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giovedì 5 settembre 2013

Nella Francia di Hollande «ormai non è più possibile parlare di Sant’Agostino o di Tommaso d’Aquino» - settembre 4, 2013 Redazione - http://www.tempi.it/

vincent peillon

L’obiettivo “educativo” dello Stato francese governato dai socialisti è «strappare il bambino da tutti i suoi legami pre-repubblicani per insegnargli a diventare un cittadino» privo di identità. Lo denuncia oggi in un interessante intervista sul Foglio il filosofo Martin Steffens.
L’idea dello screditato presidente Francois Hollande e del ministro dell’educazione Vincent Peillon, spiega Steffens, è «creare un mondo» dove individui senza memoria e legami «godono come ubriachi del loro diritto di fare qualsiasi cosa».

NANI SULLE SPALLE DI GIGANTI. Pochi, ammette il filosofo, sono i francesi consapevoli della grande tradizione che ha preceduto la rivoluzione del 1789. Molti hanno dimenticato di essere “nani sulle spalle di giganti”: «Durante una lezione di filosofia», esemplifica Steffens, «ormai non è più possibile parlare di Sant’Agostino o di Tommaso d’Aquino senza che uno studente salti su a ricordare che viviamo in un paese laico». Non si rendono conto questi studenti «che tanti dei valori che stanno alla base della Francia provengono dalla tradizione cristiana». Non si accorgono che «molte delle cose belle che ancora si vedono nei nostri paesi e nelle nostre città sono frutti dell’arte religiosa».

ATTACCO AL CUORE DEL PAESE. Invece di assicurare la coesione sociale del paese, spiega  Steffens, «Hollande prima, con il matrimonio per tutti, e Peillon adesso sulla scuola hanno introdotto la logica amico/nemico al centro del loro modo di governare». «È vero», prosegue il filosofo francese, «che la sinistra sente sempre il bisogno di stigmatizzare gli elettori di destra, ma ora è al governo», alla presidenza dello Stato, «e quando stigmatizza, crea realmente divisioni». Attaccando la «religione madre del paese», la sinistra tocca «argomenti più che delicati», «che riguardano la pancia e la memoria viva del paese» e, prevede Steffens, rischia di strappare il «tessuto sociale francese».

RELIGIONE DEL NULLA. La nuova religione laica, auspicata dalla sinistra e dal ministro dell’educazione Peillon, afferma Steffens, «non avrà come “fedeli” che individui autocentrati, i quali non vorranno imparare, sapere e credere nulla». Infatti, «a meno di non essere abbastanza pazzi da adorare un dio costruito in un think thank», «creare dal nulla una religione vuol dire», deduce il filosofo, «non crederci».  Inoltre «per fare una religione non bastano i concetti religiosi, ma occorre la pratica e il sacrificio». E chi sarà sacrificato sull’altare della religione laica? Certo non si sacrificheranno Peillon e i “laici”. Il capro espiatorio saranno i cattolici. E i bambini, «ai quali si insegnerà il diritto a essere bisessuali o a cambiare sesso», invece di proteggerli da «un mondo ossessionato dal sesso».

sabato 26 gennaio 2013


La colonizzazione della natura umana
di Giampaolo Crepaldi*
26-01-2013 - http://www.lanuovabq.it

Monsignor Giampaolo Crepaldi

    
Oggi, 26 gennaio, viene presentato a Trieste il IV Rapporto sulla Dottrina Sociale della Chiesa, titolato «La colonizzazione della natura umana». Il rapporto viene redatto a cura dell'Osservatorio Cardinale Van Thuân sulla Dottrina sociale della Chiesa e di Vita Nuova, settimanale cattolico di Trieste. Per l'occasione pubblichiamo la relazione di monsignor Giampaolo Crepaldi, vescovo di Trieste e presidente dell'Osservatorio.

Ci ritroviamo ancora una volta per la presentazione dell’annuale Rapporto sulla Dottrina sociale della Chiesa nel mondo che l’Osservatorio Cardinale Van Thuân ha curato insieme ad altri cinque Istituti di ricerca internazionali. Rispetto all’edizione dell’anno scorso si è aggiunta alla squadra l’Area di ricerca in Dottrina sociale della Chiesa della Pontificia Università Lateranense. È stato lo stesso Magnifico Rettore della Lateranense, S. E. Mons. Enrico Dal Covolo, a caldeggiare questa collaborazione e la cosa ci ha molto onorato.

Come sapete, il Rapporto non analizza un singolo tema, ma fa una rassegna dei fatti e delle tendenze più significative nell’anno di riferimento – per questo Quarto Rapporto si tratta del 2011 – nei cinque continenti.  Esso analizza anche la scena internazionale e l’attività della Santa Sede, nonché il Magistero del Santo Padre. Pur costruendo un affresco complesso e pur toccando varie tematiche nel campo della giustizia e della pace, il Rapporto si concentra su una tendenza emergente e sintetica che caratterizza l’anno in esame. Non fa solo una rassegna o una cronaca, ma tenta un discernimento, segnalando il fenomeno più importante, nel bene e nel male. Potremmo dire che indica una emergenza. Ebbene, questo Quarto Rapporto ha individuato questa emergenza nella “Colonizzazione della natura umana”, il cui processo viene documentato ampiamente con fatti e nomi. 

Nel 2011, anno di riferimento del Rapporto, il caso che a livello mondiale ha fatto più scalpore è stato quello dell’Argentina. Il Rapporto lo documenta nel dettaglio in quanto uno dei Centri di ricerca che hanno collaborato con l’Osservatorio per la stesura del Rapporto è il CIES di Buenos Aires. Nel giro di un solo anno – il 2011 appunto – quel grande Paese di tradizione cattolica ha avuto una legge sulla procreazione artificiale che ha denaturalizzato la procreazione, una legge sul riconoscimento sulla “identità di genere” che ha denaturalizzato la famiglia e una modifica del Codice civile per permettere l’”utero in affitto” che ha denaturalizzato la genitorialità e la filiazione. Nel giro di un solo anno è stata rivoluzionata la base dell’intera società argentina, è stata messa da parte la nozione di “natura umana” ed è stata violentemente posta in angolo l’ispirazione della fede cattolica per la costruzione della società. 

Perché abbiamo chiamato questo processo con il termine di “colonizzazione” – colonizzazione della natura umana -? Perché l’ideologia che provoca questa colonizzazione è occidentale. È espressione di una cultura nichilista che intende ormai superare completamente il concetto di natura umana. Ed infatti è proprio qui, in Europa, che il congedo dalla natura umana sta ottenendo i risultati più inquietanti. L’Europa che diffondeva il cristianesimo e, con esso, la tutela della natura umana creata da Dio, ora esporta il superamento della natura umana verso una identità da costruirsi liberamente: maschio o femmina, madre o padre, moglie o marito … non si è, si diventa.

Non intendo ora entrare nel merito di questo argomento centrale del Rapporto (...). Io vorrei piuttosto dedicarmi ad affrontare una premessa che fa da sfondo a questo nostro incontro.

Perché la Chiesa, perché la Dottrina sociale della Chiesa, perché il nostro Osservatorio, si occupano di queste cose? Perché si interessano di sessualità e procreazione, di famiglia e genitorialità, di omosessualità e di eterosessualità, di coppie di fatto e di matrimonio? È a questa domanda che vorrei rispondere. Si tratta infatti della domanda principale, dalla cui risposta dipende il senso stesso di questo Rapporto e di questo incontro di oggi. Parlando di queste cose siamo noi al nostro posto? Facciamo ciò che dobbiamo fare o invadiamo campi altrui - fossero anche i campi della libertà individuale e della laicità delle leggi? 

Rispondo con le parole del Santo Padre Benedetto XVI, che nel 2008 disse: 

«Poiché la fede nel Creatore è una parte essenziale del Credo cristiano, la Chiesa non può e non deve limitarsi a trasmettere ai suoi fedeli soltanto il messaggio della salvezza. Essa ha una responsabilità per il creato e deve far valere questa responsabilità anche in pubblico. E facendolo deve difendere non solo la terra, l’acqua e l’aria come doni della creazione appartenenti a tutti. Deve proteggere anche l’uomo contro la distruzione di se stesso. È necessario che ci sia qualcosa come una ecologia dell’uomo, intesa nel senso giusto. Non è una metafisica superata, se la Chiesa parla della natura dell’essere umano come uomo e donna e chiede che quest’ordine della creazione venga rispettato. Qui si tratta di fatto della fede nel Creatore e dell’ascolto del linguaggio della creazione, il cui disprezzo sarebbe un’autodistruzione dell’uomo e quindi una distruzione dell’opera stessa di Dio. 
Ciò che spesso viene espresso ed inteso con il termine “gender”, si risolve in definitiva nella autoemancipazione dell’uomo dal creato e dal Creatore. L’uomo vuole farsi da solo e disporre sempre ed esclusivamente da solo ciò che lo riguarda. Ma in questo modo vive contro la verità, vive contro lo Spirito creatore. Le foreste tropicali meritano, sì, la nostra protezione, ma non la merita meno l’uomo come creatura, nella quale è iscritto un messaggio che non significa contraddizione della nostra libertà, ma la sua condizione. Grandi teologi della Scolastica hanno qualificato il matrimonio, cioè il legame per tutta la vita tra uomo e donna, come sacramento della creazione, che lo stesso Creatore ha istituito e che Cristo – senza modificare il messaggio della creazione – ha poi accolto nella storia della sua alleanza con gli uomini. Fa parte dell’annuncio che la Chiesa deve recare la testimonianza in favore dello Spirito creatore presente nella natura nel suo insieme e in special modo nella natura dell’uomo, creato ad immagine di Dio» (Discorso alla curia romana per la presentazione degli auguri natalizi, 22 dicembre 2008). 

Queste parole parlano dell’essenza stessa del messaggio cristiano e alla loro luce io dico che quando la Chiesa parla di queste cose, quando la Dottrina sociale della Chiesa e il nostro Osservatorio se ne interessano, lo fanno per fedeltà al proprio mandato. Nessuno è qui per se stesso. Tutti siamo qui perché abbiamo ricevuto un mandato. I cristiani non possono tacere.

Facciamo però un passo in avanti nel nostro ragionamento. In una società cristiana in cui la fede fosse ampiamente, anche se non completamente, diffusa il riferimento al Creatore troverebbe accoglienza. Ma la nostra società non è più così ormai da molto tempo. I non credenti o i “diversamente credenti” come curiosamente è stato detto, non accetterebbero un discorso fondato sul Creatore. Il Papa, però, nel discorso che ho riportato, non si limita a parlare della fede nel Creatore, ma parla anche dell’”ordine” e del “linguaggio” del creato, e questo può essere appreso anche dal non credente. Quello che chiamiamo natura – e soprattutto quello che chiamiamo natura umana -  è un discorso rivolto a noi, è una lingua, in quanto esprime un ordine tendente ad un fine. 

