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giovedì 31 luglio 2014

L’Europa celebra il primo caso riuscito di “fecondazione selettiva”. Serve a impiantare solo gli embrioni sani (e a scartare meglio gli altri) di Leone Grotti, 30 luglio 2014, http://www.tempi.it

I giornali di mezzo mondo hanno esultato per il «primo successo» di un nuovo metodo di fecondazione assistita «selettiva» che dovrebbe permettere ai genitori di non trasmettere ai figli le proprie malattie genetiche. Il primo caso, come riportato dal Guardian, si è verificato a Londra, dove grazie alla nuova tecnica Carmen Meagu, 26 anni, è incinta di 17 settimane di un figlio sano.

KARYOMAPPING. La tecnica, chiamata “karyomapping”, richiede solo due settimane di tempo: una volta ottenuto «un set di embrioni» con un normale ciclo di fecondazione assistita, viene praticata a questi una biopsia attraverso la quale si scopre quali hanno contratto la malattia genetica e quali no. La stessa tecnica può essere usata anche «per verificare il numero di cromosomi» ed evitare così «disordini come la Sindrome di Down». L’embrione sano viene poi impiantato nell’utero della donna.

«EPOCA D’ORO DELLA GENETICA». Carmen Meagu, così come suo padre, è affetta dalla malattia di Charcot-Marie-Tooth, una grave forma di distrofia muscolare. Insieme al marito Gabriel si è recata alla clinica specializzata londinese Centre for Reproductive and Genetic Health per evitare di trasmettere la malattia al figlio. «Stiamo entrando nell’epoca d’oro della genetica applicata alla comprensione dell’infertilità», ha dichiarato Dagan Wells, della compagnia che ha analizzato gli embrioni. «Gli unici embrioni trasferiti nella madre sono quelli che hanno il corretto numero di cromosomi e sono liberi dalla condizione familiare ereditaria. Così si elimina la malattia dalla famiglia e si riducono i rischi di un aborto spontaneo».

E GLI ALTRI EMBRIONI? L’esaltazione dei medici è comprensibile, così come la felicità della coppia. Resta però una domanda: che fine hanno fatto gli altri embrioni del «set» prodotto? Dove sono finiti quelli meno fortunati che non avevano «il corretto numero di cromosomi» ed erano «malati»? Per loro «l’epoca d’oro della genetica» significa venire scartati ed eliminati. Se il “karyomapping” fosse stato disponibile già 26 anni fa la stessa Carmen Meagu, affetta solo lievemente dalla malattia che ha stroncato il padre, non sarebbe mai venuta alla luce, scartata dalla «fecondazione selettiva» insieme agli altri embrioni malati.

giovedì 3 luglio 2014

Il feto è una persona? Risponde il dottor Carlo Bellieni, 28 Aprile 2004

ROMA, mercoledì 28 aprile 2004 (ZENIT.org).- Cosa prova un feto? Quali diritti ha? Cosa ci dice la scienza a proposito? La fecondazione artificiale è davvero innocua? Il dottor Carlo Bellieni, neonatologo senese, risponde a queste domande, sulla base di una profonda e accurata documentazione scientifica, nel libro “L’alba dell’io: dolore, memoria, desiderio, sogno del feto” (SEF Editore).

Il Dottor Bellieni che da anni è impegnato nella ricerca sul dolore del feto e del neonato, lavorando al dipartimento Terapia Intensiva Neonatale del Policlinico Universitario "Le Scotte" di Siena, ha rilasciato una intervista a ZENIT.

Il feto sente dolore? 

Dottor Bellieni: Certamente sì. Non solo sente dolore, ma la sua percezione sembra essere più profonda di un bambino più grande. Lo sappiamo perché mancano nella vita fetale molte delle ‘strategie’ che invece si impegnano dopo la nascita per non sentire il dolore. Di contro, già dalla metà della gestazione gli stimoli dolorosi hanno aperte tutte le vie per essere percepiti. 


Dunque il feto è già un piccolo paziente? 

Dottor Bellieni: Infatti. I neonatologi moderni hanno il privilegio di curare proprio i feti. Li teniamo tra le mani: hanno il peso talvolta di una mela: alcuni sono poco più grandi di una mano. Sono nati prematuramente e per mesi dovranno stare all'interno di incubatrici sofisticate, curati e sorvegliati 24 ore al giorno con apparecchi di alta tecnologia. 

E nessuno di coloro che li cura si sogna di mettere in dubbio che siano nostri pazienti, che siano delle persone. Talora sono così piccoli che i nostri sforzi sono inutili. Muoiono. E noi possiamo solo, assieme ai genitori, battezzarli. 

E tutti dimostrano una vitalità inaspettata, data l'età e le dimensioni. Oggi sappiamo che il feto dentro l’utero materno sente odori e sapori. Sente i suoni. Li ricorda dopo la nascita. 

Addirittura sappiamo che il feto dalle 30 settimane di gestazione è in grado di sognare. Tutte queste caratteristiche ce ne fanno apprezzare le dimensioni umane. Questo paziente negli ultimi anni è stato oggetto di ricerche per garantirne la salute sin dall’utero materno.


Può farci qualche esempio di cosa intende quando dice che il feto è una persona? 

Dottor Bellieni: Appena nato, il bambino mostra in maniera scientificamente dimostrata di riconoscere la voce della sua mamma e di distinguerla dalla voce di un’estranea. Dove ha imparato quella voce, se non nella pancia materna? 

Esistono anche delle prove dirette. Per esempio registriamo come variano i movimenti e la frequenza cardiaca del feto se gli trasmettiamo dei suoni improvvisi attraverso la parete uterina. E vediamo che prima sobbalza, poi si abitua, proprio come facciamo noi quando sentiamo una cosa che ci interessa.

In realtà l’evidenza scientifica è immensa. Non si capisce come qualcuno possa pensare che ‘si diventi’ persona ad un certo punto, magari all’uscire dall’utero. In realtà alla nascita dal punto di vista fisico cambia davvero poco: entra l’aria nei polmoni, si interrompe l’arrivo di sangue dalla placenta, cambia il tipo di circolazione del sangue nel cuore, e poco più. 

Come dico spesso, solo la fede cieca in arti magiche o in qualche strana divinità può far pensare che esista un salto di qualità ‘umana’ ad un certo punto, non certo la scienza.


Dunque l'affermazione che la vita umana inizia alla nascita è meno scientifica di quella che sostiene essere legata al momento del concepimento? 

Dottor Bellieni: Senza dubbio! Da quando si uniscono i patrimoni genetici dell’ovulo e dello spermatozoo, inizia un processo che è unico e irripetibile proprio perché nessuno al mondo ha un DNA uguale a quello di quella cellulina fecondata. 

Tanto meno i suoi genitori. Dunque è assurdo dire che il feto è proprietà della madre (o del padre). Qualche giorno fa parlavo a delle ragazze delle superiori e dicevo loro: "Se oggi tornate a casa e il vostro babbo vi dice di fare qualcosa perché siete 'sue', perché siete 'un suo diritto', voi cosa pensate? Che il vostro babbo non si senta bene. Ecco oggi vi stanno insegnando questo: che il figlio è un diritto dei genitori, una ‘scelta’ dei genitori”.


Non è così? 

Dottor Bellieni: Ci mancherebbe altro! Proprio studiando il bambino prematuro, il feto, ci si rende conto che la dignità umana non la si acquista con la maggior età, o con la nascita o con il peso, altrimenti sarebbero umani solo quelli belli, ricchi, potenti. 

Ci hanno provato nella storia. Il rispetto verso questi piccoli bambini così fragili è immediato e ci insegna che il loro valore (il nostro valore) non dipende da cose contingenti: dipende solo dall’esserci, e far parte di quel livello della natura che si chiama umanità.

E’ facile, per poter agire su qualcuno, togliergli lo status di persona; ma non dobbiamo permetterlo.


Ma con la fecondazione artificiale molte famiglie sembrano trovare la serenità di un figlio... 

Dottor Bellieni: Possiamo augurare a questi genitori tutte le soddisfazioni possibili. Comunque non dobbiamo dimenticare che la fecondazione in vitro mette in discussione la sopravvivenza di tanti embrioni. 

E non dobbiamo dimenticare che i rischi non sono poi così pochi. La fecondazione in vitro può determinare problemi per la mamma: è uscito nel 2001 un bel libro di una giornalista Francese di "France 2" intitolato "Un bambino ma non ad ogni costo", dove racconta le sue vicissitudini in questo campo.

Inoltre, è appena uscito un altro libro dello psichiatra francese Benoist Bayle "L'embrione sul lettino. Psicopatologia della riproduzione umana", dove spiega i rischi psichiatrici di queste pratiche.

Ma basta leggere la letteratura scientifica. E’ sorprendente come venga bellamente ignorata. La fecondazione in vitro è a rischio di dare plurigemellarità e prematurità. E questi sono rischi per la salute del bambino che nasce. Altri lavori, poi, pubblicati nel 2002 mostrano come questi rischi esistano anche se viene impiantato un singolo embrione.


Che dire in conclusione? 

Dottor Bellieni: Che esistono dei paradossi. Tanto che all’estero le cose vanno diversamente. In Francia esiste una specie di "Garante per l’Infanzia" eletto dal parlamento: madame Claire Brisset, una famosa giornalista. 

Costei, proprio nell’interesse dei bambini così concepiti ha chiesto la moratoria per la tecnica di fecondazione detta ICSI, quella in cui viene introdotto nell’ovulo tutto lo spermatozoo con un minuscolo ago.


Ci può dire a quali paradossi si riferisce? 

Dottor Bellieni: In primo luogo, il fatto che tutti ricordiamo le proibizioni di mangiare carne bovina per paura di encefalite spongiforme. E quanti sono stati i casi di persone colpite? Tuttavia le autorità sanitarie hanno giustamente adottato dei criteri di precauzione. 

Per quanto riguarda queste pratiche fecondative, noi sappiamo quali sono i rischi sulla salute di chi viene concepito e della donna. E’ giusto correrli? E’ giusto farli correre ai propri figli? O è più giusto un atteggiamento di prudenza?

Inoltre vorrei davvero che si dicesse basta con un atteggiamento antiscientifico, che considera la vita prenatale una vita di serie B. E il paradosso è che invece viene accusata la Chiesa di ritardare il progresso. Semmai la Chiesa ha una atteggiamento di tutela della salute. 

