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domenica 16 novembre 2014

«Aborto ed eutanasia, peccati contro il Creatore», di Massimo Introvigne, 16-11-2014, http://www.lanuovabq.it/

Medici
Il 15 novembre 2014 Papa Francesco ha ricevuto i medici cattolici e ha pronunciato uno dei discorsi più forti del suo pontificato denunciando la procreazione assistita, l'aborto e l'eutanasia come espressione di una cultura che gioca e sperimenta con la vita, specie la più debole e indifesa.

La difesa della vita umana, ha detto il Pontefice, «coinvolge profondamente la missione della Chiesa». Essa non può rinunciare «a partecipare al dibattito che ha per oggetto la vita umana, presentando la propria proposta fondata sul Vangelo». Questa proposta oggi è avversata, perché per molti «la qualità della vita è legata prevalentemente alle possibilità economiche, al ‘benessere’, alla bellezza e al godimento della vita fisica, dimenticando altre dimensioni più profonde – relazionali, spirituali e religiose – dell’esistenza». Si tratta di un grave errore, perché «alla luce della fede e della retta ragione, la vita umana è sempre sacra e sempre “di qualità”. Non esiste una vita umana più sacra di un’altra, come non c’è una vita umana qualitativamente più significativa di un’altra». Soprattutto i medici devono ricordare che «la vita umana è sempre sacra, valida ed inviolabile, e come tale va amata, difesa e curata». E i medici cattolici devono rispettare «l’insegnamento del Magistero della Chiesa nel campo medico-morale».

In concreto, oggi, i medici cattolici si trovano di fronte a sfide e problemi di coscienza in tema soprattutto di procreazione assistita, di aborto e di eutanasia «Il pensiero dominante propone a volte una ‘falsa compassione’: quella che ritiene sia un aiuto alla donna favorire l’aborto, un atto di dignità procurare l’eutanasia, una conquista scientifica ‘produrre’ un figlio considerato come un diritto invece di accoglierlo come dono; o usare vite umane come cavie di laboratorio per salvarne presumibilmente altre». Di fronte a queste sfide, «la fedeltà al Vangelo della vita e al rispetto di essa come dono di Dio, a volte richiede scelte coraggiose e controcorrente che, in particolari circostanze, possono giungere all’obiezione di coscienza».

La grande tentazione, ha detto il Papa, oggi è «sperimentare con la vita». «Ma sperimentare è male. Di 'fare' figli invece di accoglierli come dono... . Di giocare con la vita, lì. State attenti, eh?, che questo è un peccato contro il Creatore: contro Dio Creatore, che ha creato le cose così».

Papa Francesco ha ricordato l'obiezione secondo cui questi sono temi religiosi, e la Chiesa non dovrebbe interferire con le leggi degli Stati né potrebbe imporre la sua dottrina ai non cattolici. «No – ha detto il Papa – non è un problema religioso» e nemmeno «un problema filosofico. È un problema scientifico, perché lì è una vita umana e non è lecito fare fuori una vita umana per risolvere un problema. ‘Ma, no, il pensiero moderno …’ – ‘Ma, senti, nel pensiero antico, nel pensiero moderno, la parola uccidere significa lo stesso!’. Lo stesso vale per l’eutanasia: tutti sappiamo che con tanti anziani, in questa cultura dello scarto, si fa questa eutanasia nascosta. Ma, anche c’è l’altra, no? E questo è dire a Dio: ‘No, la fine della vita la faccio io, come io voglio’. Peccato contro Dio Creatore. Pensate bene a questo». Un invito rivolto ai medici, ai politici e anche a qualche cattolico con le idee poco chiare.

domenica 10 agosto 2014

Tre regole per affrontare insieme quell'ultimo miglio di Tommaso Scandroglio, 10-08-2014, http://www.lanuovabq.it

Come assistere i malati incurabili?
É nota a tutti l’equazione “senilità”: una vita più lunga corrisponde un aumento delle cure mediche. L’Istat ci informa che la vita media è passata dai 46 anni degli anni Cinquanta ai 66 nel periodo 2000-2005. Gli ultra ottantenni sono oggi il 5,8% e tra 30 anni saranno intorno al 13%. Viene dunque da concludere che non è la vita ad allungarsi, bensì la vecchiaia. Ma, come accennato prima, l’ultimo scorcio di vita è sempre più passato in compagnia dei camici bianchi. Il ministero della Salute ci dice che su 8 milioni di ricoveri annuali il 5% riguarda insufficienze croniche. Questi ricoveri pesano sulle casse dello Stato il 5% di tutta la spesa sanitaria, il 4,1% del Pil e in futuro, manco a dirlo, l’aggravio economico crescerà. Naturale che gli accoliti della “dolce morte” trovino in queste cifre una sponda efficace per far quadrare i conti a spese del nonno moribondo.

Lo studio multicentrico europeo Senti Melc sul tema poi ci fornisce qualche dato in più. Gli ultimi tre mesi di vita vengono passati in ospedale, spesso in modo inutile. Solo in un caso su dieci il paziente viene seguito a domicilio e solo in un caso su dieci si sceglie un ricovero in un hospice. Le insufficienze croniche portano spesso a esiti letali (un rischio da 2 a 4 volte maggiore rispetto ad altri quadri clinici) e i ricoveri in terapia intensiva non di rado non apportano reali benefici.

Da qui una domanda che si pongono gli specialisti che seguono questi pazienti: quali criteri seguire per la cura di questi malati secondo il principio di proporzionalità? Dato che la parabola naturale della loro esistenza sta arrivando a compimento e soluzioni salvavita spesso non ne esistono, diviene prioritario accompagnare il paziente nel suo ultimo miglio su questa Terra cercando il più possibile di alleviare il suo dolore fisico e la sua sofferenza psicologica.

Il percorso del morente nella medicina è un percorso che interessa trasversalmente più categorie di professionisti. Ecco allora che dieci società scientifiche mediche (intensivisti, palliativisti, cardiologi, pneumologi, neurologi, nefrologi, gastroenterologi, medici di urgenza e di medicina generale, infermieri) hanno pubblicato un documento sulla rivista “Recenti progressi in medicina” per scegliere, insieme a bioeticisti e giuristi, il miglior percorso palliativo o intensivo per le insufficienze croniche.

I punti salienti di questo documento potrebbero essere i seguenti. In primo luogo occorre condividere con il malato e i familiari il percorso di cura adeguato che bilanci effetti positivi sperati e costi sopportati in termini di sofferenza psico-fisica e di esborsi economici per la famiglia. In secondo luogo la cura intensiva in genere non è più efficace nella fase terminale della malattia (6-12 mesi dal decesso) e quindi risulta essere sproporzionata. Occorre però valutare caso per caso. Infine, il documento ricorda che le cure palliative non significano abbandonare il paziente e i familiari, ma rendere meno gravoso ad entrambi i soggetti l’ultimo tratto di vita del paziente stesso.

Ora i principi qui espressi sono condivisibili sul piano morale. Ma i principi, per quanto ottimi, scritti sulla carta e non incarnati in virtù e cultura possono essere stravolti a piacimento. Per dirla in breve, il pericolo potrebbe essere quello che il malato con insufficienza cronica venga automaticamente derubricato a caso disperato e abbandonato a se stesso. Le dieci società scientifiche hanno fatto bene a individuare la rotta da seguire in queste strettoie cliniche, ma non vorremmo che, a causa dei venti eutanasici che spirano sempre più sui letti dei moribondi, queste indicazioni restassero lettera morta o peggio offrissero il destro a qualche zelante camice bianco per spingere nella fossa anzitempo chi ha invece buone prospettive di vita. Perché anche questo, qualcuno potrebbe sostenere, è prendersi cura del malato terminale.

mercoledì 2 luglio 2014

Arrestate il Commissario, non i medici obiettori, di Renzo Puccetti e Stefano Alice, 02-07-2014, http://www.lanuovabq.it/

Medici
 "Il medico ispira la propria attività professionale ai principi e alle regole della deontologia professionale senza sottostare a interessi, imposizioni o condizionamenti di qualsiasi natura" (articolo 2).

"L'esercizio professionale del medico è fondato sui principi di libertà, indipendenza, autonomia e responsabilità" (articolo 4).

"La prescrizione a fini di prevenzione, diagnosi, cura e riabilitazione è una diretta, specifica, esclusiva e non delegabile competenza del medico, impegna la sua autonomia e responsabilità [...] il medico non acconsente alla richiesta di una prescrizione da parte dell'assistito al solo scopo di compiacerlo" (articolo 13).