Certo, se la natura è vista solo come un  insieme di fenomeni materiali guidati dal caso o dalle necessità allora rimane muta nei nostri confronti: non si dice nulla su di noi e sulla nostra vita. Essere maschio o femmina allora non è una parola che ci precede ma un nostro desiderio. Se nella nostra struttura sessuata non c’è un messaggio che ci dice come vivere da persone umane, allora la genitalità diventa un fatto esclusivamente tecnico. Si contesta la Chiesa di ridurre il maschio e la femmina all’aspetto genitale, mentre è proprio spogliando la identità sessuata della capacità di darci un codice di vita che si riduce l’uomo e la donna alla genitalità come pura tecnica vissuta al di fuori di qualsiasi identità, ossia al di fuori dello stesso essere uomo o donna. C’è un immenso lavoro culturale da fare per educare a questo senso della natura e della natura umana e spiace dover riconoscere che dentro la Chiesa e tra le comunità cristiane stesse l’importanza di questo punto è spesso trascurata.  

Questo discorso sulla natura umana è un discorso laico, nel senso di una ragione restituita a se stessa. Spesso la ragione si perde per via. Allora è compito della fede intervenire. La fede nel Creatore aiuta la ragione a guardare meglio la natura. Ma essa lo fa con i propri strumenti, come ragione. La fede spesso aiuta la laicità ad essere tale. Viceversa: man mano che si perde la fede nel Creatore, anche la capacità della ragione di leggere la natura umana come una lingua che esprime un senso si allenta e perfino muore. Quando questo avviene, la ragione perde i lumi della ragione e non riconosce più nemmeno le proprie evidenze. Ne abbiamo avuto qualche esempio qui a Trieste nei giorni scorsi.

Tornando alla domanda iniziale, si può allora dire che la Chiesa ha un duplice compito rispetto al creato: riferirlo al Creatore e sostenere la ragione a vedere la natura, e la natura umana in particolare, come un messaggio circa cosa significhi essere persona umana. Per questo motivo il compito della Chiesa è un compito pubblico e non proprio di una sétta particolare di adepti che cercano una soddisfazione individuale o una rassicurazione psicologica. Il riferimento al creato e alla natura umana conferisce alla Chiesa un diritto di cittadinanza a trattare di queste questioni in pubblico.


* Vescovo di Trieste e presidente dell'Osservatorio Cardinale Van Thuân

lunedì 21 gennaio 2013


Caro Severino, la salvezza non viene dalla tecnica - http://www.lanuovabq.it
di Ettore Gotti Tedeschi
21-01-2013
Tecnoscienza

Leggo e rispetto il professor Emanuele Severino perché è intelligente, è stimolante e sempre agnosticamente garbato nelle sue considerazioni, e questo lui lo sa. Quel che non sa è che quando critica il cattolicesimo riesce persino a rafforzare i (miei) convincimenti e a confermare la (mia) fede e riconsolidare le (mie) certezze, che magari in quel momento stavano vacillando.  

Così è successo leggendo il suo articolo sul Corriere della Sera (“Buona politica in aiuto della scienza, ricetta per un capitalismo migliore”) di sabato 19 gennaio. Il professor Severino spiega (mi si perdoni l’interpretazione affrettata) che il tipo di benessere perseguito da un governo tecnico non è lo stesso auspicato dalla politica o dalla Chiesa cattolica, date le differenze di interpretazione di cosa è bene e cosa è l’uomo. Questo provoca un  tentativo di condizionamento verso il governo tecnico che genera un risultato ibrido, un mix tra scienza e politica, e religione naturalmente. Ma essendo la politica un'arte e non una scienza, ecco che il governo tecnico usa la scienza per far qualcosa di non scientifico. Poiché per il governo tecnico il benessere è frutto della logica capitalistica, che si serve della politica (di destra o di sinistra) e la governa e si serve della scienza per fare profitto, non provoca  benessere vero, ma solo l’incremento del  capitale. Così cerca di trasformare la scienza in profitto. Il tutto si complica grazie all’intervento della Chiesa cattolica che, secondo Severino, disconosce il profitto a vantaggio del bene comune. La Chiesa perciò cercando di influenzare il capitalismo a vantaggio del bene comune, anziché del profitto, crea una contrapposizione reciprocamente distruttiva tra capitalismo e Chiesa.

Questa è la ragione, se non sbaglio, per cui Severino ritiene che capitalismo, politica e Chiesa stessa, siano in crisi. Perché sono in contraddizione nel perseguimento del medesimo fine. Sempre per Severino la soluzione consiste nella scelta della politica di mettersi al servizio della tecnica, ispirata dalla scienza, per produrre vera potenza. Escludendo la religione dalla formula. Anche nel suo interessante ultimo libro “Capitalismo senza futuro”, il prof.Severino esalta la tecnica perché sfugge alla immaturità dell’uomo e perché prescinde dalla morale. La vera morale alla fine, per Severino, è nella tecnica perché permette all’uomo di “vivere in eterno”. Anche la politica dovrebbe fondarsi sulla tecnica, magari con veri governi tecnici. E naturalmente questa tecnica deve esser guidata dal filosofo che assicura appunto una “pax tecnica” con il filosofo gran sacerdote .

Quasi esattamente il contrario di quello che Giovanni Paolo II (nella Sollecitudo rei socialis) e Benedetto XVI (nella Caritas in Veritate) propongono quale riflessione, spiegando che il cattolicesimo non è contro la tecnica, anzi, è contro l’ignoranza nella capacità di utilizzarla. Spiegano infatti che l’uomo di questo secolo è cresciuto molto in capacità tecniche e poco in conoscenza e sapienza, scoprendosi così immaturo per gestire tanta tecnica, che pertanto può sfuggirgli di mano (come sta succedendo). Per tanto tempo la filosofia ha cercato alleanza con la scienza per combattere la religione. Poi la scienza scopre di poter esser cristiana , così ora la filosofia cerca forse un'alleanza con la tecnica?

Articolo e libro sono una dimostrazione che lo spirito critico del filosofo si potrebbe avvantaggiare con una sana discussione con un teologo esperto di “economia per l’uomo”, quali sono, ad esempio, monsignor Rino Fisichella o il cardinale Angelo Scola. Molto rapidamente rilevo alcuni punti dove il teologo potrebbe aiutare l’opinione del filosofo. La saggezza porta la Chiesa a considerare il profitto come un mezzo indispensabile di misura dell’efficienza e della competitività; ciò che conta è come questo profitto si crea e a cosa serve. Gli addendi in più nelle formule economiche ben conosciute dalla Chiesa sono “amore e carità”, ma la Chiesa sa bene che la ricchezza da distribuire ai più deboli deve esser prima creata, altrimenti si distribuirebbe povertà. Non si creda che la Chiesa non  conosca l’economia ed il capitalismo. Anzi, si può dire che il capitalismo è stato “inventato” dai cattolici qualche secolo prima della riforma protestante e le prime leggi economiche su domanda e offerta, sull’uso del capitale, sull'interesse e sulla creazione di ricchezza, sono state elaborate nel mondo cattolico da domenicani, francescani e gesuiti (si veda la scuola di Salamanca) cinquecento anni fa. 

Queste leggi sono diventate fondamento dell’economia moderna (scuola austriaca), realtà che lo stesso Shumpeter riconosce.  E’ poi evidente che la Chiesa non è affatto convinta che il capitalismo voglia la distruzione della società cristiana né la Chiesa vuole la fine del capitalismo. Ma dove lo ha letto? La Chiesa si preoccupa dell’uso del capitalismo, mezzo, e vuole uomini saggi che lo gestiscano per un fine. Se questo fine è l’uomo, il problema è attribuirgli una dignità specifica. E Severino sa bene che questo è il punto di disaccordo principale. Se i mezzi evocati da Severino, la politica e la scienza, devono esser orientati ad un uomo animale intelligente (frutto del caos o evoluzione di un bacillo) da soddisfare solo materialmente, il risultato è evidente, ed un filosofo della sua grandezza certamente può riconoscerlo. Questa valutazione  “animalistica” dell’uomo (unitamente a dottrine nichilistiche e ad errori socioeconomici incredibili quali il malthusianesimo) ha comportato lo sviluppo economico consumistico (e a debito) negli ultimi trent’anni che ha portato alla crisi attuale. Ciò deve portare a riconoscere che quando la tecno-scienza (senza un “fine” vero) influenza  le scelte economiche, influenza lo stesso comportamento del capitalismo e  può comportare disastri. E Papa Giovanni Paolo II lo aveva ben profetizzato nell’Enciclica Sollicitudo rei socialis , quando spiega che la tecnica può sfuggire di mano all’uomo immaturo e non cosciente. E’ l’uomo pertanto che va ricostruito, piuttosto che strumenti scientifici o tecnici. Questi possono pure esser migliorati, ma se l’uomo non cambia userà male anche i nuovi strumenti.

Quando poi Severino lascia capire che la Chiesa cerca di influenzare la politica o la scienza, viene da pensare: magari lo facesse, opportunamente e con mezzi a lei adeguati, per obiettivi santi. L'impressione è invece che spesso sia la Chiesa il soggetto che si cerca di influenzare dall’esterno per farle dare imprimatur politici o scientifici. Per fortuna abbiamo avuto santi Papi e oggi un Santo Padre come Benedetto XVI. Sono certo che se il mondo avesse saputo ascoltare il magistero di grandi Papi  che hanno scritto encicliche tanto osannate ma poco comprese (come la Humanae Vitae e la Populorum Progressio di Paolo VI , la Centesimus annus e la Sollicitudo Rei Socialis di Giovanni Paolo II, e la Caritas in Veritate di Benedetto XVI) , questa crisi non ci sarebbe stata, e se ci fosse stata sarebbe persino già stata risolta.

Nella Caritas in Veritate, primo capitolo, evocando due encicliche di PaoloVI (Humanae Vitae e Populorum Progressio) il Pontefice dà una spiegazione esemplare di cosa deve essere progresso, economia, capitalismo, profitto. Ma nella introduzione all’Enciclica fa ancora di più: una lezione sui fini e su come si raggiungono o meno, fa una lezione di filosofia sul nichilismo dominante, spiegando che il nichilismo produce la mancanza di valori che confondono i fini e rendono i mezzi improduttivi. La salvezza non è nella filosofia e la potenza non è nella tecnica, caro e stimato professor Severino. Grazie a Dio.

venerdì 11 gennaio 2013


Spaemann: senza fini che vita è? - 10 gennaio 2013 - http://www.avvenire.it


«Fini naturali. Storia & riscoperta del pensiero teleologico» il saggio di Robert Spaemann edito da Ares (pagine 464, euro 19,50) viene presentato oggi a Roma, nell’aula magna Giovanni Paolo II della Pontificia Università della Santa Croce (piazza Sant’Apollinare, 49), alle ore 17. Sarà l’occasione per riflettere sull’intero percorso di studio del grande filosofo tedesco. Apre l’incontro il cardinale Camillo Ruini, cui seguiranno il rettore monsignor Luis Romera, i sociologi Sergio Belardinelli e Leonardo Allodi, mentre le conclusioni saranno dello stesso Spaemann.