Vorrei ricordare che la fecondazione in vitro fu inventata da un prete: l’abate Lazzaro Spallanzani, 300 anni fa. Univa il seme con l’ovulo di rana “in vitro” e otteneva i girini. Usava lo sperma di cane per fecondare artificialmente la cagnolina. Fu un precursore. Fu uno scienziato. Sapeva cosa si può fare all’animale e cosa invece si può fare all’uomo.

venerdì 2 maggio 2014

La lettera di un malato contro l'eutanasia che Napolitano e Renzi hanno ignorato di Lorenzo Moscon, 02-05-2014, http://www.lanuovabq.it

Pubblichiamo la lettera che un giovane - Lorenzo Moscon, malato di triplegia spastica, che lo costringe su una sedia a rotelle - ha inviato lo scorso 24 aprile al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e al presidente del Consiglio Matteo Renzi. E' una reazione all'intervento pubblico a favore dell'eutanasia fatto da Napolitano dopo aver ricevuto la lettera di un malato. Questa lettera, che svela l'inganno dell'eutanasia e il vero bisogno che i malati hanno, però non ha ricevuto alcuna risposta, né privata né pubblica. Chissà perché, è una reazione che non ci sorprende... Illustrissimi Signori Presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano Presidente del Consiglio dei Ministri Matteo Renzi Sono Lorenzo Moscon, ho 20 anni e desidero scrivervi in merito a un tema d'attualità che ritengo fondamentale e di cui già da alcuni anni si sta occupando il Parlamento, ovvero l'Eutanasia. Mi sono deciso a scrivervi a seguito delle parole del Presidente della Repubblica che ha dichiarato: «Indispensabile che il Parlamento si occupi dell'eutanasia». Mi sento molto chiamato in causa da un argomento di bioetica così importante e decisivo in ragione della mia esperienza personale: sono affetto da triplegia spastica che mi costringe fin dalla nascita su una sedia a rotelle e ho subìto sei interventi chirurgici, dai quali ho ricavato un'esperienza che mi permette di testimoniare quale sia lo stato fisico ed emotivo di un paziente che si trovi costretto in un letto di ospedale. Posso assicurare grazie a tale esperienza che nella condizione di malattia ho sempre avvertito il bisogno manifesto e oggettivo di essere voluto bene ed amato. La sofferenza, che è uno stato psicologico in questo caso determinata da un dolore fisico, può essere eliminata, anziché intraprendendo un sentiero definitivo come quello dell'eutanasia, mediante una relazione interpersonale che rammenti al malato il valore incommensurabile della propria dignità; dignità che può essere dimostrata grazie alla capacità universale dell'uomo per esempio: di amare, di apprezzare le arti, (ad es. letteratura, pittura, scultura, musica), di ragionare, di dialogare, interrogarsi sul senso delle cose, sulla loro origine, il loro scopo, il loro modo di essere, a prescindere dalla loro utilità. La sofferenza fisica e quella spirituale possono essere lenite dalla vista di una persona cara e grazie alla costanza di un rapporto affettivo interpersonale disinteressato, come ho avuto modo di sperimentare in modo costante. Ogni uomo ha un'inclinazione costitutiva all'autoconservazione: infatti l'uomo è un essere vivente e in quanto essere vivente è costituzionalmente orientato alla vita: un essere vivente orientato alla non vita è in contraddizione con la sua caratteristica costitutiva rappresentata dal fatto che, come dice il nome stesso, è vivente. Pertanto suicidio ed eutanasia sono malvagi perché contraddicono direttamente uno dei fini-beni dell'uomo. Pur nel condizionamento innegabile della sofferenza e della malattia, si può voler vivere per riconciliarsi con una persona, per assolvere a degli obblighi morali, per fare testamento. Sperimento quotidianamente che, in ragione della mia patologia, senza l'aiuto di qualcun altro non mi sarebbe possibile neanche scendere dal letto. Di conseguenza, se mancasse questo aiuto io mi troverei in una condizione analoga a quella di un paziente in stato non responsivo transitorio, nonostante io sia in grado di intendere e di volere. Questa condizione di dipendenza giunge a tal punto che se qualcuno volesse potrebbe prevaricare sul mio corpo nonostante il mio dissenso. Ma la dipendenza è costitutiva per qualsiasi essere umano perché (come ha sottolineato a più riprese la filosofia dell’intersoggettività), ognuno di noi ha strutturalmente bisogno, come minimo, del riconoscimento altrui: ha bisogno dell’apprezzamento dell’altro. E la dipendenza è una condizione oggettiva che prima o poi l'uomo si vede costretto ad affrontare a causa dell'oggettiva deteriorabilità del proprio corpo. L'eutanasia è il tentativo di occultare o di eliminare questo dato incontrovertibile che è la condizione di dipendenza e di finitezza della vita biologica dell'uomo. Desidererei sottoporre alla vostra cortese attenzione alcune disposizioni giuridiche. La Raccomandazione n. 1418 del 1999 del Consiglio d'Europa incoraggia gli Stati membri a rispettare e proteggere in ogni modo la dignità dei malati terminali o delle persone morenti accogliendo il divieto di sopprimere malati terminali o persone che stanno per morire. Altresì i parlamentari hanno rammentato anche la Risoluzione n. 1859 del 2012 del Parlamento europeo in cui si esplicita che «l'eutanasia , intesa come uccisione intenzionale per atto positivo o per omissione di un essere umano che dipende da altri e perpetrata a motivo di un suo presunto beneficio, deve essere sempre proibita». Facendo eco a questa iniziativa politica anche trentotto medici pediatri belgi hanno pubblicato una lettera-appello su La Libre Belgique con il titolo Fine-vita dei bambini: una legge inutile e precipitosa. In essa si fa presente che questa legge non risponde ad alcuna reale esigenza e che la maggior parte delle équipe mediche che hanno in cura bambini in fase terminale, a domicilio o in ospedale, devono ammettere che non si sono mai trovati nella loro pratica davanti a una domanda di eutanasia spontanea e volontaria espressa da un minore. Allo stato attuale della medicina continuano i pediatri - i mezzi per attenuare il dolore sono largamente disponibili nel nostro Paese, più che in altri Paesi. È evidente che oggi nessun paziente, e dunque bambino, debba soffrire e a ciò provvedono appunto le cosiddette cure palliative. Laddove si pone come unico criterio quello della qualità della vita e non quello dell'intrinseca preziosità della persona umana allora, per logica, il criterio dell'età dei soggetti da uccidere diventa meramente accessorio. Quasi nessuno ha condiviso o ripreso o anche solo citato la lettera aperta firmata da 161 medici e pediatri belgi che si chiedono come può il Parlamento approvare «l'eutanasia per i bambini». I medici, come gli animalisti per la giraffa Marius, hanno ricordato che ci sono «altri mezzi per alleviare il dolore. Nessun bambino ha bisogno di soffrire oggi perché siamo perfettamente capaci di controllare il dolore con le cure palliative sia in ospedale che a casa». Inoltre, «non esiste un modo oggettivo per determinare se un bambino sia capace di discernere» le conseguenze dell’eutanasia, e quindi di richiederla in piena coscienza non è un problema religioso. L'eutanasia, prima ancora che una questione di credo personale, è un «problema di natura filosofica», ha spiegato Léonard, «minaccia nel lungo termine la società riguardo ai temi della vita, della morte e della libertà umana». Assistiamo a tentativi di uccidere la solidarietà, banalizzare e rendere vano qualsiasi fenomeno di aiuto tra chi è forte e sano verso chi è debole. Siamo esseri in relazione, che necessitano solidarietà. Ci sono altresì articoli dell'ordinamento giuridico italiano: l'art. 2 della Costituzione il quale stabilisce che vi sono diritti inalienabili della persona che la Repubblica riconosce e garantisce, tra cui ovviamente e prima degli altri il diritto alla vita. Oppure l'art. 579 del Codice Penale che sanziona l'omicidio del consenziente e l'art. 580 che punisce invece l'aiuto al suicidio, sanzionando così l'eutanasia. Oppure l'art. 5 del Codice Civile che vieta gli atti di disposizione permanente del proprio corpo: se è vietato disporre di parti del corpo a maggior ragione lo è disporre della vita. Per le cure palliative cfr. legge n. 38\2010. Si sente spesso parlare di eutanasia come atto di libertà, intesa come assoluta auto-determinazione dell'agire umano e totale sovranità dell'uomo su se stesso, ma a ben vedere, questo atto è in contraddizione lampante con il concetto stesso di libertà: infatti la libertà di vivere è presupposto fondamentale che permette di esercitare ogni altra forma di libertà e l’eutanasia la distrugge. Io Lorenzo, non posso fare a meno di fidami di Lei, la mia libertà mi porta a fidarmi di Lei Presidente, per questo mi sono permesso di sottoporre alla Sua attenzione ciò che a me realmente sta a cuore e in cui io credo fermamente. La ringrazio sin d'ora. Distinti saluti. Lorenzo Moscon

giovedì 24 aprile 2014

STATI UNITI/ La sentenza della Corte dell'Alabama: il nascituro ha "inalienabile diritto alla vita", 24 aprile 2014, http://www.ilsussidiario.net/

Foto InfoPhotoUna sentenza quella pronunciata dalla Corte suprema dello Stato dell'Alabama, che non nasce da un caso relativo ad aborto, ma ha allo stesso modo uguale importanza nella difesa della vita.  A scriverla in gran parte il giudice Tom Parker, relativamente a un caso che ha visto un neonato nascere già cocainomane, per l'uso che ne faceva la madre. In sostanza, il giudice ha sottolineato come i bambini nel grembo materno dovrebbero avere lo stesso status giuridico degli altri bambini confermando così la prima condanna di Sarah Janie Hicks per "la messa in pericolo chimico del suo bambino". Il  bimbo era infatti  nato positivo al test della cocaina. La sentenza dunque riconosce che la parola "bambino" comprende anche lo status di nascituro, cioè ancora nel grembo materno.  "E ' impossibile per un bambino non ancora nato essere una persona separata e distinta in un particolare momento nel tempo e di non essere una persona separata e distinta nello stesso punto nel tempo" si legge nella sentenza. Questo perché, si legge ancora nella sentenza, "un bambino non ancora nato ha un diritto inalienabile alla vita dalle sue prime fasi di sviluppo". Ha diritto cioè non solo a una vita libera dagli effetti nocivi delle sostanze chimiche in tutte le fasi di sviluppo, ma anche diritto alla vita stessa in tutte le fasi di sviluppo. Trattare un nascituro come persona separata e distinta in soli selezionati aspetti sfida la logica e il nostro più profondo senso morale, ha concluso. I commentatori pro life hanno notato come questa sentenza ribadisce il diritto dei nascituri alla vita dopo decenni di sentenze e richieste giuridiche distorte e irrazionali, che hanno negato il concetto che ogni essere umano ha diritto a vivere. 
© Riproduzione Riservata.

lunedì 21 aprile 2014

Mondo sottosopra. In due giorni la Francia definisce gli animali «esseri viventi» e «cosifica» i bambini, 17 aprile 2014 di Leone Grotti, www.tempi.it

Gli animali non sono più cose, «beni mobili», ma «esseri viventi dotati di sensibilità». I bambini invece vengono «cosificati» grazie alla inedita trasformazione dell’aborto in un «diritto a tutti gli effetti». Il paradosso dell’animale che lentamente assume più valore dell’uomo si sta verificando in Francia, portavoce di un movimento culturale che ha investito ormai tutta l’Europa.

CODICE CIVILE AGGIORNATO. Ieri Parigi ha modificato il codice civile, che definiva gli animali ancora come dei «beni mobili». La definizione è stata giustamente cambiata in «esseri viventi dotati di sensibilità», come «implicitamente o esplicitamente già riconoscono il codice rurale e quello penale». In Italia la notizia è stata recepita come una grande svolta animalista della Francia, ma in realtà «non avrà nessuna conseguenza giuridica. Non si tratta di una rivoluzione, è una cosa normale», spiega un deputato del partito socialista.

ANIMALI ESSERI VIVENTI. L’emendamento approvato dall’Assemblea nazionale denota al massimo una rinnovata attenzione nei confronti degli animali e del «valore affettivo» che gli uomini attribuiscono loro, portando una maggiore attenzione sui loro «diritti»: sono «esseri viventi», appunto, e non «cose». Niente di strano, quindi.