"Il medico può rifiutare la propria opera professionale quando vengano richieste prestazioni in contrasto con la propria coscienza o con i propri convincimenti tecnico-scientifici, a meno che il rifiuto non sia di grave ed immediato nocumento per la salute della persona, fornendo comunque ogni utile informazione e chiarimento per consentire la fruizione della prestazione" (articolo 22).

"Il medico in caso di contrasto tra le regole deontologiche e quelle della struttura pubblica o privata nella quale opera, sollecita l'intervento dell'Ordine al fine di tutelare i diritti dei pazienti e l'autonomia professionale. In attesa della composizione del contrasto, il medico assicura il servizio, salvo i casi di grave violazione dei diritti delle persone a lui affidate e del decoro e dell'indipendenza della propria attività professionale" (articolo 68).

Abbiamo riportato 5 articoli del nuovo Codice deontologico. Hanno una cosa in comune: il medico agisce in scienza e coscienza, non sottostà a diktat da qualsiasi parte essi provengano. Se lo facesse violerebbe la dignità della professione, perché un medico che si fa dirigere da qualcun altro tradisce la propria missione e facendolo diventa una minaccia per la salute di tutti. Quando infatti si è disposti ad incrinare la propria integrità una volta, perché non lo si potrebbe fare altre due, dieci, cento, mille volte? Se si tradisce ciò in cui si crede per paura, perché non lo si potrebbe fare per interesse? Questo ci pare sia la posta in gioco nella sfida lanciata dal presidente della regione Lazio Zingaretti in qualità di cCommissario ad acta con il decreto sulle linee d'indirizzo regionali per le attività dei Consultori Familiari con il quale, oltre ad imporre ai medici obiettori la redazione del documento per abortire, si obbligano tutti i medici dei consultori ad inserire spirali e prescrivere pillole post-coitali. 
Vorremmo che fosse ben chiara la questione: un politico vuole imporre ai medici che cosa debbono fare negli ambulatori. I medici hanno il diritto di pretendere dai propri ordini professionali quello che è doveroso: resistere ad una intromissione moralmente indecente. E poiché un tale intervento viola gravemente l'indipendenza dell'attività professionale, ai sensi dell'articolo 68 i medici non hanno alcun obbligo di assicurare provvisoriamente il servizio ingiustamente comandato. Peraltro, è proprio la legge 405 istitutiva dei consultori a stabilire tra gli scopi dei servizi di assistenza alla famiglia e alla maternità "la tutela della salute della donna e del prodotto del concepimento". Per quanto poi riguarda la redazione del documento per abortire, la legge 194, all'articolo 9 recita: "L'obiezione di coscienza esonera il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie dal compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l'interruzione della gravidanza, e non dall'assistenza antecedente e conseguente all'intervento". 

Per più di trent'anni anche i sassi hanno capito che il documento rilasciato dal medico dopo il colloquio con la donna rientra nelle attività specifiche all'aborto (e a cos'altro servirebbe un foglio dove è scritto che la donna è in stato di gravidanza, si è presentata al consultorio ed ha svolto il colloquio previsto dalla 194?) e necessarie all'aborto (il presidente Zingaretti è a conoscenza di qualche donna che abbia abortito legalmente senza quel documento? Se sì, porti le carte). Ma ora arriva lui, il commissario che non è né Maigret, né Montalbano, ma un commissario politico, a castigare i medici che non vogliono avere a che fare col sangue degli innocenti. Il colmo della beffa si raggiungerebbe se, scaduto Zingaretti, il successivo responsabile politico anch'egli democraticamente eletto, abrogasse la direttiva; in tal caso infatti i medici obiettori che avessero chinato il capo, ai sensi della legge 194 sarebbero decaduti dall'obiezione.

L'aggressività del potere abortista si fa sempre più audace e giunge a sfidare con un semplice decretino un diritto costituzionalmente fondato come il diritto alla libertà di coscienza dovuto dallo Stato ad ogni cittadino. I settori intellettuali che sempre occhieggiano quanto viene deciso all'esterno per importare in Italia il peggio, dovrebbero almeno una volta avere l'onestà  intellettuale di prendere atto che dalla nazione la cui trasparenza dei processi decisionali e indipendenza dei poteri è di esempio per tutti, giunge una decisione che è una vera e propria sberla per quanti, a partire dall'inquilino della Casa Bianca, avevano pensato di potere fare divorare la libertà della persona dalle fauci del leviatano. Non licet, non è permesso.

La catena di prodotti di bricolage Hobby Lobby insieme alla società di infissi in legno Conestoga, entrambe di proprietà di famiglie cristiane dalle forti convinzioni etico-religiose, sono state il Davide che non ha avuto paura di affrontare Golia, il Sistema Sanitario del potentissimo Obama. Hanno perso il primo round, ma sono andate fino in fondo ed alla fine, dove più contava, davanti alla Corte Suprema Federale, hanno trovato cinque giudici che hanno dato loro ragione. Pagare per assicurare pillole potenzialmente abortive ai propri dipendenti viola la libertà religiosa di un datore di lavoro, una libertà che deve essere toccata il meno possibile dallo Stato, il quale ha l'obbligo di cercare le alternative meno invasive nei confronti di tale libertà, obbligo che l'Obamacare ha violato. "Dubitiamo", ha scritto il giudice Samuele Alito insieme ai colleghi della maggioranza, "che il Congresso che ha varato la legge sul Ripristino della Libertà Religiosa avrebbe ritenuto un risultato tollerabile porre un'azienda a gestione familiare di fronte alla scelta di violare le proprie sincere convinzioni religiose o privare tutti i dipendenti delle attuali polizze assicurative sanitarie".

Noi abbiamo un dubbio simile, dubitiamo che l'Assemblea Costituente stabilendo che "la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo" avrebbe ritenuto un risultato tollerabile mettere un medico che cerca semplicemente di tutelare ogni vita umana davanti alla scelta di violare le proprie convinzioni morali e religiose, o privare la famiglia del sostegno del proprio lavoro. 

martedì 17 giugno 2014

Aria di eutanasia al Policlinico Gemelli di Tommaso Scandroglio, 17-06-2014, http://www.lanuovabq.it/


Il Policlinico Gemelli Nella prima puntata il prof. Mario Sabatelli, neurologo del Policlinico Gemelli di Roma e responsabile del centro SLA dello stesso policlinico, è intervistato dal Fatto Quotidiano sul caso di una malata di SLA che si è rifiutata di vedersi intubata. I medici si sono dunque astenuti dal praticarle la ventilazione artificiale. Sabatelli a tal proposito dichiara: «Trovo assurdo e violento che il destino di una persona che sta vivendo un dramma così particolare com’è di vivere con un tubo in gola, debba essere deciso da qualcuno seduto dietro a una scrivania. È violento, illogico, irrazionale, illegittimo. Per questo noi abbiamo già praticato la sospensione del trattamento – naturalmente col consenso informato - a pazienti sottoposti alla ventilazione non invasiva. E in un caso abbiamo avviato la procedura con un tracheotomizzato. Io non ho paura: stiamo facendo il bene dei pazienti». Alla giornalista che gli chiede se ha paura di finire incriminato come il dott. Mario Riccio, che aiutò Pier Giorgio Welby a morire, il professore risponde: «Riccio mi pare che sia stato prosciolto, qualcosa significherà». 

Seconda puntata che si svolge sulle pagine di Avvenire. Sabatelli chiarisce che è stato frainteso e le sue parole manipolate. Infatti specifica che se ci sono crisi respiratorie occorre intervenire con varie terapie, tra cui la tracheotomia. Essendo terapia può essere legittimamente rifiutata dal paziente stesso. Oltre al consenso (e ad altre due condizioni che qui per brevità non citiamo), il professore del Gemelli tiene a precisare che la ventilazione forzata per essere applicata deve soddisfare il criterio della proporzionalità. In altre parole ci deve essere una proporzione tra i mezzi terapeutici adoperati con relativi effetti collaterali e i benefici sperati. Il gioco deve valere la candela. 