«Nichilismo: manca il fine; manca la risposta al perché». Il famoso frammento che Friedrich Nietzsche scriveva sul finire dell’800 fotografava il disorientamento di fronte a un mondo in cui venivano meno i valori tradizionali, tra cui, in filosofia, la caduta verticale del finalismo o teleologia, per usare il termine introdotto oltre un secolo prima da Christian Wolff. L’idea per cui nella comprensione del mondo abbiamo bisogno non solo della dinamica causa-effetto, ma anche della domanda sul fine per cui qualcosa viene fatto o è considerato buono. Nel ’900 si è intonato da più parti il de profundis per la teleologia, con un azzardo che più passa il tempo, più si rivela tale. A dimostrare come e perché sia avvenuto l’oscuramento della teleologia, a partire dal tardo medioevo, e come sia possibile oggi un suo recupero, aveva dedicato un corso universitario tra il 1976 e il 1977 Robert Spaemann. Da quelle lezioni, trascritte dall’allievo Reinhard Löw e poi rielaborate, uscì nel 1981 il libro Die Frage Wozu (La questione del perché), che in una nuova edizione del 2005 ha preso il titolo di Natürliche Ziele (Fini naturali, che esce a giorni in libreria per le edizioni Ares. Si tratta di un’opera poderosa per ampiezza dell’analisi storica, da Platone all’epistemologia della scienza contemporanea, e per acribia polemica. Sicuramente il capolavoro di Spaemann, oggi il maggior filosofo cattolico di lingua tedesca, anche se la definizione non gli piace. Preferisce definirsi un filosofo che contemporaneamente è cattolico.

Coetaneo del Papa, per la cronaca, è nato da genitori convertiti : il padre, rimasto vedovo, fu anche ordinato sacerdote.
Professore, cos’è in pillole la teleologia?
«Con teleologia intendiamo l’interpretazione dei processi dal punto di vista della loro finalità. Quando uno entra in un ristorante e ci si chiede il perché, la risposta è: per mangiare qualcosa. C’è naturalmente anche una spiegazione intermedia di tipo materiale, di cui si è occupato già Socrate. Alla domanda rivolta a Socrate sul perché non evade dal carcere, la sua riposta è: perché le mie gambe non si muovono oltre. La risposta al perché non si muovono oltre è: perché io voglio rimanere qui. In questo caso la spiegazione scientifica sarebbe invece la descrizione della contrazione dei muscoli: solo la metà della realtà».
Allargare il nostro concetto di ragione. È un richiamo che Benedetto XVI ha fatto diverse volte, in primis nel discorso di Ratisbona del 2006. Il recupero della teleologia è una via per questo obiettivo?
«Io non direi che la teleologia è la via e l’allargamento della ragione è il fine. Piuttosto che questo allargamento ha come conseguenza la riabilitazione della riflessione teleologica. Alla domanda perché uno entra in un ristorante, non è solo ragionevole rispondere perché le sue gambe lo portano lì, ma anche affermare che ciò avviene perché c’è un fine: mangiare qualcosa. È ragionevole prendere atto di ciò e del fatto che, limitandosi alla causalità, non si ha una descrizione completa della reale».
Quali sono oggi gli ostacoli per questa riabilitazione?
«Dietro alla negazione della teleologia c’è stato e c’è ancora l’interesse al dominio della natura. La riflessione teleologica permette di capire i fenomeni, l’osservazione e lo studio della causalità dei fenomeni conferisce invece il potere di manipolarli. Francis Bacon l’ha espresso in modo efficace: “L’osservazione dei processi naturali sotto l’aspetto del loro orientamento a un fine è sterile, è come una giovane vergine votata a Dio: essa non genera nulla”. O si pensi a Thomas Hobbes, secondo cui conoscere una cosa significa “immaginare cosa possiamo farne, una volta che la possediamo”. Oggi comunque la riscoperta della teleologia è già in atto. I biologi hanno cercato a lungo di farne a meno, ma non ce l’hanno fatta. Così hanno introdotto un altro concetto, la teleonomia, un surrogato della teleologia, con cui si indicano processi che si svolgono come se avessero un fine, ma che in realtà obbediscono solo a una causalità meccanica. Per il biologo la teleologia, ha scritto John B.S. Haldane, “è come un’amante, non può vivere senza di lei, ma non vuole essere visto in pubblico con lei”».
Sempre sul versante della biologia, ha fatto rumore negli ultimi anni la critica alla all’evoluzionismo di matrice darwiniana in nome di un “intelligent design”. Considera anche questo un contributo al recupero della teleologia?
«Penso che la teoria dell’intelligent design – che parla di un progettista al di fuori del mondo – abbia messo in luce una paura che riguarda anche chi è ostile alla teleologia: la paura di Dio. La fede in Dio non è il presupposto della conoscenza di processi teleologici – che può avvenire con mezzi di ragione naturali – semmai è la sua conseguenza. Quando si ha paura di questa conseguenza, cioè di Dio, ci si rifugia spesso in soluzioni fantastiche e irragionevoli. È comunque una paura infondata. Il creatore risiede al di fuori dei processi della creazione. È come se dovessimo analizzare un film sulle vicende dell’umanità. All’origine del film deve esserci sicuramente un proiettore: senza di lui, scompare anche il film. Ma il proiettore non “entra” nelle varie scene. Chi guarda il film può riconoscere dei validi motivi per ipotizzare che ci sia un proiettore alla sua origine, ma non vi s’imbatte direttamente. Così come il fisico non si imbatte direttamente in Dio. Solamente quando parla del Big Bang, lo scienziato si trova di fronte un muro: su cosa ci sia oltre non può dire nulla. Il credente può invece fornire una spiegazione, il che fa dire che le ambizioni della ragione vengono rafforzate dal collegamento con la fede».
Perché la lingua, come lei sostiene in “Fini Naturali”, è un baluardo della teleologia?
«Perché essa è il medium nel quale appare primariamente il significato e nel quale i fatti, in modo irriducibile, non si presentano semplicemente come tali, ma significano qualcosa, stanno come simboli per qualcosa che presuppone un destinatario, qualcuno in grado di comprenderli. Ogni biologo che scrive un libro, non può spiegare la scrittura del libro in modo causale-meccanico. Discutendo una volta con un biologo a Tubinga, dopo la sua relazione ho detto che a noi non interessava capire i processi neuronali sottostanti il suo intervento, ma capire se quello che aveva detto era giusto o no. La lingua non può essere abolita e il suo carattere teleologico neppure. Nietzsche lo aveva compreso e aveva ammesso che, quando un uomo si impegola nel parlare e nell’argomentare, è spacciato: perché “la lingua contiene, fossilizzati, gli errori fondamentali della ragione”».

Andrea Galli

martedì 18 dicembre 2012

Sfida al nichilismo che colonizza la natura umana
di Stefano Fontana - http://www.lanuovabq.it18-12-2012
È in libreria il Quarto Rapporto sulla Dottrina sociale della Chiesa nel mondodell’Osservatorio Cardinale Van Thuân di Trieste pubblicato dalle Edizioni Cantagalli. Per il quarto anno consecutivo l’Osservatorio, in collaborazione con altri cinque Centri di ricerca, fa il punto sulla Dottrina sociale della Chiesa nei cinque continenti, segnalando i fatti nuovi, le sfide emergenti, gli insegnamenti del magistero più importanti. L’Arcivescovo Giampaolo Crepaldi, Vescovo di Trieste, è il Presidente dell’Osservatorio e quindi principale responsabile del progetto del Rapporto. A lui abbiamo rivolto qualche domanda sulle “novità” di quest’anno.

Eccellenza, vuole spiegarci il titolo che avete dato a questo quarto Rapporto: “La colonizzazione della natura umana”?
 
Il Rapporto fa ogni anno il monitoraggio dei principali avvenimenti di giustizia e pace nei cinque continenti. Il tratto principale che emerge quest’anno è appunto la colonizzazione della natura umana, ossia le enormi pressioni internazionali affinché i governi cambino la loro tradizionale legislazione sulla procreazione, sulla famiglia e sulla vita. L’attacco è rivolto principalmente verso i Paesi dell’America Latina, fatto che avevamo già segnalato nei precedenti Rapporti.

Quali sono i fenomeni principali di questa “colonizzazione della natura umana”?

Tra i tanti, nel Rapporto segnaliamo soprattutto il caso dell’Argentina. Nel giro di un solo anno – il 2011 appunto – quel grande Paese di tradizione cristiana ha avuto una legge sulla procreazione artificiale che ha denaturalizzato la procreazione, una legge sul riconoscimento sulla “identità di genere” che ha denaturalizzato la famiglia e una modifica del Codice civile per permettere l'”utero in affitto” che ha denaturalizzato la genitorialità. Alcune leggi in questione sono state approvate nei primi mesi del 2012, ma sono state discusse ed elaborate nell’anno precedente. Qualcuna è ancora all’esame di un ramo del Parlamento dopo essere stata approvata dall’altro, ma la tendenza è chiarissima. Nel giro di un solo anno è stata rivoluzionata la base dell’intera società argentina, è stata messa da parte la nozione di “natura umana” ed è stata posta in angolo l’ispirazione della fede cattolica per la costruzione della società. 

Secondo lei perché proprio l’America Latina è nel mirino?

Il continente europeo, di antica tradizione cristiana, è ampiamente secolarizzato e le legislazioni di molti Paesi – pensiamo a Olanda, Francia, Inghilterra, Spagna, ma di recente anche la Croazia – hanno largamente permesso prassi e comportamenti in pieno contrasto con la legge morale naturale. Il secondo bacino mondiale del cristianesimo – ma oggi forse il primo per importanza numerica – e in particolare del cattolicesimo è l’America latina, ove finora la tradizione cristiana ha impedito una piena secolarizzazione dei valori morali e nella maggior parte degli Stati le leggi ancora tutelano la vita e la famiglia naturale fondata sul matrimonio. Ecco perché, a mio avviso, nel mirino ora c’è l’America Latina.

Perché la chiamate “colonizzazione”?

Perché è il frutto della mentalità dell’occidente sazio e nichilista che si vuole esportare con pressioni nei Paesi dell’America latina. L’Occidente una volta colonizzava nel senso classico del termine, ora colonizza culturalmente, proponendo una mentalità contraria alla legge morale naturale e facendo pressione perché gli Stati ancora “arretrati” entrino finalmente nel “progresso”.

Ogni anno il Rapporto ospita lo “studio dell’anno”. A quale argomento è dedicato quello di questo Quarto Rapporto?

In coerenza con quanto ho detto sopra, lo studio dell’anno lo abbiamo dedicato alla ideologia del gender ed è stato scritto dalla dottoressa Elizabeth Monfort, già deputato al Parlamento europeo, studiosa della materia ed autrice di libri nonché presidente di una associazione francese che propone un nuovo femminismo europeo. L’ideologia del genere si è diffusa, senza incontrare una vera opposizione, nei Paesi avanzati ed ormai viene anche insegnata nei manuali scolastici delle scuole pubbliche senza che questo faccia sorgere grandi contestazioni. Viene ora esportata con sistematicità nei Paesi emergenti e poveri. È una ideologia sottile e pervasiva, che si appella ai “diritti individuali”, di cui l’Occidente ha fatto il proprio dogma, e ad una presunta uguaglianza tra individui asessuati, ossia astratti, per condurre una decostruzione dell’intero impianto sociale.