«ABORTO DIRITTO ASSOLUTO». Se l’emendamento stride tanto a qualche orecchio è per quello che invece sta succedendo oggi nella Rèpublique. Il Senato francese ha cominciato a dibattere un progetto di legge, già approvato in prima lettura e la cui approvazione finale appare scontata, che modifica radicalmente lo status dell’aborto.
Se fino ad oggi, la legge consentiva l’aborto di un bambino «a tutte le donne incinte che si trovano in una situazione di sofferenza a causa del loro stato», evidenziando così un conflitto di interessi tra il bambino che ha diritto a nascere e la donna che ha diritto a non soffrire, con la nuova legge l’aborto sarà permesso «a tutte le donne incinte che non vogliono una gravidanza».

«BAMBINI COSIFICATI». Il conflitto di interessi scompare, i diritti del bambino vengono cancellati: conta solo la volontà della mamma, perché «l’interruzione di gravidanza è un diritto a tutti gli effetti e non qualcosa che si tollera a certe condizioni». Come scrive la Fondation Jerome Lejeune, la Francia sceglie di «cosificare il bambino che deve nascere» addirittura punendo fino a due anni di prigione e 30 mila euro di multa con il nuovo «reato di intralcio all’aborto» chi si permetterà di sottolineare che anche il bambino ha dei diritti.

ESSERI VIVENTI E COSE. Si arriva così, in soli due giorni, a una paradossale conclusione: gli animali non sono cose ma esseri viventi da tutelare, i bambini non sono esseri viventi ma cose di cui disporre.

@LeoneGrotti

martedì 15 aprile 2014

Il Cardinale Caffarra: "È in gioco l'uomo" di Lorenzo Bertocchi, 15-04-2014, www.lanuovabq.it

A volte basta poco per cambiare le cose. All'ospedale S. Orsola di Bologna sono state fondamentali 19 ore, 4 minuti e 19 secondi. Quelli che ha vissuto su questa terra Giacomo, attimi di vita che hanno cambiato le cose.

Ora al S. Orsola si parla di “Percorso Giacomo”, un protocollo che vuole essere messo in pratica dal reparto di neonatologia per prendersi cura di quei bambini speciali che, come Giacomo, nascono e sono condannati a vivere pochi minuti. Il piccolo Giacomo, su cui pendeva una spietata diagnosi di anancefalia, è nato ed è stato accolto tra le braccia di mamma e papà, e dai suoi due fratelli. È stato con loro un tempo che può apparire insignificante e che, invece, è tempo pieno e denso. Questa esperienza ha messo d'accordo tutti al reparto sul fatto che bisognava fare qualcosa per affrontare queste situazioni.

Il ginecologo aveva detto a mamma Natascia, che aveva già affrontato la stessa situazione undici anni fa: “Non faccia la pazzia dell'altra volta.” In prima battuta Natascia aveva anche pensato di mollare, poi con l'appoggio del marito ha deciso di fare come undici anni fa con Michela. In mezzo un dialogo con il Cardinale Caffarra.

In un'intervista rilasciata a Massimo Pandolfi del Resto del Carlino, Natascia ha detto che è andata dal Cardinale per fargli tre domande: 1) il bimbo non ha il cervello. E' vita?; 2) è la seconda volta che capita. Non sarà un disegno del diavolo?; 3) dov'è adesso Michela? E dove andrà Giacomo?

Il Cardinale non si è tirato indietro e non ha preso scorciatoie. E ha dato rispote. La prima: è un bambino vero, e soprattutto è tuo figlio. Seconda: è un dono di Dio, perché il Diavolo non può dare e togliere la vita. Può solo allontanarti dalla verità ed è quello che sta cercando di fare. Terza: Michela è tra le braccia di Dio, ci andrà anche Giacomo.

Ma – dice Natascia – il Cardinale è andato oltre «mi ha preso le mani, me le ha strette forte e mi ha detto: io sarò sempre con te. Vai ogni giorno a San Luca, chiedi alla Madonna di aiutarti a correre come ti viene chiesto, ora non ce la fai perchè sei troppo lacerata. Ma chiedi aiuto! Chiedi, chiedi».

E così si è arrivati fino a quelle 19 ore, 4 minuti e 19 secondi, tutta la vita di Giacomo che su mamma Natascia “hanno inciso di più di 40 anni della mia vita”.

Di fronte alla recente sentenza della Consulta, che di fatto ha cancellato la Legge 40 aprendo il far west dei bambini in provetta, Caffarra non poteva che intervenire. Lo ha fatto con un comunicato dal titolo inequivocabile, “Perchè non posso tacere”.

Per chi conosce l'Arcivescovo di Bologna sa che la sua sofferenza, e anche la sua insofferenza, sono autentiche e ben fondate. Per quanto i detrattori si ostinino, le sue non sono considerazioni di carattere confessionale. Lo aveva già detto l'estate scorso rivolgendosi al sindaco di Bologna: si stanno mettendo in discussione delle evidenze che “a doverle spiegare vien da piangere”.

Nel comunicato pubblicato nell'inserto di Avvenire Bologna 7 Caffarra si riferisce non solo alla sentenza sulla fecondazione eterologa, ma anche a quella del tribunale di Grosseto che ha imposto l'iscrizione all'anagrafe di un matrimonio fra due uomini, e la decisione di un giudice di assolvere una coppia che era ricorsa alla pratica del cosiddetto “utero in affitto” in India per avere un figlio.

"Non è di condotte ciò di cui stiamo discutendo. - ha scritto l'Arcivescovo di Bologna - È la persona umana come tale che è in pericolo, poiché si stanno ridefinendo artificialmente i vissuti umani fondamentali: il rapporto uomo- donna; la maternità e la paternità; la dignità e i diritti del bambino. Sono in questione le relazioni fondamentali che strutturano la persona umana".

Sono temi da lui ben conosciuti, non a caso il Beato Giovanni Paolo II lo volle come primo preside dell'Istituto di studi su matrimonio e famiglia. E il caso di Giacomo dimostra concretamente come il Cardinale si metta in gioco fino in fondo, nel concreto.

"Non mi interessa l'aspetto etico della cosa, e non è di temi etici che parlo - avverte Caffarra. Purtroppo la questione è molto più profonda. E' una questione antropologica".

Il suo è anche il grido di un apostolo: Perchè Dio si è fatto uomo? Perché è morto crocefisso?» si chiede l’arcivescovo. «Non c’è che una risposta: perché ha amato perdutamente l’uomo». Dunque «ogni volta che ferisci l’uomo, che lo depredi della sua umanità, tu ferisci il Dio-uomo. Ecco perché non ho potuto tacere. Perché non sia resa vana la Croce di Cristo».

lunedì 31 marzo 2014

Napolitano invita a riflettere sul fine-vita. Eccoci qui!, 28 marzo 2014, www.uccronline

Il presidente Napolitano ha sollecitato un «sereno e approfondito confronto di idee» sulle scelte di fine vita. Benissimo, raccogliamo questa sollecitazione e sottoponiamo alcune riflessioni.

Il sereno confronto di idee si potrebbe iniziare ricordando che le principali associazioni mediche internazionali sono contrarie all’eutanasia e al suicidio assistito, compreso il Comitato consultivo di etica della Francia, il cui ex presidente Didier Sicard ha criticato i quotidiani e «una lobby che passa il suo tempo a ricordare agli esseri umani che hanno diritti sul loro corpo, compreso il diritto di chiedere di morire, considerato alla stregua del diritto alla casa o a essere curati. Ma la morte, che pure attiene all’ordine di ciò che è più personale, non può essere un diritto. Il vero diritto è quello di essere curati, di non soffrire». In particolare, l’American Medical Association ritiene che il «suicidio assistito è fondamentalmente incompatibile con il ruolo del medico come guaritore, sarebbe difficile o impossibile da controllare e porrebbe seri rischi sociali».

Il dibattito potrebbe proseguire sottolineando che tale timore è confermato dagli studi più recenti. Il Journal of Medical Ethics ha infatti confermato che in Belgio, il primo e uno tra i pochi Paesi dove l’eutanasia è legalizzata, «un numero consistente di decessi», si legge, «non sono preceduti da una discussione con il paziente, nonostante la legislazione vigente lo richieda». In particolare, nell’81% dei casi i medici sospendo idratazione e alimentazione senza chiedere il permesso ai pazienti stessi.

Certamente è utile dibattere guardando a quanto accade laddove l’eutanasia è legale. Oltre al Belgio anche l’Olanda, dove proprio recentemente perfino il “padre dell’eutanasia”, cioè il dottor Boudewijn Chabot -che nel 1994 per primo fornì in Olanda un farmaco letale per il suicidio assistito a una sua paziente con problemi mentali- è arrivato ad affermare che «la legge sull’eutanasia in Olanda sta deragliando», dicendo di non sentirsi più a suo agio in questo Paese, che recentemente ha aperto l’eutanasia anche ai bambini malati, oltre a chi soffre di depressione o solitudine e -secondo recenti indicazioni- anche chi soffre di «disturbi della vista, dell’udito e della mobilità, cadute, confinamento a letto, affaticamento, stanchezza e perdita di fitness». D’altra parte in un’intervista al quotidiano olandese NRC Handelsblad lo psichiatra Gerty Casteelen ha giustificato così l’eutanasia di un uomo anziano: «E’ riuscito a convincermi che era impossibile per lui andare avanti. Era solo al mondo, non aveva mai avuto un partner. Ha avuto famiglia, ma lui non era in contatto con loro». Questo è bastato per accettare di ucciderlo.

E’ stato ricordato sul “The daily beast”, la legge olandese è entrata in vigore nel 2002 soltanto per chi viveva «sofferenze insopportabili e senza speranza», eppure il piano inclinato è stato travolgente, travolgendo anche coloro che non erano d’accordo e non avrebbero voluto avere a che fare con l’eutanasia. Sia in Belgio che in Olanda, dunque, viene confermato il timore di mons. Elio Sgreccia: «Quando si apre una porta, anche poco, si accetta l’idea che si spalanchi sempre di più», ha affermato. «È un’illusione pensare di poter limitare l’eutanasia o il suicidio assistito entro confini rigidi, controllando la pratica».

Dovremmo confrontarci anche con i timori delle associazioni di disabili, come la “Disability Rights Education and Defense Fund”: «Il suicidio assistito è una politica pericolosa», ha affermato, «in particolare per quelli di noi che vivono con disabilità e malattie serie. Prevediamo conseguenze sociali molto pericolose», come ad esempio «pressioni o coercizione da parte di familiari o altre persone» nei loro confronti. Marco Maltoni – medico palliativista e direttore dell’Unità cure palliative di Forlì- ha proprio spiegato che «in situazioni di inguaribilità la perdita di un significato della propria vita e la solitudine condizionano la più lucida autodeterminazione. In una “cultura dello scarto” c’è il rischio che emerga l’”obbligo volontario” a farsi da parte».

Ben Mattlin, giornalista affetto da una grave malattia neuromuscolare congenita, esprimendo il suo parere contrario all’introduzione del suicidio assistito in Massachusetts, ha scritto: «Sono un liberal, quindi dovrei sostenere il suicidio assistito, ma come paziente disabile non posso. Ho vissuto vicino alla morte da così tanto tempo che so bene quanto sia sottile la linea di confine tra la libera scelta e la coercizione, come sia facile che qualcuno, anche inavvertitamente, ti faccia sentire senza valore e senza speranza, così da esercitare una pressione, leggera ma decisa, perché tu sia “ragionevole”, per “sgravare gli altri dal peso”, per “lasciar perdere”». Parla di «un certo sguardo esausto negli occhi di un tuo caro, o il modo in cui infermieri o amici sospirano in tua presenza. Tutto questo può causare una pericolosa nuvola di depressione anche nel più ottimista, situazione che i medici potrebbero male interpretare poiché per loro risulta perfettamente logica. E per certi versi è razionale, data la scarsità di alternative. Se nessuno ti vuole alla festa perché dovresti restare? Chi sceglie il suicidio non lo fa in un ambiente neutrale. Siamo inesorabilmente condizionati dall’ambiente che ci circonda».