Il criterio di proporzione per il medico romano deve essere deciso solo ed unicamente dal paziente stesso: “Io lo informo soltanto, non me la sento di consigliarlo”. Invece – secondo il Codice di deontologia medica all’art. 16 – il criterio deve essere in prima battuta oggettivo: la proporzione tra effetti negativi e benefici, nel caso concreto, deve essere valutata facendo affidamento alla letteratura scientifica e solo successivamente tenendo conto dei desiderata del paziente, desiderata che però necessariamente devono essere considerati (ad es. è solo il paziente che può darmi un responso il più preciso possibile sul dolore che sta provando). Rimane però il fatto che qualora anche una terapia ritenuta proporzionata al caso venisse rifiutata, il medico per legge dovrebbe comunque astenersi dal somministrarla.

Qualche considerazione a corollario di questa vicenda. Dunque una terapia prima di venire somministrata, secondo una erronea ma ormai consolidata interpretazione giurisprudenziale dell’art. 32 della Costituzione, può venire legittimamente rifiutata dal paziente. La ventilazione come  l’alimentazione e l’idratazione non sono terapie (non curano patologie), bensì mezzi di sostentamento vitale, e dunque di per se stesse non potrebbero essere rifiutate. Però dato che la loro somministrazione il più delle volte avviene tramite un intervento clinico (tracheotomia, Peg), questo intervento può essere rifiutato. Occorrerebbe quindi una leggina che specificasse che ventilazione, alimentazione e idratazione, al di là del mezzo di somministrazione, non sono sottoposte al vincolo del consenso del paziente.

Quindi una terapia prima di venire somministrata può essere rifiutata (se il paziente non è vigile si deve agire nel suo interesse e perciò si procede al trattamento se utile). Al contrario in costanza di terapia – il paziente è già intubato – quest’ultimo non può chiedere di interrompere la terapia perché l’intervento del medico per togliere il tubo qualificherebbe il reato di omicidio del consenziente. Quindi la legge ti dice: se vuoi puoi rifiutare anche le terapie salvavita, però non chiedere che qualcuno (il medico) ti dia una mano per toglierti la vita. Devi fare tutto da solo.

Dal piano giuridico passiamo a quello etico. Dato che la vita è un bene indisponibile, laddove ci sono cure salvavita occorrerebbe praticarle sempre anche se non c’è il consenso del paziente (affermazione questa che sappiamo irrita non poco la nostra indole iperlibertaria). A margine: le terapie salvavita sono sempre proporzionate. Anche il diritto – seppur come abbiamo visto esista il diritto al rifiuto delle cure – in un paio di casi procede in questa direzione (le antinomie non si contano nel nostro ordinamento giuridico). 

Ad esempio il tentato suicida che vuole buttarsi dal cornicione può essere legittimamente preso a forza e strappato dal cornicione dal poliziotto. In questo caso il tentato suicida non può chiedere la lesione di un suo diritto alla morte appellandosi alla violenza privata perché tale “diritto” non esiste. E dunque, se è legittimo imporre di vivere al tentato suicida, perché non è legittimo imporre di vivere al paziente? Altro caso. Ci sono ipotesi disciplinate dalla legge dove i Trattamenti Sanitari Obbligatori possono essere effettuati su persone capaci di intendere e volere: le vaccinazioni per evitare contagi ad esempio su persona adulta. In questi casi il trattamento è obbligatorio anche se il soggetto è dissenziente ed anche nel caso in cui non sia in pericolo di vita. E allora: posso costringere una persona a curarsi se la cura benefica l’intera società ed anche se la terapia non è salvavita, ma non posso costringerla se benefica solo lei e rischia di morire? La mia vita ha valore solo se ha valore per terzi?

mercoledì 15 gennaio 2014

Eutanasia, incredibile in Olanda: uccidono una donna contro la legge, medico li denuncia e finisce sotto accusa gennaio 15, 2014 Leone Grotti, www.tempi.it

Per comprendere come l’eutanasia, in Belgio come in Olanda, venga somministrata al di fuori dei limiti prescritti dalla legge basta leggere alcuni dati: nonostante sia formalmente vietato, nei Paesi Bassi nove persone hanno ottenuto l’eutanasia solo perché malate di mente nel 2013, per lo stesso motivo sono state uccise 14 persone nel 2012.

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CASO ECLATANTE. Tra queste 14, c’è il caso di una donna di 35 anni che, come riportato pochi giorni fa dal sito olandese Joop.nl, ha ricevuto il trattamento letale nel dicembre 2012 nonostante non avesse nessuna malattia terminale, né patisse sofferenze «insopportabili e senza prospettive di miglioramento». Il modo in cui ha ottenuto la «dolce morte» ha fatto discutere in Olanda.

PRIMO MEDICO. La donna infatti si è rivolta al suo medico di famiglia che, per legge, deve consultare un secondo medico prima di autorizzare l’eutanasia. Il primo dei dottori consultati, e preso dalla lista indicata dalla Commissione incaricata di valutare i casi di eutanasia, ha rifiutato il caso affermando che non c’erano gli estremi a norma di legge per concedere la “dolce morte”.
SECONDO MEDICO. A questo punto il medico di famiglia non ha negato il trattamento, come avrebbe dovuto, ha invece cercato un altro medico, George Wolfs. Anche il secondo dottore consultato ha però rifiutato l’eutanasia, affermando che c’erano altre opzioni terapeutiche da provare con la donna prima di procurarle la morte. Non solo, Wolfs ha anche ricordato che la donna quando era stata ricoverata nel reparto psichiatrico del Centro medico dell’università di Maastricht, non era stata definita «sofferente» ma contenta «delle attività svolte e fiera del suo lavoro».
TERZO MEDICO E MORTE. Il medico di famiglia della donna, ancora una volta, non ha gettato la spugna e ha consultato «incredibilmente» un terzo dottore che, infine, ha dato parere positivo all’eutanasia. Quarantotto ore dopo il terzo consulto, la malata mentale è stata uccisa come richiesto nella “Clinica fine vita”.Se il caso è diventato di dominio pubblico è perché il secondo medico interpellato, George Wolfs, ha denunciato quanto avvenuto alla Commissione di valutazione dell’eutanasia dopo la morte della donna.
«NON SIAMO CONTENTI DI LEI». Ma al posto di indagare e sanzionare la violazione della legge, come da statuto della Commissione, i membri hanno convocato Wolfs per interrogarlo e, come racconta lui stesso, l’hanno trattato così: «Mi hanno domandato 15 volte perché, essendo io un medico generalista, mi ritenevo in grado di valutare le problematiche psichiatriche. Mi hanno detto: “Non siamo per niente contenti di lei”».
CLINICA FINE VITA. Concedere l’eutanasia a un malato di mente è vietato dalla legge in Olanda ma nella “Clinica fine vita”, che aiuta tutte le persone che lo richiedono a morire a prescindere dalla motivazione, nel 2013 sono state uccise nove persone con problemi psichiatrici. La clinica in totale ha “trattato” 133 persone, 24 delle quali solo perché sarebbero potute, nel futuro, diventare dementi e altre 23 perché soffrivano semplicemente di problemi legati alla vecchiaia. Nessuno di questi era un malato terminale, condizione indispensabile secondo la legge olandese per ottenere l’eutanasia.

lunedì 2 dicembre 2013

L’eutanasia (anche per minori) bocciata dalla comunità medica 1 dicembre 2013 -


In Belgio è stato approvato in prima istanza il testo di legge che estende la possibilità dell’eutanasia anche ai minori malati in fase terminale, se richiesta da loro stessi ed a condizione che uno psicologo abbia certificato la “capacità di giudizio” del minorenne richiedente.

eutanasiaCome già in molti hanno fatto notare, i vari Gabriele Paolini dovrebbero rallegrarsi in quanto se bastasse davvero uno psicologo per certificare la “capacità di giudizio” dei minorenni sul loro suicidio, perché lo stesso non dovrebbe valere anche per dare il via libera ai rapporti sessuali con gli adulti?

L’eutanasia per i minori arriva undici anni dopo l’approvazione completa per gli adulti (con un aumento del 500% nelle morti di eutanasia tra il 2003 e il 2012) e questo dimostra l’inevitabile piano inclinato, all’inizio è stata legalizzata per i soli malati terminali adulti e da lì in avanti è stato impossibile fermarsi: è toccato ai malati non terminali, poi a chi soffre a livello psicologico, poi agli anziani anche senza alcuna malattia fino ad oggi, dove si è aperto anche ai bambini in fase terminale. E il piano rimane inclinato verso ennesime aperture. «Quando il Belgio è stata legalizzata l’eutanasia», ha spiegato Tom Mortier sul “National Post” , «c’erano garanzie che sarebbe stato ben controllato e limitato ai casi eccezionali. Ma il numero di casi possibili è aumentato ogni anno raggiungendo quasi il 2% dei decessi totali nel 2012, e la definizione di ciò che è accettabile si sta continuamente espandendo». Numerose le volte, inoltre, si è praticata l’eutanasia su persone sane e senza il loro consenso, come accaduto alla madre di Marcel Ceuleneur.