Un capitolo importante del Rapporto è solitamente la presentazione del magistero di Benedetto XVI nel corso dell’anno di riferimento. Cosa ci dice in proposito?

Vorrei ricordare che, come Documento dell’anno, riportiamo il discorso che il Papa ha tenuto al Bundestag di Berlino il 22 settembre 2011, tutto incentrato sulla legge morale naturale, senza rispettare la quale gli Stati si trasformano in una “Banda di ladroni”, come scriveva sant’Agostino. C’è poi un capitolo sul magistero sociale complessivo del Papa nel 2011, un magistero come sempre molto ricco. Nel viaggio in Germania e in tante altre occasioni Benedetto XVI ha chiesto di aprire un posto per Dio nel mondo. 

La parte più cospicua del Rapporto riguarda i Cinque continenti. Cosa è emerso di nuovo?

Le informazioni e gli spunti di riflessione qui sono moltissimi. Il Rapporto esamina dapprima la scena internazionale e l’attività della Santa Sede, poi continente per continente, fornendo una miniera di informazioni difficilmente sintetizzabili. Non mi rimane che rimandare alla lettura del testo. Una novità di quest’anno, però, la voglio sottolineare e riguarda il monitoraggio dell’Europa dell’Est, che nei precedenti Rapporti era stata un po’ trascurata. Nel 2011 abbiamo avuto il caso della Bulgaria, che si è data una nuova Costituzione che prevede la protezione della vita fin dal concepimento, mentre in altre nazioni di quell’area è avanzato il processo inverso. Interessanti sono anche i capitoli su Asia e Africa. Per il primo continente, il Rapporto riferisce sulle conseguenze dello scoppio della centrale nucleare di Fukushima, sull’assassinio Bhatti in Pakistan, sul gendercidio delle bambine. Per il secondo riferiamo della “primavera araba” e della penetrazione della Cina nel continente africano. Insomma, una panoramica molto articolata.

Che posto occupa il Rapporto nelle attività dell’Osservatorio?

È la punta di diamante, l’attività che sintetizza il nostro lavoro quotidiano e lo trasforma in un servizio informativo e in una proposta sintetica di lettura degli avvenimenti. 

venerdì 28 settembre 2012


ORA DI RELIGIONE/ Da Profumo una proposta "nichilista" che fa male a tutti - martedì 25 settembre 2012 - http://www.ilsussidiario.net

ORA DI RELIGIONE - “Credo che l’insegnamento della religione nelle scuole così come è concepito oggi non abbia più molto senso. Nelle nostre classi il numero degli studenti stranieri e, spesso, non di religione cattolica tocca il trenta per cento”. Così il ministro dell’Istruzione, Francesco Profumo che, con questa proposta, ha manifestato la necessità di adeguare i programmi scolastici ad una scuola sempre più multiculturale. “Sarebbe meglio adattare l’ora di religione - ha precisato ancora Profumo - trasformandola in un corso di storia delle religioni o di etica”. Dalla Santa Sede sino ai cattolici di entrambi gli schieramenti si è levato un coro compatto di di protesta. Sul tema IlSussidiario.net ha raccolto l’opinione del filosofo Costantino Esposito.

Professore, il ministro Profumo afferma che l’insegnamento della religione va ripensato “perché la scuola è ormai multietnica”. Come valuta questa affermazione?

Il ministro Profumo dà come l’impressione di non sapere esattamente di cosa stia parlando citando, fra l’altro, cifre non corrette: la percentuale degli alunni stranieri nelle scuole italiane non è del 30% ma è ben inferiore, ed è circa il 10%. Fra l’altro, Profumo non considera un dettato di legge normato dal Concordato, quindi, un vero e proprio accordo istituzionale. Tuttavia, attraverso questo suo intervento un po’ approssimativo, ci permette di chiederci quale sia la vera emergenza, il problema di fondo nella scuola multietnica. E a me pare che tale problema, molto più che l’individuazione di strategie pedagogiche o istituzionali per integrare chi proviene da altre culture sia quello di non sapere più noi qual è la nostra identità culturale e storica. Non sappiamo più a chi e a cosa apparteniamo, anzi sembra che bisogna liberarsi da questa domanda per poter essere “aperti”. Questo è il punto: come facciamo ad aprirci agli altri se non ci “siamo” noi?

È attraverso il cambiamento dell’ora di religione che noi possiamo ritrovare questa identità?

Un dato di fatto è chiaro: per noi Italiani, l’appartenenza culturale e religiosa non è più un dato scontato. Ha perso la sua evidenza e il suo fascino, e resta magari solo come l’ispirazione di un dovere morale, il progetto di un’etica sociale ridotta alle regole della correttezza pubblica e ai princìpi di comportamento di un uomo che, di fatto, non c’è. Ed è per questo che la posta in gioco, all’interno della scuola multietnica, non è innanzitutto l’armonizzazione delle diverse culture (che semmai è una conseguenza), ma la riscoperta della nostra identità, non solo in senso culturale-religioso, ma più radicalmente in senso “personale”. L’identità o si gioca nella “domanda” su chi siamo e cosa vogliamo davvero dalla vita, oggi, oppure resta un residuo reazionario del passato. E difatti per molti ragazzi non si tratta neanche di una riscoperta, ma della prima occasione per porsi certe domande sul senso delle cose e di sé. Da questo punto di vista, l’ora di religione è uno strumento molto interessante: non tanto come difesa dell’Italia cattolica o come conservazione di una “bene culturale” della tradizione, ma come un’occasione per tutti, anche per chi non è cristiano, per mettere in questione sé stessi.

Qual è secondo lei il significato dell’ora di religione oggi?

Grazie ad essa si riaprono tre partite fondamentali tipiche del cristianesimo, e direi particolarmente del cattolicesimo: primo, esso è una religione della ragione e del logos, non della cieca obbedienza ad un destino impersonale o dell’emozione di un sentimento puramente interiore. Secondo, è l’esperienza in cui viene esaltata l’idea della coscienza individuale e, quindi, della libertà e della dignità dell’uomo come “persona”. Terzo, nel cristianesimo è possibile esercitare quella critica all’idolatria, che mette in questione tutte le ideologie totalizzanti e il loro progetto riduttivo (e spesso distruttivo) della vita degli uomini. E aggiungere un quarto punto: nell’esperienza cristiana, che in questo è la grande erede dell’ebraismo, è nata la concezione della “storia” come l’avventura degli uomini che di epoca in epoca sono stati portati avanti dal riconoscere e dal perseguire un significato, un “senso”. Solo grazie a questo significato ideale il tempo può diventare lo spazio della costruttività personale e della possibile condivisione dei bisogni nella società. L’alternativa è ritornare al cieco fato pre-cristiano (o post-cristiano) in cui l’unico “senso”, l’unica “direzione” della vita degli uomini è quella della morte, e in vita quello della continua lotta per la sopravvivenza, come tra i lupi. Per tutti questi punti, ritengo che valga la pena dedicare un’ora all’insegnamento della religione cattolica.

Come valuta, invece, l’idea espressa da Profumo che un programma scolastico “si debba adeguare” ai tempi?

Penso che oggi, “adeguarsi ai tempi” significhi comprendere i veri motivi per cui siamo al mondo, cercando di capire e prima ancora di conoscere la nostra storia e la nostra tradizione, ormai oggetti ignoti, come degli “Ufo”. Solo dopo aver davvero compreso questo, e solo grazie a questo sarà possibile aprirsi veramente e accogliere effettivamente gli altri. Non per dovere sociale ma per un bisogno. “Noi” abbiamo bisogno di “loro”, per essere noi stessi. L’incomprensione di sé o il rifiuto della propria storia porta ad un assoluto relativismo antropologico-religioso che produrrebbe un’ideologia nichilista, dove non c’è un senso condivisibile per cui vale la pena vivere e stare insieme: così, accontentandosi di un corretto e generico “diamo spazio a tutti” si ammetterebbe in fondo l’insensatezza di ognuno. Uno dei punti più interessanti del cristianesimo è quello di spingere tutti a chiedersi le ragioni ultime della propria esperienza. Questo spiega il motivo per cui le scuole cattoliche, in tutto il mondo, sono tra le più ambìte e frequentate: perché offrono un’educazione e un’esperienza religiosa e storica che portano alla razionalità e alla coscienza individuale e alla critica.

Profumo afferma ancora: “sarebbe meglio adattare l’ora di religione trasformandola in un corso di storia delle religioni o di etica”. Può spiegare i presupposti impliciti in questa affermazione?

Questa affermazione mi ricorda l’intervista rilasciata dal ministro all’educazione francese Francois Fillon al quotidiano Le Journal du Dimanche in cui si diceva che occorre istituzionalizzare in tutte le scuole d’Oltralpe un’ora di morale laica, in cui inculcare nei giovani allievi i principi dell’uguaglianza e della libertà. Dal mio punto di vista, si tratta di concetti un po’ astratti e vetero-illuministi, ripresi da Rousseau, il quale sosteneva che è lo Stato a dover determinare la morale e finanche la “natura” dei propri cittadini. Non credo che tutto ciò sia una risposta reale al bisogno delle nuove generazioni italiane e straniere. Ciò di cui abbiamo veramente bisogno non sono principi universali, ma di porre in atto un’esperienza in cui ciascuno, cattolico, indù o musulmano, possa riconoscere aspettative, esigenze e domande ultime sulla realtà che realmente accomunano tutti gli uomini. Insomma, un “universale concreto”, guadagnato nell’esperienza storica di ciascuno. La grandezza della religione cristiana sta nella sfida che Cristo pone a tutti quando domanda: Ma tu, che cosa cerchi? Che cosa ami? Per cosa spenderesti la vita? L’ora di religione non è affatto un problema di proselitismo (sarebbe avvilente per il cristianesimo stesso!), ma la possibilità di riflettere su una domanda che, ormai, non pone più nessuno a nessuno.

Il ministro, da diversi mesi, batte il tasto della modernizzazione della scuola e della docenza a suon di nuove tecnologie, tablet e pc. Quali considerazioni le suggerisce questo fatto?

Tutti questi strumenti sono fantastici perché permettono l’attivazione di nuovi progetti di apprendimento. La scuola, però, non deve solo insegnare ad usare il tablet per accedere al mondo ma deve far emergere un soggetto che sappia usarlo in modo cosciente. La capacità critica dello studente è la vera modernità, non lo strumento che usa. E se la nostra “consistenza” critica ha come prototipo questa competenza, beh, allora è una consistenza a scadenza breve, che tra un anno sarà già superata da un altro “modello”. Quello che decide il mercato.

