://www.ilsussidiario.net/

IL CASO/ Prodotto il bimbo senza malattie, ora si tratta solo di venderlo...

Da tempo, ormai, la riproduzione umana è divenuta uno degli ingredienti del grande mercato che ci circonda, e ci avvolge: siamo nell'epoca del Baby Business, signori e signore. Ovuli, seme, embrioni, uteri: tutto si vende o, vedi l'utero, si affitta… 

Sino a poco fa, invece, non tutto era acquistabile: dopo la fine della schiavitù, propria del mondo antico e pre-cristiano, sembrava che l'uomo non fosse sottoposto, come gli oggetti, alle leggi del mercato. Oggi, invece, poiché tutto è relativo, anche le leggi di natura,  tutto è divenuto lecito; tutto  può essere venduto; tutto può essere comperato. Oggi la Felicità non ce la promettono più i dittatori, seminatori di utopie e, nello stesso tempo, di morte: l'ultima utopia, la Felicità, ce la offre certa "medicina".  

Oggi, un figlio possiamo "produrlo" al di fuori dell'utero materno, magari con seme e ovuli di serie A o di serie B, a seconda del catalogo cui possiamo accedere, stante il nostro personale peculio; oggi possiamo produrre i figli in serie, come le auto, per poter poi scegliere, tra di essi, quello ritenuto migliore (congelando e lasciando morire gli altri nei nuovi lager ad azoto liquido). 

Il progresso avanza; la sperimentazione prosegue, senza trovare alcun limite (neppure l'alta fallibilità tecnica della riproduzione artificiale, testimoniata dal notevole tasso di bambini malati concepiti in provetta): l'uomo è divenuto fine dell'esperimento di un altro uomo, oggetto del suo arbitrio, cioè della legge del più adulto. Anche l'arte del vendere fa passi da gigante, e si è ormai capaci di promettere, per un bambino, le stesse straordinarie prestazioni che si assicurano a chi acquisti una macchina o un aspirapolvere: "costa, ma è il migliore!"

L'ultimo prodotto sul mercato è appena uscito. La pubblicità sul Corriere della Sera di ieri, sotto il titolo altisonante: "È nato il bimbo libero da malattie". Verrebbe da pensare, per scherzo, che il titolista abbia delle percentuali sulle vendite: certamente, quanto a promesse, ha del coraggio. Si spiega, nell'articolo: «È nato il primo bimbo in provetta il cui Dna è stato analizzato "a tappeto" prima dell'impianto nell'utero materno», dice ai colleghi il "padre" della tecnica. Chi parla è Dagan Wells, università di Oxford, uno dei pionieri della diagnosi preimpianto. Un maschietto, che gode di ottima salute, è il primo nato al mondo con la sua mappa genetica nel cassetto. A Dna "garantito".

Il semplice lettore, come il sottoscritto, non può avanzare, dopo la lettura del proclama, che alcune banali considerazioni. Ricordando per esempio che da anni, la diagnosi pre-impianto, quale che sia, porta con sé la promessa della perfezione prossima ventura, ma anche molti limiti: scientifici ed etici. 

Si tratta, infatti, di una pratica invasiva, con possibili conseguenze nefaste, ad oggi, proprio sulla salute del nascituro; di una pratica soggetta ai falsi positivi e ai falsi negativi (accade che la diagnosi porti ad eliminare un embrione sano, creduto malato, o a tenere un embrione malato, identificato come sano); si tratta, infine,  di una pratica eugenetica, per cui l'embrione "migliore" è selezionato a spese di tanti embrioni umani "peggiori", e perciò sacrificabili. 

Come sarà, però, questo bimbo "libero da malattie"? Edoardo Boncinelli, commentando, sempre sul Corriere, scrive: "Molto probabilmente geneticamente sano… i più importanti dei suoi geni non nascondono nessuna insidia…". Ammette anche, bontà sua, che "non si possono prevedere le malattie o gli incidenti che gli capiteranno, né le mutazioni genetiche che potranno comparire…". 

Poco importa, però, se dietro quel "probabilmente" c'è tutta la logica di mercato: sino ad ora, in questo campo,  le promesse sono state molto aleatorie, perché si tratta, pur sempre, di vendere; poco importa se, dietro quel "probabilmente sano", c'è la certezza che la vita è ben più della genetica, e che la malattia e la salute non definiscono l'uomo; poco importa se, in una società in cui tutti i genitori ricorressero alla Fiv e alla diagnosi pre-impianto, la relazione tra uomo e donna, ma anche quella tra genitori e figli, diverrebbe ben altro da ciò che Dio e la natura vogliono. Come nota Andrea Borini, conclusa la fase di sperimentazione, "da oggi il metodo Wells può entrare in commercio"! 

Sì, da oggi, o da domani, il figlio perfetto lo trovi su Amazon: "Tutto garantito − reciterà l'annuncio − tranne la spedizione". Eh, sì, c'è sempre, oltre agli errori di fabbrica, il problema della spedizione… cioè la complessità della vita, l'imprevisto, la libertà…

E avremo sempre uomini sani nel fisico e malati nell'anima: ne avremo "molto probabilmente" tanti più, quanti più ne faremo nascere non dall'amore incondizionato di due genitori, ma in una provetta di vetro, per selezione, dal folle desiderio di essere noi i padroni della vita di un figlio che sia, ai blocchi di partenza, garantito e perfetto… 

© Riproduzione Riservata. 

mercoledì 26 giugno 2013

SLA/ Vescovi: dai primi risultati alla sconfitta della malattia, ecco come ci arriveremo - mercoledì 26 giugno 2013 - http://www.ilsussidiario.net/

SLA/ Vescovi: dai primi risultati alla sconfitta della malattia, ecco come ci arriveremo

I primi test di trapianto di cellule staminali celebrali umane su sei pazienti affetti da Sclerosi Laterale Amiotrofica (Sla) hanno dato esiti positivi. Non ci sono stati effetti collaterali. Lo ha annunciato con una certa soddisfazione Angelo Vescovi, docente all’Università Bicocca di Milano e direttore scientifico di Neurothon che intervistato da ilsussidiario.net ha spiegato i risultati, le fasi e gli obiettivi della sperimentazione. Si tratta certamente di un primo passo verso una possibile terapia futura per una malattia che ancora oggi è inguaribile. Una speranza per i malati, anche se è lo stesso Vescovi a voler in qualche modo smorzare l’entusiasmo per non alimentare aspettative:”Per onestà intellettuale e per non creare illusioni su eventuali effetti positivi neurologici, sottolineo che ad oggi sono troppo pochi i pazienti trapiantati e che bisogna procedere con cautela”.

Che tipologia di studio state portando avanti?