Al Parlamento europeo si è svolto un dibattito sulla nuova legge belga a cui ha partecipato il professor Etienne Vermeersch, il padre delle leggi sull’aborto e l’eutanasia in Belgio il quale ha spiegato che la modifica alla legge in vigore dal 2002 è necessaria “per consentire di praticare l’eutanasia sugli handicappati”, adulti o bambini che siano. “Il Foglio” ha rivelato che Vermeersch è entrato nell’ordine dei Gesuiti nel 1953 ma nel 1958 ha rotto con la fede cattolica diventando un militante scettico e ateista, “un umanista” (autore di “Perché il dio cristiano non può esistere”). Nel 1979 si è pronunciato a favore della depenalizzazione della pedofilia e il suo nome è soprattutto legato alla teoria della sovrapopolazione come minaccia principale all’umanità. Sostiene infatti che i governi debbano intervenire per limitare i tassi di fertilità a un solo figlio per coppia, sostenendo la disumana politica del figlio unico in Cina.

Fortunatamente la bocciatura di tale decisione del governo belga è stata pressoché unanime nel mondo medico-scientifico, religioso e politico, con l’eccezione dei Radicali italiani. Tutte le associazioni mediche principali del mondo occidentale sono contrarie ad ogni forma di eutanasia e suicidio assistito, in Italia si sono espressi contro il Comitato nazionale di bioetica (Cnb), il Consiglio nazionale degli psicologi e la Federazione nazionale degli ordini dei medici (Fnomceo), il cui presidente Amedeo Bianco ha giustamente ricordato : «L’eutanasia, in assoluto è vietata dal nostro Codice penale ed anche dal Codice deontologico medico», e al divieto si aggiunge comunque il fatto che oggi «sono disponibili efficaci terapie anti-dolore che permettono di alleviare anche le situazioni di sofferenza maggiori».

Ha quindi proseguito: «E’ difficile, con i progressi fatti dalle terapie antalgiche, contro il dolore immaginare che possano esistere oggi condizioni di sofferenza sulle quali non si possa intervenire e che non possano essere alleviate. Ciò anche prevedendo e sapendo che l’utilizzo di tali tecniche farmacologiche può tuttavia comportare un’accelerazione del processo del morire. Va però sottolineato che oggi ci sono gli strumenti per alleviare il dolore e la sofferenza, che sono gli elementi che possono spingere verso una scelta eutanasica. Mi pare che tale proposta attenga piuttosto ad una cultura, quella belga, profondamente diversa dalla nostra, sia dal punto di vista giuridico che bioetico».

Le affermazioni di Bianco, presidente della Federazione nazionale degli ordini dei medici, sono convincenti ragioni laiche da contrapporre ai teorici della morte ed è corretto per noi cattolici affrontare il dibattito bioetico in questo modo, non soltanto avanzando motivazioni di tipo etico-religioso.

La redazione

mercoledì 23 ottobre 2013

Cure palliative troppo costose? Il Quebec studia la soluzione low-cost: legalizzare l’eutanasia, Ottobre 23, 2013, Leone Grotti, http://www.tempi.it


eutanasia-belgio-abusi

Secondo il medico Paul Lefort «l’eutanasia è una procedura che serve solo a risolvere il problema del mancato finanziamento della sanità». Eliminando i malati
eutanasia-belgio-abusiInizierà tra poco in Quebec la discussione parlamentare sull’approvazione della legge sull’eutanasia, presentata lo scorso 12 giugno. Il testo prevede che solo una persona «maggiorenne in fin di vita, che fa una richiesta specifica in modo libero e ripetuto, e risponde ai criteri della legge – cioè avere una malattia incurabile, grave, che peggiora in modo irreversibile e che causa una sofferenza insopportabile – può richiedere l’aiuto a morire».
SOLUZIONE LOW-COST. La maggioranza dei cittadini del Quebec è d’accordo, quella dei medici è contraria. Secondo il dottor Paul Saba, della Coalizione dei medici per la giustizia sociale, il progetto di legge «costituisce il modo più rapido per abbandonare a loro stessi i pazienti in fin di vita».
Secondo il medico, la logica sottintesa alla legge è economica: «Il governo ci propone un trattamento da discount per i più vulnerabili, cioè una morte rapida attraverso un’iniezione oppure una morte lenta senza garanzie di trattamenti adeguati [come le cure palliative] in un sistema che cerca in tutti i modi di fare economie. È indecente».
NIENTE CURE PALLIATIVE. Secondo un altro medico canadese, Paul Lefort, che è intervenuto sul quotidiano lapresse, «il ricorso all’eutanasia da parte del governo si giustifica per l’incapacità della medicina di alleviare le conseguenze di una malattia incurabile». «Il fallimento dei trattamenti non è dovuto a una impossibilità medica – continua – ma al rifiuto dello Stato di finanziare le cure palliative negandole a quattro malati su cinque».
L’80 per cento dei malati che fanno richiesta di accedere alle costosissime cure palliative in Quebec ottengono un responso negativo. Per questo, conclude Lefort, «l’eutanasia è una procedura che serve solo a risolvere il problema del mancato finanziamento della sanità e dello scarsa possibilità di accedere alle cure palliative».

lunedì 21 ottobre 2013

«Mia madre non era malata ma l’hanno uccisa con l’eutanasia». In un film la verità sugli abusi della legge in Belgio - Ottobre 21, 2013, Leone Grotti, http://www.tempi.it/

Foto: «Mia madre non era malata ma l'hanno uccisa con l'#eutanasia». 

In un film la verità sugli abusi della legge in Belgio. L'abbiamo visto e qui ve lo raccontiamo
www.tempi.it/mia-madre-non-era-malata-ma-l-hanno-uccisa-con-l-eutanasia-in-un-film-la-verita-sugli-abusi-della-legge-in-belgio

Nel documentario di Pierre Barnérias medici e parenti delle vittime raccontano la realtà della “buona morte”. Che permette veri e propri «omicidi camuffati»
La mamma di Marcel Ceuleneur (nella foto con la nipote) non era in fase terminale, anzi, non era neanche malata, salvo gli acciacchi dell’età avanzata, e non soffriva di dolori insopportabili. Eppure «le hanno fatto l’eutanasia, anche se la sua situazione non soddisfaceva i criteri stabiliti dalla legge». Quello della madre di Marcel è solo uno dei tanti casi di eutanasia in Belgio, in costante crescita negli anni e legale dal 2002: se “appena” 235 persone vi hanno fatto ricorso nel 2003, nel 2011 sono diventate già 1.133.

LAVAGGIO DEL CERVELLO. Dopo le tante testimonianze raccolte da rapporti indipendenti sull’abuso dell’eutanasia nel paese, dove solo il 20 per cento dei casi viene dichiarato, è uscito da poco un documentario intitolato “Eutanasia, fino a dove?” (si può vedere qui, in francese) che raccoglie storie e testimonianze, come quella di Manuel, che documentano l’abuso della legge. Manuel è un sindacalista che non aveva mai avuto niente da ridire sulla “buona morte”, fino a quando non ci è passata sua mamma. «Io ero contrario all’eutanasia di mia mamma – racconta nel documentario realizzato dal giornalista Pierre Barnérias – il suo medico di fiducia era contrario, così come tutta la mia famiglia. Lei non aveva mai parlato di eutanasia, per giunta, se non dopo aver conosciuto un medico che le ha fatto il lavaggio del cervello e l’ha uccisa senza che ci fossero le precondizioni stabilite dalla legge. La verità è che dicono che vale solo in certi casi, ma poi succede tutt’altro».

CONTROLLORI NON CONTROLLANO. Secondo la legge solo un malato in fase terminale e senza speranze cliniche, attraverso ripetute domande scritte, dopo la valutazione di un secondo medico e di una équipe di infermieri può ottenere l’eutanasia. Ma secondo quanto dichiarato nel documentario dalla presidente della Commissione di controllo che deve assicurarsi che la legge non venga abusata, «noi riceviamo direttamente le dichiarazioni dei medici, che spesso sono compilate in modo incompleto. Purtroppo, non abbiamo la possibilità di valutare il numero reale di casi di eutanasia praticati nel paese». La Commissione, infatti, valuta i rapporti inviati dai medici e non è in grado di fare controlli indipendenti.