(Federica Ghizzardi)

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mercoledì 30 maggio 2012


IL CASO/ La Scozia vuol uccidere i papà: l'ultima follia del nichilismo di Paolo Gulisano, mercoledì 30 maggio 2012, http://www.ilsussidiario.net

Anche nella vecchia Scozia la dittatura del Politically Correct comincia a farsi sentire, e questo proprio mentre la nazione che da secoli rivendica con passione il proprio diritto all’autodeterminazione nei confronti del potente vicino inglese è sempre più vicina alla libertà. Ma quale libertà? Da mesi è attiva una durissima campagna di stampa contro il Primate scozzese, il cardinale O’Brien, Arcivescovo di St.Andrews ed Edimburgo, “colpevole”, agli occhi di alcuni potenti mezzi di stampa, di non accettare l’equiparazione della famiglia naturale formata da un uomo e una donna, alle coppie omosessuali. Per aver semplicemente ricordato che la seconda forma di convivenza non è una famiglia, il cardinale è stato pesantemente attaccato, e addirittura c’è chi ne ha chiesto l’arresto e il processo. Un esempio di intolleranza in nome della tolleranza. Ma non è un paradosso isolato. Negli ultimi giorni è uscita l’ultima versione aggiornata di un manuale, prodotto dal Sistema Sanitario Nazionale,  e dove per “nazionale” si intende proprio della Scozia, e non della Gran Bretagna o del Regno Unito, che si intitola Ready Steady Baby, un simpatico gioco di parole che in italiano suonerebbe grossomodo come “pronti…partenza…bambino!” da anni diffuso tra le coppie in dolce attesa. Tutto quello che c’è da sapere sulla gravidanza, il parto, l’allattamento, i primi mesi di vita del bimbo. Qualcosa di simile a quanto viene diffuso anche da noi da consultori o reparti di maternità o ASL. Il fatto è che in questa ultima versione è scomparsa la parola “padre”. L’unico termine ammesso è “Parent”, ovvero “genitore”: debitamente neutrale e “trasversale” ai sessi, o ai “generi”, come va di moda dire. La bella lingua inglese è ormai da anni oggetto di una severa opera di riscrittura all’insegna del conformismo ideologico: termini che offrono una definizione sessuale precisa come“Man” e “Woman” stanno estinguendosi dal vocabolario, rimpiazzati dal neutro “person”. A volte con esiti anche ridicoli. La parola “papà”, così bella nella sua forma austera father come in quella più dolce e affettuosa Dad o Daddy è stata censurata per il timore di offendere le coppie gay, a seguito della protesta di chi sosteneva che il termine padre  «non era una parola che rispetta chi ha relazioni con persone dello stesso sesso coppie dove evidentemente questa paternità non può realizzarsi, e non certo per colpa di nessuno, tanto meno della lingua inglese o dei vescovi che richiamano alle verità elementari, ma perché così è scritto nelle leggi della natura, ovvero della biologia.
E’ davvero un peccato, dicevamo, che tutto ciò abbia avuto luogo in un paese che lotta per la propria libertà dai tempi di William Wallace, il “Cuore impavido” della Scozia. Certo non è stato molto impavido Michael Matheson, il Ministro della Salute scozzese. Ministro di un Parlamento “regionale” che di fatto ha prerogative, in diversi campi (tra cui la sanità) di tipo nazionale. Un Parlamento che legifera per la Scozia attendendo la possibilità, entro pochi anni, di dichiarare la propria indipendenza ed ammainare definitivamente l’Union Jack da Glasgow fino alle Highlands.  Il partito indipendentista, che ha la maggioranza relativa, governa per ora in coalizione. Matheson è membro proprio di questo partito, l’SNP. Un partito che non può non suscitare simpatie: si tratta di una formazione politica caratterizzata da un autonomismo di tipo libertario, non intollerante, mai xenofobo. Matheson peraltro ha anche frequentato le scuole dei Salesiani di Glasgow, una città dove i cattolici sono stati per lunghissimo tempo vittime dell’odio settario. Qualche cosa in merito al coraggio di difendere  i propri valori,  e di testimoniare la verità della fede, il buon Michael l’avrà pure imparata alla scuola di Don Bosco, se non dei martiri scozzesi, come John Ogilvie e tanti altri che diedero la vita perché la Fede non scomparisse da  questa terra benedetta da Dio e vessata da uomini feroci e spietati.  C’è da augurarsi che il ministro della salute, recependo le proteste di diverse associazioni, tra cui la Family Education Trust,  il cui responsabile Norman Wells ha accusato il Servizio Sanitario Nazionale di aver «sprecato soldi del contribuente per far avanzare i diritti di una minoranza»,ci ripensi, ritrovi un po’ del cuore impavido dei suoi antenati che si batterono a Bannockburn e a Culloden, e restituisca alla guida Ready Steady Baby la parola papà:non servirà a nulla guadagnare l’indipendenza al prezzo di perdere la propria identità. Una Scozia senza padri sarà peggio di quella Scozia senza kilt e senza cornamuse che volevano gli inglesi.


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lunedì 27 febbraio 2012


IL CASO/ Bastano un righello e una matita per smentire il nichilismo di Vattimo Carlo Bellieni, lunedì 27 febbraio 2012, http://www.ilsussidiario.net

Gianni Vattimo annuncia sul Corriere della Sera del 23 febbraio che “la metafisica è finita”. Per farlo non tralascia di citare Nietzsche, maestro della critica radicale alla metafisica, di cui sottolinea il pensiero: la filosofia “arriva a riconoscere l’idea stessa di verità come favola”, dunque è breve il passo alla scoperta della “verità come finzione”.
Questo piacerà a molti filosofi; ma a tanti che fanno scienza la cosa non andrà giù. Sembra un paradosso, ma per lo scienziato la metafisica è un must. La metafisica intesa come desiderio di capire, dunque di trovare la verità; e come certezza che questa verità esiste, prova ne siano le leggi della natura senza riconoscere le quali e senza basarsi sulle quali, la scienza non regge. E intesa come esperienza dura ma vera che la mente non ha il potere di arrivare al cuore delle cose (“Tutte le immagini portano scritto: Più in là”, recitava Montale, e potremmo metterlo sull’entrata di ogni laboratorio chimico).
Già, il cuore delle cose: tutto quello su cui si basa la scienza, che pur usiamo e studiamo ogni giorno, si basa su fattori indefinibili; in altre parole, costruiamo con mattoni che non solo non conosciamo, ma che ammettiamo di non  poter conoscere. Basti pensare che “cose concrete” come un punto, una retta, un piano, per la matematica e la geometria sono indefinibili, cioè non esiste una definizione, o, detto in altri termini, ne usiamo ma non sappiamo cosa sono. Provate a definirli, e poi ne parliamo… E tempo e spazio, concetti senza cui non potremmo né parlare né muoverci, provate a dire cosa sono! Ci dicono che non sappiamo cosa è lo spirito… provate voi invece a definire cosa è la materia.
Certo, siamo orgogliosi delle nostre conquiste, ma come la scienza di 100 anni fa oggi è preistoria, tra 100 anni le nostre certezze mediche e biologiche saranno fumo: in che modo, non lo sappiamo, ma è molto facile che i nostri nipoti pensando a chi viveva all’inizio del 21° secolo sogghigneranno, un po’ pensando ad un mondo in cui si usavano telefoni cellulari e su curavano le malattie con gli antibiotici. Sentiamo ogni giorno crollare le certezze e vederne crescere altre: un bel mistero!
Caro professor Vattimo, è proprio un mistero la realtà; tanto che inchinarci “al cielo stellato sopra di me e alla legge morale dentro di me”, come diceva Immanuel Kant, non è fideismo, ma riconoscere che siamo piccole pulci in un microscopico pianetino sperduto in qualche parte dell’universo ma che al tempo stesso sentiamo ogni intoppo o gioia come “catastrofi” o “successi galattici”: e sono vere entrambe le cose, la nostra piccolezza cosmica e la nostra grandezza morale, cioè è vero che siamo fatti di due nature unite ma qualitativamente diverse.
Riconoscerlo è ammettere che poco davvero sappiamo o sapremo mai - direbbe Socrate - perché quello che c’è da conoscere è fatto anche di dimensioni e qualità diverse da quello che noi possiamo destrutturare e analizzare. Pensate solo come è qualitativamente diverso dal nostro vissuto l’universo visto in quattro dimensioni di Einstein. E l’animo scientifico ricerca la verità, ma non solo quantitativamente, ma anche qualitativamente diversa da quello che abbiamo in testa, altrimenti è una ricerca che scava dentro il “già noto”.
Una metafisica (viva o morta che sia) che parla di un mondo di cui il nostro è solo una brutta copia ci interessa poco, perché  il cristianesimo ci insegna ad inchinarsi al reale che si vede al reale che non si vede, perché sono entrambi segni e parte di un Disegno buono. Se invece dire metafisica è affermare che esista una “verità”, un “significato”, allora possiamo star tranquilli: gode di ottima salute. Se non ci fosse la verità non si muoverebbe la scienza a cercarla, se non ci fosse, non potremmo condannare un malvagio per la sua cattiveria, se non ci fosse, non avremmo nemmeno la certezza che facendo cadere una mela, andrebbe a finire sul tappeto, e che  fatte salve le dimensioni e le velocità (e la presenza del tappeto), questo vale anche su Marte o sulla luna. La verità esiste. E la realtà ne è la porta.


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lunedì 19 dicembre 2011


ITALO SVEVO/ Gioanola: può davvero la psicanalisi risolvere la crisi dell'io? - INT. Elio Gioanola, lunedì 19 dicembre 2011, http://www.ilsussidiario.net

Scrittore del privato, Italo Svevo. Rinuncia volentieri al contesto sociale. Gli interessa soltanto scandagliare nel profondo gli abissi sfuggenti e contraddittori dell’interiorità. Le sue opere sono il sintomo più acuto – insieme a quelle di molti altri grandi della sua generazione – dello sfaldamento ideologico della cultura europea, del disorientamento prodotto dal crollo dell’ancien régime, l’impero che la grande guerra ha cancellato. L’io borghese vacilla. A Trieste, terra di confine ideale, culturale e politico, Italo Svevo, figlio di una ricca famiglia commerciale, scrive le ansie, le inquetudini e le incertezze sue e insieme del suo tempo.
È abbastanza significativo che i 150 anni della nascita di Svevo coincidano con quelli dell’Italia» dice Elio Gioanola, critico letterario, scrittore, già docente di Letteratura italiana nell’Università di Genova. «Non per niente volle chiamarsi Italo e avrebbe potuto benissimo, per nostra disgrazia, essere uno scrittore tedesco. Invece scelse l’italiano perché gli interessava mettersi sulla traccia della grande tradizione letteraria che aveva in Firenze la sua patria ideale. Le sue letture, quando usciva dalla banca, erano i classici italiani, Alighieri, Petrarca, Ariosto, Tasso...».

Professor Gioanola, il tema dell’identità e delle radici è centrale in Svevo e attraversa come una ricerca sofferta tutta la produzione dello scrittore.