Dal 28 marzo 2011, data in cui abbiamo ottenuto l’autorizzazione a procedere con il trapianto in questi pazienti affetti da Sla stiamo procedendo con la sperimentazione. Abbiamo trapiantato cellule staminali celebrali umane, derivate da feti da aborto spontaneo, quindi da morte naturale in utero con una tecnica di prelievo assolutamente analoga a quella della donazione d’organo (che non comportano nessun problema etico di qualsivoglia natura) in prossimità dei motoneuroni che muoiono nella parte inferiore del midollo spinale.

Quali sono stati i primi riscontri?

Il primo gruppo di pazienti ci ha rivelato ciò che speravamo di vedere: il trapianto intramidollare di cellule staminali celebrali, che è una cosa molto particolare, difficile, in pazienti molto malati, quasi terminali, è innocuo. Non abbiamo constatato effetti collaterali. A differenza di quanto avvenuto negli Stati Uniti, dove stanno portando avanti una sperimentazione simile.

A questo punto, quale sarà il prossimo step?

Consegnata tutta la documentazione all’Istituto Superiore di Sanità e dell’agenzia del farmaco (Aifa), proprio in questi giorni abbiamo già ricevuto il permesso di realizzare il trapianto in altri sei pazienti (il secondo gruppo della fase uno) però questa volta in una zona del midollo molto più alta, appena sotto la nuca. Un’operazione molto più pericolosa, ma in una zona dove il trapianto è più foriero di migliori risultati perché è dove ci sono i centri di controllo della respirazione distrutti dalla malattia.

Qual è lo scopo della fase uno?

Lo scopo della fase uno è ovviamente per definizione la constatazione della sicurezza e dell’innocuità del trapianto, a margine si valutano gli eventuali effetti neurologici che, però, devono essere studiati in una successiva fase. Vediamo delle cose interessanti ma con soli sei pazienti non è assolutamente possibile concludere nulla in termini di efficacia terapeutica. Ci siamo limitati a concludere che questo tipo di approccio che poteva essere completamente invalidato già con il primo trapianto in realtà è un approccio sicuro, scevro da effetti collaterali. Questo ci dovrebbe portare a concludere la prima fase abbastanza rapidamente e procedere a una fase due, nella quale vengono arruolati in genere decine di pazienti e valutare anche gli effetti positivi sulla patologia.

È una vera e propria svolta… 

Sì, è un grande passo avanti, perché è una strada che non si sapeva nemmeno se fosse praticabile. Ci tengo a ribadire, però, che il compito della sperimentazione in fase uno è quello di dimostrare che la procedura è effettuabile in maniera sicura e mi creda in pazienti come questi non è una cosa da poco: è un po’ come dimostrare che fare il trapianto di cuore non uccide i pazienti, i primi cinque a Parma morirono…

Ora come andrà avanti la sperimentazione?

Lo studio di fase uno prevede tre gruppi: il primo gruppo è stato completato, ora dobbiamo iniziare con il secondo gruppo, dovevamo cominciare il 3 agosto poi il paziente che avevamo reclutato si è ammalato e quindi fare il primo paziente del secondo gruppo con trapianto cervicale, ancora più complesso, la prima o seconda settimana di settembre e da lì speriamo di riuscire ogni tre settimane a operare i sei pazienti del secondo gruppo. Poi riproporremo all’Aifa i nostri risultati (che speriamo essere positivi) e ottenuta l’autorizzazione per procedere con il terzo gruppo che chiuderà la fase uno che prevede il trapianto nella stessa zona ma su pazienti appena diagnosticati, potremmo trovarci di fronte a qualche effetto positivo. Ecco lì dovrebbe essere più facile vederlo.

Che tempi ci sono per la conclusione dei test?

Attualmente procediamo con un trapianto al mese non per un problema di carattere tecnico, ma economico, stiamo finendo le risorse e la sperimentazione potrebbe subire un rallentamento. Credo, comunque, che alla fine della primavera 2014 la prima fase si concluda e che potremmo, quindi valutare gli effetti neurologici. Tra un anno potremmo essere in grado di chiedere di poter iniziare una fase due. Sarebbe un bel risultato.

Neurothon ha cambiato nome in Revert, perché?

Perché intendiamo lanciare una massiccia campagna per allargare la sperimentazione a un numero significativo di pazienti e ad altre malattie. Stiamo già scrivendo il testo per la sperimentazione sulla Sclerosi multipla e sulle malattie genetiche pediatriche. È stato dimostrato che è possibile farlo nel totale rispetto delle regole normative e anche quelle di etiche e morali. Io penso che con una campagna di raccolta fondi articolata sulla prova di un fatto e non più di una teoria dovremmo essere in grado tra un anno di valutare gli effetti neurologici.

Quando questa terapia sperimentale diventerà una terapia consolidata? Quando potrà essere “curato” il paziente per rallentare la patologia?

Secondo me se ci saranno degli effetti significativi li potremmo vedere nel terzo gruppo, ovvero quello dei pazienti appena diagnosticati. La fase due, in genere, in queste situazioni, siccome si tratta di una malattia essenzialmente orfana, viene già utilizzata come fase terapeutica vera.

Cioè?

La fase due che andrà a validare la terapia su un largo numero di soggetti potrebbe divenire già pura. Ci potrebbe, dunque, già essere un passaggio tra test e cura, però dovremmo avere dei dati più certi. Ad esempio se dei pazienti arruolati dopo un anno nessuno ha avuto un peggioramento della malattia, la statistica salta e lei procede utilizzandola come cura.

Perché finora le terapie sono risultate inefficaci?

Non lo sappiamo. Penso che il problema sia legato al fatto che ancora i meccanismi che portano alla morte di questi motoneuroni sono solo parzialmente chiariti, nel senso che non conosciamo cosa ha innescato il processo. Non è così semplice andare a intervenire su questi meccanismi, ed è proprio per questo che brancoliamo un po’ nel buio.

In cosa si differenzia il vostro approccio?

Non si fa la somministrazioni di un farmaco, di una molecola che può andare a influenzare il fenomeno ma si mette nella zona in cui la morte del motoneurone sta avvenendo (per mille ragioni) un sistema che rileva lo stato patologico del tessuto e reagisce di conseguenza secernendo migliaia di molecole, intervenendo nella rimozione si sostanze tossiche. L’approccio che viene dalla terapia cellulare è molto più complesso e anche molto più promettente dei classici farmaci.

In altre parole?

Non conoscendo precisamente il meccanismo, ma solo in generale, si mette una cellula in grado di agire su tutti i meccanismi leggendoli e interpretandoli nel modo che le è consono. Questo è il ruolo delle staminali e delle cellule che generano. Il motivo per cui ad oggi tutte le terapie hanno fallito è anche perché la Sla è una malattia rara, è stata curata molto poco e i modelli animali che mimano la malattia sono disponibili solo da un decennio e quindi la possibilità di accesso allo studio dei meccanismi che porta a sviluppare i farmaci era veramente limitato.