ALTRO CHE AUTODETERMINAZIONE. Etienne Montero, docente alla facoltà di Diritto di Namur, capitale della Vallonia, conferma che «non si può controllare l’eutanasia, l’ha ammesso la stessa Commissione di controllo. È chiaro che un medico che va contro la legge non si denuncia da solo: o non riporta alla Commissione il caso di eutanasia o riempie male i moduli o li falsifica. Secondo uno studio recente, solamente in un caso di eutanasia su due è stato raccolto il consenso scritto dei pazienti. Questo è illegale. L’ideologia alla base di questa legge è il rispetto dell’autonomia e dell’autodeterminazione, ma è evidente che viene contraddetto ogni giorno nei fatti».

«SAREMMO TUTTI ASSASSINI». Lo sanno bene gli stessi medici che praticano l’eutanasia. Il dottor Marc Cosyns, intervistato nel documentario, afferma: «La legge sull’eutanasia belga è molto simile a quella olandese. Ma non è così rigida, si può interpretare molto da caso a caso. Il problema più grande del Belgio è che ci sono dei pazienti dementi o malati mentali che non possono più esprimere il loro consenso. Per loro oggi è impossibile applicare l’eutanasia rispettando la legge e quando lo si fa, non si dichiara niente al governo. È chiaro che questa cosa è un po’ illegale, infatti bisogna cambiare il sistema perché attualmente potremmo essere tutti definiti dalla legge assassini. Noi invece facciamo solo quello che i pazienti ci chiedono».

IL RACCONTO DELL’INFERMIERA. Claire-Marie Le Huu, infermiera belga conferma in video la leggerezza con cui viene somministrata la “buona morte”: «Ho assistito a tanti casi di eutanasia somministrata in modo illegale. In uno dei primi, un anestesista una volta mi ha chiesto di aiutarlo con una persona che aveva chiesto di morire. Io mi sono rifiutata perché quell’uomo non soffriva assolutamente in maniera insopportabile e non c’erano i requisiti previsti dalla legge. L’ho detto ai miei capi, ma dalle loro risposte evasive ho capito che era una pratica consolidata. Quell’uomo alla fine è morto e come lui tanti altri. Spesso non c’è nessuna richiesta scritta: si chiede alle persone tre volte se vogliono l’eutanasia invece che le cure palliative, e la loro risposta orale è considerata sufficiente».

EUTANASIA PER L’EREDITÀ. Uno degli argomenti usato spesso contro l’eutanasia in Belgio è che può portare a veri e propri omicidi legalizzati, convincendo persone anziane e sole che la morte è la scelta migliore, facendole sentire un peso per la società e la famiglia. Una storia simile raccolta nel documentario viene racconta da Catherine (foto sopra), signora anziana che preferisce mantenere l’anonimato totale: «Dopo la morte di suo marito, mia sorella è rimasta sola. Era anziana, i suoi due figli medici la controllavano spesso e quando si sono accorti che un uomo andava sempre in casa sua per farle i lavori di casa, hanno avuto paura che lei dilapidasse tutti i risparmi che aveva. Per questo l’hanno convinta a fare l’eutanasia. Avevano tutti i moduli in ordine, tranne il fatto che mia sorella non era malata. Io poi non sono neanche stata informata della sua scelta. La verità è che i figli hanno deciso per lei e l’hanno fatto per avere la sua eredità. Una legge che permette queste cose è una mostruosità totale».

GIUDICI IMPOTENTI. Se la signora non si è rivolta ai tribunali, Marcel (foto a fianco) ha provato a chiedere giustizia per sua mamma. «Primo ho scritto a due ministri della Giustizia, che mi hanno ignorato, poi ho chiesto alla commissione di controllo di indagare ma non hanno fatto nulla». Per questo si è rivolto ai tribunali, ma dopo quattro anni di procedure i giudici hanno rigettato la sua richiesta: la madre aveva espresso il suo consenso al “trattamento”. «È tutta una farsa – commenta sconsolato Marcel – i giudici non si metteranno mai contro un sistema consolidato. Per cambiare la situazione basterebbe che la Commissione di controllo facesse il suo lavoro: controllare l’eutanasia. Ma non lo fanno».

«LIBERTÀ DI MORIRE?». Pierre Barnérias, che si è avvalso dell’aiuto di due giornalisti per realizzare il documentario, ha lavorato per 23 anni per diversi televisioni francesi come France 2, France 3, TV5 Monde, TF1 e molte altre. Dopo aver realizzato il documentario l’ha proposto a tutte le televisioni belghe e francesi ma nessuna ha voluto mandarlo in onda. Per questo ha deciso di pubblicarlo lo stesso su internet: «Sono rimasto perplesso dal rifiuto delle televisioni di mandare in onda la mia inchiesta – afferma in un’intervista – Ci ho messo due anni, dal 2011 al 2013, e ho raccolto testimonianze incredibili, di veri e propri omicidi mascherati. Il mio obiettivo non era quello di bloccare la legge, ma solo di far riflettere sulla libertà di morire e sul potere incontrastato di cui godono i medici».

venerdì 4 ottobre 2013

Il 70% dei medici americani contro il suicidio assistito - 3 ottobre, 2013 - http://www.uccronline.it/



Suicidio assistito

Un sondaggio online tra i medici lettori del prestigioso New England Journal of Medicine ha evidenziato che quasi il 70 per cento (67%) dei medici statunitensi sono contro la legalizzazione del suicidio assistito. Nel 2011 su Palliative un sondaggio sui medici inglesi aveva raggiunto risultati simili (80%).

Le ragioni principali per l’opposizione di tale pratica erano la violazione del giuramento dei medici a non uccidere e non fare del male, inoltre il fatto che l’apertura al suicidio assistito porterà probabilmente alla legalizzazione dell’eutanasia, una pratica ancora meno appetibile per i medici. L’indagine ha seguito il comunicato della “World Medical Association“ (WMA), che ha ribadito la sua forte opposizione all’eutanasia e al suicidio assistito.

Il WMA è in buona compagnia, tante altre associazioni mediche ufficiali -come abbiamo osservato in questo articolo - si sono già opposte a qualsiasi modifica della legge per consentire il suicidio assistito o l’eutanasia: la British Medical Association (BMA), la Association for Palliative Medicine (APM), la British Geriatric Society (BGS), l’American Medical Association (AMA), la German Medical Association (GMA), l’Australian Medical Association  (AMA), la New Zealand Medical Association , la Organización Médica Colegial de España , la Società di anestesia, analgesia, rianimazione e terapia intensiva  (Siaarti) ecc.

A volte in buona fede si può pensare di provocare intenzionalmente la morte di una persona sofferente allo scopo di porre fine al suo dolore (fisico o psichico), ma essa rimane un’azione gravemente contraria alla dignità della persona umana. La medicina ha proprio il compito di evitare ogni sofferenza e il diritto ad interrompere procedure mediche sproporzionate rispetto ai risultati attesi, ma non quello di eliminare il malato per eliminare la malattia. Fortunatamente è possibile usufruire oggi di valide cure palliative per annullare ogni tipo di dolore fisico ed è doveroso accompagnare le persone sofferenti, aiutandole eventualmente a ritrovare il gusto e il senso della vita, anche in mezzo alla disperazione.

La redazione

lunedì 30 settembre 2013

Il nuovo medico: da professionista a mero esecutore di Giorgio Maria Carbone, 30-09-2013, http://www.lanuovabq.it/

medico

I vari Consigli provinciali dell’Ordine dei medici in questi giorni stanno esaminando e votando la proposta di un nuovo codice deontologico. Esaminiamo anche noi solo alcuni articoli per comprendere qual è la posta in gioco. Lo faremo documentandoci, cioè confrontando il testo vigente con il testo proposto.

L’obiezione di coscienza del medico «Testo vigente Art. 22, Autonomia e responsabilità diagnostico-terapeutica. Il medico al quale vengano richieste prestazioni che contrastino con la sua coscienza o con il suo convincimento clinico, può rifiutare la propria opera, a meno che questo comportamento non sia di grave e immediato nocumento per la salute della persona assistita e deve fornire al cittadino ogni utile informazione e chiarimento».
«Testo proposto Art. 22, Rifiuto di prestazione professionale. Il rifiuto di prestazione professionale anche al di fuori dei casi previsti dalle leggi vigenti è consentito al medico quando vengano richiesti interventi che contrastino con i suoi convincimenti etici e tecnico-scientifici, a meno che questo comportamento non sia di nocumento per la salute della persona assistita. Il medico deve comunque fornire ogni utile informazione e chiarimento per consentire la fruizione dei servizi esigibili e a questo fine collabora con le aziende sanitarie».