Queste sono solo alcune delle riflessioni che occorre fare, caro presidente Napolitano, ma dubitiamo che possano farle piacere ricordando come si è comportato con Eluana Englaro. Il dialogo dovrebbe comunque essere ispirato da una cultura che promuova la vita e che non consideri le persone malate come merce scaduta. Non vanno abbandonate alla solitudine o ad una sofferenza insopportabile, su di loro bisognerà investire tutte le risorse possibili perché non debbano uccidersi per disperazione.

La redazione

lunedì 24 marzo 2014

Evidenza di consapevolezza negli stati vegetativi, Calendar 23 marzo 2014, http://www.uccronline.it/


Un paziente in stato vegetativo, incapace cioè di muoversi e parlare, ha mostrato segni evidenti di “consapevolezza” mai rilevati prima. Il sorprendente risultato è stato raggiunto da un gruppo di scienziati del Medical Research Council Cognition and Brain Sciences Unit (MRC CBSU), guidati dal dottor Srivas Chennu dell’Università di Cambridge.

Stanza d'ospedaleLa ricerca – pubblicata il 31 ottobre scorso sulla rivista NeuroImage: Clinical, Vol. 3, 2013, pag. 450-461 – aveva lo scopo di indagare la capacità attentiva di pazienti diagnosticati “vegetativi” o “di coscienza minima” nei riguardi di determinati stimoli uditivi (parole-target), inseriti casualmente in una serie di distrattori (parole irrilevanti).

Sono state analizzate le “risposte” elettroencefalografiche di 21 pazienti cerebrolesi, 9 con diagnosi di stato vegetativo e 12 con diagnosi di coscienza minima. Solo uno dei 21 pazienti è stato in grado di filtrare le informazioni rilevanti da quelle irrilevanti. Inoltre, alla risonanza magnetica funzionale (fMRI, Functional Magnetic Resonance Imaging) lo stesso paziente – “comportamentalmente vegetativo” – mostrava una “consapevolezza” volitiva nell’eseguire semplici comandi di immaginazione motoria nel gioco del tennis. Gli scienziati hanno anche scoperto che, nonostante la mancanza di discriminazione degli stimoli-target, altri tre pazienti in stato di coscienza minima reagivano a parole nuove, seppur irrilevanti.

“Non solo abbiamo trovato il paziente che ha avuto la capacità di prestare attenzione – ha dichiarato Chennu – ma abbiamo ottenuto prove indipendenti per lo sviluppo di una tecnologia del futuro che possa aiutare i pazienti in stato vegetativo a comunicare con il mondo esterno.” Nonostante il contributo notevole e straordinario della ricerca di Chennu & coll., il livello di consapevolezza reale nei pazienti con danni cerebrali gravi rimane un campo di indagine complesso e difficilissimo, oltre che palesemente tragico per la vita – e la qualità di vita – di questi malati. Senza alcuna ambizione di valutare o discutere lo sforzo assolutamente titanico della ricerca diagnostica nei disturbi cronici di coscienza, la rilevanza – anche etica – di questo genere di studi invita comunque ad alcune considerazioni di fondo, in parte ignorate nel dibattito pubblico.

Praticamente sconosciuto fino a qualche tempo fa in quanto prodotto della rianimazione e della terapia intensiva, lo stato vegetativo (Vegetative State, VS) è una condizione clinica di veglia senza alcun segno apparente di consapevolezza di sé o dell’ambiente circostante. Benché gli occhi siano aperti nella veglia e chiusi nel sonno, il respiro spontaneo e la funzione autonomica preservata, nessun tipo di espressione o comprensione linguistica, nessuna risposta volontaria o intenzionale, riproducibile e continua viene data a stimoli uditivi, visivi, tattili o dolorosi. Diversamente, lo stato di coscienza minima (Minimally Conscious State, MCS) riguarda quei pazienti che scarsamente reattivi agli stimoli e con danno neuronale globale mostrano segni distinguibili di consapevolezza, seppur intermittenti e limitati.

La diagnosi di VS e MCS è effettuata solo dopo un’attenta valutazione del livello di consapevolezza del paziente; tale valutazione è necessariamente inferenziale data l’oggettiva impossibilità di valutare in modo diretto la coscienza di una persona. I limiti di tali stime sono noti e frequentemente sottolineati dal mondo scientifico. Si calcola ad esempio che il 40 per cento circa delle diagnosi di stato vegetativo sia inattendibile. Inoltre, “anche in una corretta diagnosi differenziale tra VS e MCS, sembra plausibile ipotizzare che vi siano persone in grado di ‘fare qualcosa’ e altre che non lo sono”: John Whyte, primo ricercatore presso il Neuro-Cognitive Rehabilitation Research Network, e il suo team hanno infatti dimostrato la grande individualità che caratterizza ciascun paziente, anche nelle risposte farmacologiche. La ricerca di Chennu & coll., pocanzi illustrata, ne è peraltro un’autorevole conferma.

Vi è poi la questione cruciale della prognosi, ovvero della possibilità di recupero di consapevolezza da parte del paziente. L’impegno per le risorse logistiche, del personale (assistenza riabilitativa, paramedica, e medica) e dei costi necessari per la gestione di questi pazienti è imponente. Se si considera che la mortalità è dell’ordine del 3-50% a seconda dell’eziologia e il recupero di coscienza è del 50-60% nei primi 3-4 mesi per diventare sempre più raro con il passare del tempo, la necessità di una prognosi precoce è pertanto obbligatoria sia per gli approcci terapeutici necessari che per la qualità di vita del paziente e dei famigliari. Tuttavia, ancora nessun modello prognostico risulta idoneo ad una corrispondente generalizzazione.

In tutto questo i metodi del brain imaging sembrano rappresentare una delle soluzioni più promettenti e dunque praticate nella valutazione del grado di consapevolezza VS e MCS. Secondo l’ipotesi che l’attività cerebrale sia direttamente legata alle variazioni di parametri fisiologici come ad esempio il flusso sanguigno, la tecnologia del neuroimaging permetterebbe di “visualizzare” il cervello in vivo sia strutturalmente (anatomia) che funzionalmente (fisiologia). E, nel nostro caso, di individuare quelle attività cognitive altrimenti latenti nei test VS e MCS tradizionali.

Nonostante ciò e nonostante il successo letteralmente esplosivo (e per alcuni sospetto, si veda V. Biasi, ECPS Journal – 1/2010) nel campo delle neuroscienze, le tecniche del brain imaging sollevano rischi e criticità epistemologici tutt’altro che secondari. Problematiche come il “riduzionismo materialistico” (l’imaging è un’inferenza e non il cervello, né tantomeno la coscienza; cfr., Legrenzi & Umiltà, Neuro-mania, Il cervello non spiega chi siamo) o la “deviazione frenologica” dell’organizzazione cerebrale (l’errata correlazione area cerebrale/funzione conduce ad identificare locus lesionato a deficit funzionale; cfr., Kosslyn, If Neuroimaging is the Answer, what is the Question?) costituiscono costanti esempi di semplificazioni o sottovalutazioni della varietà e complessità della vita psichica. Scrive infatti Biasi: “Gli studi correlazionali ci possono dire, per fare un esempio, che alcuni neuroni si attivano in corrispondenza di un comportamento, come un semplice gesto o l’azione più complessa del risolvere un problema matematico, ma non abbiamo facoltà di concludere che quel neurone produce in modo deterministico la soluzione.”

A questo punto, i rilievi svolti sinora circa lo stato della ricerca nei pazienti “vegetativi” o di “coscienza minima” provocano domande e perplessità consistenti.  Ad esempio, su quale base alcuni Paesi possono revocare la nutrizione artificiale a persone in VS anche senza una direttiva anticipata di trattamento, o testamento biologico? sulla base del neuroimaging? sulla diagnosi? sulla prognosi, o sul livello di coscienza “misurato” al capezzale del malato? Come mai diversi studi raccomandano la cautela nell’utilizzo clinico di PET (Positron Emission Tomography/Tomografia a emissione di positroni) o fMRI – in quanto meri strumenti di ricerca – mentre la gran parte dei pazienti irreversibilmente vegetativi viene a tutt’oggi classificata (anche da PET o fMRI) priva di coscienza, e per questo incapace di provare dolore o sofferenza, piacere e desiderio? Se sono giustamente considerate “strumentali” le risposte corticali a stimoli verbali nei pazienti con gravi disturbi di coscienza, perché non dovrebbero esserlo anche nella prognosi di irreversibilità dello stato vegetativo? Per di più, è plausibile la standardizzazione di test e scale di misura data l’evidente individualità delle risposte corticali e non? È così azzardata l’idea che, benché consapevoli, i pazienti VS non sono in grado di comprendere o rispondere (come nei casi di afasia o di depressione catatonica, o di diffuse lesioni dopaminergiche) a test, forse inadeguati?

Nell’incertissimo – e a questo punto trasversale - ex informata conscientia, qualsiasi ricorso prudenziale e di tutela delle persone in stato vegetativo dovrebbe costituire uno dei più praticati ed immutabili doveri etici fondamentali.

Valentina Fanton

martedì 18 marzo 2014

Altro che "pre-embrione"... è un bambino!

L'utilizzo ideologico delle parole serve a far accettare la contraccezione che porta all'interruzione di gravidanza, www.zenit.org/it

Roma, 16 Marzo 2014 (Zenit.org) Elisabetta Bolzan | 183 hits

In un articolo precedente, analizzando la questione della contraccezione d’emergenza, emerse chiaramente come la questione terminologica riguardante la definizione di gravidanza oscurasse l’evidenza scientifica per la quale non esiste alcuna cesura tra momento della fecondazione e momento d’inizio della gravidanza come evento che determina la nascita e lo sviluppo di una vita umana.

Qui vedremo come questa visione si propaga ai danni del secondo dei due soggetti in questione: l’embrione. Ci si chiede quale sia il significato della realtà embrionale nei suoi primi giorni di esistenza. Secondo la visione sopra ricordata, se per la donna la gravidanza ha inizio solo in relazione all’annidamento e non prima, anche l’embrione sarà considerato tale, ed eticamente e giuridicamente rilevante, solo a seguito di questo evento.

Ogni operazione posta in essere nei suoi confronti nella fase che precede l’impianto verrà considerata come un intervento neutro. Così a seconda dell’azione che di volta in volta esercitano la madre, il medico o il ricercatore, l’ovocita fecondato potrà raggiungere la qualifica di embrione – e perciò di figlio – di feto abortito – diventando un corpo inanimato – di cumulo cellulare idoneo alla sperimentazione o al prelievo di tessuti – come deposito di cellule staminali o di altro tipo.