(Elena Pescucci)

© Riproduzione Riservata. 

mercoledì 29 maggio 2013

Nano proiettili che colpiscono i tumori - La ricerca italiana fa centro nella salute -Scoperta in collaborazione con belgi e francesi. Ma è la Sanofi a interessarsi di un possibile sfruttamento commerciale - http://www.corriere.it/


Una buona notizia per la ricerca italiana. Due scienziati - Luigi Cattel e Barbara Stella - sono stati insigniti ad Amsterdam dello European Inventor Award, il piu' importante riconoscimento europeo per gli inventori. Insieme a due colleghi - il belga Patrick Couvreur e la francese Veronique Rosilio - hanno creato e sperimentato in laboratorio le nano capsule anticancro. Si tratta di speciali nano proiettili - 70 volte più piccoli dei globuli rossi, muniti di uno speciale rivestimento biodegradabile - che distruggono le cellule tumorali senza danneggiare i tessuti sani. Cattel e Stella hanno ottenuto il prestigioso riconoscimento, attribuito alla presenza dell'eurocommissario al Mercato Interno Michel Barnier e della principessa Beatrice d'Olanda, nella categoria principale, quella dedicata alla ricerca scientifica.


LCD - Per le piccole imprese ad alta innovazione e' stato premiato lo scienziato-imprenditore svedese Pal Nyren, cui si deve il metodo «ultra semplificato» per ottenere la sequenza del Dna. Tra gli altri vincitori - tutti personaggi di altissimo livello, autori di invenzioni già consolidate e in certi casi di grande successo - c'e' il fisico svizzero Martin Schadt, nella sezione «Lifetime Achievement» (passi avanti nella vita quotidiana), inventore nel 1970, presso Hoffmann-LaRoche, del primo display a cristalli liquidi del mondo, meglio noto come Lcd. Nella sezione «Industria» sono stati premiati due austriaci - Klaus Brustle e Claus Hammerle - per una delle invenzioni più familiari al grande pubblico dei Paesi sviluppati di tutto il mondo: il sistema di chiusura morbida per porte, cassetti e armadi, usatissimo nell'industria dell'arredamento. Della giuria del premio - promosso dall'Ufficio Brevetti Europeo - facevano parte imprenditori, scienziati e inventori, tra i quali Jens Dall Bentzen, proprietario della Dall Energy che produce energia dalle biomasse, Mario Moretti Polegato della Geox, l'oncologa Blanka Rihova e Erno Rubik, l'inventore del «Cubo».
DIECI ANNI - Dietro al successo italiano si nasconde un'ombra: quella, consueta, dei (non) finanziamenti e del (non) raccordo tra Università e impresa. «L'invenzione italo-francese, i nano proiettili anticancro - racconta Luigi Cattel, 70 anni - e' nata nella facoltà di Farmacia dell'Università di Torino ma ha potuto crescere a svilupparsi solo grazie alla collaborazione con l'Universita' di Paris Sud. E soprattutto ai cinque milioni di euro del Cnrs che hanno consentito al team di brevettare l'invenzione in tutto il mondo nel 2004». Come dice, molto prudentemente, Patrick Couvreur, «siamo già molto avanti nella sperimentazione pre clinica, ma ci serviranno altri dieci anni per arrivare alla sperimentazione sui malati. Il metodo sarà particolarmente utile nella cura del cancro al pancreas, una delle principali cause di morte nel mondo sviluppato». Adesso, aggiunge Barbara Stella (42 anni), «il nostro team sta lavorando per attribuire ai nano proiettili, creati per curare, anche proprietà diagnostiche».

DISINTERESSE - La vicenda sottolinea in modo spettacolare la forza degli scienziati italiani come individui e la debolezza del sistema Italia. Il brevetto infatti, come dicevamo, appartiene al Cnrs, che si e' assicurato il diritto di gestirlo, mentre agli inventori spettano solo le royalty, cioè il «diritto d'autore». Non molto diversa la differenza tra Francia e Italia sotto il profilo industriale. «Nessun gruppo farmaceutico italiano si e' dimostrato interessato a questa ricerca», dice Cattel, interesse che invece e' stato manifestato dal gruppo multinazionale francese Sanofi Aventis. Una differenza cui non e' estraneo un pizzico, diciamo pure una manciata di orgoglio nazionale: quando ha deciso di finanziare il brevetto, il Cnrs francese ha posto come condizione di non avere partner stranieri.

Edoardo Segantini 
@SegantiniE28 maggio 2013

sabato 23 marzo 2013


SCIENZA - L'Universo neonato ha fatto la foto - 22 marzo 2013 - http://www.avvenire.it