Svevo è stato uno degli «inventori», forse il primo nell’ambito della letteratura moderna, della crisi radicale del soggetto romantico. Sulla scia anche di Dostoevskij, Svevo ha creato in qualche modo l’eroe negativo, cioè colui che si sente eterodiretto, che sa che dietro la sue spalle c’è una forza indipendente dalla sua volontà e dalle sue decisioni, e che lo spinge a cose che magari non aveva intenzione di fare. Zeno (Zeno Cosini, il protagonista de La coscienza di Zeno, ndr) è un esemplare straordinario di questa eterodirezione. Banalmente: spara a un bersaglio, ne colpisce un altro. Ha imparato i compromessi necessari, e dunque non prende più drammaticamente le cose come i due suoi predecessori romanzeschi, Alfonso Nitti ne Una vita e Emilio Brentani in Senilità. Ma le «forze in campo» risentono in modo preponderante di ciò che Freud chiamava inconscio.

Ha citato il padre della psicanalisi. Abbiamo a che fare, rispetto ai predecessori, con uno scrittore che elegge la vita privata a sfera principale nella quale si gioca il senso dell’esistenza. Quali sono i fattori che determinano questa svolta?
Il rifiuto del realismo dominante fino alla fine dell’800. Tutta la letteratura realistica è una letteratura del sociale, si svolge in ambiti che vedono in azione personaggi che sono in-concepibili fuori contesto. Invece leggendo Svevo quasi non si sa dove si è, l’ambiente conta pochissimo; conta invece la sua scrittura, che come una sonda va in giù a scandagliare le ragioni ignote, le cose che non vorremmo fare. È l’introspezione feconda tipica del novecento – la vediamo in Pirandello per esempio –, tutta centrata sugli esistenziali, sulla morte, sul tempo.

Coma cambia di conseguenza la scrittura letteraria?

Gli effetti sulla scrittura sono vistosi: è la fine del descrizionismo. Se leggiamo qualsiasi romanzo dell’800, da Manzoni in avanti, lo troviamo pieno di descrizioni di paesaggio. Con Italo Svevo queste parti spariscono. Egli è forse il principale autore di questa svolta radicale verso l’interno.

E non è un letterato di professione.

No, infatti. Ma intuisce le cose essenziali della contemporaneità. Nasce in un fervido ambiente culturale e politico mitteleuropeo, quello triestino, che lo proietta in una situazione completamente diversa da quella della letteratura tradizionale. La sua è una scrittura classicamente «brutta», come quella di Pirandello: non c’è più niente del bello scrivere, di letterario nel senso tradizionale del termine; ciò che conta è l’essenza, non più la forma, il gioco della letteratura.

Esiste un’eredità di Svevo?

Diffido sempre molto delle eredità letterarie, anche perché Svevo stesso non si è sentito erede di nessuno. Ogni grande scrittore inventa situazioni assolute, che non danno spazio a imitazioni o conseguenze particolari. Se pensiamo anzi alle recensioni che riceveva La coscienza di Zeno negli anni venti, c’è da rabbrividire: nessuno aveva capito cosa stava succedendo. Lo aveva capito però Montale, che era uno spirito affine. Montale, come Svevo, è un altro grande dilettante che scrive perché non può farne a meno: la loro è una scrittua necessitata in qualche modo da queste pulsioni profonde che non trovano appagamento in nessuna delle forme tradizionali.

C’è invece un’apertura di tipo metafisico in Svevo?
Forse è il più laico di tutti i nostri scrittori. Chiediamoci: la cultura vincente all’inizio del secolo qual è? Quella che viene da Hegel, cioè l’idealismo razionalistico, con le sue successive varianti materialistiche e storicistiche. Tutto ciò che non è ragione non c’entra, non conta. Invece la letteratura riapre i giochi: Montale si dichiarava amico dell’invisibile, Pirandello dice che c’è sempre un oltre. Non spetta più alla religione formulare l’esigenza religiosa, ma alla scrittura.

La sofferenza di Svevo dunque non ha a che fare con quelli che Slataper chiamava i «dolori metafisici latenti», caratteristici dell’uomo moderno?

Direi di sì, e bisogna contare anche Michelstaedter a questo punto. Gli autori dell’area triestina, proprio perché sono fuori dai giochi della letteratura in quanto tale, possiedono antenne sensibilissime, capaci di recepire le scosse profonde che stanno minando tutte le certezze borghesi. La loro è una ferita profonda, che bada agli esistenziali e fa di essi il fondamento della medtazione che troverà spazio proprio nell’esistenzialismo.

Un suo personale consiglio al lettore che voglia accostarsi a Svevo?

Ci sono dei racconti straordinari, come Il malocchio: io comincerei proprio da lì. Oppure La buonissima madre, o La madre. Non li legge quasi nessuno ma sono dei capolavori. Contengono in nuce ciò che Svevo sviluppa nei romanzi.

venerdì 25 novembre 2011


L'OSSERVATORE ROMANO - Nel romanzo «L’envie» della parigina Sophie Fontanel - Così è fallita la rivoluzione sessuale di  Lucetta Scaraffia, 25 novembre 2011

Nei Paesi che sono stati nella seconda metà del Novecento il paradiso della libertà sessuale, Danimarca e Svezia, si sta tornando a considerare con occhio attento la soglia del senso del pudore: per effetto delle comunità immigrate, sono sempre di più le piscine che destinano giornate alle sole donne, e luoghi pubblici in cui è vietato mostrarsi con il seno scoperto, anche per allattare. Senza dubbio si tratta di segnali che fanno capire come la rivoluzione sessuale — affermatasi dagli anni Sessanta in occidente come l’utopia che doveva offrire felicità a tutti — sia ormai in crisi. Ma i segnali si stanno moltiplicando.
«Durante un lungo periodo, che in fondo non ho cuore di situare nel tempo né di stimare in numero di anni, ho vissuto in quella che si può considerare la peggiore insubordinazione della nostra epoca, cioè l’assenza di vita sessuale»: così comincia il romanzo della scrittrice francese Sophie Fontanel L’envie (Paris, Robert Laffont, 2011, pagine 160, euro 17). Non è un gran libro, e soprattutto, dato il disperato nichilismo da cui è pervaso, risulta inspiegabile e incomprensibile quello che vorrebbe essere il suo lieto fine, che coincide con la ripresa della vita sessuale della protagonista, senza apparentemente nulla di cambiato. Ma è un documento interessante perché fa comprendere il clima che si respira in questi anni di presa d’atto — almeno da parte delle donne — del fallimento della rivoluzione sessuale.
Si tratta di un romanzo autobiografico. La scrittrice, giovane e avvenente parigina abituata a vivere avventure sessuali con disinvoltura e superficialità, capisce che questa vita la disgusta. È una sorta di ribellione del corpo, di ripugnanza fisica, non morale.
Decide quindi di affrontare un periodo di castità, come il suo corpo le chiede ormai imperiosamente. Gli amici, le persone che a vario titolo la circondano — non compare nessun tipo di famiglia fra le sue abituali frequentazioni — accolgono con stupore e preoccupazione questa decisione. In un certo senso, perfino la temono, come se potesse esercitare un effetto di contagio sulle loro esistenze che si vogliono credere sessualmente appagate.
Senza sesso, la protagonista ha più tempo per occuparsi di arte e cultura, e soprattutto per coltivare i rapporti di amicizia. Scopre così di non essere poi tanto sola in questa scelta, e fa perfino qualche seguace, come una giovane e bella ragazza di diciannove anni, già stufa delle molteplici esperienze che ha vissuto.
Però questa crisi — in fondo una crisi è, nonostante il suo tentativo di minimizzare — viene vissuta con grande superficialità: lei stessa si domanda quando finirà la sua castità, nata dalla rivolta del suo corpo. Il libro si conclude infatti con una ripresa della vita sessuale dopo l’incontro con un uomo con cui non è nato un rapporto d’amore, e tutto fa pensare che mai nascerà. In qualche punto poi si allude alla religione, ma solo per prenderne vistosamente le distanze.
Il libro è però interessante perché racconta, con precisione chirurgica, la vita quotidiana in una grande capitale europea post-rivoluzione sessuale: il sesso sembra essere diventato, per tutti, l’unica e vera ossessione. Dentro e fuori il matrimonio.
Nei casi degli amici sposati della scrittrice, anche se ci sono figli, sembra che l’unica cosa che conti sia la vita sessuale. Senza sesso il rapporto non esiste più, non ha alcuna altra ragione di esistere. Tutti sono alla ricerca disperata di una razione di piacere, considerata condizione indispensabile per vivere.
Ma chi patisce di più questa situazione sono le donne, e di questo l’autrice è ben consapevole: le donne sono le più refrattarie ad adattarsi a questo modello di vita, anche se pensano che sia indispensabile per vivere una vita sociale normale.
La promessa di felicità per tutti, implicita nell’utopia che ha mosso la rivoluzione sessuale, non poteva trovare smentita più clamorosa. Il problema, però, è che in questo libro di denuncia manca totalmente la consapevolezza che esistono delle alternative al politically correct dei nostri tempi.

sabato 19 novembre 2011


Roma, 18.11.2011
Convegno di Scienza e Vita "Scienza e cura della vita: educazione alla democrazia"
Cardinale Angelo Bagnasco Arcivescovo di Genova Presidente della Conferenza Episcopale Italiana