A questa manipolazione ideologica corrispondono diverse definizioni: si parla di pre-embrione, di ovulo fecondato, di embrione preimpianto. Come ricorda Justo Aznar, direttore dell’Instituto de Ciencias de la Vida dell’Università Cattolica di Valencia, in Spagna, il termine pre-embrione comparve nel 1984 per la prima volta nel Rapporto Warnock, che dichiarò la possibilità di intervenire nella vita dell’embrione dal momento del concepimento fino al quattordicesimo giorno successivo, parlando genericamente di “manipolazione dell’embrione”.

Nel rapporto stesso, tuttavia, la Commissione che lo stilò ammise anche che la vita dell’essere umano comincia propriamente con la fecondazione. Il termine pre-embrione venne quindi introdotto non a seguito di considerazioni strettamente scientifiche ma volendo creare un fraintendimento finalizzato unicamente a oscurare la dignità umana che appartiene all’embrione medesimo[1]. Si è voluta giustificare questa comprensione sostenendo che prima di questo istante lo zigote non dà alcun segnale di sé, del proprio essere autonomo o dell’esserci in relazione alla madre.

Alcuni[2] asseriscono che non si possa parlare di essere individuo prima del quattordicesimo giorno dal concepimento perché è solo da quel momento che l’embrione raggiunge la conformazione cellulare differenziata di ectoderma, mesoderma ed endoderma – da cui avranno origine tutti gli organi e i tessuti – e «compare nell’ectoderma primitivo una zona più inspessita detta stria primitiva»[3], che – sempre secondo tale visione – sarebbe il primo indicatore della presenza di un essere capace di differenziazione e di autonomia. Indubbiamente questa è una fase importante a partire dalla quale l’embrione, inserito com’è nella mucosa della parete endometriale e avendo stabilito i legami coi vasi sanguigni materni per trarne nutrimento e ossigeno e per trasferirvi le scorie da eliminare, organizza momento per momento la crescita di ogni sua parte, di modo che ad ogni istante corrisponda un preciso stadio dell’intero processo di sviluppo: il percorso dell’embrione infatti è strutturato in maniera tale da rispondere a una cadenza di sviluppo ordinata e improrogabile per ciascuna delle parti del corpo che lo compongono[4].

Ma proprio questo indica che non c’è soluzione di continuità tra concepimento, annidamento, comparsa della stria primitiva ed evoluzione progressiva dell’essere umano fino all’evento della nascita. Così si esprime Dignitas Personae: «Il corpo embrionale si sviluppa progressivamente secondo un “programma” ben definito e con un proprio fine che si manifesta con la nascita di ogni bambino»[5]. Così come un bambino non nasce tale se non perché così si è formato nel seno materno per nove mesi, allo stesso modo non si dà la possibilità che uno zigote giunga a penetrare l’endometrio se gli si impedisce di giungervi dopo che si è costituito. Ugualmente, se quando affonda nella mucosa intrauterina si stabilisce il primo contatto fisico, non si può altrettanto correttamente affermare che questo sia il primo segno del legame tra madre e figlio, come visto relativamente al cross talk.

È stato inoltre affermato, in un articolo del 1998, che «la fecondazione è condizione necessaria ma insufficiente per la gravidanza»[6]. Pur essendo vero che una percentuale molto alta di ovuli fecondati non giunge a impiantarsi[7]; è altrettanto vero però che questo essere necessario ma di per sé ancora insufficiente alla nascita di un bambino può a ragione venir detto per ogni successiva fase di crescita dell’embrione, che tuttavia non potrà darsi se non dopo questa prima tra tutte: l’istante del concepimento.

Purtroppo però la tenzone non si gioca tanto sul piano scientifico, quanto piuttosto su quello ideologico: l’evidenza scientifica non basta a chiudere l’argomento. Nell’articolo sopra citato di Aznar, apparso ultimamente in Medicina e Morale, vengono riportati i dati relativi all’utilizzo della parola “pre-embrione” (e quindi del concetto che essa sottende) negli anni che vanno dal 1991 al 2008 da parte delle riviste mediche: si rileva come la sua frequenza sia molto bassa e praticamente nulla tra le testate più autorevoli.

Osserva l’Autore: «For most experts the pre-embryo, biologically speaking, does not exist, so the term that identifies it as such is becoming less frequently used in scientific literature»[8]. L’intervento così chiosa: «the above data support the finding that the term “pre-embryo” is practically outside the current scientific context, and that its use, in most case, has a more ideological than scientific connotation, all with the aim of depriving the embryo of its ontological status of living human being, to thus be able to manipulate it without greater ethical responsibility»[9].

Ci si chiede infatti se un tale nominalismo può davvero sottendere una onesta comprensione della realtà o piuttosto se non si cerchi nelle parole una copertura a interessi non altrimenti giustificabili: la mentalità che porta a negare la realtà dell’embrione umano nei suoi primi quattordici giorni di esistenza insinua la presunzione di poterlo manipolare arbitrariamente come mero cumulo di cellule, quando la verità è che si sta ponendo mano al destino di un essere umano, impedendogli di crescere e venire alla luce.

Nella Storia dell’Umanità la pratica dell’aborto procurato risale ai tempi più antichi, tanto che perfino il Giuramento di Ippocrate, risalente al V secolo a.C., ne parla esplicitamente quando afferma: «A nessuna donna io darò un medicinale abortivo»[10]. L’onestà intellettuale e scientifica di queste parole così antiche fa trapelare la giusta considerazione che dell’aborto si aveva quale grave offesa alla vita innocente del concepito, nonostante molte conoscenze sulla biologia della riproduzione umana siano state raggiunte solo molto più tardi, a partire dalla seconda metà del XX secolo.

Oggi, a fronte del fatto che è possibile giungere a vedere l’istante stesso della fecondazione e interpretare molti fenomeni che regolano questo evento, avendo messo mano all’albero della conoscenza del bene e del male (cfr. Gen 3, 4-7), appare la superbia dell’uomo nel voler decidere da sé ciò che è buono e ciò che non lo è, costruendo un linguaggio nuovo e strumentale all’aggressione delle radici della vita, illudendosi che questo arrivi anche a modificare il fatto che esse obbediscono immancabilmente al loro Creatore.

***

NOTE

[1] Cfr. J. Aznar, Scientific use of the term “pre-embryo”, in Medicina e Morale 61 (2011), 485-489.

[2] C. Grobstein, Science and the Unborn: Choosing Human Futures, citato in M. P. faggioni, Aspetti etici della contraccezione d’emergenza, 135.

[3] M. P. Faggioni, La vita nelle nostre mani. Manuale di bioetica teologica, Edizioni Camilliane, Torino 20092, 255.

[4] Cfr. B. Mozzanega, Da vita a vita. Viaggio alla scoperta della riproduzione umana, 53.

[5] Congregazione per la Dottrina della Fede, Dignitas Personae, 4.

[6] J. Guillebaud, Time for emergency contraception with Levonorgestrel alone, citato da J. Wilks, Contraccezione preimpiantatoria e di emergenza, 152.

[7] Il prof. Schinella riporta l’opinione che «oltre il 50% degli embrioni manca l’impianto» (I. Schinella, Nuove forme di intercezione e di contragestazione in Dignitas Personae, 182).

[8] «Per molti esperti il pre-embrione, biologicamente parlando, non esiste, quindi il termine che lo identifica sta cadendo in disuso nella letteratura scientifica» (J. Aznar, Scientific use of the term “pre-embryo”, 486).

[9] «I dati sopra riportati consentono di affermare che il termine “pre-embrione” è in ultima analisi fuori dall’attuale contesto scientifico, e che il suo utilizzo, nella maggior parte dei casi, ha una connotazione più ideologica che scientifica, con lo scopo di privare l’embrione dello stato ontologico di essere umano vivente che gli appartiene, potendolo così manipolare senza ulteriore responsabilità morale» (J. Aznar, Scientific use of the term “pre-embryo”, 489).

[10] Cfr. M. P. Faggioni, La vita nelle nostre mani. Manuale di bioetica teologica, 296.

(16 Marzo 2014) © Innovative Media Inc.

sabato 22 febbraio 2014

Sei donne combattive e quell’idea di aiutare i neonati “terminali” a vivere bene il loro «lampo di vita» febbraio 22, 2014 Benedetta Frigerio, www.tempi.it