Per brevità faccio solo tre osservazioni critiche: 1) se il rifiuto della prestazione sanitaria causa nocumento alla salute dell’assistito, si rientra nella fattispecie di omissione di soccorso, disciplinata dal Codice penale. Quindi è inutile la frase «a meno che questo comportamento non sia di nocumento per la salute della persona assistita». Ma viene da pensare che tale frase serva ad altri scopi. 2) Il testo proposto nel 2013 specifica il fine dell’informazione «consentire la fruizione dei servizi esigibili e a questo fine collabora con le aziende sanitarie». Molto meglio il testo vigente, che lascia libertà al medico: questi informa e chiarisce, ma non in funzione di far fruire dei servizi. Facciamo il caso che si tratti della prescrizione del Levonorgestrel o della RU486 (due prodotti chimici abortivi), il testo vigente dice il medico informa e chiarisce perché non prescrive e somministra il prodotto chimico, mentre il testo proposto dice che l’informazione e il chiarimento del medico deve avere come scopo la fruizione del servizio (quindi nell’esempio la somministrazione del prodotto chimico che non è un salva-vita) al quale il medico è contrario in ragione della sua scienza e coscienza. In questo caso il medico dando tali informazioni e chiarimenti che hanno come fine oggettivo la fruizione del servizio, diventa formalmente complice del servizio, cioè della somministrazione o erogazione, alla quale egli è contrario. È così lesa la sua autonomia e libertà professionale, richiamata continuamente dal testo proposto nel 2013 a partire dall’art. 2. 3) Inoltre, il testo proposto dice «a questo fine collabora con le aziende sanitarie». Che necessità ha questa frase? Non collabora già? Oppure significa «il medico deve segnalare in quale struttura della Asl è erogato il servizio a cui lui è contrario»? Di nuovo sorge la complicità formale e quindi la lesione dell’autonomia professionale del medico.

Tener conto delle volontà del paziente o le dichiarazioni anticipate di trattamento?
«Testo vigente Art. 36, Assistenza d’urgenza. Allorché sussistano condizioni di urgenza, tenendo conto delle volontà della persona se espresse, il medico deve attivarsi per assicurare l’assistenza indispensabile».
«Testo proposto Art. 36, Assistenza d’urgenza. Allorché sussistano condizioni di urgenza, tenendo conto delle dichiarazioni anticipate di trattamento se espresse, il medico si attiva per assicurare l’assistenza indispensabile».

I due testi sembrano uguali, ma in realtà non lo sono. Così come «tener conto delle volontà del paziente» sembra essere la stessa cosa delle «dichiarazioni anticipate di trattamento», ma in realtà non lo sono. Il testo proposto fa riferimento alle «dichiarazioni anticipate di trattamento» che non hanno alcun rilievo nel nostro ordinamento giuridico. Meglio dire con il testo vigente «tenendo conto delle volontà della persona se espresse» che è una eco della Convenzione di Oviedo del 1998, ratificata con Legge della Repubblica, nella quale è detto che «il medico tiene conto delle volontà espresse del paziente». Il riferimento alle «dichiarazioni anticipate di trattamento» è particolarmente grave perché attraverso lo strumento del codice deontologico si vuole introdurre un istituto giuridico, cioè le dichiarazioni anticipate di trattamento, che la scorsa legislatura non votò in via definitiva. Quindi, attraverso un documento normativo di una federazione professionale sarebbe introdotta una realtà che è di competenza del parlamento: il che mi sembra particolarmente grave.
Inoltre, si consideri che: 
1) le dichiarazioni anticipate di trattamento non sono espressione del consenso informato perché manca l’attualità o contestualità tra il momento in cui io paziente esprimo la volontà e il momento in cui insorge la patologia;
2) il testo proposto all’art. 38 dice in sostanza che le dichiarazioni si applicano «in caso di perdita di coscienza di sé totale e irreversibile». Ora la perdita di coscienza totale e irreversibile si ha solo nella condizione di assenza di attività elettrica dell’encefalo: questa è l’unica condizione di irreversibilità, tale condizione è la morte accertata mediante elettroencefalogramma.

Paziente o assistito?
L’art. 6 e in generale tutto il testo proposto privilegia l’uso dell’espressione «persona assistita» e non più «paziente». Le parole segnalano esternamente le idee: la persona-assistita può essere non affetta da alcuna patologia. Mentre dire “persona-paziente” comporta il fatto che tale persona abbia o sospetti di avere una patologia. È forse in atto uno slittamento della professione e dell’arte medica: dal guarire e curare il paziente, stiamo passando «assistere il cliente», a «fornire una prestazione a chi la chiede anche non in presenza di una patologia», un cliente appunto.

Da professionista che agisce in scienza e coscienza a esecutore-operatore
Da queste sommarie osservazioni sulle proposte relative alla erosione dell’obiezione di coscienza e all’introduzione delle dichiarazioni anticipate di trattamento, contenute negli artt. 22, 36-38, possiamo concludere che la bozza proposta del codice deontologico opera, quasi surrettiziamente, una trasformazione radicale dell’identità del medico. In ragione del codice deontologico oggi vigente il medico è un professionista che agisce in scienza e coscienza e che dal punto di vista del diritto civile ha un’obbligazione di mezzi, cioè si impegna con il paziente (non con il cliente) a mettere in campo tutti i mezzi perché si ottenga il risultato sperato, cioè guarigione, cura o assistenza sanitaria. L’obbligazione di mezzi è la stessa tipologia di obbligazione che ha un avvocato o un consulente.

Ai sensi del testo proposto, invece, il medico diventerebbe un operatore che dal punto di vista del diritto civile ha un’obbligazione di risultato, cioè si impegna con la controparte, detta “assistito” (quindi non più necessariamente paziente) per garantire il risultato. L’obbligazione di risultato è la stessa tipologia di obbligazione che ha un venditore di pane o di giornali: a fronte del pagamento dell’importo si obbliga a darmi il prodotto.

Obbligarsi a garantire il risultato, oltre ad essere un’utopia o un’illusione (dipende dai punti di vista), realizza anche lo stravolgimento dell’identità del medico: da professionista a esecutore delle volontà del cliente. Quindi, la posta in gioco nell’esame e nel voto della proposta del nuovo codice deontologico medico è alta, molto alta: l’identità stessa del medico.

venerdì 30 agosto 2013

Medici, attacco alla libertà di coscienza di Renzo Puccetti e Stefano Alice, 30-08-2013, http://www.lanuovabq.it/

Medico

C’è un detto che dice: “Se al peggio non c'è mai fine, al meglio non c'è neanche inizio”. Ed è questa l’impressione che si ha leggendo il codice di deontologia medica in via di preparazione, ora che finalmente lo si può leggere per intero sul sito del sindacato FIMMG di Roma a cui siamo grati per l’opera di trasparenza. 

Stupisce che di un tale testo, accreditato dell’approvazione unanime da parte dei medici, al momento che scriviamo continua a non esservi traccia sul portale della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici che si è incaricato di stilare i 79 nuovi articoli che lo compongono. In effetti se ci era parso di sentire odore di bruciato leggendo dell’abolizione del termine “paziente”, ora che abbiamo aperto il forno di questa “Hell Kitchen” deontologica, ci siamo trovati davanti ad un codice davvero indigeribile. 

Sono così gravi e numerosi i cambiamenti apportati che dopo la prima lettura siamo rimasti di stucco. Possibile? Una cosa di questo genere dovrebbe essere vincolante? Ma chi l’ha scritto? Quando? Come hanno proceduto? Ancora è avvolto tutto nel mistero, anche se alcune notizie cominciano a filtrare. 

L’operazione più violenta messa in atto nell’attuale bozza è senza dubbio quella contro la libertà di coscienza del medico. Di fatto, se passa l’attuale codice, al medico a cui venga richiesta una prestazione che confligge con i propri convincimenti etici non restano che due alternative: o soccombere e fare quello che per lui è immorale, oppure essere deferito all’ordine rischiando la radiazione dall’albo professionale e non potere più esercitare la medicina. 