Telescopio Spaziale Planck Esa

Alle 13 di ieri, 21 marzo 2013, dopo oltre vent’anni di duro lavoro e di trepidante attesa i responsabili dell’Agenzia Spaziale Europea (Esa) hanno reso pubblici a Parigi i risultati ottenuti dalle osservazioni del satellite Planck e di uno sforzo congiunto di centinaia di scienziati di tutto il mondo, Italia compresa: il satellite è stato finanziato in parte anche da Agenzia Spaziale Italiana (Asi) e Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf) e realizzato da un gruppo di aziende coordinato dalla Thales Alenia Space. Il perno di questi risultati è una fotografia, una singola immagine: si tratta della mappa più accurata mai ottenuta dell’universo primordiale prodotta dal telescopio spaziale Planck dell’Esa. Il Planck è una sorta di «macchina del tempo»: i suoi sofisticati strumenti catturano luce (oggi la vediamo sotto forma di microonde) che ha viaggiato quasi per l’intera età dell’universo, circa 14 miliardi di anni, e dunque ci restituiscono un’istantanea di come si presentava il cosmo all’inizio della sua storia, quando la sua età era «solo» di 380.000 anni, lo 0,003% di quella attuale. In proporzione, è come vedere un bimbo di poche settimane di vita rispetto a un adulto di 50 anni. La mappa di Planck ci mostra l’universo in una fase molto iniziale, ben prima della formazione delle galassie, delle stelle e di qualunque altra realtà strutturata. Era un universo assai diverso da quello attuale, quasi completamente uniforme, mille volte più caldo e un miliardo di volte più denso. Ma in quel plasma infuocato e indistinto qualcosa già si muoveva. Nelle regioni in cui la densità era leggermente superiore alla media, la gravità richiamava altra materia facendola collassare. A un certo punto però le forze elettriche delle particelle cariche incominciavano a opporre resistenza, cambiando la compres-sione in una dilatazione, e così via. Si innestavano così delle oscillazioni di pressione, vere e proprie onde sonore che con frequenze diverse (come fossero diverse note musicali) risuonavano nel plasma primordiale, producendo i semi gravitazionali per la formazione delle strutture che oggi vediamo nell’universo attuale.
Per la prima volta Planck ha captato per intero questa «sinfonia cosmica», cogliendone tutto lo spettro, dalle frequenze più gravi e imponenti (le oscillazioni su dimensioni maggiori) a quelle più acute (le oscillazioni su scale più piccole). La mappa di Planck rivela con un dettaglio spettacolare un’istantanea di quelle fluttuazioni, dalla cui statistica possiamo risalire alle caratteristiche fisiche di quell’universo iniziale. È come osservare delle increspature su una superficie liquida: a seconda di come si presentano possiamo dedurre il tipo e la densità del liquido (se si tratta di olio o di acqua, ad esempio), la profondità, il grado di uniformità, le correnti interne, eccetera. Nel caso di Planck la superficie è il plasma primitivo, le increspature sono le oscillazioni acustiche, e da esse possiamo dedurre gli ingredienti del cosmo, la sua geometria, e addirittura risalire a fenomeni accaduti nelle prime frazioni di secondo dopo l’inizio del tempo. Dopo anni di delicate analisi, i risultati di Planck ci offrono una splendida combinazione di conferme e di imprevisti. Anzitutto Planck ha verificato in modo straordinario la validità del modello cosmologico standard. Significa in pratica che i tratti essenziali del nostro universo sono descritti molto bene da una manciata di parametri: sei numeri in tutto. Planck ha precisato il valore di quei parametri con un’accuratezza senza precedenti, rivelando fra l’altro che la materia oscura ha un’abbondanza del 20% superiore a quello che si pensava. E ha fornito una data di nascita ben precisa per il nostro universo: 13,82 miliardi di anni, con la pazzesca precisione dello 0.4%. Ma non è tutto. Le mappe di Planck hanno anche rivelato alcuni indizi – non appariscenti, quasi impercettibili – che potrebbero essere sintomo di qualcosa di più profondo. Uno dei pilastri della cosmologia moderna è il cosiddetto principio cosmologico, ovvero l’assunto che su grande scala l’universo è in sostanza ovunque uguale a se stesso. Planck ha rivelato qualche crepa in questa assunzione fondamentale. Ad esempio si osserva una lieve ma ben misurabile asimmetria tra un emisfero e l’altro del cielo; inoltre si nota la presenza di un’ampia regione "fredda" difficile da spiegare come una semplice fluttuazione statistica; e altre piccole stranezze.

Come spesso succede nella storia della scienza, non si fa in tempo a consolidare un passo che già urgono nuove domande (il satellite Planck continuerà le sue osservazioni fino al prossimo autunno). E così, per fortuna, ci si sente sempre all’inizio di una nuova avventura. Ammirando ancora una volta la mappa di Planck ritorna un pensiero: l’universo iniziale era veramente di una semplicità disarmante.  Impressiona considerare come quella uniformità quasi assoluta appena mossa da un soffio di brezza (le oscillazioni acustiche) sia stata il terreno fertile per lo sbocciare della complessità, della ricchezza, della varietà che troviamo nell’universo presente. Ed ecco la vita, la coscienza, ecco noi stessi in questo quadro: Il più enigmatico dei frutti dell’universo, irriducibili a tutto ciò che ci precede e ci circonda, e allo stesso tempo materialmente dipendenti da questa storia cosmica così sottile e imponente. Dice un salmo «Non ti erano nascoste le mie ossa quando venivo formato nel segreto, intessuto nelle profondità della terra» (Sal 138,15). Il nostro corpo e le nostre ossa hanno avuto bisogno della terra del cosmo intero, comprese quelle leggere increspature nell’universo di 13,82 miliardi di anni fa.

Marco Bersanelli - Fisico e membro della missione Planck dell’Esa

"Stravolte le regole della ricerca" di Emanuela Vinai - Avvenire, 21 marzo 2013


mercoledì 13 marzo 2013


13/03/2013 - CASO STAMINALI - Cosa sono le cure compassionevoli? - La Stampa


Un laboratorio di ematologia, oncologia e medicina molecolare





A CURA DI STEFANO RIZZATO
MILANO
In questi giorni si sta dibattendo del caso della piccola Sofia, bimba di tre anni affetta da leucodistrofia metacromatica, rara malattia degenerativa che porta a progressiva paralisi e cecità. La bambina aveva iniziato cure a base di staminali, ma un giudice ha imposto di interromperle. Com’è possibile?  
I genitori della bimba si erano affidati alla terapia della fondazione Stamina, ideata da Davide Vannoni e somministrata nel laboratorio degli Spedali Civili di Brescia. Il metodo pareva funzionare per Sofia, ma pochi mesi fa il ministero della Salute ha definito «fuori da ogni norma» i farmaci usati in Stamina: il loro uso porrebbe «condizioni di rischio reale» per i pazienti. In più, nel 2011 il pm torinese Raffaele Guariniello ha messo sotto inchiesta Vannoni e altre 15 persone, per truffa e associazione per delinquere.  

Perché allora la bambina aveva potuto accedere a quel trattamento?  
Com’è noto, per molte malattie, specialmente quelle più rare, purtroppo non ci sono ancora cure disponibili. In questi casi la legge – con il Decreto Ministeriale dell’8 maggio 2003 – consente il ricorso a terapie sperimentali, ancora non validate dalla comunità scientifica e dal ministero della Salute, ma in fase avanzata di sperimentazione. 

È questo che s’intende per «cure compassionevoli»?  
Esatto. Difficile dire però se la terapia della fondazione Stamina rientri in questa casistica. Il decreto, firmato dall’allora ministro della Salute Girolamo Sirchia, lascia un margine d’interpretazione. E dice che una cura sperimentale si può utilizzare solo se «i dati disponibili sulle sperimentazioni [...] siano sufficienti per formulare un favorevole giudizio sull’efficacia e la tollerabilità del medicinale richiesto». 

È in base a questa postilla che il giudice di Firenze ha deciso di bloccare la terapia di Sofia?  
Sì, chiaramente hanno pesato l’inchiesta su Vannoni e il giudizio negativo del ministero su Stamina. Il problema è che per casi analoghi altri magistrati hanno invece autorizzato il ricorso a questa terapia e così i genitori della bimba hanno sollecitato l’intervento del ministro della Salute Balduzzi. Oggi sono molti a giudicare inaccettabile l’assenza di un criterio certo per situazioni così delicate. Basti pensare che, proprio su Stamina, il tribunale di Torino ha dato verdetti opposti, a distanza di pochi giorni, per due fratelli affetti da morbo di Niemann Pick.  