Saluto i partecipanti al Convegno sul tema "Scienza e cura della vita: educazione alla democrazia", e ringrazio l'Associazione "Scienza e Vita" per questa iniziativa che affronta una questione quanto mai delicata e ineludibile non solo per ogni singola persona, ma anche per la società, sapendo che dalla responsabilità e dai modi di affronto della vita nei suoi vari momenti si ha una prima e decisiva misura del livello umano della convivenza. Siamo tutti consapevoli della delicatezza dell' argomento in gioco, così come delle visioni diverse che spesso si confrontano, tanto da essere considerata — la vita umana — uno di quegli argomenti "divisivi" di cui è meglio non parlare, come se l'ordine sociale, basato sulla giustizia, potesse reggersi sull' ingiustizia che deriva dal non affrontare ciò che fondamentale: "come Chiesa e come credenti — abbiamo scritto nel Documento conclusivo della XLVI Settimana Sociale — siamo chiamati al grande compito di servire il bene comune della civitas italiana in un momento di grave crisi e allo stesso di memoria dei centocinquant'anni di storia politicamente unitaria" ( Documento conclusivo, Reggio Calabria ottobre 2010, n.2). E' questo lo spirito e l'intendimento dei cattolici consapevoli che, storicamente, "se non abbiamo fatto abbastanza nel mondo, non è perché siamo cristiani, ma perché non lo siamo abbastanza" (CEI, La Chiesa Italiana e le prospettive del Paese, 1981, n.13). Tutti ci rendiamo conto che siamo dentro ad una crisi internazionale che non risparmia nessuno, e che nessuno, nel mondo, può atteggiarsi da supponente maestro degli altri. I grandi problemi dell'economia e della finanza, del lavoro e della solidarietà, della pace e dell'uso sostenibile della natura, attanagliano pesantemente persone, famiglie e collettività, specialmente i giovani. Su questi versanti, che declinano la cosiddetta "etica sociale", la sensibilità e la presenza della Chiesa sono da sempre sotto gli occhi di tutti. Fanno parte del messaggio cristiano come inderogabile conseguenza: "Chi non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede" (1 Gv 4,20). L'incalcolabile rete di vicinanza e di solidarietà che abbraccia l'intero territorio nazionale grazie ai nostri sacerdoti, consacrati, innumerevoli volontari, associazioni, rappresenta una mano tesa trasparente, universalmente nota: è quotidianamente frequentata da un crescente stuolo di fratelli e sorelle in difficoltà che ricevono ascolto, aiuto, attenzione. Ed è sempre più anche luogo di incontro e di concreta integrazione tra popoli, religioni e culture. Una rete che si avvale di risorse provvidenziali e di quell'amore gratuito che nessuna legge può garantire poiché l'amore viene dal cuore e dall'Alto.
1. E' possibile conoscere?
Ma oggi dobbiamo puntare la nostra attenzione sulla vita umana nella sua nudità: è evidente che gli aspetti citati fanno parte dell'esistenza concreta di ogni persona, ma essi non devono oscurare la vita nei momenti della sua maggiore fragilità e quindi di più pericolosa esposizione. Per questo credo sia inevitabile allargare, seppur brevemente, l'orizzonte per poter meglio affrontare il tema della vita umana nella sua assoluta indisponibilità o, se si vuole, sacralità. Per poter parlare di qualcosa, infatti, bisogna innanzitutto chiederci se esiste qualcosa fuori di noi. E, se esiste, possiamo conoscerla? Oppure siamo dentro ad una realtà unicamente costruita dal soggetto pensante, siamo alle prese solo con le nostre opinioni individuali, senza una presa diretta sulla realtà oggettiva? E' il problema antico ma non scontato della conoscenza. Come rispondere? Dando fiducia al mondo e all'uomo! La conoscenza, infatti, parte da un atto positivo, di fiducia: fa appello al senso comune, all'esperienza universale. E' più naturale, logico, istintivo, porre questo atto di fiducia oppure sfiduciare l'universo? E' dunque un atto di sintonia, di comunione preriflessa con il mondo il punto di partenza del nostro rapportarci con il mondo, non il rinchiuderci nel sospetto e nel dubbio metodico e universale che - forse con aria di profonda intelligenza - accusa di fanatismo chi affermi che la verità esiste ed è conoscibile. La storia umana della conoscenza - nonostante grovigli a volte sofferti - corre sostanzialmente su questo filo e testimonia che, ogni qualvolta lo scetticismo si è imposto, gli esiti personali e sociali non sono stati più Miei. Il figlio di questo atteggiamento è lo scetticismo che genera inevitabilmente quel nulla di significato e di valore, quello svuotamento della vita e del mondo che già Nietzsche aveva annunciato. In realtà egli lo fa derivare dalla dichiarata "morte di Dio", nia quando la ragione viene cancellata dall' orizzonte, anche la fede si indebolisce: "Cerco Dio! cerco Dio! (...) Dove se n'è andato Dio? - gridò - ve lo voglio dire! Siamo stati noi ad ucciderlo: voi e io! Siamo noi tutti i suoi assassini! Ma come abbiamo fatto? Come potemmo vuotare il mare bevendolo fino all'ultima goccia? Che mai facemmo a sciogliere questa terra dalla catena del suo sole? Dov'è che si muove ora? Dov'è che ci muoviamo noi? Via da tutti i soli? Non è il nostro un eterno precipitare? E all'indietro, di fianco, in avanti, da tutti i lati? Esiste ancora un alto e un basso? Non stiamo forse vagando come attraverso un infinito nulla?" (Nietzsche, La gaia scienza, Mondadori 1971, pagg. 125-126). Il nichilismo di senso e di valori nasce da una visione materialista dell'uomo e del mondo, e si alimenta allo spettro ridente del consumismo che porta a concepire l'esistenza come una spasmodica spremitura di soddisfazioni e godimenti fino all'estremo. Ma ben presto - lo vediamo nella cronaca - ne deriva una immane svalutazione della vita. Essa non è più custodita dal sigillo della sacralità, e cosi quando non è più gradita o risulta faticosa, la si vorrebbe eliminare. "Si va costituendo - dice Benedetto XVI - una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie. Questa ideologia è divenuta un modo di vivere, una prassi, che troviamo presente in molti ambiti e che ha diversi volti" (J. Ratzinger, Omelia della Messa Pro eligendo Pontifice, 18.4.2005).
2. Cos'è la verità?
"Cos'è la verità?" chiedeva Pilato a Gesù prigioniero davanti a lui. E' una domanda sempre attuale che richiede una risposta seria e motivata. Per aiutarci con un esempio, possiamo dire che la verità della cappella Sistina consiste nella sua corrispondenza con l'idea di Michelangelo: in questo caso, la Sistina dipende dal pensiero di chi l'ha ideata. Ma la verità della mia idea dell'aula in cui siamo consiste nella corrispondenza della mia idea con ciò che è oggettivamente davanti a me: in altre parole è il mio pensiero che dipende dall'oggetto conosciuto. La tradizione culturale parla di verità ontologica nel primo caso, e di verità logica nel secondo. E' vero che nella conoscenza logica il soggetto entra in gioco con la sua soggettività, ma mai a tal punto da falsare la realtà stessa; infatti ognuno di noi si ribella quando si sente conosciuto da un altro in modo distorto. Ora, se dal piano teoretico passiamo al piano pratico dell'agire, ci chiediamo: nella conoscenza dei valori morali in quale campo siamo? Ontologico, per cui siamo noi, come Michelangelo, a creare qualcosa? oppure in quello logico per cui noi dobbiamo piegarci alla realtà di qualcosa che ci precede e che non ammette distorsioni? Oggi si tende a pensare che, sul piano dell'etica, ognuno è costruttore di ciò che per lui, soggettivamente, ha importanza e significato; che il nostro compito è quello di comporre i diversi, a volte opposti, valori: che l'importante - quando va bene - è disturbare gli altri il meno possibile. Ma non esiste qualcosa a cui l'uomo possa rifarsi nella sua conoscenza e quindi adeguarsi raggiungendo così la verità'? E' fuori dubbio che non pochi di quelli che chiamiamo valori appartengono alla sfera della soggettività individuale e sociale, basta pensare al modo di vestire, di nutrirsi, a tante convenzioni che hanno un peso nella convivenza, hanno una importanza, ma sono destinati nel tempo a mutare. Ma è tutto solo così? Non esiste nulla di oggettivo in grado di essere metro della verità morale? Che possa regolare, normare i miei comportamenti? Qualcosa che sia talmente fondamentale per l'uomo da essere universale, cioè per tutti? Di solito, fino ad un certo punto di questo ragionare tutti si è concordi, ma quando entra in gioco la questione del "valido per tutti", allora si accende una spia e sorge in noi una trincea difensiva quasi si sentisse in pericolo la propria libertà individuale, che si esprime nell’autodeterminazione.
3. La libertà e l'autodeterminazione
 Entra sulla scena, dunque. la libertà nervo sensibile dell'anima moderna. Mi pare interessante ricordare quanto affermava Hegel nella sua Enciclopedia delle scienze filosofiche: "La libertà è l'essenza propria dello spirito e cioè la sua stessa realtà. Intere parti del mondo, l'Africa e l'Oriente, non hanno mai avuto questa idea (...) i Greci e i Romani, Platone e Aristotele (...) non l'hanno avuta: essi sapevano che l'uomo è realmente libero in forza della nascita (come cittadino ateniese, spartano, ecc.); o della forza del carattere o della cultura, in forza della filosofia. Quest'idea è venuta nel mondo per opera del cristianesimo, ed essendo oggetto e scopo dell'amore di Dio, l'uomo è destinato ad avere relazione assoluta con Dio come spirito, e far sì che questo spirito dimori in lui. cioè l'uomo è destinato in sé alla somma libertà" (Hegel. Enciclopedia delle scienze filosofiche Tr. h., Laterza, Bari 1951, pp. 442-443). Del resto è noto che, prima del Cristianesimo, si conceph a come superiori all'uomo le grandi potenze del Fato. della Natura, della Storia; ed egli doveva obbedire a queste forze. Ora, se l'uomo è libero per dono di Dio, ed egli si realizza attraverso l'esercizio della propria libertà (in actu exercito), bisogna chiederci se qualunque forma di esercizio realizza la persona oppure no. A ben vedere, come qualunque agire non si qualifica da sé ma è qualificato da ciò verso cui tende - camminare per fare una passeggiata non è lo stesso che camminare per andare a fare una rapina — così la libertà, se per un verso è valore in se stesso in quanto è condizione di responsabilità, per altro verso non è la sorgente della bontà morale. La libertà è qualificata dal contenuto che scelgo liberamente, e sta ad esso come il contenitore sta al suo contenuto. Il fatto che un atto sia una mia scelta non qualifica l'agire come buono, vero, giusto. inoltre, non bisogna dimenticare che la bontà e il male morale non sono astrazioni lontane alle quali sacrificare gli uomini nei loro desideri individuali; il bene è tale perché mi fa crescere come persona mentre il male mi diminuisce nella mia umanità. E se le persone crescono nel loro essere persone, la società intera cresce dato per acquisito che tra l'individuo e la collettività vi è un rapporto reciproco. Oggi la tendenza diffusa è rendere la libertà individuale un valore assoluto, sciolto non solo da vincoli e norme ma anche indipendente dalla verità di ciò che sceglie; in tale modo però essa si rivolta contro l'uomo e perde se stessa, diventa prigioniera di se stessa come ogni personalità narcisista. Ecco perché il Signore Gesù ricorda che la verità libera la libertà e rende libero l'uomo. Oggi vi è una certa allergia per ciò che si presenta come assoluto, cioè oggettivo, universale e definitivo: sembra di sentirsi come in una gabbia insopportabile. Ma, dobbiamo chiederci, qual' è la vera prigione: l'assolutismo di una libertà individualista o l'assolutezza della verità?
4. Partecipazione dei cattolici alla civica