Lo ripetiamo in termini chiari e drammatici: questo è il più subdolo colpo sparato contro la libertà del medico. Tre sono i siluri che gli estensori della bozza hanno lanciato contro la clausola di coscienza. Nel codice ora in vigore il medico a cui venga richiesta una prestazione può rifiutarsi di compierla se essa viola il suo convincimento morale o scientifico. Nel nuovo codice invece si afferma che il rifiuto possa essere sollevato solo nel caso tale richiesta violi i convincimenti morali e scientifici. La sostituzione della congiunzione disgiuntiva con quella congiuntiva fa sì che laddove il trattamento richiesto abbia validità scientifica, il medico non possa più rifiutarsi sulla base del solo convincimento di coscienza. Si ha così un cambiamento rivoluzionario dell’atto medico: non più in scienza e coscienza, ma in scienza solamente, la coscienza è un optional.

La seconda bordata è ancora più subdola della prima. Mentre nel codice attuale il rifiuto di atti in conflitto con la coscienza del medico è sempre legittimo tranne nei soli casi in cui ciò sia “di grave e immediato nocumento per la salute della persona assistita”, nella bozza elaborata nel pensatoio oscuro viene eliminata qualsiasi connotazione di gravità ed urgenza; il medico non può rifiutarsi se ciò è “di nocumento per la salute della persona assistita”. Per capire la portata di questo cambiamento, si deve spiegare che nel 1948 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha definito la salute come “uno stato di completo benessere fisico, psichico e sociale e non meramente l’assenza di malattia o infermità”. Ne deriva che affinché il medico sia deferito all’ordine dei medici e sanzionato basterà che il paziente dica: “Tu mi turbi!”. È facile immaginare in quali stanze si leverebbero calici di champagne al vedere i medici del pronto soccorso del Policlino Gemelli e della Casa Sollievo della Sofferenza costretti a prescrivere l’ultimo ritrovato microabortivo o a togliersi per sempre il loro camice bianco.



Terzo colpo: obbligo di indirizzo. Il medico non ha più solo l’obbligo di fornire ogni utile informazione e chiarimento, ma anche quello di assicurarsi che il paziente possa fruire di quella stessa pratica che egli ritiene immorale. In disprezzo delle più evidenti norme che regolano la teoria morale dell’azione, qui l’unica accoglienza è assicurata ad un amorale fisicismo farisaico che più o meno impone questo genere di obiezione: “No, signora, mi dispiace, io sono obiettore di coscienza, non faccio gli aborti, ma l’accompagno dal collega che la farà abortire”. Una comprensione ed un rispetto davvero “esemplari” di che cosa significhi libertà di coscienza. 

Se un Creonte deontologico falsamente pluralista intende davvero imporre un giogo di questo genere, allora non rimane che la via della pluralità deontologica e, se necessario, della pluralità ordinistica. Si tratta di una battaglia di uomini eretti in camici retti, una battaglia di libertà per continuare a guardare negli occhi il paziente e i colleghi dalla loro medesima altezza.

venerdì 23 agosto 2013

E d'ora in avanti non ci saranno più "pazienti" di Renzo Puccetti - 23-08-2013 - http://www.lanuovabq.it/

Paziente

06/8262. Cari colleghi medici, appuntatevi questo numero, è il telefono per segnalare le persone scomparse alla trasmissione “Chi l’ha visto?”. Ci servirà quando vedremo le nostre sale d’attesa piene come al solito, ma tra i tanti volti non ci sarà più nemmeno un paziente; uomini, donne, anziani, giovani, poveri e facoltosi, tutti accomunati dal medesimo provvedimento: cancellati per ordini superiori. Avrà provveduto a farlo il prossimo codice di deontologia medica dove si annuncia che la parola “paziente” sarà abolita e sostituita dall’espressione “persona assistita”. Il presidente della Federazione degli Ordini dei Medici, nonché senatore in quota Pd, dice che il provvedimento servirà a rendere evidente il «diritto a ricevere cure e assistenza senza passività» e «ad essere al centro del sistema». C’è il rammarico di avere atteso così a lungo prima che una tale trovata degna del miglior monsieur de la Palice vedesse la luce. Bastava così poco e chilometriche liste di attesa per visite ed esami si sarebbero disciolte come neve al sole se allo sportello, al posto del paziente, si fosse presentata «la persona assistita», finalmente divenuta attivo centro del sistema.


Al di là di certa amara ironia l’abolizione del termine «paziente» ha delle implicazioni non indifferenti. Per comprenderlo ci si deve domandare: chi è il paziente? Non è colui che deve attendere senza lamentarsi l’arrivo del medico o il giungere della sperata guarigione, egli è il sofferente (pàtior in latino, paskho in greco). Eliminare il termine è un obiettivo di lunga data di quel vasto e trasversale fronte consumeristico volto a ridurre la relazione medico-paziente ad una transazione contrattuale uguale a tutte le altre. Ci hanno provato in passato ideando l’espressione “cittadino utente”, un Minotauro lessicale adottato da taluni zelanti funzionari sanitari frutto della crasi tra il furore sanculotto e la rassegnazione da municipalizzata. Il distacco con la nobiltà e la storia del termine “paziente” era troppo evidente.


Ora ci riprovano con “persona assistita”, termine che fa scomparire una dimensione essenziale: la realtà della sofferenza. In tanti ambiti le persone hanno bisogno di assistenza, ci rivolgiamo al legale per l’assistenza giuridica, all’interprete per l’assistenza linguistica, in molti ambiti siamo e rimaniamo persone quando cerchiamo forme diverse di assistenza. Ma è la sofferenza e la malattia che spingono la persona a cercare aiuto in un’altra persona in cui si pone una tale fiducia da essere disposti ad abbattere le naturali barriere di pudore e riservatezza. È questa una cosa che non si è disposti a fare con nessun altro. Sì, abbondano le trasmissioni televisive dedicate alla medicina, gli articoli sulle riviste, c’è Internet, ma quasi sempre il paziente non riesce ad interpretare le informazioni e così accade che si rivolga al medico perché quello che aveva letto su Wikipedia lo aveva fatto morire dallo spavento.


Potrò sbagliare, ma ho la convinzione che la rimozione del paziente sia anche frutto di quella mentalità funzionalistica che vede nella persona malata un essere di minore valore, una mentalità che non crede nel valore ontologico di ciascun essere umano indipendentemente dalla sua condizione. Da qui si procede ad escogitare un florilegio di litoti: non vedente, non udente, diversamente abile e via col liscio. Non che ci preoccupi l’uso del termine persona in sé, ma in un’epoca in cui si vuole affermare che non tutti gli esseri umani sono persone, che la dignità di persone è legato al possesso di certi attributi, che se si è nella condizione di embrione, di feto, di neonato, se si soffre di Alzheimer, sindrome di Down, stato vegetativo non si è persone, allora drizzare le antenne diventa doveroso.


Davanti al paziente, di fronte al sofferente, è difficile sostenere che la risposta debba consistere nella soddisfazione dei desideri, perché se c’è un paziente, allora c’è anche un medico, una persona che avendo la necessaria conoscenza cura, come indica il doppio significato della radice avestica della parola (madh). È perché è anch’egli un essere umano che il medico è pari al paziente in dignità e però svolge un ruolo ben specifico: difendere l’integrità del paziente in scienza e coscienza, disposto a rompere l’alleanza terapeutica, pur di difendere la propria integrità di uomo e di medico. Per simmetria alla scomparsa del paziente dovrà giocoforza corrispondere la scomparsa della specificità delle singole figure professionali, risucchiate nell’indistinto calderone delle “persone assistenti”. Si legge sui giornali che i medici ne hanno discusso per mesi e che la decisione è stata unanime. Sarà così, ma quel che so è che di un dibattito di tale importanza per tutti i medici non vi è traccia nella front page del sito della Federazione degli Ordini dei Medici. Se il confronto è stato così ampio come dice il Corriere rimane per me un mistero che né io, né gli altri quattro medici della mia famiglia, né una serie di colleghi che ho contattato ne sapessero alcunché.


Lancio una proposta al presidente Bianco, senatore di un partito che anche nel nome si dice democratico e che ha introdotto la consultazione della base più ampia per scegliere il candidato premier. Perché non dare una prova di democrazia domandando ai medici se vogliono conservare il termine che hanno pronunciato sempre?

lunedì 15 luglio 2013

Le associazioni mediche contro eutanasia e suicidio assistito - 15 luglio, 2013 - http://www.uccronline.it/

Suicidio assistito


Nonostante i quotidiani principali non ne parlino, essendo anche queste ormai notizie politicamente scorrette, continuano numerosi gli stati in cui viene respinta la legalizzazione o depenalizzazione dell’eutanasia e del suicidio assistito. Gli ultimi in ordine cronologico sono il Maine (USA) e il New South Wales (Australia).