E se il metodo Stamina fosse davvero efficace? In fondo la bimba sembrava migliorata...  
«La verità è che non c’è alcuna evidenza scientifica della sua validità. Su questo tutta la comunità medica e l’Associazione Italiana di Miologia sono concordi», dice il professor Eugenio Mercuri, responsabile del reparto di neuropsichiatria infantile del policlinico Gemelli di Roma. «Stamina si è sempre rifiutata di fornire i risultati della sperimentazione, che pure sono stati richiesti più volte. L’unica pubblicazione autorevole su questo metodo ne ha dimostrato l’inefficacia su un gruppo di bambini trattati all’Ospedale Burlo Garofalo di Trieste. Gli studi clinici hanno regole che valgono per tutti: vanno valutati con dati e parametri, non con dei video o attraverso la percezione dei genitori».  

Nell’attesa, in casi così disperati non avrebbe però senso fare un’eccezione?  
«Al contrario: serve solo a illudere le famiglie - sostiene Mercuri -. Noi medici saremmo i più contenti di tutti se nascessero cure definitive per queste malattie così difficili. Però, senza dati certi, ogni terapia che promette miracoli è solo un modo di ingannare l’opinione pubblica, delegittimare i medici e far pericolosamente trascurare i corsi di cura normali». 

Ma che alternative ci sono?  
«Queste malattie vengono studiate in Italia e all’estero - conclude il professor Mercuri -. Proprio a livello internazionale si stanno testando metodi promettenti. Alcuni riguardano le staminali, ma quelli in fase più avanzata farmaci in grado di agire sul patrimonio genetico. Ogni azienda che non segue le regole finisce per screditare questo lavoro e mettere in cattiva luce la ricerca che si fa nel nostro Paese». 

Ci sono precedenti di dissidi così profondi tra pazienti, famiglie, medici e giudici?  
Molti ricorderanno la controversia nata 15 anni fa intorno al metodo ideato da Luigi Di Bella, che prometteva una cura alternativa efficace contro i tumori. Il 16 dicembre 1997 un giudice di Maglie (Lecce) ordinò all’Asl locale di fornire gratuitamente a un paziente i farmaci necessari per la terapia Di Bella. Fu l’inizio di un dibattito mediatico, con trasmissioni tv e persino manifestazioni di piazza. Furono in molti infatti a nutrire speranze nel nuovo metodo, ma la sperimentazione voluta dal ministero concluse nel 1999 che non c’era alcuna prova della reale efficacia della cura. 

martedì 5 marzo 2013


Francia si appresta a liberalizzare la ricerca sugli embrioni umani - La Fondazione Jérôme Lejeune si mobilita contro il progetto in discussione in parlamento - Lunedì, 04 Marzo 2013 | Zenit.org | Parigi - http://www.zenitinitaliano.it



Il testo per la revoca del divieto della ricerca sugli embrioni umani in Francia sarà esaminato giovedì 28 marzo dall’Assemblea Nazionale. Un dispaccio dell’agenzia Agence France-Presse (AFP) conferma il calendario parlamentare, come anticipato da tempo dalla Fondazione Jérôme Lejeune, che guida la mobilitazione contro la liberalizzazione.

Dopo un esame nella Commissione Affari Sociali il 20 marzo, i deputati discuteranno il disegno di legge in seduta pubblica la settimana successiva. Giovedì 28 marzo è riservato infatti al gruppo radicale di sinistra, il cui equivalente al Senato è all’origine del testo già votato di nascosto a dicembre dal Palais du Luxembourg, che ospita il Senato d’oltrealpe.

La possibilità che il progetto vada in porto è reale per due motivi: da un lato, si tratta di un disegno di legge a iniziativa di un gruppo parlamentare, non di un disegno di legge promosso dal governo, che limita i dibattiti e facilita quindi il suo passaggio in aula. D’altra parte, se il testo viene votato dall’Assemblea con gli stessi termini del Senato, l’iter parlamentare si completa e la legislazione è adottata.

Dallo scorso dicembre, la Fondazione Jérôme Lejeune mobilita contro questo progetto attraverso una campagna lanciata su www.vous-trouvez-ca-normal.com. La petizione ha già raccolto più di 20.000 firme e almeno 60.000 cartoline di protesta saranno inviate ai parlamentari.

La Fondazione ha dichiarato a ZENIT che si impegnerà nell’iniziativa europea “Uno di noi” ma nell’immediato bisogna “far fronte in Francia contro l’arrivo del testo all’Assemblea, rendendo visibile l’opposizione dei cittadini francesi a questo disegno di legge e il loro appello per un dibattito di fondo”.

(Lunedì, 04 Marzo 2013) © Logos Inc.

martedì 19 febbraio 2013


Aggiornamenti sulle staminali adulte ed altre nuove cure -  18 febbraio, 2013 - http://www.uccronline.it/

Cellule staminali


Lo scienziato inglese Colin McGuckin, che svolge ricerche a Lione in Francia, ha realizzato da cellule di cordone ombelicale, un mini-fegato da utilizzare per test farmacologici, evitando così sperimentazioni di tipo non etico, vale a dire evitando l’impiego di cellule staminali embrionali che, come sappiamo, comportano il sacrificio di un essere umano nelle primissime fasi della sua vita.

Per McGuckin e per il suo staff non è stata una decisione facile, in quanto la ricerca etica è più difficile e genera profitti molto inferiori. Nonostante la crisi finanziaria globale, hanno rinunciato ai finanziamenti legati all’uso delle cellule staminali embrionali per rimanere fedeli ai propri principi. Nel corso degli ultimi quattro anni hanno addestrato una nuova generazione di scienziati, farmacisti e medici nel settore delle cellule staminali adulte, non solo in Europa, ma anche in altre parti del mondo; per creare il mini-fegato tridimensionale hanno persino collaborato con bioingegneri della NASA!

La grande stampa trascura di pubblicare i loro lavori perché, non essendo controversi, non fanno notizia, ma intanto il gruppo del professor McGuckin partecipa alla sperimentazione clinica nel trattamento di bambini affetti da ipossia alla nascita (cui può conseguire paralisi cerebrale infantile), e sviluppa trattamenti ossei per la riparazione della palatoschisi e di altre malformazioni. Il professore lamenta che la recessione globale e la crisi finanziaria hanno reso molti aspetti della ricerca medica più difficile. Le banche sono state rifinanziate dai governi, mentre gli ospedali e le università, anche in Francia, sono stati lasciati a soffrire e certamente ci sono meno soldi per la ricerca e le sperimentazioni cliniche, Tuttavia Le IPS (cellule staminali pluripotenti indotte forzatamente a svilupparsi in una direzione) e altri tipi di cellule staminali adulte sembrano essere molto promettenti e quindi la sperimentazione deve essere comunque portata avanti.