neonato incubatrice
«Signora, è necessario l’aborto terapeutico». Sono queste le parole con cui fu accolta dai medici la gravidanza di Concetta Mallitti. Parole che lei rifiutò, anche se sua figlia sarebbe morta alla nascita. Di più: quelle parole spingeranno Concetta addirittura a darsi da fare per portare nell’ospedale in cui partorirà il “comfort care” neonatale, affinché i piccoli “pazienti” senza alcuna speranza di sopravvivenza, come la sua Benedetta, possano essere curati in ogni istante della loro breve vita con tutte le misure necessarie all’alleviamento del dolore.
UNA FIGLIA BENEDETTA. Benedetta nacque il 26 ottobre 2012 e morì il 28. Il 5 luglio scorso sua madre Concetta raccontò a tempi.it il suo durissimo percorso,spiegando che partorire un figlio «significa donargli la dignità di essere umano, con un nome e un’identità, anche se per poche ore, significa battezzarlo e donargli la dignità di cristiano, significa farlo morire nell’amore dei genitori, dei nonni, degli zii e dei familiari, tra le coccole, le cure e le attenzioni di tutti, con un funerale e tutto quello che ogni essere umano dovrebbe ricevere per diritto». Concetta, però, aveva in cuore di poter aiutare altre mamme che aspettano bambini destinati a vivere poco, di fare qualcosa che potesse incoraggiarle a rifiutare come lei la via dell’aborto.
QUELLA CHIAMATA DA NEW YORK. «Dopo la pubblicazione della mia storia – racconta oggi la donna a tempi.it – mi contattò una dottoressa dagli Stati Uniti, Elvira Parravicini». La dottoressa Parravicini è la fondatrice presso il Columbia University Medical Center a New York del primo hospice neonatale in cui si pratica il “confort care”. «Non potevo crederci, faceva quello che sognavo di fare io: e mi disse che mi avrebbe aiutata». Concetta dopo la telefonata tornò all’ospedale in cui aveva partorito, il Villa Betagna di Napoli, per cercare Assia, l’ostetrica che seguendola le aveva fatto nascere quell’idea. «Finché nessuno lo chiede non possiamo cominciare», rispose Assia. E poco dopo Concetta ricevette un’altra telefonata decisiva. Era Imma, la sua migliore amica: «“Mia figlia non vivrà a lungo”, mi disse. La diagnosi era di malformazione cranica con anencefalia, le promisi che Assia l’avrebbe aiutata».
DALL’AFFIANCAMENTO AL BATTESIMO. L’ostetrica, insieme ad altri colleghi, decise di provare a praticare il percorso del “comfort care” neonatale facendosi aiutare da Elvira Parravicini: «Avevamo fatto lo stesso con Benedetta e i suoi genitori, ma questa volta si trattava di essere strutturati meglio», spiega l’ostetrica a tempi.it. «Tutto cominciò con l’affiancamento mio, di Elvira e di uno psicologo alla famiglia. Si aggiunsero poi il primario del reparto di neonatologia, la coordinatrice infermieristica della terapia intensiva neonatale e un team infermieristico dedicato alla famiglia. Finimmo per organizzare anche la Messa del funerale». Il giorno in cui Imma ha dato alla luce Marta Maria, il 17 gennaio 2014, un mese fa, ad accoglierla c’era l’infermiera pediatrica: «Le abbiamo fatto il calco della manina e dei piedi. Un medico si è improvvisato fotografo. Poi la bimba è stata portata dal papà. Imma li ha raggiunti e lì è stato celebrato il battesimo».
«IN QUELLA STANZA C’È GIOIA». Intorno alla stanza di Imma, un’équipe di infermieri era dedicata a lei: «La direzione sanitaria ci ha permesso di organizzare turni straordinari, mentre la famiglia e gli amici potevano entrare in stanza 24 ore al giorno», continua Assia. «Marta Maria ha potuto vivere cinque giorni intensi e lunghi, accudita e amata come una regina». Assia ricorda un commento stupefatto del medico: «Mi ha detto: “Ma come, la bambina sta morendo e in quella stanza c’è gioia? Ridono pure!”. Gli ho risposto che Marta Maria era viva come noi e che mi insegnava a spendere al massimo ogni istante. Perché tutti moriremo, magari prima di lei». Il dottore «era contento di ciò che aveva potuto vedere. Come tutto il personale che si era prestato ad accogliere la famiglia».
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UN PERCORSO CHE TRASCINA. Qualche mese prima di questi fatti, il 1° ottobre 2013, all’ospedale Sant’Orsola di Bologna nasceva Giacomo. La diagnosi dei medici al terzo mese di gravidanza era stata la stessa: anencefalia. La madre, Natascia, e il padre, Mirco, hanno chiesto aiuto a una neonatologa dell’ospedale, Chiara: «Ero stata a New York da Elvira Parravicini – spiega la dottoressa a tempi.it – e da tempo volevo realizzare qui lo stesso percorso, ma per una ragione o l’altra non era mai cominciato nulla». È stato proprio l’arrivo di Natascia a spingere la neonatologa a riprendere i contatti con la Parravicini: «Per prima cosa ho chiesto una stanza dell’ospedale solo per la famiglia, e il reparto di ginecologia me l’ha concessa. Poi la caposala mi ha dato la sua totale disponibilità. Anche il mio professore mi ha appoggiato in tutto». Alla fine persino chi aveva preso le distanze si è unito alla squadra: «Molti vedendo la serenità di Natascia sono rimasti affascinati. C’è stato chi mi ha aiutato a fare la terapia del dolore per Giacomo, chi ha voluto fotografare il piccolo, chi ha preso le sue impronte». Accanto alla famiglia c’è sempre stata anche una schiera di amici che pregava e passava a trovare Giacomo in ospedale: «Le infermiere non riuscivano a credere che così tante persone venissero qui per quel bambino».
IL CONVEGNO NAZIONALE. Dalla collaborazione fra Elvira, Concetta, Assia, Chiara e i loro colleghi è nata poi l’idea di un convegno sul “comfort care” neonatale. «Si terrà il 12 aprile a Bologna – annuncia Chiara – e sarà un evento di livello nazionale grazie all’iniziativa del mio professore che ha deciso chiedere il patrocinio alla Società italiana di neonatologia. Il titolo doveva essere: “Accompagnare al fine vita”. Ma il prof ha preferito cambiarlo così: “Vivere un lampo di vita”». Si parlerà di come attuare la rivoluzione di un percorso in cui la madre e il figlio siano accompagnati fino alla fine, «magari facendo intervenire donne passate attraverso la stessa esperienza, affinché dopo la diagnosi nessuna donna in quella situazione si senta più dire che deve scegliere da sola». La novità viene anche dalla ricerca di una studentessa di psicologia, da cui emerge che il “comfort care” neonatale è sempre un’esperienza arricchente sia per la famiglia sia per tutto il personale medico. «Avevo paura di fare un convegno, temevo che sarebbe stato strumentalizzato da chi ora comincia a parlare perfino di eutanasia infantile. Ma mentre ci pensavo mi si è avvicinata una collega, che non ha fede né convinzioni morali in merito, ma mi ha detto che avevo la sua totale disponibilità. Mi ha confessato che dopo aver visto Natascia quella strada difficile non le sembra più impossibile da percorrere».

martedì 14 gennaio 2014

Curare i giovani e non gli anziani, il caos della sanità inglese. «Conseguenza della disgregazione familiare», 14 gennaio 2014 di Benedetta Frigerio, www.tempi.it


È scoppiata un’accesa polemica fra le case farmaceutiche inglesi e il sistema sanitario nazionale. I principali quotidiani britannici hanno titolato: “Paura per gli anziani” e “Agli anziani saranno negate le medicine salva vita”. Le case farmaceutiche hanno accusato lo Stato di aver deciso di tagliare le spese, scegliendo di privare alcuni pazienti delle cure farmacologiche. Invocando la dignità della vita, le multinazionali hanno denunciato la decisione di fornirli prima a coloro che sono in età produttiva. Significherebbe, ad esempio, che fra un lavoratore malato di cancro e un anziano con la stessa malattia ad essere curato sarebbe il più giovane.
Jospephine Quintavalle, la più nota esponente laica del movimento pro life britannico, fondatrice e direttrice del Comment on Reproductive Ethics, osservatorio sulle tecniche riproduttive umane, spiega a tempi.it che «il problema è molto più profondo», che «la distorsione ha raggiunto livelli impensabili», e che «non sappiamo più da che parte girarci».

Sono fondate le accuse mosse contro il sistema sanitario inglese?
Il sistema sanitario è in una situazione da cui non sa più come uscire. Deve recuperare 20 miliardi in 5 anni, perciò stanno cercando di capire che tagli apportare. Ma la situazione è irrisolvibile ormai, se non nel lungo periodo, ossia rimuovendo la causa del problema, che è la crisi di fede.

Cosa intende?
È evidente, anche se pochi vogliono ammetterlo: finché la gente aveva fede e riconosceva una realtà trascendentale da rispettare e conoscere, prevaleva la visione per cui la persona ha dignità solo perché c’è. Solo riconoscendo il valore di ogni uomo si produce solidarietà, stabilità fra i cittadini e nelle famiglie.

Cosa c’entra questo che lei sta dicendo con i tagli alle medicine per gli anziani?
L’assenza della famiglia è la ragione per cui oggi gli anziani sono assistiti nelle cliniche, con un costo altissimo per il sistema sanitario nazionale, di cui il 60 per cento è rappresentato dagli stipendi al personale e il 20 dai farmaci. Se gli anziani, come un tempo, avessero alle spalle famiglie pronte ad accudirli, il problema sarebbe più che dimezzato.

Rimarrebbe quello dei farmaci.
Ma se la famiglia fosse unita, anche i farmaci non sarebbero necessari come oggi: la solitudine produce stili di vita deleteri, quelli che ci stanno facendo ammalare. L’obesità dilagante fra i giovani inglesi, di cui i media hanno dato l’allarme in questi giorni, è data principalmente dall’abuso di zuccheri e alcool: la gente non mangia a casa con i propri cari, ma sola nei fast food, oppure si nutre con prodotti pronti. Si è visto che l’assenza di padri porta i giovani verso l’abuso di alcol, quindi l’aumento di cirrosi, tumori, e malattie varie, depressioni comprese. Senza una cultura incentrata sulla persona legata alla famiglia si fanno anche meno figli, si abortiscono e così gli anziani aumentano e i giovani sono pochi e fragili.

Cosa pensa dell’intervento “pro life” di alcune case farmaceutiche?
Le case farmaceutiche si sono stracciate le vesti solo perché finora guadagnavano da tutto questo malessere. La loro è una posizione ipocrita: hanno interessi enormi e non vogliono che siano dimezzate le richieste di farmaci. Mi fa sorridere che, d’improvviso, si siano messe a parlare di dignità della persona. Se davvero avessero a cuore l’uomo non cercherebbero di risolvere il problema solo con le pillole. Se non ci decidiamo a guardare a monte, prima o poi moriremo: o perché non curati o per intossicamento farmacologico. Sinceramente non so che cosa sia meglio. Anche se c’è di peggio: le cure umane.

Cosa intende?
Mi spavento quando penso che ho più di 70 anni e che ci sono persone come me lasciate sole in case di cura dove, come emerso alle cronache negli ultimi anni, vengono maltrattate. Ma ancora peggio sono i tentativi di risoluzione del problema, per cercare di riparare allo scandalo. L’ultimo articolo che ho letto suggeriva alle infermiere di farsi dare una foto del paziente da giovane: forse vedendo che un tempo era sano e bello si sarebbero prese cura di lui. È drammatico perché è una mentalità diffusa, in cui non si insegna più a cercare il bene dentro la persona. Quindi l’unica possibilità per migliorare la capacità di cura è trovare un modo di non guardarla per ciò che è: malata. Si evoca così la bellezza e l’efficienza, il solo motivo per cui oggi diamo loro un valore. Per questo, ripeto, l’unica soluzione è di lungo periodo e consiste nel risveglio della fede.

@frigeriobendet

sabato 19 ottobre 2013

Ma esistono le persone potenziali?



Autore: Luporini, Giulio  Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it

giovedì 5 settembre 2013

Nei giorni scorsi, sul sito Superando.it, mi sono imbattuto nel dibattito suscitato dal documento L’approccio bioetico alle persone con disabilità, realizzato dal Comitato Sammarinese di Bioetica. Non intendo entrare nel merito dei contenuti dello stesso Documento, ma mi permetto di intervenire a proposito del contributo offerto da Chiara Lalli (Ma l’aborto è una discriminazione verso i disabili?), suggerendo alcuni spunti di riflessione.
Nell’articolo in questione si sostiene che l’aborto di feti affetti da malattie e malformazioni, diagnosticate in fase prenatale, non comporta discriminazione nei confronti di persone disabili, per il semplice motivo che non si tratta di persone, ma di persone potenziali: «interrompere una gravidanza riguarda le persone potenziali e non implica necessariamente un giudizio su quelle attuali. […] Pretendere di sostenere che siccome mio figlio ha un certo statuto (quello di persona attuale), allora lo aveva anche allo stadio di embrione, sarebbe come pretendere che siccome oggi sono vecchio dovevo esserlo anche vent’anni fa».

Prima ancora che sugli aspetti etici e morali, che il dibattito sull’aborto da sempre suscita, credo sia decisivo interrogarsi veramente sullo statuto ontologico dell’embrione e sulla validità logica di argomentazioni come quella sopra riportata. Infatti, come la stessa Lalli sostiene, «è proprio la riflessione a mancare» e spesso è l’emozione a prevalere come unico criterio decisivo. 

Allora proviamo a riflettere: ha senso parlare di persone potenziali? L’analogia tra “feto (persona potenziale)-bambino (persona attuale)” e “uomo giovane (potenzialmente vecchio)-uomo attualmente vecchio” è davvero adeguata?
Non è possibile qui addentrarsi nel grande tema della persona, mi limito per tanto a utilizzare una nozione di persona il più condivisibile possibile: definire l’essere umano persona significa affermare il suo essere qualcuno e non qualcosa, il suo essere relazione con altri, il suo essere dotato di natura razionale.
Esistono persone potenziali? Il filosofo tedesco Robert Spaemann non ha dubbi sulla insensatezza, dal punto di vista filosofico, di parlare di persone potenziali: «Non esistono persone potenziali. Le persone possiedono capacità, potenze. Le persone possono svilupparsi. Tuttavia, non si può sviluppare qualcosa per diventare persona. Da qualcosa non si sviluppa qualcuno. Se la personalità fosse uno stato, esso potrebbe sorgere gradualmente. Se invece la persona è qualcuno, che si trova in determinati stati, allora essa precede già da sempre questi stati. Essa non è il risultato di una trasformazione, ma di una generazione come la sostanza secondo Aristotele. Essa è sostanza, perché essa è il modo in cui l’uomo è. Essa non incomincia a esistere successivamente all’uomo e non si estingue prima di lui. L’uomo inizia a dire “io” dopo molto tempo. […] Nonostante questo però non diciamo “allora è nato qualcosa dal quale io mi sono sviluppato”. Io ero questo essere. La personalità non è il risultato di uno sviluppo, ma sempre già la struttura caratteristica di uno sviluppo. Per il fatto che le persone non sono assorbite nei loro stati di volta in volta attuali, possiamo intendere il loro proprio sviluppo come sviluppo ed esse come unità di questo attraverso il tempo. Questa unità è la persona».