La cosa più interessante è che, ancora una volta, il rifiuto più deciso è arrivato dalle associazioni mediche. L’Australian Medical Association (AMA) ha infatti militato rumorosamente contro il disegno di legge e lo stesso ha fatto la Maine Medical Association e la Osteopathic Association Maine , che ha definito il tentativo una “politica pubblica molto pericolosa”.

La posizione di queste associazioni mediche riflette quello della associazioni nazionali e internazionali. L’Associazione Medica Mondiale (AMM), ad esempio, ha affermato nel 2005: «Il suicidio assistito, così come l’eutanasia, è immorale e deve essere condannato dalla professione medica. Quando il medico intenzionalmente e deliberatamente aiuta la persona a porre fine alla sua vita, allora il medico agisce immoralmente. L’Associazione Medica Mondiale ribadisce la sua ferma convinzione che l’eutanasia è in conflitto con i principi etici fondamentali della pratica medica e incoraggia vivamente tutte le associazioni mediche nazionali e i medici a non impegnarsi nell’eutanasia, anche se ciò è consentito dalla legislazione nazionale». La stessa posizione è assunta dal Comitato permanente dei medici dell’Unione Europea.

L’American Medical Association  ritiene che il «suicidio assistito è fondamentalmente incompatibile con il ruolo del medico come guaritore, sarebbe difficile o impossibile da controllare e porrebbe seri rischi sociali. Invece di partecipare al suicidio assistito, i medici devono rispondere ai bisogni dei pazienti terminali». Il  British Medical Journal  ha assunto una posizione molto forte contro la legalizzazione del suicidio assistito, non a caso nel Regno Unitol’80% dei medici è contrario . 

Anche la German Medical Association   ha ribadito il deciso rifiuto verso l’eutanasia attiva (come già aveva fatto nel 2004) così come “l’uccisione del paziente”, affermando che «il coinvolgimento dei medici nel suicidio non è un compito medico». Lo stesso ha fatto la New Zealand Medical Association . La  Organización Médica Colegial de España  ritiene che «la richiesta per il suicidio assistito o l’eutanasia dovrebbe essere generalmente considerata come una richiesta di maggiore attenzione, e si può far scomparire questa richiesta applicando i principi e la pratica delle cure palliative di qualità».

Anche in Italia le associazioni mediche sono ovviamente tutte schierate contro. In occasione delle recenti menzogne dell’Associazione Luca Coscioni , che ha manipolato i risultati di uno studio scientifico, la Società di anestesia, analgesia, rianimazione e terapia intensiva (Siaarti) ha dichiarato, tramite il presidente Massimo Antonelli, che «tutta la Siiarti è contraria a ogni forma di eutanasia». E ancora : «la decisione di sospendere o non iniziare trattamenti di supporto vitale non deve comportare mai l’abbandono del paziente».

L’associazione Medicina&Persona ha scritto chiaramente perché un medico può solo essere contro a queste pratiche: «la medicina è nata da una speranza: che curare e assistere vale sempre la pena, fino alla fine, perché l’uomo ha una dignità che è data dalla vita stessa, dal solo fatto che lui esiste, perché è stato fatto. Per questa dignità riconosciuta il medico non può creare la vita come nemmeno dare la morte (Ippocrate ci è maestro). E l’utilità della medicina sta  nel rispetto di questo dato ontologico. Pena lo scadere della professione a mera tecnica, tomba della  medicina stessa, oltre che del malato».

La redazione


venerdì 5 luglio 2013

Soltanto i medici obiettori rispettano l’etica della medicina - 5 luglio, 2013 - http://www.uccronline.it/

Soltanto i medici obiettori rispettano l’etica della medicina - 5 luglio, 2013 - http://www.uccronline.it/

Medico

Nel 165 d.C. quando l’epidemia della peste raggiunse Roma, mentre i medici pagani scappavano dalla città -come Galeno-, i cristiani affrontarono il pericolo e salvarono migliaia di persone. «Il cristianesimo creò un’isola di misericordia e sicurezza oltre i confini della famiglia, nel mondo pagano la misericordia era considerata un difetto» (R. Stark, “Il trionfo del cristianesimo”, Lindau 2012 pp. 150-159).

Se fu il cristianesimo a diffondere il concetto di misericordia e di carità, l’origine della medicina “colta occidentale” è da individuarsi nell’antica Grecia ed è indissolubilmente legata al nome di Ippocrate (460 – 377 a.C. circa). A lui dobbiamo il celebre Giuramento, punto di riferimento dei principi etici normativi. In esso sono contenute frasi precise, come questa: «Non somministrerò ad alcuno, neppure se sarà richiesto, un farmaco mortale, né suggerirò un simile consiglio; similmente a nessuna donna io darò un medicinale abortivo». Su queste parole si è basata l’etica medica degli antichi Greci (anche se «lo status oggi attribuito a quel testo è stato possibile soltanto in epoca cristiana», ha commentato Armando Torno ), e sul quale ancora oggi prestano giuramento i nostri medici ad inizio carriera (il testo è leggermente modificato rispetto all’originale, ma contiene ugualmente il principio di «perseguire la difesa della vita» e di «non compiere mai atti idonei a provocare deliberatamente la morte di una persona»).

Possiamo dunque dire che soltanto i medici obiettori continuano a rispettare l’etica medica, restando coerenti con il loro giuramento. Sia l’aborto che l’eutanasia sono infatti atti contrari alla pratica medica perché entrambi uccidono qualcuno senza apportare alcuna guarigione (grazie allo sviluppo della medicina, infatti, l’aborto terapeutico non trova più alcuna applicazione, come è stato annunciato al Simposio Internazionale sulla Salute materna di Dublino).

Coloro che in Italia intendono combattere l’autodeterminazione dei medici ad agire secondo coscienza in caso di aborto (circa l’80% dei medici!), come l’Associazione Luca Coscioni, hanno interesse a far credere che questo sia un ampio fenomeno soltanto in Italia. Eppure uno studio pubblicato nel 2011 su “Obstetrics & Gynecology” ha rivelato che negli Stati Uniti se il 97% dei ginecologi e ostetrici ha incontrato donne in cerca di aborto, soltanto il 14,4% non si è rifiutato di sopprimere il bambino non ancora nato. Dunque ne consegue che l’83% dei ginecologi e ostetrici americani è obiettore di coscienza (anche se la percentuale è probabilmente anche più alta, come viene spiegato su questo sito web ).

Occorre affrontare un ultimo concetto: l’aborto non è un diritto sancito dalla legge 194! Come ha spiegato Tommaso Scandroglio, dottorando di ricerca in Filosofia del Diritto presso l’Università degli Studi di Padova e assistente di Filosofia del Diritto e Filosofia Teoretica presso l’Università Europea di Roma, «obbligare una struttura a fornire l’aborto è anticostituzionale. Senza scomodare la morale naturale, lo dice il diritto positivo del nostro ordinamento: nell’articolo 2 della Costituzione la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, fra cui c’è quello alla vita. Significa che la legge 194 è una deroga al diritto e che l’obiezione di coscienza non è un boicottaggio, bensì il tentativo di riaffermare l’ordinamento. Esattamente il contrario di quanto sostiene chi dice che l’aborto è un diritto leso dall’obiezione di coscienza. La legge prevede l’obiezione di coscienza proprio perché accetta un’ingiustizia: se da una parte si permette di compierla a chi vuole, dall’altra non si può obbligare nessuno a eseguirla». Ricordiamo anche che il diritto all’obiezione non mette in discussione l’applicazione della legge 194, come invece qualcuno sostiene.

L’unico diritto in gioco è quello, semmai, della salute della donna, ma rimane un diritto minore rispetto a quello alla vita del concepito. Ovviamente se ci fosse in gioco la vita della madre allora le cose cambierebbero e la Chiesa non ha mai fatto prevalere la vita del bambino a quella della donna, come è stato più volte chiarito. In ogni caso, lo dicevamo già sopra, fortunatamente oggi la medicina è completamente in grado di evitare l’aborto e garantire la salute materna, non a caso i Paesi in cui l’aborto è illegale -come Cile e Irlanda- sono anche quelli in cui il tasso di salute materna è più elevato.

La redazione