Anche in Italia si studia l’impiego delle cellule IPS e la dottoressa Stefania Corti dell’Università di Milano, sperimentando sui topi, ha ottenuto cellule staminali neurali da cellule IPS e le ha iniettate in topi affetti da sclerosi laterale amiotrofica (una degenerazione neuronale progressiva e mortale) ottenendone l’allungamento della vita ed un sensibile miglioramento neuromuscolare.

Mini-fegati finti e topi longevi sono promettenti, ma non sembrano molto vicini alla concretezza clinica; lo è invece la bimba Emily Whitehead i cui linfociti B erano degenerati in senso maligno causandole una leucemia linfoblastica acuta resistente alla chemioterapia che l’ha portata a un passo dalla morte. I medici del Children’s Hospital di Philadelphia le hanno prelevato linfociti T che, tramite virus HIV disattivato, sono stati “addestrati” in vitro ad attaccare le cellule B tumorali. Reiniettati alla bambina, questi linfociti hanno funzionato e dopo sei mesi nella piccola non ci sono tracce di recidiva! Se questa terapia risulterà applicabile a tutti o a molti potrà sostituire il trapianto di midollo osseo, più problematico in quanto richiede un donatore compatibile.

Anche il centro Sclerosi multipla di Genova sta partecipando ad una ricerca internazionale che utilizza cellule staminali adulte (prelevate dal midollo osseo). La sclerosi multipla è una malattia autoimmune in cui i linfociti T producono autoanticorpi che attaccano la mielina, una guaina che ricopre le cellule nervose e rende veloce la trasmissione di impulsi. Le cellule staminali appositamente prodotte in questo Centro bloccano l’azione dei linfociti T, ma sono utili a prevenire il danno, non a curarlo, per il momento. L’obiettivo è la realizzazione di cellule staminali che rilascino sostanze capaci di “risvegliare” le staminali endogene, presenti in tutti i tessuti incluso il cervello, inducendole a produrre nuova mielina; questo obiettivo potrebbe essere realizzato entro il 2015 e sarebbe un grosso passo in avanti rispetto alle cure palliative antiinfiammatorie che attualmente si applicano alla sclerosi multipla.

Linda Gridelli

lunedì 11 febbraio 2013


Kinsey, era un maniaco il guru della cultura gay di Roberto Marchesini - 11-02-2013 - http://www.lanuovabussolaquotidiana.it

Alfred Charles Kinsey
    
Alla base dell'ideologia del gender, e spesso usati come supporto scientifico, stanno i Rapporti Kinsey, dal nome dello scienziato americano Alfred Charles Kinsey, il quale condusse esperimenti sul comportamento sessuale delle persone. In questo articolo troverete chi era davvero Alfred Kinsey e quale sia il progetto.

Il 12 maggio 2007 ero a Roma per il Family Day. Sfogliando un quotidiano – non ricordo quale – e ho trovato una intera pagina acquistata da una associazione di «Industriali gay e lesbiche». In questa pagina si affermava che cinque milioni di italiani avevano tendenze omosessuali: una bella cifra! Un asterisco riportava ad una nota a piè di pagina e faceva riferimento al Rapporto Italia 2003 dell'Eurispes. Incuriosito, mi sono procurato il Rapporto e, arrivato a pagina 1091, ho letto queste parole: «Si stima che gli omosessuali in Italia siano circa cinque milioni; secondo l'Organizzazione mondiale della sanità sarebbero tra il 5% ed il 10% della popolazione italiana». Così, visto che le cacce al tesoro mi sono sempre piaciute, mi sono messo a cercare il documento dell'OMS che stabiliva quanti fossero gli italiani con tendenze omosessuali. 

Come maliziosamente pensavo, non ho trovato nessun documento del genere; tuttavia ne ho trovati altri che citavano il famoso 10% e rimandavano ai famosi Rapporti Kinsey. Fine della caccia.

I Rapporti Kinsey sono due volumi intitolati Il comportamento sessuale dell'uomo e Il comportamento sessuale della donna, pubblicati rispettivamente nel 1948 e nel 1953 negli Stati Uniti da Alfred Charles Kinsey e dai suoi collaboratori. I due rapporti furono l'esito di una ricerca finanziata sin dal 1940 dalla Rockefeller Foundation.

Torniamo al famoso 10%. Evidentemente i Rapporti Kinsey non dicono che il 10% della popolazione italiana abbia tendenze omosessuali; né che il 10% della popolazione mondiale abbia tendenze omosessuali. Dimostrano però che il 10% della popolazione statunitense ha tendenze omosessuali? Non esattamente.

Nel primo rapporto, a pagina 636*, si legge: «il 10 per cento dei maschi sono più o meno esclusivamente omosessuali per almeno tre anni tra i 16 e i 55 anni»; tuttavia «il 4 per cento dei maschi sono esclusivamente omosessuali durante tutta la vita, dopo la pubertà». Esclusi dunque gli incidenti di percorso, abbiamo il 4% di popolazione con tendenze omosessuali prevalenti e stabili: ben diverso dal 10% propalato dalle associazioni omosessualiste. Ma ben diverso anche dalle cifre ottenute da tutte le altre ricerche sull'argomento condotte da decenni nel mondo occidentale, per le quali la percentuale di popolazione omosessuale (di volta in volta calcolata considerando il comportamento, le pulsioni o l'auto-identificazione come omosessuale) si aggira intorno all'1-1,5%. 

Da dove arriva, dunque, il 4% di Kinsey?
Semplice: Kinsey ha manipolato il campione di individui intervistato per ottenere quei dati. Il celebre psicologo Abraham Maslow, saputo delle ricerche che Kinsey stava conducendo, volle incontrarlo per confrontarsi con lui. Una volta compreso il metodo d’indagine di Kinsey, Maslow mise in guardia l’entomologo dal “volunteer error”, ossia dalla non rappresentatività di un campione composto esclusivamente da volontari per una ricerca psicologica sulla sessualità. Kinsey decise di ignorare il suggerimento di Maslow e di proseguire nella raccolta delle storie sessuali di volontari. Oltre a questo, circa il 25 % dei soggetti maschi intervistati nella sua ricerca erano detenuti per crimini sessuali; l’unica scuola superiore presa in considerazione per la ricerca fu un istituto particolare nel quale circa il 50 % degli studenti avevano contatti omosessuali; tra i soggetti erano presenti anche un numero sproporzionato di “prostituti” maschi (almeno 200); tra gli omosessuali vennero contati anche soggetti che avevano avuto pensieri o contatti casuali, magari nella prima adolescenza; infine, nel calcolare la percentuale di omosessuali, Kinsey fece sparire – senza darne spiegazione - circa 1.000 soggetti.