Quest’ampia citazione ci permette di capire come forse sia necessario un po’ più di rigore, da un punto di vista logico, per evitare di giungere a conclusioni affrettate: l’essere bambino, giovane, adulto, vecchio sono sempre stati di “qualcuno”. Nessuno, a meno che non si identifichi la persona con le sue stesse capacità, si permetterebbe di dire che uno stato più sviluppato comporti maggiore dignità. L’uomo adulto avrebbe, altrimenti, più dignità di un neonato. L’assurdità di una tale posizione è facilmente rilevabile, anche da un punto di vista sociale: proprio perché il bambino è più debole, in virtù di uno sviluppo ancora da raggiungere, viene maggiormente tutelato, per garantirne la dignità di persona.
Ma dal momento che il feto è anch’esso uno stato di quello stesso sviluppo, che senza alcuna interruzione procede dal concepimento fino alla morte, perché non deve essere trattato come persona visto che è lo stesso “qualcuno” che diventerà bambino, giovane, adulto, vecchio?
L’argomento della vecchiaia, per cui se oggi sono vecchio non vuol dire che lo ero vent’anni fa, con cui si vuole escludere che l’essere oggi persona implichi l’essere persona del feto, è costruito in modo fallace: l’essere vecchio è uno stato che presuppone sempre un “qualcuno”; la persona è appunto quel “qualcuno” senza il quale non sarebbe possibile parlare di sviluppo a riguardo del processo attraverso il quale si passa dal feto al bambino, dal bambino all’uomo adulto. 
D’altra parte, se si vuole invece fare coincidere la persona con l’esercizio in atto delle sue capacità relazionali e razionali, come ad esempio fa il filosofo Singer, si arriva inevitabilmente a ritenere lecito anche l’infanticidio. Infatti, il bambino, in particolare il neonato, a differenza dell’adulto in grado di intendere, volere e rapportarsi agli altri, non risulterebbe, esattamente come il feto, persona. Tuttavia, giustamente, ci rifiutiamo anche solo di considerare l’ipotesi dell’infanticidio. Come mai? Forse anche perché l’essere presente del neonato davanti a noi suscita emozioni più forti di quanto non le susciti il feto, in qualche modo nascosto e visibile solo attraverso gli “occhi” della tecnologia, che inevitabilmente ce lo rendono più lontano, apparentemente meno umano (anche se è vero che gli studi sullo stesso feto e le stesse ecografie, se interpretate correttamente, possono aiutarci a capire meglio il “volto” dell’embrione). Direi allora che vale, ma in senso contrario, quanto sostiene Chiara Lalli: «l’emozione soffoca la ragione», non perché si attribuisce personalità all’embrione, ma perché non ci si sforza di vedere fino in fondo chi è l’embrione. Ragione e affezione sono entrambe necessarie per stare adeguatamente di fronte al feto, come al bambino, come a qualsiasi essere umano, senza ridurlo a mero oggetto, manipolabile secondo i nostri interessi. Non si tratta allora di escludere la dimensione affettiva, ma di coglierne il suo valore decisivo e costitutivo nelle vicende umane. L’essere persona richiede il riconoscimento dell’altro: senza tale riconoscimento, come può facilmente sperimentare chiunque, diventa più difficile, se non addirittura impossibile, il pieno sviluppo di sé.

Nello stesso articolo, citando il contributo dato da Simona Lancioni al dibattito suscitato dal Documento del Comitato Sammarinese di Bioetica, si afferma: «è inammissibile restringere l’autodeterminazione della donna. Il corpo è il suo e solo lei può scegliere se portare avanti una gravidanza oppure no». Assistiamo ad un’altra riduzione della ragione che, visto il delicato argomento, dovrebbe sforzarsi di cogliere il più possibile l’integralità delle questioni in gioco. Nessuno vuole mettere in discussione l’autodeterminazione delle donne, ma siamo sicuri che il problema sia riconducibile al diritto della donna di vivere liberamente il suo corpo? È inutile dire, come mostra sempre più chiaramente la conoscenza scientifica, che l’embrione, il feto non sono parte del corpo della donna, ma un individuo che è altro rispetto alla stessa donna. La decisione della donna deve fare i conti perciò con qualcosa che è altro: il nuovo individuo che esiste e si sviluppa all’interno del corpo della donna. Esiste certamente una relazione di dipendenza assoluta dalla donna, ma questo non mette in discussione in alcun modo l’essere altro del feto. D’altra parte non è una dipendenza inferiore quella che esiste tra il neonato e la madre, ma nessuno mette in discussione l’alterità del figlio nato. Inoltre bisognerebbe ammettere che la decisione dell’interruzione di gravidanza può coinvolgere almeno altre due persone, oltre alla donna e al nuovo individuo che è l’embrione: il padre del nascituro e il medico che deve praticare l’aborto. È forse anche in questo caso un’argomentazione troppo semplicistica quella che fa dell’autodeterminazione della donna l’unico criterio valido per cercare di capire come muoversi in situazioni particolarmente difficili e drammatiche come quelle in questione, dove invece sono molteplici le libertà chiamate in causa, ovviamente anche se a titolo diverso. 

Infine, mi si permetta un’ultima considerazione su ciò che Chiara Lalli chiama «il fantasma dell’eugenetica “alla Hitler”», definendolo in questo modo perché, secondo lei, «il dominio in cui ci muoviamo oggi, discutendo di fine vita o di interruzione volontaria della gravidanza, nulla ha a che fare con la prospettiva illiberale dei regimi dittatoriali». Indubbiamente non viviamo sotto una dittatura, ma questo non toglie che si possa perseguire, attraverso metodi apparentemente meno violenti ma forse più subdoli, il tentativo di costruire una mentalità in cui è messa in discussione la dignità della persona relativizzandone il valore. Lo stesso Hitler, accanto all’operazione T4, con cui si era proposto di eliminare i disabili, i malati mentali (70.000 – 100.000 vittime), visto anche la strenua opposizione di uomini come il vescovo Von Galen, cercò di creare un’opinione pubblica favorevole alle sue politiche eugenetiche ricorrendo ad argomenti pietistici e a una propaganda incentrata sull’idea della “dolce morte”. L’esempio più celebre è il film del 1941, Io accuso, voluto dal medico responsabile del progetto T4, Karl Brandt. In questo film, proiettato in tutte le sale del Reich, una giovane donna, ammalata di sclerosi multipla chiede al marito di ucciderla. Il marito, mosso da pietà, la uccide e viene poi assolto dalla giuria che, colpita dalla domanda «vorreste voi, se invalidi, continuare a vegetare per sempre?», riconosce il valore positivo dell’azione dell’uomo. 

Anche oggi, dietro a molti degli argomenti incentrati sulla presunta pietà nei confronti dei malati, non si nascondono altri interessi e progetti? Forse il rischio di una politica eugenetica non viene da una concezione che subordina il valore della persona alla razza, ma siamo proprio sicuri che si possa escludere il rischio di una politica eugenetica che subordini il valore della persona alla salute e/o a interessi economici?

lunedì 14 ottobre 2013

E’ “buona” l’eugenetica contro i bambini Down? - 13 ottobre, 2013, di Benedetto Rocchi, Dipartimento di Scienze per l’Economia e l’Impresa, Università di Firenze - http://www.uccronline.it/




Sindrome down



Chiara Lalli è una figura emergente nel dibattito sui problemi della bioetica in Italia. Il suo blog è uno dei più consultati dai giornalisti. I suoi libri, che in genere pretendono di presentare tesi “controverse”, vengono recensiti con entusiasmo dai principali quotidiani nazionali (è il caso del Corriere della Sera con “La verità, vi prego, sull’aborto” dove, con molta approssimazione scientifica si sostiene l’innocuità dell’aborto volontario per la psiche della donna); viene invitata da radio e televisioni quando si deve dibattere qualche punto alla frontiera della bioetica.

Così è successo ad esempio durante la trasmissione radiofonica “Tutta la città ne parla” andata in onda su Radio Rai Tre il 31 gennaio 2013 (a questo indirizzo il podcast). La puntata era dedicata alla giornata internazionale per la Sindrome di Down. Tanta attenzione verso un tema di solito trascurato dai mezzi di comunicazione di massa, era causata da uno spiacevole episodio che si era guadagnato la ribalta dei notiziari proprio in quei giorni: il caso di un ragazzo affetto dalla sindrome, figlio di immigrati, ai quali era stata negata la cittadinanza italiana perché, nonostante tutti i requisiti previsti dalla legge fossero ottemperati, il giudice non aveva ritenuto presente la capacità di intendere e di volere.

Seguendo uno schema consolidato la trasmissione, dopo avere proposto alcuni contributi di persone che si occupano di persone affette dalla sindrome per professione o per esperienza personale (un avvocato di una associazione che si occupa dei diritti dei disabili, la mamma di un ragazzo con la sindrome di Down) ha sottoposto il tema ai rappresentanti di due concezioni della bioetica contrapposte tra loro: il direttore di Avvenire Marco Tarquinio e appunto Chiara Lalli, presentata come “filosofa della scienza”.

Bisogna riconoscere al conduttore di essere stato buon giornalista, lanciando ai suoi ospiti una domanda alquanto spinosa. Il tema è stato introdotto, infatti, ricordando che in tempi di diagnosi prenatale e di diritto di aborto molti bambini affetti dalla sindrome non nascono più, proprio come temeva Jerome Lejeune, lo scopritore delle sue cause genetiche. In Italia si può stimare che ogni anno vengano abortiti più di mille bambini ogni anno per il semplice fatto di avere un cromosoma in più (i dati possono essere consultati qui). Tanto che nel 2004 è stato lanciato dal governo danese un piano che prevede l’accesso gratuito ai test prenatali per l’individuazione della sindrome e che in 25 anni dovrebbe rendere la Danimarca un paese “Down Free” (i primi effetti sono stati valutati da questo articolo pubblicato dal British Medical Journal). Un’iniziativa che ha fatto scalpore per la sua scoperta impostazione eugenetica: selezionare sistematicamente quali bambini “meritino” di venire al mondo e quali no.