 Ma torniamo alla domanda: esiste qualcosa con la quale la nostra libertà deve rapportarsi come ciò che la precede nel valore e la qualifica moralmente? Qualcosa che, conosciuto dalla nostra ragione, permetta di superare l'angusto cerchio dell'opinione e di camminare liberi nella verità oggettiva per tutti e per sempre? Verità che dia senso al vivere e alla storia, alla persona e alla società? Risuonano sempre attuali le parole di Schopenauer quando parlava della "naturale disposizione metafisica dell'uomo", quella disposizione universale che spinge ciascuno a suo modo a cercare una risposta alla più tremenda e fondamentale delle domande: "Per quale motivo esiste qualcosa piuttosto che il nulla se nulla ha necessità di esistere?". Una verità, dicevo, che crei appartenenza e generi una comunità di vita e di destino? Oppure non esiste altro che vari, piccoli e brevi significati, relativi alla riuscita nella vita, al piacere, alle voglie, alle emozioni, alla fortuna'? Ogni anno in Europa muoiono circa 50.000 persone per suicidio, e in una quindicina di Paesi europei la più alta percentuale di morte dei giovani è costituita dal suicidio! Se tutto è relativo, merita ancora vivere quando la vita mostra le sue durezze?
La Chiesa, inviata dal suo Signore come sale della terra e luce del mondo, svolge la sua missione evangelizzatrice in molti modi, con la Parola, i Sacramenti e il servizio della carità. Fa parte del suo sentire il mondo l'essere con umiltà e amore coscienza critica e sistematica della storia: non è arroganza. ingerenza o intransigenza, ma fedeltà a Dio e agli uomini. E' portare il suo contributo alla costruzione della civitas terrena. Per questo non c'è da temere per la laicità dello Stato, infatti il principio di laicità inteso come "autonomia della sfera civile e politica da quella religiosa ed ecclesiastica - ma non da quella morale - è un valore acquisito e riconosciuto dalla Chiesa e appartiene al patrimonio di civiltà che è stato raggiunto (...) La laicità, infatti, indica in primo luogo l'atteggiamento di ehi rispetta le verità che scaturiscono dalla conoscenza naturale dell'uomo che vive in società, anche se tali verità sono nello stesso tempo insegnate da una religione specifica, poiché la verità è una" (Congregazione per la Dottrina della Fede, Nota doto-Mak circa alcune questioni riguardanti l'impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica, 24.11.2002, n. 6). E' dunque giusto riconoscere la rilevanza pubblica delle fedi religiose: però se il semplice riconoscimento è già un valore auspicabile e dovuto, dall'altro è fortemente insufficiente in ordine alla costruzione del bene comune c allo stesso concetto di vera laicità. Potremmo dire che è come una cornice di apprezzabile valore ma che deve essere riempita di contenuti. Fuori dall'immagine, la laicità positiva non può ridursi a rispetto e a procedure corrette, ma deve misurarsi con l'uomo, per ciò che è in se stesso universalmente, cioè con la sua natura. E' questa - la sua conoscenza integrale e il suo rispetto plenario - che invera le diverse culture e ne misura la bontà o, se si vuole il livello intrinseco di umanesimo. A questo livello primario si colloca il doveroso apporto dei cristiani come cittadini, consapevoli che le principali virtù di chiunque si dedichi al servizio della città è la competenza e il merito: questo è l'insieme di onestà, spirito di sacrificio e stile sobrio. Essi offrono il loro contributo senza per questo dover mettere tra parentesi la propria coscienza formata dalla Dottrina Sociale della Chiesa, dal Magistero autentico e da una solida vita spirituale nella comunità ecclesiale, ricordando che la coscienza è l'eco della voce di Dio - come affermava il beato Newman - ed deve essere sempre attenta perché le opinioni, le ideologie, gli interessi o le abitudini, non oscurino quella suprema voce che indica la via della verità e del bene. Il ministero di Pietro, che è servizio di verità e di carità, è posto da Cristo Gesù perché la coscienza non si smarrisca tra gli innumerevoli rumori del mondo.
5. Umanesimo e umanesimi
 Se, come ha affermato il Santo Padre Benedetto XVI, "la questione sociale è diventata radicalmente questione antropologica" (Benedetto XVI, ('aritas in voltate, 75), allora i cattolici non possono tacere circa la concezione dell'uomo che fonda l'umanesimo integrale. Non tinti gli umanesimi, infatti, sono equivalenti sotto il profilo morale: da umanesimi differenti discendono conseguenze opposte per la convivenza civile. Se si concepisce l'uomo in modo individualistico, come oggi si tende, come si potrà costruire una società aperta e solidale dove si chiede il dono e il sacrificio di sé? E se lo si concepisce in modo materialistico, chiuso alla trascendenza e centrato su se stesso, un "sasso" che rotola nello spazio, come riconoscerlo non come "qualcosa" tra altre cose, ma come "qualcuno" che è qualitativamente diverso dal resto della natura? L'uomo si autotrascende nel senso che è sempre più di se stesso, tende ad andare oltre di sé per essere sé, già e non ancora, finito e desiderio di infinità, tempo ma con la scintilla di eterno: è la creatura di confine fra cielo e terra, umano ma chiamato all'intimità con Dio. Individuo ma non individualista, unico ma non chiuso, soggetto aperto al mondo e agli altri in virtù dell'istinto di comunione nella verità e nell'amore. " Il mondo moderno - scriveva J. Maritain - confonde semplicemente due cose che la sapienza antica aveva distinte: confonde l'individualità e la personalità" ( J. Maritain, Tre rifbrmatori, Brescia 1964, 26). Purtroppo, segnali inquietanti di questa tragica confusione non mancano. Su che cosa, allora, si potrà poggiare la sua dignità inviolabile, e quale il fondamento oggettivo e perenne dell'ordine morale? Era questa la domanda che il Santo Padre Benedetto XVI poneva nel viaggio apostolico nel Regno Unito e anche a in Germania. E sta proprio qui il punto di incontro e d'intesa di ogni dialogo civile e politico, sta qui il giudizio di verità su ogni società. cultura e religione: "La Chiesa cattolica è convinta di conoscere, attraverso la sua fede, la verità sull'uomo e quindi di avere il dovere di intervenire in favore che sono validi per l'uomo in quanto tale indipendentemente dalle varie culture. Essa distingue fra la specificità della sua fede e le verità della ragione, a cui la fede apre gli occhi e alle quali l'uomo in quanto uomo può accedere anche a prescindere da questa fede. (...). La Chiesa, al di là dell'ambito della sua fede, considera suo dovere difendere, nella totalità della nostra società, le verità e i valori, nei quali è in gioco la dignità dell'uomo in quanto tale. Quindi, per citare un punto particolarmente importante, non abbiamo diritto di giudicare se un individuo sia 'già persona', oppure 'ancora persona', e ancor meno ci spetta manipolare l'uomo e voler, per cosi dire, farlo. Una società è veramente umana soltanto quando protegge senza riserve e rispetta la dignità di ogni persona dal concepimento tino al momento della sua morte naturale" (Benedetto XVI. Discorso al nuovo Ambasciatore tedesco, Roma 7,11,2011). Non si tratta quindi di voler imporre la fede e i valori che ne scaturiscono direttamente, ma solo di difendere i valori costitutivi dell'umano e che per tutti sono intelligibili come verità dell'esistenza. Poiché appartengono al DNA della persona non possono essere conculcati, né parcellizzati o negoziati attraverso mediazioni che, pur con buona intenzione, li negano. E' questo il ceppo vivo e solido che costituisce l'etica della vita, ed è su questo ceppo che germogliano tutti gli altri necessari valori che vengono riassunto con etica sociale. Tra questi, la vita umana. dal suo concepimento alla sua fine naturale, è certamente il primo. La coscienza universale ha acquisito - e sancito almeno nelle carte - una elevata sensibilità verso i più poveri e deboli della famiglia umana. Ma ci dobbiamo chiedere: chi è più debole e fragile, più povero. di coloro che neppure hanno voce per affermare il proprio diritto, e che spesso nemmeno possono opporre il proprio volto? ...Vittime invisibili ma reali! E chi più indifeso di chi non ha voce perché non l'ha ancora o, forse, non l'ha più? La presa in carica dei più poveri e indifesi esprime il grado più vero di civiltà di un corpo sociale e del suo ordinamento. E modella, educa. I forma di pensare e di agire — il costume- di un popolo e di una Nazione, il suo modo di rapportarsi al suo interno. di sostenere le diverse situazioni della vita adulta sia con codici strutturali adeguati, sia nel segno dell'attenzione e della gratuità personale. A volte si evidenzia che un conto è la presa in carica, il prendersi cura della vita fragile di chi questo vuole e comunque ne ha diritto, e un altro sarebbe la volontà diversa di chi determina un diverso comportamento. Torniamo ad un punto cruciale: se la libertà individuale abbia o non abbia qualcosa di più alto a cui riferirsi e a cui obbedire. Abbiamo visto che l'autodeterminazione non crea il bene e il male, ma ciò che è scelto. Ora la libertà è tenuta a fare i conti con la natura umana, con il suo bene oggettivo poiché per questo Dio ce l'ha donata, perché costruissimo noi stessi e non per andare contro noi stessi. Ma anche fuori da un'ottica religiosa, penso si possa giungere alla medesima conclusione. A questo punto credo che le questioni siano due. Innanzitutto, come anche recita la nostra Costituzione. il bene della salute e quindi della vita, ma dovremmo dire ogni uomo, è un bene non solo per sé ma anche per gli altri; e questi altri non sono solamente i familiari e gli amici — che purtroppo a volte possono non esserci — ma sono la società nel suo insieme. Qui sta una nota dolente a cui bisogna sempre più reagire: se l'uomo sta scivolando dalla realtà di persona a quella di individuo assoluto e geloso della propria assoluta indipendenza e autonomia, allora la società si concepirà come una massa di monadi dove ciascuno si arrangia a portare la vita, nutrendo dei diritti verso il corpo sociale come la casa, il lavoro, la sicurezza … ma lasciando gli altri fuori tutto il resto. Il punto non è far entrare la società nel privato, ma si tratta di ricuperare la natura relazionale della persona sicché la società possa e debba concepirsi e strutturarsi non solo come erogatrice di servizi, ma come comunione di destino. Cambia totalmente la prospettiva. Nessuno deve sentirsi solo e abbandonato nella società-comunioe. né nei momenti di gioia né negli appuntamenti del dolore, della malattia e della morte. E se dietro al rispetto di ogni volontà ci fosse il desiderio di non prendersi in carica, poiché il prendersi cura richiede intelligenza e cuore, tempo e sacrificio, risorse umane e economiche? Una cultura siffatta sarebbe più rispettosa o più egoista, umana o violenta? E poi, mi sembra esiste un secondo nodo: dobbiamo recuperare il senso del dolore che è sistematicamente emarginato, nascosto  nella sua naturalità, oppure è esorcizzato somministrandone dosi massicce e continuative nel tentativo di anestetizzare la sensibilità della gente e renderla quindi impermeabile. Due modalità diverse ma lo scopo è identico: far morire la morte. La cultura contemporanea deve riconciliarsi con il dolore e la morte se vuole riconciliarsi con la vita, poiché i primi fanno parte della seconda. E quindi dobbiamo recuperare la capacità di portarlo insieme. La persona sofferente ha paua di essere sola, abbandonata: tutti abbiamo sperimentato quanto una persona malata cerchi il contatto fisico della mano dell’altro, e questo piccolo, umanissimo gesto ha il potere di tranquillizzare e rasserenare. E’ la presenza, la compagnia d’amore che dobbiamo riscoprire non solo come singoli e famiglie, ma come società. Ma per questo dobbiamo rimettere al centro la relazione, sull’esempio di Dio che in Cristo ci ha incontrato nel nostro dolore, nelle molte fragilità della vita e nelle stesse gioie, facendo sentire che nessuno è solo, e che assolutamente nessuno sarà da Lui abbandonato. Grazie.