Ma la frode scientifica non è l'unico aspetto problematico del lavoro di Kinsey. Kinsey ha raccolto la più grande raccolta di materiale pornografico al mondo («Seconda soltanto a quella conservata al Vaticano», come amava ripetere per sconvolgere i suoi interlocutori), che ancora adesso viene periodicamente mostrata al pubblico. Kinsey e i suoi collaboratori (con mogli ed amici) si prestavano personalmente, come attori, fotografi e registi, per incrementare questa collezione.
L'aspetto però più inquietante di questo personaggio riguarda gli esperimenti sessuali condotti su bambini.

Nel paragrafo intitolato L'orgasmo nei soggetti impuberi (pp. 105 – 112) del primo Rapporto Kinsey descrive i comportamenti di centinaia di bambini da quattro mesi a quattordici anni vittime di pedofili. In alcuni casi, Kinsey e i suoi osservarono (filmando, contando il numero di «orgasmi» e cronometrando gli intervalli tra un «orgasmo» e l'altro) gli abusi di bambini ad opera di pedofili: «In 5 casi di soggetti impuberi le osservazioni furono proseguite per periodi di mesi o di anni[...]» (p. 107); ci furono anche bambini sottoposti a queste torture per 24 ore di seguito: «Il massimo osservato fu di 26 parossismi in 24 ore, ed il rapporto indica che sarebbe stato possibile ottenere anche di più nello stesso periodo di tempo» (p. 110).

Nel secondo Rapporto esiste un paragrafo intitolato Contatti nell'età prepubere con maschi adulti, nel quale vengono descritti rapporti sessuali tra bambine e uomini adulti, ovviamente alla presenza di Kinsey e colleghi. Le osservazioni condotte inducono Kinsey a sostenere che 

“Se la bambina non fosse condizionata dall’educazione, non è certo che approcci sessuali del genere di quelli determinatisi in questi episodi [contatti sessuali con maschi adulti], la turberebbero. E’ difficile capire per quale ragione una bambina, a meno che non sia condizionata dall’educazione, dovrebbe turbarsi quando le vengono toccati i genitali, oppure turbarsi vedendo i genitali di altre persone, o nell’avere contatti sessuali ancora più specifici. Quando i bambini vengono posti in guardia di continuo dai genitori e dagli insegnanti contro i contatti con gli adulti, e quando non ricevono alcuna spiegazione sulla natura esatta dei contatti proibiti, sono pronti a dare in manifestazioni isteriche non appena una qualsiasi persona adulta li avvicina, o si ferma a parlar loro per strada, o li carezza, o propone di fare qualcosa per loro, anche se quella persona può non avere alcuna intenzione sessuale. Alcuni tra i più esperti studiosi di problemi giovanili, sono addivenuti alla convinzione che le reazioni emotive dei genitori, dei poliziotti e di altri adulti i quali scoprono che il bambino ha avuto contatti, possono turbare il fanciullo più seriamente degli stessi contatti sessuali. L’isterismo in voga nei riguardi dei trasgressori sessuali può benissimo influire in grave misura sulla capacità dei fanciulli  ad adattarsi sessualmente alcuni anni dopo, nel matrimonio.
Vi sono, naturalmente, esempi di adulti che hanno inflitto lesioni fisiche a bambine con le quali avevano tentato contatti sessuali, e possediamo le biografie di alcuni maschi responsabili di tali lesioni. Ma i casi del genere sono la minoranza, e il pubblico dovrebbe imparare a distinguere i contatti di tale gravità da altri contatti con adulti che, con ogni probabilità, non possono fare alla bambina alcun male apprezzabile, purchè i genitori non si turbino. Il numero straordinariamente piccolo dei casi in cui la bambina riporta danni fisici è indicato dal fatto che fra 4.441 femmine delle quali conosciamo i dati, ci risulta un solo caso chiaro di lesioni inflitte ad una bimba, e pochissimi esempi di emorragie vaginali che, d’altronde, non determinarono alcun inconveniente apprezzabile” (pp. 159-160).

Questi sono i rapporti Kinsey, che tanto piacciono ai militanti omosessualisti. Nessuna interpretazione, tutto nero su bianco, pubblicato ed accessibile a chiunque.
Ora sarebbe il caso di saperne di più di Kinsey, e di questa ricerca.

Kinsey non era uno psicologo, nemmeno uno psichiatra: era un entomologo. Un "insettologo", insomma. Perché la Fondazione Rockefeller volle finanziare queste ricerche, la pubblicazione dei Rapporti ed aiutare Kinsey a fondare l'Indiana Institute for Sex Research non ci è dato sapere. Sappiamo però dai suoi collaboratori che Kinsey aveva un progetto, un «grande progetto»: fornire le basi scientifiche per una nuova moralità sessuale ed educare il mondo in base a questi nuovi principi.

Come nacque questo «grande progetto»? Perché desiderava ardentemente giustificare e diffondere l'omosessualità, la pedofilia, la bestialità (pp. 655 – 668, Il comportamento sessuale dell'uomo)? Non lo sappiamo. Sappiamo che Alfred Charles fu, da bambino, affetto da rachitismo, febbri reumatiche e tifoidi che lo condussero più volte in fin di vita. Impossibilitato per motivi di salute a frequentare i coetanei, sviluppò, nel corso di lunghe passeggiate, la passione per l’osservazione degli animali. Da adulto praticò il nudismo, lo scambismo, la pornografia, la sodomia, il masochismo, la masturbazione compulsiva.
Nel 1954 si impiccò, letteralmente, per i genitali. Da quel momento, e probabilmente a causa di quel gesto, la sua salute sempre cagionevole precipitò; subì diversi ricoveri «misteriosi», la sua dipendenza da barbiturici ed anfetamine divenne ingestibile. Kinsey morì il 25 agosto del 1956, probabilmente per un attacco cardiaco, anche se le circostanze della sua morte non sono mai state rese note.

Questo fu Alfred Charles Kinsey, icona del movimento gay e di quello pedofilo, pioniere della rivoluzione sessuale.
L'istituto da lui fondato, ora chiamato Kinsey Institute, for research in Sex, Gender, and Reproduction, prosegue la sua opera.
A proposito: cercano volontari per alcuni esperimenti; se qualcuno fosse interessato...