Non è stato difficile per Marco Tarquinio porre a confronto il governo danese degli anni 2000 con il governo tedesco degli anni ’30 del ventesimo secolo. Quando è arrivato il suo turno, Chiara Lalli si è trovata in una situazione difficile: da un lato non poteva non sostenere con forza i diritti delle persone affette dalla sindrome di Down già nate; dall’altro, però, voleva difendere il diritto di sopprimere quelle non ancora nate. Non si è però persa d’animo, imbarcandosi in una argomentazione un po’ arzigogolata per mostrare la coerenza della sua posizione. Per chi non avesse voglia di risentire il file audio originale trascrivo qui sotto i principali passaggi del suo intervento prima di commentarli. Parlando della agghiacciante prospettiva di una Danimarca “Down Free” la “filosofa della scienza” ha sostenuto che “… bisognerebbe distinguere l’obbligo dal condizionamento culturale, da un invito, da un’idea. Insomma, ci sono molti livelli che si possono intravedere in una posizione del genere. Il punto fondamentale è che credo le singole scelte debbano sempre rimanere degli individui, individui già esistenti e quindi persone a tutti gli effetti su eventuali, possibili, potenziali, possiamo scegliere gli aggettivi che vogliamo, persone. Però ripeto, il nodo fondamentale è che se io come potenziale genitore decido di interrompere una gravidanza non implica questa mia scelta la mancanza di rispetto per determinate persone ma sto compiendo una scelta perché magari non sono in grado, non mi ritengo in grado di affrontare una situazione del genere. Quindi, in qualche modo, non è una lesione della dignità di altre persone, questo è un nodo fondamentale, è anche un po’ complicato da capire, però insomma … altrimenti è estremamente difficile non connotare una scelta di questo tipo come una scelta nazista, per usare un termine chiaro”.

Si può senz’altro concordare che sia “estremamente difficile non connotare come nazista” il piano del governo danese. Purtroppo le spiegazioni che, con un po’ di didattica degnazione (“è un po’ complicato da capire”) Chiara Lalli ha proposto ai radioascoltatori, non fanno superare affatto tale difficoltà. Vediamole in dettaglio.

Alla domanda se la Danimarca sia paragonabile con la Germania del Terzo Reich Chiara Lalli risponde di no proponendo due argomenti: a) il piano danese non è coercitivo (“distinguere l’obbligo dal condizionamento culturale da un invito, da un’idea”) mentre quello nazista lo era; b) i bambini non ancora nati sono solo persone “potenziali” mentre gli adulti che decidono della loro vita sono persone “a tutti gli effetti”. Si tratta di due tesi francamente deboli, che possono valere per tenere il punto in un dibattito radiofonico che si risolve in una decina di minuti ma che non reggono assolutamente ad una riflessione rigorosa.

Il punto a) è il più semplice da contestare. Il programma eugenetico nazista, dall’eliminazione dei disabili allo sterminio degli ebrei (perché sempre di eugenetica si trattava per i nazisti, basta leggere i testi della loro propaganda) è stato possibile perché nella società tedesca esisteva un sufficiente consenso su di esso. Per dimostrarlo qualche anno fa uno storico di Harvard, Daniel Goldhagen, ha pubblicato un saggio che è diventato un best seller mondiale intitolato “I volenterosi carnefici di Hitler”. Dunque il “condizionamento culturale” degli esecutori del programma era all’opera anche allora: le persone collaboravano spontaneamente, proprio come spontanea dovrebbe essere la scelta delle donne che decidessero di ascoltare l’”invito” lanciato dal governo danese ad eliminare tutti i bambini concepiti affetti dalla sindrome di Down. Dov’è dunque la differenza? Si potrebbe forse dire che in realtà la presenza di un regime totalitario rendeva molto più “costringente” la capacità di persuasione dei nazisti. Ma la filosofa della scienza Chiara Lalli saprà certamente che è stato John Stuart Mill (che certo non era un sostenitore del totalitarismo) a spiegare nel suo saggio “Sulla libertà” che il condizionamento culturale della maggioranza può essere tanto oppressivo quanto quello di un regime autoritario. In realtà, tutte le volte che viene riproposta questa distinzione tra eugenetica “coercitiva” (che sarebbe cattiva) e eugenetica “volontaria” (che invece sarebbe buona) per sdoganare nuovamente tale pseudo-scienza (succede sempre più spesso, non solo sul blog di Chiara Lalli ma anche su paludate riviste di filosofia), bisognerebbe ricordare che in entrambi i casi la vittima non viene ascoltata: per la persona eliminata l’eugenetica è sempre “coercitiva”.

E qui si comprende perché Chiara Lalli deve aggiungere il punto b) alla sua argomentazione affermando che i bambini con la sindrome di Down non ancora nati in realtà non sono “persone a tutti gli effetti” ma solo “persone potenziali”. Proprio per questo motivo non sarebbe necessario chiedere il loro parere per eliminarli. In questo caso l’eugenetica sarebbe buona perché le uniche “persone a tutti gli effetti” coinvolte, cioè gli adulti che dovrebbero decidere la loro eliminazione, prenderebbero tale decisione volontariamente. Per quanto l’argomentazione suoni decisamente capziosa è importante discutere esplicitamente la distinzione tra persone “potenziali” e persone “ a tutti gli effetti”. Chiara Lalli la enuncia come se fosse un fatto assodato, sul quale non c’è alcuna discussione, aderendo a una sorta di mantra che sempre più spesso si affaccia nel dibattito sui temi bioetici più scottanti (aborto, eutanasia, fecondazione artificiale). In realtà si tratta di un’affermazione di tipo filosofico e come tale può e deve essere sottoposta ad un vaglio critico, soprattutto quando viene utilizzata per giustificare le decisioni sulla vita o sulla morte di esseri umani.

Poichè dal punto di vista biologico il processo di sviluppo di un essere umano non conosce alcuna soluzione di continuità dal momento del concepimento fino alla morte, l’idea di “potenzialità” della persona deve necessariamente trovare un altro fondamento. Questo fondamento è l’autocoscienza. Sarebbe l’autocoscienza a rendere un essere umano “persona a tutti gli effetti”. In ultima analisi, quindi, sarebbe un particolare “funzionamento” del soggetto, la sua autocoscienza, che ne renderebbe l’esistenza “personale” e quindi di valore. Si tratta della versione moderna di un argomento filosofico con una lunga tradizione, i cui ascendenti nobili possono essere fatti risalire a Cartesio e Locke, basato sul dualismo corpo-anima, per quanto espresso nella sua moderna versione mente-corpo.

Nel nostro caso l’argomento si applica così: il bambino non ancora nato ha la potenzialità di diventare cosciente ma non lo è ancora, dunque è in qualche misura sottoposto alle scelte degli adulti che invece hanno già raggiunto lo stadio di autocoscienza (notate la particella usata da Chiara Lalli, che implica una subordinazione dei bambini rispetto agli adulti: le … scelte [delle] persone a tutti gli effetti su … potenziali …  persone). L’argomento è piuttosto debole: in base ad esso infatti si potrebbe giustificare una subordinazione dei diritti di una persona incosciente a causa di una anestesia o di uno svenimento, rispetto a quelli delle persone che la soccorrono. Anch’esse infatti sono in quel momento coscienti solo “in potenza”, proprio come il bambino non nato: eppure, come è ovvio, non ci sogneremmo affatto di non considerarle persone “a tutti gli effetti”. Anzi, è proprio il possibile risveglio della loro coscienza che normalmente viene invocato come ragione delle cure da prestare loro: tanto che viene viceversa suggerita l’eutanasia per le persone in “stato vegetativo permanente”, una espressione medica non corretta (l’esperienza clinica insegna che non si può dimostrare ex ante come definitivo alcuno stato vegetativo, tanto è vero che oggi si preferisce l’aggettivo persistente) usata per esprimere la convinzione che di quella persona ormai funzioni solo il corpo, mentre la mente sarebbe invece “morta”.

Al fine di renderlo più difendibile l’argomento della personalità “potenziale” viene spesso sviluppato introducendo una seconda condizione per l’esistenza della persona: l’esistenza di una capacità di giudizio e di un vissuto. Lo hanno fatto ad esempio Giubilini e Minerva, due bioeticisti italiani che su una delle più importanti riviste internazionali di etica medica hanno sostenuto la liceità morale dell’infanticidio, suscitando come è ovvio grande scalpore. Ho già mostrato in un articolo sulla stessa rivista alcune debolezze del loro ragionamento e i rischi sociali di una tale posizione bioetica. Vorrei però qui discutere la loro definizione di persona potenziale, in base alla quale arrivano a giudicare “sopprimibile” un neonato. Giubilini e Minerva affermano in sostanza che lo stato di incoscienza di un bambino non ancora nato o appena nato è diverso da quello che potrebbe temporaneamente vivere un adulto. Quest’ultimo infatti, avendo già un vissuto di cui ha memoria, al momento del risveglio sarà in grado di dare giudizi, e disporre del suo potenziale futuro e soffrire delle minacce alla sua esistenza. In realtà non è difficile mostrare che quella che sembra essere una condizione diversa è in realtà la stessa. Ammesso e non concesso che il bambino non ancora nato non abbia alcuna forma di coscienza (la scienza medica continua infatti a retrodatare tutta una serie di funzionamenti neurologici e di rapporti intensi di scambio con la madre fino a fasi sempre più precoci della gravidanza) è comunque tutta una questione di tempo: anche il bambino non ancora nato, se sarà lasciato vivere sufficientemente a lungo ad un certo punto potrà dare giudizi, disporre del suo futuro e soffrire delle minacce alla sua esistenza. Se accettassimo questa versione dell’argomento della coscienza, allora dovremmo postulare una gradualità dell’essere persona (e quindi dei diritti che ne derivano) via via che gli individui accumulano conoscenza e capacità di giudizio: è evidente infatti che un bambino di tre anni non ha la stessa capacità di un adulto di decidere del suo futuro o di valutare ciò che minaccia la sua vita; e lo stesso si potrebbe dire per distinguere tra adulti con differente grado di istruzione.

La verità è che l’argomento usato dai sostenitori dell’aborto o dell’infanticidio eugenetico andrebbe totalmente rovesciato. Infatti, almeno in un certo senso, siamo tutti persone potenziali. Come un bambino è un potenziale adulto, un adulto è un potenziale vecchio. Un adolescente che non ha ancora completato i suoi studi è un potenziale scienziato e allo stesso tempo un potenziale artista. Nessuno in realtà può realmente disporre del suo futuro ma solo accoglierlo con ciò che porta e richiede alla sua esistenza. Lo sviluppo dell’organismo neonato in organismo adulto è un processo altrettanto irresistibile e fuori dal controllo del soggetto di quello che porta un organismo adulto alla dissoluzione per una malattia degenerativa. Per non parlare dei legami che ci legano con il mondo che ci circonda: probabilmente a tutti, nel corso dell’esistenza, capiterà almeno una volta di esclamare ‘se avessi saputo prima!’; oppure di scoprire che quello che aveva ritenuto uno sbaglio si era rivelato come una preziosa opportunità verso qualcosa di imprevisto e positivo.

Ciò che connota l’essere persona è proprio il mettere continuamente in atto una potenzialità: un articolo un po’ difficile ma che illumina in modo affascinante questo punto è stato pubblicato on line da Damiano Bondi sul sito di mondodomani.org. Il vivere è un tendere verso qualcosa in ogni momento: è un processo in cui una inesauribile potenzialità continuamente si realizza. A partire dalla magnifica e misteriosa potenzialità contenuta nella prima cellula con identità biologica del tutto nuova che viene all’esistenza al momento del concepimento.

Se dunque siamo tutti persone potenziali allora più semplicemente siamo tutti persone (altri argomenti su questo punto possono essere trovati qui). La condizione esistenziale di un bambino affetto dalla sindrome di Down non è diversa da quella degli adulti che rivendicano un diritto di vita e di morte su di lui: semplicemente egli subisce la loro maggiore forza. Per questo Chiara Lalli si sbaglia. Per questo non esiste un’eugenetica “buona”. Per questo il programma eugenetico danese non differisce da quello nazista.