* I numeri di pagina si riferiscono alle edizioni italiane: Il comportamento sessuale dell'uomo, Bompiani, Milano 1950; Il comportamento sessuale della donna, Bompiani, Milano 1956.

mercoledì 30 gennaio 2013


Sheldrake: in laboratorio ora voglio la rivoluzione  - 30/01/2013 - http://www.lastampa.it


Rupert Sheldrake si dice affascinato dai fenomeni che si manifestano ai margini della scienza ufficiale: è a partire da queste realtà che vuole provare a estendere i campi di indagine della ricerca ufficiale


“La mia lotta ai 10 dogmi che accecano la ricerca”
Il biologo ottocentesco Thomas Henry Huxley, universalmente noto come il «mastino di Darwin» per l’appassionata difesa dell’evoluzionismo, è passato alla storia anche per una frase fortunata: «E’ il destino delle nuove verità cominciare come eresie e finire come superstizioni». E’ questo il punto da cui è partito un altro biologo britannico, Rupert Sheldrake, celebre tanto per gli studi sull’invecchiamento cellulare quanto per le provocazioni sperimentali e teoriche, in nome di una ricerca libera e coraggiosa, dalle indagini sulla telepatia degli animali fino alla teoria dei «campi morfici». E infatti il suo nuovo saggio edito da Urra si chiama «Le illusioni della scienza», un titolo che nell’originale suona ancora più esplicito: «The science delusion». 

Laureato a Cambridge e Harvard e già membro della Royal Society, considerato uno degli evoluzionisti più brillanti della sua generazione, autore di 80 «papers» e vincitore del prestigioso «University Botany Prize», l’oggi settantenne Sheldrake non ha remore a dichiararsi deluso dai 10 assunti a cui i colleghi di ogni latitudine si ostinano - accusa lui - a credere ciecamente, stando attenti a non evocare mai l’esercizio del dubbio che ha forgiato i trionfi del metodo scientifico. Così ha scritto 300 pagine appassionate per chiedersi, tra le altre cose, se davvero ogni fenomeno sia unicamente meccanico, se la somma di materia ed energia sia sempre la stessa, se le leggi di natura siano immutabili, se la coscienza non sia altro che un’attività della mente. Inoltrandosi in questo labirinto concettuale e sperimentale, Sheldrake sostiene che la scienza del XXI secolo è diventata una cattedrale del dogmatismo, sempre meno adatta a indagare l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo. 

Professore, il suo progetto di rifondare la scienza è più che ambizioso. Per qualcuno addirittura velleitario. Ma del decalogo materialistico che lei denuncia qual è il punto più debole?  

«Penso che di talloni d’Achille il materialismo ne abbia proprio 10! Non uno solo. Ma il più ovvio è il fallimento nel capire la coscienza. L’assunto-base è che la materia sia l’unica realtà. Perciò la coscienza dev’essere un suo prodotto o un suo aspetto. Significa che la mente non è altro che l’attività del cervello. I filosofi della mente del XX secolo hanno fatto sforzi enormi per provare che la coscienza non esiste e che è un’illusione o un epifenomeno. Ma sono approcci poco convincenti». 

Quali sono le sue controdeduzioni?  

«Definire la coscienza come un’illusione non la spiega, ma la presuppone, dato che l’illusione è una forma della coscienza stessa. E sostenere che sia nient’altro che il risultato di cause fisiche e chimiche, insieme con eventi casuali, fa del sistema di pensiero dei materialisti il prodotto della loro stessa attività cerebrale, su cui non hanno controllo cosciente. In altre parole devono credere nel materialismo, visto che il cervello li obbliga a farlo. Ecco perché un simile sistema di pensiero è auto-contradditorio: chiunque ci creda deve anche credere che la sua convinzione sia l’inevitabile conseguenza dell’attività del cervello e non una questione di scelta». 

Mentre boccia il materialismo, lei fa discutere per la teoria della «risonanza morfica», secondo la quale ogni specie e ogni individuo attinge a una memoria collettiva e, così facendo, contribuisce allo sviluppo della propria progenie: può spiegare di che si tratta a un non addetto ai lavori?  

«La risonanza morfica non è ristretta alla biologia. E’ un principio generale di memoria che, secondo la mia ipotesi, opera ovunque nella natura. Si applica anche ai sistemi fisici, come le molecole e i cristalli. E suggerisce che le cosiddette “leggi di natura” siano simili a consuetudini e che l’intero processo dell’evoluzione sia in realtà un’interazione tra creatività e consuetudini stesse». 

Se questa è la teoria, quali sono le prove che il suo nuovo paradigma esista e funzioni?  

«Ci sono prove dell’esistenza della risonanza morfica in chimica, biologia e psicologia. In chimica la teoria prevede che gli elementi si cristallizzino tanto più facilmente quanto più sono diffusi. La teoria prevede anche che i punti di fusione delle nuove sostanze si alzino, mentre i loro campi morfici diventano più forti. E ci sono evidenze che succeda proprio questo». 

E in biologia?  

«Dai test con i moscerini della frutta si è osservato che quanto più spesso si sviluppano in modo anormale tanto più probabili diventano queste trasformazioni anomale. Studiando il comportamento animale, per esempio, si vede che, quando i topolini vengono addestrati per imparare una nuova azione in un luogo specifico, possono poi assorbirla anche altrove e con maggiore facilità. Lo si è notato in una lunga serie di test a Harvard, Edinburgo e Melbourne». 

E in psicologia?  

«Qui la teoria prevede che per gli individui debba essere più facile imparare “cose” che altri hanno già fatto. Nel XX secolo i punteggi medi del quoziente di intelligenza sono saliti di oltre il 30% in tutto il mondo. Il fenomeno è noto come “Flynn Effect”: ritengo che confermi la risonanza morfica, perché gli individui non sono diventati più intelligenti, ma, semplicemente, dimostrano più facilità nell’eseguire i test. E’ proprio ciò che ci si dovrebbe aspettare sulla base della risonanza morfica». 

C’è una ricerca che, secondo lei, può essere considerata come il punto di inizio del nuovo pensiero scientifico che trascende i confini del materialismo?  

«C’è un libro scritto di recente dal filosofo americano Thomas Nagel, “Mind and cosmos: why the materialist neo-Darwinian conception of nature is almost certainly false”: dimostra che la concezione materialistica è incompatibile con l’esistenza di una mente consapevole e che conduce a una comprensione distorta dell’evoluzione. Invoca quindi il ritorno alla teleologia nel pensiero scientifico, in particolare l’accettazione del ruolo del fine e dello scopo, tutti elementi che sono stati banditi dalla ricerca già a partire dal XVII secolo. Considero questo saggio complementare al mio libro, che discute non solo concetti filosofici, ma anche i passi concreti e gli esperimenti che potrebbero condurre le scienze verso nuove direzioni». 

Lei si considera un eretico? E che rapporti ha con i colleghi biologi?  

«Mi considero uno scienziato che fa ricerca e raccoglie prove secondo i principi scientifici. Vedo, tuttavia, che molti miei colleghi sono prigionieri delle pressioni sociali e dell’inerzia istituzionale. In pubblico, per loro, è difficile esprimere idee non convenzionali. In privato, però, sono spesso più aperti. Ecco perché ho rapporti di amicizia con molti scienziati, i quali dimostrano un interesse crescente per le mie idee. Ma considerano più sicuro parlarne in privato piuttosto che in pubblico».